Ricevo da Roberto Buffagni e volentieri pubblico, la sua risposta alle argomentazioni del FSI (Fronte Sovranista Italiano) apparse su Appello al Popolo.
Grazie della replica articolata e cortese. Dal vostro scritto scelgo per ora tre punti chiave. Pur prefiggendomi la massima semplificazione, come si conviene a un’analisi che è anzitutto formale e strategica, non è possibile rispondervi, come sarebbe desiderabile, con maggior brevità. Sul resto, se lo vorrete, si potrà continuare a dibattere in seguito.
1) “Buffagni non spiega perché la UE sia il nemico”
Designo l’UE come nemico perché l’UE è un progetto imperiale fallito sin dal suo concepimento, politicamente non vitale e non riformabile, gravemente dannoso per la nazione italiana, potenzialmente catastrofico per l’intera Europa. Nella grammatica politica, esistono soltanto gli Stati nazionali, che possono in varia forma e misura confederarsi, cioè unirsi in modo revocabile: v. il progetto gaulliano di “Europa delle nazioni”; e gli Imperi, in cui l’unità è federale, cioè irrevocabile: v. per antifrasi la guerra di secessione USA tra Nord federale e Sud confederale.
L’Europa non può essere o diventare uno Stato nazionale, perché se esiste una civiltà europea, non esiste una nazione europea. L’UE non è una confederazione: se lo fosse, il quadro giuridico dei rispettivi poteri e competenze di Stati nazionali e istituzioni confederali sarebbe chiaro e politicamente legittimato, e l’unione revocabile. L’UE è un progetto imperiale federale. Per federare un insieme di Stati in un organismo istituzionale maggiore, Stato-nazione o Impero che sia, ci vuole un federatore (v. il ruolo di Piemonte e Prussia nelle unificazioni italiana, nazionale, e tedesca, imperiale, del XIX sec.). I requisiti essenziali del federatore sono l’indipendenza politica e la forza egemonica (senz’altro militare, nel caso migliore anche economica e culturale). Nel progetto di federazione imperiale UE non c’è un federatore: lo Stato più forte, la Germania, difetta di entrambi i requisiti (ospita sul proprio territorio basi militari non europee, è economicamente ma non culturalmente egemone).
In realtà, il progetto federale imperiale UE ha due federatori a metà: un federatore politico (gli USA, che dispongono dell’indipendenza politica, della forza militare, e in certa misura dell’egemonia culturale in Europa) e un federatore economico (la Germania). Nessuno dei due “federatori a metà”, né il politico né l’economico, può/vuole portare a compimento la sua opera. Gli Stati europei non possono federarsi politicamente con gli USA, diventando il cinquantunesimo, cinquantaduesimo, settantottesimo, etc., Stato della federazione nordamericana. Né gli Stati europei possono federarsi intorno all’egemonia economica tedesca, perché il vantaggio economico del “federatore a metà” tedesco implica lo svantaggio economico senza contropartita politica della maggior parte dei federandi, che com’è logico prima o poi si ribellano politicamente: ma né gli USA per evidente assenza di legittimazione politica, né la Germania per evidente difetto di mezzi atti allo scopo, possono far uso della forza militare per ricondurli all’unità.
Ora, nessun federatore agisce gratis et amore Dei nell’unica preoccupazione dell’interesse dei federati; ma perché l’operazione sia politicamente vitale, tra federatore e federati deve sempre avvenire uno scambio, più o meno equo e immediato, di reciproci vantaggi: anche quando la federazione avvenga per conquista sul campo di battaglia. Ad esempio, nell’unificazione italiana allo svantaggio economico patito dal Meridione – sconfitto con le armi in due campagne militari, la seconda delle quali, la “guerra al brigantaggio”, particolarmente feroce - corrispondono i vantaggi politici dell’accrescimento di potenza dello Stato, così liberato dalle ingerenze straniere, dell’integrazione tra territori culturalmente e linguisticamente affini, e, seppur tardivamente e imperfettamente, un riequilibrio/compensazione delle disparità economiche e sociali tra Nord e Sud, aggravate o almeno non appianate dall’unificazione.
Nel caso dell’UE, invece, la federazione non può essere portata a compimento né dal “federatore a metà” politico, gli USA, né dal “federatore a metà” economico, la Germania. Ne risulta non solo una paralisi del processo di federazione, ma:
a) un grave danno politico per tutte le nazioni europee: l’UE risulta in un dispositivo di neutralizzazione politica dell’Europa nel suo complesso, del quale si avvantaggia il “federatore a metà” statunitense
b) un grave danno economico per tutte le nazioni europee tranne la Germania e i suoi satelliti, che invece si avvantaggiano del danno altrui
La contropartita di questi due danni, politico ed economico, è zero. Ripeto e sottolineo due volte: zero.
