sabato 29 settembre 2007

I delitti insoluti dell'Uomo Nero

Quando si è cominciato a parlare del caso di Garlasco mi è ritornato in mente il caso Carlotto.

Il 20 gennaio del 1976 viene uccisa nella sua abitazione, con cinquantanove coltellate, Margherita Magello, una giovane padovana. Il diciottenne Massimo Carlotto, che conosce la vittima perchè questa abita nello stesso stabile di sua sorella, passando di lì in bicicletta sente le urla della ragazza e si precipita in suo soccorso. Poi, spaventato, fugge ma, su consiglio di un avvocato, si presenta in seguito dai carabinieri per fornire la sua testimonianza. Dopo cinque minuti diventa l'unico responsabile della morte della ragazza, un incubo kafkiano in piena regola, e da quel momento inizia la sua odissea, durata 16 anni, tra processi, appelli, assoluzioni e condanne, una fuga in Messico, il ritorno in Italia fino alla grazia concessagli dal Presidente della Repubblica.
Forse le similitudini tra i due casi si limitano alle circostanze del ritrovamento della vittima e a come il primo sospettato rischi di diventare l'unico colpevole ma è inevitabile chiedersi se l'approccio mediatico a quel tipo di delitto è cambiato dagli anni settanta ad oggi.

Del caso Magello si parlò diffusamente e a livello nazionale solo in seguito al clamore della vicenda Carlotto, molto tempo dopo. Il caso rimase all'inizio circoscritto alle cronache giudiziarie.
Oggi, qualunque delitto con le stesse caratteristiche - ambiente borghese, probabile movente passionale, viene gettato in pasto al pubblico delle audience televisive non perchè ne discuta e basta come ai tempi del delitto dell'Olgiata ma perchè, e qui sta la novità, in qualche modo decida lui chi è il colpevole.

Anche se continua ad esistere il classico schieramento colpevolisti vs. innocentisti, nell'arena mediatico-tribale il suggerimento implicito è che la Tribù, il Clan difenda il suo membro accusato.
La tribù è la classica famigliona materna e popputa fatta di persone perbene e normali schierata a difesa del "bravo ragazzo", della "brava mamma", sempre accusati ingiustamente. Siamo tutti nominati avvocati ad honorem nonostante per la maggior parte siamo degli incompetenti assoluti di legge.
Il clan ha deciso prima ancora di qualunque sentenza, che a Rignano non possono esservi pedofili. Per il caso di Samuele, la "bimba" è una mamma modello, la tribù le affida perfino i suoi figli, nonostante le condanne.
Nell'ultimo caso di Garlasco, Alberto è un così bravo ragazzo, non può aver ucciso Chiara.

E' come se non dovessero essere i giudici e gli inquirenti a trovare i colpevoli perchè i primi non sono imparziali, hanno atteggiamenti persecutori" e a volte "hanno le mani sporche di sangue", per non parlare di coloro che sono "antropologicamente diversi". I secondi poi, non ci azzeccano mai. Il RIS? Una congrega di pasticcioni che confonde il sangue con il succo di pomodoro e non è capace di trovare un'arma del delitto che è una, magari dopo che l'intera tribù si è data da fare per farla sparire.

Quando la tribù decide che, per definizione, non può essere stato un suo membro ad uccidere, bisogna trovare il colpevole per forza e qui salta fuori l'Uomo Nero, il Boogeyman, il misterioso estraneo. Bisogna allontanare il Male da sé per incarnarlo in qualcosa che molto probabilmente non esiste e per negarlo. Risultato: il caso rimane insoluto.

Chi viene sconfitta è sempre la verità. Magari il colpevole è proprio il fidanzato, la madre o il marito ma la verità se è scomoda rischia di non essere cercata ma oscurata, le prove cancellate, costi quel che costi, avvocato su avvocato.
Questa forma di giustizia autogestita e paramafiosa fiancheggiata dal potere mediatico è molto pericolosa perchè tenta costantemente di delegittimare la giustizia ufficiale e vi si pone in contrapposizione.
Senza contare che, se vogliamo, con questo sistema e ancor più di ieri, chi ha il sostegno del clan ha molte probabilità di farla franca e di restare totalmente impunito.

