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lunedì 14 luglio 2014

La crociata di luglio del duemilauno. Intervista eretica a Giovanni Polli sul G8 di Genova


Anche quest'anno nel mese di luglio si riapre la ferita di Genova e di quel famigerato G8 che, anno dopo anno, ci ricorda che da allora tutto è cambiato e che il mondo che è derivato, direttamente o indirettamente, da quella battaglia così anti-moderna perché combattuta corpo a corpo, non è per niente bello e non promette niente di buono per il futuro.
Giorni fa ho riparlato di quell'estate violenta del 2001 con un amico, Giovanni Polli, che mi diceva di aver vissuto in prima persona, da diretto testimone, in quanto giornalista inviato, quelle giornate e di averne da raccontare una storia diversa da quelle ufficiali dei media mainstream e di quelli indipendenti.
Ecco quindi il suo racconto di quel maledetto G8, che potrà suonare francamente eretico a chi si è nutrito finora unicamente delle versioni che si limitano a demonizzare acriticamente e faziosamente i rispettivi avversari ideologici e ad imputarne la violenza ad un oramai poco sostenibile principio di casualità e spontaneismo.
A tredici anni di distanza credo si possa e si debba andare oltre la propaganda di guerra – perché di guerra si trattò - per entrare nella disamina storica e non manichea degli eventi, senza paura di dover eventualmente rivedere alcune delle proprie convinzioni su chi fossero i buoni e chi i cattivi, per scoprire magari che entrambe le parti in causa furono coinvolte in un gioco, un battle royale di cui persero presto il controllo.
Continuare a capire il perché di quella tragedia è fondamentale. Noi proviamo a farlo con questa intervista. Buona lettura.

"Intervista a Giovanni Polli sul G8 di Genova 2001"

Giovanni, tu a Genova c'eri come giornalista incaricato di documentare quelle giornate. Vuoi raccontarci cosa hai visto?

Per un giornalista schierato idealmente ma non dichiaratamente “embedded” con una delle due parti in causa, come mi sono posto io in quella occasione, gli eventi legati al G8 di Genova sono stati una vera e propria sfida. Osservare senza preconcetti ideologici come nasce, si sviluppa e arriva a conclusione una pianificata e violentissima “guerra” di strada è stata una palestra importantissima in cui poter esercitare lo spirito critico, avendo a cuore un’informazione eretica e al di là dei partiti presi. Ho usato la parola “guerra” non a caso. Perché era quella usata, del tutto irresponsabilmente, dal leader delle allora tute bianche Casarini nella sua famosa “Dichiarazione di guerra” alla zona rossa, l’area di Genova proibita che le manifestazioni “no global” non avrebbero mai potuto per nessun motivo toccare. 
Ho visto tantissimi manifestanti con intenzioni pacifiche non rendersi conto che, seguendo certi leader e certe parole d’ordine, sarebbero andati al massacro di se stessi e delle loro sacrosante ragioni ideali. Ho visto poi una vastissima area grigia di manifestanti non dichiaratamente violenti, ma che non attendevano altro che qualcuno desse il la per iniziare a menare le mani e a sfasciare tutto, vetrine, teste ed ogni cosa capitasse a tiro, con una rabbia piuttosto cieca e demenziale. 
Ho visto forze dell’ordine, nei primi momenti, impreparate ad una violenza che era comunque nell’aria. Impossibile non ricordarsi immediatamente della lezione di Pasolini a Valle Giulia. Il giorno prima dei fatti di Piazza Alimonda ho visto passare sotto i miei occhi, negli scontri, un giovane carabiniere portato via con un enorme squarcio alla testa, proprio vicino al loro mezzo dato alle fiamme, quello che si è visto in tutte le riprese. E ho pensato, dopo la morte di Giuliani, che il fatto che fosse morto un manifestante e non uno “sbirro” sia stato puramente casuale. 

Stai forse dicendo che finora in questi anni ci siamo focalizzati sulle brutalità poliziesche e molto meno sulle violenze della controparte, cioè della parte organizzata dei manifestanti?

Sarebbe utile ripensare tutto, di quei giorni. Purtroppo circolano ancora sempre e solo le due versioni ufficiali e ideologiche. Versioni di comodo. Che si sia trattato di una macelleria messicana per i manifestanti, e in effetti la reazione pianificata a tavolino alla Diaz non è stata certo una bella pagina di Storia, o che si sia trattato di una questione di ordine pubblico dall’altra. Torti e ragioni sono certamente da rileggere, e l’imbarazzo continuo dei leader della contestazione no global di quei giorni non viene cancellato dal tentativo di agiografia del presunto eroe caduto dalla loro parte. Un po’ di rottami ideologici di due decenni prima affidati alle armate Brancaleone dei centri sociali sono purtroppo riusciti a trasformare le profonde ragioni politiche della contestazione al G8 ed alla globalizzazione in torti altrettanto profondi. Non è un caso se da quel momento il movimento “no global”, che due anni prima a Seattle era veramente uscito come vincitore morale e politico, è stato definitivamente sconfitto. A chi ha giovato la violenza programmata, pianificata e dichiarata dei contestatori? In quei momenti pensavo: “Accidenti, ma se queste migliaia e migliaia di persone anziché ingaggiare una guerriglia assurda sfilassero gandhianamente in rigoroso silenzio a mani alzate, farebbero molto, molto più rumore ed avrebbero già vinto”. E invece hanno perso, ed abbiamo perso tutti. Giuliani, anche la vita.

Il g8 di Genova è uno degli eventi piú documentati della storia recente. Esistono migliaia di ore di filmati, soprattutto di controinformazione, atte a documentare la repressione poliziesca ma, da ciò che adesso mi racconti, mi accorgo che manca effettivamente quasi del tutto la registrazione della violenza della controparte. È una cosa voluta?

Secondo me sì. Voluta da tutti. Quello che è andato in scena in quei giorni è stato un drammatico, anzi tragico, teatro di massa. Il fatto è che la stragrande maggioranza degli attori erano semplici comparse e non lo sapevano. Credo che l'identità della vittima, un manifestante e non un poliziotto o un carabiniere, sia stata poi determinante perché si siano lasciate le cose, dal punto di vista dell'"informazione", così come sono state lasciate. So per certo, perché ho parlato con chi lavorava in questo senso, e perché è prassi normale durante tutte le manifestazioni, che vi sono anche ore e ore di filmati realizzati dalle forze dell'ordine con le violenze da parte dei manifestanti. E' tutto materiale che è stato perfettamente registrato. Che poi si sia scelto un basso profilo informativo e non si sia combattuta la guerra e controguerra dei filmati è naturale. Da parte di chi avrebbe dovuto gestire l'ordine pubblico, e da parte dello Stato che l'ha gestito a modo suo con le rappresaglie che sappiamo, era ed è del tutto inutile mettersi al livello della propaganda dell'altra parte in campo. Meglio il silenzio, decisamente. Diciamo così che, dopo la sconfitta politica delle ragioni dei "no global", e dopo quanto accaduto alla Diaz e a Bolzaneto, e con il processo (a mio avviso indegno) a Placanica, a che sarebbe servito buttare altra benzina sul fuoco? Il risultato sul campo è stato evidente, direi, al netto di tutte le lamentazioni.

Lo sai che stiamo dicendo che, per semplificare al massimo, una parte consistente dei manifestanti non era affatto innocente, come ha sempre raccontato la voce "indipendente"? Sento odore di rogo per entrambi noi...

La copertura “indipendente” si fa coincidere, di solito, con quella di area “no global”. Quindi di parte. Un paio di esempi simbolici ma concreti. Vero che Casarini aveva “dichiarato guerra”, ma il tentativo dei “no global” nel loro complesso era stato quello di accreditarsi come manifestanti pacifici. Vero, la gran parte di loro lo era. Ma una consistente, consistentissima area non lo era affatto. 
Qualche esempio? Ho chiacchierato tranquillamente, la sera del primo giorno di disordini, con un manifestante come tanti. Era greco, non aveva nemmeno l’aspetto del frequentatore tipico dei centri sociali Aria da bravo studente, mano nella mano con la sua ragazza. Gli chiedevo se ritenesse giusto mettere a ferro e fuoco una città, distruggere vetrine ed auto, alcune delle quali appartenenti tra l’altro agli stessi manifestanti. La sua risposta fu chiara: "dobbiamo distruggere il potere, è giusto sfasciare tutto. Dare fuoco a case e auto è il miglior modo per “fottere il potere”". Convinto lui. 
La sera poi del concerto di Manu Chao, dal palco lo speaker aveva esortato tutti a mettersi il casco, il giorno dopo, “perché nessuno si dovrà fare male. Almeno nessuno di noi”, aveva aggiunto ammiccando pesantemente. Nessuno racconta quindi, né ha mai raccontato, della precisa e dichiarata volontà di non essere poi così pacifici come hanno tentato di spacciarsi.
Nessuno ha mai ricordato abbastanza il nome del “locale” che Casarini gestiva al centro sociale Rivolta di Marghera, vale a dire l‘osteria “Allo sbirro morto”. Né si è raccontato a sufficienza che nel cortile della Diaz i manifestanti si allenavano agli scontri. In quei giorni ho cercato invano testimonianze giornalistiche che dessero conto anche di questi dati, ed anche dello stato d’animo delle forze dell’ordine, tutt’altro che preparate ad attacchi di quella violenza, e dopo tre giorni frustrate dai continui attacchi, di cariche e controcariche, botte date e botte prese. Nessuno ha raccontato che, nell’ultimo corteo, si tentò di deviare il flusso verso il quartier generale delle forze dell’Ordine sul lungo mare. Sarebbe stato un massacro. A prezzo di scontri furibondi, altre botte, incendi e devastazioni, e dell’uso di terribili lacrimogeni di tipo nuovo che ricordo benissimo anch’io per averne subito gli effetti micidiali, si riuscì ad evitare il peggio. Pensavo di trovare tutto questo in qualche resoconto. Ma purtroppo ho visto solo un grande vuoto.


