domenica 7 gennaio 2007

La malasanità siamo noi

A leggere l’encomiabile inchiesta di Fabrizio Gatti sulle condizioni igieniche del Policlinico Umberto I di Roma, dove lui si è confuso tra il personale delle pulizie (si fa per dire) per un mese, registrando orrori ben peggiori di quelli descritti da Lars Von Trier in “The Kingdom”, vengono i brividi, è vero.

Tra le perle dell’inchiesta, corredata da foto eloquenti che valgono più di mille parole, troviamo le sostanze radioattive incustodite - e poi si parla tanto di terrorismo biologico, i frigoriferi aperti con le fialette contenenti bacilli e virus pericolosi alla portata di tutti (questa è vera democrazia! Mica come quelli del CDC di Atlanta che tengono tutto sotto chiave), le cacche di cane così decorative da essere lasciate per giorni nei corridoi dove passano i pazienti, ovvero i malati.

Soprattutto, ciò che fa più schifo vedere e sentire descritto è l’atteggiamento di quella categoria della quale facevo parte pure io fino a qualche mese fa, i fumatori.
Signori, diciamolo una volta per tutte, i fumatori sono degli incivili. Se qualcuno di loro riesce ad essere un minimo rispettoso della salute altrui, andando a fumare in disparte e all’esterno, quelli descritti da Gatti sono dei criminali. Fumare nei pressi di un reparto di pediatria, con il fumo che ristagna e impregna i locali dove ci sono dei bambini malati, come me lo definireste?
Dice che loro sono in pausa e devono fumare. Ma per favore, ci si può liberare dalla merda che ci intossica i polmoni in pochi giorni, basta un po’ di buona volontà. Che cazzo, non è mica eroina. Su cento fumatori ce ne sono 60 che possono smettere subito perché in realtà a loro non è mai piaciuto veramente fumare. Per i rimanenti incalliti – che in realtà sono affetti da un delirio di autodistruzione che andrebbe analizzato a parte, e che si attaccano alla nicotina perché è la droga più disponibile sul mercato, offriamo loro degli incentivi, sconti sulle tasse, viaggi premio, mignotte di alta classe, ma che smettano, perdìo. Si, adesso ditemi che devo farmi i cazzi miei e che parlo così perché sono diventata la classica stronza che ha smesso.
Potete immaginare una cosa più folle che essere malati gravi di cuore e continuare a fumare? Nel reparto dove è ricoverata mia madre, Cardiologia, ad un passo dalla Terapia intensiva coronarica, l’altro giorno hanno beccato una paziente che andava a fumare in bagno e le infermiere le hanno fatto giustamente un cazziatone.

A parte il problema del fumo, ho letto diversi post nei quali l’inchiesta di Gatti viene interpretata come una denuncia dei dissesti della Sanità pubblica. Io mi permetto di analizzare il problema da un altro punto di vista.

Nella mia regione, la rossa Emilia Romagna, ho trovato quasi sempre situazioni di grande efficienza e pulizia. Ho detto quasi perché mi ricordo padelle non svuotate per ore nel cesso dell’Ospedale "S. Giorgio" di Cervia, o un coso per reggere le flebo che doveva essere quello descritto da Hemingway in “Addio alle Armi” al "S. Orsola" di Bologna, menefreghismo e arroganza del personale di un paio di cliniche private.
Dell’ospedale della mia città, Faenza, non posso che dire bene. Si fa fatica a girare per i corridoi perché bisogna scansare le moldave che ti cacciano lo spazzettone tra i piedi ad ogni ora del giorno. I bagni sono pulitissimi, che ci potresti mangiare dentro. Il vitto è abbondante e buono. A Natale c’era anche il pandoro, la minestra ripiena e i cioccolatini. Le infermiere sono premurose, soprattutto con gli anziani e se sei gentile e paziente con loro si fanno letteralmente in quattro. Si viene chiamati per nome, in reparto ci sono piante, l’albero di Natale e il presepe, c’è un’atmosfera di famiglia.

