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venerdì 28 settembre 2012

Falsi d'autore - L'affarino Dreyfus


Il 18 febbraio del 2007 su "Libero" esce un articolo firmato con lo pseudonimo Dreyfus  a commento di un fatto di cronaca accaduto a Torino. Una ragazzina minorenne, accompagnata dalla madre, si era rivolta al giudice tutelare per ottenere il consenso all'interruzione della gravidanza, visto che non voleva far sapere al padre - separato dalla madre - del suo stato.
L'articolo di Libero riportava, tra proclami ferocemente antiabortisti perfettamente legittimi trattandosi di libera espressione del pensiero dell'autore, almeno quattro circostanze false relative ai fatti, come l'affermazione che il giudice avrebbe obbligato la minore ad abortire quando invece dagli atti e dalle successive notizie di stampa risultava che la ragazzina aveva compiuto la sua scelta in piena autonomia.
Di conseguenza, il giudice chiamato in causa dall'articolo di Libero si riteneva diffamato a mezzo stampa e ne denunciava l'allora direttore, Alessandro Sallusti, contestandogli l'omesso controllo, visto che l'articolo non era firmato da lui direttamente ma era stato comunque pubblicato sotto la sua responsabilità.

Il 26 settembre 2012 la sentenza della Corte d'Appello ha condannato il direttore Sallusti alla pena di un anno e due mesi di carcere per diffamazione, pena sospesa secondo i termini di legge.
In una nota successiva al clamore mediatico e politico suscitato dalla sentenza, la Corte di Cassazione ha sottolineato che la condanna non si riferisce ad un presunto reato d'opinione - come riferito erroneamente dalla maggioranza dei mezzi di informazione - ma alla circostanza che il direttore Sallusti aveva pubblicato notizie false riguardo al fatto in oggetto, sotto la sua responsabilità.
Il 27 settembre, durante una discussione alla Camera, l'on. Renato Farina - già condannato per la pubblicazione di un falso dossier dei servizi segreti e per favoreggiamento nel caso Abu Omar - ha rivendicato la paternità dell'articolo incriminato pubblicato da Libero sotto lo pseudonimo Dreyfus (che ricorda il nome del tenente colonnello dell'esercito francese condannato per tradimento nel 1895) ed ha chiesto clemenza per il direttore Sallusti e la revisione del processo.

Fin qui i fatti, nella loro banale semplicità. Ora comincia la parte interessante relativa a come i fatti sono stati interpretati, distorti, rimaneggiati ed utilizzati in maniera capziosa in questo paese sempre più immaginario e in preda alle visioni provocate dai funghi allucinogeni della propaganda.

La notizia della condanna di Sallusti è stata riportata quasi unanimemente dalla politica e dall'informazione mainstream come un caso di attacco alla libertà di espressione e di stampa.
Il nocciolo della questione, ovvero la pubblicazione da parte di un direttore responsabile di un FALSO ( fatto che costituisce reato), per giunta scritto da uno che aveva dovuto autoradiarsi dall'albo dei giornalisti a causa dei falsi già pubblicati per conto del SISMI, è tralasciato o accennato di sfuggita, come se non avesse alcuna importanza. Esemplari, in questo senso, questi due articoli di Repubblica. 

Si potrebbe parlare di un caso di condizionamento operante a livello collettivo, volendo ragionare in termini pavloviani. Sono state pronunciate alcune parole stimolo: ad esempio galera e libertà di stampa (quest'ultima usata volutamente da qualcuno in maniera capziosa) e tutti hanno risposto con una specie di riflesso automatico. La propaganda ha creato un'illusione percettiva, una nube di fumo attorno ad un fatto altrimenti di una semplicità e chiarezza sconcertante. Illusione nella quale sono caduti in molti.
Perfino Marco Travaglio ha scritto queste parole:
"Non so cosa fosse scritto in quell’articolo, ma non dubito che fosse diffamatorio, vista la normale linea Sallusti. Però ora non m’interessa, perché ciò che conta è il principio."