Parliamo invece della copertura mainstream del G8.

Ho un ricordo personale. Una carica e contro-carica in cui io, insieme a Fabio Cavalera del "Corriere della Sera", ci siamo trovati esattamente in mezzo. E, proprio mentre stavamo correndo durante l'inseguimento non so se dei manifestanti verso i poliziotti o viceversa, lo stavo intervistando in diretta per la radio. Non vorrei compiacermi io, adesso, del lavoro che svolsi, ma il giornalismo vero, in quei momenti, avrebbe comportato il raccontare come ci stava solennemente pestando da entrambe le parti. In quei giorni mi sono mosso con grande libertà, e avevo l'accredito sia da una parte come dall'altra. Sono stato mezza giornata alla Diaz, a vedere quel che faceva il movimento, a parlare con i ragazzi, a fare un paio di domande anche ad Agnoletto, che mi pareva un personaggio del tutto inadeguato, ed è un eufemismo, a manovrare quella enorme polveriera. Non mi sono sentito affatto embedded, ma del tutto libero. Un altro ricordo: una collega è stata sfiorata da una enorme biglia di acciaio che arrivava, chiaramente, dai manifestanti. L'ha raccolta e se l'è tenuta per ricordo. Erano ben armati tutti. D'altra parte era stata o no dichiarata una guerra? Eppure la logica del giornalismo per partito preso è andata per la maggiore, e ancora - parlando di quei giorni - non sembra proprio che sia cambiata. D'altra parte questa è l'Italia, che non mi pare molto ben messa nella classifica della libertà di informazione, tra i Paesi occidentali.


Le violenze della polizia comunque innegabilmente ci furono e le più gravi furono compiute a freddo, al di fuori del teatro di scontro delle strade, a Bolzaneto e alla Diaz. Quale pensi sia stato il ruolo delle forze dell'ordine in quel contesto? C'era una regia dove la macelleria messicana era prevista o nella confusione e nel conflitto di poteri a qualcuno sfuggì di mano la situazione? 

Sinceramente non credo che vi fu una sola regia dietro le forze dell’ordine. Ho parlato molto anche con alcuni carabinieri e poliziotti. La loro rabbia e frustrazione nell’essere stati oggetto per tre giorni di fila, nella migliore delle ipotesi, di sputi e scherni continui, ma soprattutto di attacchi di una violenza esagerata da parte dei violenti armati di tutto, era davvero profonda. Per quello, guardandoli in viso, ho pensato molto alla lezione di Pasolini. 
La macelleria messicana della Diaz e di Bolzaneto è stata invece a mio avviso tutta un’altra cosa. Quelle operazioni, tra l’altro, furono condotte da reparti ben diversi da quelli in piazza in quei giorni. Qualcuno decise che, dopo tre giorni in cui le ragioni della contestazione erano già state distrutte di fronte all’opinione pubblica insieme alle case, ai negozi, alle auto e alla pace di Genova, ci si sarebbe potuti “togliere lo sfizio” di impartire una sorta di severa lezione definitiva al movimento “no global”. Un’azione sicuramente condannabile e condannata, e che sancì il definitivo trionfo dei poteri che oggi fanno di noi il bello e il cattivo tempo. Senza manganelli, oggi, ma con i colpi di Stato mascherati e la sottrazione definitiva della sovranità dei cittadini in favore di quella della grande finanza e dei grandi potentati internazionali.

La domanda, a questo punto, è quasi inutile ma te la pongo lo stesso. Perché, secondo te, il maggiore partito della sinistra allora (una delle incarnazioni del sempiterno serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD, per utilizzare la metafora di Costanzo Preve)  non partecipò ai cortei e non fornì neppure il suo celeberrimo servizio d'ordine a difesa dei manifestanti pacifici contro gli inevitabili provocatori previsti ed attesi in quelle giornate?

Diciamo che un servizio d’ordine serio non ci fu per nulla. Il maggior partito della sinistra di allora, che aveva voluto, organizzato, pianificato la riunione del G8 dopo essere stato il fedele cagnolino dei poteri che avevano voluto le bombe su Belgrado, come avrebbe potuto mostrarsi così incoerente di fronte ai grandi alleati del mondo? 
E a vergogna perenne dei celebrati leader “no global” è proprio il non aver capito, o aver fatto finta di non capire, che mettere in marcia migliaia e migliaia di persone in quelle condizioni sarebbe stato un suicidio. Soprattutto dopo averne aizzate le parti più esagitate con parole d’ordine che, se fossero state usate in altre situazioni da altri campi politici, avrebbero fatto gridare al ritorno dei nazisti. Evocare la guerra non è uno scherzo. Eppure hanno giocato con la benzina e i fiammiferi. E non ci hanno pensato due volte a mandare al massacro anche gente forse sprovveduta, che pensava di andare a fare una scampagnata, ma pacifica, inerme e, soprattutto, con tantissime ragioni ideali da dover difendere. 

Secondo la vecchia logica della "destra e sinistra", chi ha politicamente guadagnato di più dalle botte di Genova?  Vi erano stati disordini e repressione anche a Napoli pochi mesi prima, quando il governo era di centrosinistra.

A una domanda di questo genere posta nel 2014, quindi ragionando ex post, ti direi tranquillamente “tutte e due”. Perché destra e sinistra oggi sono soltanto parole che rappresentano etichette del secolo scorso. Già allora il G8 fu una sorta di prodotto di “larghe intese” non dichiarate, dal momento che il G8 fu preparato da D’Alema e gestito da Berlusconi. Lo stesso D’Alema che aveva dato il via alle bombe su Belgrado, soltanto tre anni prima, non era certo Alice nel Paese delle meraviglie. Non poteva non sapere che cosa avrebbe significato un’occasione del genere per gli sciagurati “antagonisti” che pensavano, nella migliore delle ipotesi e solo per essere buoni, di apparire come lo studente di fronte al carro armato in piazza Tien An Men. Ha senso davvero parlare di “sinistra o destra”? Ci hanno guadagnato davvero, e tantissimo, tutti gli artefici e i sostenitori della globalizzazione.


Ti sei fatto un'idea su chi fossero e da dove venissero i misteriosi black bloc che imperversarono pressoché indisturbati a Genova? Truppe mercenarie, come i gruppi di ultras calcistici arruolati perché buoni conoscitori del territorio - e vengono in mente i disordini in zona Marassi, attigua allo stadio - o partecipanti in buona fede alla chiamata alla crociata?

Avere le prove provate di chi siano veramente, che cosa rappresentino e per conto di chi agiscano i black bloc sarebbe come avere in mano il Sacro Graal. O i nomi dei mandanti delle stragi dei misteri italiani. Di fatto, non sono soltanto italiani, sono internazionali. Sono professionisti della guerriglia urbana, perfettamente addestrati a svolgere il loro compito, riuscendo senza alcuna fatica a tirarsi dietro quella che ho chiamato la "zona grigia" della protesta. Quelli, cioè, che a parole sono pacifici, ma si bardano e si abbigliano come se dovessero andare alla guerra. E infatti ci vanno, e quando qualcuno suona la carica diventano ottimi sprangatori pure loro. Ed è tutta manovalanza se si vuole anche in buona fede, ma a chi tiri la volata è evidente. E' evidente però che alla testa vi siano siano truppe mercenarie senza scrupoli e pronte all'uso, prescindendo dall'ideologia dichiarata. E' appena il caso di ricordare quello che è accaduto a Kiev pochissimi mesi fa, dove personaggi di questa stessa risma, ben sobillati e ben strutturati, hanno addirittura portato a termine un colpo di Stato. Guarda caso, a favore degli stessi poteri che a Genova si sarebbero voluti teoricamente contestare. Mi pare che chi voglia riflettere su questo lo possa fare... Non si tratta di dietrologie, ma di semplici ragionamenti logici.

C'è quindi un'altra storia del G8 di Genova ancora da raccontare? Riusciremo mai ad averne una storia veramente completa, chiara ed obiettiva?

Più che una storia ancora da raccontare, ci sarebbe una storia da interpretare. Per me vale il principio del “cui prodest?”, per cui tutto quel gran disastro pianificato in quel modo, da una parte come dall’altra, alla fine ha portato esattamente al risultato sperato. Dal potere, naturalmente. Come si può partire “armati” dell’intenzione di assaltare chi deve proteggere i “grandi” otto della terra, tra cui il presidente degli Stati Uniti, e pensare veramente di vincere uno scontro sul terreno? C’è un limite logico, in cui le velleità e le ingenuità non possono essere spiegate e spiegabili se non con una strategia che vada ben oltre le apparenze.

Pensi che il G8 di genova possa essere annoverato tra i misteri italiani?

Misteri italiani sì, perché prove non ce ne possono essere, e le verità giudiziarie sono – appunto – verità delle aule di quegli stessi tribunali che non hanno mai chiarito proprio un bel nulla a proposito dei veri mandanti dei “misteri”. Quello che si può fare, per avere un po’ di chiarezza, è ragionare per logica deduttiva e comparativa. Se poi qualcuno definisce la chiarezza di quel che è accaduto come “dietrologia” non ci si può fare niente. Ma, ragionando a contrario, torno a dire che il potere sperava che andasse a finire esattamente come è finita. E non sarebbe potuto finire diversamente. Il fatto che la vittima sia stata un manifestante anziché un carabiniere o un poliziotto non sposta assolutamente di una virgola il significato di quanto è accaduto. Anzi, se a morire fosse stato il carabiniere Placanica anziché Carlo Giuliani, il potere avrebbe avuto ancora più le sue “ragioni” a porre in essere la rappresaglia del tutto ignobile e fuori luogo che comunque ci fu alla Diaz e a Bolzaneto. E’ finita che chi le ha prese le ha prese, e la globalizzazione ha stravinto come previsto.  

