sabato 10 gennaio 2015

Apocalypse Tomorrow


Non è il Vietnam ma la periferia di Parigi. Sono i momenti della caccia all'uomo ingaggiata grazie ad un impressionate dispiegamento di mezzi e di uomini (chi dice 80.000, chi 200.000) per la cattura dei terroristi che, poche ore prima, avevano assaltato la redazione di Charlie Hebdo e un supermercato kosher provocando numerose vittime e feriti.
In serata, un sondaggio mediante televoto su Sky chiedeva agli italiani :


Ecco, questo è il punto. Il centro di tutto. Questa domanda rivolta ad un enorme platea di potenziali vittime è rivelatrice di cosa può nascondere questo attacco al cuore dell'Europa. Niente di misterioso in quanto trattasi di puro business, quanto di più prosaico si possa immaginare. 
E' che voi, lasciandovi suggestionare dalla mitologia del terrorismo islamico, quando perfino Hamas ha preso le distanze dai fratelli Kouachi, non riuscite nemmeno ad intravvedere il colossale affare che si nasconde dietro alla guerra al terrorismo.
Come dicevo nel post precedente, chi è stato conta fino ad un certo punto. Terroristi esperti o tagliagole poco professionali da sacrificare, come suggeriscono esperti militari, non importa. Il tocco da fotoromanzo della coppia di Bonnie & Clyde versione interracial è solo fuffa per i Fuffington Post, come il momento pythoniano involontariamente esilarante dei reparti speciali francesi che hanno problemi con le collinette erbose (c'è ancora molto da lavorarci, mes amis.) 
Quella che è documentata dalle immagini a corredo di questo post è stata in un certo senso una gigantesca esercitazione, atta soprattutto ad épater les bourgeois, a stupire ma anche a terrorizzare e scioccare la popolazione. Francese in questo caso ma prossimamente anche italiana o tedesca o europea in generale. Eurogendfor is coming to town.

Il nostro futuro sarà un mix tra Elysium e Minority report. Cittadelle iperprotette, zone rosse all'insegna del segregazionismo al contrario per i ricchi, che saranno sempre più ricchi e bianchi meno numerosi ed enormi circondari in preda alla micro e macro criminalità, sovrappopolati da un meticciato forzoso di cittadini terrorizzati, dove se vorrai essere difeso dovrai pagare una vigilanza privata. Se mentre si delegittima e depotenzia lo Stato come istituzione primaria di controllo, si depotenziano o smantellano le polizie nazionali e statali, ciò può solo significare che le si vuole sostituire con milizie private formate da contractors superaddestrati. I quali, nei confronti della delinquenza che affligge i clienti, dovranno avere mano libera, per poter offrire un servizio al top. I delinquenti li faranno semplicemente sparire, come facevano gli squadroni della morte in Sudamerica, e noi saremo tanto contenti di poter lasciare di nuovo la porta aperta. Non che dovremo considerarci comunque al sicuro. Queste polizie sovranazionali saranno preposte anche alla repressione delle ribellioni che la divaricazione tra immensamente ricchi e disperatamente poveri ed impoveriti renderà ad un certo punto inevitabili. Sapete come va: prima vennero a prendere gli zingari, poi vennero a prendere noi che avevamo osato criticare questo meraviglioso mondo dell'iperliberismo. Non vi ricorda qualcosa tutto questo? Il film, o meglio il trailer, l'avete già visto infatti in un caldo luglio del 2001 a Genova, l'anno in cui cominciò questa guerra.

Ricordate "Robocop" a Genova 2001? Non gli assomiglia questo agente francese?
Così, e solo per colpa dei fratelli terroristi (o di chi per essi), la Francia si è trovata militarizzata di tutto punto, con migliaia di Robocop sguinzagliati per le strade, scesi dal cielo da elicotteri neri ad evacuare i bambini dalle scuole? Ripeto, nulla avviene per caso. Coltivando il seme della guerra e della catastrofe e trovando il modo di prosperare da essi, il terrorismo prima o poi si manifesta anche senza bisogno di particolari cospirazioni. Ciò che conviene al potere prima o poi accade. E se c'est la guerre qui fait l'argent, è ancora più probabile.



Tranquilli bambini, questi sono i buoni.


Ricordavo di aver letto qualcosa circa l'importanza strategica futura dell'industria della sicurezza. Infatti l'ultimo case study di "Shock Economy" di Naomi Klein intitolato "Perdere l'incentivo alla pace" è dedicato ad Israele e della sua personale implementazione dell'economia dei disastri. Una lettura interessantissima che vi propongo quasi integralmente.