Da cosa dipende quest’ottima qualità del servizio? Sicuramente da persone abili che gestiscono la baracca, ma credo anche dal fatto che la Sanità pubblica siamo noi, e se le cose vanno male, gira che ti rigira è perché noi portiamo i nostri difetti all’interno degli ospedali.
Se il tessuto sociale attorno a noi è mafioso, anche la sanità sarà mafiosa; se la cultura locale rispetta l’anziano, anche in ospedale ci sarà lo stesso rispetto. Se il mio stile di vita è il laissez-faire (ovvero il chemmefrega) non meravigliamoci delle cacche per terra e del fumatore che appesta il piccolo paziente. Medici, infermieri, dirigenti, inservienti e pazienti siamo noi, non una razza aliena venuta a colonizzarci.
Ci vuole controllo, e qui fanno bene i vari ministri competenti a inviare ispezioni e all'occorrenza menare di brutto, ma dobbiamo soprattutto cambiare noi. La Sanità è un bene comune e dipende da noi se farla funzionare bene o no.

Ad ogni modo, grazie Fabrizio per averci ricordato quanto noi italiani possiamo essere zozzoni. E adesso fateci il telefilm, “Dr. Monnezza”.

17 commenti:

  1. come non essere completamente d'accordo?

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  2. supramonte10:29

    wow... spettacolo questo post!
    dovresti essere nominata ministro della sanità ad interim del bloggoverno! ;)

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  3. Sottoscrivo SUPRA
    :)

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  4. candido13:05

    @lameduck
    Certamente... Ho due ricordi indelebili della mia Catania, purtroppo marcati dall'essermi trovato in entrambe le circostanze in pericolo di vita per una embolia polmonare. Trent'anni fa, durante il primo ricovero, fui portato su una sedia al laboratorio di radiologia dell'istituto di PNEUMOLOGIA, e malgrado sede, luogo e circostanze (ero uscito da pochi giorni da una crisi cardiaca gravissima ed avevo ancora emorragie nei polmoni) il medico mi fumava dritto in faccia, in una stanza che era una fumeria.
    Quindici anni fa, mentre mi dibattevo in condizioni disperate per terra (evidentemente non c'era posto) nei locali del vecchio Pronto Soccorso dell'Ospedale Garibaldi, durante due ore d'attesa sentii frusciare con la loro tipica insistenza i topi: i locali sottostanti erano letteralmente infestati! Nella totale indifferenza di medici e pazienti.

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  5. candido13:19

    @lameduck
    aggiungo una nota inquietante, molto più degli splatter di Gibson perchè mi fa sentire il protagonista de "L'invasione degli ultracorpi".
    Uno dei miei migliori amici è purtroppo irrimediabilmente cretino: buon comunista e dirigente politico, di quelli che leggono il giornale di Partito per sapere che tempo fa. Continua a sostenere che la Sanità va benone, e che a lui non è capitato niente di brutto. Osservo che il nome di suo padre era molto conosciuto, e che alla bisogna gli si presentavano medici e personale, chissà perché, sempre di Sinistra, quando non legati personalmente alla sua famiglia. Già, perché, dal momento che un paziente nella mia Catania varca il cancello di un Ospedale, il medico è una specie di mallevadore capace di aprirgli prestazioni e servizi a propria discrezione... Nella maledettissima società meridionale non si concepisce in alcun ambito la prestazione professionale, anonima e garantista... No, tutti i rapporti si personalizzano ed inevitabilmente approdano ad una gerarchia tacita, se non occulta.

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  6. Grazie per quello che hai scritto, perché io sono stufo di sentire "scandalo ospedali". Se un ospedale ha un muro scrostato è male, ma non è la fine del mondo.
    Che invece ci sia gente, assunta, pagata, spesso intoccabile che ammucchia le cicche sul pavimento è vergognoso, scandaloso, intollerabile. E io vorrei sentire parlare di "scandalo persone incivili". E vederle licenziate!

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  7. quoto tutt'e tre i primi commenti. Io smisi di fumare il giorno della befana del 1980, da un giorno all'altro, mi sento, da allora molto meglio. Mia moglie fumava fino ad agosto 2005, poi una crisi cardiaca, ma non per il fumo, le ha tolto ogni voglia di fumare ed ha smesso senza alcuna sollecitazione esterna. Anche lei vide più di un infartato, con tanto di flebo appresso andarsene su una loggetta del Gemelli, a Roma, a fumare... la pulsione all'autodistruzione è pressoché infinita!