Ecco, peccato che il principio, in questo caso, non sia affatto la libertà di stampa o la libertà di esprimere opinioni o il fatto che i giornalisti possano andare in galera ma il reato di falso commesso senza ombra di dubbio da Sallusti. Come recita la nota della Cassazione, altri articoli di stampa avevano chiarito nei giorni successivi al fatto di Torino come non vi fosse stata alcuna coercizione nei riguardi della minorenne ad abortire, eppure non era arrivata da parte di Libero alcuna rettifica all'invettiva di, adesso lo sappiamo, Renato Farina nei confronti del giudice. Invettiva contenente, en passant, l'invocazione della pena di morte per gli abortisti. Una richiesta sempre curiosa se proviene da chi vuole difendere la vita. Ma si sa che i crociati erano dei bei peperini.
Anche Massimo Fini, che polemizza con Travaglio sempre sul Foglio, escludendo la solidarietà a Sallusti in nome del principio della legge uguale per tutti, compresi i giornalisti, equivoca e neglige il vero senso della vicenza, ovvero il problema della pubblicazione di un FALSO su un giornale. Fatto che dovrebbe essere sempre considerato gravissimo perché scrivere il falso in cronaca significa alterare la realtà.

Siamo tutti d'accordo che il carcere è una pena obsoleta e disumana ma, se parliamo di principio, esso vale per tutti i detenuti, compresi i disgraziati che non possono permettersi l'avvocato d'alto bordo e non usufruiscono, per esclusione di classe e di casta, dei megafoni della difesa corporativistica di categoria.  Possiamo dire che esiste sempre la possibilità di modificare il tipo di pena da comminare ma il reato commesso rimane e, se riguarda questioni fondamentali di convivenza civile, deve rimanere.

Vorrei dire, a questo punto, che le ricostruzioni più obiettive della vicenda Sallusti, le più chiare e focalizzanti la questione fondamentale del FALSO, le ho trovate solo in Rete. In quella Rete che, secondo coloro che in questi giorni hanno salivato a comando come i cagnolini di Pavlov, è il regno della cospirazione, della falsità e della bufala, oppure dell'opinionismo pressapochista.
Due articoli descrivono i fatti e offrono un'interpretazione quasi scientifica della reazione patologia dei media ai fatti. Mi piace citarli come i più illuminanti che ho trovato:
Alessandro Robecchi, "Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere", Micromega online, 26 settembre 2012. 
Sergio Di Cori Modigliani, "La cupola mediatica e il caso Sallusti", dal blog Libero Pensiero.

Mentre i giornali ripetevano a pappagallo la litania della minaccia alla libertà di espressione, si muovevano gli alti piani del governo, compreso l'attico, e la politica marcia  - con quella che standogli accanto comincia pure lei a marcire - non si faceva sfuggire l'ennesima occasione per colpire la Magistratura e le leggi dello Stato, la Rete è andata per prima cosa a cercare l'articolo originale (bastava cercarlo nell'Archivio della Rassegna Stampa della Camera: Dreyfus, "Il giudice ordina l'aborto. La legge più forte della vita", Libero, 27-2-2007).  Poi ha confrontato ed incrociato le fonti, spulciato tra gli articoli che ricostruivano come si erano svolti i fatti, si è rinfrescata la memoria sulle imprese dell'Agente Betulla e di Pio Pompa, scopriva la legge numero 801 del 1977 che fa divieto ai giornalisti professionisti di intrattenere rapporti con i Servizi Segreti, per giunta a pagamento, e infine ha riconsegnato una versione più obiettiva della questione. La più obiettiva in assoluto. Quella che una volta avrebbero sentito il dovere di scrivere i giornalisti d'inchiesta.

Cosa ci insegna questo episodio, questo caso esemplare di psicopatologia sociale? Qualcosa di estremamente preoccupante. Questa negazione del cuore del problema, della realtà fattuale in favore della realtà interpretativa, capziosa e anch'essa falsa, è un fatto gravissimo, patologico, che deve farci riflettere sulla pericolosità della propaganda e sulla condizione di debolezza e condizionamento di coloro che ormai la subiscono da decenni. E' inutile dire che, se passasse il principio che qualunque cosa scriva un giornalista, comprese le balle più clamorose, è da considerarsi libertà di stampa, un giorno potremmo veramente trovarci in una realtà virtuale peggiore della Matrice dei film di fantascienza.

