giovedì 31 agosto 2006

La principessa sul pisello - 20th Anniversary Edition





In occasione degli anniversari di morte si dovrebbe avere più rispetto di coloro che ‘a livella rende tutti uguali, anche di fronte alla pietà ma, a quanto pare, nemmeno essere state principesse da vive impedisce che i cronisti “cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti, e si direbbe proprio compiaciuti”, come li definiva Giorgio Gaber, si trattengano dal grufolamento.
La nota rivista “Chi”, che potrebbe fregiarsi a ragione del sottotitolo “se ne frega”, ha pubblicato con grande nocumento dei sudditi di Sua Maestà britannica le ultime immagini della principessa Diana morente. Fin dal 1997 erano girate nel profondo web foto del genere ma queste vengono venduto come quelle “origginali”. E tutto ciò per promuovere l’ennesimo libro, scritto da un certo Jean Michel Caradec'h, autore di “Diana, l'indagine criminale”. Uno il cui cognome termina apostrofo h non deve avere una vita molto facile negli uffici pubblici.

Ciò che però rende queste nuove rivelazioni sulla morte della principessa particolarmente concupite dalla stampa sono alcuni particolari a luci rosse che aprirebbero nuovi scenari sulle vere ragioni dell’incidente.
Non giriamoci tanto intorno. Il povero autista Henri Paul, come in un qualunque film pecoreccio italiano anni '70 con Alvaro Vitali, era distratto da ciò che stava accadendo sui sedili posteriori della Mercedes: Lo sciagurato allungò troppo il collo e non vide il pilone sopraggiungere, altro che Uno Bianca e servizi deviati. Gli unici servizi erano quelli idraulici che  - Dio mi riperdoni - la principessa era intenta a praticare al Dodi. Questa ipotesi nascerebbe dal fatto che il fidanzato egiziano fu ritrovato con la patta slacciata. 

Mah, io dico, ammesso che la faccenda sia vera, si rendono conto questi signori che pubblicando tali notizie, oltre a prolungare di qualche anno la psicoterapia dei figlioli della defunta, probabilmente stanno già offrendo lo spunto per il pornazzo di rito dal titolo “La principessa lo prende nel tunnel”?
Che miserie! Ma ve li ricordate i funerali in diretta e in mondovisione, con il cordoglio di un intero globo terracqueo, le lacrime dei compassati inglesi che scendevano copiose ad annacquare il tè e le migliaia di fiori e pupazzetti attaccati ai cancelli di Buckingham Palace? Elton John vestito da iettatore rock che le cantava la solita canzone da requiem, non una nuova di zecca ma una sua vecchia lagna rimaneggiata per l’occasione; gli amici un po’ così in lacrime, la suocera dallo sguardo da poker. Senza contare l'ex marito al quale il subconscio faceva pensare “Già...! Ora mammà non potrà più rompermi i maroni con Camilla”. E poi il j'accuse del fratello, la sepoltura nel mausoleo e l’invocazione della canonizzazione immediata, propiziata dalla morte avvenuta quasi all’unisono con quella di Madre Teresa?

Dopo quasi dieci anni tutta questa sofferenza sembra essere finita nel dimenticatoio e il mito è stato sottoposto a demolizione controllata come una Punta Perotti qualunque. E per giunta con una bella dose di zolfo. La bella Diana, prima monica poi dimonia.
Che l’antesignana delle Sante Subito fosse in realtà una che amava rendere la pariglia ce lo suggerirono quando leggemmo che, pur giunta illibata alle nozze con il Principe Racchio si era messa velocemente in pari collezionando, si dicono, una quattordicina di amanti.
Quando venne fuori la storia dell’amante Hewitt mezza corte inglese si battè la fronte ed esclamò “Ecco a chi assomigliava il principino Henry!”. Nel suo ultimo anno di vita due scuole di pensiero si confrontarono sulle affascinanti ipotesi attorno all’ultimo amante e sulla paternità del presunto figlio che Diana si diceva attendesse: la scuola di Francoforte propendeva per il pakistano (nel senso di uomo nato in Pakistan), quella di San Francisco era invece per l’ipotesi Dodi Al Fayed. In entrambi i casi si trattava di musulmani. Assurdo pensare che la Corte inglese potesse acconsentire alle nozze.
Il mancato suocero bottegaio di lusso Al Fayed la mena da anni con il complotto dell’MI6 e intanto vende le tazze serigrafate con le mortine dei due amanti nel suo supermercato di lusso, le quali però cominciano ad accumularsi pericolosamente tra l’invenduto.
Il vedovo consolabile si è finalmente accasato con la donna della sua vita Camilla. L’amore inossidabile ha trionfato e i due non fanno più notizia. Lei, Camilla, da carogna finita quale era dipinta, è diventata simpatica e perfino attraente, forse per qualche magia di Harry Potter. I due figlioli della morta le vogliono perfino bene e la regal suocera ha ritrovato il sorriso.

