venerdì 4 marzo 2016

La riforma dell'uterinesimo

"Anche Gesù aveva due papà"
"Il dottor Voronof ha già annunziato la possibilità dell'innesto delle ovaie. Una nuova strada commerciale aperta all'attività esploratrice dell'iniziativa individuale. Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l'organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l'eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. Venderanno la possibilità di diventar madri: daranno fecondità alle vecchie gualcite, alle guaste signore che troppo si sono divertite e vogliono ricuperare il numero perduto. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch'essi, prodotto genuino dell'azienda dei surrogati umani, necessari per tramandare la stirpe dei pizzicagnoli arricchiti. La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce.
La vita, tutta la vita, non solo l'attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell'attività, si distacca dall'anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno." 
Antonio Gramsci
(6 giugno 1918) tratto da "Merce" in "Sotto la mole 1916 - 1920".

Questo brano di Gramsci, pubblicato da Gennaro Scala su FB (grazie) e che ho rilanciato su Twitter lunedì scorso ha avuto uno straordinario successo. Non solo, penso, per la straordinaria attualità del contenuto nonostante i quasi cent'anni di età ma perché qualcuno avrà pur paragonato queste parole a quelle che ormai vengono pubblicate sul giornale che proprio Antonio fondò. Per esempio queste, pubblicate dopo l'approvazione della legge Cirinnà, dall'on. Concia:


Vedete dove si vuole arrivare. Si parte con i buoni propositi del far cessare la discriminazione nei confronti di una minoranza, poi, approfittando del tempo di guerra, si finisce per strafare e passare oltre, decidendo di cambiare anche ciò che non chiedeva affatto di essere cambiato. Gli dai un dito e ti infilano un braccio, se mi permettete la volgarità.
A proposito, sapevate che, contemporaneamente all'Italia, anche il parlamento portoghese in febbraio è stato impegnato nell'approvazione di una legge sui diritti civili che comprende - a differenza, per ora, della legge italiana - anche le adozioni da parte di coppie omosessuali? Due paesi periferici, oppressi dal tallone di ferro dell'austerità che, invece di impegnarsi per risolvere il problema principale della loro crisi di sovranità e dell'attacco alla libertà ed al benessere dei propri cittadini, vengono obbligati ad infilare il piede di porco nei reciproci ordinamenti per scardinare alcuni principi costituzionali fondamentali, con la promessa-minaccia di non fermarsi lì ma di andare oltre, e pretendendo oltretutto la riconoscenza da parte dei cittadini, come fa, bullandosene, l'onorevole di cui sopra e con la benedizione delle istituzioni EUgenetiche che "ce lo chiedono".
Posso dire che questa tattica di imposizione ed intromissione sempre più pressante nel privato da parte di queste guardie rossogaie non mi piace proprio per niente e che lo trovo anche abbastanza inquietante?

Allo stesso modo non mi garba nemmeno un po' il revisionismo busone che, non solo prontamente rilegge la fiaba iniziatica (e massonica) di Pinocchio in chiave di "prima apologia della stepchild adoption" ma utilizza la metafora cristologica per il luogocomunismo iconoclasta sui "due papà" (come nel manifesto della sinistra portoghese qui sopra), riducendo il Sacro alla favoletta gender del "Gesù che nacque con fecondazione eterologa" ed ebbe appunto due papà. A questo punto perché non immaginare che prossimamente i re magi, unitisi in un matrimonio a tre in Thailandia, risulteranno essere andati a Betlemme a ritirare il loro pargoletto a progetto dalla surrogata Maria?
Questa derisione del Sacro, che dovrebbe essere rispettato anche in regime di laicità, di sottomissione del metafisico all'ultrafisico è qualcosa di assai sospetto, perché la sua giustificazione rimanda ad una delle frasi più ambigue della storia, il famoso "fa ciò che vuoi".
Ad una prima impressione pare trattarsi nient'altro che dell'esortazione agostiniana, e difatti chi reclama i suoi "diritti" per sé e per i propri compari - allo stesso tempo in cui li nega agli altri da sé, per esempio nell'abito economico - lo fa con il pretesto dell'amore e della bontà che, in base ad una legge non scritta del loro pensiero magico, dovrebbero sempre trionfare.
Tuttavia è evidente che il motto scelto dal prete operaio può finire per incarnare benissimo l'idea del godimento illimitato, principio fondante del postcapitalismo di cui egli vorrebbe essere l'antitesi, per non parlare del "fa ciò che vuoi", inteso come "divieni ciò che sei" (e non porti alcun limite) di un satanista come Aleister Crowley. Siamo quindi nel regno del pensiero e dell'azione borderline che amplifica e riverbera il caos odierno, confondendo il sacro e il profano in un ambiguo gioco di chiari e scuri.

Strane consonanze
L'ambiguità, del resto, il volere tutto ed il suo esatto contrario al medesimo tempo, il proclamare una cosa, come nell'incontro con il patriarca ortodosso Kirill e rimangiarsela già sull'aereo del ritorno, è una delle caratteristiche principali del papato gesuitico-quantistico di Francesco, che non "si immischia" nella questione dei figli surrogati, i bambini-merce di Gramsci, forse perché ha un concetto della maternità assai mondano ed EUgenico:


La questione della maternità surrogata è maledettamente seria perché mette in discussione, come ricorda un Gramsci in grado di immaginare solo una piccola parte di ciò che verrà, il concetto di mercificazione dei corpi ed apre la strada a pratiche che, più che ad un orrendo futuro fanno riferimento ad un già vissuto orrendo passato. Stanno infatti comparendo le prime soccorsorossine che, poverette, come s'offrono di concepire e scodellare, per pura generosità, un figlio per gli omogenitori per forza. Esse non trovano niente di male nel mercimonio effetto collaterale dell'uterinesimo, anzi: "Perché l'utero non si potrebbe noleggiare?,  scrive la Guzzanti (sottinteso: o vendere come un rene, concetto ribadito anche dalla Bonino, colei che gli uteri più che altro li svuotava). Tutto in nome dell'amore e con quel vago sentore e retrogusto di "quel che mio è tuo" di kolkoziana memoria.

