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venerdì 28 settembre 2012

Falsi d'autore - L'affarino Dreyfus


Il 18 febbraio del 2007 su "Libero" esce un articolo firmato con lo pseudonimo Dreyfus  a commento di un fatto di cronaca accaduto a Torino. Una ragazzina minorenne, accompagnata dalla madre, si era rivolta al giudice tutelare per ottenere il consenso all'interruzione della gravidanza, visto che non voleva far sapere al padre - separato dalla madre - del suo stato.
L'articolo di Libero riportava, tra proclami ferocemente antiabortisti perfettamente legittimi trattandosi di libera espressione del pensiero dell'autore, almeno quattro circostanze false relative ai fatti, come l'affermazione che il giudice avrebbe obbligato la minore ad abortire quando invece dagli atti e dalle successive notizie di stampa risultava che la ragazzina aveva compiuto la sua scelta in piena autonomia.
Di conseguenza, il giudice chiamato in causa dall'articolo di Libero si riteneva diffamato a mezzo stampa e ne denunciava l'allora direttore, Alessandro Sallusti, contestandogli l'omesso controllo, visto che l'articolo non era firmato da lui direttamente ma era stato comunque pubblicato sotto la sua responsabilità.

Il 26 settembre 2012 la sentenza della Corte d'Appello ha condannato il direttore Sallusti alla pena di un anno e due mesi di carcere per diffamazione, pena sospesa secondo i termini di legge.
In una nota successiva al clamore mediatico e politico suscitato dalla sentenza, la Corte di Cassazione ha sottolineato che la condanna non si riferisce ad un presunto reato d'opinione - come riferito erroneamente dalla maggioranza dei mezzi di informazione - ma alla circostanza che il direttore Sallusti aveva pubblicato notizie false riguardo al fatto in oggetto, sotto la sua responsabilità.
Il 27 settembre, durante una discussione alla Camera, l'on. Renato Farina - già condannato per la pubblicazione di un falso dossier dei servizi segreti e per favoreggiamento nel caso Abu Omar - ha rivendicato la paternità dell'articolo incriminato pubblicato da Libero sotto lo pseudonimo Dreyfus (che ricorda il nome del tenente colonnello dell'esercito francese condannato per tradimento nel 1895) ed ha chiesto clemenza per il direttore Sallusti e la revisione del processo.

Fin qui i fatti, nella loro banale semplicità. Ora comincia la parte interessante relativa a come i fatti sono stati interpretati, distorti, rimaneggiati ed utilizzati in maniera capziosa in questo paese sempre più immaginario e in preda alle visioni provocate dai funghi allucinogeni della propaganda.

La notizia della condanna di Sallusti è stata riportata quasi unanimemente dalla politica e dall'informazione mainstream come un caso di attacco alla libertà di espressione e di stampa.
Il nocciolo della questione, ovvero la pubblicazione da parte di un direttore responsabile di un FALSO ( fatto che costituisce reato), per giunta scritto da uno che aveva dovuto autoradiarsi dall'albo dei giornalisti a causa dei falsi già pubblicati per conto del SISMI, è tralasciato o accennato di sfuggita, come se non avesse alcuna importanza. Esemplari, in questo senso, questi due articoli di Repubblica. 

Si potrebbe parlare di un caso di condizionamento operante a livello collettivo, volendo ragionare in termini pavloviani. Sono state pronunciate alcune parole stimolo: ad esempio galera e libertà di stampa (quest'ultima usata volutamente da qualcuno in maniera capziosa) e tutti hanno risposto con una specie di riflesso automatico. La propaganda ha creato un'illusione percettiva, una nube di fumo attorno ad un fatto altrimenti di una semplicità e chiarezza sconcertante. Illusione nella quale sono caduti in molti.
Perfino Marco Travaglio ha scritto queste parole:
"Non so cosa fosse scritto in quell’articolo, ma non dubito che fosse diffamatorio, vista la normale linea Sallusti. Però ora non m’interessa, perché ciò che conta è il principio."

Ecco, peccato che il principio, in questo caso, non sia affatto la libertà di stampa o la libertà di esprimere opinioni o il fatto che i giornalisti possano andare in galera ma il reato di falso commesso senza ombra di dubbio da Sallusti. Come recita la nota della Cassazione, altri articoli di stampa avevano chiarito nei giorni successivi al fatto di Torino come non vi fosse stata alcuna coercizione nei riguardi della minorenne ad abortire, eppure non era arrivata da parte di Libero alcuna rettifica all'invettiva di, adesso lo sappiamo, Renato Farina nei confronti del giudice. Invettiva contenente, en passant, l'invocazione della pena di morte per gli abortisti. Una richiesta sempre curiosa se proviene da chi vuole difendere la vita. Ma si sa che i crociati erano dei bei peperini.
Anche Massimo Fini, che polemizza con Travaglio sempre sul Foglio, escludendo la solidarietà a Sallusti in nome del principio della legge uguale per tutti, compresi i giornalisti, equivoca e neglige il vero senso della vicenza, ovvero il problema della pubblicazione di un FALSO su un giornale. Fatto che dovrebbe essere sempre considerato gravissimo perché scrivere il falso in cronaca significa alterare la realtà.

Siamo tutti d'accordo che il carcere è una pena obsoleta e disumana ma, se parliamo di principio, esso vale per tutti i detenuti, compresi i disgraziati che non possono permettersi l'avvocato d'alto bordo e non usufruiscono, per esclusione di classe e di casta, dei megafoni della difesa corporativistica di categoria.  Possiamo dire che esiste sempre la possibilità di modificare il tipo di pena da comminare ma il reato commesso rimane e, se riguarda questioni fondamentali di convivenza civile, deve rimanere.

Vorrei dire, a questo punto, che le ricostruzioni più obiettive della vicenda Sallusti, le più chiare e focalizzanti la questione fondamentale del FALSO, le ho trovate solo in Rete. In quella Rete che, secondo coloro che in questi giorni hanno salivato a comando come i cagnolini di Pavlov, è il regno della cospirazione, della falsità e della bufala, oppure dell'opinionismo pressapochista.
Due articoli descrivono i fatti e offrono un'interpretazione quasi scientifica della reazione patologia dei media ai fatti. Mi piace citarli come i più illuminanti che ho trovato:
Alessandro Robecchi, "Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere", Micromega online, 26 settembre 2012. 
Sergio Di Cori Modigliani, "La cupola mediatica e il caso Sallusti", dal blog Libero Pensiero.

Mentre i giornali ripetevano a pappagallo la litania della minaccia alla libertà di espressione, si muovevano gli alti piani del governo, compreso l'attico, e la politica marcia  - con quella che standogli accanto comincia pure lei a marcire - non si faceva sfuggire l'ennesima occasione per colpire la Magistratura e le leggi dello Stato, la Rete è andata per prima cosa a cercare l'articolo originale (bastava cercarlo nell'Archivio della Rassegna Stampa della Camera: Dreyfus, "Il giudice ordina l'aborto. La legge più forte della vita", Libero, 27-2-2007).  Poi ha confrontato ed incrociato le fonti, spulciato tra gli articoli che ricostruivano come si erano svolti i fatti, si è rinfrescata la memoria sulle imprese dell'Agente Betulla e di Pio Pompa, scopriva la legge numero 801 del 1977 che fa divieto ai giornalisti professionisti di intrattenere rapporti con i Servizi Segreti, per giunta a pagamento, e infine ha riconsegnato una versione più obiettiva della questione. La più obiettiva in assoluto. Quella che una volta avrebbero sentito il dovere di scrivere i giornalisti d'inchiesta.