La stampa, non sapendo cosa farsene di un cadavere ormai inutile cerca di liberarsene, una rivelazione sempre più scabrosa alla volta. E la povera Diana che in fondo, dopo aver visto svanire la sua immensa ambizione di diventare la vera regina d’Inghilterra si è sbattuta tanto per niente, ora rischia o di essere equiparata a quella sciacquetta di Monica Lewinski o di essere addirittura dimenticata. “Diana Chi”?

mercoledì 30 agosto 2006

I mondiali di Montalbano

Il commissariato di Vigàta era in fermento. Quella sera l’Italia si giocava la finale dei Mondiali, mancava tanticchia all’inizio e tutti speravano che per quella sera non ci fossero ammazzatine per potersi taliare la partita in santa pace.
Catarella sembrava attarantolato: “Dottori, dottori, stasera vinciamo noi, pirsonalmente di pirsona!” “Che minchia dici, Catarè” santiò Montalbano, che in queste cose era superstizioso. E poi quella serata era incazzato più del solito, si sentiva un cerchione di ferro torno torno alla testa e gli occhi gli facevano pupi pupi.
Raggiunse Livia alla trattoria San Calogero dove mangiò tanticchia di pesce e basta. Principiò a taliare la partita sul televisore e più passavano i minuti e più si faceva pirsuaso che quel grandissimo cornuto di Catarella ci aveva azzeccato anche questa volta.
Quando l’Italia segnò l’ultimo rigore e principiò un misirizzi di urla, bannere e gente che si catafotteva urlando per strada, il commissario si sentì improvvisamente guarito e soddisfatto. Taliò la zita che era ancora più commossa di lui, la strinse e se ne andarono ad adrummiscire stanchi ma felici.
Omaggio affettuoso al maestro Camilleri

La Fallaci sulla finale dei mondiali

Tra i commenti sull'imminente finale dei mondiali non poteva mancare il commento di Oriana Fallaci, che volentieri pubblico.

"Vi sono momenti nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo, perdio.
Io non seguo il calcio, che trovo un divertimento adatto solo a dei fottuti idioti, ma non si può non tifare Italia per il bene del nostro povero paese e dell’Eurasia.
Ma li avete visti i cosiddetti francesi? Voltaire si rivolterà nella tomba, si permette perfino ai musulmani di scendere in campo con quel Zidane, bella faccia da stupratore.
Volete che le vostre figlie siano costrette alla guepiére e i ragazzi obbligati ad bere champagne? No, piuttosto che vedere una copia della tour Eiffel vicino alla mia casa a Radicofani ci piazzo sotto una bomba.
E ora non chiedetemi più nulla, maremma maiala. Meno che mai, di partecipare a cortei o a schiamazzi notturni. Quello che avevo da dire l'ho detto. La rabbia e l'orgoglio me l'hanno ordinato. Ma ora devo rimettermi a lavorare, non voglio essere disturbata. Punto e basta, e levatevi da ‘oglioni. "

Oriana vera o falsa?

lunedì 28 agosto 2006

L'uomo che sapeva (troppo?)