La realtà è ben diversa. Andate sul sito delle maternità a progetto, uno a caso, e, scansati gli inni alla presunta libertà di scelta ed autodeterminazione di queste donne, ancora per la maggior parte purtroppo attratte più che altro dal vile denaro in palio, ascoltate gli omogenitori (guarda caso italiani) che, con le sciarpette a specchio, parlano della "loro surrogata", come una volta i miei vicini ricchi avrebbero parlato della loro "tata" e facendo pesare al mondo intero 'sti marmocchi come se i dolori del parto li avessero provati loro. Tifo accanitamente per il trapianto dell'utero (e per l'aborto dal barbiere) affinché anche loro provino finalmente le varicose e le emorroidi stile grappolo prossimo alla vendemmia. Ah, dimenticavo, io smetterò di chiamarvi busoni quando voi la pianterete di chiamarci surrogate, neanche fossimo fatte per l'80 per cento di cicoria.

Quando cresceranno, questi poveri cuccioli comperati un utero qui e un ovulo ululà (giusto per diluire al massimo la responsabilità materna e scongiurare l'attaccamento), non è che potranno ritenersi tranquilli. Come gli altri bambini delle coppie, diciamole, naturali, se manifesteranno qualche normalissimo ondeggiamento tra i generi, magari ad appena cinque anni quando l'identità sessuale è in una primissima fase formativa, rischieranno di vedersi bollare come bambini transgender e potranno entrare in un programma di riassegnamento di genere, dopo una bella diagnosi di disforia sessuale, una delle tante malattie quasi inesistenti che riempiono i manuali di psichiatria moderna.
Il bimbo trans avrà magari una mamma (nel senso di donna) o una babba o un mammo che, con un atto di puro amore, s'intende, gli siringherà nella coscia mille dollari di ormoni alla volta per bloccargli la pubertà, regalandogli un bel tumore da sviluppare in seguito quando vorrà. "Mamma, grazie!"


Oppure, oltre a subire le pere di ormoni, potrà ritrovarsi in una bella clinica che vanta decenni di esperienza nel "riassegnamento di personalità". (Ragazzi, si ha voglia a sforzarsi di non essere complottisti, ma nominare il Tavistock, con la nomea che si ritrova, significa proprio cercarsela.)



Ricordate quando, ai tempi delle ginnaste romene e delle nuotatrici della Germania Est degli anni settanta, l'Occidente distoglieva lo sguardo con orrore da queste disumane pratiche comuniste, condannandole senza appello?
Ora lo stesso Occidente votato al culto della femminilità intesa come passività, coltiva in serra bambini iperfemminilizzati da conservare il più a lungo possibile nella formalina di un'infanzia artificialmente ipersessuata e li celebra su tutti i media come una cosa assolutamente normale e moderna, magari mentre bacchetta le mamme orgogliose che pubblicano le foto dei loro pupi naturali, schietti, nel senso di maschietti e femminucce modello base sui social network, perché ce stanno i pedofffili!!!
Perché, il bambino transgender, questo orripilante piccolo puttanello, non assomiglia terribilmente al compimento del perfetto sogno pedofilo e, voglio esagerare nel pensar male, all'ideale sposa bambina ed allo schiavetto androgino al servizio dei califfi del nostro prossimo futuro assegnatoci di passive? Quel futuro dove la riforma dell'uterinesimo imporrà un utero a tutti, soprattutto agli uomini.

lunedì 29 febbraio 2016

Il merito al tempo degli Oscar

A proposito degli Oscar, chi e cosa si premia oggigiorno? Si premia il merito, la bravura o forse più l'utilità allo scopo, condita con la paraculaggine?
A leggere le cronache del giorno dopo sembrava di aver visto assegnare il Nobel per la Pace, ovvero il supertelegattonemao dell'ONU e delle altre cricche sovranazionali. Premio per la Pace che ormai viene assegnato senza alcun pudore agli imperatori, ai loro famigli che si adoperano per la pace fomentando la guerra (giustamente) e ai vari personaggetti esotici da un quarto d'ora di vita che servono da serve per alimentare il frame del momento. Oltre che, a rotazione, alle varie ONG per i diritti, per i rifugiati, eccetera. Praticamente un premio aziendale, un pacco dono ai figli della vedova nella versione politically correct della Befana fascista.

Anche il Premio Nobel classico, quello serio, ormai non è più se non raramente celebrazione della pura sci-enza e del genio ma è piuttosto l'occasione per chi finanzia la ricerca di marcare il territorio e fornire un indizio per capire quali sono le ricerche che soddisfano gli interessi delle corporation che formano i vari complessi industriali e militari. Interessi che potrebbero benissimo non coincidere con quelli dell'umanità. 

Se parliamo di interessi entra in gioco la propaganda ed ecco che, nell'ambito degli Oscar, il cinema, come tutti i mezzi di comunicazione di massa, ha un ruolo importantissimo ed è in grado di tracciare il solco, soprattutto se nella serata ci infili il divo televisivo, la rockstar e tutto quanto fa spettacolo. Che ormai i divi e le dive dell'industria dello spettacolo siano stati arruolati e siano impegnati a pieno regime a fabbricare, con le loro manine sante, i proiettili per la guerra psicologica lo abbiamo visto recentemente anche noi nel nostro piccolo provinciale con l'infimo Sanremo dei nastri multikulticolor.

Il cinema propriamente detto, inteso come forma espressiva della creatività umana dispiegata in ogni sua potenzialità e grado di libertà sta comprimendosi in una gabbia dove gli argomenti da trattare e il modo in cui vengono accomodati provengono tutti dal grande librone di cucina del Grande Fratello: i diritticivili, il meticciato, il biancobbrutto, l'ammoregay, il globbaluormin, i porimigranti. Ciò vale per il cinema commerciale che si autocelebra agli Oscar ma anche per i cosiddetti indipendenti, che finiscono anche loro per istituzionalizzarsi nella melassa buonista.
In fondo è un bene ed è significativo che la pomposa Academy non abbia mai premiato in vita uno di passaggio come Stanley Kubrick. Uno che ha tirato le più dolorose rasoiate all'ipocrisia del mondo.

