mercoledì 10 ottobre 2007

Si è sempre gli zingari di qualcuno

Avrei voluto rispondere uno per uno ai tanti anonimi che hanno criticato il mio post precedente sui rom ma è impossibile colloquiare con chi non ha il coraggio di darsi nemmeno uno pseudonimo, tanto da potercisi riferire, ad esempio, come lei o lui.
Poi, cosa avrei potuto rispondere? Il mio pensiero l'ho già espresso nel post.
Come persona io sento il dovere di non essere razzista, perchè il razzismo ha portato ad immani tragedie dell'umanità e se non impariamo la lezione della storia siamo solo delle bestie. Se altri invece non sentono questa necessità non so che farci.

Sono stata molto indecisa su quale immagine assegnare a questo articolo. Nessuna sembrava funzionare.
Alla fine, per caso come al solito, ho trovato questa vignetta su un sito americano.
La signora bruna dice, rivolgendosi alla bionda:
"Gordon ha avuto un piccolo problema con la nuova famiglia italiana del numero ventitre, questa mattina".
Se la battuta non poggiasse su un ben consolidato stereotipo razzista la vignetta non sarebbe divertente.

Vedete, per molti milioni di persone nel mondo noi italiani siamo criminali mafiosi. Tutti, dalle Alpi a Lampedusa. Bisognerebbe non dimenticarlo mai e forse riusciremmo un po' a capire cosa possono provare gli stranieri che vengono da noi e forse perfino cosa provano gli zingari.

20 commenti:

  1. Il tuo post "Vogliamo rispedirli ad Auschwitz?" era pressoché perfetto. In genere, quando ti leggo (da qualche tempo cerco di farlo tutti i giorni) non commento perché non c'è mai niente da aggiungere. Al massimo potrei applaudire, ma per iscritto mi sembra abbia un senso relativo. Sei lucida, asciutta, analitica e blablabla, tanto lo sai e i complimenti in commento sanno sempre di melassa. Non saprei davvero che dire a chi ti ha riempito di palate di merda (immagino, più o meno, si tratti di questo, i commenti non li ho neppure letti, né qui né su oknotizie). In compenso ti regalo un ventilatore virtuale. Si è sempre gli zingari di qualcuno. Certo. E ovvio. Eppure c'è chi sente ancora il bisogno di sentirselo dire. Lameduck mi levo il cappello.

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  2. Beppe, ex anonimo22:43

    Mi permetto di sottoporvi un commento di matrice diversa dalla vostra.

    Beppe, ex anonimo



    Il diritto come maceria
    Maurizio Blondet
    06/10/2007
    Solo 6 anni e 6 mesi per il rom Marco Ahmetovic che ha ucciso 4 ragazzi, qui durante le fasi del processo ad Ascoli Piceno; il pm Carmine Pirozzoli ne aveva chiesti 4...No, facciamoci forza: non scadiamo nel qualunquismo a proposito del rom stragista ubriaco, «condannato» a stare in un residence.
    Facciamo uno sforzo per non indignarci qualunquisticamente, anzi «razzisticamente» (come ha scritto Il Manifesto di Beppe Grillo, bollato di «razzista biologico» perché ha detto che i rom sono una bomba a tempo).
    Non chiediamoci come mai il senso di giustizia più elementare possa essere offeso dalle leggi e dai giudici.
    Né in base a quale groviglio di «regole» e «attenuanti» e «legislazioni premiali», per un delinquente rapinatore, già più volte segnalato per guida pericolosa in ubriachezza e mai fermato, un procuratore possa chiedere 4 anni - uno dei ogni vita che ha ucciso.
    Non chiediamoci perché in Italia convenga commettere non un omicidio, ma una strage (per i rom rimasti in Romania sarà una bella pubblicità: visitate l'Italia!).
    Né perché la guida in stato di ubriachezza sia un'attenuante e non un'aggravante, tale da far scartare il concetto di omicidio «colposo» e far adottare quello di assassinio volontario.
    Non chiediamoci se l'ubriachezza come attenuante si applichi solo ai rom, e perché non anche ai cittadini.
    Facciamo uno sforzo ulteriore: non sottolineiamo la coerenza di un sistema giudiziario per cui procuratori possono chiedere 11 anni di galera per Previti corruttore, e quattro per il pluriomicida zingaro.
    E nemmeno chiediamoci come mai lo zingaro si suppone possa stare sei anni in un residence, con quali mezzi: il sottoscritto, con ottima pensione di giornalista con 37 anni di anzianità, non potrebbe stare in un residence nemmeno due mesi.
    No. Superiamo la rabbia.
    Chiediamoci invece come e perché si è arrivati a questa offensivo, ridicolo insulto che chiamiamo «diritto».
    Il livello del «dibattito» provocato dal carcerato in albergo già lo suggerisce.



