lunedì 12 luglio 2010

Perchè la Spagna ha vinto e noi abbiamo perso

La Spagna calcistica è campione del mondo e la nazione ha dimenticato le sue divisioni, che non sono da poco, basti pensare alle questioni basca e catalana, per stringersi attorno al suo team vincente, il che significa anche poter andare in visita da un re molto informale in informale maglietta. Gli spagnoli sono vincenti in moltissime discipline sportive e prima o poi bisognerà chiedersi cosa c'è nell'aria che respirano tanti campioni, da Rafa Nadal alle Furie Rosse fino a Fernando Alonso, Jorge Lorenzo, Daniel Pedrosa e gli assi del ciclismo. Io un'ideuzza ce l'avrei. Si chiama democrazia.
Non che la democrazia sola produca campioni sportivi. Anche le dittature in passato ne hanno sfornati, basti pensare alle mostruose ginnaste rumene o alle nuotatrici della Germania Est, molte di queste morte in seguito alle cure ormonali subite per pomparle come degli omini michelin. Però alle Olimpiadi razziste di Berlino di Adolf Hilter vinse il nero Jesse Owens.
Per essere orgogliosi di giocare o correre per una nazione, comunque, bisogna esserne fieri, bisogna sentire di appartenervi.

Nel caso specifico, usciti da una lunghissima dittatura anche se ha molto tempo oramai, gli spagnoli sono ancora in fase di innamoramento con la democrazia ritrovata, la bramano e la ricoprono di attenzioni. E' una di quelle relazioni felici che durano nel tempo. E' un sentimento positivo che si ripercuote anche sulle vittorie sportive.
Altri paesi, come il nostro, tanto per citarne uno a caso, trattano invece la democrazia come una vecchia moglie sfiorita delle cui sorti non ce ne può fregare di meno. Non è neanche disamoramento, è proprio ostilità, desiderio che crepi prima possibile. Perchè quindi faticare tanto per questa vecchia babbiona dell'Italia?

Nel giorno della finale dei campionati del mondo sudafricani ho visto l'ultimo film di Clint Eastwood, "Invictus", ovvero "l'invincibile", apologo dello sport come potente mezzo per riunificare le nazioni, squisito atto d'amore per la democrazia ed inno alla politica lungimirante del Leader con la elle maiuscola, qui il Nelson Mandela appena eletto presidente del Sudafrica.

Nel 1995 Mandela è desideroso di far superare al suo popolo il trauma dell'apartheid cercando qualcosa che unisca bianchi e neri in una vera rinascita nazionale e trova il modo di concretizzare la sua visione negli imminenti campionati del mondo di rugby e nel riscatto della squadra tradizionalmente simbolo dell'apartheid, gli Springboks. Squadra di tutti bianchi ed un solo nero, regolarmente fischiata a sangue dai neri anche quando rappresentava il Sudafrica in ambito internazionale; compagine in crisi e dalla voglia di vincere ormai spenta, il cui capitano sarà letteralmente illuminato dall'incontro con l'anziano leader, sì da trovare la forza di riscattare l'onore della squadra e ritrovare la voglia di vincere. Anzi di sbaragliare ogni avversario con un coraggio da spartani alla battaglia delle Termopili. Con la differenza che qui non vincerà Serse ma Leonida.

Sappiamo fin dall'inizio, anche perchè si tratta di una storia vera, che l'idea di Mandela sarà vincente e gli Springboks annienteranno in finale i mitici AllBlacks nonostante la spaventosa forza evocativa della haka propiziatoria dei neozelandesi e una quasi disperante disparità di forze.
Il finale è certamente scontato ma il film serve a spiegarci cosa rende una squadra vincente e una nazione vittoriosa anche in condizioni difficili, siano queste una faticosa riunificazione o una crisi economica.