Secondo te la critica alla globalizzazione ed al capitalismo assoluto è definitivamente morta sotto le mazzate del G8? Ricordo un certo compiacimento allora da parte dei TG, mascherato da un atteggiarsi a giornalismo verità all'americana, nel mostrare i pestaggi sui manifestanti inermi di corso Italia. Il messaggio "guardate cosa vi può succedere se vi ribellate" in effetti si è rivelato molto efficace, come prevenzione di future contestazioni. 

Il movimento cosiddetto “no global” sì. La critica definitivamente morta no, di certo ha subìto una sconfitta dalla quale si deve ancora rialzare. I resti dei “no global” sono definitivamente dispersi. Buona parte di quelle persone, più o meno in buona fede, sono “entrate in banca”, come si diceva una volta, appoggiando magari – penso in particolare all’ala cattolica dei manifestanti - la stessa “sinistra” oggi renziana, quindi portatrice degli stessi interessi che si pretendeva di contestare. I cosiddetti “centri sociali”, invece, da lì in poi si sarebbero dimostrati sempre più come semplici contenitori di cani da guardia del regime. Forse che hanno contestato qualcosa o qualcuno, dal momento del golpe Monti in poi? Forse che con l’introduzione dell’euro hanno organizzato qualcosa di evidente, di rilevante, di strategicamente sostenibile contro la globalizzazione? O forse non dovevano disturbare troppo il manovratore? Oggi soltanto una consapevole alleanza non ideologica contro la globalizzazione e il capitalismo finanziario può avere qualche speranza di mobilitazione. Le vecchie barricate, vere o finte che fossero, sono ormai sfondate.

Finora mi hai descritto il clima di quel G8 genovese come qualcosa di molto simile ad una guerra. Possiamo ipotizzare quindi in conclusione che in quei giorni il messaggio sia stato: "C'è da combattere il vostro nemico, scendete sul campo e lottate". Come per le crociate. E che il messaggio criptato che forse oggi riusciamo a decriptare meglio con il senno di poi, fosse "che noi ci spartiremo il bottino"?

Più o meno. Una recita, come ho già avuto modo di dire. D'altra parte occorreva assolutamente fare in modo, per i detentori del potere, che non si ripetesse lo smacco di Seattle. Lì, anche se pure c'erano stati scontri violenti, l'immagine dei contestatori del WTO era uscita molto più limpida e pulita di quella dei ricchi signori che si erano seduti a pianificare come si sarebbero spartiti il Pianeta. Occorreva quindi assolutamente ribaltare l'immagine degli attori in campo e far passare a tutti i costi i "no global" per quello che poi sono passati. Violenti, anarchici, distruttori, casseurs senza regole né remore, privi di una leadership credibile o di una strategia logica. Chi ha vinto lo sappiamo benissimo. Durante gli scontri dell'ultimo corteo vicino al lungomare, ricordo un manifestante, di quelli pacifici mandati al massacro, che telefonava piangendo un po' per i lacrimogeni un po' per la rabbia, e spiegava che quelli come lui erano stati fregati, e che lui non ci sarebbe cascato mai più, e che i leader giottini, con quel che avevano provocato o lasciato che accadesse, erano stati i primi alleati del potere. Se n'era accorto, un po' tardi ma se n'era accorto. Mi sorprendo sempre quando penso che c'è qualcuno che non se n'è accorto ancora oggi. Tredici anni dopo.


Giovanni Polli (Gioann March Pòlli) è giornalista e animatore culturale. Da sempre impegnato in particolare a favore dei diritti politici e culturali e linguistici dei popoli non riconosciuti e attento critico dei fenomeni legati alla globalizzazione. Dopo una prima gavetta giornalistica e radiofonica nel suo Piemonte, si sposta a Milano dove lavora tre anni presso l’Ufficio Stampa del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. Successivamente, nel 1997, inizia a lavorare nella redazione del quotidiano "La Padania", dove svolge tutt’ora la sua attività, dando vita contemporaneamente ad una trasmissione bisettimanale su Radio Padania, “Lingue & Dialetti”, dedicata ai diritti dei locutori di lingue locali, regionali o minoritarie. Nella sua attività su blog e nei social network si rivolge a chiunque, senza steccati ideologici o geografici, desideri confrontarsi intorno ad una visione profondamente eretica degli attuali assetti di potere, sia interni allo Stato italiano sia della geopolitica internazionale.

giovedì 2 agosto 2012

Bologna (remake)



(Questo post è un remake. L'originale è qui.)

Qualcuno ha scritto su Facebook che oggi siamo tutti bolognesi, un po' come i berlinesi di JFK.
E' il 2 agosto, trentaduesimo anniversario di quello che è stato il più orrendo atto di guerra in tempo di pace compiuto sul nostro territorio. La Pace Calda di quella Guerra Fredda. Un periodo che ancora ci perseguita con i suoi misteri, i suoi compromessi innominabili, gli altissimi tradimenti e soprattutto il silenzio, le bocche cucite, i cadaveri sepolti assieme ai loro segreti. Come dicono coloro che non credono nei complotti? Che non sarebbe possibile mantenere un segreto tanto a lungo se ci sono persone che sanno.
Trentadue anni. Vi bastano? La necessità di mantenere il segreto sui perché è ancora talmente forte che perfino chi, da professionista del terrore, si è lasciato incolpare per coprire ben altri colpevoli, non parla ma irride, insulta, fa la battuta sulla suocera. Oscena allegria da ex guitto prodigio sui morti e sui sentimenti.
E poi l'irrisione suprema del Gran Maestro, la sua lunare spiegazione del mozzicone di sigaretta che si è surriscaldato. E' furbo il mentore dei migliori statisti degli ultimi 150 anni e, come sempre accade con i fratelli massoni, bisogna leggere tra le righe, interpretarne il pensiero.  Qui ci dice: è talmente grande la faccenda che non avrete altro che grandi bugie come spiegazioni: le più grandi e clamorose che potete immaginare.

In questo giorno detesto la retorica del "per non dimenticare", frasetta di convenienza che serve soprattutto, in questi casi, a levarsi il pensiero. La detesto soprattutto per la strage di Bologna.
Del resto, se passi accanto ogni giorno, per tre anni, di fianco all'incubo, come ho fatto io nei miei anni da universitaria di ritorno, come fai a dimenticare, anche se vorresti? Durante una delle mie visite a Milano passai per Piazza Fontana ma non fu la stessa cosa. Una grande emozione si, ma diversa.
La stazione, con la ferita ancora aperta che ti squarcia l'anima osservandoti dal primo binario e quell'orologio sul piazzale fisso sulle 10.25 che ti impedisce di pensare ad altro sono terribili per chi deve affrontarli ogni giorno.
Non è l'unica bomba esplosa in Italia ma è quella che ci ha fatto più male. Il due agosto è uno di quegli eventi scioccanti dopo i quali il mondo non è più quello di prima e nemmeno la nostra vita è più la stessa. E' il nostro 11 settembre.

Forse è per questo che, nonostante la frequentazione assidua per tre anni non sono riuscita ad affezionarmi a Bologna, ai suoi portici, al suo essere insopportabilmente torrida d'estate e gelida d'inverno; al suo traffico e smog che ti levano il respiro. Alla sua bonomia un po' sussiegosa ed alla sua cucina grassa e untuosa. L'unica cosa che mi si era attaccata, di Bologna, era la parlata, così diversa dalla nostra romagnola. Per il resto mi dava ansia, passare da quella stazione mi ricordava il fatto di vivere in un paese terribile dove, un giorno qualunque, avrei potuto saltare in aria anch'io, a potere piacendo. Non sono mai riuscita ad amarla, povera innocente Bologna. Per colpa di quell'orologio e di quel silenzio assordante.

martedì 1 maggio 2012

Occupy Italy


Cosa faranno gli italiani oggi, 1° Maggio? E' festa, certo. Non si lavora negli uffici, nelle fabbriche e nelle aziende e non si va a scuola perché anni fa, tanti e tanti oramai, fu deciso che si dovesse celebrare una giornata dedicata al lavoro riposandosi e avendo tempo di riflettere su che cosa bella e dignitosa fosse stata la conquista del Lavoro inteso come valore di civiltà. Un lavoro che rendeva l'essere umano sempre più simile a Dio e meno alla bestia attraverso il riconoscimento di diritti, come quello di ammalarsi e di riposarsi.  E' qualcosa di assai divino, il riposo. Il settimo giorno, ricordate? 

Da qualche tempo tutto questo insieme di principi viene messo in discussione. Non solo perché il lavoro sta diventando non più un diritto inalienabile ma un privilegio, una regalia da parte dell'1% e non sto parlando di lavoro qualificato ma di semplice lavoro salariato da primo livello di pura sopravvivenza. Anche il riposo comincia ad essere messo in discussione. Si tolgono dieci minuti dai turni - per aumentare la produzione di automobili che poi non si vendono - e si tiene aperto il centro commerciale anche di domenica e i giorni festivi - la rivincita dei mercanti - perché il riposo del lavoratore fa male al re, al suo profitto. Perché è lo schiavismo che sta tornando di moda, in una versione più simile a Metropolis che a Radici. 
Guardate i cinesi, ad esempio. Entrate nei loro empori aperti 7 giorni su 7, dove tutto puzza di pneumatico, di petrolio, di benzina. E' un odore che deve assomigliare molto a quello del napalm ma non sa affatto di vittoria. Non ridono mai, i cinesi. Stanno lì ad incassare i loro centesimi come fossero milioni. Se rivolgete loro la parola non capiscono, ma non perché parlate italiano, ma perché non devono perdere tempo con stronzate come l'interazione umana.
Capite allora perché un vecchio padrun come Romiti dice che la Cina è un paese da viverci. Perché la Cina ha saputo prendere il peggio dal comunismo e il peggio dal capitalismo, li ha mescolati ottenendo il peggiore dei sistemi di produzione possibili e li ha infine irrorati, a quanto pare, di benzina. Prima o poi prenderà tutto fuoco. Il sole dell'avvenire. Il nostro, se non ci ribelliamo.

