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sabato 5 aprile 2014

Bad TTIP

Com'era quella dell'autorevolezza?

Che cos'è il TTIP, il Transatlantic Trade and Investment Partnership, l'accordo di partenariato transatlantico che il bimbominkia del consiglio (guardate quant'è autorevole), Re Giorgio e tutto il cucuzzaro collaborazionista pidduista non vede l'ora di approvare per ripetere i grandi successi del Trattato di Lisbona e degli altri eventi capestro imposti all'Italia negli ultimi maledetti trent'anni? 

Se leggete il sito ufficiale della Commissione Europea, il TTIP vi verrà quasi voglia di volerlo firmare personalmente. Una pacchia: aumenti di PIL e pilu come per magia, zecchini che crescono sugli alberi, creazione di posti di lavoro, benessere, cellulite scomparsa, capelli ricresciuti, un boom di erezioni mattutine, macchinette acchiappapupazzi che ti regalano ogni volta delle Peppa Pig giganti e restituiscono pure gli euro, figa e piadina per tutti. 
Tutto grazie ad una sciocchezzuola: all'abolizione di fastidiosi lacci e lacciuoli che impediscono la libera circolazione delle merci tra Stati Uniti ed Europa. 
Merci? Allora esportazione libera di parmigiano, prosciutti, cantuccini e provole in da Uesei, ma non sarà in cambio degli OGM e della merda della Monsanto? Non lo ammettono ma è molto probabile. Se non ti lecchi le dita godi solo a metà, come dicono nei consigli di amministrazione delle multinazionali.
Quindi libera circolazione anche dei capitali? Beh, si, che credevi?
Ma le nostre disgrazie non nascono da un'eccessiva e scriteriata circolazione di capitali esteri, che ad esempio creano debito privato a dismisura nei paesi nei quali si vogliono "aprire" dei mercati di sbocco? Certo. La deregulation finanziaria è uno dei principi cardine del fottuto neoliberismo. Farla girare senza che la pula rompa i coglioni. E se un paese è insolvente gli si manda il messaggino: "Che bel paese, sarebbe un peccato se andasse a fuoco", e giù con lo spread. Tanto ci sono gli useful idiots a libro paga che, piazzati nei posti di comando (ma i bottoni che premono sono finti), faranno tutto ciò che vogliono coloro che li hanno messi lì.
E, scusate una domanda, se il trattato è così benefico e innocuo per i popoli che vi saranno soggetti, com'è che le trattative per metterlo a punto, iniziate nel luglio del 2013 a Washington, stanno avvenendo riservatamente e pare vi partecipino solo i rappresentanti delle corporation e non quelli delle istituzioni nazionali? Capisco che la democrazia ormai venga considerata quella roba vecchia più di Woodstock ma stiamo pur sempre parlando dei nostri culi o di quel che resta di loro.

Incollo dal sito della Commissione: 
"Throughout the negotiations, the European Commission is keeping the EU Member States in the Council and the European Parliament informed of developments. In the end, once the negotiators have come up with an agreement, it will be the Council, together with the European Parliament, which will examine and approve or reject the final agreement. On the US side, it will be the US Congress."
Tradotto nella lingua di Dante: "Nel corso del negoziato, la Commissione Europea mantiene informati gli stati membri nel Consiglio ed il Parlamento Europeo dei suoi sviluppi. Alla fine, una volta che i negoziatori saranno pervenuti ad un accordo, sarà il Consiglio, assieme al Parlamento Europeo che esaminerà ed approverà o rigetterà l'accordo. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, sarà il Congresso a decidere."

Quindi vedi che un palettata di paranoia aiuta sempre a sciogliere i dubbi? 
La differenza sostanziale è che il Congresso americano, pur espressione di lobby, interessi loschi e quant'altro (guardatevi questo gustosissimo film in proposito) è pur sempre eletto, slot machine Diebold a parte, dal fucking American people. Il Consiglio Europeo è quella poltiglia umana di Gollums eurofili che si sono fottuti il cervello con il tessoro e che non sono stati eletti proprio da nessuno e il Parlamento Europeo è un noto luogo di villeggiatura, una Marienbad per trombati alle elezioni nazionali. Un organismo che conta meno del due di coppe.
Ricordo inoltre un dettagliuccio. Gli Stati Uniti sono uno stato federale, nonché un'OCA, di cui il Congresso è l'espressione legislativa, mentre l'Europa è un blob tenuto assieme solo dal vincolo monetario. Non è uno stato federale né un'OCA, non esprime un potere legislativo vero e figuriamoci la volontà dei popoli. 
E' evidente che si tratta di un accordo con un'infinità di clausole in piccolo tra diseguali, che andrà a svantaggio di questi ultimi. 

I più preoccupati oppositori di questo TTIP sostengono che con questo trattato le multinazionali avranno campo libero e potranno forzare i governi locali a privatizzare l'inimmaginabile, imporre controverse tecniche di estrazione come il fracking, gli OGM e tutto ciò che vorranno; potranno costringere a proibire di usare sementi autoctone per imporre quelle prodotte dalle corporation and more. Loro negano ma chissà perché si sono incazzati quando sono stati leakati alcuni documenti sfuggiti al controllo. 
E la cosa che essi stessi ammettono è che, per salvaguardare gli investitori (uuh, che bruciore!) da eventi come, ad esempio, le nazionalizzazioni (anvedi che uno stato non pensi di rinazionalizzare banche o aziende di servizi), le corporation potranno richiedere al singolo paese o all'Unione risarcimenti immagino impossibili da pagare. Quindi il paese dovrà cedere alle richieste delle multinazionali, prima che qualche drone imperiale cominci a volteggiargli sopra a mo' di avvoltoio.
Siamo in pieno capitalesimo, come dice Diego Fusaro e, aggiungo io, il capitalismo è come o cazzo, nun vo' penziere. Facciamo bene quindi a preoccuparci e ad aggiungere questo tassello al kit di maledizioni che ogni sera riserviamo, prima di addormentarci, al governo collaborazionista. 
Mi sbaglierò ma, alla luce di questa ennesima calata di braghe imminente, il voto europeo diventa una volta tanto forse più importante di una consultazione nazionale. 

Non so se il TTIP è la Morte Nera dell'impero e noi siamo Alderaan, ma per come viene descritto in questo articolo molto dettagliato di Filippomaria Pontani penso che il caro vecchio timeo danaos et dona ferentes di Laocoonte non ci stia male, anzi, sia la morte sua, appunto. E ricordate che Laocoonte non era né paranoico né comunista come Papa Francesco.

venerdì 22 novembre 2013

La pubblica esecuzione di Re John



Se oggi qualcuno, solo perché avete ricordato il cinquantenario dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, vi ha dato del complottista, sapete per certo che non fu (solo) Lee Harvey Oswald a sparare, come del resto avevate già intuito da tempo.
Sono i fatti accaduti nei cinquant'anni seguiti a quel 22 novembre del 1963 a svelare il mistero, a rivelare il nome degli assassini, a raccontarci perché e a quale scopo si scelse, ad esempio, un'esecuzione pubblica, così drammaticamente ripresa nelle immagini del filmato di Abraham Zapruder. Pubblica, in pieno giorno e in pieno sole, perché tutti vedessero e soprattutto non potessero dubitare del significato di quella violenza, agita da un potere contro un altro potere. Non solo banale regolamento di conti, ragionando cinicamente, ma, con il senno di poi, anche punto di svolta della Storia, vero atto (contro)rivoluzionario. Ora possiamo proprio dire che non vi è più alcun mistero attorno all'assassinio del presidente.

Non ha alcuna importanza ormai trovare un motivo specifico, un movente unico, per l'uccisione di JFK.  
Tutto ciò che è stato detto a riguardo è probabilmente vero: che volesse limitare il potere parallelo delle agenzie governative e quello dei militari, ritirando le truppe americane dal Vietnam e, così facendo, danneggiare gli interessi di quel complesso militare-industriale sull'espansione del cui potere il suo predecessore generale Eisenhower aveva messo in guardia il popolo americano nel suo ultimo discorso alla nazione. 
Oppure, ma si, che volesse dare direttamente al governo americano il diritto di stampare denaro scavalcando la FED, inimicandosi tutta la fottuta Wall Street o battersi per la piena attuazione dei diritti civili in un paese che ancora praticava l'apartheid in molti stati. 
Possiamo trovare mille motivi, mille conflitti di interesse e ipotizzare un esercito di volonterosi carnefici: reazionari, razzisti, petrolieri texani, esuli cubani, mafiosi, agenti segreti, pronti ad offrirsi per partecipare all'esecuzione ma il vero senso della morte di JFK è altro e più profondo.

Kennedy è stato ucciso perché aveva il potere e l'ostinata determinazione per fare tutto ciò che proclamava, soprattutto dopo che era stato "benedetto" dall'aver salvato il mondo dall'olocausto nucleare durante la crisi dei missili a Cuba. Con una battuta, aveva una pistola in mano e tutta l'intenzione di usarla.
Ecco, i suoi assassini potrebbero dirvi, a loro giustificazione e con un ragionamento perfettamente consono ai dettami della Dichiarazione di Indipendenza, che conferisce al popolo il diritto di rovesciare qualunque governo non lo rappresenti più o che diventi potere assoluto: "Cosa sarebbe successo se, al posto di Kennedy, nell'ottobre del 1962 vi fosse stato un presidente con il suo potere ma la voglia invece di distruggere il mondo? Se vi fosse stato un Hitler?" Non a caso quella crisi fu risolta con comportamenti presidenziali sul filo del rasoio e prendendo iniziative assolutamente non ortodosse e personali. Senza contare la fortuna di trovare dall'altra parte interlocutori altrettanto ragionevoli. E se ci fosse stato Stalin? Ecco quindi la giustificazione "etica" dell'assassinio: abbiamo difeso la democrazia da uno che, comunque, si era allargato troppo e troppo pericolosamente.
Kennedy, nonostante la pretesa di governare in nome del popolo, era diventato allo stesso tempo l'emblema della democrazia e la peggiore minaccia ad essa. 

