lunedì 25 settembre 2006

Il grido di libertà dell'uomo macchina

Si riparla di eutanasia in Italia grazie alla lettera del co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni Piergiorgio Welby, inviata nei giorni scorsi al presidente Napolitano.
Nella sua missiva Welby, che è immobilizzato a letto dalla distrofia muscolare, invoca anche per i cittadini italiani, al pari di quelli svizzeri, belgi e olandesi, il diritto di poter essere legalmente aiutati a interrompere le pratiche di rianimazione che li mantengono artificialmente in vita.
Una richiesta profondamente umana che si è inevitabilmente scontrata con l’intransigenza degli esponenti del centrodestra, la cosiddetta Casa delle Libertà, e della Chiesa Cattolica e dei suoi devoti seguaci, presenti per sicurezza in entrambi gli schieramenti politici, così certi argomenti siamo certi che non si trattano.

Ieri ho ascoltato alla radio il dibattito tra Marco Pannella e l’ex ministro Giovanardi sull’argomento. Giovanardi è noto per tirare sempre in ballo i nazisti quando si parla di eutanasia, visto che la confonde con l’Eugenica, l’utopia di costruire una razza umana pura e senza contaminazioni attraverso l’eliminazione delle razze "inferiori", dei diversi e degli “imperfetti”, che qui non c’entra nulla.
C’entrerebbe il fatto che il peggiore di questi eugenisti, il dottor Mengele, sia stato aiutato a morire di vecchiaia invece che in galera da devoti cristiani, ma non divaghiamo.

Nella trasmissione è intervenuto anche il padre di Eluana Englaro una ragazza in stato vegetativo permanente da 14 anni. Il Sig. Englaro si batte affinché venga rispettata la volontà di sua figlia, che una volta ebbe a dirgli che in caso si fosse trovata in tale condizione avrebbe voluto essere lasciata morire. Proprio lui ha fatto notare quanto sia innaturale costringere una persona a sopravvivere artificialmente a sé stessa.

La medicina moderna, nelle sue infinite contraddizioni, non riesce a debellare un nucleo ristretto di malattie degenerative ma in cambio, grazie alla meravigliosa tecnologia, ti offre sempre nuovi metodi per prolungare non la vita, ma le funzioni vitali elementari.
Chi disgraziatamente viene colpito da una di queste malattie o ha le proprie funzioni neurologiche devastate da un incidente può star tranquillo che non guarirà mai ma potrà vivere quasi in eterno grazie ai respiratori, alla PEC, ai farmaci che l’industria sforna a getto continuo, ai sintetizzatori vocali e perché no, anche alle droghe pesanti come la morfina.
In questo caso infatti, coloro che normalmente ti metterebbero in galera per uno spinello sono pronti a dartene quanta ne vuoi purchè tu accetti di stare lì buono e immobile a trasformarti ogni giorno di più nell’Uomo-Macchina, ovvero nell’emblema della nostra epoca.

Il problema è che quella non è vita, come ti diranno tutti i malati in quelle condizioni e i loro famigliari. E’ così disdicevole allora che un essere umano che è ancora in grado di decidere rifiuti di diventare un’appendice di carne ad un respiratore artificiale? E’ così assurdo pensare che un essere umano desideri di morire? Chi cammina sulle proprie gambe può gettarsi sotto un treno, chi è immobilizzato in un letto no e per giunta deve sorbirsi anche le prediche in difesa della vita.
Quella stessa vita che però a volte, per una giusta causa, per la lotta al terrorismo o per lo scontro di civiltà può essere anche violata. Mi chiederò sempre cosa ci facesse un monsignore pesantemente colluso con il regime argentino di Videla, quello che gettava gli oppositori dagli aerei, ad un convegno di bioetica al quale partecipai anni fa.
I malati terminali che ci chiedono di aiutarli a smettere di soffrire, sia psicologicamente che fisicamente a volte non vorrebbero morire, come Piergiorgio Welby, ma altri lo vogliono e noi non possiamo per principio non ascoltarli.

Recentemente sono usciti due film che parlavano di eutanasia. Uno è il bellissimo “Mare dentro” di Alejandro Aménabar, ispirato alla storia vera di Ramon Sampedro, che lottò 28 anni per ottenere il diritto a morire. Ciò che colpisce del film è l’assoluta determinazione di Ramon a morire, nonostante abbia accanto a sé una donna che è pronta ad amarlo incondizionatamente. Il sogno ricorrente che lui fa è quello di volare. Immagina di spiccare il volo dal suo letto di tetraplegico e di danzare sul vento come un gabbiano. E’ una scena bellissima e atroce allo stesso tempo. Alla fine sarà proprio quella donna che lo ama a compiere il gesto estremo di aiutarlo a morire. Lo stesso gesto di infinito amore di Clint Eastwood per Maggie, la ragazza pugile rimasta paralizzata per sempre in “Million Dollar Baby”.
Il cinema aiuta a volte a capire le cose più difficili e se proviamo ad immedesimarci anche solo per un momento in Ramon e Maggie capiamo che ciò che loro vogliono è la libertà.
Mentre chi si oppone per principio all’eutanasia vuole solo conservare la libertà di negare la libertà agli altri.

Nessun commento:

Posta un commento

SI PREGA DI NON LASCIARE COMMENTI ANONIMI MA DI FIRMARSI (anche con un nome di fantasia).


LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...