"[Dopo il crollo dell'economia dot.com nel 2000, le principali aziende israeliane, soprattutto le trecento prossime alla bancarotta, dovettero trovare una nuova nicchia nel mercato globale.]
Il governo israeliano però intervenne tempestivamente con un sostanzioso aumento del 10,7 per cento nella spesa militare, parzialmente finanziato attraverso tagli ai servizi sociali. Il governo, inoltre, incoraggiò il settore tecnologico a spostarsi dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione verso la sicurezza e la sorveglianza. In questo periodo, le Forze di difesa israeliane svolsero il ruolo di incubatore di imprese. I giovani soldati israeliani sperimentarono sistemi di network e apparecchiature di sorveglianza mentre svolgevano il servizio militare obbligatorio, per poi trasformare le loro scoperte in piani di business quando tornavano alla vita civile. Furono avviate molte nuove imprese, specializzate in qualsiasi cosa, dal data mining alle telecamere di sorveglianza, al profiling dei terroristi. Quando il mercato per questi servizi e apparecchi esplose, negli anni successivi all'11 settembre, lo Stato israeliano adottò apertamente una nuova ideologia economica nazionale: la crescita generata dalla bolla delle dot.com sarebbe stata rimpiazzata da un boom della sicurezza interna. Era un'unione perfetta tra i falchi del partito Likud, con la sua radicale fedeltà all'economia della Scuola di Chicago, incarnata dal ministro delle Finanze di Sharon, Benjamin Netanyahu, e il nuovo capo della banca centrale israeliana, Stanley Fischer, artefice delle avventure di shockterapia del FMI in Russia e Asia.
Nel 2003, Israele stava già recuperando a gran velocità, e nel 2004 il Paese sembrava aver compiuto un miracolo: dopo il drammatico crollo, stava ottenendo risultati migliori di quasi ogni altra economia occidentale. La crescita era dovuta in gran parte all'accorto posizionamento di Israele come una sorta di centro commerciale per le tecnologie di sicurezza interna. Il tempismo era perfetto. I governi di tutto il mondo avevano improvviso e disperato bisogno di strumenti per dare la caccia ai terroristi, oltre che di conoscenze esperte per l'intelligence nel mondo arabo. Sotto la guida del partito Likud, lo Stato israeliano si presentò come uno showroom per gli ultimi ritrovati in fatto di sicurezza nazionale, dall'alto dei propri decenni di esperienza nella lotta alle minacce arabe e musulmane. Lo slogan che Israele declamava al Nordamerica e all'Europa era semplice: la Guerra al Terrore nella quale vi state imbarcando è una guerra che noi combattiamo da sempre. Le nostre aziende high-tech e agenzie di spionaggio private vi mostreranno come si fa.
Da un giorno all'altro, Israele divenne, nelle parole della rivista "Forbes", "il Paese a cui rivolgersi per le tecnologie antiterrorismo". Ogni anno a partire dal 2002 Israele è stato sede di almeno mezza dozzina di grossi convegni sulla sicurezza interna, con la partecipazione di legislatori, capi della polizia, sceriffi e amministratori delegati provenienti da tutto il mondo, e in continua crescita anno dopo anno. Mentre il turismo tradizionale risentiva dei rischi per la sicurezza, questa specie di turismo controterroristico ufficiale riuscì in parte a colmare la lacuna.
Durante uno di questi convegni, nel febbraio 2006, pubblicizzato come "un tour dietro le quinte della battaglia [di Israele] contro il terrorismo", delegati dell'Fbi, della Microsoft e dell'agenzia per i trasporti pubblici di Singapore (tra gli altri) visitarono le più popolari attrazioni turistiche di Israele: il Knesset, il Monte del Tempio, il Muro del pianto. In ciascuno di questi luoghi, i visitatori esaminarono e ammirarono i sofisticati sistemi di sicurezza per capire come avrebbero potuto implementarli in patria. Nel maggio 2007 Israele ospitò i direttori di parecchi grandi aeroporti americani, che frequentarono seminari su come riconoscere i passeggeri aggressivi e sulle tecniche di screening usate all'aeroporto internazionale Ben Gurion vicino a Tel Aviv. Steven Grossman, capo dell'aviazione all'aeroporto internazionale di Oakland, in California, spiegò di essere lì perché "la sicurezza degli israeliani è leggendaria". Alcuni degli eventi furono macabri e teatrali. Alla Conferenza internazionale sulla sicurezza interna del 2006, per esempio, l'esercito israeliano mise in scena un'elaborata "simulazione di un disastro con molte vittime, originatosi nella città di Ness Ziona e conclusosi nell'ospedale di Asaf Harofeh", stando agli organizzatori.
Queste non sono conferenze di alta politica, ma fiere di settore estremamente redditizie, progettate per dimostrare la bravura delle aziende israeliane nel settore della sicurezza. Di conseguenza, le esportazioni israeliane di prodotti e servizi antiterrorismo aumentarono del 15 per cento nel 2006 e fu prevista una crescita del 20 per cento nel 2007, per un totale di 1,2 miliardi di dollari all'anno. Le esportazioni per la difesa del Paese nel 2006 raggiunsero il record di 3,4 miliardi di dollari (rispetto agli 1,6 del 1992) rendendo Israele il quarto più grande venditore d'armi al mondo, superando anche il Regno Unito. Israele ha più titoli azionari tecnologici sul Nasdaq - la maggior parte dei quali è legata alla sicurezza - di qualsiasi altro Paese, e ha registrato negli Stati Uniti più brevetti in questo settore di Cina e India messe insieme. Il suo settore tecnologico, in gran parte legato alla sicurezza, ora ammonta al 60 per cento di tutte le esportazioni.
Len Rosen, un importante banchiere d'investimento israeliano, disse alla rivista "Fortune": "La sicurezza è più importante della pace". Nel periodo di Oslo, "la gente cercava la pace perché la pace portasse crescita. Ora cercano la sicurezza così che la violenza non freni la crescita". Avrebbe potuto spingersi ben oltre: il business della fornitura di "sicurezza" - in Israele e in tutto il mondo - è direttamente responsabile di gran parte della vertiginosa crescita economica di Israele in anni recenti. Non è esagerato affermare che l'industria della Guerra al Terrore ha salvato la traballante economia israeliana, così come il complesso del capitalismo dei disastri aveva contribuito a risanare i mercati azionari mondiali.
Ecco un piccolo campionario dell'estensione di questa industria:
• Una telefonata al dipartimento di polizia di New York sarà registrata e analizzata con tecnologie create dalla Nice Systems, un'azienda israeliana. La Nice monitora anche le comunicazioni per la polizia di Los Angeles e per la Time Warner, oltre a fornire telecamere per videosorveglianza al Ronald Reagan National Airport di Washington, e a dozzine di altri clienti di spicco.
• Le immagini riprese nella metropolitana di Londra sono registrate su telecamere a circuito chiuso Verint, di proprietà del gigante israeliano della tecnologia Comverse. Le apparecchiature di sorveglianza Verint sono usate anche dal dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, dal Dulles International Airport di Washington, al Campidoglio e nella metropolitana di Montreal. L'azienda può vantare clienti in oltre 50 Paesi, e inoltre collabora con giganti come Home Depot e Target, per tenere d'occhio i loro dipendenti.
• Gli impiegati comunali di Los Angeles e Columbus (Ohio) portano con sé delle "smart card"
elettroniche per l'identificazione personale, realizzate dall'israeliana SuperCom, che può vantare come presidente del proprio comitato consultivo l'ex direttore della Cia James Woolsey, Un Paese europeo (rimasto anonimo) ha scelto la SuperCom per un programma nazionale di documenti d'identità; un altro ha commissionato un progetto pilota per i "passaporti biometrici": due iniziative estremamente controverse.