Chi è stato premiato dunque, ieri sera? Le cronache ci dicono soprattutto il maestro Morricone, il cui Oscar viaggiava con almeno cinquant'anni di ritardo ed è infine giunto a 87 anni dopo il contentino dell'Oscar alla carriera di qualche anno fa, e Leonardo Di Caprio, che ormai ci stava facendo una malattia ed è stato accontentato. Ma il chi non importa, è interessante il come ed il perché di questa immensa paraculata dove il cinema ormai è un dettaglio. Un tenero acquerello oppresso da un'enorme ridondante cornice.

Prima della premiazione c'era stata la prova microfono per i piagnistei delle solite minoranze piagnone. "L'Oscar è troppo bianco!", gridarono i soliti attivisti della negritudine convinta della propria superiorità razziale senza che nessuno ne ravvisi mai il razzismo che sconfina in un hate speech che, se fosse agito al contrario, farebbe scattare tutti gli allarmi. Ebbene, chi è stato chiamato a presentare la serata? Un afroamericano, Chris Rock, che, oltre alla recitazione del mantra sulle "stesse opportunità", ha giustamente ricordato ai fratelli che negli anni 60 c'era la vera discriminazione, non certo oggigiorno.
A leggere le trame dei film nominati e soprattutto la loro presentazione al pubblico, ovvero la motivazione per la quale si dovrebbe andarli a vedere, si capisce che ognuno di essi rappresenta una pedina in un gioco assai equilibrato ed equilibristico di colpetti ai cerchi e alle botti della propaganda. Si parte da buoni propositi ma si finisce nel tritacarne del buonismo e della paraculaggine hardcore. 
La migrante che il destino cinico e baro fa ritornare al suo paese in "Brooklyn"; i soliti noti loschi trafficoni di Wall Street di "La grande scommessa", che tutti sanno quanto siano dannosi però nessuno fa mai niente per fermare.
La grande rentrée nell'immaginario collettivo in "The Martian" del mito dell'astronauta, qui abbandonato all'autogrill su Marte dall'equipaggio multikulti (c'è pure il tedesco zuccone) della sua missione e costretto a mangiare patate concimate con la sua pupù, in attesa di essere salvato da un'alleanza tra NASA e agenzia spaziale cinese che in quattro e quattr'otto realizza l'elasticone che sparerà la sua astronave indietro a riprenderlo. Vuoi non salvare un poro migrante con uno Spazio Nostrum interplanetario? La fantascienza qui consiste nell'aver trovato i fondi per l'operazione. E salutiamo anche l'anima di Ridley Scott, volata nella collezione privata di chi riesce a comprarsi tutto.

"The Danish Girl" invece parla del primo trans della storia ma, ovviamente, diventa una grande storia d'amore tra il tizio che diventa tizia e la moglie di tizio che gli rimane accanto nonostante tutto. Ovvero: la celebrazione della femminilizzazione e della bellezza dello scambio di trucchi tra coniugi. Sarebbe una bella storia se non cercassero di farla passare come l'unica forma veramente nobile di amore. Anzi, di ammore. L'ammore vero è quello gay perché è amore sofferto. 
Notoriamente noi etero riusciamo a scoparci tutti coloro che ci piacciono, siamo sempre ricambiati, non sbagliamo mai un colpo, nessuno ci lascia e le lacrime d'amore non sappiamo nemmeno cosa siano.
Ma si parlava di piagnoni e a quelli che manovrano i bamboccini sul palco non interessa l'omosessualità vera, quella maschia, da combattimento ed eroica celebrata fin dall'antichità, ma la frociaggine, la passività da eccesso di estrogeni  di una società non solo femminilizzata ma perennemente premestruata. I veri omosessuali dovrebbero aborrire questo inno all'estinzione, nonostante l'ipotesi madri surrogate.

Scorrendo i titoli dei video pubblicati sul sito di Repubblica a commento della notte degli Oscar appena conclusasi si capiscono tante altre cose.
"Lady Gaga canta contro la violenza sessuale". E' ovvio. Immaginate una cantante che ne canta a favore? 
"Spotlight", il produttore: "Papa protegga i bambini" Poteva mancare la mazzata al cattolicesimobrutto del filmone inchiesta, con la scusa inattaccabile della pedofilia?
Sam Smith dedica la statuetta alla comunità Lgbt. Il cantante inglese fa coming out sul palco avvinghiato al moroso (presumo), ed è premiato per una canzone strappapelipubici utilizzata come colonna sonora dell'ultimo James Bond, che è troppo maschio e forse sarà sostituito con un altro attore più sapiosexual e in linea con lo Zeitgeist della resa incondizionata. Nello stesso film, infatti, ad un certo punto, il grigio burocrate inviato da una losca entità sovranazionale denominata Spectre ad eliminare l'MI6 e creare un unica intelligence globale, commentando con M le reticenze di alcuni servizi segreti nazionali nei confronti della cessione di sovranità (!), dice, tra una velata minaccia e l'altra ai riottosi: "Presto anche il Sud Africa vedrà la luce". Più chiaro di così.

Ed inoltre: il regista premiato Inarritu poteva esimersi dall'affermare "Basta con i pregiudizi sul colore della pelle"? Ancora? Vale anche il bianco o quello non conta?
E Di Caprio, stringendo la concupita statuetta ottenuta chissà dopo quali riti di iniziazione tipo Skulls & Bones, bevuta dal teschio inclusa, e in attesa del corriere che verrà a ritirare l'anima probabilmente venduta al diavolo pur di ottenerla e dopo essere passato anche da Papa Francis per sicurezza (Leo, si scherza), poteva non menarla con il globbaluormin?
Di Caprio per l'ambiente: "La Terra è sotto minaccia"  Che bravo bambino, come Obama. 

venerdì 26 febbraio 2016

Vota bertoloso


E' la versione italiana della situazione Hillary. Possibile che, con tutte le donne americane brave, competenti e altrettanto immischiate negli sfaceli della politica e del potere, si dovesse andare a scartavetrare il fondo della petroliera per raccattare la morchia Rodham-Clinton?