Update - Ringrazio Franca ed il suo commento perchè mi permettono di aggiungere qualcosa.
E' evidente che il destino di un accusato dipende dal posto che occupa nella Tribù. Chi è ben integrato e risponde apparentemente ai canoni della "normalità" cadrà di solito dalla parte degli innocenti per definizione: "il bravo ragazzo", "la mamma modello", il "buon padre di famiglia", "l'onesto imprenditore".
Chi invece viene da fuori (migranti, zingari) o è "diverso" (omosessuale, dropout, malato di mente, solitario) vedrà additato come colpevole. Per non parlare del capro espiatorio che a volte viene creato per coprire il vero colpevole.
Carlotto, nell'esempio che ho fatto, era un giovane di Lotta Continua e vi furono anche motivazioni politiche che portarono alla sua incriminazione.

Gli zingari: ogni volta che sparisce un bambino a chi si dà la colpa di solito? Quando i giornali si decideranno a pubblicare le scuse per tutte le volte che gli zingari sono stati accusati ingiustamente di rapimento ed infanticidio?

9 commenti:

  1. Anonimo21:40

    Se il fidanzato del delitto di garlasco fosse stato un rospo, le cugine delle grassone e le comparse impresentabili, il regista del circo mediatico avrebbe dato lo stop in attesa di ralizzare lo stesso interessante soggetto con un nuovo cast. La povera vittima avrebbe avuto il rispetto che le era dovuto e il colpevole il giusto castigo. gerardo

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  2. io amo kafka ma odio kafka che se finisco dentro un incubo di tal fatta...aiuto...

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  3. Sicuramente scattano i meccanismi di cui parli tu. L'atteggiamento mafioso è un'atteggiamento molto più diffuso e pervasivo di quanto si possa pensare.
    Tuttavia c'è anche la visione della giustizia come macchina che deve funzionare e che deve produrre colpevoli, quali che siano.
    La mediatizzazione dell'evento non aiuta. E non ci sono quei colpevoli così corretti e cavallereschi che ammettono la loro colpevolezza dopo che Poirot o Colombo hanno smontato le loro versioni.
    La coscienza è stata ormai sostituita dall'opinione pubblica, per cui lo stesso assassino in certi momenti conosce di se stesso al massimo quello che dicono i giornali.

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  4. Qualche volta però succede il contrario e si decide subito chi è il colpevole e se dopo viene fuori che magari non lo è non se ne parla perchè non fa notizia.
    E' appena il caso di citare il caso dell'ingegnere accusato di essere unabomber poi "prosciolto" perchè la prova sembrava costruita. Intanto il mostro era diventato lui e, colpevole o innocente, (come è andata a finire?) quello ha perso il lavoro e la sua vita è andata e distrutta

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  5. I casi citati nel tuo post quanto il caso opposto, citato da Franca, dimostrano come i pregiudizi vizino le valutazioni. E se il caso è dato in pasto ai media questi fanno da cassa da risonanza ai preconcetti comuni a quello che chiami clan.

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  6. @ gerardo
    obiettivamente Alberto è un po' slavatino.

    @ meinong
    giustissimo.

    @ franca
    ti ho risposto in calce al post. :-)

    @ arabafenice
    infatti, e non si può certo dire che questo modo di operare sia giusto ed evoluto. A me pare una regressione sociologica in piena regola.

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  7. Anonimo20:14

    Volevo solo accennare all'aspetto arbitrario, casuale della faccenda, cosa difficile da inquadrare in un discorso generale. E' vero che una volta avviato il meccanismo, le dinamiche sono quelle. gerardo

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  8. Ecco di che pasta è fatta l'opinione pubblica. E' lì davanti ai nostri occhi, è nei nostri occhi e non ce ne accorgiamo. La società è malata di opinione pubblica.

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  9. Francesca18:09

    Io credo che non si dovrebbe dare nessuna notizia fino al processo concluso con accusa o assoluzione.
    Che senso ha che tutti i giorni tutti i TG italiani (e giornali intendiamoci) ci tengano aggiornati sugli avvicendamenti del caso?
    A qualcuno interessa farsi un'opinione su delitti del genere?
    Io aspetterei il verdetto della gente competente che è chiamata a valutare questo genere di casi, i giudici.

    Ma poi Bruno Vespa e i suoi ospiti cosa fanno???ah ah ah

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