• I firewalls delle reti informatiche di alcune tra le principali compagnie elettriche negli Stati Uniti sono opera del gigante israeliano Check Point, anche se le società hanno preferito mantenere l'anonimato. Secondo l'azienda, "l'89 per cento delle imprese nella classifica Fortune 500 usa soluzioni Check Point per la sicurezza".
• In occasione del Super Bowl 2007, tutti i dipendenti dell'aeroporto internazionale di Miami furono addestrati a identificare "persone cattive, non solo cose cattive" con una tecnica psicologica detta
"riconoscimento degli schemi comportamentali", sviluppata dall'azienda israeliana New Age Security Solutions.L'amministratore delegato della società è l'ex capo della sicurezza all'aeroporto Ben-Gurion di Israele. Altri aeroporti che in anni recenti hanno appaltato alla New Age l'addestramento dei dipendenti nel profiling dei passeggeri sono quello di Boston, San Francisco, Glasgow, Atene, Heathrow a Londra e molti altri. I lavoratori portuali nel delta del Niger, martoriato dalla guerra, sono stati addestrati dalla New Age, così come gli impiegati del ministero della Giustizia dei Paesi Bassi, gli uomini di guardia alla Statua della Libertà e gli agenti dell'Ufficio antiterrorismo del dipartimento di polizia di New York.' '
• Quando il ricco quartiere Audubon Place, a New Orleans, stabilì di aver bisogno di una propria forza di polizia, dopo l'uragano Katrina, assunse la società privata israeliana Instinctive Shooting International.
• Gli agenti in servizio presso le forze dell'ordine federali canadesi, la Royal Canadian Mounted Police, sono stati addestrati dall'International Security Instructors, un'azienda con sede in Virginia specializzata nell'addestramento di militari e forze dell'ordine. La società pubblicizza la sua
"esperienza acquisita sul campo in Israele", i suoi istruttori sono "veterani delle task force speciali israeliane, come [...] le Forze di difesa israeliane, le unità della polizia nazionale israeliana per l'antiterrorismo e i Servizi generali di sicurezza (GSS o "Shin Beit")". L'elenco di clienti prestigiosi comprende l'Fbi, l'esercito americano, il corpo dei Marines, i reparti speciali della marina americana e la polizia metropolitana di Londra.
• Nell'aprile 2007, agenti speciali per l'immigrazione che lavoravano per il dipartimento della Sicurezza interna americano presso il confine con il Messico si sottoposero a un addestramento intensivo della durata di otto giorni organizzato dal gruppo Golan. Il gruppo è stato fondato da ex ufficiali delle forze speciali israeliane, e vanta più di 3500 dipendenti in sette Paesi.
"Essenzialmente, uniformiamo le nostre procedure al modello di sicurezza israeliano" spiegò Thomas Pearson, capo delle operazioni dell'azienda; il corso verteva su tutti gli aspetti: dal combattimento corpo a corpo al tiro al bersaglio a "essere davvero intraprendenti con il proprio Suv". Il gruppo Golan, che oggi ha sede in Florida ma sfrutta ancora le origini israeliane per il proprio marketing, produce anche macchine per i raggi X, metal detector e fucili. Oltre a molti governi e celebrità, tra i suoi clienti ci sono la ExxonMobil, la Shell, la Texaco, la Levi's, la Sony, la Citigroup e la Pizza Hut.
• Quando a Buckingham Palace ci fu bisogno di un nuovo sistema di sicurezza, fu scelto un progetto della Magai, una delle due aziende israeliane più attive nella costruzione della "barriera di sicurezza" in Israele.
• Quando la Boeing avvierà la costruzione degli "steccati virtuali" da 2,5 miliardi di dollari progettati per i confini degli Stati Uniti con il Messico e il Canada - comprensivi di sensori elettronici, aerei radiocomandati, videosorveglianza e 1800 torri uno dei suoi partner principali sarà la Elbit. La Èlbit è l'altra azienda israeliana coinvolta nella costruzione del controverso muro di Israele, "il più grande progetto edilizio nella storia di Israele", anch'esso costato 2 miliardi di dollari. 
 Mentre sempre più Paesi si trasformano in fortezze (mura e recinzioni ipertecnologiche sono in costruzione sul confine tra India e Kashmir, Arabia Saudita e Iraq, Afghanistan e Pakistan), le "barriere di sicurezza" potrebbero rivelarsi il più grande di tutti i mercati dei disastri. È per questo che la Elbit e la Magai non temono la propaganda negativa che il muro di Israele attrae in tutto il mondo: anzi, la ritengono pubblicità gratuita. "La gente crede che noi siamo i soli ad avere esperienza nell'uso di queste attrezzature in situazioni reali" spiegò l'amministratore della Magai, Jacob Even-Ezra. La Elbit e la Magai hanno visto i propri titoli azionari più che raddoppiare di valore dopo l'11 settembre, un risultato comune a tutti i titoli della sicurezza interna israeliana. La Verint detta "l'antenata di tutti i sistemi di videosorveglianza" non realizzava alcun profitto prima dell'11 settembre, ma tra il 2002 e il 2006 il suo valore azionario è più che triplicato, grazie al boom della sorveglianza."
Gli straordinari risultati ottenuti dalle aziende israeliane nel settore della sicurezza interna sono ben noti a chi segue i mercati azionari; ma raramente se ne parla come di un fattore rilevante per la situazione politica della regione. Invece bisognerebbe parlarne. Non è un caso che la decisione dello Stato israeliano di mettere "l'antiterrorismo" al centro delle sue esportazioni abbia coinciso esattamente con il suo abbandono dei negoziati di pace, oltre a mostrare una chiara strategia di reinterpretazione del conflitto con i palestinesi non come battaglia contro un movimento nazionalista con obiettivi specifici (terra e diritti), ma piuttosto come parte di una Guerra al Terrore su scala globale: una guerra contro forze irragionevoli e fanatiche, votate solo alla distruzione.
L'economia non è affatto la motivazione primaria dell'escalation di brutalità nella regione dopo il 2001. Naturalmente, da ambo le parti non mancano le spinte alla violenza. Eppure, entro questo contesto così ostile alla pace, l'economia, in certi momenti, è stata una forza uguale e opposta, che ha spinto leader politici riluttanti a partecipare ai negoziati, com'è accaduto nei primi anni Novanta.
Il boom della sicurezza interna è riuscito a cambiare la direzione di quella pressione, creando un altro potente settore impegnato in continui atti di violenza.
Come è accaduto in altre frontiere della Scuola di Chicago, la rapida crescita di Israele dopo l'11 settembre è stata segnata da una repentina stratificazione della società, tra ricchi e poveri, all'interno dello Stato. L'intensificazione della sicurezza è stata accompagnata da un'ondata di privatizzazioni e tagli ai fondi per i programmi sociali che ha praticamente annichilito l'eredità economica del sionismo laburista, creando un'epidemia di diseguaglianze che Israele non aveva mai conosciuto.
Nel 2007, il 24,4 per cento degli israeliani viveva sotto la soglia di povertà, ed era povero il 35,2 per cento dei bambini: vent'anni prima era l'8 per cento. Sebbene i benefici derivanti dal boom non siano stati equamente distribuiti, sono stati così redditizi per una piccola fetta di israeliani, in particolare il potente segmento che è perfettamente integrato sia nell'esercito sia nel governo (con tutti i ben noti scandali di corruzione corporativista), che un incentivo cruciale per la pace è stato cancellato.