Cosa faranno dunque gli italiani oggi? Oh, quelli che hanno ancora una coscienza politica di sinistra magari andranno al concertone dei chitarrosi progressisti a cantare "Bella Ciao" mentre i capi di partito stanno nella stanza dei bottoni a studiare come fottere i lavoratori senza che questi si accorgano che sono quelli di sinistra a fotterli di più. Qualche bottegaio terrà aperta la bottega esponendo l'orgoglioso cartello "Oggi 1° maggio APERTO" sentendosi tanto ma tanto crumiro. Altri bottegai terranno chiuso perché chi se ne frega, tanto non si batte un chiodo e i centri commerciali dovranno attendere forse solo un altro anno prima di poter aprire impunemente anche nella giornata dei lavoratori. Questione di tempo. Per altri ancora: disoccupati, cassintegrati, esodati, lavoratori precari e in nero, sarà un giorno come gli altri. Non si apprezza veramente il giorno di festa se non quando lavori. Se non hai il lavoro non ha nemmeno il riposo, solo un'attesa, un soggiorno infinito in un limbo di inattività che è peggio dell'inferno.


E gli americani che faranno, oggi? Non è la festa del lavoro perché loro la celebrano in settembre ma il movimento  Occupy Wall Street  ha indetto per oggi uno Sciopero Generale e la cosa mi ha incuriosito molto per il fatto che abbiano scelto una data simbolica come il 1° maggio per questa azione. Sono cose che si imparano in quel pericoloso strumento di diffusione di notizie incontrollate che sono i blog.
Se avete visto qualche immagine di Zuccotti Street in TV  tempo fa era sicuramente per paragonare le proteste del movimento ai black bloc, al disordine, alla rivolta, al terrorismo. 
Non avete sentito parlare molto del 99% e dell'impegnarsi in concreto in azioni collettive per combattere la crisi, vero? Per esempio ribellarsi allo strapotere finanziario trasferendo alle Credit Unions, banche solidali che per statuto non possono impegnarsi in attività finanziarie ma solo nel credito ai privati ed alle imprese, i soldi dei semplici cittadini? Pare che molte migliaia di americani abbiano aderito all'appello. Figurati, noi italiani avremmo paura di andare in banca e chiudere il conto. Paura di qualche funzionario o bancario del cavolo e del loro abbaiare da cani da guardia. 


Per dovere di cronaca bisogna dire che qualcuno sostiene che il movimento Occupy Wall Street, così come la Primavera Araba, gli Indignados e ogni afflato di resistenza mondiale a questo sistema di merda sono in realtà parte stessa del piano del sistema. Infiltrados, insomma. Un modo per quantificare l'entità della protesta e controllarla dall'interno. Una vecchia storia.
Secondo la spirale senza fine del complottismo paranoideo, ciò che ci sembra antisistema in realtà è attiguo al sistema e ciò che esattamente vuole il sistema è che non ci fidiamo più di nessuno e che entriamo in un loop di incertezza senza fine. Con il risultato che rimaniamo tutti a casa per paura di essere complici del masterplan del sistema. Complimenti. Però così si fa comunque solo il gioco del sistema e allora tanto vale rischiare e uscire dal guscio, come stanno facendo gli americani. Almeno provarci e contarci. Forse quando i numeri saranno veramente troppo grandi sarà impossibile controllarli.

Noi italiani non abbiamo solo paura di chiudere il conto in banca o perfino di trasferirlo in un'altra dove le condizioni sarebbero migliori. Oltre alla tradizionale pigrizia che ci impedisce di alzare il culo e fare qualcosa, dobbiamo lottare contro un fenomenale ostacolo alla nascita di qualunque movimento di opposizione, reale od infiltrato che sia: la parte politica che dovrebbe teoricamente fare gli interessi del popolo.
Quando abbiamo cercato anni fa di convogliare la protesta contro l'illegalità diffusa e la vecchia politica corrotta in un movimento, hanno detto che i Girotondi erano qualunquismo. Che Di Pietro è un forcaiolo fascistoide. Hanno lasciato che ci massacrassero di botte a Genova e ora sono convinti che la lezione sia stata sufficiente e quindi non ci saranno più movimenti popolari spontanei a rovinare i loro piani di grandezza. Quelli tipo "avere una banca", ad esempio. Personalmente ho sempre trovato meno insultante e sincera una manganellata di Canterini che l'ipocrisia sulle "notti cilene" di D'Alema.
Grillo, infine. Il Grillo espiatorio è un mafioso perché non sa improvvisare e ha bisogno di un autore che gli scriva i testi, se no pasticcia. Grillo è pericoloso, ci porterà via un mucchio di voti. I voti, ecco ciò che conta veramente.
Se in Italia qualunque protesta è diventata illegale e viene regolarmente irrisa e sottovalutata è perché siamo un paese fascista e perché la Sinistra  è ormai un appellativo senza significato. Perché chi si fregia illegalmente di quell'appellativo pensa di ottenere il potere alle prossime elezioni ed esercitarlo continuando in una politica ultraliberista suicida, soffocando ogni idea alternativa che farebbe crollare anche il loro mondo di servi del sistema. Sono certa che se chiedessimo ad un soggetto come Fassino, ad esempio, se un giorno ci sarà mai un movimento in Italia come Occupy Wall Street, lui risponderebbe: "Ci arriviamo."

Se il 1° maggio ci accontentiamo di quattro chitarrosi di consolazione, dei sindacati che parlano di sciopero generale con il caschetto antinfortunistico in testa e poi non fanno un cazzo per cambiare veramente le cose proponendo idee alternative a questo sistema ma accettano i biscottini dal sistema finanziario, siamo fritti e ce lo meritiamo. Bisogna costruire qualcosa di nuovo, tutti insieme e al di là delle barriere ideologiche. Con questa sinistra non andremo mai da nessuna parte, tantomeno con la destra. E' vero. Anzi no, andremo a farci fottere di sicuro. Quindi dobbiamo arrangiarci da soli per salvarci. Le scialuppe stanno per finire.

Ah, dimenticavo. I cinesi che fanno oggi? Sono turbocapitalcomunisti, oggi lavorano.

Buon 1° Maggio.

sabato 10 settembre 2011

Il dubbio di Gubbio


Ci sono date che la storia rende per sempre punti di riferimento per la memoria condivisa. L'8 settembre, il 4 luglio, il 14 luglio, il 25 aprile, ecc. Sono date che hanno segnato le liberazioni dalle dittature, lo scoppio delle rivoluzioni, la fine delle guerre. Eventi positivi che li rendono giorni di festa, di celebrazione, di gioia.
Poi ci sono date che fanno paura, perché hanno segnato la nostra vita e la collettività con morte e distruzione: il 2 agosto, il 12 dicembre, il 6 agosto. Date di bombe, ad esempio. 
La data che fa più paura in assoluto è l'11 settembre. Fa paura non solo per ciò che ricorda, un'incredibile concatenazione di eventi che portò alla morte in diretta di 2948 persone nel crollo delle Twin Towers e di molte decine di altre persone a bordo degli aerei coinvolti negli attentati.
L'11 settembre fa paura perché qualcuno ha deciso che diventasse la data più spaventosa, il ricordo più angosciante anche a distanza di questi dieci anni; rappresentante una minaccia che ancora ci perseguita e della quale dobbiamo essere terrorizzati. Un terrore che non deve essere limitato all'America ma a tutto il mondo.
Starete tutti pensando a Bin Laden e ad Al Qaeda, al terrorismo islamico, all'Eurabia ed è normale, questa è la reazione che si voleva ottenere. Peccato che la realtà dell'11 settembre, quella dei burattinai che muovono i pupi saraceni in turbante e scimitarra, sia molto diversa e, se possibile, ancora più spaventosa.

Sulla tragedia di quel giorno ci sarebbero ancora mille cose da domandarsi, da discutere, da indagare. Tanti dubbi da sciogliere non negando il diritto di domandare ma sforzandosi di rispondere ai quesiti.
Invece i giornali, non sapendo e non volendo (o forse non potendo) parlare di cosa è stato veramente l'11 settembre, lavorano di phon e spazzola con il giochino "Dove eravate quel giorno?" La fuffa al posto dei fatti.

Va bene, giochiamo. L'11 settembre ero a Gubbio, per una vacanza in Umbria. Non vidi nulla in televisione, niente in diretta, in quel primo pomeriggio. Seguii gli eventi più tardi per radio. La prima sensazione che ebbi, ascoltando il resoconto degli avvenimenti, fu di falso, di cosa fabbricata ad arte. Sembrava seguissero una traccia, un copione, come nella celeberrima radiocronaca della "Guerra dei Mondi". Una cosa per fare paura, per terrorizzare. Si, pensai ad Orson Welles e mi venne un dubbio.
Il secondo dubbio mi venne ascoltando il cronista che raccontava, poche ore dopo, alle diciannove, che erano addirittura stati rinvenuti i passaporti degli attentatori e che il capo di costoro si chiamava Mohammed Atta. Avevano già il colpevole e le prove. Troppo facile.
Le immagini, quelle degli aerei che si infilano come nel burro nelle torri e che ci sarebbero state riproposte fino alla nausea durante la Cura Ludovico dei mesi successivi, le vidi per la prima volta nel TG di quella sera e poi nel "Porta a Porta" di Vespa, del quale ricordo soprattutto la sparata dei "ventimila morti all'interno delle torri". 
La mia sorprendente conclusione di quel primo impatto con l'11 settembre e la sua mitologia fu la convinzione che  in America quel giorno vi fosse stato un golpe, un colpo di stato. Una conclusione che ovviamente mi faceva guardare come una specie di coso strano da parte di coloro che, sicuramente in buona fede, si erano bevuti fino all'ultima goccia una versione ufficiale assolutamente incredibile fin dal primo istante senza osare discuterla.
Io non ho cambiato idea e per fortuna in questi dieci anni i dubbi sono venuti a tanti, a sempre più persone, e sono state dimostrate molte cose che quei dubbi li rafforzano invece di cancellarli. Vediamone qualcuna.