C'è un'altra angolazione però dalla quale si può osservare l'assassinio, un motivo opposto, che nulla ha a che fare con la difesa della democrazia, anzi. Kennedy viene ucciso perché vuole governare in nome del popolo, o meglio, dell'interesse generale, e i popoli, nei decenni successivi, nel mondo futuro già preconizzato nei papers della nuova economia, non avrebbero più dovuto avere potere di influire sulla libertà del mercato.
Kennedy era un insopportabile elemento di rottura nei rapporti di forza tra poteri dello Stato, visibili ed invisibili, legali ed illegali, legittimi ed illegittimi. Un fattore di caos in grado di turbare equilibri delicatissimi che nessuno, politico o no, doveva permettersi più di alterare.

I cinquant'anni successivi hanno dimostrato che la diluizione del potere in tanti elementi interdipendenti legati dallo stesso scopo comune sarebbe stato il modello vincente. Ma soprattutto che, per realizzare il dominio delle élites delle corporation e del denaro, sarebbe stato necessario frantumare la politica, depotenziarla ed allontanarla dal popolo e farla gestire direttamente agli interessati attraverso i "nominati" e non più gli eletti.
Questo per completare quella "capture" che garantisce la gestione diretta del particulare, in una condizione nella quale non è più necessaria  alcuna corruzione perché la politica non ostacola più l'interesse privato deregolamentato in quanto "è" l'interesse privato.
La democrazia a quel punto è solo un feticcio vuoto, un totem demitizzato che non è più in grado di limitare il potere delle élites subentrato, attraverso la capture, a quello originale elettivo del popolo basato sulla costituzione.

E' un potere che può compiere colpi di stato senza che la pubblica opinione se ne accorga e che può nasconderli dietro a costruzioni propagandistiche assolutamente prodigiose - nel senso del prestigio come illusione - che verranno credute da un popolo addestrato a non credere ai complotti perché i complotti non esistono. La religione di un Dio che nega sé stesso.
Colpi di stato economici, creazione dal nulla di supernemici ai quali contrapporre supereroi e fantaguerre, mitologie opportuniste da contrapporre a princìpi e regole condivise e, soprattutto, la condanna del dissenso, l'obbligo all'omologazione al pensiero unico, che diventa versione ufficiale, dogma e verità indiscutibile: che si tratti di atti di terrorismo o pratiche di gestione monetaria di continenti. Un'illusione continua di democrazia atta ad ingannare il popolo, che ogni sera va a letto tranquillo pensando che il suo governo non potrebbe mai fare tutto ciò che i complottisti gli attribuiscono, nonostante abbia mille prove che esso potrebbe fare anche di peggio. Un'opinione pubblica ormai disinteressata al proprio destino ed assuefatta ad un'infomrazione che ricorda oggi JFK nel cinquantenario unicamente berlusconizzandolo nella sua erotomania senza essere capace di inquadrarne correttamente la gigantesca figura politica.

Il potere che JFK voleva esercitare era simile a quello di un monarca assoluto e il suo è stato un regicidio. Il primo atto di una controrivoluzione che prima decapita il re e poi prende la Bastiglia.
Il paradosso è che l'America, per difendere la democrazia dall'assolutismo personale l'ha poi dovuta sacrificare per sempre all'assolutismo dell'oligarchia.
L'America non è stata più la stessa dopo Dallas. Il potere politico si è diviso sempre di più da allora nel bipartitismo di facciata dei due partiti,  uno di destra e l'altro di estrema destra, di cui parlava Gore Vidal, e lo stesso schema è stato poi applicato in tutto il mondo occidentale in nome della globalizzazione.
I presidenti che seguirono, a parte il quasi-re Richard Nixon, anch'egli estromesso seppur con mezzi meno violenti del suo antagonista alle elezioni del 1960, sono state mere figure avventizie agli ordini del potere finanziario che ormai sta prevalendo anche su quello militare e industriale. Figure sempre più patetiche e tragiche: imperatori in mano agli shogun, attori che impersonano improbabili re shakespeariani quasi dementi, edipici, erotomani, da Reagan ai Bush, fino al finto-Kennedy Barack Obama, forse il primo vero presidente immagine del decadente impero americano.


lunedì 8 luglio 2013

Su cose che si vedevano nei cieli. UFO e propaganda.




Ripropongo, nel giorno dell'anniversario dell’incidente di Roswellquello che è passato alla mitologia moderna come il supposto schianto di un velivolo alieno sulla cittadina del Nuovo Mexico, avvenuto l'8 luglio del 1947, un mio vecchio post che si riallaccia adesso al discorso sulla propaganda e i ballon d'essai che vengono fatti volare sopra le nostre teste. 
A proposito, quante volte i presunti UFO venivano identificati dalle autorità come innocui "palloni sonda"?
L'anniversario segue di pochi giorni quello del primo avvistamento ufficiale di dischi volanti, avvenuto il 24 giugno del 1947 da parte dell’uomo d’affari Kenneth Arnold. L'evento zero.
Settant’anni di storie appassionanti su alieni (buoni o cattivi a seconda del clima politico concomitante), dischi volanti, rapimenti, minacce spaziali, che però, con la fine del millennio,  sembrarono passare di moda da un giorno all'altro. C’era un motivo per l'improvvisa cancellazione di un mito importante come quello degli UFO dalle scalette mediatiche? Secondo me si.

Come tutti i figli degli anni sessanta, sono cresciuta con il mito di questa simpatica oggettistica volante non identificata; impressionata da piccola da film come “Ultimatum alla terra” (ancora oggi guardando l’aletta del condizionatore che si apre penso a "Klatuu Barada Nikto"). Ero appassionata dei libri di Peter Kolosimo, dell’archeologia spaziale, insomma agli alieni ci credevo, pensavo che potessero benissimo farsi un giretto ogni tanto per osservare questi terrestri cosa stessero combinando. Avevo una visione decisamente junghiana del fenomeno: rassicurante, immaginifica e quasi sostitutiva della religione.

Mi sono un po’ insospettita quando, caduto il Muro di Berlino, è caduto all’unisono anche l’interesse per gli UFO, almeno a livello mediatico.
E’ vero che gli anni '90 poi sono stati il decennio di Mulder e Scully e dello straordinario successo degli X-Files, ma era come se, finita la Guerra Fredda, fosse venuto meno il motivo principale di esistenza del fenomeno UFO e gli alieni dovessero venire confinati definitivamente nella fiction televisiva con un evento celebrativo in grande stile.

Gli UFO quindi come fenomeno politico e strumento di propaganda?
Gli UFO come prodotto di una gigantesca PSYOP, guerra psicologica? Le operazioni psicologiche militari (PSYOP) sono “l’insieme di prodotti e/o azioni che condizionano o rafforzano attitudini, opinioni ed emozioni di specifici target quali governi di Paesi stranieri, organizzazioni, gruppi o singoli individui al fine di indurli a comportarsi in modo tale da supportare gli obiettivi di politica nazionale statunitense”.

Ormai è assodato che tutta la fantascienza cinematografica d’invasione degli anni '50 nascondeva un significato politico propagandistico preciso, segnatamente anticomunista. Famoso il caso, tra gli altri, de “L’invasione degli ultracorpi”, riprodotto in successivi e sempre attualizzati remake.


Per far capire a chi non c’era quale fosse la potenza di suggestione mediatica degli UFO ai nostri tempi, ricordo che negli anni tra il 1950 e il 1990, tipicamente d’estate, avvenivano regolarmente le cosiddette “ondate di avvistamenti”. Per l’Italia gli anni di boom furono: 1950, 1954, 1962, 1973 e 1978. Proprio nel 1978, anno di uscita del film di Spielberg “Incontri ravvicinati del terzo tipo” furono registrati alle cronache quasi 2000 avvistamenti. Psicosi collettiva? Suggestionabilità?
Quegli anni non furono per nulla tranquilli, politicamente. Tanto per fare un esempio, nel 1950 il presidente Truman annunciò il programma per lo sviluppo della bomba all’idrogeno, iniziò il maccartismo e dulcis in fundo scoppiò la guerra di Corea. Ogniqualvolta il clima si faceva pesante, gli UFO sembravano giungere a dar manforte, a distrarre e creare angoscia e stato d’allerta. Alla faccia di Jung e dei suoi rassicuranti archetipi.