La svolta politica del settore economico israeliano è stata brusca. La prospettiva che attrae oggi la Borsa di Tel Aviv non è più quella di Israele come snodo regionale del commercio, ma piuttosto come una fortezza futuristica, in grado di sopravvivere anche in mezzo a nemici accaniti. Il nuovo atteggiamento era particolarmente evidente nell'estate del 2006, quando il governo israeliano trasformò quella che sarebbe dovuta essere un negoziato per lo scambio di prigionieri con Hezbollah in una guerra aperta. Le più grandi aziende di Israele non solo appoggiarono la guerra: la sponsorizzarono. Bank Leumi, la megabanca israeliana appena privatizzata, distribuì adesivi da attaccare al parafango delle auto con gli slogan "Saremo vittoriosi" e "Noi siamo forti", mentre, come scrisse all'epoca il giornalista Yitzhak Laof, "la guerra in corso è la prima a diventare un'opportunità di marketing per una delle nostre maggiori compagnie telefoniche, che la sta usando per un'enorme campagna promozionale".
Chiaramente, l'industria israeliana non ha più motivo di temere la guerra. A differenza del 1993, quando il conflitto era visto come ostacolo alla crescita, la Borsa di Tel Aviv era in rialzo nell'agosto 2006, durante la devastante guerra con il Libano. Nell'ultimo trimestre dell'anno, durante il quale si era verificata anche la sanguinosa escalation di violenza in Cisgiordania e a Gaza in seguito alle elezioni vinte da Hamas, l'economia complessiva di Israele crebbe addirittura dell'8 per cento: più di tre volte il tasso di crescita dell'economia degli Stati Uniti nello stesso periodo.
L'economia palestinese, intanto, subì nel 2006 una contrazione tra il 10 e il 15 per cento, con tassi di povertà vicini al 70 per cento.
Un mese dodo la dichiarazione da parte delle Nazioni Unite del cessate il fuoco tra Israele e gli Hezbollah, la Borsa di New York ospitò una conferenza speciale sugli investimenti in Israele. Più di duecento aziende israeliane, molte delle quali attive nel settore della sicurezza interna, parteciparono all'evento. In quel momento, in Libano, ogni attività economica si era praticamente fermata, e circa 140 fabbriche - produttrici di ogni genere di merce, dalle case prefabbricate ai farmaci al latte - erano state ridotte in macerie da bombe e missili israeliani. Incuranti dell'impatto della guerra, gli incontri di New York trasmettevano un messaggio di ottimismo: "Israele è aperto al pubblico,, lo è sempre stato" annunciò l'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Dan Gillerman, accogliendo i delegati al convegno.
Appena un decennio prima, questo genere di esuberanza guerrafondaia sarebbe stata inimmaginabile. Era stato Gillerman, in quanto direttore della Federazione delle camere di commercio israeliane, a spronare il Paese a cogliere la straordinaria opportunità di diventare "una Singapore del Medioriente". Ora era uno dei falchi più agguerriti di Israele, e spingeva per un'ulteriore escalation. Sulla Cnn, Gillerman disse che "sebbene possa essere politicamente scorretto, e forse anche falso, dire che tutti i musulmani sono terroristi, si dà il caso che sia verissimo che quasi tutti i terroristi sono musulmani. Dunque, questa non è solo la guerra di Israele. Questa è la guerra di tutto il mondo".
La ricetta per la guerra mondiale infinita è la stessa che l'amministrazione Bush aveva offerto come prospettiva di business al nascente complesso del capitalismo dei disastri dopo l'11 settembre. Non è una guerra che possa essere vinta da alcun Paese, ma il punto non è vincerla. Il punto è creare "sicurezza" all'interno di Stati-fortezze, e supportarla con eterne scaramucce al di fuori delle loro mura. In un certo senso, è lo stesso obiettivo che le agenzie di sicurezza private perseguono in Iraq: rendere sicuro il perimetro, proteggere il capo. Baghdad, New Orleans e Sandy Springs ci mostrano in anteprima un futuro fatto di recinzioni, costruito e gestito dal complesso del capitalismo dei disastri. È in Israele, però, che questo processo è allo stadio più avanzato: un intero Paese si è trasformato in una comunità recintata e fortificata, intorno alla quale gravitano gli esclusi, costretti per sempre a vivere nelle zone rosse. Questo è l'aspetto che assume una società quando ha perso l'incentivo economico alla pace ed è fortemente impegnata nel combattere e trarre profitto da una Guerra al Terrore infinita, che non può vincere. Una parte somiglia a Israele, l'altra somiglia a Gaza.
Il caso di Israele è estremo, ma il tipo di società che sta creando può non essere unico nel suo genere. Il complesso del capitalismo dei disastri si nutre di condizioni di conflitto logorante, di bassa intensità. Sembra essere questo l'esito ultimo in tutte le zone colpite dai disastri, da New Orleans all'Iraq. Nell'aprile 2007, i soldati americani iniziarono a implementare un piano per trasformare alcuni quartieri difficili di Baghdad in "comunità recintate", circondate da checkpoint e mura di cemento, e dove gli iracheni sarebbero stati controllati con tecnologie biometriche. "Saremo come i palestinesi" predisse un residente di Adhamiya, mentre il suo quartiere veniva chiuso dalla barriera. Quando sarà chiaro che Baghdad non diventerà mai Dubai, e New Orleans non sarà Disneyland, il piano B consiste nell'assestarsi su un'altra Colombia o Nigeria: una guerra senza fine, combattuta quasi solo da soldati e paramilitari privati, arginata quanto basta a tirar via dal suolo le risorse naturali, con l'aiuto di mercenari a guardia degli oleodotti, delle piattaforme petrolifere e delle riserve idriche.
È diventata un'abitudine paragonare i ghetti militarizzati di Gaza e della Cisgiordania, con i loro muri di cemento, il filo di ferro elettrificato e i checkpoint, al sistema dei hantustan in Sudafrica, per cui i neri erano tenuti nei ghetti e si chiedeva loro di mostrare un pass quando volevano uscirne. "Le leggi e le pratiche di Israele nei territori occupati palestinesi somigliano decisamente a certi aspetti dell'apartheid" dichiarò nel febbraio 2007 John Dugard, l'avvocato sudafricano che è il referente delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi. Le analogie sono inquietanti, ma ci sono anche differenze. I hantustan sudafricani erano essenzialmente campi di lavoro, un modo per tenere i lavoratori africani sotto stretta sorveglianza e controllo, così che lavorassero per pochi soldi nelle miniere. Ciò che Israele ha costruito è un sistema progettato per fare l'opposto: impedire alla gente di lavorare, una rete di stalle per milioni di persone etichettate come umanità in sovrappiù.
I palestinesi non sono l'unico popolo al mondo così etichettato: anche milioni di russi divennero di troppo nel loro stesso Paese, ed è per questo che così tanti di loro lasciarono le proprie case nella speranza di trovare un lavoro e una vita decente in Israele. Anche se i hantustan sono stati smantellati in Sudafrica, il 25 per cento della popolazione che vive in capanne nelle bidonville in rapida espansione costituisce comunque un surplus di popolazione per il nuovo Sudafrica neoliberista. Questo sbarazzarsi di una percentuale della popolazione compresa tra il 25 e il 60 per cento porta il marchio di fabbrica della crociata della Scuola di Chicago mi da quando i "villaggi della miseria" iniziarono a spuntare come funghi in tutto il Cono del Sud, negli anni Settanta. In Sudafrica, in Russia e a New Orleans, i ricchi innalzano mura intorno a sé. Israele ha fatto un passo avanti in questo processo di smaltimento: ha costruito mura attorno ai poveri pericolosi."
(Naomi Klein, "Shock Economy - L'ascesa del capitalismo dei disastri". 2007, pag. 497-506)