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  8. Sempre grande Lame. Mi viene in mente una bellissima frase da V for Vendetta: "Se cercate i colpevoli di tutto questo, non dovete fare altro che guardare in uno specchio".
    La malasanità siamo noi, così come siamo malgoverno, corruzione, incidenti stradali per velocità eccessive/folli, e tante altre cose.
    L'indignazione per le cose che vanno male è lecita solo se facciamo anche qualcosa per rimediare. Con le sole parole nessuno ha mai costruito nulla ;-)

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  9. bellissimo post... ma...
    non capisco come mai in italia la colpa non è mai di nessuno alla fine.
    Perchè alla fine dare la colpa a noi stessi è darla a nessuno.

    Non penso più che "ogni popolo ha i governanti che si merita" bensì "i governanti hanno il popolo che si meritano"

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  10. Anonimo14:08

    Avete visto che c'è stata una retata dei carabinieri nella maggior parte degli ospedali italiani?Alla fine tutto è risultato abbastanza in regola,a dimostrazione che la malasanità è colpa dei medici piu' che di altro.

    Coyote Giallo

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  11. @ coyote giallo
    mah, un conto è l'errore o l'asineria del medico, sempre possibile, un altro è la sporcizia che non dipende da lui, ma da chi dovrebbe mantenere pulito e non lo fa.

    Sono venuti all'ospedale di Faenza e Lugo e hanno trovato tutto ok. Eh, mica vi coglionavo!

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  12. Anonimo11:59

    Da noi in Trentino non sono neanche passati....forse si fidano....o forse.....
    Comunque con malasanità non mi riferisco a sbagli involontari dei medici nel tentativo di curare i pazienti,che ci stanno,ma alle deficienze morali degli stessi:il fumo è al limite anche il male minore,se si pensa alle provette non sigillate o ad altre "delizie"....

    Coyote Giallo

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  13. @ coyote giallo
    in effetti si, le provette aperte sono colpa o dei medici o degli infermieri.
    Trentino dove? ;-) Da qualche anno passo le mie vacanze in Val di Sole.

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  14. Anonimo13:59

    Bella la Val di Sole!
    No io vengo da Arco,in cima al Lago di Garda,vicino a Riva del Garda e Torbole.

    Coyote Giallo

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  15. Roberto Santi15:44

    Sono un medico e da tempo dico che gli errori medici sono per gran parte frutto della (dis)organizzazione. Anni di potere moncratico dei Direttori Generali delle ASL e degli Ospedali hanno generato questo mostro che chiamiamo "malasanità". L'organizzazione sanitaria è gestita in modo che i Politici abbiano il controllo su tutto. Questa è la ragione dei morti evitabili. Non voglio usare questo blog per farmi pubblicità. Ma ho già scritto due libri su questi temi. Io insisto in questa battaglia di civiltà. Spero di non restare ancora solo come sono stato finora.

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  16. Anonimo01:03

    La storia del Piccolo Carabiniere




    28 settembre 2000: nasce Emanuele




    La storia di mio figlio inizia come quella di tutti i bambini. Nasce da un amore e cresce in una famiglia come tante: mamma, papà, una sorella più grande, i nonni, gli zii.




    E’ un bambino come gli altri, un angioletto pieno di vita e di cose da fare. Va a scuola volentieri, a quattro anni comincia a suonare il pianoforte, studia l’inglese, fa karate, gioca a calcio. E’ appassionato di astronomia e legge i libri di Margherita Hack, che lui chiama “la signora delle stelle”.




    Da grande vuol fare il carabiniere. L’ha deciso il giorno in cui ha visto il film su Salvo D’Acquisto, quello con Massimo Ranieri. Dice che un carabiniere deve parlare l’inglese per svolgere indagini internazionali e deve essere un campione di karate per combattere contro i nemici. Perciò studia e si impegna al massimo. Tutti i giorni vuole passare davanti al monumento di fronte alla caserma di Cologno Monzese intitolata a Salvo, a due passi da casa nostra. E ogni 23 settembre (anniversario dell’eroico sacrificio di D’Acquisto) e ogni 25 aprile gli porta un mazzo di fiori.




    Primavera 2007




    Emanuele ha 6 anni. Frequenta la prima elementare. A marzo cambia scuola. Nuovi insegnanti, nuovi compagni. Lui si trova subito bene, è felice.




    Studia. Corre la Stramilano. Il 17 maggio farà il suo secondo concerto di pianoforte. Gioca. Legge. A maggio diventerà cintura arancione di karate.




    10 aprile 2007: mattina




    Mio figlio ha mal di pancia. Viene il dottore e ci consiglia di andare al pronto soccorso.