Pensando agli ultimi mondiali ed alla figura cacina rimediata da noi, pur camponi del mondo laureati sotto il cielo azzurro di Berlino se ci lasciamo ispirare da Clint è facile capire perchè siamo stati cacciati fuori al primo turno.
Non siamo una nazione unita, tanto per iniziare. Abbiamo la peste leghista che rema contro, che tifa contro, il trota-beota che annuncia che tiferà per una fantomatica nazionale Padana invece che per i campioni del mondo italiani.
Siamo una nazione divisa. Ricchi contro poveri, berlusconiani contro antiberlusconiani e lui, il presunto leader è uno che in qualsiasi altro paese sarebbe associato alle patrie galere per attentato alla Costituzione ed all'unità nazionale. Uno che se ne frega perfino della sua squadra di famiglia, che la lascia agonizzante in mezzo al campo, vittima anch'essa della sua ossessione ormai monotematica di distruggere tutto, in Attila mode, pur di salvarsi il culo da processi che sa benissimo saranno inevitabili come il giorno del giudizio.

Berlusconi è uno che come apre bocca divide, crea steccati, apre crepacci che separano interi settori della società. E' profondamente antidemocratico e, cianciando d'amore, sparge odio come un Canadair sopra un incendio boschivo. C'è qualcosa di profondamente etico nel fatto che il destino ha voluto non potesse pavoneggiarsi con la coppa del mondo. E' giusto. Lasciamo pure che blateri millantando un suo merito inesistente nella vittoria spagnola. Ormai conosciamo i termini del delirio.
Eh si, l'Italia non aveva proprio i requisiti per spingere una squadra alla vittoria. Una nazione a pezzi in balìa di una banda di criminali può sperare solo in un intervento della divinità in persona.
Cannavaro è un grande capitano ma purtroppo, parlando di anziani leader, non ha trovato un Mandela a consigliarlo, ma solo un Berlusconi qualsiasi.

8 commenti:

  1. ho visto il film qualche mese fa,l'ho trovato molto bello.
    e' un film quasi banale nella sua semplicita',ma propprio qui sta la sua forza, un film educativo che anche un bambino capisce,d'altronde e' da sempre che le ricette piu'semplici sono anche le piu'efficaci per risolvere problemi che sembrano insormontabili,un inno alla natura umana in quanto tale sia per le problematiche che nelle soluzioni.
    a berlusconi di umano e' rimasto solo il lato artificioso,la falsita', l'inganno,il sospetto,l'egoismo,l'individualismo portato all'eccesso,e cio' si riflette nella societa' civile ,compreso lo sport,ma il suo e' un disegno ben studiato.
    DIVIDE ET IMPERA

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  2. Sonia07:53

    sono pienamente d'accordo con te!

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  3. anche io penso che la situazione politica influenzi pesantemente la credibilità e la forza per battersi di una squadra. Bellissimo post, certo che accostare Mandela a Berlusconi... ;)

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  4. aldila' delle farneticazioni da magalomane ( http://www.giornalettismo.com/archives/72077/berlusconi-ho-inaugurato-politica/ )del folle piu' folle dopo caligola,a me fan tremare i polsi le dichiarazioni della marciagaglia,che denotano l'incapacita' della nostra classe dirigente di fare dichiarazioni propositive oltre i luoghi comuni.

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  5. Gli spagnoli sono al loro primo titolo mondiale,noi al quarto.Senza dimenticare che i primi due (1934-1938)sono stati vinti con Mussolini al potere.
    Il calcio è un gioco che ad alcuni piace e ad altri meno,per me si ferma tutto lì.
    Se avessimo vinto i Mondiali a nessuno di coloro che non approvano Mr B. (per usare un eufemismo)sarebbero venuti in mente questi arditi paralleli. Neppure a te,o sbaglio?

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  6. @ Lanza
    Mira amigo, non vorrai miga paragonarme Benito con este hijo de gran puta del nanito?