Viviamo in un mondo che già utilizza la propaganda come arma di penetrazione nelle coscienze, che crea illusioni e prestigi per sviare l'attenzione dai fatti, che utilizza come unico linguaggio omologante  la menzogna, quella goebbelsianamente più grossa di tutte, e vuole sostituire, idolatrandolo come un vitello d'oro, il mito alla storia. E' per questo che, per il cittadino, fare informazione nel senso anche di ricostruire la realtà da un cumulo di menzogne rivelando gli omissis dei media ufficiali, può diventare il modo più costruttivo ed efficace di fare politica ed opposizione.

La rete non perdona. Un utente di FB pubblica la foto di un ritaglio dell'intervista a Renato Farina di Tommaso Labate su "Pubblico". Un grazie a Dario Ballini.

giovedì 16 agosto 2007

Vero relativo

E’ bello ed interessante quando la TV pubblica ci informa dei rischi connessi all’acquisto ed utilizzo di prodotti contraffatti, siano essi borse di Vuitton tarocche, preservativi cinesi, pillole di Viagra o caricatori per i cellulari. Peccato che oggi al TG2 si sia sfiorata la comicità involontaria a causa del concomitante scandalo Mattel sulle Barbie al piombo made in China.

Nel servizio si chiedeva alla gente comune se acquistano o avrebbero acquistato prodotti falsi: “No, ma scherza! Figuriamoci, non sia mai detto!” hanno risposto come un sol consumatore gli intervistati. Detto che, a causa del problema della desiderabilità sociale, bias ben noto ai sondaggisti seri, una domanda formulata in quel modo ottiene sempre la risposta che l’intervistato immagina il suo intervistatore desideri, è curioso che quasi tutti abbiano detto che si sarebbero rivolti solo a oggetti di marca. Come i giocattoli Mattel, suppongo.

Tutto questo per dire: se un oggetto è di marca ed è venduto in un negozio con tutti i crismi e non sulla bancarella del senegalese stesa sulla spiaggia, siamo sicuri che sia originale e se è originale ciò è garanzia di sicurezza? Io che sono diffidente, un po’ per genovesità e un po’ per esperienza, dico che abbiamo motivi per non stare tranquilli e per spiegarmi meglio vado a ripescare una vecchia notizia di un anno fa, che il caso Mattel mi ha fatto ritornare in mente.

L’estate scorsa, appunto, sui giornali americani uscì la notizia clamorosa della causa intentata dalla casa di moda Fendi alla multinazionale della distribuzione Wal-Mart. Due colossi del capitale che si prendono a borsettate, insomma.
Cos’era successo? Un cliente di Sam’s Club, una consociata di Wal-Mart, aveva acquistato in una filiale di Hong Kong una borsa Fendi per modici 400 euro, a fronte degli oltre 900 che aveva precedentemente sborsato, per un articolo identico, in Europa. Il rompicoglioni si era attaccato al telefono con le Signore Fendi in persona e aveva protestato vivacemente per la evidente disparità di prezzo riscontrata.
Le Fendi, in pieno allarme rosso, dopo aver sguinzagliato mute di avvocati famelici, accusarono Wal-Mart di vendere borse tarocche come vere e ovviamente di averle sputtanate sul mercato con il prezzo stracciato da vucumprà. Se 400 euri per una borsa vi sembran pochi.

Non si è saputo come è andata a finire la storia ma i casi possono essere tanti. Per esempio le borse potrebbero essere state acquistate in buona fede come vere ed erano invece false. Oppure Wal-Mart può aver tentato la furbata ed essere andato ad acquistarle direttamente dal fabbricante al quale si rivolgono anche le Fendi, magari in Cina, dove costano sicuramente almeno cento volte meno del prezzo finale. Scommettiamo che alla fine si sono messi d’accordo tra avvocati con un bel compromesso della serie “tu fatti i cazzi tuoi che io mi faccio i miei?”