    Quando Il Manifesto dà del «razzista biologico» a Beppe Grillo per il suo giustificatissimo allarme, evidentemente adotta non un pensiero, ma un riflesso condizionato, d'un rottame di ideologia trovato nella vecchia discarica intellettuale di famiglia: il criminale come «socialmente vicino al proletariato», tipico del diritto sovietico.
    Il nostro diritto arbitrario e offensivo della giustizia è nato appunto dalla insufficienza intellettuale, malattia gravissima dell'Italia, che ormai - a forza di coltivare l'ignoranza e il non-pensiero - è diventata anche debolezza mentale, stupidità.
    L'edificio di ciò che passa per diritto da noi è una maceria.
    Un antico palazzo puntellato con putrelle di risulta e materiali vari, i cui sventramenti sono coperti da cartongesso e manifesti pubblicitari, la cui statica già pericolante è stata aggravata da sopraelevazioni abusive, verande condonate, colate di cemento che pesano sopra pietre friabili.
    Fuori di metafora: il diritto italiano è la risulta di «filosofie del diritto» incompatibili, stratificate l'una sull'altra.
    C'è un po' di codice Rocco e un po' di giacobinismo moralistico alla Violante-Caselli, corretto da solidarismi cattocomunisti e da risposte raffazzonate all'«allarme sociale», puntellato da autoritarismi occulti, e pezze di rito accusatorio anglosassone, messe lì solo per la mostra (siamo moderni), ma totalmente eterogenee rispetto al vecchio edificio in macerie.
    I codici penali seri sono nati da una visione del mondo intellettualmente precisa, da una filosofia del diritto, e obbediscono ad una coerenza interna ferrea, ciò in cui appunto consiste la «certezza del diritto».
    Il codice napoleonico nasceva da una filosofia rivoluzionario-autoritaria (non restaurazione, ma «nuovo ordine» bonapartista erede di Robespierre), ed è stato adottato da mezza Europa in grazia della sua coerenza interna, funzionando egregiamente per un paio di secoli.
    Il codice Rocco è nato dalla filosofia idealista gentiliana.
    Solo in esso il procuratore d'accusa è giusto sia un magistrato, sullo stesso piano dei magistrati giudicanti, perché in questa filosofia il pubblico ministero è il rappresentante dello Stato etico, non già il «legale di parte» che raccoglie tutte le prove contro l'imputato.
    Solo nel codice Rocco il procuratore è superiore alla difesa di parte; perché nel codice Rocco esso è figura della «oggettività» e della maestà dello Stato, e può anche chiedere l'assoluzione dell'imputato, nel corso del rito inquisitorio.
    Né nel codice di Napoleone, né nel codice Rocco, del resto, mancava un'adesione di principio al diritto naturale, alla «sete di giustizia scritta nel cuore di ogni uomo» che non sia parte in causa nel processo: ciò, perché si riconoscevano e si volevano anche nella «tradizione» giuridica, nel diritto romano e giustinianeo (la certezza del diritto obbliga alla continuità).