Ve la faccio vedere



Come dice Barnard, coraggio, cominciamo da noi. Ve la faccio vedere. Ci sono costretta perché, secondo l'ISTAT per bocca di Repubblica (vedi sotto), grazie all'effetto 80 euro sta crescendo il reddito delle famiglie. Dall'espressione, Padoan non sembra molto convinto, e infatti. 

Purtroppo ieri sera il presidente del consiglio Renzi dalla Gruber ha detto di peggio: "Aumentano i risparmi". Capite che, a questo punto, una è costretta a compiere certi gesti rivoluzionari. 

Io non sono esperta di tenuta quantistica delle buste paghe ma penso che chiunque, guardando la differenza tra lordo e netto nella mia busta paga di dicembre ci intraveda qualcosa come il 56,4175% a favore delle ritenute. Questo è il reddito. Per il risparmio, che Renzi da bravo piddino avvocato patrimonialista dell'élite confonde con il suddetto, le cose vanno ancora peggio.
Infatti dobbiamo considerare, a parte la tassazione feroce alla fonte sulle rendite, e non pensate ai fondi alle Cayman ma ai portafogli pieni di titoli di stato delle famiglie italiane,  la tassazione sugli immobili, classico bene rifugio, e qui sono campane da morto. Se ad un reddito di 21.000 euro e rotti annuo, e per un dipendente questo è l'unico reddito, togliete quasi 4000 euro di IMU e TARI, da dove credete che il dipendente sia andato a prendere i 4000 euro da sacrificare sull'altare dell'F24? Forse proprio dai risparmi?Poi dice che uno si butta sulla flat tax.
Qual è quindi l'effettiva pressione fiscale totale sul quel cittadino? Mi date una cifra?
Ve lo lascio come compito da fare a casa per il weekend.

P.S. Chi commenterà: "Eh, beata te che almeno un lavoro ce l'hai", "senza il bonus di Renzi avresti preso solo 1700 euro", "e ti lamenti pure?", "se vuoi tenere due immobili sfitti ti meriti le tasse", "ma perché non li vendi?", "è colpa del debito pubblico", "questo accade a vivere al di sopra delle proprie possibilità", "l'immobile ha una funzione sociale", saranno immediatamente passati per le armi.

P.S.S. Grazie a poggiopoggiolini che ha linkato questa pubblicazione della Banca d'Italia, dalla quale estraggo questa tabella. A me pare evidente che il vero problema è il crollo dei capital gains da attività reali e della ricchezza netta, non il risparmio, che noi tuttavia cominciamo a dover intaccare per pagare le varie tasse patrimoniali.




venerdì 9 gennaio 2015

Come si fa a non essere Charlie?


Di fronte ad un fatto come quello accaduto ieri a Parigi, il primo assalto terroristico di questo genere ad un giornale che io ricordi, è veramente difficile mantenere la lucidità necessaria per interpretarne il significato, tra lo stato di shock inevitabile e le varie gradazioni emotive tra rabbia, indignazione e paura che rischiano di farcela perdere del tutto. E' tuttavia paradossalmente proprio in quei primissimi momenti che, riuscendo a chiedersi semplicemente quale effetto è stato ottenuto, chi stiamo odiando di conseguenza e pensando a come ci sentiremo domani, si può sperare di non farci coinvolgere nel gioco del terrorismo e capirne le motivazioni e gli scopi.

I fatti. 

Un commando di tre terroristi fa irruzione nella sede del giornale satirico "Charlie Hebdo" mentre è in corso una riunione di redazione e apre il fuoco uccidendo almeno 12 persone e ferendone altre. Poi, durante la fuga, gli assassini uccidono a sangue freddo un altro poliziotto. 
A queste prime scarne informazioni si aggiunge presto, da parte dei media, una vera e propria trama affabulatoria dai contorni sospetti e che ricorda assai qualcosa di familiare.

Il frame. 

Innanzitutto ci viene detto che i terroristi erano islamici; lo si deduce dal fatto che abbiano gridato "Allah è grande!" durante l'assalto e abbiano dichiarato di voler vendicare l'onore del Profeta, irriso a sentir loro in alcune vignette pubblicate proprio su quel giornale.
Tutto ciò è credibile ma ciò che segue lo sarà sempre di meno. 
Non sono trascorse che poche ore dall'attentato e, nonostante i suoi autori abbiano agito a volto coperto, già emergono i nomi degli indiziati, ma bisognerebbe dire colpevoli, vista la sicurezza con la quale vengono additati all'opinione pubblica come tali. Addirittura, un sito israeliano, JSS, su imbeccata di un agente dei servizi francesi, dicono, pubblica nomi, cognomi, indirizzi, e mancano solo codici fiscali e gruppi sanguigni dei terroristi.
Viene pubblicata la fotografia del documento di identità di uno dei sospetti, dimenticato incredibilmente sul luogo del crimine. Chi è che non si porta dietro i propri documenti  - giammai quelli falsi - andando a fare un attentato? Ritorna in mente il miracoloso ritrovamento del documento intatto di Mohamed Atta tra le macerie delle due torri gemelle.
Insomma, questi erano noti a tutti i servizi, francesi e stranieri, attenzionati in tutti i modi, e nessuno è riuscito a fermarli in tempo. Come sempre. Addirittura oggi ci hanno raccontato che per tutta la giornata si sono susseguiti avvistamenti dei fuggiaschi, regolarmente riconosciuti da numerosi testimoni per il fatto di andare in giro "armati di tutto punto". Forse abbiamo visto troppi film, nei quali invece la prima cosa che fanno è gettare l'arma servita a compiere un delitto. La caccia all'uomo continua e la Francia intanto si è riempita di 88.000 agenti superaccessoriati, in una grande esercitazione di controllo poliziesco del territorio alla ricerca di tre assassini che, allo stesso tempo, compiono un'operazione militare impeccabile, alla Via Fani, per intenderci, e poi seminano documenti, impronte come dei pirla. Insomma lasciano troppe tracce, come ha fatto notare in un post il sempre acuto Gilad Atzmon, che ricorda anche ai francesi, ora piangenti sopra il cadavere della libertà di satira, il doppiopesismo riservato a quella del comico Dieudonné, marchiato invece come antisemita.