Cosa ci insegna questo episodio, questo caso esemplare di psicopatologia sociale? Qualcosa di estremamente preoccupante. Questa negazione del cuore del problema, della realtà fattuale in favore della realtà interpretativa, capziosa e anch'essa falsa, è un fatto gravissimo, patologico, che deve farci riflettere sulla pericolosità della propaganda e sulla condizione di debolezza e condizionamento di coloro che ormai la subiscono da decenni. E' inutile dire che, se passasse il principio che qualunque cosa scriva un giornalista, comprese le balle più clamorose, è da considerarsi libertà di stampa, un giorno potremmo veramente trovarci in una realtà virtuale peggiore della Matrice dei film di fantascienza.

Viviamo in un mondo che già utilizza la propaganda come arma di penetrazione nelle coscienze, che crea illusioni e prestigi per sviare l'attenzione dai fatti, che utilizza come unico linguaggio omologante  la menzogna, quella goebbelsianamente più grossa di tutte, e vuole sostituire, idolatrandolo come un vitello d'oro, il mito alla storia. E' per questo che, per il cittadino, fare informazione nel senso anche di ricostruire la realtà da un cumulo di menzogne rivelando gli omissis dei media ufficiali, può diventare il modo più costruttivo ed efficace di fare politica ed opposizione.

La rete non perdona. Un utente di FB pubblica la foto di un ritaglio dell'intervista a Renato Farina di Tommaso Labate su "Pubblico". Un grazie a Dario Ballini.

martedì 25 settembre 2012

Opinionista del ca'


"Signora mia, la vedo stanca, oggi." Non me ne parli, mi sono appena aperta un blog."
Oggi si parla molto di blogosfera e di bloggers, visto che è arrivato l'arrotino, l'omologatoio delle zie ricche d'America "Huffington Post" nella versione italiana curata da Lucia Annunziata, già direttora responsabile della rivista di Aspen Istitute "Aspenia" e che un giorno ebbe a dire, discutendo da Santoro su questioni mediorientali, che, da quella tribuna televisiva, "noi", intendendo i giornalisti, "dobbiamo orientare il pensiero degli italiani su queste cose".
Forse ora si sta rendendo necessario anche orientare il pensiero dei blogger e soprattutto quello dei loro lettori, omologando ed omogeneizzando le notizie ed i commenti con l'aiuto delle bacchettate delle professoresse dell'informazione che sono sbarcate, al seguito dei conquistadores, anche sul web con le loro piattaforme. (Scelgono le donne perché pensano che la figura materna sia rassicurante.) Queste direttore  hanno un'idea assolutamente errata e preconcetta sui bloggers, come gli spagnoli che si trovavano di fronte per la prima volta i nativi americani e li trattavano da selvaggi; un'idea imperialista del tipo: "Ora porteremo loro la vera civiltà e faremo loro vedere." Gente che fa aprire un blog ad un centinaio di vip - perfino a quelli che si sospetta non sappiano neppure leggere, figuriamoci scrivere - e pensa con ciò di fare blogging. Non solo, lo fa pure pesare.

I miei amici Debora Billi e Gennaro Carotenuto hanno scritto oggi post piuttosto critici riguardo a questo neonato club dal retrogusto rotariano. Se Gennaro accusa l'Annunziata di aver fatto un prodotto affatto dissimile dalle tante versioni online dei giornali - qualcuno vede perfino troppe similitudini con l'impostazione del "Fatto Quotidiano" - Debora se la prende soprattutto con una frase dell'Annunziata riportata su un'intervista rilasciata questo mese a Prima Comunicazione:
"I blog non sono un prodotto giornalistico, sono commenti, opinioni su fatti in genere noti; ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati.” (fonte)
Frase che fa giustamente imbestialire chi conosce da vicino la realtà di sfruttamento e quasi schiavismo delle redazioni.
Oltre a ciò, comunque,  la frase della Lucia denota più che altro, secondo me, l'assoluta ignoranza del mondo del blogging e soprattutto della sua filosofia. Definendo tra le righe i bloggers degli opinionisti del cazzo e dei riciclatori di notizie di ben altro pedigree giornalistico, dimentica che ci sono opinionisti altrettanto del cazzo e riciclatori di fuffa e menzogne più o meno illustrate in ogni giornale. Nel meraviglioso mondo di Lucia, la visione del blogger è una visione di classe, di parente povero del giornalismo. Essendo schiava delle regole del business, perché la mission di questo Huffington non credo sia la gloria ma fare tanti ma tanti accessi e sghei, non riuscirà mai a capire il godimento di scrivere per qualche centinaio di persone al giorno a gratis. Ricevendo solo le medaglie al valore della stima di amici e colleghi e della quotidiana fedeltà dei lettori.

A questo punto vorrei quindi spiegare cos'è per me, che sono blogger da sei ininterrotti anni, che ho pubblicato più di 1400 post, la filosofia del blogging. Un blogger è essenzialmente qualcuno che ha la passione di scrivere e che decide di dedicare qualche ora al giorno del suo tempo libero, quasi tutti i giorni, alla scrittura. Generalmente lo fa senza alcun ritorno economico ma solo per passione. Un blogger scrive in base ai suoi interessi e in piena libertà. Non deve rendere conto a nessuno ma alla sua coscienza. Il blogging è soprattutto libertà, è una delle migliori  incarnazioni della libertà di espressione. E' come il surf.  Scrivere un grande post è come cavalcare la grande onda. Il blogging è rivoluzionario e geneticamente anarchico. Il blogging è però anche impegno e ricerca quando vuole farsi informazione. Capita di dover passare diverse ore sul web alla ricerca di materiale, di documentazione, dovendo tradurre da lingue straniere, cercando riscontri alle fonti. E' un maledettissimo impegno che impone anche, volendo trattare di politica ed attualità, di stare sempre sul pezzo, come dicono i cugini giornalisti. Il blogger, in questa versione di servizio, può perfino diventare l'intellettuale dei nostri tempi.
Non siamo pagati ma è meglio così. Non abbiamo nessuno che ci cambi il titolo, che ci tagli e ricucia i pezzi, che ci censuri pensieri e parolacce, che ci mescoli con gente che il blog se lo fa scrivere dal portaborse, dalla segretaria o dall'assistente alla poltrona governativa.

Ho buttato un occhio sul sito di "Huffington Post Italia" oggi ma devo dire che trovarmi come articolo di inauguration un'intervista a B. - con quell' IO SILVIO che mi ha ricordato - ancora tra i fumi degli scandali romani - quel vecchio film '"IO CALIGOLA" e poche ore dopo le facce da cassoeula di Marchionne e Jaki a tutto schermo mi è parso decisamente troppo.Così come trovare tra i "blogger immagine" la Santanché e Tremonti. Non so, forse ci saranno le spintonate, soprattutto tra i bloggers fighetti (aka blogstars), per entrare negli elenchi di questa P2 della blogosfera ma ho l'impressione, il sentore, come ho detto all'inizio, che si tratti solo del tentativo di omologare e controllare chi si ostina a scrivere in libertà. Soprattutto ora che il pensiero unico è l'imperativo categorico per completare la distruzione di questo paese.