Tra pochi giorni saranno trascorsi cinque anni dalla tragedia dell’11 settembre 2001. Nei mesi precedenti a quel terribile evento ci fu una persona che si batté come un leone per evitarla ma non fu ascoltato, anzi la sorte volle che morisse anche lui assieme alle altre 2806 vittime di quel giorno. Chi non ha voluto ascoltare John O’Neill e perchè? E’ stata solo un’imperdonabile leggerezza?
La sera del 10 settembre 2001, alcuni amici stanno cenando in un ristorante chic, l’Elaine’s, nell’Upper East Side di New York. Uno di loro è John O’Neill, 49 anni, ex pezzo grosso dell’antiterrorismo FBI, dimissionario da un mese e neo responsabile della sicurezza del World Trade Center.
Succederà qualcosa… qualcosa di enorme… Ci sarà un cambio… una grossa scossa” confida preoccupato ai suoi ospiti. “Non mi piace come si stanno mettendo le cose in Afghanistan” [il giorno prima era stato assassinato il leader afgano Ahmed Shah Massoud]. Chris Isham, di ABC News, gli dice scherzando: “Adesso hai un lavoro tranquillo nel WTC, lì non metteranno bombe un’altra volta.” O’Neill risponde: “Stanno ancora pensando di finire il lavoro. Lo faranno di nuovo.”
John O’Neill era entrato nell’FBI nel 1976 e nel 1995 era approdato all’antiterrorismo, fungendo da uomo di collegamento con le altre agenzie governative come la NSC e la CIA. Esperto assoluto di terrorismo internazionale, contribuisce a far catturare Ramzi Yousef, l’uomo dietro il primo attentato al World Trade Center nel 1993.
Nel 1996 investiga sull’attentato alle Khobar Towers di Dharan, Arabia Saudita, dove rimangono uccisi 19 soldati americani e altri 500 vengono feriti dall’esplosione. E’ a quell’epoca che John per la prima volta si accorge della reticenza dei suoi superiori, come il direttore Louis Freeh, ad investigare sulle responsabilità terroristiche dell’Arabia Saudita.
Il 7 agosto del 1998 due esplosioni scuotono le ambasciate Americane a Nairobi, Kenya e a Dar es Salaam, Tanzania, causando 224 vittime e migliaia di feriti. O’Neill non ha dubbi, solo Al Qaeda può aver realizzato un attentato così sofisticato.
Nel 1999 un banale incidente alla sua macchina e l’utilizzo di un’auto dell’FBI per portare la moglie all’ospedale lo fanno finire sotto inchiesta interna. E’ l’inizio di una lunga serie di episodi di mobbing che lo porteranno infine alle dimissioni dal Bureau.
Nel luglio del 2000, durante una conferenza in Florida, John risponde ad una chiamata al cellulare e si allontana momentaneamente dalla sala. Al suo ritorno la sua valigetta contenente importanti documenti è sparita. Nonostante questa venga ritrovata praticamente intatta poche ore dopo, l’episodio dà adito all’ennesima inchiesta disciplinare contro di lui.
Il 12 ottobre, nella Baia di Aden in Yemen l’attentato alla USS Cole provoca la morte di 17 marinai americani. O’Neill è inviato ad investigare sul posto ma l’ennesimo ostacolo alle sue indagini è rappresentato dall’ambasciatrice Barbara Bodine, la quale non sembra apprezzare la presenza sul suo territorio di centinaia di agenti dell’FBI in cerca di prove. Nel gennaio del 2001, dopo una breve licenza negli Stati Uniti, O’Neill vuole ritornare in Yemen per seguire le tracce della locale cellula di Al Qaeda, ma sorprendentemente la Bodine gli nega il visto d’entrata. Nonostante questa imperdonabile leggerezza nel sottovalutare il pericolo Al Qaeda l’ambasciatrice sarà in seguito premiata con la nomina a coordinatrice per l’Iraq centrale dell’amministrazione civile americana nel 2003.
Durante la primavera e l’estate del 2001 John O’Neill è sempre più frustrato di vedere le sue indagini cadere nel nulla, come i suoi sforzi per incastrare Al Qaeda ed i suoi più pericolosi terroristi. Privati della copertura necessaria, gli uomini di O’Neill sono costretti ad abbandonare lo Yemen in giugno nonostante siano riusciti ad arrestare il terrorista Fahad al-Quso, legato a due uomini che sarebbero divenuti celebri come pilota e copilota del volo 77 dell’American Airlines che si sarebbe schiantato contro il Pentagono.
Anche il neo direttore ad interim dell’FBI Tom Pickard non è da meno nel mettergli i bastoni tra le ruote. Un ulteriore motivo di delusione è rappresentato per John dalla scoperta dei finanziamenti della famiglia saudita a Osama Bin Laden e dalla sensazione che l’amministrazione USA non voglia inimicarsi troppo i sauditi per ragioni petrolifere. Queste rivelazioni sono inserite nel libro “Bin Laden la vérité interdite” (Bin Laden la verità proibita) di Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquié, pubblicato alla fine del novembre 2001.
John lascia definitivamente il Bureau il 22 agosto e accetta un nuovo lavoro come capo della sicurezza del WTC . [New Yorker, 1/14/2002]
L’11 settembre è al 34° piano della Torre Nord, nel suo ufficio. Non farà in tempo a vedere confermati i suoi sospetti, a vedere i membri della famiglia Bin Laden scorrazzare liberamente per gli Stati Uniti nei giorni successivi, gli attacchi all’antrace, la guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq, la fallimentare rinuncia alla cattura di Osama. L’uomo che sapeva troppo, il figlio di un taxista di Atlanta, amante della bella vita, amico di Robert De Niro, lavoratore instancabile e segugio dal fiuto infallibile, morirà assieme alle altre 2806 vittime degli attacchi alle due torri.
Su John O’Neill sono stati realizzati: un bel documentario, “The Man Who Knew”, trasmesso anche dalla RAI nella rubrica “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli e un film intitolato “Chi ha ucciso John O’Neill” dei registi indipendenti Ty Rauber e Ryan Thurston.