Che il repêchage del signore oscuro dei disastri sia veramente quel progetto diabolico per perdere, come dice Alessandra nella parte del bimbo troppo sincero della favola? 
La mossa bertolosa è sconcertante da qualunque punto di vista la si osservi e non c'è Schrödinger che tenga. Non avetecela con lui, però, por'omo, è solo quello giusto al momento giusto. Ovvero è il meglio che si è trovato, per esperienza e competenza, per gestire l'epoca dell'economia dei disastri.

Eccovi quindi una piccola antologia in guisa di curriculum del candidato ufficiale, ufficioso e bertoloso del centrodestra, per le prossime elezioni a Sindaco di Roma. 
Parafrasando un noto regista scomparso (da quando è al potere la sinistra): "Con questa destra non andremo mai da nessuna parte."

E, a proposito di fuorionda malandrini: Peccato, non è successo niente

martedì 23 febbraio 2016

Qualcosa di molto strano sta accadendo in Svezia


Vi propongo un riassunto della lunga intervista pubblicata su Zerohedge al Dr. Tino Sanandaji, economista di origine curda emigrato in Svezia all'età di nove anni, ricercatore presso le università di Chicago e Stoccolma ed esperto di politiche dell'emigrazione. E' un testo assai interessante, che vi invito a leggere integralmente in originale, perché rappresenta uno sguardo scientifico e razionale su un problema che troppo spesso viene caricato ad arte dalla propaganda di valenze emotive atte a falsarne la percezione. Si tratta qui invece di una pura analisi descrittiva di fatti e dell'interpretazione delle loro possibili conseguenze. A voi, dopo esservi resi conto delle troppe dissonanze nel canto delle sirene mediatiche dell'accoglienza TINA, il compito di cogliere gli ampi suggerimenti forniti dall'articolo su chi o cosa possa aver interesse a smantellare un certo tipo di società che erano occorsi secoli per costruire, per sostituirla con qualcosa che può essere descritto solo con le parole caos e povertà. Sono certa che alla fine sarà tutto più chiaro.

La prima domanda dell'intervistatore riguarda il passato e quale cambiamento possa essere avvenuto negli ultimi tempi riguardo all'immigrazione in Svezia.
Nella metà degli anni novanta l'immigrazione nel paese scandinavo era già consistente ma nella maggior parte dei casi non pareva causare grossi problemi di convivenza tra le diverse etnie. Le ragazze mediorientali, ad esempio, vestivano e si comportavano come le coetanee svedesi. Tuttavia, negli anni novanta gli immigrati erano solo il 3% della popolazione ed il tipo di società che li accoglieva era in grado di isolare e gestire i problemi che potessero eventualmente insorgere.
Ora quella cifra è diventata il 13-14% e sta crescendo attualmente dell'ordine di 1-2 punti percentuali rispetto all'anno passato. La novità è che cresce anche il gap tra le comunità in termini di reddito, disoccupazione ed educazione, il che rappresenta il punto critico a causa del quale una società può andare in pezzi, come vedremo.
Vi è ancora un gran numero di iraniani, iracheni, bosniaci e di altre etnie, immigrati di lungo corso che sono ben integrati, occidentalizzati e che parlano svedese fluente. E' un gruppo perfino più numeroso di quello formatosi negli anni novanta ma, accanto ad esso, è comparso un altro gruppo che sta crescendo rapidamente e che vive nei ghetti, non parla svedese, non si sente parte della società perché disoccupato e marginalizzato.

Secondo il Prof. Edward Lazear della Stanford Business School, l'integrazione è una funzione della dimensione del gruppo sociale. Con piccoli numeri di immigrati è possibile la loro interazione con gli autoctoni, l'apprendimento della lingua del luogo, l'assorbimento dei valori della società ospitante in un processo che è dolcemente graduale. Quando però il numero di immigrati raggiunge un valore di massa critica, l'immigrato non desidererà più integrarsi ma rimarrà chiuso nella sua comunità, lavorando ed interagendo solo con i suoi simili, non sentendo più il bisogno di imparare la lingua del paese ospitante e, tanto meno, di accettarne la cultura. In questo secondo caso l'integrazione diventa assai difficile per non dire impossibile, e il problema diventerà sempre più ingestibile per le comunità accoglienti, all'aumento del numero degli immigrati, con effetto cumulativo.
Attualmente il gruppo etnico non-svedese rappresenta il 22% della popolazione ma potrebbe diventare il 35-40% nei prossimi trent'anni. Questo ovviamente ipotizzando, ottimisticamente, lo stop all'immigrazione selvaggia - già iniziato, per altro - e un ritorno alle percentuali di afflusso dei decenni passati. 
Tuttavia, nelle grandi città come Malmö, gli immigrati rappresentano già il 50% della popolazione ed è dimostrato che, quando la loro percentuale raggiunge una certa cifra, si assiste alla "fuga dei bianchi", ovvero dei nativi svedesi che abbandonano i luoghi ormai dominati dagli stranieri e si trasferiscono altrove (cfr. la fuga degli ebrei a causa dell'ostilità crescente delle comunità islamiche sempre più numerose nelle città europee che io e Federico Nero abbiamo descritto in questo precedente articolo).
E' sorprendente peraltro come questi svedesi, nonostante siano in pratica costretti ad abbandonare il loro territorio, continuino a conservare un'immagine positiva del multiculturalismo. Il che aprirebbe un interessante dibattito parallelo sul potere del condizionamento subito dagli europei nel dopoguerra da parte dei valori presentati come "positivi", "progressisti" "moderni" e di "sinistra" e lo stigma invece nei confronti, ad esempio, del nazionalismo. Un bel caso di desiderabilità sociale del quale magari  parleremo un altra volta.