Quel giorno tutte le difese aeree degli Stati Uniti, normalmente attentissime anche al più piccolo ultraleggero che vada fuori rotta, erano state azzerate, non si è mai saputo perché. C'era anche un'esercitazione militare che avrebbe simulato dei dirottamenti aerei. (!) Di conseguenza, quattro aerei poterono essere dirottati senza che alcun intercettore si alzasse in volo. Il Pentagono poté essere colpito (da un missile, perché la storia dell'aereo è troppo grossa anche per i bambini piccoli) senza che nessuno battesse ciglio. Il cuore del potere militare americano, mica una pizzeria a Broccolino.

Quel giorno il presidente George W. Bush si trovava in visita in una scuola elementare in Florida. Le immagini lo mostrano che riceve la notizia del primo attacco ma rimane lì a cazzeggiare con i bambini fino alla fine della visita. Poi fa una breve dichiarazione, si confonde dicendo di aver visto il primo aereo colpire il WTC (immagini che sarebbero state rese note solo in seguito) e se ne va, rimanendo in volo sull'Air Force One tutto il giorno. Finalmente alla Casa Bianca, quella sera, lui e lo staff presidenziale cominciarono ad assumere il "Cipro", un farmaco che, oltre a combattere le infezioni urinarie, è un antidoto contro l'antrace. Tenete a mente questa parola per dopo: antrace.

Quel giorno, dopo che le torri furono colpite, ci sarebbe stato tutto il tempo per evacuarle quasi completamente. Invece, al personale degli uffici fu detto di tornare al lavoro, che non sarebbe successo nulla e di stare tranquilli. Come sappiamo, i sacerdoti della versione ufficiale sostengono che le torri erano talmente delicate di struttura che è bastata la vampa del fuoco del carburante degli aerei per polverizzarle completamente. Perché quindi i civili e i pompieri di New York furono, a questo punto consapevolmente, mandati a morire in strutture prossime al collasso, è una bella domanda da rivolgere ai debunkers ed ai loro simpatizzanti.

Quel giorno John O'Neill, un agente dell'F.B.I. estromesso dal suo incarico all'antiterrorismo a causa dell'ostracismo dell'ambasciatrice americana Barbara Bodine mentre era in procinto di sbaragliare la cellula di Al Qaeda in Yemen - proprio quella che si è ritenuta in seguito conivolta nell'11 settembre -  prendeva servizio come capo della sicurezza al WTC, incarico trovatogli dal suo capo all'F.B.I. Morirà nel crollo della Torre Nord. La Bodine, in seguito, sarà nominata governatrice dell'Iraq occupato. 

Pochi giorni dopo l'11 settembre, ai primi di ottobre, una mano misteriosa invia lettere all'antrace ai senatori democratici che in quei giorni stavano temporeggiando per evitare che fosse approvata in tutta fretta e senza l'adeguata discussione parlamentare una legge fortemente restrittiva delle libertà personali di tutti gli americani, il Patriot Act. La crisi dell'antrace, che fece quattro morti tra coloro che avevano maneggiato le lettere contaminate, ufficialmente non è mai stata spiegata, né sono stati individuati i colpevoli. Ricorderete però che il personale della Casa Bianca fu sottoposto fin dalla sera dell'11 settembre alla terapia d'antidoto per l'infezione da antrace. 

Ricapitolando. C'è un gruppo di potere politico, economico e militare considerato di estrema destra ma con strane radici trotzkiste, che identifichiamo con la sigla neocon, e il cui manifesto è il  "Progetto per un nuovo secolo americano", una specie di piano di rinascita piduista che contiene già nel 1999 tutta l'agenda delle guerre a venire: Iraq e Afghanistan in prima fila. Il piano di espansione imperiale auspicato dai neocon sarà di difficile esecuzione "se non avverrà un evento catalizzatore, una nuova Pearl Harbor che possa accelerarne i tempi", come si legge nel manifesto.  Ovviamente i neocon sono l'ultima mutazione del vecchio Complesso Militare Industriale, forse la più agguerrita.
I neocon prendono il potere negli Stati Uniti grazie ad elezioni truccate nel 2000, eleggendo una specie di "Trota" della famiglia Bush, George Dubya, un individuo che è riuscito a fallire come petroliere venendo da una famiglia di petrolieri del Texas ed avendo un padre ex presidente degli Stati Uniti ed ex capo della CIA.
Gli americani sanno che Dubya è un usurpatore che ha vinto lo scudetto a tavolino, all'inauguration gli tirano i pomodori ma nel settembre del 2001, il giorno 11, accade qualcosa che metterà tutte le contestazioni a tacere. 
Un gruppo di terroristi islamici ruba quattro aerei e si lancia contro il WTC e il Pentagono, mettendo in ginocchio l'America. Al Qaeda e Osama Bin Laden sono i nuovi spauracchi del terrorismo globale. Brutti, arabi e cattivi. Questo è ciò che ci raccontano i neocon con i loro media addomesticati mentre disinseriscono le difese militari aeree, deportano il TrotaBush in Florida ad evitare che faccia danni e piazzano tutte le telecamere possibili puntate sul WTC affinché lo shock in diretta scuota tutto il mondo. 
Quando la democrazia americana si mette di mezzo osteggiando leggi che invece di perseguire i terroristi islamici, chissà perché, limitano fortemente le libertà personali degli americani, spargono un po' di polverina magica, et voilà: i democratici firmano il Patriot Act più veloci di Napolitano.
Di lì a poco i neocon avranno tutte le loro guerre, anche grazie a qualche attentato di rinforzo a Londra e Madrid della famigerata e fantomatica Al Qaeda. L'Afghanistan e poi l'Iraq. Saddam appeso alla corda e migliaia di morti, soprattutto civili. Comprese quelle migliaia di ragazzi americani morti o devastati nel fisico e nella mente. Uccisi da immondi guerrafondai.

A dieci anni dall'11 settembre, il terrorismo islamico e la relativa "guerra al" sono dispersi in chissà quale romanzo di spionaggio, sostituiti dal terrorismo della Crisi Economica e dalle battaglie a colpi di titoli tossici e derivati. 
Probabilmente sono sempre gli stessi burattinai di allora che hanno cambiato metodo e gioco da tavolo. Hanno cambiato anche presidente, ma si sa che i presidenti passano, e loro restano.
E'  la dittatura della shock economy che occupa i paesi non con le divisioni corazzate ma con le agenzie di rating, crea scompigli e disastri, sventolando il terrore più grande, quello della retrocessione nella miseria.
Osama, visto che non serviva più, è morto due volte, la prima volta di malattia e la seconda in una delle fiction belliche che hanno sostituito le guerre. 
Le guerre ora si combattono  su due livelli: nel primo con i morti e le armi. Nel secondo livello, che è quello che fa notizia e che giunge alle nostre orecchie, con la propaganda. Chi vince lo decide lo sceneggiatore. E così le rivolte, le rivoluzioni, i cambi di regime, come il Risiko che si sta giocando in Medio Oriente.  Gheddafi, lo zio di Ruby, la Tunisia, la Siria, Gaza.
La guerra e l'economia come affabulazioni, come illusioni del mago Copperfield. Sembra una cosa, la TV te la mostra come se fosse, ma invece la realtà è un'altra.  Dopo l'11  settembre e le sue torri che crollano come fossero di pan di spagna perché l'ha detto il governo possiamo credere tutto, anzi dobbiamo, se no saranno botte e leggi speciali. Il dubbio è dei pazzi o di chi ci vede troppo bene.


sabato 12 febbraio 2011

Nato il 17 marzo

Il logo suggerisce che dal 2011 in poi dobbiamo andare "avanti veloce"?

Com'è difficile, essendo italiani, parlare di patria. Non si sa da che parte cominciare. Le idee si accavallano e si parlano sopra, in un gran casino. Oppure non ci sono proprio idee, il vuoto assoluto.
Sembra di essere all'esame di maturità di fronte ad un tema che il nostro cervello non si aspettava e che non si decide ad elaborare. E' una parte del testo che avevi saltato a pié pari perché figurati se esce proprio quello.

Eppure per gli altri popoli è così facile descrivere il concetto di patria. Prendi gli americani o i francesi, perfino quelli che consideriamo con sussiego come troppo meridionali: egiziani, tunisini, algerini. Ti riempirebbero dieci fogli protocollo sull'argomento e alla fine non riusciresti nemmeno a leggere tutte le parole perché i fogli sarebbero macchiati dalle lacrime di commozione che provoca loro il concetto.

Dunque, facciamo uno sforzo, possiamo farcela anche noi. L'Italia sta per compiere 150 anni come nazione, bisogna parlarne, anche se nessuno sembra voler festeggiare la ricorrenza, a cominciare dalla nostra classe dirigente. Su questo ritorneremo più avanti.
La patria, vediamo. "Fratelli (coltelli) d'Italia" è il nostro inno, il tricolore la nostra bandiera. Nostri? Nostri di chi? Di noi italiani. E chi sono gli italiani?

Forse ci manca il file di sistema del patriottismo perché siamo un popolo troppo giovane? Può essere. Centocinquant'anni di unità nazionale non sono poi tanti. 
Se non siamo patriottici è perché non siamo tutti uguali, non siamo un popolo omogeneo, ci si giustifica. Vi sono differenze tra Nord e Sud, tra Bergamo di sopra e di sotto, tra la Contrada dell'Oca e quella della Tartuca. Fai dieci chilometri e il tuo stesso dialetto diventa incomprensibile. 
Non è così. E' solo un'illusione, quella di essere diversi. Siamo un popolo di bastardi, geneticamente e culturalmente. Ma proprio perché siamo tutti bastardi, siamo tutti uguali. Compris?
Infatti, se vai all'estero ti riconoscono subito. Hai voglia di specificare che sei genovese, marchigiano, viterbese. Per loro sei ITALIANO, ovvero quella sfilza di stereotipi che ti marchiano a fuoco e che si possono riassumere nell'orrenda triade: mafia, spaghetti e mandolino. Curiosamente, proprio tra gli italiani all'estero, costretti ad unificarsi sotto un unico cliché, è forte il patriottismo. Qui in Italia invece, emergono le differenze e i distinguo, ognuno di noi fa provincia per conto suo.