    Ospedale San Raffaele. Pronto soccorso. Attesa. Visita. Attesa. Esame. Attesa. Altro esame. Passano così otto ore.




    Emanuele ha paura, è tutto nuovo per lui, non ha mai visto un dottore finora. Si sforza di restare tranquillo, vuol fare l’ometto. Solo lo sguardo impaurito tradisce la sua ansia. Lo tranquillizzo. Si fida di me, purtroppo, sono la sua mamma! Vuol fare il bravo: otto ore di visite e controlli senza un capriccio e senza mai dire no.




    Finalmente la diagnosi: appendicite. Bisogna operare. Subito.




    Lo accompagniamo in sala operatoria, mio marito e io. Lui ci arriva sulle sue belle gambette sane e forti. Sale da solo sul lettino. E’ impaurito ma non versa una lacrima.




    10 aprile 2007: tarda serata




    Tutto è pronto. Gli do un bacio. L’ultimo.




    Aspettiamo in pediatria. Il lettino è pronto da ore. Nessuno ci dice niente. Preoccupazione. Ansia. Panico!




    Ma ecco quattro dottori in camice. Chi sono?

    “Signora, abbiamo avuto un problema: 15 minuti senza ossigeno al cervello!”

    Cosa? Che vuol dire? Aspettate! Se ne vanno.




    Noi non capiamo. Cos’è successo? Un problema! Che problema? Ossigeno? Cervello? CHE VUOL DIRE? Nessuno ci spiega niente. Incubo! Il pensiero si ghiaccia. Poi esplode.




    Terapia intensiva




    Corriamo al reparto Terapia intensiva. Qualcuno ci ha detto che nostro figlio è là. Ci precipitiamo. Porta chiusa. Suoniamo il campanello. Entriamo: Emanuele!

    Intubato. Aghi nel collo, nelle braccia, nelle caviglie. Il torace blu per colpa del defibrillatore.

    Nudo, coperto solo da un lenzuolo, livido, martoriato come il Cristo del Mantegna.

    E tutti quei rumori, di quelle macchine che lo tengono in vita.




    Ricordo che pensavo “speriamo che non l’abbiano lasciato solo e che non abbia sofferto”.

    Non mi rendevo conto. Non è possibile! Perché al mio angelo?




    Aveva ancora i capelli. Il sabato successivo glieli hanno rasati.




    Cos’è successo?




    Perché gli sono mancati 15 minuti di ossigeno? Non si sa. Il fatto è che senza ossigeno i neuroni sono morti a grappoli. E da lì è finito e cominciato tutto.




    Quattro giorni dopo




    Nel pieno dell’incubo!

    Devono trapanargli la testa per misurare la pressione endocranica (dentro il cranio) che sale vertiginosamente. Emanuele è in pericolo di vita. Gli asportano d’urgenza la teca frontale, l’osso della fronte. Lo rompono in più pezzi altrimenti il cervello non troverebbe spazio per aumentare il proprio volume. Si sta espandendo, si gonfia, si gonfia, come un pallone e adesso che c’è solo la pelle a coprirlo, sporge all’infuori.

    Terribile? Spaventoso? Atroce? Non c’è una parola sufficiente.

    Rimarrà così per tanti mesi. In costante pericolo di vita. Continuamente lo sottopongono all’ipotermia, cioè gli abbassano la temperatura del corpo per controllare meglio la situazione. Succede di tutto. Gli fanno anche una trasfusione e gli somministrano farmaci. Molti e molto potenti.

    Non scorderò mai più in tutta la vita il suo pianto continuo. Lo sento appena si aprono le porte di Terapia intensiva. E’ l’unico che piange. Lui vuole la sua mamma ma io non posso stargli accanto se non negli orari permessi. Perché ci sono le regole.




    28 maggio 2007




    Emanuele viene trasferito alla clinica La Nostra Famiglia di Bosisio Parini, Lecco.

    Altra sofferenza! Per stargli accanto devo affidare ai miei genitori mia figlia di 13 anni, mentre mio marito vive con me in clinica e passa le notti in un appartamento in affitto. Le spese, e sono molte, a carico nostro.

    Emanuele ha la fronte gonfissima perché il cervello è fuoriuscito ormai dalla cavità cranica e non è ancora tornato alle sue dimensioni normali.