    Il diritto positivo, con la proliferazione di «leggi» e «regole» sfornate da deputati ignoranti e semi-dementi, chi ateo e chi devoto e chi solo cretino, ha ovviamente oscurato ogni collegamento con il diritto naturale.
    Vi si sono aggiunte le «legislazioni premiali» per i cosiddetti «pentiti», nel nome dell'emergenza, che hanno fatto del pentito un collaboratore di giustizia, praticamente un magistrato aggiunto e pagato dallo Stato, a cui i magistrati devono gratitudine e favori.
    Non si parli poi delle pulsioni maldigerite ad abolire la pena e trasformarla in «riabilitazione» e «terapia».
    L'incollatura, nel nome di «riforma», di spezzoni di diritto anglosassone del tutto indigeriti, ha accresciuto l'ambiguità odiosa del tutto: ovviamente, gli stessi magistrati che hanno plaudito il diritto anglosassone sono quelli che si oppongono alla «separazione delle carriere», ciechi - per tornaconto di casta - al fatto che il pubblico ministero alla Rocco, magistrato di carriera pari al giudicante, è del tutto incompatibile col rito accusatorio britannico, la common law che viene da Roma.
    Persino un codice «positivo», purchè coerente, è meglio di questa maceria raffazzonata e puntellata da materiali filosoficamente spuri.
    Persino un codice rigidamente giacobino sarebbe meglio: almeno, uno sa cosa aspettarsi da «giudici» intesi a controllare se l'intera società obbedisca alla Volontà Generale, ed a imporre la Virtù attraverso il Terrore.
    I codici migliori sono un atto unitario - un testo unico, nel gergo burocratico - per questo per lo più sono stati emessi da regimi autoritari, di destra o di sinistra.
    Per tornare ad un minimo di giustizia, questa maceria piena di spazzatura e di aggiunte dovrebbe essere ricostruita.
    La riforma unica e indispensabile è la rielaborazione di un testo unico coerente.
    Con il meno possibile di articoli - onde si possa pretendere con qualche autenticità che «l'ignoranza della legge non è ammessa»: l'ignoranza di 66 mila leggi, leggine e regolamenti d'attuazione è un mero dato di fatto.
    Soprattutto, con una coerenza interna, che decida una volta per tutte se la corruzione di Previti meriti 11 anni e l'omicidio volontario di un ubriaco abituale pregiudicato, senza fissa dimora, rapinatore, solo1 anno per morto, e agli arresti domiciliari.
    L'evasione fiscale è più grave dell'omicidio?
    Può darsi che il nuovo «Stato etico» giacobino decida così: d'accordo, meglio saperlo in anticipo.
    Ma l'elaborazione di un testo unico penale richiede una filosofia condivisa, una visione del mondo per sommi capi comune alla nazione: ed evidentemente questa manca.
    Non si è mai d'accordo su nulla, persino sul fatto che i rom rumeni siano pericolosi (in Germania e Francia li fermano alla frontiera); non si troverà alcun accordo su un codice penale coerente e stabile.
    Quale organo dovrebbe elaborare un codice filosoficamente coerente?



    Il parlamento, di solito: immaginate il codice che nascerebbe in un parlamento con Calderoli, Mastella, Diliberto, Pecoraro Scanio, Berlusconi, dove la cultura media - non solo giuridica - è a livelli angolani, dove gli stessi membri sono convinti della propria indegnità, e si dedicano solo ad arraffare e a rigurgitare spezzoni di ideologie defunte, che nemmeno adottano per intero: essi stessi macerie, residui, spazzatura di passate ideologie più o meno smantellate.
    Un commissione parlamentare?
    Peggio che peggio.
    Il Consiglio Superiore della magistratura?
    Ma s'è ridotto da sé, dal suo alto compito, a sindacato di protezione della casta giudiziaria: è la CGIL dei giudici, si batte solo per i privilegi della corporazione.
    I magistrati che applicavano il codice Rocco rifiutavano perfino inviti a feste e a ricevimenti, per non fare amicizie discutibili con persone che - magari - avrebbero dovuto giudicare.
    L'alto senso della propria funzione li faceva vivere da monaci di un ordine (l'ordine giudiziario), la loro vita privata era del resto sotto l'occhio severo dei colleghi gelosi della reputazione dell'ordine, più che della propria.
    Oggi, l'ordine si è fatto cosca: ha protetto Di Pietro malversatore (ricordate la scatola da scarpe piena di soldi, le Mercedes di seconda mano regalate?) e ne ha fatto un simbolo della «giustizia».
    Peggio, ha difeso la procura golpista di Milano.
    Peggio ancora, ha ampliato i poteri indebiti della cosca giudiziaria a forza di spallate e ricatti.
    E' ovvio che magistrati oggi vadano in TV ad accusare politici, a tenere processi mediatici, a rivelare ai media segreti istruttorii: non solo sono impunibili, ma sono impuniti.
    Dove allora elaborare un codice?
    Si dovrebbe pensare ad un organo ad hoc, composto di alti giuristi e di filosofi del diritto, di pensatori onesti ed intellettualmente forniti.
    Ne vedete qualcuno?
    Vi viene in mente qualcuno?
    Guardate le «authorities», come esempio: e chi le occupa.
    Politicanti trombati, «giuristi» autonominatisi come politicamente corretti, intellettualmente degli zeri.