P. S. Questo blog non ha pubblicità, non spompina le blogstar e quindi da sei anni non riceve nomination ai Macchianera Awards, non è tra i primi cento blog italiani e non ha casaleggi alle spalle. Se volete fare qualcosa per questo blog, se vi piace, l'unico modo è parlarne in giro, linkarne i post ed invitare a leggerlo.

Io intanto vi lascio cinque minuti con lo spirito di Pier Paolo.


lunedì 24 settembre 2012

Il Diavolo veste PD

"In un nuovo centrosinistra europeo Monti può trovarsi a perfetto agio. È una personalità liberale che con la sua azione può mitigare positivamente le resistenze stataliste che ci sono ancora tra i socialisti. La sua insistenza sul completamento del mercato unico è giusta. Ha posizioni che a me paiono compatibili con il nostro orizzonte programmatico." (Massimo D'Alema, luglio 2012)
E' l'ora del quiz. Per chi si sentisse ancora vagamente di sinistra, è più inquietante la prima pagina di venerdì di "Milano Finanza", con l'annuncio dell'endorsement elettorale di Goldman Sachs (ovvero della finanza casinò) al Partito Democratico di Bersani o la dichiarazione di D'Alema tratta da un'intervista di un paio di mesi fa?

Seriamente, dopo queste due pistole fumanti del patto diabolico, dopo questa doppia dichiarazione d'amore, qualcuno potrebbe ancora appassionarsi alla disfida delle primarie del PD, al minuetto delle alleanze del PD con il centro si, centro no, UDC, uhm forse, Svendola si, Svendola no, se c'è Di Pietro io non ci vengo, però se Casini viene, a meno che non ci sia D'Alema, e via dicendo?
Quando ho letto l'articolo di Antonio Satta, riportato su un blog complottardo, sono andata a controllare che non fosse una bufala o una di quelle finte prime pagine di giornale satiriche. Invece era proprio vero. Tutto sul sito del giornale finanziario. Non solo, ma quelli del PD il pezzo se lo sono incorniciato anche nel loro  sito. Ne vanno orgogliosi. Se poi li inviteranno anche al prossimo raduno Bilderberg, come camerieri del catering, è fatta.

L'imperterrito di sinistra potrebbe pensare, vedendo un titolo del genere da bacio della morte mediatico, ad una manovra sottile da menti raffinate proprio per spingere i terrorizzati dai baccelloni comunisti, ancora pronti ad invaderci, a rivotare l'ex gestore del ristorante "La Grande Abbuffata" e far perdere il PD alle elezioni, un po' come l'altro tocco della medusa Papi al candidato BischeRenzi.
Invece no. Dato che la sinistra in Italia si trova ormai solo in tracce, come le emazie nelle urine, e non conta assolutamente più niente - è quella che è uscita dal Parlamento, per intenderci - non c'è più bisogno di trame più o meno occulte per danneggiarla.
Quella che siede ai tavoli del ristorante senza accorgersi dei maiali che vi si abbuffano, che prepara le aragoste e i pranzi luculliani (per i politici) e le sbobbe (per il popolo) nella cucina da incubo di Chef Monti, ha ormai da tempo abdicato al suo ruolo di difensora dei lavoratori. Nella lotta di classe più feroce di tutti i tempi, nella guerra dichiarata dall'1% al restante 99%, questa sinistra di Vichy ha scelto da che parte stare.
La mission del PD, l'avete sentito l'immarcescibile baffino, consiste nel mitigare le resistenze stataliste che affliggono ancora i socialisti. Più chiaro di così.
Non solo Goldman Sachs si appresta quindi ad accettare il PD e Bersani  - o un qualunque famiglio - come eventuali successori di Monti ma credo che per quei marpioni chi sieda in Parlamento sia assolutamente irrilevante. Tanto, ciò che conta è quello che i partiti faranno dopo le elezioni e su quello non hanno dubbi.

Non è un caso, ma non lo nota quasi nessuno, che siano spariti i programmi dei partiti. Davvero, non se ne parla più, nessuno ne ha uno da presentare.
Ricordate il programma dell'Unione del 2006, pieno anzi, ripieno di buoni propositi e promesse mai mantenute, come la Commissione d'inchiesta sui fatti del G8, la legge sul conflitto d'interessi (!!) Un volumone con la copertina gialla e la scritta nera. Altra epoca. Non ce n'è più bisogno. Il programma è unico per tutti i partiti, come il pensiero. Menu fisso. Neoliberismo e dottrina dello shock.
Di conseguenza, se questa prospettiva non vi garba, se il governo Monti vi pare stia solo attuando effettivamente della macelleria sociale a vantaggio di chi si sta arricchendo senza controllo con la finanza casinò, non illudetevi che, se le elezioni le vince Bersani o qualunque altro figuro, "la sinistra andrà al potere". Pensate alla frase di D'Alema e chiedetevi quale sarà mai il loro orizzonte programmatico e cosa vi riserverà il completamento del mercato unico.

Se il neoliberismo non vi piace per il vostro futuro allora dovrete evitare di votare coloro che attualmente si fanno venire le smanie e le caldane per Monti. Come D'Alema.
E non crediate che sia tutto amore. Non lo fanno né per Monti né per il bene dell'economia, come la Minetti,   lo fanno solo perché a loro conviene, perché la crisi è solo una scusa, un'opportunità.
Il sistema ha scoperto che investire su una classe dirigente corrotta fino al midollo, infoiata di denaro e abbarbicata alla poltrona, può essere molto più redditizio, per papparsi un paese intero, che piazzare bombe e far tintinnare le sciabole. Non c'è bisogno di niente, nessuno scarmazzo o violenza. Si va via con un filo di gas. Basta promettere ai politici la conservazione della poltrona, il mantenimento del feudo in provincia nelle partecipate, il vitalizio, la pensione milionaria, l'assunzione della mignotta preferita, farli ingozzare di soldi e daranno la loro fedeltà incondizionata. Il golpe se lo comprano, portano a casa e montano da soli, come il mobile dell'IKEA.
Peccato per quegli imperterriti di sinistra che ancora ci credono, alle favole.

domenica 23 settembre 2012

Jaki, i' vorrei che tu e Lapo ed io


E' stato calcolato che la FIAT, dagli anni settanta ad oggi, abbia ricevuto l'equivalente di più di 7 miliardi di euro di soldi pubblici, aiuti di Stato, reinvestendone 6,2. Solo l'anno scorso abbiamo versato nelle sue casse 591,832 milioni. L'Italia è il terzo sostenitore pubblico nel mondo della FIAT, dopo Serbia e Brasile.
La FIAT, ovvero gli Agnelli, i Cordero (sempre agnello è) e ultimamente i Gran Elkann, sarebbero praticamente quelli che Cetto La QuaRomney, il miliardario cafone prima scelta dei Repubblicani americani per la corsa alle presidenziali contro Obama, definisce parassiti che vivono a spese dello Stato.