Gli unici che traggono reale vantaggio, personale o di ceto/categoria, dal progetto UE, sono coloro che vogliono/possono subordinarsi e allinearsi all’uno, all’altro o per quanto possibile a entrambi i “federatori a metà”, USA e Germania. Tra costoro, in primo piano i ceti dirigenti politici pro UE e i ceti dirigenti economici e finanziari che traggono beneficio dalla globalizzazione e dall’UE, che della globalizzazione a guida USA è articolazione decisiva.
Per l’Italia – Stato, nazione, popolo italiani – la contropartita di questi due danni, politico ed economico, è meglio esprimibile con valore algebrico negativo.
Quanto all’Europa in generale, lo squilibrio tra intenzioni (almeno esplicitamente dichiarate) e risultati effettuali dell’UE è talmente grande che minaccia di provocare, più prima che poi, una implosione/disgregazione totale del progetto UE, in modi e con effetti imprevedibili e potenzialmente catastrofici.
Morale: prima si esce dall’UE meglio è, se ne esce solo abbattendola, e la si abbatte solo se la si designa come nemico, anzi come nemico principale dell’attuale fase politica. Non si riforma dall’interno un ferro di legno, un’istituzione politica essenzialmente sbagliata.
2) “In un lungo commento … Roberto Buffagni si propone di mostrare l’impossibilità fattuale e l’indesiderabilità etica di un partito sovranista in Italia”.
Qui non leggete con attenzione. In apertura del mio testo ho scritto: “In linea di principio e in un mondo migliore, la strategia del superamento del clivage destra/sinistra e della costruzione di un’alleanza – o addirittura dell’integrazione in nuovo partito - tra forze politiche provenienti da sinistra e da destra, allo scopo di uscire dall'eurozona e di riappropriarsi della sovranità nazionale alienata alla UE, sarebbe la più adeguata alla fase politica. Peccato che secondo la mia valutazione - che può, beninteso, essere sbagliata – in Italia l’edificazione di questa alleanza è impossibile in tempi politici prevedibili (5-10 anni); non solo, ma il tentativo di crearla può rivelarsi gravemente controproducente.” Confermo. Detto per inciso, sarei ben lieto di scoprire che mi sbaglio.
3) “la sinistra non è affatto maggioritaria nell’opinione italiana: già ora i sondaggi danno i grillini in vantaggio ed è almeno probabile che in futuro gli effetti di una politica economica demenziale contribuiscano a eroderne ancora i consensi…La sinistra è morta da tempo….Cosa intendiamo col dire ‘la sinistra è morta’? Che cos’è la sinistra? La sinistra è l’alone politico e culturale creatosi intorno all’URSS, la fede, più o meno viva, che la rivoluzione creerà una società superiore all’attuale. Se questo è vero, la divisione profonda che ha colpito il popolo italiano non nasce dal 1943, come ritiene Buffagni, ma dal 1917, quando il trauma della Grande Guerra e la presenza di una nuova società battezzata da una rivoluzione creano da una parte l’aspettativa dall’altra il terrore di una prospettiva rivoluzionaria: questa aspettativa è la sinistra, questo terrore è l’alleanza volta a contrastarla – alleanza che in Italia è leggibile nei partiti del primo governo Mussolini”
Contesto la definizione di “sinistra” come “l’alone politico e culturale creatosi intorno all’URSS, la fede, più o meno viva, che la rivoluzione creerà una società superiore all’attuale.”
C’è sicuramente anche questo, ma tra le varie forze che nascono dalla cultura politica di sinistra (ricordo che il liberalismo nasce a sinistra) c’è un minimo comun denominatore oggi molto più decisivo, che non è il SI’ alla rivoluzione.
Il minimo comun denominatore della sinistra europea (e non solo) è l’universalismo politico.
L’universalismo è una cosa sul piano delle idee, dei valori, della spiritualità: vi alludete voi stessi dicendo che “in fondo [i poteri mondialisti] hanno fatto propri ideali a cui noi stessi non potremo mai rinunciare: la condanna del razzismo, del sessismo, lo spirito di apertura culturale.”
Se tradotto sul piano politico, però, l’universalismo non può che incarnarsi in forze inevitabilmente particolaristiche: perché esistono solo quelle, nella realtà effettuale.
Volendo, chi se ne sente all’altezza può parlare in nome dell’umanità; ma non può agire politicamente in nome dell’umanità senza incorrere in una contraddizione insolubile, perché l’azione politica implica sempre il conflitto con un nemico/avversario.