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  7. non sono sicuro che la nazionale italiana abbia fatto la brutta figura a causa della situazione politica italiana, perchè è capitato per esempio all'argentina di vincere in piena dittatura

    è vero però, e questo è innegabile, che in questo momento il senso nazionale, il sentirsi italiani è molto, molto debole

    molta opinione pubblica a nord del po ma anche sotto non crede nella possibilità di salvezza per tutta l'italia, ma solo, forse, per il nord, se riesce a staccarsi (non scrivo che sia giusto, ma che sia questo il pensiero che circola nessuno lo può negare)

    inoltre, è vero anche che la società italiana pare sfilacciata, sfibrata dalla sfiducia verso la classe dirigente, causa la frequenza inusitata di farabutti e ladri che la fanno franca e che la faranno sempre più franca

    è molto cupa l'italia di oggi, ed è, forse, senza speranza e, quindi, è possibile leggere anche da questa angolazione non l'insuccesso calcistico, ma il fatto che molti, tutto sommato, lo considerino il giusto suggello a tutto il resto

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  8. Anonimo22:59

    Hai centrato perfettamente nel segno, anche se non necessariamente la situazione di sbando del belpaese si tramuta in insuccessi sportivi.

    In particolare mi piace il paragone con la Spagna, perché è un Paese che sto frequentando da un po’ di tempo per motivi di lavoro; ne avevo un ricordo tetro di quando ragazzino (anni ’70, regime franchista) la visitai con i miei genitori e fui colpito dalla miseria che aleggiava un po’ ovunque. Ci ho rimesso piede dopo quasi 40 anni ed ho riscontrato la realtà di quello che si vedeva e leggeva da alcuni anni sui media e che veniva riportato da tanti giovani italiani (laureati o meno) “fuggiti” in quel Paese negli ultimi tempi (ogni tanto penso che chiederei volentieri asilo politico alla Spagna).

    Ora si dice che la Spagna sia in crisi, che versi in una situazione peggiore dell’itaGLia (20% tasso disoccupazione, contro 9% itaGLia etc etc); non so se gli indicatori (economici e che perciò a mio avviso lasciano il tempo che trovano) corrispondono alla situazione reale o sono frutto dell’ennesimo magheggio del circo barnum; fatto sta che la Spagna è un Paese, è orgogliosa di esserlo ed il cemento che l’unifica è anzitutto “culturale” (inteso in senso lato), mentre ormai noi non siamo che un’accozzaglia mal assortita e peggio unita, l’”inculturale” avanguardia dell’osceno ben descritta da Genna: e se 150 anni non sono bastati allo scopo, è inutile riempirsi la bocca di stomachevole retorica sull’obbligatorietà dell’inno di mameli, su mini-naja etc o sgolarsi ad un’inutile (nel caso del belpaese) vittoria ai mondiali di calcio, quando 2 secondi dopo siamo in grado di metterla a ferro e a fuoco questa repubblica delle banane: è completamente sparito qualsiasi rispetto per le cose – fuorché per la propria “robbba” – e per l’altro e qualsivoglia residuo di senso civico: il nanerottolo ha vinto la propria battaglia “culturale”.

    C’è un fondo di verità nelle parole di Scelba che, a chi gli obiettava gli eccessi delle forze dell’ordine nella repressione degli autonomisti Sud-Tirolesi (anni ’60) rispondeva: la polizia mena in tutta Europa (i membri della banda Baader – Meinhof in Germania effettivamente non sono morti di sonno, la Guardia Civil non avrà trattato coi guanti di velluto gli Autonomisti Baschi etc: il potere è potere dappertutto);

    però un paese in cui si sono succedute senza soluzione di continuità - in epoca “democratica” - stragi di stato, strane morti nelle carceri, caserme o manifestazioni (Pinelli, Serantini, Kerschbaumer, Gostner, Hoefler, Masi, Rasman, Aldrovandi, Sandri, Cucchi e tanti tanti altri), manganellate a go-go in pacifiche manifestazioni per l’affermazione dei propri diritti – Chiaiano, No TAV, No Dal Molin: manganellare i terremotati dell’Aquila ha superato ogni decenza - non penso che sia un paese normale ma penso che sia più simile ai paesi latino-americani “vecchio stile” (perché in tante cose, specie nei fremiti di libertà, questi sono ora anni luce avanti a noi).

    Per concludere sulla Spagna: mi è capitato di essere fermato alla guida dalla Policia Local e dalla Guardia Civil: non ho mai avuto timori; non altrettanto posso dire delle Bananas.

    Avenarius

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