Tornando all'intervista con Tino Sanandaji; rispondendo alla domanda che evoca uno degli argomenti più potenti presentati dalla propaganda multikulti al servizio del sostituzionismo, e cioè il problema del calo di natalità in Europa e della necessità di importare "nuovi europei", lo studioso rivela che, in realtà, la Svezia non ha affatto un problema di denatalità, come l'Italia, ad esempio. Tutt'altro. Negli ultimi 200 anni, tranne quattro, la Svezia ha registrato un surplus di natalità, persino escludendo gli immigrati. Gli svedesi, intendendo con ciò gli autoctoni, non sono mai stati tanto numerosi. Inoltre, la Svezia possiede un alto tasso di crescita pro capite, proprio grazie all'alto tasso di natalità.
In pratica, nonostante i proclami allarmistici (e dalla foltissima pelliccia) dei ben noti studi demografici dell'ONU, la Svezia non avrebbe alcun bisogno degli immigrati. Tuttavia l'afflusso di sempre nuovi stranieri (è indifferente a questo punto se rifugiati, migranti o profughi, vista l'evidente strumentalizzazione che viene fatta di questi termini) è così alto che il governo ha dovuto porvi rimedio, imponendo controlli sempre più stretti alle frontiere. L'azione del governo, inoltre, non è nata da un capriccio o da una pura questione di numeri ma dal fatto che la massa critica di immigrati ha iniziato a provocare gravi problemi di ordine pubblico, come quello tristemente noto alle cronache dell'epidemia di stupri.

Ricapitoliamo. La Svezia è un paese ricco, che fa parte della UE pur mantenendo la propria sovranità monetaria. Possiede ancora oggi uno dei più efficaci sistemi di welfare, non ha problemi di denatalità e il suo PIL pro capite è più che soddisfacente, confrontandolo con quello dei paesi dell'eurozona. Teniamo a mente questi parametri che ne fanno, di fatto, una ghiotto boccone per eventuali predatori.
Da Sanandaji apprendiamo che dalla condizione di surplus fiscale in tempi di recessione negli anni novanta, dopo che il governo svedese aveva apportato tagli e ricollocamento delle finanze statali tra i ministeri e aveva realizzato una pesante ristrutturazione del bilancio e del sistema bancario (da noi direbbero che hanno fatto le riforme), la Svezia è ora in deficit fiscale nonostante si trovi nel corso di una forte ripresa economica. C'entra qualcosa il fatto che sia in corso attualmente un forte aumento dell'indebitamento delle famiglie, tanto che il paese risulta il secondo più indebitato dell'OECD?
E ancora: le proiezioni governative sul PIL indicano che è previsto un tasso negativo del PIL pro capite per i prossimi anni. Dovuto a cosa? Esattamente alla presenza di troppi immigrati, che consumano ma non producono abbastanza. Un problema che è presente anche negli Stati Uniti, anche se non viene sempre discusso.
L'immigrazione rappresenta quindi un costo per i paesi ospitanti che, nel caso svedese, è stato calcolato sarà, dopo la crisi del 2015, superiore di svariate volte il bilancio della difesa per i prossimi anni, anche presumendo che un terzo dei migranti verrà nel frattempo rimpatriato. Solo il costo dell'immediata assistenza vale 1.5 punti percentuali di PIL, a fronte dell'1% speso per la difesa. Non solo, ma le cifre spese dalla Svezia e dagli altri paesi europei per l'emergenza immigrazione risultano superiori all'intero budget dell'UNHCR per tutti i 60 milioni di rifugiati del mondo. Accadono cose assurde in nome dell'emergenza. Ad esempio, 3.000 (falsi?) rifugiati in Svezia vengono alloggiati in tende che costano venti volte di più di quelle che in Giordania potrebbero ospitare 100.000 (veri) profughi.

Il costo più alto per il paese ospitante è rappresentato dai minori non accompagnati provenienti, nel caso svedese, soprattutto dall'Afghanistan, la maggior parte dei quali, ad un controllo accurato, non risultano nemmeno minori! In Svezia, per il fatto che essi ottengono maggiori benefici e maggiori risorse, il governo non ha sempre il coraggio di mettere in discussione la loro età effettiva. Al punto che 20-30.000 di questi "minori" ricevono di fatto più denaro di quanto ne riceva, attraverso gli aiuti internazionali,  l'intero Afghanistan, una nazione di 30 milioni di persone! Per far fronte a queste spese, ovviamente, si tagliano gli aiuti internazionali al Terzo Mondo fino al 30%. La cosa drammatica è che, per accogliere i rifugiati in Europa, (ovvero per questo costoso ricollocamento di popolazioni aliene a totale carico di quelle autoctone) si stanno eliminando i programmi di aiuto nei paesi di origine contro la fame, le malattie e il sottosviluppo, con conseguenze devastanti per chi rimane in quei paesi. Al punto che, è stato calcolato, solo con gli aiuti svedesi sottratti agli aiuti internazionali, si potrebbero salvare 20.000 bambini.
In compenso, continua Sanandaji, con l'accoglienza non stiamo salvando nessuno perché chi arriva in Svezia non proviene da zone di guerra ma dalla Turchia, dalla Germania o dall'Iran. E, ma questo noi lo sappiamo già, il 92% dei "minori" non accompagnati giunti l'anno scorso, è formato da maschi.

Si, sta effettivamente accadendo qualcosa di strano. Più della metà dei rifugiati del mondo sono donne. Nella seconda guerra mondiale, quando la Svezia accolse rifugiati dalla Finlandia, essi erano bambini, il 90% dei quali sotto l'età dei 10 anni. Questi invece sono maschi adolescenti o perfino più vecchi. Quando alcuni di loro vengono arrestati per qualche crimine si scopre che, nonostante risultino ad un controllo trentenni, venivano ancora ospitati in strutture e istituti scolastici per "minori". C'è questa strana dissonanza creata dai media per la quale essi sono ufficialmente minori e la cosa non la si può mettere in discussione pena l'accusa di fascismo. Però tutti possono vedere che sono adulti e che non provengono nemmeno da zone di guerra, visto che molti sono migranti economici provenienti dall'Iran, in cerca di una vita migliore.
D'altra parte, se attui una politica di porte aperte e incentivi gli afgani ad approfittare del sistema, come puoi biasimarli se lo fanno?  