Oltre a questo episodio vorrei ricordare anche un servizio che vidi tempo fa su “60 minutes” il noto programma giornalistico con i controfiocchi della CBS, dove i giornalisti fanno ancora i giornalisti.
Si parlava di delocalizzazione della produzione e un esperto spiegava come era cominciato il problema dei falsi cinesi.
Quando gli imprenditori europei e americani scoprirono che i cinesi si facevano un culo così a lavorare 25 ore al giorno per un piatto di riso scotto, si fregarono le mani e cominciarono a farsi fabbricare le loro cianfrusaglie, comprese quelle di lusso, da loro.
La maglietta, ad esempio, a loro veniva a costare 0,1 e la potevano rivendere a 10 se era una maglietta del cavolo, a 100 o 1000 se l’aveva firmata qualche stilista.
Ad un certo punto i cinesi si guardarono negli occhi a mandorla e dissero: “Se una parte di questa roba ce la vendessimo per i cavoli nostri?” Copiarono i modelli, li realizzarono con materiali più scadenti ed entrarono anche loro in concorrenza, come vorrebbe il galateo del libero mercato. Solo sulla carta però, perché gli onesti imprenditori occidentali, vedendo che le copie quasi identiche dei loro prodotti arrivavano sulla piazza ad un decimo del loro prezzo cominciarono ad urlare e a gridare alla concorrenza sleale. I cinesi si accontentavano di guadagnare meno, tutto lì. Le cose stanno cambiando anche per loro adesso, con il risultato che pur mantenendo il prezzo sempre più basso del nostro calerà ancora di più la qualità dei loro prodotti. Il capitalismo moderno è una malattia altamente contagiosa.

Riformulo la domanda per non perdere il filo: se io acquisto una maglietta Nike fabbricata in Cina o Thailandia perché là il signor Nike la paga meno e ci lucra l’inverosimile, come faccio a sapere se è vera o falsa? La roba firmata che c’è nei negozi e che io alla fine pago comunque per vera è vera o tarocca? E’ vera perché è approvata dal marchio (finchè magari non succede un pasticcio come a Wal-Mart) ma in fondo esce dalla stessa fabbrica che forse produce quella falsa e quindi?

Se vogliamo capirci ancora meglio vi rimando ad un capitolo di “Gomorra” di Saviano, quando lui parla di come il Sistema lavora per l’alta moda.
Dei grandi stilisti, li chiameremo Pinco & Pallino devono realizzare gli abiti di una collezione. Scendono in Campania dove operano le mille fabbrichette associate al Sistema e indicono una gara d’appalto. Chi mi fa il prezzo migliore e mi realizza i capi in meno tempo avrà la commessa. Arrivano con le stoffe e tutto e in abbondanza. Chi vince la gara potrà tenersi il materiale eccedente e con esso realizzare dei capi perfettamente identici agli originali ma in realtà teoricamente falsi, che potrà rivendere nei negozi affiliati al Sistema, cioè, per usare il termine più conosciuto, alla Camorra. E’ proprio il caso di dire che pagano il pizzo, ed anche il velluto e il cachemire.

Il marcio non c’è solo in Danimarca, come diceva Shakespeare, purtroppo. L’invasione dei falsi è il prezzo che le grandi marche pagano per poter continuare a guadagnare oltre ogni misura su un oggetto che deve costare sempre meno alla fonte e sempre di più all’utente finale.
Il signor Mattel, il paraculo, sapeva benissimo che i giocattoli costavano a lui così poco perché erano fabbricati con materiali scadenti e purtroppo per noi consumatori, tossici, e lo sanno anche i signori Nokia che si ritrovano ora con le batterie dei cellulari che si scassano a milioni. E’ la globalizzazione, bellezza.

domenica 3 dicembre 2006

A Dune con la Duna

Saga fantascientifica in dodici libri, nata come brutale satira del mitico “Dune” di Frank Herbert, con buona pace di David Lynch e come antidoto alla mancanza di ADSL.

(Libro I)
Sono nell’anno 15191, in viaggio verso Dune, il pianeta degli enormi bacherozzi sapienti, con la mia macchina del tempo.
Nella galassia vi è un regime di tipo feudale, con padrone assoluto l'imperatore Padiscià Saddam Hussein XXXIV, lontano discendente dell’ex raìs di Baghdad Saddam Hussein, che noi dell’anno 2006 conosciamo bene.
Per la modica spesa dell’equivalente in moneta intergalattica di un euro e venti sto ascoltando in cuffia tutta la storia della casata mentre attendo l’imbarco sulla navetta. Le macchine del tempo si lasciano infatti su un piccolo satellite artificiale chiamato curiosamente Quedtwkadmar (Villa San Giovanni, in italiano) dove un parcheggio (a pagamento) si trova sempre. Un po’ caro ma comodo. L’unica cosa che si fa fatica a trovare sono i distributori del metano. Già perché il mio mezzo è una vecchia Duna metanizzata che si è rivelata adattissima ad essere modificata per i viaggi nel tempo. Se non capite come faccia una Duna a superare il limite dello Spazio-Tempo andando a metano non avete visto il finale di “Ritorno al Futuro”.