Eppure, nonostante tutto quel ben di dio elargito con munificenza in cambio di un ombrello nel culo - e che non include la CGI versata nei secoli dai cittadini nelle casse FIAT - pare che le cose non vadano bene e che Fabbrica Italia, una specie di Isola Che Non C'è industriale, non si farà più. E i soldi che vi abbiamo dato? Boh, non so, chiedete a Lapo. 

La FIAT potrebbe andarsene dall'Italia perché c'è un problemino. L'Europa, questa padrona in frustino e tacchi a stiletto, come sapete, ci chiede sacrifici e Mario Monti, in teoria, sarebbe il maggiordomo incaricato di mettere a posto la servitù, bacchettando nocche, lasciando gli indisciplinati senza cena e le industrie senza aiuti di stato mentre i lavoratori leccano la suola delle scarpe. 
L'Europa naziliberista proibisce gli aiuti di stato perché segue alla lettera il manuale del neoliberismo: "Le centoventi giornate di Chicago" che come ha motto: "Chi ha, ha e chi non ha, che si fotta." 

L'Europa non vuole ma bisogna che voglia per forza, perché senza aiuti pare che la FIAT, secondo una vecchia leggenda metropolitana, non sia capace di andare avanti. 
Così ieri Marchionne, l'amministratore genio che tutti i condomini della galassia ci invidiano, colui che gestisce la baracca mentre Lapo si fa il restyling completo e Jaki studia da potere forte, è stato cinque ore in una stanza con Mario9000 nel tentativo di crackarlo in modalità "full ammo" e "god mode".
Immaginiamo la scena.
L'ha buttata là piagnucolando: "La guerrigliera a Pernambuco mi dà un mucchio di soldi...è pazza di me." "Su, dammi una decina di miliardi che la prossima settimana mi arriva l'eredità dello zio canadese buonanima e te li restituisco subito". "Insomma, dammi le agevolazioni, se no spaco botilia."
Peccato che le agevolazioni fiscali valgano per tutte le multinazionali che investono in paesi stranieri. La Djalma si adegua soltanto, finché non le faranno girare le balle sul serio. Io glielo avrei fatto notare. Come, ad essere proprio cattivi, mi sarebbe venuto da chiedergli: "Abbéllo, non sarà che Obama e il sindacato americano ti hanno prestato i soldi per risanare Chrysler, te li stanno chiedendo indietro mandandoti i men in black e tu cerchi di farteli dare dall'Italia?"

Si ignora cosa abbia risposto Mario Monti al padrepio che, i buchi nelle mani, vuole farli venire allo Stato. Essendo in Italia temo che tutti i buoni propositi di Chicago e del neoliberismo andranno a farsi fottere. Friedmanisti in teoria, Keynesiani col culo degli altri.

P.S. Del resto, la Fabbrica Italia, l'Europa, l'ombrello in culo, Pernambuco e Milton Friedman sono tutte cazzate. Ecco cosa conta veramente al giorno d'oggi:
GQ Cina ha eletto Lapo Elkann 'uomo dell'anno', in quanto stiloso e forte esempio di italianità e di innovazione con la seguente motivazione:
"Esportatore dello stile italiano all'estero, ha attualizzato la sua mission anche attraverso il marchio Italia Independent, il brand che coniuga la tradizione dell'italianità con l'innovazione di materiali e processi produttivi per esportare un made in Italy "rinnovato" nel mondo globale".

Siate felici. Questo successo l'avete pagato anche voi.

venerdì 21 settembre 2012

Smutandate Barbie!



(Post vivamente sconsigliato a chi ha sempre giocato solo con Cicciobello.)

Grazie ad un post di MenteCritica sono venuta per caso a conoscenza di un fatto che mi ha, a dir poco, sconvolta. Si, una cosa terribile, che mi ha tolto il sonno. Non so nemmeno come iniziare a parlarne. Tanto vale farsi forza e sputare il rospo tutto in una volta. 
Ebbene, so che per tutte le ex bambine della mia età sarà un colpo, ma dovete saperlo. La Mattel ha messo le mutande alla Barbie. Gliele ha proprio saldate addosso. Dei mutandoni, visti gli standard attuali perizomiali, e color carne. Una cintura di castità, una cosa orrenda. La foto è qui, per chi ha lo stomaco forte (warning, graphic content!)

Non capisco cosa ci fosse da coprire, oltretutto. Non gioco con la Barbie da quando avevo dodici anni, quindi da un bel po', ma me la ricordo bella nuda e smutandata, con appena il tatuaggio in rilievo, praticamente la marchiatura, del logo Mattel su una chiappetta. Un confronto tra la versione vintage e quella attuale è in questo straordinario calendario.
Mi ricordo che là sotto, tra le gambe affusolate che negli anni settanta divennero meravigliosamente snodate, era liscia con appena un'allusione di solco di passerina. Praticamente infibulata con il metodo egizio. Non parliamo di quel frocetto di Ken, con quel pacco appena accennato (noi bambine intuivamo qualcosa di mancante ma non sapevamo ancora cosa di preciso) e che ci dava comunque una certa subliminale angoscia di castrazione. Credo che adesso abbiano messo anche a lui una specie di sospensorio da pugile per confondere maggiormente le acque.

Mettere lo Sloggi contenitivo alla Barbie è una bestemmia, è un crimine che poteva venire in mente solo ad una corporation psicopatica. Primo perché la Barbie, proprio perché censurata e mutilata, nonostante l'abbiano infibulata e scapezzolata all'origine per tentare di renderla meno erotica, è la bambola più cripticamente maiala che sia mai stata creata. Degenitalizzandola l'hanno fatta diventare solo più perversa, più perturbante ed incline a sollecitare fantasie sadomaso o violente tout-court.

Non a caso è sicuramente la bambola d'elezione per fantasie infantili perverso-polimorfe  e per installazioni più o meno hard adulte. Guardate questo maiale cosa ha combinato per risessualizzare Barbie e Ken.
Qui potete gustare una serie molto interessante, realizzata dalla fotografa Mariel Clayton, con Barbie e Ken. C'è la Barbie shibari, la domina, quella che minaccia Ken con un fallo posticcio gigantesco  (volevo postarla qui ma Blogger me l'ha censurata, protestanti bacchettoni di merda).
Non mi sono meravigliata affatto di vedere le altre fotografie decisamente gore della Barbie serial killer intenta a decapitare Ken, a fare a pezzi e conservare in salamoia le teste delle amiche. E' normale. Non so perché ma è una bambola che prima o poi ti dà un gusto sovrumano a staccarle la testa.
Non mi meraviglierei che, nella versione mutandata, qualche infante emulo di Jack the Ripper provasse a mutilarla ulteriormente nel tentativo di asportarle gli odiosi slip contenitivi.

La riprova della perturbanza di Barbie è questa foto dove l'umano imita l'inanimato. La sconcertante Barbie di carne.