E' per questo che, se li intendiamo come popolo con un'identità nazionale, gli italiani sembrano materializzarsi  solo in occasione dei Mondiali di Calcio (solo però se li vinciamo). 
La patria, allora, è andare a fare i caroselli per le strade con il bandierone? Beh, non direi. Ci vogliono situazioni più serie per misurare il grado di patriottismo di un popolo. Per esempio la guerra, quando devi morire per la patria combattendo o per difenderla da un invasore.
Ecco il primo problema. Noi consideriamo la guerra un'opportunità di carriera e di solito, cominciandola da uno schieramento, non sai mai dalla parte di chi la finiremo. La sovranità nazionale, del resto, non ci interessa più di tanto. Sono più di sessant'anni che viviamo benissimo senza e ormai forse non sapremo più che farcene. Ci siamo abituati a camminare su una gamba sola.

La politica, dal canto suo, ha fatto di tutto per distruggere, in questi 150 anni, il concetto di patria. Il fascismo era riuscito ad imporcene, a calci in culo, una versione dispotica e tragicomicamente sborona che non poteva che finire i suoi giorni nella polvere e nella vergogna.
Con la Resistenza abbiamo combattuto per la libertà dalla dittatura di una nazione intera, dell'Italia, non solo della Repubblica del Nord o del Sud ma  la sinistra, finita l'emergenza della guerra civile, ha preso a deridere il concetto di patria, preferendo ad esso l'internazionalismo socialista e lasciando in eredità il sentimento nazionale ai residuati di fascismo, commettendo  un gravissimo errore.
Il regime socialdemocristiano del lungo dopoguerra, bisogna riconoscerglielo, non si sarebbe mai sognato di mettere in discussione l'unità del paese ma non ha fatto nulla per sviluppare un vero sentimento nazionale positivo e democratico, lasciando che emergessero e prendessero piede le leggende della Padania, del Dio Po', della secessione del Nord e dell'indipendentismo del Sud.
La classe dirigente attuale sta completando la demolizione controllata del senso di unità nazionale comunemente detto, ovunque nel mondo, amor di patria.

Da una parte c'è l'internazionalismo imprenditoriale per il quale Italia o Serbia purché se magna, inteso come va' dove ti porta il profitto. Per loro l'Italia vale solo se è come la serva, cioè se serve. Altrimenti se ne vanno, delocalizzano, fottendosene dei destini dei lavoratori italiani. Patriottismo degli industriali italiani? Non pervenuto.
Ecco quindi la Marcegaglia strepitare perché il 17 marzo, giorno in cui si festeggiano i 150 anni dall'unificazione di regnucoli e granducati in Regno d'Italia, visto che c'è la crisi "ohm!", non bisogna astenersi dal lavoro. Capirai, come se un giorno facesse vendere più tubi a lei e più Punto a Marchionne.
Marchionne che non si sognerebbe di certo di costringere i lavoratori americani a lavorare il 4 luglio perché prenderebbe delle sonore cinghiate da Obama in giù , fino all'ultimo discendente di Toro Seduto.
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Anche Montezemolo dice che bisognerebbe lavorare ma propone di eliminare la Befana, ormai già trascorsa, al posto della festa del 17 marzo che, comunque e se non sbaglio, sarebbe celebrata solo quest'anno. Beh, lui ci ha provato.
In realtà agli imprenditori viene il bruciaculo al pensiero di dover retribuire la giornata festiva ai lavoratori. Tutto qui.

In ambito governativo ci sono ovviamente i leghisti, strutturalmente contrari a festeggiare una ricorrenza italiana e non padana come la sagra della polenta taragna, a loro sicuramente più cara. Fedeli al diktat del "va' a laura'", vogliono che il 17 marzo si lavori comunque.
Anche la Gelmini difende l'apertura coatta delle scuole nel giorno di festa. Chissà come saranno contenti i ragazzi.
Sempre dalle parti degli italiani per forza, ecco le minoranze come i sudtirolesi  rifiutarsi di partecipare alle celebrazioni ufficiali dei 150 anni.
Notoriamente considerati da Vienna come i terroni dell'Austria, e nonostante ricevano come provincia autonoma dallo Stato Italiano benefici fiscali che il resto d'Italia si sogna, compreso il ritorno a livello locale del 90% delle tasse pagate, si sono preoccupati recentemente di salvare il governo Berlusconi con il loro voto, vendendosi l'orifizio come tutti gli altri. Sarebbe gradito un loro silenzio sulle questioni italiane per i prossimi, diciamo, mille anni.
A questo antipatriottismo legaiolo e kartoffeln, più qualche smania irredentista sicula e in attesa del risveglio dell'orgoglio etrusco e di quello villanoviano, si oppongono ovviamente i fascisti-su-marte alla La Russa e anche la ministrina Meloni, povera cocca, ma sono voci troppo flebili per poter essere ascoltate.
L'opposizione, del resto, impegnata com'è a trovare dieci milioni di firme per mandare via Berlusconi, non si è ancora pronunciata. A proposito, frega a qualcuno di ciò che eventualmente potrebbe dire Veltroni a riguardo?

Nemmeno Berlusconi, che pure è giustificato dagli enormi problemi che deve affrontare in questi giorni, ha ancora proferito parola sulla ricorrenza del 17 marzo. Penso che possiamo comunque intuire il suo pensiero. Il 17 marzo non  bisogna astenersi dal trombare.

lunedì 26 aprile 2010

Nano Curie

Scegliendo proprio il giorno dell'anniversario del più grave disastro nucleare civile della storia, quello di Chernobyl del 26 Aprile 1986, il nostro Nano Curie ha annunciato l'inizio di una nuova era nucleare in Italia, grazie anche all'aiuto della Russia che combinò quel gran casino.
Prima di individuare un luogo in cui realizzare una centrale nucleare, ha concluso Berlusconi, "bisogna che cambi l'opinione pubblica italiana, dobbiamo fare una vasta opera di convincimento, guardando alla situazione francese".
Saranno presto distribuiti leccalecca al plutonio ai bambini delle scuole per dimostrarne l'innocuità. In ogni caso le mamme si tranquillizzino. Dovesse manifestarsi qualche spiacevole effetto collaterale, non ha detto Nano Curie che il cancro sarà sconfitto in tre anni?

lunedì 5 aprile 2010

Non si possono prevedere i terremoti (?)



“In relazione ai gravi e perduranti episodi di eventi sismici il cui inizio risale al 16 gennaio scorso, sotto forma di quotidiano sciame sismico di complessive 200 scosse e oltre, culminato con scossa di quarto grado il 30 marzo scorso, chiedesi urgente e congruo stanziamento di fondi per prime emergenze, nonché dichiarazione stato emergenza ai fini dell’effettuazione dei necessari interventi di ripristino idoneità degli edifici pubblici e privati. Inoltre, si segnalano in particolare gravissimi danni strutturali in due edifici scolastici ospitanti cinquecento alunni“.
(Raccomandata inviata dal sindaco dell'Aquila Fausto Cialente il 1° aprile 2009 a: Presidenza del Consiglio dei ministri (dipartimento della Protezione civile), Governatore della Regione Gianni Chiodi, Assessore regionale alla Protezione Civile Daniela Stati, Prefettura dell’Aquila.)

Il giorno prima, il 31 marzo, si era finalmente tenuta in città la riunione della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile, una riunione di luminari alla quale però non avevano potuto partecipare i geologi dell'Università dell'Aquila, la cui presenza era pur stata auspicata dal rettore della stessa. Si trattava di studiosi che avevano avuto l'opportunità di seguire l'andamento dello sciame sismico sul territorio e che avrebbero potuto confermare, grazie ai loro studi, un'altissima probabilità di evento sismico a venire ancora più importante. Non fu ritenuto necessario od opportuno interrogarli e la conclusione alla quale giunsero gli esperti della Commissione fu la seguente:
"Uno specifico evento sismico non può essere previsto, chi lo fa procura solo ingiustificato allarme".
Per il profano è difficile capire questo concetto. Siccome sono due mesi che la terra trema, non possiamo, ad esempio, chiudere l'Università e le scuole fino a che l'evento non si esaurisce? Fare delle opportune esercitazioni con la popolazione, approntare dei luoghi di evacuazione dove raccogliere le persone abitanti degli edifici più a rischio (classificati ad alto rischio già dal 1999) almeno durante la notte? Montare delle tende in previsione di una sciagurata evenienza? Se non proprio montare le tende almeno farle arrivare nelle vicinanze per averle subito pronte all'occorrenza? In medicina si dice "prevenire per non dover curare poi". In questi casi ci rispondono che "il terremoto non si può prevedere".

Scusate se insisto. L'evento unico, il Big One che arriva dopo vent'anni di silenzio sismico in un determinato territorio è obiettivamente quasi impossibile da prevedere, anche se qualche ricercatore parla di segnali premonitori che consisterebbero, nell'imminenza di un terremoto, nell'aumentare dei livelli di radon.
Però, quando nello stesso territorio l'attività sismica si protrae per settimane ed addirittura mesi, dovrebbe scattare automaticamente uno stato di preallarme che dovrebbe imporre alle autorità preposte, ovvero la Protezione Civile, di prepararsi ad un'eventuale aggravamento del fenomeno.
All'Aquila, come in situazioni precedenti di altri terremoti in altre regioni italiane, gli allarmi delle autorità locali rimasero inascoltati. "I terremoti non si possono prevedere".

