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lunedì 29 febbraio 2016

Il merito al tempo degli Oscar

A proposito degli Oscar, chi e cosa si premia oggigiorno? Si premia il merito, la bravura o forse più l'utilità allo scopo, condita con la paraculaggine?
A leggere le cronache del giorno dopo sembrava di aver visto assegnare il Nobel per la Pace, ovvero il supertelegattonemao dell'ONU e delle altre cricche sovranazionali. Premio per la Pace che ormai viene assegnato senza alcun pudore agli imperatori, ai loro famigli che si adoperano per la pace fomentando la guerra (giustamente) e ai vari personaggetti esotici da un quarto d'ora di vita che servono da serve per alimentare il frame del momento. Oltre che, a rotazione, alle varie ONG per i diritti, per i rifugiati, eccetera. Praticamente un premio aziendale, un pacco dono ai figli della vedova nella versione politically correct della Befana fascista.

Anche il Premio Nobel classico, quello serio, ormai non è più se non raramente celebrazione della pura sci-enza e del genio ma è piuttosto l'occasione per chi finanzia la ricerca di marcare il territorio e fornire un indizio per capire quali sono le ricerche che soddisfano gli interessi delle corporation che formano i vari complessi industriali e militari. Interessi che potrebbero benissimo non coincidere con quelli dell'umanità. 

Se parliamo di interessi entra in gioco la propaganda ed ecco che, nell'ambito degli Oscar, il cinema, come tutti i mezzi di comunicazione di massa, ha un ruolo importantissimo ed è in grado di tracciare il solco, soprattutto se nella serata ci infili il divo televisivo, la rockstar e tutto quanto fa spettacolo. Che ormai i divi e le dive dell'industria dello spettacolo siano stati arruolati e siano impegnati a pieno regime a fabbricare, con le loro manine sante, i proiettili per la guerra psicologica lo abbiamo visto recentemente anche noi nel nostro piccolo provinciale con l'infimo Sanremo dei nastri multikulticolor.

Il cinema propriamente detto, inteso come forma espressiva della creatività umana dispiegata in ogni sua potenzialità e grado di libertà sta comprimendosi in una gabbia dove gli argomenti da trattare e il modo in cui vengono accomodati provengono tutti dal grande librone di cucina del Grande Fratello: i diritticivili, il meticciato, il biancobbrutto, l'ammoregay, il globbaluormin, i porimigranti. Ciò vale per il cinema commerciale che si autocelebra agli Oscar ma anche per i cosiddetti indipendenti, che finiscono anche loro per istituzionalizzarsi nella melassa buonista.
In fondo è un bene ed è significativo che la pomposa Academy non abbia mai premiato in vita uno di passaggio come Stanley Kubrick. Uno che ha tirato le più dolorose rasoiate all'ipocrisia del mondo.

Chi è stato premiato dunque, ieri sera? Le cronache ci dicono soprattutto il maestro Morricone, il cui Oscar viaggiava con almeno cinquant'anni di ritardo ed è infine giunto a 87 anni dopo il contentino dell'Oscar alla carriera di qualche anno fa, e Leonardo Di Caprio, che ormai ci stava facendo una malattia ed è stato accontentato. Ma il chi non importa, è interessante il come ed il perché di questa immensa paraculata dove il cinema ormai è un dettaglio. Un tenero acquerello oppresso da un'enorme ridondante cornice.

Prima della premiazione c'era stata la prova microfono per i piagnistei delle solite minoranze piagnone. "L'Oscar è troppo bianco!", gridarono i soliti attivisti della negritudine convinta della propria superiorità razziale senza che nessuno ne ravvisi mai il razzismo che sconfina in un hate speech che, se fosse agito al contrario, farebbe scattare tutti gli allarmi. Ebbene, chi è stato chiamato a presentare la serata? Un afroamericano, Chris Rock, che, oltre alla recitazione del mantra sulle "stesse opportunità", ha giustamente ricordato ai fratelli che negli anni 60 c'era la vera discriminazione, non certo oggigiorno.
A leggere le trame dei film nominati e soprattutto la loro presentazione al pubblico, ovvero la motivazione per la quale si dovrebbe andarli a vedere, si capisce che ognuno di essi rappresenta una pedina in un gioco assai equilibrato ed equilibristico di colpetti ai cerchi e alle botti della propaganda. Si parte da buoni propositi ma si finisce nel tritacarne del buonismo e della paraculaggine hardcore. 
La migrante che il destino cinico e baro fa ritornare al suo paese in "Brooklyn"; i soliti noti loschi trafficoni di Wall Street di "La grande scommessa", che tutti sanno quanto siano dannosi però nessuno fa mai niente per fermare.
La grande rentrée nell'immaginario collettivo in "The Martian" del mito dell'astronauta, qui abbandonato all'autogrill su Marte dall'equipaggio multikulti (c'è pure il tedesco zuccone) della sua missione e costretto a mangiare patate concimate con la sua pupù, in attesa di essere salvato da un'alleanza tra NASA e agenzia spaziale cinese che in quattro e quattr'otto realizza l'elasticone che sparerà la sua astronave indietro a riprenderlo. Vuoi non salvare un poro migrante con uno Spazio Nostrum interplanetario? La fantascienza qui consiste nell'aver trovato i fondi per l'operazione. E salutiamo anche l'anima di Ridley Scott, volata nella collezione privata di chi riesce a comprarsi tutto.