(Libro II)
Già, ma che c’azzecca Saddam con Dune? Semplice, il capostipite della casata, Saddam Hussein (proprio lui, quello originale) fu liberato nel 2011 dai suoi seguaci mentre era prigioniero a Guantanamo, col favore dell’oscurità e approfittando della finale del SuperBowl in TV.
Fu tenuto nascosto per 20 anni in un condominio a Carate Brianza, dove nessuno si accorse mai della sua presenza e alla sua morte fu ibernato e lanciato su una navetta della “Stellar Funeral & Co.” verso gli spazi infiniti. Catturata dai pirati interstellari, la navetta fu abbandonata in una cella frigorifera abusiva su Saturno per 10.000 anni.
Nel 12042 una missione archeologica trovò la navetta e il rais fu scongelato, ringiovanito e sottoposto a varie liposuzioni e iniezioni di botox. Dopo un certo iniziale smarrimento Saddam riuscì a conquistarsi le simpatie dei saturniani e divenne presto loro leader, con il titolo onorifico di Padiscià. Suo figlio Padiscià Saddam Hussein II ottenne il potere con elezioni truccate e, in un altro paio di generazioni il dominio fu stabilito su tutta la galassia.

(Libro III)
Sono finalmente giunta su questo maledetto pianeta Plutone Arcoris, conosciuto come Dune, che in questo momento della sua storia è interamente coperto dalla sabbia e popolato da vermi lunghi centinaia di metri, che però escono solo di notte e tutto sommato danno poca noia, a parte quando si muovono facendo tremare la terra e se stanno per servirvi un Martini e siete seguaci di James Bond – “mescolato non agitato”, è un casino.
Questo pianeta cazzuto – dove la sabbia ve la trovate anche dentro le mutande nonostante la tuta spaziale, è così popolare perché è l'unico della galassia dove si trova la spezia, il melange - che consente a chi lo usa di distorcere il tempo e permette di viaggiare tra le stelle senza muoversi donando anche straordinari poteri. Ora dico, ma non bastava andare ad Amsterdam?

(Libro IV)
Non riesco a dormire, c’è un caldo bestia – per fortuna niente zanzare – i vermi sono a scuola serale di rumba e merengue e in televisione ci sono solo televendite di scope elettriche e pentole mondialcasa, così mi leggo la guida turistica di Dune, che riporta anche qualche scampolo di storia.
Anticamente su questo pianeta l’Imperatore Padiscià Saddam aveva inviato i suoi pusher di fiducia Arcoronnen a custodire la spezia, ma poi, cambiato alleanze come suo costume, diede un calcio in culo agli Arcoronnen e trasferì ogni onore alla casa Berluscones-Atreides, già molto esperta nell’incantare la gente, figuriamoci i vermi. Come se non bastasse, interessate alla spezia erano anche certe sette sorelle Geberit (lontane antenate delle Carlucci) e ovviamente i detronizzati Arcoronnen, più incazzati che mai.
Pare che la guerra tra le varie fazioni si sia protratta per secoli e secoli, fintanto che non comparve un certo rampollo della casa Berluscones-Atreides, Silvio Atreides, che guidò la guerra santa per la liberazione del pianeta, fondando il famoso “Pianeta delle Libertà”.


(Libro V)
Volevo andare a visitare un centro commerciale qui vicino ma c’è lo sciopero dei vermi ferrotranvieri e quindi in attesa di un passaggio continuo a leggere la storia di Dune.
Circa una mezza dozzina di secoli fa, Silvio Atreides si rivelò essere lo Qwisatz Haderach (colui che può tutto, pagando) e da allora domina incontrastato su tutte le reti televisive della galassia. Le sette sorelle del Bene Geberit aspettavano da tempo la venuta di Silvio, come prodotto di millenari piani genetici e di chirurgia estetica, ma si illusero di poterlo controllare.
Il Bene Guttalax, insieme al Bene Geberit e alla Procura di Milano organizza da secoli complotti al fine di distruggere Silvio Atreides, ma non è semplice, poiché grazie all’olio della vita, l’Unto è capace di vedere il futuro.
Il Bene Guttalax però non si arrende e regala a Silvio un “ghola” - un essere ripristinato da cellule morte, quello del suo fido Bondi-Idaho morto da tempo, per oscuri scopi. E qui, ve lo dico francamente, nun ce stò a capì più un cazzo.