Durante lo sciame sismico antecedente al 6 aprile 2009 nella Casa dello Studente i ragazzi erano sempre più preoccupati delle crepe che ogni notte si aprivano sui muri della struttura. Qualcuno decise di tornarsene a casa finchè non fossero cessate le scosse ma furono iniziative singole, nessuno pensò di evacuare la Casa dello Studente a titolo precauzionale. E come avrebbero fatto, le autorità cittadine, che si sarebbero sentite accusare di procurare allarme, quindi di commettere un reato?
Sappiamo come è finita. La Casa dello Studente è crollata lasciando sotto le macerie le vite di sette ragazzi. Nel solo paese di Onna sono morte 40 persone. L'Ospedale dell'Aquila è crollato e si è scoperto che i piloni erano fatti di cemento di sabbia di mare. Altri edifici crollati hanno messo a nudo lo sconcio degli appalti che vengono aggiudicati a chi fa il prezzo più basso ma risparmiando nella qualità dei materiali. Tanto i terremoti sono una calamità imprevedibile.

La notte in cui morirono 308 persone alcune iene ridevano in previsione della ricca torta da spartirsi nel bisinissi della ricostruzione.
Ci sono inchieste in corso che indagano su eventuali responsabilità dei costruttori di edifici crollati nel sisma. Si indaga sui meccanismi che regolano la complessa macchina della Protezione Civile, tendente a favorire spesso e volentieri un complesso intreccio di amici di amici di amici, trincerandosi dietro lo stato di emergenza che permette di bypassare le normali procedure di assegnazione per concorso degli appalti.
C'è un'informativa riservata della Polizia che accusa i vertici della Protezione Civile che parteciparono alla famosa riunione del 30 marzo 2009 di omicidio colposo per non aver attuato le misure preventive adeguate alla protezione della popolazione.

La retorica di quei giorni invece e la sua espressione mediatica appiccicosa e lacrimogena, ci parla di un presidente del consiglio in perenne tournée nei luoghi terremotati, con quell'enorme casco da pompiere che gli formava una curiosa ed alquanto scabrosa protuberanza rossa in testa ; del SuperBertolaso quasi santo, sempre in azione a coordinare e supervisionare, soprattutto, dicono i maligni, la preparazione della torta; la beatificazione quotidiana a mezzo stampa di quella stessa Protezione Civile che si era rifiutata, nei giorni precedenti il terremoto, di prendere sul serio l'allarme degli enti locali.

Dimenticano invece, i media, di parlare della militarizzazione delle tendopoli e dell'occupazione del territorio in occasione della buffonata del G8 spostato all'Aquila dalla Maddalena (tanto pagava il Pantalone statale ed organizzava la Premiata Pasticceria Bertolaso ). Come in tutte le imprese governative, non conta ciò che si è veramente fatto ma ciò che si dice di aver fatto.
"Abbiamo fatto un miracolo", dice il millantatore del consiglio, come al solito sboronando e gonfiando le cifre come palloni.

Cosa è stato fatto allora in un anno, veramente?
La Provincia di Trento e la C.R.I. hanno donato, con iniziativa e fondi propri, quindi Berlusconi non c'entra, le famose casette di legno di Onna. Non ci sono più le tendopoli, è vero, ma molta gente è ancora alloggiata negli alberghi e prima o poi bisognerà collocarle altrove.
Il centro dell'Aquila, quello che più preme ai cittadini del capolouogo abruzzese, in quanto cuore della collettività, è ancora invaso dalle macerie e la gente cerca di rimuoverle, visto che non lo fanno loro, i miracolosi, con le mani nude e ogni domenica con le carriole. Con la Digos che arriva a fermali, è ovvio. L'iniziativa privata non è molto ben vista dai campioni del liberismo, dai paladini della libertà.
Alcune case del "piano casa", consegnate in fretta e furia, già cadono a pezzi ma pazienza. Basta il pensiero e forse non si poteva fare meglio. Il governo ha fatto quello che ha potuto e, probabilmente, ha fatto appena un po' di più di altri governi del passato in occasione di precedenti terremoti. In fondo anche il Friuli è stato ricostruito e senza nemmeno bisogno di Berlusconi. Però la propaganda vuol far credere che c'è stato veramente il miracolo e questo sembra francamente un'esagerazione.

Dov'è la verità? Non resta che ascoltare le voci degli aquilani. Raccontateci. Questo spazio è a disposizione per raccontare esperienze, raccogliere denunce e dare anche buone notizie. Come quella che 308 persone hanno avuto finalmente giustizia, un giorno.

Sulla questione della previsione dei terremoti, allego un documento, segnalatomi su Facebook, pubblicato su "Ingegneria sismica" n° 3/2009 dal titolo: "Prevedere i terremoti: la lezione d'Abruzzo".

lunedì 20 luglio 2009

Stasera la luna

Cosa volete farci, io adoro la questione della Moon Hoax, ovvero l'idea che non siamo mai stati sulla Luna ma sono quarant'anni che ci prendono per il culo, facendocelo credere.

La trovo un'idea molto più interessante ed eversiva del pensare che, per la modica cifra di qualche miliardata di dollari, due astronauti qualunque abbiano calpestato il suolo lunare con i loro piedoni calzati nei Moon Boots.
Che volgarità! Due coglioni che saltellano su una cosa misteriosa e sacra come la Luna.
Un meraviglioso ammasso di pietre e polvere che da lassù ci ha ispirato, e scusate se è poco, il più bel disco dei Pink Floyd e forse di tutti i tempi e perfino il pezzettino di Debussy che io suonavo con tanta passione da ragazzina e non sapevo sarebbe diventato un giorno un acido scioglibudella per le avvampirate twilighters bimbominkia. Per non parlare dell'altro Chiaro di Luna, quello di Ludovico Van, un furtarello con scasso di un divino ai danni dell'altro divino W. Amadeus che ne aveva utilizzato il tema per primo in un passaggio notturno del "Don Giovanni".

Non può davvero essere stato possibile che tanta misticanza sia stata sprecata in una cosa banale come un ragnetto di metallo e stagnola che si posa senza fare neanche un po' di polverone e dal quale vengono giù i due coglioni famosi che avranno sicuramente lasciato lassù, oltre alla bandiera americana che sventola nonostante l'assenza di vento, qualche sacchetto di monnezza e la loro pupù. E cosa avrebbero portato indietro dopo un tale viaggio? Dei sassi. Siamo andati bene che dentro un sassolino non fosse nascosto il Gran Bigatto, quello capace di sterminare l'Umanità.

No, non ci credo. Hanno fatto tutto in studio, senza magari scomodare Stanley Kubrick, ma qualche regista di sitcom. Provate ad aggiungere alle immagini storiche del "grande-passo-per-l'umanità-eccetera" le risate preregistrate, il risultato è sconvolgente.
A parte gli scherzi e prima che i soliti che si ingoiano tutto perchè il cospirazionismo è male si scandalizzino di questa ventata di iconoclastia.
Non vi sono dubbi che alcune delle foto più famose dell'evento siano state ritoccate o costruite di sana pianta. Ce n'è una famosa con la bandiera americana che non proietta alcuna ombra. Lo dice perfino Attivissimo che è stata ritoccata. Poi, per non smentirsi dice che una foto taroccata non significa nulla. Magari è stata solo colpa del dover agire in fretta. Del resto che alla NASA siano degli sbadatoni lo dimostra il fatto che si fossero perduti i nastri della missione Apollo 11. No, dico, proprio quelli della più grande impresa dell'umanità!

Intendiamoci, potrebbe anche essere andata cosi: vanno veramente sulla Luna, scendono e tutto e poi si accorgono di aver lasciato il rullino a casa. Oppure, i duecento gradi della giornata lunare sciolgono la pellicola come neve al sole nonostante le garanzie della Hasselblad.
Che fare? No foto, no party. Se non facciamo vedere le foto non ci crede nessuno. Quindi costruiscono un bel set in un capannone da qualche parte nel Nevada e quando gli astronauti tornano, organizzano una bella sessione fotografica rifacendo tutte le foto che lassù non si sono potute fare. Dimenticando qualche ombra qua e là ma pazienza. Photoshop era ancora di là da venire.

Quelli che sostengono l'ipotesi più hard dicono che gli astronauti non sono nemmeno usciti sul pianerottolo di casa. Quelli della NASA hanno mandato su un razzone di quelli rimasti a Von Braun il nazi per fare scena ma poi tutto il resto l'hanno costruito in studio. Ecco spiegato il Lem non impolverato, la bandiera che sventola, gli astronauti vivi nonostante i 200 gradi e le radiazioni da sballo.
Si ma, dicono gli ingenui, come si fa a mantenere un segreto del genere per anni e da parte di tante persone? Risposta: i testimoni tengono famiglia, sia a Scampìa che a Houston.
E per quale motivo l'avrebbero fatto?, si risentono sempre più piccati i credenti ad ogni costo.
Per questioni politiche e propagandistiche. C'est tres facile.

Nella corsa allo Spazio, fino ad allora i russi erano arrivati primi (non temete, c'è anche chi mette in dubbio la scampagnata di Gagarin). Avevano mandato su una donna, una cagna (una dopo l'altra) e fatto secchi una mezza dozzina di astronauti cotti alla brace appena fuori dall'atmosfera, protetti dal silenzio assoluto del regime. E noi, si sono detti gli americani, chi siamo, i figli della serva?
Quello sventato di JFK si era lasciato sfuggire una data: "entro il 1969 andremo sulla Luna". M'hai detto cotica! Gliel'avevano fatta pagare a Dallas ma ormai il danno era fatto, dovevano mantenere la promessa. Non erano mica le casette antisismiche pronte prima a settembre, anzi ad ottobre e poi per davvero a novembre. L'Impero non può mica mancare un'occasione di primato mondiale.

Così, nonostante dei computer da far ridere i polli, qualche razzo e botto a muro rimasto ai tedeschi e le tute amorevolmente cucite (a mano!!) da simpatiche vecchiette, gli americani non solo vanno nello spazio ma scendono pure sulla Luna. Ecchecca'.