L'immigrazione è anche responsabile, secondo Sananadaji, del declino del livello di istruzione scolastica nazionale e delle competenze della forza lavoro svedese. Cosa che mette in pericolo la competitività sul mercato internazionale di un paese che conta soprattutto sulla qualità tecnologica delle proprie esportazioni. 
L'immigrazione incontrollata quindi, a pensar male, potrebbe essere un metodo assai efficace per "fare le scarpe" ad un concorrente economico, impoverendone le risorse, abbassandone il livello di qualità produttiva e creando, non ultimo, nella sua popolazione autoctona un clima di shock culturale da impatto con stili di vita, costumi e religioni troppo distanti tra di loro ed imposti troppo alla svelta. Quello che descriveremmo, in pratica, fascisticamente, secondo l'élite, come il tipico effetto di un'invasione?

Se, da ultimo, osserviamo il livello di consenso verso l'immigrazione, ci rendiamo conto che essa è imposta dall'alto da un'élite che tenta di orientare l'opinione pubblica attraverso il controllo dei media. Gli ultimi sondaggi dimostrano che il 58% degli svedesi intervistati ritiene che la Svezia stia accogliendo troppi immigrati. Il principio dell'accoglienza assume la valenza di un credo religioso - e i suoi avversari vengono additati come eretici - ma un numero sempre crescente di cittadini non è più disposto ad accettarla. Forse perché si accorge del suo carattere profondamente elitario, dirigistico, antidemocratico e autorazzista. L'aumentare delle tensioni, lo scoppio della violenza, l'aggressività di alcuni gruppi (nei quali alligna e fa proselitismo la forma peggiore di fondamentalismo islamico) nei confronti della popolazione autoctona sta lacerando il paese e l'élite non è più in grado, di fronte all'evidenza, di mentire. Forse non riesce nemmeno più a nascondere i suoi piani di sottomissione di intere popolazioni.

La decisione di chiudere le frontiere in Svezia è giunta dopo che il paese è arrivato al punto di non ritorno di una situazione non più controllabile ed esso si trova tuttora in uno stato di shock e caos. Perfino il governo socialdemocratico ammette che se il flusso migratorio dovesse ricominciare occorrerà bloccarlo chiudendo ancora di più le frontiere. Ciò creerà maggiori problemi agli altri paesi europei, soprattutto alla Germania.
Secondo Sanandaji, ciò che accadrà la prossima estate sarà cruciale e ciò che accadrà in Europa dipenderà dalla decisione di Turchia e Grecia di limitare i flussi o meno. In Svezia la sinistra al governo è ai minimi storici di consenso a causa delle politiche di accoglienza sull'immigrazione. Se dovesse nuovamente imporla si andrebbe incontro ad una crisi di governo perché la popolazione non ne può più. La sostenibilità dell'immigrazione dipende dai suoi numeri. Un afflusso troppo imponente non ha altre conseguenze che un'impoverimento del paese accogliente con effetti ancor più devastanti a lungo termine. Forse addirittura la sparizione di un'intera civiltà.
Ma, un momento, non è forse proprio ciò che l'arma di migrazione di massa serve ad ottenere, se vi ricordate?

Gli svedesi hanno sempre detto che non avrebbero voluto diventare gli Stati Uniti ma ora, sostiene Sanandaji, è forse già troppo tardi. Al massimo potrebbero sperare di non diventare come "Games of Thrones". 
"L'incapacità della leadership europea di gestire la crisi è al contempo surreale e affascinante. Quasi come assistere in tempo reale alla caduta dell'Impero Romano interpretata da Paperino."

sabato 20 febbraio 2016

Viva lo Zika e che Dio lo benedika



Nelle ultime settimane è improvvisamente comparsa sui media la storia dell'anomalo aumento dei casi di microcefalia osservato tra i neonati in Brasile e della sua attribuzione alla diffusione di un virus di origine africana, lo Zika (dal nome della regione dell'Uganda dove fu scoperto) veicolato dalla zanzara Aedes aegypti, responsabile della diffusione di altre malattie virali come il dengue, la febbre gialla e la Chikungunya. Sempre secondo i media è emergenza mondiale perché il virus si diffonde a grande velocità e si stanno studiando quindi, per contrastarlo, l'apposito vaccino e una super-zanzara geneticamente modificata per combattere quella cattiva di natura. Zanzara che, come vedremo, esiste già da tempo.
E ancora: vista la gravità della situazione - lo dicono sempre i media - il Papa addirittura apre alla contraccezione preventiva e il Brasile, visto il clima da psicosi che si è instaurato, è preoccupato delle ricadute negative sulla sua economia in vista delle olimpiadi della prossima estate. 

Ora, le psicosi collettive non sono quasi mai spontanee ma vengono più facilmente indotte. In questo caso nella storia raccontata vi sono parecchi parametri che non quadrano ma, naturalmente, se pensate che la causa delle microcefalie non sia affatto il virus Zika - come suggerisce a media unificati il frame - ma qualcos'altro o, ancor più probabilmente, un concorso di varie cause, siete dei complottisti. 
In effetti questa storia è altamente contaminata da dosi da cavallo di propaganda e presenta un inquietante monito per il nostro prossimo futuro di Ttippisti. Lo vedremo alla fine ma andiamo per ordine.