giovedì 24 agosto 2006

Da morire dal ridere

Uno normalmente penserebbe che lavorando nel settore funerario si debba essere persone tristi, vestite di scuro, sempre sull’orlo della depressione, con le pastiglie del Prozac al posto dei Tic-Tac.Niente di più falso. Credete a me che, pur solo per otto mesi, ci ho lavorato.

Avevano bisogno di qualcuno che sapesse usare i computer per gestire tutto il settore della grafica. Traduzione: facevo al computer le “mortine” (o ricordini), i manifesti, l’impostazione per le scritte sulle lapidi e intanto tenevo aperto il negozio sul viale del cimitero dove si ordinavano le lapidi, e si comperavano i vasetti per i fiori e le cere per lucidare il marmo.
Ehi, ragazzi, cosa fate con le mani nei pantaloni? E’ un mestiere come un altro. Non vi piacciono i film horror, “Quella casa accanto al cimitero?”, “Zombi 1,2,3 e 4?”
Dicevo all’inizio che si rideva. E come fai a non ridere con quello che può capitarti? Giuro che sono tutti fatti veri visti con i miei occhi:
La signora che entra in negozio e chiede se facciamo le fotoceramiche. Io rispondo “si, ha la fotografia con sé”? E lei, “certo” e tira fuori la foto del cane. Una lacrimuccia a lato dell’occhio destro, “Questo è Boby, mi è morto da poco e con mio marito vorremmo fargli la tomba in giardino”. La signora rinunciò all'idea e cominciò ad elaborare il lutto quando venne a sapere il prezzo della fotoceramica: 120.000 (si andava ancora in lire).
Ancora cani. Una mattina mi chiamano nel laboratorio delle lapidi per una impostazione urgente. Vedo la mia collega sorridere, e capisco il perché quando leggo il nome della bestia da incidere sul marmo: “STRESS”.
Le foto per i manifesti metterebbero alla prova anche i maggiori esperti di Photoshop. Ho dovuto sudare sette camicie in molte occasioni: con quello che mi porse la foto della madre e mi chiese se per favore potevo “toglierle i baffi”, con quell’altra vedova che mi portò la foto del matrimonio da dove dovetti cancellare, nell’ordine: lei (che era abbarbicata al marito come una piovra, con braccia dappertutto), gli invitati e lo sfondo che andava sostituito con il giardino di casa. Un’altra volta alla foto (a colori) del defunto doveva essere aggiunto un cane, del quale c’era però solo la foto in bianco e nero.
Con le lapidi le richieste strane non mancavano. Una tipa voleva, al posto del solito Cristo o mazzo di rose, un gabbiano, perché il morto amava tanto il mare. Ok, cerca pure qualche immagine bella di gabbiano con il suo piumaggio bianco e nero, il becco tornito ecc. ma non era mai soddisfatta: “più stilizzato, più semplice!..” Alla fine, sul punto di strangolarla le chiesi di disegnare lei ciò che voleva e lei mi fa uno sgorbio, una specie di logo della Nike. Ma vaffan…
Come si fa a non ridere quando, nel tirare su la cassa al funerale, ad uno dei portantini si strappano i calzoni dalla cintura fino al cavallo? O quando sei a tarda sera ancora in laboratorio per finire un lavoro e arriva una scossa di terremoto del 4° Richter che fa tremare tutte le lapidi, con tintinnio di portafiori e croci? Non è meglio di Dario Argento?
Sono ancora in rapporti di quasi amicizia con uno dei titolari della ditta, ogni tanto passo di lì e ci facciamo due risate. A proposito, le bare come nell’immagine le ha veramente nell’esposizione di cofani del retrobottega. Pare che vadano molto. ;-)
P.S. Se ancora non credete che i beccamorti abbiano il senso dell'umorismo andatevi a guardare questo calendario, altro che Max!

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