"The Danish Girl" invece parla del primo trans della storia ma, ovviamente, diventa una grande storia d'amore tra il tizio che diventa tizia e la moglie di tizio che gli rimane accanto nonostante tutto. Ovvero: la celebrazione della femminilizzazione e della bellezza dello scambio di trucchi tra coniugi. Sarebbe una bella storia se non cercassero di farla passare come l'unica forma veramente nobile di amore. Anzi, di ammore. L'ammore vero è quello gay perché è amore sofferto. 
Notoriamente noi etero riusciamo a scoparci tutti coloro che ci piacciono, siamo sempre ricambiati, non sbagliamo mai un colpo, nessuno ci lascia e le lacrime d'amore non sappiamo nemmeno cosa siano.
Ma si parlava di piagnoni e a quelli che manovrano i bamboccini sul palco non interessa l'omosessualità vera, quella maschia, da combattimento ed eroica celebrata fin dall'antichità, ma la frociaggine, la passività da eccesso di estrogeni  di una società non solo femminilizzata ma perennemente premestruata. I veri omosessuali dovrebbero aborrire questo inno all'estinzione, nonostante l'ipotesi madri surrogate.

Scorrendo i titoli dei video pubblicati sul sito di Repubblica a commento della notte degli Oscar appena conclusasi si capiscono tante altre cose.
"Lady Gaga canta contro la violenza sessuale". E' ovvio. Immaginate una cantante che ne canta a favore? 
"Spotlight", il produttore: "Papa protegga i bambini" Poteva mancare la mazzata al cattolicesimobrutto del filmone inchiesta, con la scusa inattaccabile della pedofilia?
Sam Smith dedica la statuetta alla comunità Lgbt. Il cantante inglese fa coming out sul palco avvinghiato al moroso (presumo), ed è premiato per una canzone strappapelipubici utilizzata come colonna sonora dell'ultimo James Bond, che è troppo maschio e forse sarà sostituito con un altro attore più sapiosexual e in linea con lo Zeitgeist della resa incondizionata. Nello stesso film, infatti, ad un certo punto, il grigio burocrate inviato da una losca entità sovranazionale denominata Spectre ad eliminare l'MI6 e creare un unica intelligence globale, commentando con M le reticenze di alcuni servizi segreti nazionali nei confronti della cessione di sovranità (!), dice, tra una velata minaccia e l'altra ai riottosi: "Presto anche il Sud Africa vedrà la luce". Più chiaro di così.

Ed inoltre: il regista premiato Inarritu poteva esimersi dall'affermare "Basta con i pregiudizi sul colore della pelle"? Ancora? Vale anche il bianco o quello non conta?
E Di Caprio, stringendo la concupita statuetta ottenuta chissà dopo quali riti di iniziazione tipo Skulls & Bones, bevuta dal teschio inclusa, e in attesa del corriere che verrà a ritirare l'anima probabilmente venduta al diavolo pur di ottenerla e dopo essere passato anche da Papa Francis per sicurezza (Leo, si scherza), poteva non menarla con il globbaluormin?
Di Caprio per l'ambiente: "La Terra è sotto minaccia"  Che bravo bambino, come Obama. 

14 commenti:

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  2. "Che bravo bambino, come Obama." Bravissima. proprio così! Ci ri-vogliono bravi bambini, è solo cambiata la lezione.