Naturalmente tutto questo, per i fautori dello sciacallettismo, è fantasia, visto che i complotti non esistono.
Permettetemi una interessante citazione dal noto testo massonico
"Perché definire "complotto" una razionale e cinica azione di potere volta a eliminare e talvolta a sterminare anche fisicamente i propri avversari? Con questo criterio, quante lotte umane per l'egemonia caratterizzate da doppio-triplogiochismi, occultamenti e dissimulazioni, dall'antichità fino ai nostri giorni, dovrebbero essere definite "cospirazioni"? Si potrà anche considerare ripugnante un simile modo di agire, ma esso rientra nella categoria ordinaria dei progetti umani a uso di chi fa parte di élite nazionali o sovranazionali, non in quella straordinaria e borderline dei complotti di cui vaneggiano e favoleggiano la gran parte dei dietrologisti." (pag. 172)

L'effetto.

Intanto sono riusciti a far spegnere la Tour Eiffel ed è una cosa clamorosa, visto che i vignettisti assassinati avevano affermato in passato che nessuna minaccia li avrebbe fatti desistere dal cessare di esprimere liberamente le loro opinioni. 
Appena dopo l'attentato abbiamo assistito alla reazione scomposta di politici che, reagendo pavlovianamente allo stimolo, si sono lasciati condurre docilmente nella trappola del razzismo, ovvero del tabu più fenomenale del politicamente corretto, per farvisi delegittimare meglio. Chi costruisce il frame attorno ad un atto terroristico sa benissimo che ci saranno politici che reagiranno nel modo esattamente previsto. Come Marine Le Pen - che almeno ha chiarito che la condanna dell'attentato deve essere diretta al fondamentalismo islamico e non all'Islam in generale - invocando però la pena di morte e in Italia Salvini, che continua imperterrito ad inveire, interpretando il ruolo assegnatogli del "leghista razzista". Dal manuale: "Come stanare gli xenofobi che si oppongono al progetto di ripopolamento kalergico dell'Europa auspicato dall'ONU". Nemmeno Farage è riuscito ad evitare il trappolone. Una tonnara, insomma.
Si dà però il caso che questi politici, oltre alla xenofobia, siano gli unici che si oppongono alla versione euro della shock economy. Come effetto collaterale dell'attentato, l'argomento euro ma soprattutto quello della deflazione in tutta l'eurozona, è finito nei trafiletti delle pagine interne e parecchi scroll in basso nelle versioni online.
Il terrorismo islamico è sempre un fenomenale specchio da puntare sugli occhi dell'opinione pubblica ed accecarla.

"Chi sto odiando adesso".

Sono stati gli islamici, dicono, ed io odio gli islamici per quello che hanno fatto. Oh, quanto li odio, cazzo! Chi non ha fatto la fantasia di sganciare, come ritorsione, un'atomica sulla Mecca ieri, alzi la mano. L'odio e la rabbia scorrono potenti in noi. L'ira, ma soprattutto la paura e lo shock ci farebbero quasi accettare quelle misure restrittive della libertà che sotto sotto stanno già pensando di imporci.  Come accadde dopo l'undici settembre quando, con una spolverata di antrace negli uffici dell'opposizione, i congressmen approvarono in tutta fretta il Patriot Act e gli americani furono meno liberi.

Che c'entra? Leggete la prosa del nostro fateprestista preferito:
"L'Occidente non si illuda che le libertà conquistate siano eterne e si ricordi che vanno riconquistate ogni giorno, senza cadere nella tentazione rozza di dividere il campo dei musulmani tra buoni e cattivi e senza solleticare e ingrassare populismi e spinte xenofobe vecchie e nuove. Risponda piuttosto con la ragione dell'Europa della sicurezza e dell'intelligence, l'allarme deve scattare in casa nostra e negli altri Paesi recidendo i ponti con le anime radicali e i loro sponsor arabi e musulmani. Risponda con gli Stati Uniti d'Europa e la forza politica del più grande mercato di consumo al mondo che decide finalmente di dire la sua non solo con la moneta unica ma anche con un esercito unico. Non si possono fare sconti e non vanno sottovalutati gli effetti di emulazione quando il metodo è sanguinario e il bersaglio diventa l'informazione, la libertà. (Roberto Napoletano - Il Sole 24 Ore
Propaganda élitista o etilista? Capito dove vogliono arrivare? Ormai sapete che gli Stati Uniti d'Europa sono un progetto di sottomissione di interi popoli ad un pensiero e ad un progetto imperialista ultranazionale che deve essere portato a termine nonostante gli scricchiolii dell'odiosa moneta unica, e proprio a causa di questi.
L'opzione salvataggio in extremis dell'euro potrebbe non escludere la violenza, anche in subappalto, a quanto pare.

Come ci sentiamo oggi.

Meno sicuri, timorosi che arrivino altri attentati nei punti chiave d'Europa, anche da noi in Italia, soprattutto quindi dove il sogno sta sgretolandosi più velocemente - e Parigi è un buon inizio - e cresce la critica ad un sistema criminale di gestione dell'economia che sta distruggendo la vita di intere generazioni. 
Tra le vittime dell'eccidio di Charlie Hebdo si è aggiunto oggi Bernard Maris, economista duramente critico dell'idolatria neoliberista, che scriveva sul giornale e a cui  Jacques Sapir dedica questo commovente ricordo
Non è un caso che tanti disegnatori, tra cui Ruben Oppenheimer e Philippe Geluck, abbiano usato oggi, per le loro vignette dedicate alla strage di Charlie, riferimenti all'11 settembre. In fondo questa guerra è iniziata allora, preceduta solo di un anno dalla dichiarazione affidata a quel manifesto "Rebuilding America's Defense" che auspicava un "evento catalizzatore" che potesse accelerare la costruzione di una perfetta macchina imperiale militare di dominio mondiale, oltre e forse perfino contro il Pentagono e le istituzioni militari convenzionali.
[…] il processo di trasformazione, anche se porterà ad un cambiamento rivoluzionario, sara’ verosimilmente un processo lungo, senza un qualche evento catastrofico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbour. […] (“Rebuilding America’s Defenses", 2000, pag. 51)
Macchina che, a quanto pare, dev'essere costruita anche in Europa, visto che, come scrive orizzonte48, uno studio della TNO “Sviluppo di una base tecnologica e industriale della Difesa europea”- finanziato dalla Commissione Europea  afferma: 
"Nel paragrafo 3.5.4 (pagg. 76-77) lo studio olandese ci ragguaglia sulle strategie comunicative per ottenere “l'accettazione sociale alle operazioni militari”(nell'originale viene pervicacemente usato “defence”) ; sembra che l'ossessivo progetto occidentale di creare pericoli a ogni piè sospinto sia quello che garantisca i risultati migliori.
Vi si legge, infatti, che l'accettazione sociale a operazioni di difesa potrebbe aumentare dall'accresciuta percezione di insicurezza o dalla retorica di una approvazione generale riguardo a successi in ambito militare; questi fattori porterebbero a un clima favorevole per un ulteriore rafforzamento del settore che consentirebbe budget più alti.
Viceversa se l'attuale giudizio critico dovesse aumentare, i politici potrebbero sentirsi sotto pressione e attenuare il loro impegno per le operazioni di difesa, riducendo così i bilanci e spostando l'attenzione alle operazioni umanitarie.
Assai inquietante è quello che si trova scritto poco più sotto, cito testualmente: “Se i cittadini sono scettici sulle operazioni di difesa, i bilanci sono destinati a contrarsi e il reclutamento di risorse umane diventerà più difficile. Comunque è chiaro che un nuovo attacco terroristico influenzerà fortemente l'approvazione dell'opinione pubblica per operazioni di sicurezza e difesa”.