La microcefalia è un tipo di malformazione congenita piuttosto rara che impedisce il normale sviluppo del cervello costringendolo entro una scatola cranica troppo piccola, causando così al soggetto gravi ritardi mentali. Le sostanze che più frequentemente hanno dimostrato possedere effetti teratogeni (ovvero che inducono malformazioni nel feto) sono farmaci (il caso di scuola della talidomide), e agenti chimici rilasciati nell'ambiente. E' vero che, ad esempio, un'infezione virale da rubeola come la rosolia contratta in gravidanza può provocare danni congeniti al feto ma, come insegna il caso storico dell'Agente Orange in Vietnam e delle altre contaminazioni da diossina come quella di Seveso del 1976, l'aumento dell'incidenza di malformazioni neonatali è più facilmente attribuibile ad una contaminazione chimica ambientale piuttosto che ad altre cause. Esemplare anche il caso dell'abnorme incidenza di malformazioni nelle zone di guerra come l'Iraq (ma non solo, basti pensare agli animali deformi ed agli abitanti ammalati di Salto di Quirra in Sardegna), dove sono stati impiegati proiettili all'uranio impoverito e sostanze come il fosforo bianco, per non parlare dell'effetto delle radiazioni ionizzanti.

La malattia provocata dal virus denominato Zika (costa $599) esiste ed è endemica in varie parti del mondo ma è normalmente benigna, al punto che le sue complicanze sono rare. Come accade per qualunque infezione virale, dato il carattere intrinsecamente opportunista dei virus, il soggetto immunodepresso è quello che subirà i danni maggiori, soprattutto di tipo neurologico. 
In nessuna passata epidemia di Zika, come quella in Polinesia, e nemmeno in quella attuale in Colombia, è stato registrato un solo caso di microcefalia tra i nuovi nati.
La domanda è quindi: non sarà che nelle zone colpite del Brasile (solo a Pernambuco si registra il 35% dei casi totali di microcefalia) sia stato impiegato qualche tipo di sostanza tossica in maniera maldestra o eccessiva? 

Il miglior riassunto del caso Zika e delle sue contraddizioni l'ho trovato in questo rapporto (qui il pdf completo) realizzato da una rete di medici e ricercatori argentini che analizza varie ipotesi sull'origine delle microcefalie in Brasile. L'Argentina, tra l'altro, sta attualmente affrontando il caso delle malattie e malformazioni attribuite ad un uso sconsiderato di tonnellate e tonnellate di pesticidi irrorati sulle sue coltivazioni di soia transgenica. Sotto accusa in particolare il famoso diserbante Roundup prodotto dalla Monsanto, contenente glifosato.
A proposito del caso Zika, i medici argentini ricordano la massiccia campagna di disinfestazione contro la zanzara portatrice del dengue condotta proprio in Brasile mediante irrorazione con pyriproxyfenun larvicida impiegato, a piccolissime dosi, anche come antipulci per i nostri animali domestici e raccomandato dal WHO per la sua bassa tossicità addirittura come disinfettante per l'acqua. Forse è un dettaglio che anche il pyriproxyfen sia prodotto da una società legata a Monsanto.

Riassumendo l'ipotesi: per prevenire la diffusione del dengue, il governo brasiliano decide di disinfestare dalle zanzare portatrici del virus il territorio, irrorandolo con un agente chimico, il pyriproxyfen che, forse utilizzato in dosi massicce ed improprie ed introdotto nella catena alimentare mediante il suo utilizzo per la sanificazione dell'acqua, per giunta in una delle regioni più povere del paese, con problemi di igiene e sanità pubblica, può aver sviluppato l'effetto teratogeno non solo sulle zanzare ma anche sull'uomo, provocando i casi di microcefalia.

Un'altra possibile causa o concausa delle microcefalie potrebbe essere stata una campagna di vaccinazione obbligatoria di decine, se non centinaia di migliaia di donne gravide condotta nel 2014 con un vaccino trivalente contenente i virus di pertosse, tetano e difterite che è stato aggiunto all'altro vaccino trivalente morbillo, rosolia e parotite, somministrato anch'esso in gravidanza. La maggior parte delle donne gravide della campagna del 2014 risiedevano proprio nella zona di Pernambuco. 
Qualche anno fa, diciamo pure una ventina, chi mi insegnò biologia sarebbe inorridito al pensiero di inoculare un vaccino contro la rosolia nel corso di una gravidanza, ma ormai il dogma del vaccino come panacea di tutti i mali è talmente incistato nella mentalità scientifica che probabilmente sono caduti tutti i freni inibitori, anche quelli che suggerirebbero prudenza e considerazione di eventuali effetti collaterali. O meglio, in occidente, in Inghilterra, del vaccino trivalente in gravidanza si dice questo:

"Vaccinarsi prima o poco prima della gravidanza non comporta rischi noti. Il vaccino non è raccomandato per precauzione, in gravidanza." Il che è abbastanza contraddittorio ma serve per pararsi le chiappe in caso di problemi fin dai tempi della talidomide. E in Brasile?

Il paese sudamericano è impegnato nello sviluppo di un'industria di vaccini low cost da esportare nel Terzo Mondo, operazione patrocinata anche dalla Fondazione di Bill Gates e signora, molto più interessati attualmente ai virus biologici piuttosto che a quelli informatici. Siamo sicuri che in questo campo così delicato, dove un buon prodotto di solito è piuttosto costoso, low cost significhi anche sicurezza, innocuità e correttezza nella sperimentazione preliminare? 
E siamo sicuri che questi vaccini, a tre alla volta e tutti insieme, per giunta nel corso di una gravidanza che, per una donna, rappresenta una prova immunitaria tra le più impegnative della sua vita, siano veramente innocui, tanto per non citare il caso della ormai nota Sindrome del Golfo?
Assieme ai casi di microcefalia, l'emergenza Zika sta registrando anche un'epidemia di Sindrome di Guillain-Barré - una grave forma di paralisi periferica - che in passato è stata associata a danno postvaccinale. Epidemia come quella osservata dopo la campagna di vaccinazione di massa contro l'influenza suina del 1976 negli Stati Uniti.

E' così improbabile che in un organismo in gravidanza, sottoposto a forte stress immunitario naturale e indotto da un cocktail di vaccini, sotto l'azione di agenti chimici tossici provenienti dall'ambiente esterno, incluso un virus concomitante il cui effetto normalmente benigno qual è quello dello Zika viene invece amplificato, possano manifestarsi danni neurologici ed effetti teratogeni sul feto?