Senza conflitto, senza nemico/avversario non c’è alcun bisogno di politica, basta l’amministrazione: “la casalinga” può dirigere lo Stato, come Lenin diceva sarebbe accaduto nell’utopia comunista. A questa contraddizione insolubile si può (credere di) sfuggire solo postulando come certo e autoevidente l’accordo universale, se non presente almeno futuro, di tutta l’umanità: "Su, lottiamo! l'ideale/ nostro alfine sarà/l'Internazionale/ futura umanità!" (il "governo mondiale" è un surrogato o avatar della "futura umanità" dell'inno comunista).
Lenin, e in generale il movimento comunista (o anarchico) rivoluzionario, vuole risolvere la contraddizione con la forza, imponendo la “volontà rivoluzionaria”, che “implica una volontà di violenza estrema” (corsivi vostri). Nella classificazione machiavelliana, Lenin è un “leone”.
Le classi dirigenti UE, liberali, cattoliche, socialdemocratiche, eredi legittime delle potenze antifasciste che i fascismi sconfissero sul campo di battaglia (assente giustificata l’URSS comunista) sono “di sinistra” in quanto condividono l’universalismo politico che fu anche di Lenin (e di Bakunin, etc.). Esse però vogliono/devono risolvere la contraddizione con l’astuzia; Machiavelli le definirebbe “volpi”. Scrivo “devono”, perché a prescindere dalle intenzioni soggettive, non potrebbero essere altro che “volpi”: entrambi i “federatori a metà” non possono portare a compimento con la forza la loro opera (v. punto 1).
Anche l’UE postula l’accordo universale, se non presente almeno futuro: accordo anzitutto in merito a se medesima, e in secondo luogo in merito al governo mondiale legittimato dall’umanità intera che ne costituisce lo sviluppo logico, e giustifica eticamente sin d’ora l’obbligo di accogliere un numero indeterminato di stranieri, da dovunque provenienti, sul suolo europeo. Il passaggio tra il momento t1 in cui l’accordo universale è soltanto virtuale, e il momento t2 in cui l’accordo universale sarà effettuale, non avviene con il ferro e il fuoco della “volontà rivoluzionaria”. Le volpi oligarchiche UE introducono invece nel corpo degli Stati europei, il più possibile surrettiziamente, dispositivi economici e amministrativi, anzitutto la moneta unica. Questi “piloti automatici” provocano crisi politiche e sociali, previste e premeditate, all'interno degli Stati e delle nazioni, ai quali rendono necessario e inevitabile o reagire con un conflitto aperto e distruggere la UE, o addivenire a un accordo universale in merito al “sogno europeo”: per il bene degli europei e dell’umanità, naturalmente, come per il bene dei russi e dell’umanità Lenin ricorreva al terrore di Stato, alle condanne degli oppositori per via amministrativa, etc.
A questa opera va associata, inevitabilmente, una manipolazione pedagogica minuziosa e su vasta scala, in altri termini una lunghissima campagna di guerra psicologica. La dirigenza UE conduce questa campagna di guerra psicologica da una posizione di ipocrisia strutturale formalmente identica a quella della dirigenza sovietica, perché non è bene e vero quel che è bene e vero, è bene e vero quel che serve alla UE o alla rivoluzione comunista: in quanto Bene e Verità = accordo dell’intera umanità, fine dei conflitti, pace e concordia universali. (Le élites, necessariamente ristrette, di “spirituali” o “psichici” che conoscono questo arcano della Storia, hanno il diritto e anzi il dovere morale di ingannare e manipolare, per il loro bene, le masse di “carnali” che invece non lo conoscono).
Il leone Lenin accetta solo provvisoriamente il conflitto politico, e anzi lo spinge a terrificanti estremi di violenza, in vista dell’accordo universale futuro: dopo la “fine della preistoria”, quando diventerà reale il “sogno di una cosa” comunista e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in URSS poi nel mondo intero. Le volpi UE celano l’esistenza effettuale del conflitto (in linguaggio lacaniano “lo forcludono”), e da parte loro lo conducono provvisoriamente con mezzi il più possibile clandestini, in vista dell’accordo universale futuro, quando diventerà reale il “sogno europeo” e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in Europa poi nel mondo intero.
In questo grande affresco romantico proposto alla nostra ammirazione con la colonna sonora dell’ Inno alla Gioia (forse non è un caso che il Beethoven delle grandi sinfonie fosse anche il compositore preferito di Lenin) c’è solo una scrostatura, solo un piccolo difetto d’acustica: che nella realtà, l’accordo universale di tutta l’umanità non si dà effettualmente mai. Ripeto e sottolineo due volte: mai, never, jamais, niemals, jamàs, etc.
Questo chiarimento (lungo ma necessario) in merito al concetto di “sinistra” per spiegare come mai io dica che “la sinistra è maggioritaria in Italia”. La sinistra è maggioritaria nella cultura e nell’opinione degli italiani, perché maggioritario nella cultura e nell’opinione degli italiani è l’universalismo politico.