Il fenomeno UFO quindi inizia e termina in parallelo con la Guerra Fredda. E’ possibile che sia stato creato a tavolino, come mito da dare in pasto ad un pubblico che non avrebbe poi dovuto chiedere conto dell’aumento esponenziale delle spese militari, ingiustificate perfino a fronte della minaccia sovietica?
Pensiamo alla mitica Area 51, per la quale ufficialmente si è favoleggiato di rottami alieni, autopsie di marziani e cospirazioni governative atte a nascondere l’esistenza degli extraterrestri. Ciò che di sicuro di sa dell’Area 51 e delle basi militari ad essa similari è che lì sono stati testati tutti i più celebri aerei sperimentali, dall’U-2 Dragon Lady, agli SR-71, Blackbird, F-117 Nighthawk e stealth. Miliardi di dollari spesi per conquistare un’egemonia imperiale sul mondo mentre degli alieni, quelli veri, diciamo la verità, non si è mai vista traccia concreta da nessuna parte. Nemmeno una cacchina lasciata dietro un cespuglio.

Kenneth Arnold, il primo avvistatore UFO mostra il suo "disco volante".
Molto simile ai futuri aerei militari del tipo stealth (qui un prototipo tedesco Horten anni 40).
Per un impero grande ci vuole una bugia grande. Se il rischio era la guerra atomica con la Russia, ci si poteva sempre imbottire di testate nucleari e pregare Iddio, ma nell'evenienza di un'invasione della Terra da parte di alieni ostili, piovuti dal cielo e dotati di una potenza di fuoco soverchiante, ci sarebbe voluto molto di più. Ad esempio un progetto di "guerre stellari". Nel timore dell'invasione aliena, dai cittadini americani sarebbe stata data altro che carta bianca, al Pentagono. Non è un caso che la serie televisiva con gli alieni più cattivi, "V visitors" una sorta di nazi-alieni rettiliani sterminatori, risalga agli anni 80, quelli del Reagan che invocava ogni giorno i fondi per gli scudi stellari.

Allora facciamola, questa ipotesi sconvolgente. L’avvistamento di Arnold e l’incidente di Roswell potrebbero essere stati i primi mattoni di una costruzione mitologica, di una gigantesca operazione di propaganda psicologica che è andata avanti per quarant’anni.
Per rendere la balla ancora più credibile, grazie ad un abile utilizzo del “dire e non dire” si fece credere che il governo volesse nascondere la “verità sugli alieni”. Ogni tanto si creavano le “ondate” per tenere vivo l’interesse sul fenomeno. Dopo diversi anni si fece perfino uscire un fantomatico documento segreto (Majestic 12), che avrebbe finalmente rivelato le omissioni governative sulla verità aliena. Un falso nel falso.

In fondo il meccanismo è semplice. La mente umana non si accontenta delle spiegazioni semplici (il famigerato rasoio di Occam) ma tende a costruire complicati schemi sulla realtà.
Quindi se io, per dei miei scopi precisi, voglio convincere qualcuno dell’esistenza degli alieni basta che mandi in TV tutti i giorni esperti che neghino la loro esistenza. Per reazione il pubblico si convincerà che non solo gli alieni esistono ma che quegli esperti sono pagati dal governo per negarne l’esistenza. Mentre invece è esattamente il contrario.

Ai giorni nostri di UFO non si parla più se non in qualche enclave di coraggiosi cultori e continuatori della mitologia. Gente che continua a credere nonostante tutto. Giapponesi nel deserto del New Mexico che ancora cercano l'alieno scampato allo schianto di Roswell.
Nel frattempo, il mito degli alieni, ossia del nemico invisibile ma onnipresente e onnipotente da combattere con qualunque spiegamento di forze, è stato sostituito dallo “scontro di civiltà”, dalla “guerra al terrorismo”, dal “nemico islamico”. In sostanza, l’anomalia di un impero onnipotente che deve pur tuttavia rendere conto democraticamente ai suoi cittadini dei suoi atti (almeno per ora), per continuare ad esistere ed armarsi all’infinito per raggiungere i suoi scopi deve inventarsi sempre un nuovo nemico da combattere.
Non è un caso, forse, che il momento mediatico di maggiore terrore che ha segnato l’inizio di questa guerra trentennale al terrorismo sia stato l’impatto di due aerei, due oggetti volanti sulle torri gemelle di New York. Una nuova Roswell, per il nuovo millennio?

giovedì 4 luglio 2013

Piccioni viaggiatori



L'ex marine Lee Harvey Oswald che, mentre era nel corpo, aveva chiesto di frequentare un corso di russo, un giorno del 1959 si presentò alle autorità di Mosca chiedendo un visto per l'URSS. Dopo averlo ottenuto, si trasferì a Minsk, gli fu trovato un lavoro da operaio e sposò una russa. Poi, poco prima di ottenere la cittadinanza sovietica, nel 1961, cambiò idea e volle tornare nel suo paese. Non ebbe alcun problema ad oltrepassare la Cortina di Ferro ed anche la moglie Marina poté lasciare l'URSS con lui. Tornato in America, da comunista quale si era sempre dichiarato, Oswald cominciò a frequentare ambienti dell'estrema destra eversiva più ferocemente anticomunista e salì infine sul palcoscenico del complotto per l'uccisione del presidente John F. Kennedy come attore protagonista. 

Nei giorni del Datagate (qui un'ottima cronologia di questa vicenda tuttora in corso),  mi è tornato in mente proprio Lee Oswald e la sorprendente stranezza di quel poter entrare e uscire dalla Russia proprio nell'epicentro della Guerra Fredda, come appunto avrebbe potuto fare solo un piccione viaggiatore. O, nella sua versione umana, un agente di qualche ente governativo in missione.

Se voi foste una superpotenza e voleste far arrivare un messaggio, magari relativo a qualcosa di grosso che bolle in pentola e che riguarda i fatti dei quali il mondo non viene mai a conoscenza, o comunque qualcosa che voi aveste interesse a divulgare (magari anche un falso), ad amici e nemici, presunti amici/nemici e finti amici/nemici dei punti chiave del mondo senza passare attraverso i canali ufficiali ed in maniera assolutamente riservata rispetto alla pubblica opinione, cosa fareste?
Beh, io prenderei un ragazzotto che ha lavorato per me, gli lascerei trovare da fotocopiare un bel po' di materiale  (solo in apparenza scottante, in realtà innocuo e relativo a fatti stranoti) e lo manderei in giro a far sapere ai miei amici/nemici ciò che ho interesse che sappiano, facendo intendere che il ragazzotto abbia tanto ancora da spiattellare perché è uno dei miei e si è pentito. Magari cose che loro temono sappia di loro.
L'importante è che la cosa faccia molto rumore, ovverosia che i media facciano il maggior scarmazzo possibile attorno alla faccenda. Così l'attenzione sarà focalizzata sull'eroe per la libertà che riempie le paginate e le sue (false) rivelazioni clamorose, mentre io e i capi e le agenzie degli stati coinvolti, che non sono fessi e conoscono bene come funziona il gioco, ci facciamo i nostri affari innominabili in pace, ci scambiamo i nostri finti segreti e le reciproche bugie. Sono queste le vere talpe che scavano nella storia.

Non è necessario che il ragazzotto-piccione sia consapevole fino in fondo del suo doppio ruolo. Si può anzi usare con maggior garanzia di successo un idealista che creda veramente che io gli abbia lasciato svelare dei segreti (senza farlo secco il giorno dopo, per altro) e che lui stia agendo in nome della libertà e della democrazia. Un patriota, insomma.
Qualsiasi falso condito con un pizzico di verità diventa ancor più credibile.
Una volta ottenuto lo scopo prefissatomi e diradatosi il polverone mediatico diversivo sullo "scandalo", potrò riaccogliere a braccia aperte l'agente prodigo, perdonandolo platealmente (così farò risaltare la mia democrazia), e far calare il sipario sulla commedia, fino a quando non sarà necessario rimettere in scena lo spettacolo.

Nel frattempo che mi sarò guardato dai nemici, grazie a Iddio e come divertissement aggiuntivo, avrò potuto scoprire, attraverso le loro pubbliche reazioni alla commedia, quelle che svelano quali sono gli obblighi che hanno presso i loro referenti - per ultimi gli elettori - quali tra i miei amici sono più spudoratamente pronti a tradirmi; tipicamente sono sempre i più zelanti e quelli che minacciano di alzare la testa per ribellarsi al mio potere.
Non solo, posso anche scoprire, tra i nemici, chi è veramente il più irriducibile, chi è il più ambizioso tra gli emergenti cosiddetti indipendenti e il prossimo disposto a vendersi, prezzo compreso.