    E infatti qui siamo arrivati al problema centrale: in Italia, manca il livello culturale e intellettuale in cui simili temi possano essere affrontati con severa oggettività.
    Da noi non ci sono accademie - né nazionali come l'accademia di Francia, né un'accademia delle scienza come persino nella vecchia URSS - dove la comunità eleva personalità che ritiene, coralmente, indiscusse.
    Non importa nemmeno la qualità oggettiva di questi accademici; basterebbe che fossero indiscussi, stimati senza eccezione.
    Qui da noi, niente.
    Manca proprio il livello istituzionale, in Italia.
    C'è un grande vuoto al più alto grado della nazione.
    Se nascesse una personalità indiscutibile, non si saprebbe dove metterla: i posti dei senatori a vita sono già tutti occupati da cocainomani, da Nobel con Nobel comprato, da banchieri centrali untuosi e miliardari, da farabutti scampati a «Mani Pulite».
    Nelle università è lo stesso: malversatori e baroni arretrati rispetto al pensiero occidentale avanzato, che hanno smesso di aggiornarsi da trent'anni.
    Perché questo vuoto?
    Perché gli italiani sono cafoni.
    Ossia manovali agricoli risaliti al denaro e all'abito firmato, ma con le esigenze degli zappatori di un tempo: arraffare «la roba», mangiare «a crepapancia», andare «alla fiera» per vedere le novità, intimamente diffidenti di esse, beninteso, con la convinzione che non ci sono novità affatto, che la vita concreta è sempre quella del truogolo del maiale, della stamberga affumicata di noi zappatori.
    L'Italia non è tutta cafona, direte.
    E' vero.
    Il guaio è che l'Italia «si vuole» cafona, se ne vanta, si pretende capace di avanzare nella storia con tutta la sua cafoneria, l'assenza vantata e proclamata di cultura e di finezza intellettuale, la mancanza di ogni senso della complessità, la chiusura ermetica, diffidente, al pensiero in quanto tale.
    Per lei, «cultura» è sinonimo di «noia» anziché di scoperta, e la scuola cafona, l'università cafona, non fanno che confermare i cafoni in questa convinzione cafona.
    Non ha bisogno di personalità indiscutibili, non le vuole, le disprezza.
    L'Italia è cafona perché vuole tenersi libera di vivere «di pancia», la pancia piena di fettuccine e di partite di calcio in TV, la pancia da cui far rigurgitare superficiali buonismi e, al bisogno, per paura o per rabbia, occasionali ferocie, con appendimenti a piazzale Loreto - tipica giustizia cafona, da garzoni di macelleria.