(Libro VI)
Ho deciso di andare un po’ avanti nel tempo perché qui tra scioperi e televendite non succede niente. Mi sono teletrasportata sulla Duna a metano e ho messo avanti l’orologio atomico di qualche millennio. Ora torno su Dune, sperando di trovarlo ancora.
Eccomi… miracolo! Ora il Pianeta delle Libertà Dune Arcoris è decisamente diverso. C’è vegetazione, come avevano sempre desiderato certi Fremen, che non so chi siano.
Mi dicono che purtroppo il fondatore Silvio Atreides non è più con noi. Pare sia morto di sua volontà alla fine di un secolo denominato in suo onore “Messia di Dune", lasciando comunque i suoi due figli, Piersilvio II e Ghanima, a continuare la sua opera. Una buona notizia, sono state abolite le televendite ed è tornata la tv dei ragazzi.
Ieri sera a cena, uno strano tipo con il quale ho attaccato discorso, che dev’essere una specie di giornalista con un figlio che vive su Marte, mi diceva che un nuovo pericolo minaccia i figli di Dune. La casa di Corrino, famiglia del vecchio imperatore Saddam IV, prepara dei complotti per uccidere Piersilvio II e Ghanima. Non so se credergli comunque, aveva un po’ esagerato con il Tavernello a cena.

(Libro VII)
Volevo andare ancora avanti nel tempo, più che altro per liberarmi del giornalista che ogni sera nel mio albergo mi tedia con storie di spionaggio che non stanno né in cielo né in terra ma, giunta a Villa San Giovanni, mi sono accorta di aver lasciato l’altra volta la batteria della Duna accesa, con la conseguenza che si è scaricata. Il concessionario più vicino è a dieci anni luce, così devo aspettare, non solo la batteria ma anche che si ricarichi il teletrasportatore che mi riporterà su Dune. Almeno qui si sta tranquilli. E’ l’unico posto della galassia dove sono riusciti a crackare Sky e si vede tutto a sbafo, compresa la Pay per View.

(Libro VIII)
Sono andata a sentire per la batteria, forse domani arriva con la Fed-Galax.

(Libro IX)
E’ arrivata la batteria, sto ricaricando la Duna e tra qualche ora potrò ripartire per il mio viaggio nel tempo su Dune.

(Libro X)
Sono riuscita a rimettere in moto la Duna e sono tornata sul Pianeta delle Libertà, che adesso è divenuto un rigoglioso giardino, grazie alla costante supervisione del figlio di Silvio, Piersilvio II che governa da duemila anni sul pianeta grazie ai suoi super poteri acquisiti percorrendo il cammino che il padre aveva rifiutato, quello di divenire un uomo-verme facendosi ricoprire dalle trote della sabbia. Giuro, non ho preso la spezia, sta scritto sulla nuova edizione della “Guida di Dune”!
I poteri di Superpiersilvio non sono solo di immortalità, egli può vedere il futuro in ogni momento e niente più ormai lo sorprende, nemmeno gli ultimi risultati del Milan. Ma rimpiange inconsciamente di non avere più l’aspetto di un uomo perché si è innamorato di una donna mandatagli dal Bene Guttalax per tentarlo. A governare sul pianeta c’è un esercito di donne, le Ittiointerpreti, che adorano il loro Dio. C’è puzza di pesce dappertutto, ma almeno con 8 euro ti danno antipasti caldi e freddi, spaghetto allo scoglio, fritto, grigliatona e pure il sorbetto finale col botto.

(Libro XI)
E’ inutile, non ce la faccio a restare in un posto e in un secolo per più di una settimana, così sono andata ancora avanti di un bel po’.
Non so che cazzo sia successo nel frattempo, forse ho digitato 10.000 invece di 1.000 ma Dune è divenuto di nuovo un pianeta di sabbia, e adesso è conosciuto come Rakis. L’imperatore-dio è misteriosamente scomparso, sono trascorsi millenni e i vermi sono tornati a solcare le dune del pianeta. Un consiglio, non nominate il “Dio Piersilvio" con i vermi perché potrebbe essere pericoloso. Si sciolgono in lacrime e in pochi secondi si allaga tutto. E non chiedetevi nemmeno come mai l’unico programma televisivo su ogni canale è “Chi l’ha visto”.
A svolgere un ruolo importante nel governo del pianeta Rakis sono l’ennesimo ghola di Bondi-Idaho, che però questa volta è un bambino che assomiglia vagamente ad Arnold, ricordate? e Dakota Fanning, una bambina capace di dominare i vermi che contengono in loro ancora il fugace pensiero dell’imperatore-dio disperso. Se a questo punto fossimo al cinema, ci starebbe bene una bella dormitina.