E ora qualcosa di completamente diverso. La bambola Kate, praticamente indistinguibile dall'originale.
La casa reale inglese si fa venire le crisi isteriche se la principessa si toglie le mutande in favore dei paparazzi e minaccia la libertà di cronaca nel mondo per impedire che dal parrucchiere possiamo vedere uno scorcio della real patonza per morire d'invidia al pensiero di cosa si tromba il principesso William.
Chissà se la Drag Queen Betty ha idea delle cose che dei bambini innocenti possono far fare alla bambola di Kate, pensando non solo alle Barbie e a Ken ma al cavallo di Barbie.


domenica 16 settembre 2012

Scary movies


"Proiezione di un film su Maometto causa morti e feriti. Ah, quello vestito da pipistrello era Maometto?" (Spinoza) 

Certo, anche loro, abboccare così facilmente all'amo dell'ennesima psyop del reparto patacche in nero della CIA, ormai governata dagli sceneggiatori della serie Scary Movie. Sono molto delusa, mes amis. Soprattutto dalla reazione assolutamente eccessiva rispetto al valore dello stimolo presentato. Il genio cosmico dei napoletani avrebbe fatto scendere la gente in piazza a seppellire la provocazione da un megapernacchio collettivo. Di quelli con la mano molla.
Invece, appena si è sparsa la voce, usando la tecnica della propaganda virale, che c'era un film blasfemo sul profeta dell'Islam, i fedeli non hanno avuto la pazienza di andare a controllare su YouTube di cosa si trattasse veramente e le folle sono state, come da copione, usate per creare disordini. Ovverosia dimostrare ai fans della saga di Al Qaeda ed ai credenti del mito di Eurabia, ultimamente rilassatisi un po' troppo, la potenziale violenza insita nell'animo degli islamici. Violenza sempre pronta a scatenarsi contro l'Occidente.

Su YouTube si può vedere il famoso trailer dello scandalo. Giusto chiamarlo così, trailer: il vero film è quello che si è visto, in diretta, a Bengasi. Uno snuff movie, quest'ultimo, visto che c'è scappato il morto. Giusto anche se sarebbe ancora più corretto chiamare il filmato teaser, ovvero ingannatore.

Il filmaccio anti islamico, somministrato casualmente nei giorni dell'anniversario dell'11 settembre, innanzitutto non è un film. Non è né un prodotto di satira intellettuale, un "Brian della Mecca", per intenderci, realizzato da dei geniali Monty Python e nemmeno una sublime lettura alternativa della religione come "L'ultima tentazione di Cristo" di Scorsese (anche se, secondo il mio occhio cinefilo, il filmaccio vorrebbe scopiazzarne qualche spunto, nelle scene così dette osé).
Il filmato visto in rete e ripreso dalle televisioni, spacciato come teaser di un lungometraggio intitolato "L'innocenza dei musulmani" è una roba girata in studio, malamente e con i riflettori sparati in faccia agli attori. Con il cromakey dietro agli interpreti come nella TV anni 80 di Valeriu Lazarov. Non è cinema, non è certamente costato milioni di dollari, non è un film, ripeto, - perfino i media mainstream ammettono che non forse non esiste nemmeno - è solo brutta televisione. Robaccia fatta in casa, in qualche capannone attrezzato con fondali di cartone e videocamere amatoriali, con cinque o sei attorucoli da compagnia parrocchiale e qualche extra compensato con un SuperSize al McDonald's più vicino. Con la postproduzione e gli effetti speciali che sembrano stati affidati al brufoloso nipotino del regista che sa smanettare con il computer.

Non è un film eppure i media ci raccontano che le immagini che abbiamo viste sono il trailer di un film che sta minacciando la pace nel mondo. Film che se fosse stato da loro ignorato non avrebbe mai provocato reazioni.
Le immagini le hanno viste anche loro, non è necessario essere critici dei Cahiérs du Cinema per capire che si tratta di qualcosa di meno accurato del filmino amatoriale girato ad un matrimonio, eppure insistono a spacciare la loro roba tagliata male come roba buona. Non si rendono conto dell'inganno neppure quando, suggerendo che il film non esiste, non riescono a compiere il passo successivo, e cioè riconoscere che allora si tratta di un falso creato ad arte e domandarsi chi possa avere avuto interesse a crearlo e divulgarlo. E non mi riferisco agli utili idioti tipo il reverendo Terry Jones (che è omonimo di uno dei Monty Python ma non fa ridere affatto) ma a chi li manovra come marionette.
E' da tutti questi indizi che emana inconfondibile il tanfo della propaganda. Della bugia talmente grossa che tutti la crederanno. Ossia che "L'innocenza dei musulmani" è una patacca tipo quei famosi filmati di Osama Bin Laden fatti uscire quando Bin Laden faceva comodo ancora vivo.

Eppure sarebbe facile smascherare i loro falsi. Li costruiscono tutti utilizzando il manuale dei giovani propagandisti versione for dummies, capitolo uno, pagina uno. Quello di far credere che esista qualcosa quando essa non esiste è un trucco di psicologia della testimonianza vecchio come la crocefissione. Potete rifare l'esperimento anche voi. Se vi trovate sul luogo di un incidente o nell'immediatezza di un furto o uno scippo provate a dichiarare, mentendo, al capannello di persone che assistono, di aver visto fuggire un uomo molto alto con un cappello a larga tesa. Dopo qualche minuto tutti dichiareranno di averlo visto anche loro e, dopo ancora un po', ci sarà chi dichiarerà di conoscere l'uomo e di sapere perfino dove abita.

La bruttezza ed approssimazione dell'ultimo prodotto sfornato dalla Scary Propaganda Movies Co. sono probabilmente volute. Sono prodotti che costano poco e rendono moltissimo. Basta girare qualche scena in economia e ci penseranno i media - condizionati a fare da cassa di risonanza a qualsiasi megaballa di regime - a costruire su quel piccolo indizio concreto tutto il castello della propaganda, compresa la fola che il film è costato milioni di dollari, che fa così effetto sul pubblico. (Mi chiedo come facciano, coloro che raccontano le notizie al telegiornale, a non rendersi conto delle enormità che leggono).
Tutto ciò è insopportabilmente ridicolo però efficace, come tutta la propaganda. Quella più volgare che ride delle sue vittime ed esprime tutto il disprezzo verso chi dovrà subirla. E' il potere che fa lo sgambetto al povero vecchio e poi ride. E' l'oscena risata del razzismo. Ecco, se c'è qualcosa di sicuramente autentico, in questo troiaio propagandistico, è l'odio di chi l'ha realizzato verso il credente musulmano, la mancanza di rispetto verso un'altra religione. E non è l'opera di un ateo ma di qualcuno che è convinto che la sua religione sia l'unica. E' un prodotto del fanatismo. Uguale al fanatismo che pretenderebbe di combattere. Un fanatismo che forse è funzionale ad interessi molto terreni.