    L'Italia non è sempre stata così.
    Ma ora, l'Italia intera è come una classe scolastica da cui il maestro s'è assentato.
    I ragazzi godono dell'irresponsabilità, si tirano palline di carta, si fanno scherzi, dicono parolacce proibite, si permettono quel che è vietato…
    Solo che il maestro prolunga la sua assenza.
    La classe vive da giorni senza maestro.
    La vacanza dalle responsabilità diventa permanente, l'ignoranza cresce di giorno in giorno, le smargiassate si fanno sempre più osè.
    Passano i mesi, e il maestro non torna.
    Poi gli anni.
    I ragazzi privi di maestro si masturbano, poi stuprano in gruppo le compagne, poi le ammazzano e se le mangiano (non sono arrivate le merendine).
    Credete che esageri?
    Ci siamo già.
    Poi, ovviamente, dalla classe senza maestro emergerà un leader «naturale»: il bullo, quello che ruba i telefonini e le scarpe firmate, e che minaccia tutti: e tutti, pecore, di colpo obbediscono per paura.
    La vacanza sta finendo: il bullo è un rom o un albanese o un marocchino, viene da Paesi distrutti dove le difficoltà si affrontano col coltello e la violenza, lui è abituato, i ragazzi no.
    Se un giorno il maestro tornerà, non riconoscerà più i suoi scolari.
    Sono diventati neanderthaliani tatuati e con collane e i nasi traforati da punte d'osso.
    Si esprimono a suoni gutturali, inarticolati.
    Una cosca ristretta, con la violenza pura e l'arbitrio, domina sui tremebondi in maggioranza, li pesta e li schiaccia coi piedi impunemente.
    I tatuati inferiori stanno in un angolo, nelle loro feci, denundati di vestiti, orologi, telefonini, e baciano i piedi dei loro oppressori.
    Ma aspettate che il maestro provi a riprendere il controllo e la sua autorità, e i tremebondi per primi gli si avventeranno contro: «Chi ti credi di essere? Non sei migliore di noi! Vai via, morto di fame, senza orologio firmato! Col telefonino vecchio! Con le Nike dell'anno scorso!».
    Ma il maestro, in Italia, non tornerà.
    Il solo maestro che teneva il qualche modo in riga questi cafoni, con l'esempio dei santi popolari, con la paura delle fiamme eterne, con l'insegnamento, se non della nobiltà, della carità, della povertà paziente e l'onore del lavoro, sappiamo qual era.
    Era la massima istanza possibile in un Paese cafone, l'accademia che possiamo permetterci: la fede cattolica come senso comune condiviso.



    Ma ora anche questa non esiste più.
    Siamo «moderni», adesso, ci siamo liberati di Dio.
    Siamo atei zoologici, contenti del nostro destino zoologico.
    Una responsabilità in meno.
    Che codice possiamo darci, in questa condizione?
    Il codice di Lynch.
    Non era male, dopotutto: aveva una sua coerenza interna e nasceva da una visione del mondo semplice, ma intellettualmente senza falle.
    Diceva: ragazzi, nel West non c'è la legge, non ci sono poliziotti, non ci sono giudici.
    Ma ciò non vuol dire che non ci sia la giustizia: la giustizia è scritta nel cuore dell'uomo.
    Si facciano avanti uomini coraggiosi disposti a bloccare i delinquenti armati che fanno paura, a ridurli alla ragione, a punirli.
    Sarà giustizia sommaria.
    Con molti errori giudiziari, molti innocenti impiccati perchè sono negri, e quindi sospetti, ma che farci.
    E' l'effetto collaterale di una giustizia «sostanziale», concreta, senza formalità - e il diritto è essenzialmente formale - ma è meglio di niente.
    E' pur sempre giustizia.
    I familiari dei quattro ammazzati che volevano linciare il rom, in fondo, esprimevano la giusta volontà di giustizia.
    Li sentiamo nostri.
    Simpatizziamo.

    Ci rincresce che il diritto positivo abbia portato il rom nel suo residence, sottraendolo a quella giustizia vera, concreta, coerente, la sola che possiamo aspettarci.
    Sinceramente ci dispiace.

    Maurizio Blondet




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  3. Nella deriva del razzismo, della costruzione di recinti tra "noi" e "loro", c'è sempre qualcuno più "noi" di noi. Un sud più a sud, ad esempio...
    E' un'elementare verità che molti sembrano dimenticare

    Un sorriso antirazzismo
    Mister X di Comicomix

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  4. Anonimo00:52

    Quattordicenne rapita, costretta a sposare un rom e violentata

    JESI (AN) - Sequestrata dalla sua casa, portata in Italia, costretta a sposare un rom e poi violentata. E' il dramma subito da una quattordicenne rapita dalla Serbia e portata in Italia, a Jesi, ad opera di un ragazzino rom, all'epoca dei fatti 16enne, del Kosovo.
    Il ragazzo, che oggi ha 17 anni, è ora indagato per sequestro di persona, violenza sessuale e lesioni. La giovane vittima e' la sua "sposa", una coetanea di 14 anni che il rom ha rapito dalla Serbia con l'aiuto della sua famiglia.
    Secondo la denuncia, la vittima sarebbe stata costretta a sposare il ragazzo con rito rom e portata in Italia. A Jesi, la ragazzina avrebbe subito violenza sessuale e sarebbe rimasta segregata in casa.