Dite che non è possibile, che è una ricostruzione troppo fantasiosa? Che gli eroi per la libertà in forma di ragazzotti che lavoravano per la NSA ma ora si sono pentiti e sono liberi di mettere in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti esistono veramente e che i segreti siano sempre veri segreti, anche se molto probabilmente in realtà non esiste alcun documento in grado di rivelarli, perché il potere è tutto meno che fesso e non lascia prove a meno che non voglia disseminarne apposta?
E poi, in fondo, riflettete su un ultimo punto: cosa ha veramente svelato di così clamoroso in questi anni, tanto per fare un esempio, Wikileaks?


mercoledì 26 giugno 2013

Lucky Silvio e lo sbarco in Sicilia v2.0



Stanotte ho fatto un sogno. Silvio e Dominique Strauss-Kahn seduti ad un tavolo di osteria di fronte a un paio di bottiglie di Passerina, a maledire di non essere nati finocchi.
Ecce homines di potere abituati a camminare sui cadaveri dei nemici,  stomaci impellicciati che non si fanno alcuno scrupolo pur di raggiungere il successo, distrutti in tre secondi dall'altrettanto pelosetta origine del mondo. Nessun consigliere o supervisore alla sicurezza che sia in grado di avvertire l'illustre cliente di stare in campana quando della passera giovane e fin troppo disponibile appare all'orizzonte. Invece ci cascano tutti - come il 99,9% degli uomini modello base - ed è ovvio che il metodo della figa letale continui ad essere applicato con successo da coloro che vogliono bonificare studi ovali, presidenze del consiglio e board di istituzioni internazionali.
Questo per dire che comincio proprio a credere che Karima Lewinsky non passasse di lì per caso e che chi di dovere (ossia chi ha ancora più potere del malcapitato) abbia trovato il metodo facile ed infallibile per togliere Silvio dal ponte di comando nel momento in cui saliva a bordo il comandante del porto. Messo da parte come Dominique, sostituito dall'assai più docile ("usami come vuoi") Christine.
Se Karima non avesse fatto la Rubbitroia quella notte facendosi arrestare e Silvio non avesse abboccato come un ghiozzo all'amo, facendo lo sborone al telefono, nessuno si sarebbe mai preoccupato dei priapi suoi, né tanto meno si sarebbe sentito in obbligo di aprire un procedimento penale a suo carico per reati come prostituzione minorile e concussione.
Karima è una che, obiettivamente, al processo è sembrata più un Ali Agca freddo ed enigmatico anziché una povera ragazzina violata dal vecchio bavoso. I cinque milioni di euro, in ogni caso, devono aver lenito ogni eventuale bruciore.
Povero Silvio, che partì per fottere e fu fottuto, soprattutto dalla sua propensione alla menzogna compulsiva. L'hanno condannato per la nipote di Mubarak, mica per altro. E scommetterei che, una volta ritiratosi in qualche isola caraibica e non più in grado di politicamente nuocere, in secondo e terzo grado verrebbe assolto perché il fatto non sussiste. Ora ed in questo momento doveva essere condannato perché il berlusconismo come lo conosciamo doveva terminare assieme alla seconda repubblica. Resta da decifrare il dopo, ciò che accadrà.

Una  possibile via d'uscita per l'anziano pornoduce potrebbe essere il pensionamento in quel di Arcore o l'esilio dorato all'estero all'insegna del meritato riposo con successiva ripulitura della fedina penale così da farlo passare un giorno a miglior vita puro siccome un angelo. In cambio, niente più politica o ambizioni da fantascienza come diventare capo dello stato. Ragazzo, lasciaci lavorare. E nemmeno tentazioni di successioni dinastiche evocatrici di lugubri disastri sudamericani come l'ipotesi Marina-Isabelita. Una tosta, sicuramente, ma simpatica come un giradito e ricattabile sul piano personale, si sussurra, altrettanto quanto il padre.
Difficile però pensare che Silvio (ormai è tornato nominabile) si ritiri a far vita da nonno di giorno e da bungabunghista di notte.

Secondo l'ipotesi frattalica, esposta in diversi post da Orizzonte48, ovvero l'idea che esista un parallelismo tra gli avvenimenti che condussero al termine della Seconda Guerra Mondiale e l'attuale crisi globale - nient'altro che una terza guerra mondiale combattuta con armi finanziarie, dopo tutto - saremmo prossimi ad un secondo sbarco in Sicilia, ovvero ad un intervento americano in Europa (e quindi in Italia) per rimediare al disastro della moneta unica ed al conseguente predominio tedesco sui paesi della periferia. Predominio che la Germania non intende assolutamente sottoporre ad alcuna discussione né rinegoziazione ma perpetuare a tutti i costi, soprattutto da far pagare a paesi che non possono più permettersi l'aggancio con il supermarco aka euro. Intervento necessario, del resto, visto che l'ultima volta che si cercò di far ragionare la Germania - come ingenuamente si illude di poter fare bello di zio - si dovette poi sbarcare ad Omaha Beach.
Intendiamoci, gli americani fanno sempre il loro interesse e non si muovono se non c'è da prender su, ma obiettivamente, in questo frangente, non è che l'intransigenza tedesca offra altre vie d'uscita e più vantaggiose per noi. Anzi. Rischiamo di schiattare sul quaderno dei compiti a casa.

Ci sono parecchi  segnali di un possibile prossimo sconvolgimento dei comunque precari equilibri all'interno dell'eurozona nel nome dell'arrivano i nostri, leggi gli ammeregani.
Le sempre più frequenti irruzioni anti-euro ed anti-austerità di Edward Luttwak nei salotti televisivi piddini, le dichiarazioni di Ben Bernanke (che, guarda caso, i media del PUD€ considerano ormai il cattivo del fumetto)  sulla possibilità di acquisto di titoli di stato europei da parte della FED; le accuse velenose piddine e bisignane a Beppe Grillo (anche lui sbarcato in Sicilia!) di "farsela" con gli americani; la freddezza di Obama a Berlino, che non a caso a Brandeburgo ha rifilato il pistolottone sui diritti civili tanto caruccio ma in privato ha sicuramente  cazziato la Merkel, anche per i suoi ammiccamenti alla Cina ed ai BRICS.
L'intervento è probabile perché il nostro piangere per l'austerità fa male all'imperatore, nel senso che ne risentono gli interessi statunitensi a livello globale. E quando gli interessi statunitensi soffrono, sono cazzi.
Per fare solo un esempio non da poco, gli Stati Uniti si sono già esposti oltre ogni dovuto per tamponare le perdite sui derivati delle banche europee e delle loro consociate negli Stati Uniti, vera causa dell'attuale crisi finanziaria. Ricordate il grafichino sui derivati di Deutsche Bank? Ve lo ripropongo.



Altro che "l'invidia dell'euro", più potente di quella del pene, ovvero la volontà imperiale yankee di soffocare in culla la giovane e promettente divisa tanto cara alla sinistra collaborazionista, che il piddino tirerebbe fuori a questo punto.
(PD mode on) La moneta che tutti ci invidiano e che i produttori di petrolio preferirebbero volentieri al dollaro per le loro contrattazioni. E' proprio per questo che gli USA, invidiosi come cognate racchie, ci aggrediscono con la speculazzzionefinanziariacattiva. (PD mode off).
Gli americani, che non fognano ma sono pragmatici, si stanno invece rendendo conto che non si può continuare a saltare di bolla in bolla con loro che stampano dollari e pagano anche per coloro che fanno i virtuosi con il culo della periferia. L'euro è una sòla? Non c'è problema, si elimina. E fuck the Germans.

E Silvio che c'entra? C'entra nel senso che, nei prossimi mesi, potrebbe vedersi offrire l'opportunità di riciclarsi come salvatore della patria, collaborando come preparatore e propiziatore di buoni uffici in vista dell'arrivo di John Wayne. Ruolo che, nel precedente corso storico, fu affidato ad un noto condannato, inviato dagli Stati Uniti in Sicilia per preparare il terreno allo sbarco e  scelto perché conoscitore del territorio e in grado di fare anche il lavoro sporco.
Paragone azzardato? Può darsi, anzi senz'altro, ma il parallelismo è suggestivo.
Silvio è l'unico che possiede una potenza di fuoco tale, in termini di media, da poter contrastare il bombardamento di pensiero unico piddino-PUD€ista che monopolizza le tre reti RAI e la povera La7 purpurea di Cairo e contrapporgli un'altrettanto efficace propaganda anti-euro. Ecco la differenza sostanziale con Grillo, che rimane solo un apripista, in questa visione complessiva.
Se in alto loco si decidesse l'uscita dell'Italia e di altri paesi dall'euro, ovvero lo sbarco in Sicilia v2.0, occorrerebbe la collaborazione di qualcuno in grado di convincere gli italiani della bontà dell'operazione, che li guardasse dritti negli occhi con la stessa convinzione seduttiva con la quale prometteva loro di togliere l'ICI.
Qualcuno che in fondo l'euro l'aveva sempre visto come il fumo agli occhi, bisogna riconoscerlo, e che ne aveva denunciato i mali in tempi non sospetti. Che potrà dire, essendo creduto, e perché paradossalmente è vero, che l'euro l'hanno voluto i comunisti. Qualcuno inoltre in grado di ricucire e rinsaldare i legami sempre utili con gli amici di sempre.
Sinceramente non riesco a pensare a nessuno di più adatto di Berlusconi per questo compito. 

martedì 14 maggio 2013

Fortezza Bastianich


Da quel fatale 25 febbraio, ogni sera, a rotazione in ognuno dei canali RAI e su La7 purpurea di Cairo, va in onda una puntata della telenovela del momento: "Tormiento piddiño", che non è altro che la storia di Enrique che ha finalmente sposato Angelino dopo vent'anni d'amore, ma deve lottare contro l'opposizione delle rispettive famiglie, soprattutto quella di lui, e del cattivissimo Dom Grillo.
Alla puntata (dove non succede mai niente a parte i due che si guardano negli occhi dicendosi "te quiero") segue dibattito, ma forse sarebbe meglio dire terapia di gruppo, seduta di autocoscienza frantumamaroni, con i giornalisti a manifestare lo stupore scemo di fronte ai comportamenti del Partito. Perché per la famiglia di Enrique, il PD, questo matrimonio al quale hanno tutti partecipato non s'aveva da fare, e il tormiento vero è proprio quello, mica quello degli amanti infelici che hanno coronato ma faticano a consumare.