Qualcuno si rende conto dell'inganno, il bambino realizza che l'imperatore è a culo nudo ma la massa televisiva, isolata e frammentata in milioni di salotti, senza alcuna possibilità di ascoltare il bambino che sta urlando "Ma è nudo! Non ha vestiti!", reagirà come previsto.
Se qualcuno protesterà che è l'ennesimo fumettone e che è ancora più ridicolo dell'avventura dei Supereroi nel Compound di Bin Laden, con Batman che va a gettare il cattivone in mezzo all'oceano e Wonder Woman che fa "Oh my God" per salvare la faccia nella sala di crisi, a loro non frega niente.
Tanto la maggioranza è fatta da coloro che, per principio e per rispetto, non osano concepire l'idea di un  complotto perché non sta bene e "perché nessuno potrebbe mantenere il segreto così a lungo". Pensate. Sono coloro che continuano a credere a ciò che racconta loro la televisione.
Che magari hanno l'acqua alle ginocchia perché è in corso un'alluvione nella loro città ma al TG non ne parlano perché il liberismo non vuole più privare i cittadini del diritto di gestirsi le catastrofi come meglio credono, senza molesti interventi di aiuto di uno Stato impiccione e preferisce invece parlare della minaccia islamica che incombe. Ovvero, in sostituzione della cronaca della giornata, mandare in onda un film d'avventura. 

mercoledì 12 settembre 2012

Quello che si sa ma non si dice


"Quanto al futuro, ascolti: / i suoi figli fascisti / veleggeranno / verso i mondi della Nuova Preistoria." (Pier Paolo Pasolini, da "Poesia in forma di rosa".)

"I maggiori centri decisionali non saranno tanto nel governo o nel parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch'essi avviati ad un coordinamento internazionale". (Eugenio Cefis, 1972)

Chiunque volesse cimentarsi nell'interpretazione dell'attualità, di questo drammatico passaggio tra Seconda e Terza repubblica, per capire cosa stia succedendo ed azzardare una previsione del nostro futuro, può farlo  utilizzando gli strumenti della nostra Storia, con i suoi preziosi suggerimenti e i tanti indizi che diventano prove.
Perché c'è un filo - o meglio una catena di schiavitù - che lega i destini delle generazioni che hanno vissuto gli anni dal dopoguerra ad oggi. E' una Storia che ha costanti immutabili, che ha incastonata una maledizione  - quella dei "vent'anni"- legata alla ciclicità delle sue crisi, che ha seminato morti e distruzione per ottenere una sola cosa: il declino inarrestabile di un paese - al quale assistiamo impotenti oggi - sacrificato sull'altare di interessi privati e sovranazionali.
Una Storia che non ha avuto pietà dei grandi uomini: industriali, politici e poeti colpevoli di non essersi piegati ma ribellati alle regole, di aver voluto tentare di  cambiare le cose o solo di testimoniare, urlandola, la verità e tanto meno ha avuto pietà degli uomini e donne anonimi che attendevano il loro turno ad uno sportello bancario o il treno in sala d'aspetto, semplici agnelli sacrificali da offrire in olocausto sul solito altare sempre bramoso di sangue innocente.
Una Storia che in prospettiva non ci offre niente di buono ma solo ancora asservimento ad un Potere che sempre di più, mano mano che ogni resistenza ad esso viene meno, pensa di poter decidere della nostra vita e della nostra morte, come un dio onnipotente non solo malvagio ma anche ottuso e quindi ancora troppo umano. Di un'umanità maligna che non riuscirà mai a scrollarsi di dosso.

Questa Storia, così come l'ho analizzata e studiata in questi anni e che credo di avere capito, aggredisce e sconcia le sue vittime, ci annichilisce  tutti - noi che vorremmo tanto vivere in un paese libero di scegliere il proprio destino - e ci abbandona nella solitudine. La solitudine dell'espressione triste di Pasolini che ritrovo in tanti di noi. E' l'insopportabile protervia degli esecutori del Potere che pretendono, con la logica tipica degli usurpatori, di essere ingiudicabili come la moglie di Cesare. Al di sopra della legge di Dio e degli Uomini perché hanno venduto la propria anima agli uomini che vogliono essere Dio. 
E' una Storia lunga quasi settant'anni che comincia con una sconfitta che marchierà questo paese per sempre e lo vincolerà al principio della sovranità limitata. Una storia di trattative sottobanco, di alleanze criminali, di tradimenti. Tutto sempre all'insegna del gattopardismo: della necessità che mai niente cambi veramente. La condanna definitiva ed in giudicato all'ingovernabilità palese ed all'immobilismo occulto della nostra nazione.

Questa Storia ha due punti cardine che permettono di comprendere gli avvenimenti che si sono succeduti in tutti questi anni.
La madre di tutte le trattative, la prima di tante che verranno è la liberazione di Lucky Luciano da un carcere di New York e la sua spedizione in Sicilia per preparare il terreno allo sbarco alleato ed assicurarsi l'appoggio dei boss locali che controllano il territorio. La Mafia diventa così a pieno titolo uno dei soggetti che potranno sedersi al tavolo della pace, assieme ai partiti che nasceranno dalla Resistenza, alla Chiesa ed al potere industriale. La Mafia non è andata al potere negli anni novanta, per intenderci. Godeva già di ottime credenziali nei palazzi del potere.

La madre di tutti gli inciuci, degli accordi sottobanco, delle logiche partitiche di spartizione del potere è invece l'amnistia per i criminali di guerra firmata dal Togliatti ministro nel 1946. I responsabili della guerra appena perduta, dell'alleanza con il nazismo, dell'imperialismo fascista e delle stragi da esso compiute: i Badoglio, i Graziani, i Roatta - Mussolini è stato magnanimamente e strumentalmente concesso in dono al popolo ed alla sua rabbia - vengono non solo graziati ma sulla storia dei crimini di guerra italiani sarà eretto il primo muro di gomma dei tanti che sarebbero seguiti. Abbiamo stuprato, ucciso, torturato in Yugoslavia, siamo stati i primi ad infoibare, avevamo i nostri lager, gli etiopi hanno assaggiato le nostre armi di distruzione di massa - con Mussolini che scriveva proprio "gasateli" sui telegrammi, firmandoli senza pudore - ma da quel momento, grazie ad un innominabile do ut des chiamato pacificazione nazionale diventiamo perfino leggenda: la figura mitologica dell'italiano brava gente. Gli unici, in una guerra che ha visto scatenare i peggiori istinti omicidi in tutti i popoli coinvolti, ad esserne usciti puri come gigli e addirittura ancora più buoni di prima. I comunisti dicono che non si poteva fare altrimenti, che si doveva evitare la guerra civile ma di fatto l'amnistia serve per cancellare qualunque possibilità di giustizia per le vittime e per facilitare la cancellazione di tutte le colpe. Da una parte e dall'altra. 
L'effetto collaterale del patto di sangue con la Mafia - che prima o poi presenterà il conto - e della spartizione delle responsabilità criminali tra le due fazioni in lotta che si annullano a vicenda in nome di una par condicio scellerata è che il fascismo, non necessariamente e solo quello nero, non sarà mai definitivamente sconfitto ma potrà rimanere in sottofondo, in standby, pronto a risorgere appena le circostanze lo permetteranno. Con un golpe magari o, come usa oggi, con un governo che abbia il coraggio, non essendoci più i freni morali, di fare strame direttamente della Costituzione.