A me pare lo stesso principio scritto dalla stessa manina. Attenti a coloro che domani si proporranno, trattati capestro alla mano, come nostri difensori dai cattivi islamici, per non dire cattivi russi e cinesi, offrendoci la privatizzazione della guerra a caro prezzo. Soprattutto a prezzo della libertà.



martedì 6 gennaio 2015

Camicie bianche della controrivoluzione


Giochino festivo epifanico che tenta di rispondere alla domanda: "Cos'è questa moda degli uomini in ammollo della politica"?
Il look del leader moderno, ggiovane e s'intende progressista (ma si, se lo è Renzi può esserlo anche Cameron) sembra proprio essere la camicia per lo più bianca, con o senza cravatta ma preferibilmente senza e con le maniche informalmente arrotolate. Di tali leader qui sotto ce ne sono ben cinque in un colpo, immortalati a corredo di un editoriale della defunta Unità pubblicato in un inquietante 8 settembre e celebrativo di una recente merenda alla Festa del PD a Bologna. L'articolo si intitolava "Per vincere le camicie dovranno sporcarsi". Vedremo a breve di che cosa.


I compagni sono, da sinistra, il segretario del Partito Socialista tedesco Achim Post,  Diederik Samson, del Partito del Lavoro olandese, Pedro Sanchez, il leader del Partito Socialista Spagnolo, "quello lì" e il primo ministro francese Manuel Valls. Quanto sono belli.  Come gli altri otto che ho raccolto nel fotomontaggio, dove c'è perfino l'Imperatore d'Occidente, tanto caruccio. Tutti rigorosamente camiciati di bianco.


A parte Cameron, nella parte dell'eccezione che conferma la regola, la maggioranza di questi omini bianchi si identifica in un'area assai ampia che comprende tutte le cinquanta sfumature di rosso della sinistra e lo rivendica con orgoglio. Il frame li presenta come leader vicini al popolo, propugnatori dei diritti umani e soprattutto capaci di cambiare le cose, riformatori, insomma dei rivoluzionari ma in senso buono, di quelli che piacciono all'élite. 
I primi "scamiciati" della storia, equivalenti ai sansculottes della Rivoluzione francese, furono i descamisados, i liberali spagnoli difensori, durante la rivoluzione del 1820, della costituzione di Cadice del 1812. I più conosciuti però sono senz'altro quelli argentini, i sostenitori del giustizialismo populista di Juan ed Evita Peron. 
Qui però sorge un problema, una forte dissonanza cognitiva. I descamisados attuali, da Renzi a Tsipras, sono acerrimi nemici proprio dei populisti, che combattono ferocemente perché, secondo loro, essi minerebbero la coesione europeista. Populisti che non c'entrano neppure niente con Peron. Sentite cosa dice Tsipras:
"In Grecia l'attesa di un mutamento politico ha già cominciato, da sola, a cambiare le cose in Europa. Il 2015 non è il 2012.
SYRIZA non è l'orco, né la grande minaccia per l'Europa, quanto piuttosto la voce della ragione. È la sveglia che desterà l'Europa dal letargo e dal sonnambulismo. Ecco perché SYRIZA non viene più considerata un grave pericolo, come nel 2012, bensì come uno stimolo al cambiamento. Da tutti?
Non da tutti. Una piccola minoranza, che trova il suo centro nella leadership conservatrice del governo tedesco, e in una parte della stampa populista, insiste nel riciclare vecchie storielle e leggende sul Grexit.
Ma così come il signor Samaras in Grecia, non riescono a convincere più nessuno. Ora che i greci hanno esperito il suo governo, riescono a distinguere le menzogne dalla verità.
Ma il popolo greco così come quelli europei non avranno niente da temere. Perché SYRIZA non vuole il crollo bensì il salvataggio dell'euro. E per i suoi Stati Membri salvare l'euro sarà impossibile, finché il debito pubblico è fuori controllo."

Seconda dissonanza: le politiche che gli uomini in ammollo difendono con le unghie e con i denti - ed essere contro l'austerità e la Troika non significa, come si è visto con Tsipras, essere contro la sua causa, ovvero l'euro - di fatto stanno distruggendo quella classe media, quei lavoratori che indossano la camicia tutti i giorni al lavoro e con i quali i leader mejo fighi del bigoncio de sinistra sembrano volersi mimetizzare. Le camicie sono sempre più sporche si, ma del sangue di lavoratori ed imprenditori.

In conclusione, questi sono politici progressisti ma difendono un progetto ultrareazionario, fanno i descamisados ma in alcuni casi attentano alle Costituzioni e all'esistenza stessa delle classi  che dicono di difendere. La dissonanza è sempre più forte, fino a farci pensare, chissà perché, di camicia in colletto, ai reati dei colletti bianchi. 
Con il sospetto ultimo che una camicia con le maniche arrotolate non faccia un leader vicino al popolo, che l'élite lo sappia ma ve lo faccia credere. 