Questa lagna infinita che, quando comincia, è capace di andare avanti per ore, è il modo che il governo provvisorio della Repubblica ha trovato per far passare il tempo al popolo, chiuso nella fortezza in attesa dell'arrivo dei tre cavalieri dell'Apocalisse: i cavalieri del default, dell'austerity e del pareggio di bilancio, mandati dai virtuosi paesi del Nord a punire la nostra canagliesca incapacità a contribuire al fogno europeo. Una fortezza dalla quale non si può uscire, dove si comincia a morire di fame e dai cui spalti sempre più disgraziati si gettano nel vuoto per la disperazione.

Egli, il provvisorio, il governo balneare vista mare, doppi servizi con scappellamento a destra di Letta come fosse Berlusconi si è rifugiato invece in abbazia, o meglio, in quello che diventano le abbazie una volta superato il medioevo, ovverosia resort e trombatoi extralusso. Chissà, forse passano il tempo facendosi raccontare novelle dalle madonne perché, di provvedimenti concreti, neanche l'ombra. E non per colpa del venerabile Jorge, credo.

Che questa inazione, questa paralisi, questo prendere tempo e disfare la tela di notte, nasconda, da parte del provvisorio, la speranza degli incapaci, di coloro che senza il deus ex machina non sanno come terminare la tragedia? La speranza che, come altre volte, arrivi la cavalleria a salvarci e a cavare loro le castagne dal fuoco? La cavalleria, o meglio, i marines.
I sentori ci sono. Sempre più spesso, nel mezzo del dibattito post-telenovela, appare l'emissario dell'impero che, come un oracolo, ammonisce i provinciali e rivela parti di verità al popolo prigioniero con un dan-dan-dan-dan che fa tanto Radio Londra.


Verità che al giornalista-terapeuta di turno quella sera, disabilitato alla reversibilità del pensiero, regolarmente sfugge oppure nasconde con la provvidenziale interruzione pubblicitaria. Non ve ne andate, lo stupore scemo ritorna tra poco.
Non è un caso che l'oracolo Luttwak sia diventato ormai uno dei nostri punti di riferimento di resistenti. Un oracolo non disinteressato, d'accordo, ma forse pronto ad offrire, come allora, logistica e quant'altro. Che non se ne andrà, una volta finita la guerra, senza una sostanziosa contropartita, ma che forse sarebbe sempre meglio degli orrori economici del Deutschland Über Alles reloaded.

Come scrive oggi Orizzonte48:
"La cosa che fa piacere è che siamo in piena ipotesi frattalica: Luttwak è uno che non si (ci) risparmia la brutalità e il linguaggio diretto di chi viene per comandare, cosciente della forza che lo sostiene.
Esprime ciò che conviene agli USA senza mediazioni e con perentorietà.
Poco male, perchè, dato che siamo nella conferma frattalica, stavolta è ciò che conviene anche a noi.
Se son rose fioriranno ed allora a Luttwak seguiranno posizioni più ufficiali e concrete, e non è detto che, informalmente, non siano già in corso.
Adesso, con maggior chiarezza, si sta profilando il momento che precede il 25 luglio e l'8 settembre, cioè del rapido dissolvimento del regime del PUD€  e della sussidiarietà dell'Italia alla Germania.
Per riavere la democrazia non basta; occorre anche una sufficiente espressione di Resistenza che legittimi poi una classe di persone legittimata a sedersi in una nuova e vera Costituente, auspicabilmente di restauro della Costituzione del '48. Affinché vigili, come abbiamo detto fin dall'inizio, perché "tutto questo non si ripeta più".
Gli americani si manifestano anche in modo assai più devastante sul medium televisivo. Sentite cosa ha detto Joe Bastianich ad Andrea Scanzi durante un apparentemente innocua conservazione da talk show.


Inaudito. Sbertucciato da un cuoco. Blasonato e milionario ma sempre cuoco. E ricordate che se si muovono gli italoamericani, per il regime italiano del momento è finita.
Si, secondo me c'è sentore di "arrivano gli ammeregani", di sbarco di marines, di Omaha Beach, di "In the mood" e AM-lire. Oppure solo di lire.
Sarebbero già abbastanza queste ultime.

giovedì 22 novembre 2012

L'unico euro

Una bella immagine suggestiva dell'euro. Manca solo la scritta in elfico.

"L'euro è irreversibile." (Mario Draghi)

Alcune cose che non avete mai notato dell'euro ma che ora non potrete fare a meno di sapere.

Non c'è scritto "La legge punisce i fabbricanti e spacciatori di banconote false". Forse perché questa è già la più falsa delle monete?

In tedesco si legge OIRO, oggettivamente una cacofonia. 

Sulle banconote non sono raffigurati esseri umani, come succedeva con le divise nazionali, che celebravano ognuna i propri geni - per noi erano Michelangelo, Leonardo e Verdi, ad esempio - ma solo opere di architettura. In particolare finestre e ponti che, come dice Claudio Borghi, "sono i luoghi da cui la gente si butta per suicidarsi". E i ponti, aggiungo io, sono i luoghi sotto i quali finisce chi si ritrova rovinato.

L'unico tocco di diversificazione riscontrabile nell'euro è riservato al recto delle monete di piccolo taglio, dagli invadenti centesimi ai presuntuosi uno e due euro, dove ci si può sbizzarrire ognuno con il proprio orgoglio nazionale: opere d'arte, monumenti, anniversari e celebrazioni. Sul fronte della moneta, comunque, l'euro è uguale per tutti, con l'Europa e le stelline.

A parte la fredda razionalità delle forme dell'architettura, sulle banconote compare solo la sigla della BCE in varie lingue, gruppi di lettere che, una dietro l'altra, diventano senza senso apparente. Detto poi che la dicitura EYPO (euro in greco), ogni giorno che passa, diventa sempre di più una presa per il culo, l'euro è una moneta che parla un codice criptato, una lingua aliena, insomma. Un divisa fredda e razionale, tutta parte sinistra del cervello e nessuna emozione, come spiegava questo articolo straordinariamente profetico del 2001 di Bruno Théret su "Le monde diplomatique".
"Contrariamente al dollaro, l'euro non fa riferimento ad alcuna autorità superiore, politica e simbolica, su cui si possa fondare il legame di fiducia che ispira normalmente una società. Con un impianto grafico che mostra portali e finestre aperte sul vuoto, i biglietti rinviano unicamente a uno spazio senza limiti, deterritorializzato e disumanizzato: quello del mercato. E, come ultima garanzia, l'unità monetaria è gestita da un'istituzione tecnocratica che non ha conti da rendere a nessuno: la Banca centrale europea. La scommessa implicita è che, dalla moneta, nascerà necessariamente una comunità politica. Ma la storia conosce soltanto la situazione inversa..."
Non c'è scritto da nessuna parte, cito ancora Borghi, a che cosa serve l'Euro, come invece accade appunto con il dollaro, sul quale vi è scritto: "this note is legal tender for all debts, public and private" (Questa banconota ha corso legale per tutti i debiti pubblici e privati). 
Già, il dollaraccio ci ricorda che il debito è anche privato e il capitalismo, non lo statalismo dei piani quinquennali staliniani, si fonda proprio sul debito, pubblico e privato. E' tutto relativo. Ciò che è debito, dall'altra parte è un credito. La mia spesa è il tuo guadagno. La mia domanda incontra la tua offerta. Economia, capitalismo, il centro e la periferia. Non il credo religioso-salvifico eurocentrico dei sorprofessori che, per stimolare la crescita, le iniettano dosi letali di rigore. Rigore che non c'era.


domenica 16 settembre 2012

Scary movies


"Proiezione di un film su Maometto causa morti e feriti. Ah, quello vestito da pipistrello era Maometto?" (Spinoza) 

Certo, anche loro, abboccare così facilmente all'amo dell'ennesima psyop del reparto patacche in nero della CIA, ormai governata dagli sceneggiatori della serie Scary Movie. Sono molto delusa, mes amis. Soprattutto dalla reazione assolutamente eccessiva rispetto al valore dello stimolo presentato. Il genio cosmico dei napoletani avrebbe fatto scendere la gente in piazza a seppellire la provocazione da un megapernacchio collettivo. Di quelli con la mano molla.
Invece, appena si è sparsa la voce, usando la tecnica della propaganda virale, che c'era un film blasfemo sul profeta dell'Islam, i fedeli non hanno avuto la pazienza di andare a controllare su YouTube di cosa si trattasse veramente e le folle sono state, come da copione, usate per creare disordini. Ovverosia dimostrare ai fans della saga di Al Qaeda ed ai credenti del mito di Eurabia, ultimamente rilassatisi un po' troppo, la potenziale violenza insita nell'animo degli islamici. Violenza sempre pronta a scatenarsi contro l'Occidente.

Su YouTube si può vedere il famoso trailer dello scandalo. Giusto chiamarlo così, trailer: il vero film è quello che si è visto, in diretta, a Bengasi. Uno snuff movie, quest'ultimo, visto che c'è scappato il morto. Giusto anche se sarebbe ancora più corretto chiamare il filmato teaser, ovvero ingannatore.