    Bosisio Parini: clinica di riabilitazione




    E’ un mondo a parte. La valle della sofferenza dei bambini. Emanuele piange, piange. Viene alimentato artificialmente con un sondino naso-gastrico, la testa fasciata. Una sofferenza indicibile! Passano i giorni, i mesi.

    Gli tolgono le bende. E’ senza capelli, rasato a zero. Una cicatrice immensa, larga un dito. Sembra un’aureola. La pelle tenuta insieme da una cucitura e da graffette di metallo come quelle per i documenti. La ferita è fresca. Ci fanno raccomandazioni, non bisogna toccarla: rischio infezioni. Le medicazioni sono dolorose.




    Inizia la fisioterapia, per evitare l’atrofia di muscoli e nervi, e la logopedia, per cercare di recuperare e mantenere la capacità di deglutizione, che per il momento non sembra compromessa del tutto.




    Emanuele non fa altro che piangere. Non parla, non ride più, non suona più il piano, non gioca, non studia. Non può più fare niente di tutto ciò che faceva prima di quel 10 aprile maledetto. Gli hanno spezzato le ali della vita!

    Non ha più alcun diritto, tranne quello di soffrire e di piangere.

    Ogni movimento è sofferenza. Emanuele piange continuamente, forse anche solo per comunicare. Chissà.




    Settembre 2007: inizio del mese




    Emanuele viene portato di nuovo al San Raffaele. Arriviamo il lunedì alle 15 e facciamo non poca fatica ad organizzarci perché spostare il bambino e coordinare per giorni i vari controlli, i pasti e tutto il resto non è facile.




    Mercoledì

    Operazione per rimettere al suo posto l’osso autologo, vale a dire l’osso frontale di Emanuele. L’intervento dura tutta la mattina.




    Giovedì Giornata tranquilla.




    Venerdì

    Gli mettono la PEG per l’alimentazione artificiale: un tubicino che attraverso l’addome porta il cibo alla stomaco. Due giorni di vomito a causa dell’anestesia e tantissimi altri problemi. Le informazioni sono latenti.




    Lunedì

    Torniamo a Bosisio. Io e mia mamma con Emanuele, mio marito a casa con nostra figlia.

    Fra fisioterapia, logopedia, alimentazione e tutto il resto si sta in ballo da mattina a sera e anche la notte e bisogna essere in due per darsi il cambio. Perché Emanuele ha bisogno di tutto: quindi non ci possiamo permettere neanche un minuto di disattenzione.




    4 ottobre 2007

    Inizio uno sciopero della fame per ottenere attenzione e riuscire così a scoprire se c’è un qualche posto al mondo dove possano curare Emanuele e farlo migliorare il più possibile.

    Tante promesse e tanto fumo. La realtà è che siamo soli e abbandonati a noi stessi. Tutti si aspettano da noi rassegnazione e pensano senza dircelo “portatevi a casa vostro figlio e arrangiatevi, che tanto così rimarrà per sempre”.

    Quando chiediamo informazioni e aiuto tutte le porte ci vengono sbattute in faccia.

    Nel frattempo ci alterniamo al capezzale di Emanuele perché anche nostra figlia ha bisogno della sua mamma.




    Riesco ad ottenere qualche passaggio TV e qualche articolo. Le cose si muovono. Con l’aiuto di tante persone contattiamo centri europei e americani e raggiungiamo anche un dottore inglese che con un certo farmaco risveglia i pazienti dal coma neurovegetativo. Sotto stretto controllo medico lo proviamo su Emanuele, ma purtroppo non fa effetto.




    12 dicembre 2007




    Vogliono dimettere Emanuele ma gestirlo a casa sarebbe impossibile, gli spazi non sono ancora adeguati, dobbiamo fare tanti lavori, dobbiamo attrezzarci, c’è bisogno di tante cose. Secondo sciopero della fame: Emanuele rimane a Bosisio.

    Passano i mesi. Contattiamo altri centri, riceviamo risposte e informazioni. Finalmente entro in contatto con una mamma italiana che sta curando suo figlio in Florida, negli USA.

    Grazie all’aiuto di tanti amici, gente comune che vuole aiutare Emanuele, raccogliamo i fondi necessari per la terapia.













    22 Aprile 2008




    Partiamo per gli States!