1976

domenica 4 gennaio 2015

La vera tragedia greca


I simboli sono sempre rivelatori. Sulla moneta da un euro in Grecia c'è raffigurata la civetta della dea Atena. Il capo del partito che molto probabilmente si appresta a vincere le prossime elezioni politiche anticipate in Grecia, qualche tempo fa è venuto in Italia a fare il testimonial alle elezioni europee per una lista che se non era civetta poco ci mancava.
Io sono brutta e cattiva perché "finanzio i libri massoni" ma pure Tsipras che fa il gregario nella squadra de li mejo compagnucci della parrocchietta per mandare la figlia del "marshalliano e röpkiano Spinelli, antisindacalista imparentato con i Warburg" a scaldare lo scranno a Bruxelles, non è male.
Ah, tanto per chiarire, gentlemen. L'ultimo che mi ha detto cosa dovevo o non dovevo leggere lo hanno trovato agonizzante appeso per le palle alla statua del Nettuno nella omonima piazza. (cit. Grande Lebowska)

Parliamone pure di Syriza e della meravigliosa prospettiva di una vittoriadellasinistra, rigorosamente tutto attaccato, in Grecia. C'è un documentario dove si possono ascoltare i punti di vista di alcuni esponenti non solo del partito di Tsipras ma dei vari altri Fronti Popolari di Grecia.
Sapete che la situazione è terribile, che è un paese in preda alla depressione. Ebbene, ascoltare questi signori e pensare che rappresentano l'unica speranza di quel popolo sventurato, per non restare nelle mani di quello che è stato definito governo fantoccio della Troika da Nigel Farage (un altro che, secondo alcuni, non dovrei tanto bazzicare, come il Gioele, ndr), mi ha dato un senso di assoluto sgomento. 
Mio Dio, questi sono veramente convinti che "la sinistra", anzi LA SINISTRA andrà al governo con Syriza e bella Tsi. 


Per la verità, a sentire uno di loro, uno che sembra il sosia di Bakunin, c'è il sospetto che, dopo la vittoria, Syriza non riesca a privatizzare le banche,  a toccare il capitalismo e la proprietà privata

Say what??????? Prego? 

No, fatemi capire, compagni. Avete il raggio distruttore della Morte Nera puntato sul Partenone e parlate di eliminazione della proprietà privata?
Per il resto, il documentario è il solito rosario di parole chiave del vangelo comunista: assemblee (da indire), movimenti dal basso (da cui trarre suggerimento e spinta), cambiare le cose (senza specificare cosa e come). Come dire: noi siamo fatti per il 70 % di cose da cambiare e per il 30% di riforme.
Più gran bei proponimenti e slogan che proposte concrete, come ben sappiamo anche noi in Italia. Un satellite in orbita permanente attorno al pianeta Bisognerebbe. In generale, l'impressione di una disperante tristezza, inconcludenza, attaccamento al passato.Un esercito di ronin che ancora parlano di rivoluzioni proletarie. Rivoluzioni che verranno sicuramente, vedrete, perché la SINISTRA andrà al potere.
Vi estrapolo dal film qualche concettino: 

"La Grecia è sotto attacco ma questo servirà a far vincere la sinistra". (E' un concetto speculare al "verrà la crisi e servirà a far accettare le riforme." cfr. Prodi)

"Una sinistra che non è corrotta, che è onesta". (Questo lo conosciamo, è l'inno dell'Internazionale eccezionalista.)

"Esiste comunque una sinistra a sinistra di Syriza". (Il girone infernale della sinistra radicale è quello dove i dannati sono costretti in eterno a cercare di fondare partiti più a sinistra del loro.)

"Il vero pericolo è che la crisi possa avvantaggiare estrema destra e nazisti." (Ricatto finale: o ci votate o arriva Berlusconi, pardon, i nazisti).

"Questa in atto è una controrivoluzione conservatrice ma se la sinistra va al governo cambierà la mentalità della gente". (Un po' di pensiero magico alla Harry Potter non guasta mai.)

Ora, la sinistra di Syriza vincerà le elezioni ma, nonostante qualche giornale italiano scriva, riuscendo a rimanere serio, che "la vittoria di Tsipras è temuta in Europa", Tsipras non fa paura proprio a nessuno. Tanto meno all'élite di cui dovrebbe rappresentare il castigamatti. Oltretutto pare che perfino la Germania stia pensando di lasciare andare la carogna ormai spolpata della Grecia, per lasciarne magari le ossa da ciucciare a qualche servo.
Il bell'Alexis non fa paura perché, come scrive Jürgen Roth, in "Der stille Putsch", parla due lingue: una all'interno della Grecia e un'altra all'estero; ha frequenti contatti con politici americani, banchieri e perfino con Soros. Insomma, le due facce gli servirebbero per ottenere il potere.

E' notorio che l'euro non è una taverna del Pireo, come dice Scacciavillani. Chi vuole restare deve accettarne le regole.
Lo conferma, se qualcuno avesse ancora dubbi o pie illusioni, il principale consigliere economico di Syriza Yanis Varoufakis:
"L'uscita dall'euro non è un'opzione che un governo Syriza concepirà o utilizzerà mai come strategia di negoziazione. Mentre è chiaro e palese a tutti che la Grecia non avrebbe mai dovuto accettare di entrare nella zona euro - e che la zona euro non doveva essere concepita così come è – uscire oggi infliggerebbe grandi danni a tutti.
Allo stesso modo, la “logica” dell'attuale Memorandum sta lavorando proprio per comportare uno smantellamento dell'area valutaria: l'economia sociale dell'Italia, ad esempio, non è sostenibile attraverso le politiche che sono state imposte alla Grecia dal 2010. Per salvare la zona euro, e quindi salvare l'integrità e l'anima dell'Europa, abbiamo bisogno di un New Deal europeo. SYRIZA è determinata a dettare l'agenda per l'inizio di una conversazione su quello che questo New Deal dovrebbe essere."
Quindi Tsipras è un Frodo che non ha nessuna intenzione di andare a gettare l'euro nel fuoco del monte Fato. Secondo la metafora tolkieniana (ma perché citi quel fascista piccolo-borghese di Tolkien?) chi si opponeva alla distruzione dell'Unico Anello, ovvero dell'emblema del potere, è perché lo voleva, e quindi il potere con esso, per sé.

Non solo, ma l'unico New Deal  che mi viene in mente è quello che si basa su una politica economica di tipo espansivo keynesiano. Ce lo vedete er Bakunin, che vuole toccare il capitalismo e la proprietà privata, ammettere che per superare la degenerazione capitalistica attuale bisogna prima ritornare ad una forma accettabile di capitalismo, un ritorno alla socialdemocrazia, prima di pensare a qualcosa di diverso che non sia la decrescina felice che fa perdere i capelli? Le vie delle rivoluzioni proletarie sono infinite ma non credo che tutto il potere ai soviet e l'oriente è rosso potrebbero funzionare, ora che perfino i Castro Brothers approvano il progetto degli imperiali di aumento della cubatura di Guantanamo.

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