Il filmaccio anti islamico, somministrato casualmente nei giorni dell'anniversario dell'11 settembre, innanzitutto non è un film. Non è né un prodotto di satira intellettuale, un "Brian della Mecca", per intenderci, realizzato da dei geniali Monty Python e nemmeno una sublime lettura alternativa della religione come "L'ultima tentazione di Cristo" di Scorsese (anche se, secondo il mio occhio cinefilo, il filmaccio vorrebbe scopiazzarne qualche spunto, nelle scene così dette osé).
Il filmato visto in rete e ripreso dalle televisioni, spacciato come teaser di un lungometraggio intitolato "L'innocenza dei musulmani" è una roba girata in studio, malamente e con i riflettori sparati in faccia agli attori. Con il cromakey dietro agli interpreti come nella TV anni 80 di Valeriu Lazarov. Non è cinema, non è certamente costato milioni di dollari, non è un film, ripeto, - perfino i media mainstream ammettono che non forse non esiste nemmeno - è solo brutta televisione. Robaccia fatta in casa, in qualche capannone attrezzato con fondali di cartone e videocamere amatoriali, con cinque o sei attorucoli da compagnia parrocchiale e qualche extra compensato con un SuperSize al McDonald's più vicino. Con la postproduzione e gli effetti speciali che sembrano stati affidati al brufoloso nipotino del regista che sa smanettare con il computer.

Non è un film eppure i media ci raccontano che le immagini che abbiamo viste sono il trailer di un film che sta minacciando la pace nel mondo. Film che se fosse stato da loro ignorato non avrebbe mai provocato reazioni.
Le immagini le hanno viste anche loro, non è necessario essere critici dei Cahiérs du Cinema per capire che si tratta di qualcosa di meno accurato del filmino amatoriale girato ad un matrimonio, eppure insistono a spacciare la loro roba tagliata male come roba buona. Non si rendono conto dell'inganno neppure quando, suggerendo che il film non esiste, non riescono a compiere il passo successivo, e cioè riconoscere che allora si tratta di un falso creato ad arte e domandarsi chi possa avere avuto interesse a crearlo e divulgarlo. E non mi riferisco agli utili idioti tipo il reverendo Terry Jones (che è omonimo di uno dei Monty Python ma non fa ridere affatto) ma a chi li manovra come marionette.
E' da tutti questi indizi che emana inconfondibile il tanfo della propaganda. Della bugia talmente grossa che tutti la crederanno. Ossia che "L'innocenza dei musulmani" è una patacca tipo quei famosi filmati di Osama Bin Laden fatti uscire quando Bin Laden faceva comodo ancora vivo.

Eppure sarebbe facile smascherare i loro falsi. Li costruiscono tutti utilizzando il manuale dei giovani propagandisti versione for dummies, capitolo uno, pagina uno. Quello di far credere che esista qualcosa quando essa non esiste è un trucco di psicologia della testimonianza vecchio come la crocefissione. Potete rifare l'esperimento anche voi. Se vi trovate sul luogo di un incidente o nell'immediatezza di un furto o uno scippo provate a dichiarare, mentendo, al capannello di persone che assistono, di aver visto fuggire un uomo molto alto con un cappello a larga tesa. Dopo qualche minuto tutti dichiareranno di averlo visto anche loro e, dopo ancora un po', ci sarà chi dichiarerà di conoscere l'uomo e di sapere perfino dove abita.

La bruttezza ed approssimazione dell'ultimo prodotto sfornato dalla Scary Propaganda Movies Co. sono probabilmente volute. Sono prodotti che costano poco e rendono moltissimo. Basta girare qualche scena in economia e ci penseranno i media - condizionati a fare da cassa di risonanza a qualsiasi megaballa di regime - a costruire su quel piccolo indizio concreto tutto il castello della propaganda, compresa la fola che il film è costato milioni di dollari, che fa così effetto sul pubblico. (Mi chiedo come facciano, coloro che raccontano le notizie al telegiornale, a non rendersi conto delle enormità che leggono).
Tutto ciò è insopportabilmente ridicolo però efficace, come tutta la propaganda. Quella più volgare che ride delle sue vittime ed esprime tutto il disprezzo verso chi dovrà subirla. E' il potere che fa lo sgambetto al povero vecchio e poi ride. E' l'oscena risata del razzismo. Ecco, se c'è qualcosa di sicuramente autentico, in questo troiaio propagandistico, è l'odio di chi l'ha realizzato verso il credente musulmano, la mancanza di rispetto verso un'altra religione. E non è l'opera di un ateo ma di qualcuno che è convinto che la sua religione sia l'unica. E' un prodotto del fanatismo. Uguale al fanatismo che pretenderebbe di combattere. Un fanatismo che forse è funzionale ad interessi molto terreni.

Qualcuno si rende conto dell'inganno, il bambino realizza che l'imperatore è a culo nudo ma la massa televisiva, isolata e frammentata in milioni di salotti, senza alcuna possibilità di ascoltare il bambino che sta urlando "Ma è nudo! Non ha vestiti!", reagirà come previsto.
Se qualcuno protesterà che è l'ennesimo fumettone e che è ancora più ridicolo dell'avventura dei Supereroi nel Compound di Bin Laden, con Batman che va a gettare il cattivone in mezzo all'oceano e Wonder Woman che fa "Oh my God" per salvare la faccia nella sala di crisi, a loro non frega niente.
Tanto la maggioranza è fatta da coloro che, per principio e per rispetto, non osano concepire l'idea di un  complotto perché non sta bene e "perché nessuno potrebbe mantenere il segreto così a lungo". Pensate. Sono coloro che continuano a credere a ciò che racconta loro la televisione.
Che magari hanno l'acqua alle ginocchia perché è in corso un'alluvione nella loro città ma al TG non ne parlano perché il liberismo non vuole più privare i cittadini del diritto di gestirsi le catastrofi come meglio credono, senza molesti interventi di aiuto di uno Stato impiccione e preferisce invece parlare della minaccia islamica che incombe. Ovvero, in sostituzione della cronaca della giornata, mandare in onda un film d'avventura. 

venerdì 24 agosto 2012

L'altro Armstrong che salì sulla Luna e poi cadde sulla Terra


Chissà se si può parlare di Nemesi, per commentare la notizia della richiesta di squalifica a vita per doping di Lance Armstrong, al quale sarebbero di conseguenza tolti i sette titoli conquistati nella più importante gara ciclistica del mondo, il Tour de France. Un'enormità, uno shock, come se a Roger Federer revocassero i sette tornei di Wimbledon.

Gennaro Carotenuto ha scritto oggi che, con questo, il ciclismo è morto. E' vero ma è stato dopo lunghissima ed incurabile malattia e forse, se non il ciclismo, la sincera passione dei tifosi per esso, era già morta quel 14 febbraio del 2004, quando l'unico possibile vero rivale di Lance, Marco Pantani, lo scalatore di montagne cresciuto al mare - quale meravigliosa contraddizione -  fu trovato morto in una camera d'albergo. Ucciso dalla cocaina che aveva iniziato ad assumere dopo che la sua carriera era stata stroncata nel 1999 da un 52 di ematocrito rilevato a Madonna di Campiglio durante il Giro d'Italia. "Drogato, traditore", scrissero i giornaletti rosa il giorno dopo, senza attendere le controanalisi.
Perché il ciclismo è lo sport dove se si dice che un ciclista si "droga" è una cosa che tutti crederanno subito. Vero o falso che sia. Perché è il ciclismo stesso che è drogato e contagia con la peste i suoi atleti.
La disgrazia semmai, è di chi volesse praticare questo sport senza barare chimicamente e senza passare per bombato.
Se qualcuno, in un romanzo di spionaggio, avesse voluto togliere di mezzo Pantani, un rivale troppo forte, per favorire un altro corridore, avrebbe potuto farlo con un solo colpo ben assestato, sfruttando quest'idea che "i ciclisti si drogano per vincere". Un pregiudizio, forse, che però si basa su troppi indizi e fatti per essere solo una diceria. Sarebbe stato il delitto perfetto.

La stessa maledizione che distrusse Pantani ora colpisce Lance Armstrong, l'Eletto. Anche la sua odissea con il doping inizia nel 1999 ma per lui le cose sono diverse. Sono i francesi de "L'Equipe", per primi in quell'anno, a gettare l'ombra dell'imbroglio sulle imprese del campione americano. Lui nega e sempre negherà, nonostante il fascicolo sul suo caso si arricchisca di nuovi sospetti fino a diventare un macigno insopportabile. Continua a negare fino alla rinuncia di oggi a continuare a difendersi.
Per Armstrong non si parla di valori di ematocrito elevati  - valore che, di per sé e senza ulteriori indagini, non è indicativo di doping - ma di uso di eritropoietina, testosterone e di tutta una serie di porcherie prese negli anni per migliorare le proprie prestazioni.
Ovviamente Armstrong non è, se colpevole, l'unico di questa storia e quindi la richiesta di Usada, l'agenzia Antidoping americana, di squalificarlo a vita è ammantata di ipocrisia.Della stessa ipocrisia di chi fabbrica gli eroi, i gladiatori e poi, con un pollice verso, si diverte a distruggerli.
Lance Armstrong è stato un mito americano, un eroe nazionale nel senso governativo del termine. Era sponsorizzato, per l'enorme cifra di $ 32 milioni da US Postal, le poste americane, un ente pubblico.
La sua storia personale, la sua battaglia contro il cancro - ammetteva solo di aver preso l'epo per salvarsi la vita - ne facevano l'eroe perfetto per il pubblico.
Ora che forse l'imbroglio non si può proprio più nascondere, o forse ci sono altri campioni all'orizzonte sui quali investire un mucchio di soldi, magari in altri sport, fanno tutti finta di non sapere, fanno i censori. Lance Armstrong non è più l'eroe americano, il ragazzone che per un decennio non ebbe rivali. Drogato, traditore.