Il resto, tutto ciò che è derivato da questi due eventi possiamo farlo scorrere con l'avanti veloce. Mattei e le trame interne ed esterne dell'ENI, la maledizione del petrolio, voleva fare di testa sua, la palla di fuoco di Bascapé. La Mafia, le sette sorelle, Cefis.
Moro e l'apertura a sinistra, con Gladio che vigila e lavora nell'ombra. Il golpe De Lorenzo, il golpe Borghese. Bagattelle. "E' inutile", dirà Eugenio Cefis, l'uomo nero dell'ENI e il fondatore della P2, "il golpe in Italia non si fa con le sciabole e i carri armati ma con il controllo dei media: giornali e televisioni". Un profeta.
Pasolini, l'oracolo poeta, vede e scrive la realtà e ci consegna, immondo e rivoltante, il nostro futuro, questi anni di sangue e merda perché possiamo tentare di difendercene. Vede il legame tra le trame di ieri e dell'oggi - si, proprio quella P2 che sta preparando l'assalto finale alla roccaforte del potere - e lo denuncia, lo urla.  Lo massacrano gridandogli "frocio, comunista". E' morto per colpa delle sue tendenze, diranno.
Il sessantotto, gli studenti. Quelli autentici e quelli infiltrati. C'è una pericolosa alleanza tra operai e studenti che dev'essere spezzata. Ci vuole un rimedio. Le bombe, gli attentati. Sono stati gli anarchici (ma erano i fascisti). La strategia della tensione, il terrorismo che fa rinascere quella guerra civile che Togliatti diceva di voler evitare. Rossi contro neri. I morti per le strade. Milano, Brescia.  Non possiamo permettere che un paese finisca nelle mani dei comunisti. Lo dice Kissinger in un orecchio a Moro, nel 1974, un anno dopo aver chiarito il concetto a Salvador Allende in Cile. Nasce la televisione spazzatura ma la chiamano libera. Tette e culi per spianare la strada all'omologazione, alla volgarità che dovrà minare alla radice per distruggerla la nostra cultura. La tabula rasa che è fondamentale per la terapia dello shock ed il successivo ricondizionamento. Moro e i 55 giorni. Lo massacrano in nome della difesa dello Stato. Era diventato pazzo, diranno. Ustica. Il nostro doppiogiochismo e la pulsione al tradimento. Bologna. Gli allegri ed opulenti anni ottanta. Craxi che firma la sua condanna a Sigonella. La P2, nuova gestione Gelli. Calvi e lo IOR di Monsignor Marcinkus.
Vent'anni. La giostra si ferma. La prima repubblica finisce alla gogna di Mani Pulite. Socialisti, repubblicani, democristiani, scendano, prego. I comunisti no, rimangano per il momento, che ci servono ancora. Per potervi difendere dai comunisti.  Ancora morti. Suicidi molto strani, come quello di Raul Gardini, toccato dalla maledizione dell'ENI trent'anni dopo Mattei. La Montedison che era di Cefis. Una zeppa, il corsaro, uno troppo intraprendente, un'anomalia, un rivale. Troppi galli nel pollaio. Si è suicidato perché avrebbe dovuto testimoniare, diranno.
Craxi e le monetine, Di Pietro sei tutti noi. E poi la trattativa, le stragi, la Mafia che alla fine presenta il conto e in lista c'è segnato proprio tutto. Falcone e Borsellino che hanno volato troppo vicino al Sole.
Si cambia per non cambiare. Ci vuole uno fico, un imprenditore di successo magari, uno del Nord, un milanese ma con agganci a Palermo. Uno con le televisioni, e se non ne ha abbastanza gliele daremo tutte. Anche i giornali. La visione di Cefis. Cefis che disegnava il futuro con Gianfranco Miglio, l'ideologo della Lega. Colui che voleva il Nord in mano ai movimenti federalisti in odore di nazionalsocialismo e il Sud alle Mafie: la vietnamizzazione dell'Italia in nome di chissà quali interessi particolari. Altro che Casaleggio.
E poi lo sdoganamento definitivo del fascismo. La shock therapy a Genova: le botte, le notti cilene, un due tre, arriva Pinochet. La politica del bipolarismo, facciamo finta di essere democratici ed anglosassoni. Prodi e l'euro nato deforme. Prodi e le privatizzazioni. Prodi e, aiuto ci rubano le elezioni. Poi di nuovo l'imprenditore di successo, amico di brave persone come il boss Mangano e benefattore di altri amici come i collezionisti di diari falsi, capitoli mancanti e messaggi cifrati, da tirar fuori al momento giusto. Uno che non paga la corsa del taxi e poi scende ma compra direttamente macchina e tassista. Uno drogato di sé stesso che alla fine è andato in overdose.
Diciassette anni. Peccato, avrebbe superato il record di Mussolini se non avesse avuto il maledetto vizio di non riuscire a salvare le sue aziende dal fallimento. Una zeppa, ormai ci fa perdere clienti.  Inaffidabile, stop. Lo scandaletto a sfondo sessuale è la firma del mandante del golpe morbido, a volerla vedere.
Vent'anni.  La giostra si è fermata di nuovo. Le Mafie dilagano al Nord e presto scalzeranno anche le Leghe pappandosi tutto. L'imprenditore scenda ma rimanga a disposizione per ogni evenienza. I comunisti. I comunisti non ci sono e non servono più. Sono entrati in banca anche loro. Anzi, sono le banche a venire a noi, adesso. Comanda la finanza tossica, nel senso dei derivati, delle stock options, delle put, dello spread,della governance, e della spending review. Non servono più nemmeno i politici. Sono impegnati a contare i soldi. Appena finiranno di contarli gliene daremo altri - li moltiplichiamo come le cellule cancerose - e così via. Fanno finta di stringere alleanze e il giorno dopo di litigare ma l'anno prossimo sarà l'anno del ritorno del monocolore democristiano. L'unico governo possibile. La cultura di questo paese è distrutta, sull'economia stiamo lavorando e non troviamo grossi ostacoli, è un popolo di zombi. Il cervello degli italiani è ormai all'ammasso, è vuoto, lo riempi con qualsiasi cosa, anche con l'illusione che l'ennesimo uomo di spettacolo possa essere la giusta soluzione di governo. Pensate, si illudono ancora di poter cambiare le cose. Ormai ci servono solo quattro professori ottusi ma basterebbe il pilota automatico. Missione compiuta. Si ricomincia. Dunque, dicevamo, la trattativa. Cosa chiedono ancora, adesso?


Sui legami tra i casi Mattei, De Mauro e Pasolini: "Profondo Nero", di Lo Bianco e Rizza
Inchiesta di RaiNews24:  parte I  - parte II

domenica 9 settembre 2012

Il cavallo di Troika

dal film "Metropolis" di Fritz Lang

Non sono sicura di aver visto dare nei giorni scorsi, sui giornali e in televisione, troppo risalto alla notizia  dell'invio alla Grecia da parte del Potere Finanziario Mondiale, tramite i suoi scagnozzi della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), dell'ennesima lettera minatoria. C'è da capire i nostri media reticenti a divulgarla. La ricetta è destinata presto anche a noi e sperano di nascondercelo fino all'ultimo reggendo il sacco a Monti che gabella di aver salvato l'Italia da un baratro che esisteva solo nella testa di qualche mente raffinata. Quelle che scrivono le lettere non a singoli individui ma ad interi paesi, appunto. Finora solo il Dio della Bibbia aveva osato ammonire popoli interi imponendo le tavole della Legge ma questi intendono evidentemente surclassarlo.
Se leggiamo nel dettaglio le ultime pretese degli strozzini rivolte alla nuora greca ma affinché altre suocere mediterranee intendano, le cose dovrebbero diventare chiare anche per il più ottuso e tardo dei nostri concittadini, compresi coloro che pensano che con la "sinistra" al governo cambieranno le cose.
Ecco cosa gli strozzini chiedono ai Greci, per uscire dalla crisi da loro creata e per rimanere nell'Eurozona che fa comodo a loro. Non una lotta seria alla corruzione endemica dei paesi mediterranei, non una redistribuzione delle ricchezze in senso equo ma questo:

1.
Incremento della flessibilità degli orari di lavoro: in tutti i settori si dovrebbe passare da cinque a sei giorni lavorativi per settimana.
2.
Ridurre il riposo minimo giornaliero a un massimo di 11 ore: le ore occupabili dal lavoro diverrebbero, così, 13.
3.
Eliminare qualsiasi restrizione di orario massimo tra mattina e pomeriggio.
4.
Ridurre a una sola tipologia (e cifra) il salario minimo.