Il M5S è anzi un caso esemplare di universalismo politico spinto fino alle estreme conseguenze dell’assurdità e del ridicolo. La scelta di non allearsi con alcuna forza politica se non su singoli provvedimenti definiti “tecnici” o “concreti” consegue, infatti, direttamente dal rifiuto pregiudiziale e preliminare del conflitto politico: dire che tutti sono avversari o nemici è identico a dire che nessuno lo è; dall’individuazione del nemico/avversario, infatti, consegue quali siano gli amici politici, che non si scelgono in base alla comunanza dei valori o all’affinità intellettuale e sentimentale, ma ci vengono imposti dalla comune inimicizia.
Il M5S rinvia l’azione politica vera e propria al momento magico in cui, da solo, prenderà il 51% dei voti, metterà in opera un progetto di democrazia diretta elettronica totale, e gradualmente persuaderà tutti della bontà e verità della propria azione, che non si caratterizza per la rispondenza a interessi ben definiti di ceti, classi, etc., ma per qualità d’ordine prepolitico come l’onestà, la trasparenza, etc.: qualità che tutti sono costretti a riconoscere come buone e vere, se non vogliono autodefinirsi cattivi, corrotti, bugiardi, etc. Una posizione simile condurrebbe, per sua logica interna, al Terrore giacobino; se non fosse che a) il M5S è sprovvisto dei mezzi per metterlo in opera b) il M5S agisce in un quadro di sovranità nazionale limitata (dalla UE).
In un certo senso, il M5S è un microcosmo che rispecchia il macrocosmo UE. E’ un organismo politico affatto disfunzionale, ispirato a un universalismo politico che non ha la forza di imporre; il contenuto delle sue proposte politiche si autodefinisce come “la miglior soluzione possibile a problemi concreti”; inoltre, è (probabilmente) eterodiretto da centrali USA com’è politicamente eterodiretta l’UE dal “federatore a metà” statunitense. Come l’UE in grande, così il M5S in piccolo sortisce principalmente due effetti: neutralizza politicamente l’Italia, che a causa dell’ “elefante nel salotto” M5S non riesce a schierarsi sul clivage del conflitto politico principale (UE sì/no); gioca e fa giocare agli italiani un incessante ping- pong mentale tra la UE realmente esistente (falsa e cattiva) e la UE possibile in futuro (vera e buona).
E’ dunque la sinistra in quanto vettore dell’universalismo politico che va battuta, se si vuole battere la UE.
Prova a contrario della precedente affermazione: le uniche due forze politiche che si sono sinora apertamente schierate contro l’UE sono la Lega, e Fd’I. Qual è il minimo comun denominatore tra una forza politica che nasce antinazionale e addirittura secessionista, e una forza politica che sin dal nome si definisce nazionalista?
Il minimo comun denominatore tra Lega e Fd’I è l’opposizione frontale all’universalismo politico.
La Lega nasce come espressione dell’interesse, inteso spesso nella sua forma più immediata e rozza, di comunità territoriali del Settentrione d’Italia. Fd’I nasce da una rielaborazione della tradizione nazionalista di destra e fascista, con l’intento dichiarato di rappresentare l’interesse nazionale. Il minimo comun denominatore tra queste due forze apparentemente incompatibili - e che lo sono effettivamente state sinché il quadro in cui operavano era quello dello Stato nazione italiano – è che entrambe assumono, come principio ordinatore della loro azione, un interesse parziale.
La comunità territoriale rappresentata dalla Lega può ricondursi all’interesse nazionale quando senta il proprio interesse minacciato, anzitutto, da un organismo sovrannazionale come la UE, che dunque essa designa come proprio nemico principale. L’interesse della nazione italiana, che in un quadro di sovranità nazionale dovrebbe essere sovraordinato all’interesse di tutte le forze politiche, può generare una forza politica correttamente posizionata quando essa individui come nemico principale un nemico esterno alla nazione (l’UE) col quale altre forze politiche nazionali sono invece alleate.
Le piccole dimensioni di Lega e Fd’I sono la migliore illustrazione di quanto sia diffusa ed egemone la cultura politica “di sinistra”, cioè politicamente universalista, in Italia. Proprio per questo sarebbe importante che dalla cultura politica di sinistra nascesse una formazione che, criticando coerentemente l’universalismo politico e il progressismo che vi si accompagna, designasse senza esitazioni e compromessi l’UE e il mondialismo come nemico principale: perché praticare una breccia nel muro ideologico del campo avverso è un risultato la cui importanza è impossibile sopravvalutare.
Roberto Buffagni @BuffagniRoberto