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  5. @ virginie
    grazie, uno si sente arrivare tanta merda addosso poi un commento come questo fa pensare che in fondo ne valeva la pena. Apprezzo il dono del ventilatore, un caro saluto!

    @ beppe
    questo articolo merita la citazione di un pezzo dei Guns 'n' Roses:
    "Welcome to the Jungle".

    @ anonimo
    ho citato l'esempio degli stupratori italiani difesi dal sindaco di Montalto di Castro. Che ne dici?
    Ah, e quei ragazzi che hanno ucciso il bambino con la moto a Bormio perchè non li definiamo "italiani"? Scommetti che tra un po' intervisteranno le mammine che diranno che in fondo sono dei bravi ragazzi?

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  6. Una volta dei bambini tedeschi mi hanno chiamata "zingara"
    ;-)

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  7. caporalmaggiore porta09:57

    Cara papera, ho letto attentamente entrambi i post e (quasi) tutti i commenti.
    Devo dire che mi accodo a virginie per i complimenti.

    Inoltre, vorrei consigliare a chi ti ha criticato in modo più o meno offensivo di leggere "L'ORDA - quando gli albanesi eravamo noi" (che, nell'ottica dei tuoi post potrebbe benissimo essere intitolato "quando gli zingari eravamo noi").

    C'erano italiani onesti e ladri, ma c'era chi i bambini non li mandava a scuola ma li metteva sulle strade a suonare l'organetto, c'era in Italia, chi vendeva i suoi figli all'estero per farli lavorare nelle vetrerie francesi, c'erano gli americani, che preferivano "perfino" gli slavi, e c'erano gli altri europei, che preferivano i rom agli italiani. Negli stati uniti, gli italiani non erano considerati bianchi, ma "negri", e come tali negli stati del sud subivano l'apartheid.

    Alcuni tuoi commentatori hanno detto che questa è storia, e non attualità. Vorrei far notare loro che il razzismo, purtroppo, è sempre attuale. Lo era già nell'antica grecia. Cambiano i bersagli e i modi di agire, ma il nome è sempre quello. E il razzismo non è mai giustificato. E' la persona che ha commesso il crimine che deve essere giudicata, non la sua etnia, la sua religione, la sua lingua, il suo popolo.

    (papera, un abbraccio solidale)

    PS
    Io abito in una zona divenuta italiana appena 50 anni fa. Volete saperlo, cosa pensano di voi italiani, quelli che italiani qui non sono? Tanto per farvi vedere le cose in un'altra prospettiva...

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  8. quando serve davvero, io sono per l'intransigenza, applicata a qualunque etnia o nazionalità. e pazienza per i luoghi comuni.

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  9. A me la vignetta ha fatto ridere :)

    Si, sono una mente semplice e non farò come Beppe pubblicando 3 volumi dell'enciclopedia britannica. Di cono solo, da Italiano, che alcune etichette ce le siamo meritate. Ce le abbiamo addosso e continuiamo (su scala microscopica) a non far nulla per farcele togliere.

    L'Italiano è mafioso, così come il negro ha il pisellone. Agli occhi della mi esperienza di vita non mi sento di negare né la prima, né la seconda. Prima che qualcuno s'indigni, Mafioso è un'iperbole che va letta come truffaldino, che si muove muro-muro (c'era pure una barzelletta sui missili muro-muro italiani :) ), bravissimo a trovare i buchi della legge e a farsi i cazzi suoi e dei suoi amici. Siamo così, impicci con le assicurazioni, il vigile amico che toglie le multe, l'amico dentista che non ci fa la fattura, la badante in nero, l'amico di un amico per trovar lavoro, la mazzetta per passare l'esame o la raccomandazione del cardinale per non far la fila ai musei vaticani...

    E non importa se nel singolo io, te o Mario Rossi sia pulito. L'Italiano non lo è. Prendi 10 persone e 5 si vanteranno dei loro sotterfugi, di quelli che restano almeno 3 non parlano per vergogna.

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  10. caporalmaggiore porta10:41

    vietato cliccare, io sono d'accordo con te. La legge dovrebbe essere intransigente, anche se purtroppo a volte no lo è. Però non si può negare un accanimento dei media (e spesso del pubblico) contro persone di etnie diverse dalla nostra. Molte volte, lo stesso reato, la stessa tragedia, ha diversi sviluppi mediatici in base alla nazionalità dei protagonisti. E oggi si nota un accanimento contro i rom.