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  3. Anonimo10:20

    Ho visto quella minchiata di The Danish Girl con la mia signorina ed il suo commento è stato: "va beh che non saresti credibile, ma se ti inizi a vestire da donna penso che ti evirerei io senza bisogno di dottori tedeschi".
    Credo che sia l'unico commento possibile.
    Per il resto, anche gli altri film (quelli che ho visto) sono abbastanza delle minchiate.
    Spootlight è la solita riproposizione di quella clamorosa campagna di stampa atta a delegittimare la Chiesa che in quel momento si stava opponendo con ferocia alla riforma sanitaria di Obama che incentivava i medici che convincevano i vecchi a rifiutare determinati tipi di cure salvavita.
    La grande scommessa è l'ennesima versione del teorema per cui il problema è "Onestà, Rodotà, Ciuccialà", il che è pur vero ma mai nessun film che spieghi PERCHè la gente ad un certo punto inizia a sentire la necessità di indebitarsi dando così ai banchieri la materia prima su cui imbastire le loro porcate (es: compressione dei salari?).
    Revenant è come l'intera produzione di Inarritu: onanismo autoincensante elevato ad arte pseudosacra dall'autore medesimo come se fosse Bergman con scappellamento a sinistra.
    Tarantino non lo commento nemmeno, con l'eroe negro che è ovviamente legittimato a violentare un bianco (più o meno come un ebreo è legittimato a torturare un nazista).
    Room non l'ho visto.


    Matteo

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    1. Tarantino ha fatto il primo film in cui gli è scappata la parola "nigger" e ha passato 25 anni a cercare di rettificare il fatto oggettivo che i negri non gli piacciono.
      Di Inarritu mi è bastato Birdman che fra 5 anni sarà del tutto obsoleto.

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    2. Tra i nominati, salvo Tarantino. Personalmente non ho visto in quel film il negro legittimato alla violenza sul bianco: al contrario, quel nero è un anti-eroe che, nel raccontare al padre le violenze che ha imposto al figlio, e nel mettere una pistola accanto al vecchio generale ben sapendo che, anche in quel caso, non sarebbe stato uno scontro alla pari, perde ogni ragione rispetto alla controparte. In quella scena, il nero si comporta da vero vigliacco e la figura del generale confederato ne esce quasi purificata.

      Per quanto riguarda la grande scommessa, esteriormente si presenta come un film di denuncia. Ma in realtà non assolve nemmeno a questo scopo, tutto è diluito in una favoletta, ed i concetti rimangono astrusi nonostante lo sforzo di renderli comprensibili attraverso dei paragoni (in realtà anche impropri).

      Revenant. Oggettivamente è un bello spettacolo visivo e vale il cinema solo per quello. Ma è rovinato da una trama noiosa e, forse, anche da un Di Caprio che sembra quasi si sforzi di "essere da oscar". E' un buon attore, molto versatile, e, secondo me, non aveva bisogno di Revenenant per dimostrarlo.

      The danish girl e Spootlighi non li ho visti. In ogni caso, non muoio dalla voglia di andarli a vedere. Giusto se capiterà, incidentalmente, l'occasione.

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  4. Raccomando caldamente di leggere questo articolo su "Spotlight":

    http://www.counterpunch.org/2016/02/29/oscar-hangover-special-why-spotlight-is-a-terrible-film/

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  5. L'unica cosa confortante di questa mostruosa processione è stato sapere che Morricone non ha mai imparato l'inglese.

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    1. Con quel talento potresti anche andare sul palco a pisciare :)

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  6. Anonimo15:52

    Barbara,
    L'America è ciò che ci attende. È lo specchio che ci mostra come sarà il nostro futuro, ne sono convinto. Da noi non è ancora così, per fortuna, perché l'Europa è infinitamente più complessa sotto il piano culturale (in senso antropologico! E l'americanizzazione serve prorpio a questo: a distruggere la cultura).
    Ho pensato che potresti fare un articolo sul "cosa ci attende" (e magari fornire un'opinione da psicologa sulle turbe che questa epidemia di americanità sta provocando, come sarebbe bello!). Per esempio conosco una pagina che raccoglie tutto il peggio delle femministequellebbuone, blacklivesmatter, cispanomoultrasessuali ecc., se ti dovesse interessare del materiale... a me cascano le palle