Tempo fa un giornalista ha chiesto a Buzz Aldrin (quello che oggi fa il fico ma per anni si è detto fosse tornato giù dalla Luna decisamente fuori di melone) di giurare sulla Bibbia di essere stato veramente lassù. Come risposta ha avuto un pugno sul naso. Mi pare una reazione molto significativa. Armstrong, dal canto suo, da allora avrà detto si e no due parole.
Vediamo, due uomini fortunati scendono sul satellite più bello dell'universo e per il resto della loro vita languono nella depressione e si chiudono nel mutismo.
Mah, io avrei rotto le palle ogni sera nel bar. "Oh, sapete, quando sono andato sulla Luna mi ricordo che...."
"E basta Buzz, lo sappiamo che sei andato sulla Luna, che palle!"
L'unico che avrebbe dovuto veramente essere triste era Collins, quello che rimase sull'altro pezzo dell'Apollo e si perse il meglio dell'impresa. Invece sono tristi gli altri. Mah, forse è l'effetto lunare. Andare sulla Luna e tornare lunatici.

Quindi voi credete pure nella bella favola dell'uomo che andò sulla Luna e non ci tornò più perchè ci aveva mangiato male e il conto era troppo salato.
Io preferisco tenere aperte tutte le porte. Anche quella che ci abbiano veramente preso per il culo. In fondo non sarebbe stata né la prima né l'ultima volta. E penso che, fino a prova contraria, l'unico che abbia davvero camminato sulla Luna sia stato Michael Jackson.


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lunedì 9 marzo 2009

Dieci anni senza Kubrick. Embé?

Il 7 marzo del 1999 moriva, all'età di 70 anni, il più geniale regista del Novecento, Stanley Kubrick. Sabato scorso è quindi ricorso il decennale dalla scomparsa. Dieci anni, non tre o quattro, un anniversario importante. Qualcuno se n'è accorto? Qualcuno ha ascoltato servizi commemorativi nei TG della RAI o per caso qualche rete televisiva ha trasmesso uno dei suoi film a ricordo? Se qualcuno ne ha conoscenza me lo faccia sapere, per favore, perchè a me è parso un anniversario passato vergognosamente sotto silenzio, a parte l'articolo che ho letto sull'Unità ed altri simili su altre testate giornalistiche.

Ho cercato tracce commemorative sui siti web dei tre TG RAI , nel caso mi fossi persa qualcosa in televisione. Cercando sul sito del TG1 "Kubrick" non salta fuori niente, in compenso vi sono servizi sui 50 anni della Barbie, i 60 di Venditti, la donna vampiro (!) e la Fiera del Lusso di Vicenza. Sul sito del TG2 non c'è nemmeno il tasto "cerca" e su quello del TG3 calerei un bel velo pietoso.
Cosa sta accadendo ad un paese come il nostro che dimentica di celebrare una ricorrenza culturale fondamentale come la morte di un genio?

Su uno degli ultimi numeri di FilmTV c'era un articolo che parlava di Kubrick e del suo ultimo film "Eyes Wide Shut" che si chiude, come nella migliore tradizione dell'autore, con un finale enigmatico o comunque abbastanza originale e sorprendente da dare adito ad una sequela di interpretazioni.
Non so se ricordate la scena. Cruise e Kidman stano cercando di rimettere insieme i bambocci rotti della loro unione. Sono in un grande magazzino, nel reparto giocattoli, e parlano tra di loro. Kidman alla fine dice: "C'è una cosa che dobbiamo fare, comunque, il più presto possibile". Pausa. "Scopare". Il che suona come un sonoro pernacchio all'indirizzo di tutto lo psicanalismo e il cerebralismo delle due ore precedenti, con i protagonisti che si torturavano a vicenda sulla base di sogni, incubi, visioni, sensi di colpa, rose non colte, tentazioni e rimorsi. Nei fatti amorosi una bella scopata è più terapeutica di un anno di psicoanalista e questo Kubrick lo sapeva benissimo.

L'autore dell'articolo di FilmTV osserva però che, in originale, la parola pronunciata da Nicole è "Fuck", che significa scopare ma anche vaffanculo. Secondo la sua interpretazione, Kubrick ha voluto ironicamente (era un gran burlone) mandarci tutti affanculo con un ultimo sberleffo.

Alla luce dell'indifferenza nei confronti dell'anniversario della sua scomparsa, mi sento di essere d'accordo con l'ipotesi, per lo meno in ambito italiano.
Non vi manca Kubrick? Non pensate sia una perdita irreparabile il fatto che non farà mai più film? E allora andatevene tutti affanculo.

mercoledì 10 settembre 2008

L'11 settembre, Tommaso e il santo prepuzio

In fondo cosa chiedono mai coloro che non si sono convinti in questi sette anni della bontà e della credibilità della versione ufficiale dei fatti dell'11 settembre e continuano a fare domande su questioni di non poca importanza come, per citarne solo una, "perchè quel giorno tutte le agenzie governative americane hanno dormito e nessuno dei loro funzionari è stato licenziato con ignominia per questa gravissima negligenza?"
Chiedono solo che le loro perplessità vengano fugate con spiegazioni semplici ed oneste, tutto qui. Auspicano un'altra commissione governativa, non quella specie di "Commissione Warren 2 la Vendetta" che ha redatto un corposo quanto inutile Rapporto ufficiale. Lo ha ammesso anche il presidente della stessa Commissione, il quale ha dichiarato che è necessaria un'ulteriore indagine per stabilire tutta la verità su quella tragedia.

Se tutto fosse stato chiaro e lineare quel giorno, se per esempio avessimo assistito ad una battaglia aerea con dei caccia intercettori disperatamente all'inseguimento di almeno due dei quattro aerei dirottati; se non avessimo visto un Presidente degli Stati Uniti perdere minuti preziosi a cazzeggiare in una scuola elementare e rimanere vigliaccamente in volo sull'Air Force One fino a tarda sera invece di precipitarsi a prendere in mano l'emergenza; se non avessimo saputo che i membri del governo cominciarono a prendere i pastiglioni di "Cipro" un mese prima che scoppiasse la crisi dell'antrace; se non avessimo, infine, visto crollare quelle due torri in maniera perfettamente identica e non ci avessero detto che è stato solo a causa della fiammata degli aerei, non ci sarebbe bisogno di alcuna teoria della cospirazione.

I dubbi su Babbo Natale ti vengono quando i genitori continuano a dirti che il vecchio passa per il camino con tanto di sacco dei regali e tu non hai nemmeno il caminetto.
Così i dubbi sull'11 settembre nascono quando ti rendi conto che la spiegazione non regge ma vogliono che tu la creda per forza perchè è così, perchè non si discute.
Ormai possiamo tranquillamente affermarlo, sull'11 settembre non è permesso avere dubbi. E' come mettere in discussione la verginità della Madonna. E' un dogma che ha i suoi solerti difensori, alcuni volontari, altri a pagamento.

Io amo (in senso ironico) i debunkers ed i loro siti pizzaware.
Per loro, chiunque cominci a parlare di 11 settembre con un "ma perchè.." è un complottista. Cioè saltano subito alle conclusioni, il che dimostra il loro pregiudizio. Pubblicano libri che si intitolano "La cospirazione impossibile". Non esistono cospirazioni impossibili ma tant'è, il titolo è un atto di fede.
Non esiste il complottismo, come lo chiamano loro, quella specie di odioso negazionismo della cristallina onestà di Bush e soci, esiste solo la richiesta di chiarezza. Parlare di complottismo e definirlo ripugnante significa non voler dare risposte ma difendere il dogma, farsi sacerdoti dell'unica verità rivelata, quella ufficiale.
C'è più religiosità di quanto si immagini, nell'11 settembre. La propaganda utilizza gli stessi strumenti che servono per la diffusione del dogma religioso, compresa la condanna dell'eresia. Non dispongono ancora dei roghi ma non mettiamo limiti alla provvidenza.
I difensori dell'ortodossia neocon assomigliano a quelli che nel medioevo ti strappavano gli occhi perchè non volevi credere che la terra era piatta e che nel Novecento ti spedivano in qualche campo di rieducazione per farti diventare una vera pedina del sistema.

Il caro vecchio Tommaso era uno che, poveretto, non si accontentava di credere ma voleva una prova. Era uno scienziato, in fondo. La scienza si nutre di dubbi, di messa in discussione di teorie che ieri sembravano intoccabili.
Se ci fate caso non è che viviamo un periodo di grandi progressi scientifici e la scienza viene vissuta come qualcosa di stregonesco, di confondibile con la ciarlataneria, che scatena paure irrazionali. Il motivo di questo clima antiscientifico è che viviamo un momento di involuzione culturale dove i regimi governano brandendo le armi della paura e della superstizione. Basti pensare al grande spauracchio, Osama Bin Laden. A nessuno viene il dubbio che il tizio sia morto, visto che non è più apparso in pubblico dal 2001?



Tutto ciò che necessita, per legittimarsi, di atti di fede (ad esempio il calore del carburante che polverizza due grattacieli di acciaio e cemento armato), per definizione non ha niente di logico o di scientifico, può solo essere accettato acriticamente. Eppure i debunkers a tempo pieno sono convinti che il loro ripetere meccanicamente la storiella sia sufficiente a spiegare tutto e si incazzano se ancora non sei convinto. Allora sei proprio scemo, stronzo di un complottista!
Ti fanno vedere un foro d'uscita perfettamente tondo nel Pentagono e tu devi credere che un Boeing ha trapassato come un missile diversi strati di cemento ultrafortificato, uscendo poi dall'altra parte (praticamente intatto?)

E' come quando ti mostrano una reliquia rinsecchita in un'urna e ti dicono che è il Santo Prepuzio. Non è importante se quel lembo di pelle appartenga veramente a Lui, l'importante è credere che lo sia. E' un atto di fede e come tale non si può mettere in discussione.
Alla faccia di Tommaso.


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