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  11. Mala11:08

    Per carità, anche noi siamo stati immigrati e obbiettivamente credo che il popolo italiano sia tra i più invadenti (checchè ne possano dire i destrorsi) ma qui il problema è un altro.
    ii campi nomadi sono A TUTTI GLI EFFETTI zone che non appartengono allo stato italiano; non ci passa la polizia, non ci puoi passare tu, libero cittadino, senza che tu venga guardato male o addirittura "accompagnato" all'esterno.
    e non è vero nemmeno che sono gli italiani a non volere l'integrazione, questa è la cazzata del secolo, i primi sono proprio i rom. non mandando figli a scuola (o quando ce li mandano, è solo per qualche tempo, per ricevere i sussidi dai comuni) ma mandandoli a chiedere l'elemosina, non facendo imparare loro l'italiano (che è il principale modo di aggregazione) e via discorrendo.
    e nessuno fa nulla per occuparsi di questo problema, perchè di fatto è così, non tiriamoci addosso cazzate. mandarli nei lager? ma per carità, ci manderei la lega nei lager, ma io pretendo che non esistano più delle "isole felici di impunità" come ci sono adesso. è chiedere troppo?

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  12. Io credo che da tutti questi commenti stia venendo fuori che molti non sono razzisti nel senso che ritengono si ritengono superiori. Nessuno ce l'ha con tanti immigrati che sono riusciti ad affermarsi e esercitare anche lavori da libero professionista o con tante colf straniere e tante badanti rumene.ciò che non si accettano sono i modi di vivere non legali di coloro che vivono nei campi nomadi che non lavorano, non contribuiscono al sostentamento del nostro sistema pagando le tasse che tutti paghiamo, sfruttano le donne e i bambini, importunano i passanti e spesso sono anche ladri e borseggiatori. Se uno di loro un giorno si alzasse e decidesse di cambiare vita e vivere onestamente avrebbe l'approvazione e la stima dei più. Se in tal caso qualcuno continuasse ad emarginarlo, allora si che questo qualcuno sarebbe razzista. Insomma tutto quello che si chiede è il rispetto delle regole. In fondo, l'Italia non dovrebbe essere una Repubblica basata sul lavoro?

    Qualche giorno fa in TV hanno intervistato un funzionario della polizia rumena (se non ricordo male) il quale spiegava come in Romania si viva molto tranquillamente. I furti, le rapine, gli stupri sono a livelli talmente bassi da non suscitare particolari preoccupazioni. Lo stesso spiegava come tali reati in Romania siano puniti con pene molto pesanti. Il problema allora è che il nostro paese è diventato una vera jungla senza regole dove l'impunità sta diventando un incentivo a delinquere.

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  13. Ho letto, sebbene con estrema fatica, l'articolo di Blondet. Ennesima dimostrazione che quando i giornalisti parlano di diritto sparano cazzate. Quando parlano di filosofia del diritto, si rasenta l'assurdo (se poi il giornalista ha nel proprio cursus honorum collaborazioni con "Il Giornale", La Padania, L'avvenire...).
    Su un punto si può essere d'accordo: Il nostro codice penale meriterebbe un'operazione di razionalizzazione piuttosto radicale. Per il resto, mi riferisco alle teorie sull'eserczio dell'azione penale(materia tradizionalmente stduiata dai processualisti e disciplinata oltre che dalla Costituzione, dal Codice di Procedura Penale del 1987!!!), all'idea che solo il diritto naturale (ovvero quello trova fondamento in qualche Dio!!)sia degno di essere trasfuso in norme giuridiche (per i musulmani la Sharia è diritto naturale!!!) e l'idea che la giustizia sia qualcosa di "soggettivo"m, meglio sorvolare. Insomma, Blondet farebbe bene a leggere qualche buon saggio di Carmignani o Carrara prima di dire cazzate a tutta randa su un argomento di estrema complessità.