    Ménego

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  7. Dico la mia, telegraficamente, sui film che ho visto tra quelli con più nomination e Oscar:
    - Ponte delle spie --> discreta la prima parte ambientata nei soli USA, incentrata sulla personalità complessa della spia russa e dove la sua prestazione attoriale (giustamente premiata) spicca sul resto; appena entrano in gioco Russia e Germania Orientale diventa un film di spudorata propaganda, sin dalle scelte di fotografia (nelle scene USA c'è il sole, Berlino Est è sempre grigia e perennemente sotto la neve, la pioggia o il vento), con risvolti persino comici (la CIA che fa "moral suasion" all'avvocato invece di farlo sparire o minacciarlo di sterminare la famiglia... la spia russa che non viene torturata perchè "noi ammmericans siamo civili... e via favoleggiando
    - Revenant --> notevoli alcune sequenze d'azione, su tutte il piano sequenza iniziale con l'attacco degli indiani, e la caratterizzazione del "cattivo" con eccellente interpretazione di Tom Hardy; per il resto, la storia non coinvolge minimamennte, il pathos è zero e pure Di Caprio non convince... il buon Leo ha recitato decisamente meglio in molti altri film, dove avrebbe meritato l'Oscar più che in questa occasione
    - The Martian --> l'ennesima delusione di Ridley Scott negli ultimi 5 anni. Polpettone noioso e scontato, pieno zeppo di cliché e con situazioni così poco credibili da sconfinare nel ridicolo. Si fa enorme fatica a riconoscere non solo lo straordinario autore di Alien e Blade Runner, ma anche l'onesto regista de Il Gladiatore, American Gangster e Le Crociate.
    - Mad Max --> il migliore del gruppo. E' una cazzatona d'intrattenimento e pop corn, ma è fatta bene, ti coinvolge incollandoti alla sedia ed è impreziosita non solo da un'eccellente lavoro tecnico (ha vinto 6 statuette "minori") ma anche dalle notevoli interpretazioni di Tom Hardy (ancora lui, dopo Locke e The Drop: davvero un ottimo attore), Charlize Theron e alcuni ruoli di secondo piano ma gustosi.
    - The Hateful Eight: non mi è piaciuto. Stiracchiatissimo per le prime 2, interminabili ore; la caratterizzazione dei personaggi ed i dialoghi sono come sempre di alto livello, ma qui Tarantino esagera con narcisismo ed esercizi di stile. L'ultima ora invece vira su sangue&azione e qui torniamo ai livelli del Tarantino d'annata.
    - Creed: godibile e ben fatto. Nonostante il filone "Rocky" sia abusato, riesce a dargli nuova linfa. Bravo l'attore protagonista, eccellente uso della camera durante le scene di ring, e pure Stallone invecchiando ha imparato a recitare, tant'è che a mio avviso avrebbe meritato la statuetta se non ci fosse stato dall'altra parte il Mark Rylance de Il ponte delle Spie. Anche la storia non è particolarmente scontata, e l'unica cosa che a me ha dato fastidio è stato il voler veicolare il messaggio (in questo come Breaking Bad) che se ti viene il cancro, l'unica soluzione perseguibile è la chemio.

    Gli altri film di richiamo non li ho (ancora) visti.

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    1. Concordo punto per punto. The Martian e' un ottimo libro da spiaggia, il film sarebbe potabile se appunto non fosse Scott. Mad Max potrebbe diventare un classico, ma non per Hardy (comunque bravissimo). Mel Gibson era un'altra cosa.

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  8. I film che graffiano, non ne fanno piu'. Quelli dove esci turbato. Inoltre sono riusciti ad addomesticare anche le proteste, la corporation brutta e cattiva e' solo una, tutte le altre sono firms of gentlemen. Mi era piaciuto American Sniper, per la dimensione documentaristica, alla fine un solo messaggio: le armi uccidono. Chiunque.

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  9. Non si può paragonare al vecchio Interceptor (molto più realistico e crudo), ed al capolavoro "Beyond Thunderdome", che rimangono dei miti assoluti.
    Però questa reinterpretazione di Mad Max si fa vedere, è fatta bene, è una buona re-interpretazione (figlia di un tempo dove certi film si costruiscono intorno agli effetti speciali, che, alla fine, "ha un suo perché" più di molti altri......

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  10. Amichetta19:28

    Il fatto che si propagandi il vero ammore come quello della moglie che resta accanto al marito gay (rinunciando di fatto alla propria vita sentimentale e sessuale), dimostra ancora una volta il mio forte sospetto: ovvero che l'esaltazione globale della frociaggine nasconda, per l'ennesima volta, l'inculata finale destinata alle donne.

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