Non vi è bisogno di commento. Dev'essere la stessa inebriante sensazione che avevano i medici nazisti quando avevano a disposizione cavie umane o le industrie tedesche che sfruttavano la manodopera schiavistica dei lager. Poter disporre delle vite di coloro che servono solo allo scopo di cederci le loro ricchezze e poi possono essere buttati via.
L'Oro alla Finanza Mondiale. Care spose, preparate a sacrificare i vostri anelli.
I comandamenti di cui sopra non sono altro che la teoria dello shock economico, i cui dogmi sono: deregolamentazione del mercato, tagli al welfare e riduzione in povertà dei lavoratori attraverso la riduzione del potere d'acquisto di fronte all'aumento incontrollato dei prezzi. E' la maledizione di Friedman. E' la guerra totale dichiarata dai ricchi ai non ricchi per la conquista della ricchezza suprema. La lotta di classe perfetta. Però la chiamano "salvataggio della Grecia". La nemesi del cavallo di Troia.

Se qualcuno ancora si domanda come mai una teoria economica che in quarant'anni dalle sue prime applicazioni sperimentali in Sudamerica, ha impoverito milioni di persone e ucciso più che una guerra, sia ancora così ottusamente applicata a forza ad interi paesi ma non solo: sia l'unica teoria economica insegnata nelle università e considerata alla stregua di una religione, incontestabile ed ineluttabile, basta fare il semplice ragionamento del cui prodest. Basta cambiare punto di osservazione.
Perché, secondo il suo scopo dichiarato, essoterico, il neoliberismo dovrebbe favorire la liberalizzazione della concorrenza e del mercato e propugnare il bene dell'economia ma, visto il suo totale fallimento, dato che i popoli soggetti ai suoi dettami sprofondano nella povertà, potremmo parlare, guardando come tentano in tutti i modi di mantenerlo in vita, di un caso di accanimento terapeutico applicato ad una dottrina economica.
Ma se invece interpretiamo il liberismo secondo il suo scopo esoterico e più profondo, mai apertamente dichiarato ma nemmeno mai negato, che è arricchire una elite in maniera illimitata, allora dobbiamo ammettere che è il sistema economico perfetto per il fine che si propone. Ecco perchè non si studiano altre teorie economiche nelle università. Ecco perché Mario Monti riesce a passare per un grande economista. Perché il potere ha trovato lo strumento perfetto, l'arma finale, la sua arca.

Insomma, per riassumere. Nel secolo scorso, la presenza di potenze nucleari comuniste nel mondo e, nei paesi industrializzati, di partiti di sinistra  detentori di un certo potere di contrattazione sociale, aveva impedito al capitalismo di assumere la sua forma estrema, già vista appunto durante il nazismo, e di trionfare nello ristabilimento della diversità (in)naturale e quasi razziale tra ricchi e poveri.
Le soluzioni economiche keynesiane della prima metà del secolo scorso, secondo alcuni, sono proprio l'espressione di un capitalismo che, spaventato dalla possibile rivoluzione proletaria in senso comunista, si mette la maschera buona e accetta di scendere a patti con gli straccioni. Ovunque però i lavoratori sono deboli e non rappresentati e difesi, come nel terzo mondo, il liberismo può cominciare ad impratichirsi con i metodi più brutali di espropriazione del bene comune a vantaggio di pochi eletti. Con l'indebolimento della controparte imperiale comunista negli anni ottanta, anche i paesi industrializzati come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna introducono le idee liberiste in economia. Sono gli anni di Reagan e di Thatcher.
Con il crollo del comunismo nel 1989, per il capitalismo sarà valanga. Niente riuscirà più a fermarlo. I paesi dell'Est comperati con l'illusione della libertà - era solo liberismo - e gettati in pasto agli oligarchi locali. La Cina che crea un ibrido economico mostruoso con pezzi di totalitarismo comunista ed altri di liberismo sfrenato. Le Tigri Asiatiche in balia della speculazione selvaggia.
Gli anni novanta e duemila sono gli anni della degenerazione finanziaria, della forma neoplastica del capitalismo, della speculazione, della deregolamentazione che diventa caos e che prende il sopravvento, distrugge le economie reali per creare grandi ricchezze singole ma anche immensi numeri di denaro virtuale.  Che crea attentati, guerre, nemici, per nascondere le sue crisi periodiche sempre più frequenti ed aver l'alibi di andare a metastatizzare nuovi paesi. Quel cancro, insomma, che io credo distruggerà un giorno o l'altro il liberismo che lo ha lasciato proliferare nel mercato, proprio a causa del dogma friedmaniano che il mercato va lasciato libero di autoregolamentarsi.

Loro hanno creato la crisi - o solo il suo mito - ma non fanno nulla per eliminarla. Ne agitano lo spettro per imporre la vittoria finale del capitalismo peggiore sugli ultimi paesi che ancora non hanno sperimentato fino in fondo la dottrina dello shock economico. A ben pensarci, rimaneva proprio solo l'Europa occidentale per completare l'album.
Pregate che vincano davvero la battaglia finale quei massoni che dicono di lottare da jedi buoni contro il lato oscuro della forza per ristabilire un briciolo di keynesismo in economia perché se aspettate che vi difenda la sinistra, potete già cominciare ad arrendervi e ad offrire spontaneamente i conti correnti. 
La sinistra l'hanno comperata promettendo ai suoi apparatchik di non toccare i loro feudi, i loro protettorati locali. Vi hanno traditi già vent'anni fa. Ma questo è materia per un altro post. Per ora dico solo di temere  non i greci ma i banchieri, anche quando portano doni.

venerdì 7 settembre 2012

Irréversible


L'euro sarà pure irreversibile, come dice Mario Draghi, ma vi inviterei a riflettere su un fenomeno che possiamo sperimentare ogni giorno. 
Provate a scrivere una mail e ad inserire nel corpo del messaggio il simbolo dell'euro € (AltGr+E). Quando tentate di inviarla, si apre un pop up che vi invita a scegliere tra diverse codifiche  "perché il testo contiene un set di caratteri non predefinito". 
Io interpreto il fatto così: a distanza di anni dalla sua introduzione come moneta unica europea, l'impero che vi fornisce il più diffuso sistema operativo da PC si rifiuta ancora di considerare l'euro degno di meritarsi una modifica al codice sorgente di Windows. Non vi sarebbe da meditare a lungo su questo? Irreversibile o irrilevante?

E Mario Draghi, scrive mai delle mail inserendoci l'euro?