    Un volo umanitario, organizzato dall’Aeronautica Militare, ci porta a Fort Lauderdale dove, così come molti altri bambini italiani, Emanuele viene curato: ossigenoterapia (per fornire il “carburante” ai neuroni), fisioterapia intensiva (per stimolare una possibile ripresa), logopedia (per abituarlo di nuovo a mangiare da solo), terapia cranio-sacrale (utile per mantenere la funzionalità del corpo e degli organi interni).




    15 Ottobre 2008




    Rientriamo, per mancanza di fondi, con un nuovo volo umanitario.




    Oggi




    Emanuele è a casa. Ha bisogno di ore e ore di assistenza e cura giornaliera, ma le istituzioni, pur facendo del loro meglio, garantiscono solo una piccola parte del necessario. Purtroppo i malati allettati sono numerosi e molti sono bambini.

    Noi facciamo di tutto per aiutare nostro figlio, e tante persone comuni, amici ma anche sconosciuti, ci aiutano come possono. Il buon cuore però non basta, ci vogliono fondi. Le esigenze sono moltissime, tutte cose assolutamente indispensabili.

    Purtroppo questa è la vita reale.




    Emanuele da grande voleva fare il carabiniere e servire la Patria …










    SALVIAMO EMANUELE!

    Tutti insieme. CONTRIBUITE ANCHE VOI!




    Informazioni dettagliate e contatti diretti con la famiglia sul blog WWW.SALVIAMOEMANUELE.BLOGSPOT.COM




    C/C 500

    intestazione: Salviamo Emanuele

    coordinate bancarie: IBAN IT22 D 05584 32970

    Banca Popolare di Milano, filiale di Cologno Monzese (MI)







    GRAZIE! di cuore dalla famiglia Lo Bue

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  17. Anonimo17:02

    Altro caso di atroce malasanità infanticida.
    Terribile vedere che per incompetenze mediche ci rimettano la vita i neonati:

    http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Home/72988_mi_dicevano_tutto_bene_poi_la_mia_noemi__morta/

    Thiene. «L'inchiesta accerterà le eventuali responsabilità, perché qualcosa è avvenuto giovedì visto che fino alle 13.30 i risultati degli esami ai quali mia moglie è stata sottoposta dalle 9.30, a sentire il ginecologo e le infermiere, erano positivi, ma è importante che queste tragedie non accadano più, soprattutto per le modalità assurde. Mia moglie Christina per nove mesi non ha avuto problemi. Tutte le ecografie doppler hanno messo in risalto che stava bene, poi la situazione è precipitata, nonostante fin dal mattino continuasse a ripetere che provava forti disagi. Ripeto, l'inchiesta della procura stabilirà le cause e le colpe, resta la mia convinzione che se il cesareo fosse stato eseguito a metà mattinata la bimba sarebbe nata viva. Per questo Christina ed io non riusciamo a capire le sottovalutazioni e il pressappochismo col quale si è agito fin da quando siamo entrati giovedì mattina in un reparto che consideravamo d'eccellenza».
    A parlare è l'impiegato Francesco Panozzo, 28 anni, di Tresché Conca di Roana. È vicino alla moglie Christina Taube in un letto dell'ospedale Boldrini dov'è ricoverata dopo il parto finito in tragedia. Noemi, la bimba bionda che avrebbe allietato il matrimonio celebrato un anno fa, è nelle celle mortuarie in attesa che questa mattina il medico legale Andrea Galassi riceva il conferimento dal pm Marco Peraro di eseguire l'autopsia.
    Su segnalazione dell'avvocato Roberto Rigoni Stern, che tutela i coniugi Panozzo, la procura ha avviato un'inchiesta per omicidio colposo e per adesso sono due i sanitari indagati: oltre al ginecologo Dorizzi, 35 anni, l'ostetrica Laura De Munari, 39 anni, di Marano. Mi spiace per l'ospedale Boldrini e per un reparto che da sempre è ritenuto eccellente, ma quando succedono queste tragedie vuol dire che la struttura non è all'altezza a sopportare determinati carichi di lavoro. Noemi, la mia prima figlia, è morta, ma non doveva morire, perché è evidente che qui ci sono state mancanze. Basti pensare che ben quattro medici mi hanno fornito versioni diverse della disgrazia. Si è partiti da un distacco della placenta per aqrrivare al cordone ombelicale attorcigliato al collo. Non so che dire, i fatti, purtroppo, parlano da soli».

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