Per completare il quadro, il rapporto dei medici argentini cita l'introduzione nell'ambiente brasiliano di 15 milioni di zanzare maschio geneticamente modificate, brevettate dalla britannica Oxitec, portatrici di un gene letale che provoca la morte delle larve. Operazione che si è rivelata non solo fallimentare ma drammaticamente controproducente. In primis perché, nelle zone dove ne è stata testata l'efficacia, solo il 15% delle larve è risultata transgenica, dimostrando che le zanzare locali in pratica non gradiscono molto i maschi OGM. Inoltre, da un punto di vista pratico, visto che comunque le femmine vanno alla ricerca di sangue quando sono gravide per nutrire le uova, introdurre nell'ambiente un numero così alto di maschi significa moltiplicare le gestazioni, le punture e in definitiva, la propagazione del contagio dell'eventuale virus Zika, dengue o purchessia. Virus che, da parte sua, sfruttando materiale genetico di un ospite GM, potrebbe andare incontro ad una mutazione particolarmente aggressiva, in una reazione a catena di eventi che rischia di divenire incontrollabile.

Da ciò che avete letto finora cosa potete avere concluso: che i casi di microcefalia in Brasile sono il risultato di una serie sfortunatissima di coincidenze oppure di una serie di sfide portate dall'Uomo all'equilibrio della natura, oppure ancora solo ed unicamente colpa del virus Zika?

Come vedremo, questo Zika è l'Harvey Lee Oswald della situazione. La chiave ideale per altri ulteriori proficui sviluppi da economia dei disastri. E' soprattutto un ottimo strumento di propaganda.
I media non hanno dubbi, infatti. Questa affermazione da manuale è tratta da un articolo del New York Times intitolato: "Le teorie e i sospetti sul virus Zika dei quali dovreste dubitare."


 Ve lo traduco perché merita:

"Sebbene non vi sia alcuna prova definitiva che il virus Zika sia il responsabile dell'insorgenza della microcefalia in Brasile e dell'epidemia di Sindrome di Guillain-Barré in sei nazioni, le maggiori autorità sanitarie del mondo sono prossime alla certezza che lo sia."
Vedete, con le affermazioni di questo tipo io applico questo metodo: se dicono di essere certi che è andata così, io sono certa che non è vero. Non è malafede, è conoscenza del proprio pollame.
Dall'affermazione suddetta, quasi surreale per il suo grandefratellismo, è possibile trarre una traduzione di secondo livello:

"Sono le maggiori autorità sanitarie del mondo a decidere cosa provochi le malattie".

Ed una di terzo livello:
"Ovvero sono le corporation a deciderlo."
Neghereste infatti che, dopo ciò che vi ho raccontato, questa storia sia intrisa e gocciolante di interesse e prospettive di profitto? 
Pensate alla sterminata platea di agenti interessati al fenomeno Zika. I produttori di zanzaroni mutanti OGM, quelli di vaccini tosti per tutti i gosti, di antivirali tanto inutili quanto costosi; quelli di larvicidi, i politicanti ansiosi di beccare la stecca dai lobbisti di tutte le categorie precedenti. E ancora, quelli che intravedono nella moltiplicazione di zanzare (nature o OGM che siano) un monito contro Er riscardamento globbale. Causato, forse, anch'esso, dal tentativo dell'Uomo di rubare il fuoco degli dei per modificare il clima del pianeta.


A difesa del profitto c'è l'industria della negazione, schierata contro chiunque trovi la versione "E' stato Zika in solitario" alquanto traballante. 
Si va dal giuridicamente sorprendente titolo "Zika colpevole finché non sarà provata la sua innocenza" sulla gazzetta del miliardario "Forbes", alla Große Koalition di megafoni mediatici per tacciare di complottismo - e quindi di eresia, con tanto di rogo metaforico - chiunque osi anche solo sospettare di colpevolezza i produttori di pesticidi come Monsanto e celebrarne invece le lodi sperticate: "Bevete più glifosato, il glifosato fa bene / il glifosato conviene / a tutte le età".
Oppure le autorità che scoprono solo ora che la povertà nella quale vivono i loro cittadini è assai poco igienica.

A questo punto chiedo: se Monsanto o altre sue sorelline non hanno contaminato l'ambiente, perché agitarsi tanto contro il complottismo?
Pensate che ancora non è entrato in vigore il TTIP, e per questo possiamo ancora parlare di possibili danni dei larvicidi, nominare invano Monsanto e gli altri agenti arancioni del disastro globale. Quando le corporation potranno considerare reato anche solo il sospettarle colpevoli di qualcosa e scateneranno contro di noi i peggiori legali-squali del globo, non avranno più nemmeno bisogno di inventarsi la storiella del virus con il nome evocativo di qualcosa da benedire. Che intendono ammazzarci ce lo diranno in faccia senza più alcun residuo di pudore.

Zika è un catalizzatore e, come tutte le catastrofi o supposte tali, una manna. Ci perseguiterà ancora per qualche tempo finché le multinazionali non avranno finito di studiare come sfruttare il suo potenziale e non prima di essere riuscite ad evitare di risarcire le vittime dei loro eventuali errori e poi sparirà, offuscato dalla prossima mutazione di Ebola o dai grandi classici della peste suina o aviaria. 
Se sui giornali, all'insegna del frame della panacea per tutti i mali, si delira di un improbabile prossimo "vaccino contro l'Alzheimer" nella realtà si stanno studiando seriamente vaccini perfino contro i batteri resistenti agli antibiotici. Chissà se finiremo sterminati come umanità da un banale ma ultra maxi mega super funkie streptococco aureus come i marziani di "Guerra di Mondi"? Il fatto che a presentarci questi studi sia un personaggio che mescola nel curriculum l'economia, la finanza, un think tank, la politica, i microbi e Goldman Sachs, non promette niente di buono.

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