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  14. Oggi il TG1 ha dato questa notizia.
    Un sardo è stato condannato per aver sequestrato e stuprato la sua fidanzata a causa della sua gelosia.
    Invece della pena prevista gli è stata comminata una condanna più lieve a causa del suo essere italiano e sardo, cioè a causa della sua cultura che lo porta ad essere "diverso" nel comportamento sessuale.
    Quando si parla di razzismo...
    Lameduck, per quello che può valere, io apprezzo molto le cose che scrivi

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  15. La vignetta sarebbe divertente, appunto, se non poggiasse su uno stereotipo: italiani tutti mafiosi, ladri e bugiardi... Picere di conoscerti.

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  16. Anonimo18:16

    Chi entra in un Paese, almeno il primo articolo della sua Costituzione dovrebbe approvarlo e sottoscriverlo. O è chiedere troppo? Lo so che sono molti gli italiani che sghignazzano sul fatto che siamo una repubblica fondata sul lavoro. Questa gente però non giustifica che quello che trovo il miglior "incipit" costituzionale che ci sia, debba essere ignorato da chi viene a vivere qui. Il lavoro, quello degno di essere chiamato come tale, almeno, insegna la razionalità e la socialità al punto da essere ritenuto il segno principe di una avvenuta integrazione. Si può discutere all'infinito sui problemi concreti del lavorare oggi in Italia ma il principio del suo valore non può essere messo in discussione per tutelare l'identità culturale di chicchessia. gerardo

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  17. A me il Grillo all'insegna del "gott mit uns" non mi ha stupito per nulla.
    Mi auguro che qualcuno ora si renda conto.

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  18. Francesca16:05

    Franca l'ho visto anch'io e sono rimasta di stucco.
    Quel giudice con questa sentenza ha confermato il fatto che il razzismo in Germania esiste ancora...e persino nelle istituzioni!!
    :-(

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  19. Anonimo22:17

    Giovane rumena investe ed uccide donna in centro a Padova.
    Forza Nuova:gli immigrati responsabili del 25% di incidenti mortali. Ora basta!

    Cinzia Caprioli, 42enne romana, ha perso la vita ieri a Padova travolta da un’auto mentre aspettava al semaforo di corso del Popolo. E’ stata travolta sotto gli occhi della figlioletta di 11 anni e della suocera, rimasta ferita. Alla guida dell’auto, una romena di 18 anni che si è immessa nell’incrocio provenendo dalla corsia riservata al tram. Una manovra espressamente vietata dalla segnaletica.
    Secondo la testimonianza di alcuni autisti dell’Aps, pare che la Punto blu guidata dalla romena viaggiasse nella corsia riservata al serpentone blu fin dal Tempio della Pace. Un tragico incidente che ha spezzato la vita di una donna e rovinato un’ intera famiglia.
    Non è certo la prima volta che un immigrato è protagonista di sinistri stradali.
    Come ha denunciato l’Asaps - l’Associazione sostenitori amici della polizia stradale - nei primi sei mesi del 2007, gli stranieri coinvolti in impatti gravi o mortali sfiorano il 20-25% del totale, con punte maggiori in regioni del Nord come Veneto, Emilia Romagna e Lombardia. E questo a fronte di una popolazione straniera, regolare e non, che dovrebbe coprire una quota di circa il 10% del totale della popolazione. "Questo significa - commenta Paolo Caratossidis, coordinatore nazionale di Forza Nuova - che gli stranieri coinvolti in incidenti sulle strade sono in proporzione doppia rispetto alla popolazione".
    “Pochi mesi fa eravamo intervenuti per denunciare l’incidente causato da un marocchino ubriaco in cui un giovane padovano, Simone Bacchini, aveva perso la vita” interviene Andrea Minchio , coordinatore regionale di Fn - “gli immigrati ed i neocomunitari alla guida sono spesso pericolosi sia per gli altri che per loro stessi anche perché guidano spesso sotto l’effetto di alcol o droghe”.
    “Per contrastare questo grave fenomeno che continua a causare tragedie, sono necessari severi controlli sul mercato delle patenti false con cui innumerevoli immigrati circolano sulle nostre strade e una seria politica che blocchi l’immigrazione che sta portando in Italia persone che non sono in grado d’integrarsi nel tessuto sociale nemmeno nell’aspetto basilare della circolazione”.

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  20. Bisognerebbe ricordarsi di quando i francesi ci chiamavano "Ritals".

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