(Libro XII)
Non so voi, ma ‘sto Dune comincia ad annoiarmi. Ho una buona notizia comunque. Con mia grande meraviglia, dopo il mio ultimo avanzamento nel tempo mi sono ritrovata in mezzo allo spazio vuoto e ho scoperto che Dune è stato distrutto!
Purtroppo l’ultimo ghola di Bondi-Idaho si è salvato con le Carlucci Geberit e un verme a bordo di un'astronave. Ora la lotta è fra le Carlucci e un altro gruppo di eretici di Dune, le Casini Onorate, perfide e sanguinarie ex-democristiane che vogliono a tutti i costi annientare le Carlucci Geberit e la spezia. Pare che le fuggiasche eredi di Silvio Atreides si nascondano sul pianeta segreto della Casa delle Libertà, dove la sorellanza è riuscita a ricreare un habitat simile a quello che vi era su Rakis. Con l’ultimo verme stanno rifondando Dune, ma le rivali stanno distruggendo interi pianeti alla ricerca di quello che ospita le Carlucci e questa mortale ricerca sta per finire...

(Epilogo)
Sono riuscita finalmente a contattare Darth Vader tramite l’Imperatore Palpatine. Non c’è problema, ci pensa lui con la Morte Nera. Ta-da-da, tada-da, tada-da!


mercoledì 30 agosto 2006

I mondiali di Montalbano

Il commissariato di Vigàta era in fermento. Quella sera l’Italia si giocava la finale dei Mondiali, mancava tanticchia all’inizio e tutti speravano che per quella sera non ci fossero ammazzatine per potersi taliare la partita in santa pace.
Catarella sembrava attarantolato: “Dottori, dottori, stasera vinciamo noi, pirsonalmente di pirsona!” “Che minchia dici, Catarè” santiò Montalbano, che in queste cose era superstizioso. E poi quella serata era incazzato più del solito, si sentiva un cerchione di ferro torno torno alla testa e gli occhi gli facevano pupi pupi.
Raggiunse Livia alla trattoria San Calogero dove mangiò tanticchia di pesce e basta. Principiò a taliare la partita sul televisore e più passavano i minuti e più si faceva pirsuaso che quel grandissimo cornuto di Catarella ci aveva azzeccato anche questa volta.
Quando l’Italia segnò l’ultimo rigore e principiò un misirizzi di urla, bannere e gente che si catafotteva urlando per strada, il commissario si sentì improvvisamente guarito e soddisfatto. Taliò la zita che era ancora più commossa di lui, la strinse e se ne andarono ad adrummiscire stanchi ma felici.
Omaggio affettuoso al maestro Camilleri

La Fallaci sulla finale dei mondiali

Tra i commenti sull'imminente finale dei mondiali non poteva mancare il commento di Oriana Fallaci, che volentieri pubblico.

"Vi sono momenti nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo, perdio.
Io non seguo il calcio, che trovo un divertimento adatto solo a dei fottuti idioti, ma non si può non tifare Italia per il bene del nostro povero paese e dell’Eurasia.
Ma li avete visti i cosiddetti francesi? Voltaire si rivolterà nella tomba, si permette perfino ai musulmani di scendere in campo con quel Zidane, bella faccia da stupratore.
Volete che le vostre figlie siano costrette alla guepiére e i ragazzi obbligati ad bere champagne? No, piuttosto che vedere una copia della tour Eiffel vicino alla mia casa a Radicofani ci piazzo sotto una bomba.
E ora non chiedetemi più nulla, maremma maiala. Meno che mai, di partecipare a cortei o a schiamazzi notturni. Quello che avevo da dire l'ho detto. La rabbia e l'orgoglio me l'hanno ordinato. Ma ora devo rimettermi a lavorare, non voglio essere disturbata. Punto e basta, e levatevi da ‘oglioni. "

Oriana vera o falsa?

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