E' vero. Il ciclismo è morto. Un'altra volta.

domenica 22 aprile 2012

L'intollerabile eresia della sovranità nazionale


Eccola, Cristina Fernandez de Kirchner, la Presidenta eretica, mentre sta per pronunciare le parole che, alle  orecchie dei devoti della deità monetaria globalizzata, sono parse sonore bestemmie: nazionalizzazione, interesse nazionale e sovranità nazionale. 

Attraverso la "legge sul recupero della sovranità nazionale sugli idrocarburi" proposta dal governo all'approvazione del Parlamento, lo stato argentino riacquisirà il 51% della Società YPF (attualmente di proprietà della spagnola Repsol). Di questo 51%, il 51% sarà controllato dallo stato centrale e il 49% dai governi delle provincie petrolifere argentine. Il 49% del patrimonio azionario di YPF rimarrà ai privati, nazionali o stranieri.
I motivi della nazionalizzazione del 51% di YPF decisa ora dal governo argentino - anche se Fernandez ha tenuto a ribadire che non si tratta di una decisione governativa ma statale, cercate di capire la sottile differenza, - sono molto semplici.
Da quando ha acquisito il controllo su YPF, Repsol ha fatto molto per aumentare i propri profitti, dirottarli altrove e diminuire gli investimenti nel paese ospite. Tanto che l'Argentina, paese produttore, l'anno scorso ha dovuto importare petrolio per il consumo interno come mai prima nella sua storia.

La YPF s.a., la compagnia petrolifera nazionale, l'ENI argentina, per intenderci, fu privatizzata e (s)venduta alla Repsol spagnola dal presidente Menem negli anni novanta. Quelli del saccheggio, della riedizione moderna e potenziata dei pirati autolegalizzatisi e delle multinazionali psicopatiche che andavano in Sudamerica a far bottino senza ottenere particolare resistenza da parte della classe politica locale. Anzi, il profumo dei soldi, elargiti a man bassa da chi poteva ad una Casta bulimica, rendeva tutti molto accomodanti e ben poco patriottici. 
Furono gli anni della privatizzazione della telefonia argentina "per aprire alla concorrenza" (vero Telecom?) e che finì in un odioso cartello tra compagnie telefoniche straniere che praticavano le tariffe più alte del mondo e costringevano gli argentini a dover fare a meno del telefono. 
Gli anni in cui l'Argentina era tanto simpatica perché i suoi bond ci avrebbero fatto guadagnare tanto in poco tempo, dicevano i cialtroni in giacca e cravatta, i volonterosi carnefici dell'ultraviolenza finanziaria, proponendoli  ai pensionati con qualche milioncino di risparmi, senza informarli dell'altissima rischiosità di un investimento su un paese sull'orlo del default. Rischiosità della quale erano invece perfettamente informati i vampiri dell'alta finanza che scommettevano, allora come oggi, sul prossimo paese che sarebbe andato in default. L'Argentina il default lo visse nel 2001.

Cristina ci ha solo ricordato che le multinazionali e la finanza mondiale si comportano come i virus, che una volta infettato l'ospite lo spolpano fino ad ucciderlo e che la privatizzazione di tutto non è proprio questa gran figata. Visto che esiste una cosa polverosa ed antica chiamata "sovranità nazionale" (lo so, per noi italiani è un concetto quasi incomprensibile, visto che conosciamo solo la versione limitata della sovranità), la Presidenta ha reclamato il diritto del proprio paese di poter disporre dei propri giacimenti e della ricchezza che da loro può provenire. A maggior ragione in tempi di pick oil e di guerre create ad arte per andarsi a prendere in giro per il mondo gli ultimi giacimenti disponibili. 
Solo che, fin che lo fanno gli USA e i loro maggiordomi tipo l'Italia, che spende milioni di dollari nel militare per fare la comparsa raccoglibriciole in Afghanistan, va bene; quando tenta di farlo un paese sovrano che pensa al proprio interesse nazionale ed al proprio popolo (una parola che quasi nessun governante pronuncia più)  e non giustifica le vessazioni sul proprio popolo, appunto, con il "ce lo chiede l'Europa", per esempio, si grida all'insubordinazione.

La sovranità nazionale, l'essere padroni delle proprie ricchezze. Concetti demodé e pericolosi perchè mettono a nudo le magagne del sistema globalizzato, quindi eretici. Gli eretici che pronunciano l'eresia vanno bruciati sul rogo.
Si è fatto molto colore ironico, sui giornali, sul fantasma di Evita che pareva ispirare Cristina da tutti i poster alle pareti ma io penso che il principio enunciato da Fernandez non sarebbe dispiaciuto affatto ad  un altro illustre fantasma: quello del visionario Enrico Mattei
A proposito di italiani. C'è già chi ora trema per i dividendi del CEO di ENEL  e Mr. Jeeves Monti, il maggiordomo inglese a capo dell'Italia, ha perfino scritto a Cristina, tutto preoccupato per le conseguenze della nazionalizzazione petrolifera argentina ai danni di ENI, con la Merkel dietro che suggeriva, pungolandolo: "Dì che glielo chiede l'Europa!"
Prima di ingenerare confusioni, visto che l'impresentabile politica italiana già grida contro l'intollerabile arbitrio della Presidenta, per farsi bella con i banchieri, ricordiamo che l'Argentina, per esempio, dal 2010 ha una legge che equipara le unioni omosessuali a quelle eterosessuali e dal 2009 una legge che limita fortemente la concentrazione privata sui mezzi di comunicazione. Praticamente una legge contro il conflitto di interessi. Sicuramente il peronismo ha ottenuto di più e può considerarsi più efficace politicamente e perfino più di sinistra del Partito Democratico.

L'arma convenzionale del sistema per combattere l'eresia dei paesi emergenti  come i BRICS, l'Argentina e quelli che si ribellano alla dittatura del FMI, è la denigrazione dei loro successi.
Mi piacciono soprattutto coloro che dicono che i dati della resurrezione argentina sono fasulli. Dovrebbero, per correttezza, chiedere anche a Obama, al FMI  e a tutti i geni della lampada mondiali; dai capi di stato ai ministri dell'economia fino all'ultimo banchiere, compresi quelli che sono stati nominati salvatori della patria dall'oggi al domani perché rischiavano di far fallire le proprie banche, gli imprenditori della provvidenza scesi in politica per non fallire, e gli altri incapaci messi a giocare con le vite degli altri mentre ne arraffavano i patrimoni, se anche i loro conti possono essere definiti in ordine. 
La dichiarazione infedele e il falso in bilancio sono il vero motore del nostro tempo e l'unico modo per mascherare il fallimento completo strutturale e profondo del sistema stesso, ostaggio del gioco truccato della Finanza.  Chi è senza peccato, direbbe il Nazareno ritornato sulla Terra, scagli il primo libro contabile.
Del resto, dopo l'11 settembre, possono davvero farci credere qualunque cosa. Che siamo in crisi, che oggi la crisi è finita, che no, occorre ancora un poco di sangue nostro e dei nostri figli, che stiamo uscendo dalla crisi; no aspetta, ancora qualche tassa qua e là e abbiamo finito o finiremo come la Grecia, no noi non siamo la Grecia, dobbiamo tassarvi se no finiamo come la Grecia, la crisi è finita, no è ricominciata, anzi la crisi è finita, andate in pace. 
Que se vayan todos, ma veramente.

venerdì 6 maggio 2011

L'uomo che morì due volte. (Perché non possiamo non dirci complottisti)


Riassunto delle balle precedenti. Eravamo rimasti al Bin Laden in salsa verde della foto qui sopra. Altro dozzinale fake, anch'esso subito smascherato dagli scafati smanettoni photoshoppisti della Rete. Vista la bassa qualità dei fotoritocchi,  Obama e soci hanno deciso infine di non mostrarci più nulla, adducendo il motivo che il cadavere sarebbe stato in condizioni troppo impressionanti per i nostri stomacucci deboli. Capirai, dopo aver visto i bambini nati dopo il trattamento all'uranio impoverito in Iraq, cosa vuoi che sia?

Veniamo agli ovetti freschi di giornata. Un giornalista esperto in faccende di Al Qaeda afferma che Bin Laden è morto di malattia qualche giorno fa e quindi gli Ammeregani avrebbero deciso di inscenare il blitz - o semplicemente  dichiarare che esso è avvenuto, per far credere che il nemico pubblico n° 1 fosse morto per mano loro. Per farsi belli con il sol di luglio, insomma. Il giornalista l'avrebbe saputo dal medico di base di Osama. O forse da suo cuggino.
Al Qaeda si fa sentire e conferma la morte di Osama, aggiungendo che farà di tutto per vendicarlo, offrendo quindi lo spunto per altri vent'anni di "Guerra al Terrorismo".
Infine, spulciando tra i computer del de cuius, la CIA ha scoperto che stava preparando un altro attentato, indovinate per quando? Per l'11-9-2011, per la gioia dei numerologi seguaci della teoria dell'11:11.

Non meravigliatevi se ogni giorno le storie diventano sempre più assurde e smaccatamente inverosimili. Fa parte del gioco. Il vero Potere consiste nel costringerti a vivere la frustrazione di non riuscire mai a smascherare le sue menzogne. Tu sai che sono menzogne, ma non riuscirai mai a dimostrarlo. Più la menzogna è grossa e più il Potere si consolida perché il popolo la crederà, incapace di gestire il dolore della frustrazione e preferendo la più consolatoria bugia.

Non è questione di essere complottisti.  Tra parentesi, secondo me è meglio essere complottisti che fessi.
La questione fondamentale non è sapere con certezza se Al Qaeda esiste o è solo una sigla di comodo, se l'11 settembre è andata veramente come ce l'hanno raccontata e se Bin Laden è morto o meno. Il punto è  se, in nome di una comoda faciloneria e del vizio di delegare i fatti nostri a chi se ne approfitta, per non saper gestire la frustrazione causata dal mancato raggiungimento della verità, dobbiamo rinunciare per sempre a controllare le fonti, a mettere in discussione le affermazioni del potere. Compito che sarebbe principalmente del giornalista e, di rincalzo, del politico che milita nell'interesse del popolo.
Invece tocca sentire i giornalisti cosiddetti esperti, i signorini grandi firme, ripetere a pappagallo morto una sequela di assurdità come fossero verità rivelate, imponendoci di credere alle balle con un puro atto di fede e politici come Dario Franceschini rispondere, alla domanda sui dubbi riguardo al blitz ammazzaosama: "Mi pare che nessuno metta in dubbio come si sono svolti i fatti". Ecco, gli pare. Dimentica chi è abituato a non fermarsi alla prima opinione ma a cercarne una seconda e poi una terza.

La cosa più curiosa di questi giorni è che Osama Bin Laden era già stato dichiarato morto innumerevoli volte e non dal panettiere all'angolo ma dalla compianta Benazir Buttho nel 2007, che in un'intervista a David Frost nominò un certo Omar Sheik definendolo "l'uomo che ha assassinato Osama Bin Laden" (solo un curioso lapsus?); dalle autorità pakistane nel 2009 e, prima di tutto, da un necrologio uscito sulla stampa araba nel dicembre 2001 che ne annunciava la morte.
Secondo la leggenda, Bin Laden era molto malato già ai tempi dell'11 settembre, affetto dalla Sindrome di Marfan e bisognoso di dialisi e altre cure particolari. Come abbia fatto a vivere in modalità Provenzano in un compound (nessuno sa cosa sia un compound ma nessuno osa chiederne il significato per paura di passare da complottista), senza tv, senza telefono e senza ADSL ma soprattutto lontano da un moderno ed attrezzato ospedale non si sa. Mah!

A questo punto il fatto che Osama Bin Laden sia vivo o morto poco importa. Chiediamoci piuttosto, a questo punto, se sia mai esistito veramente. Oppure se c'è stato un Osama vero e in carne ed ossa, operativo dell CIA e servitore degli interessi americani in Afghanistan all'epoca della guerra contro i russi e un Osama romanzato, o resuscitato post-mortem come essere mitologico. Se fosse morto in quell'ospedale di Dubai nel luglio del 2001 e avessero deciso di utilizzarne la memoria come megaspauracchio sarebbe stata una trovata geniale, bisogna ammetterlo.

L'Osama personaggio ha fruttato interessi altissimi alla causa neocon della Guerra Mondiale al Terrorismo proclamata nel 1999 in attesa del Grande Pretesto per iniziarla, giunto al fine l'11 settembre 2001. Da quel momento il personaggio Bin Laden, capo di Al Qaeda, la rete del terrore, ci ha regalato le sue storie migliori. 
Non importa se tutta la storia dei crolli e del buco nel Pentagono non sta in piedi; se, rivedendolo oggi, il crollo delle Due Torri è sempre più rassomigliante ad una demolizione controllata che sembra un evento disgiunto dagli aerei che impattano sui grattacieli. 
Non importa che Osama non fosse nemmeno ricercato per quell'attentato dall'FBI (perché non sono mai saltate fuori le prove del suo coinvolgimento!). L'unica cosa importante è che sui testi sacri del Potere c'è scritto che il più grave attentato della storia lo ha fatto lui.
Per diversi anni, guerre e distruzioni con milioni di morti sono avvenute con la scusa che si doveva vendicare l'onta dell'11 settembre e combattere la proverbiale cattiveria di Osama Bin Laden.
Poi lo smacco dell'Iraq, il pantano dell'Afghanistan e la Cina che si avvicina sempre più. E' necessario un cambio di rotta. Nel resto, per molti anni questo famoso terrorismo internazionale non si era più fatto sentire. Magari qualcuno avrebbe cominciato a sospettare che fosse solo una fola, una scusa per mantenere un potere imperiale sempre più traballante. Ci voleva qualcosa di nuovo, con  il Medio Oriente che si sta ridisegnando a grande velocità e non certo solo su base spontanea.

Il personaggio Osama Bin Laden ha servito onorevolmente il suo scopo per dieci anni, Ora è giusto mandarlo in pensione perché forse serve più da morto, anzi da morto due volte. Lo si fa morire come certi personaggi delle soap opera o dei fumetti, con la grande risonanza che i media riservano agli eventi memorabili. Tanto, a controllare se tutta la storia è vera o falsa, resteranno solo i complottisti. E magari, tra un po', trattandosi di americani, lo resusciteranno con un'altra faccia, come il fratello biondo di Ridge in "Beautiful".

Il mito Osama Bin Laden ricorda il personaggio di Kaiser Soze del film "I soliti sospetti". Un'invenzione per spaventare, un babau, l'Uomo Nero, il capro espiatorio da tirare fuori al momento opportuno e a cui attribuire tutte le disgrazie di un popolo. Uno di cui aver paura e che è, per definizione inafferrabile.
Uno dietro al quale, però, si cela, nella finzione cinematografica, un genio del crimine e, nella realtà, probabilmente un set completo di burattinai che, mentre il popolino è distratto dalla fiction a puntate dell'arabaccio cattivo con il turbante ed il barbone, fa i suoi conti, specula, intrallazza e disegna la nuova geopolitica mondiale a suo esclusivo vantaggio e alla faccia di miliardi di persone. Oltretutto divertendosi a guardare quanto gli allocchi e i boccaloni si bevano qualunque balla sesquipedale che proviene dalle fonti ufficiali controllate da lorsignori.

domenica 5 luglio 2009

Benvenuti a L'Aquila, città scudo

Per quanto mi sforzi e sottoponga a strizzamento le meningi, non riesco proprio a capire il senso di tenere quel gigantesco scassamento di minchia che è il vertice del G8 in una zona già tanto provata da un catastrofico terremoto.
Amici viareggini, l'avete scampata bella. Se avessero avuto il tempo materiale questi avrebbero spostato per l'ennesima volta il G8 a Via Ponchielli, giusto per aggrapparsi alla sciagura più di giornata e di più recente impatto emotivo.

Ricordo che, per ospitare il gran varietà imperiale, era da mesi in corso l'allestimento delle apposite sedi nell'Isola della Maddalena. Luogo che rispondeva alle esigenze di sicurezza e riservatezza richieste da uno show itinerante che tende a raccogliere più uova marce e pomodori troppo maturi, che applausi.
Avvenuto il terremoto a L'Aquila, la grande pensata. Visto che i contestatori metteranno a dura prova l'incolumità dei tonfa lanciando loro contro le proprie teste, il governo che le studia di notte ha mandato nel casino la Maddalena (e i miliardi di investimenti già stanziati) e ha spostato l'area di accampamento del Circo a l'Aquila. In una zona dove, tra l'altro, la terra continua a tremare con intensità interessante.

L'unico motivo che riesco a trovare per giustificare l'assurdità della scelta, è di sfruttare la disgrazia degli abitanti delle città abruzzesi (assurti a veri e propri scudi umani di Husseiniana memoria) per ricattare la protesta e soprattutto gli altri paesi partecipanti.
"Non vorrete mica fare violenza ad una popolazione già tanto martoriata" è il messaggio agli eventuali e prevedibili contestatori. "Non vorrete mica sottrarvi all'obbligo della passerella di solidarietà con tanto di raccolta fondi stile Dame di S. Vincenzo in una zona terremotata del paese ospite?"
Un ignobile ricatto che mi meraviglia essere stato accettato dagli altri sette del G, messo in atto da un governo che va avanti a furia di espedienti ad effetto e che ha scelto una zona sismica per tentare di puntellare la pericolante reputazione di un premier sottoposto da settimane ormai ai preparativi di una bella "controlled demolition".
Un vertice terremotato, quindi. Con il rischio di una bella evacuazione stile disaster movie in caso che la tettonica non dovesse collaborare o manifestasse improvvise tentenze no global. Già vedo Bonaiuti dare la colpa alla propaganda della sinistra di un'eventuale magnitudo 4.5.

Si poteva evitare questa pagliacciata. Se io fossi stata il capo della sicurezza presidenziale, col cacchio che avrei permesso che Obama fosse confinato in una caserma (evidente omaggio al genere di comicità praticata del nostro premier) e che corresse un seppur minimo rischio sismico. Ciò vale natualmente per gli altri capi di stato e di governo e rispettive securities.
Sarà, ma niente mi toglie dalla testa che all'ultimo momento vi sarà un'inspiegabile epidemia di diarrea nelle illustri delegazioni e il vertice andrà a puttane. Perchè non farlo addirittura a Villa Certosa, allora?

Intanto si raccolgono le candidature per "Il posto più assurdo dove tenere un G8" edizione 2010. Ci sono già interessanti candidature: il reattore numero 4 di Chernobyl e la città fantasma di Prypiat, il carcere di Abu Ghraib, il relitto del Titanic a 3800 metri di profondità al largo di Terranova, il CPT di Lampedusa ed altri ancora.

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