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sabato 10 gennaio 2015

Apocalypse Tomorrow


Non è il Vietnam ma la periferia di Parigi. Sono i momenti della caccia all'uomo ingaggiata grazie ad un impressionate dispiegamento di mezzi e di uomini (chi dice 80.000, chi 200.000) per la cattura dei terroristi che, poche ore prima, avevano assaltato la redazione di Charlie Hebdo e un supermercato kosher provocando numerose vittime e feriti.
In serata, un sondaggio mediante televoto su Sky chiedeva agli italiani :


Ecco, questo è il punto. Il centro di tutto. Questa domanda rivolta ad un enorme platea di potenziali vittime è rivelatrice di cosa può nascondere questo attacco al cuore dell'Europa. Niente di misterioso in quanto trattasi di puro business, quanto di più prosaico si possa immaginare. 
E' che voi, lasciandovi suggestionare dalla mitologia del terrorismo islamico, quando perfino Hamas ha preso le distanze dai fratelli Kouachi, non riuscite nemmeno ad intravvedere il colossale affare che si nasconde dietro alla guerra al terrorismo.
Come dicevo nel post precedente, chi è stato conta fino ad un certo punto. Terroristi esperti o tagliagole poco professionali da sacrificare, come suggeriscono esperti militari, non importa. Il tocco da fotoromanzo della coppia di Bonnie & Clyde versione interracial è solo fuffa per i Fuffington Post, come il momento pythoniano involontariamente esilarante dei reparti speciali francesi che hanno problemi con le collinette erbose (c'è ancora molto da lavorarci, mes amis.) 
Quella che è documentata dalle immagini a corredo di questo post è stata in un certo senso una gigantesca esercitazione, atta soprattutto ad épater les bourgeois, a stupire ma anche a terrorizzare e scioccare la popolazione. Francese in questo caso ma prossimamente anche italiana o tedesca o europea in generale. Eurogendfor is coming to town.

Il nostro futuro sarà un mix tra Elysium e Minority report. Cittadelle iperprotette, zone rosse all'insegna del segregazionismo al contrario per i ricchi, che saranno sempre più ricchi e bianchi meno numerosi ed enormi circondari in preda alla micro e macro criminalità, sovrappopolati da un meticciato forzoso di cittadini terrorizzati, dove se vorrai essere difeso dovrai pagare una vigilanza privata. Se mentre si delegittima e depotenzia lo Stato come istituzione primaria di controllo, si depotenziano o smantellano le polizie nazionali e statali, ciò può solo significare che le si vuole sostituire con milizie private formate da contractors superaddestrati. I quali, nei confronti della delinquenza che affligge i clienti, dovranno avere mano libera, per poter offrire un servizio al top. I delinquenti li faranno semplicemente sparire, come facevano gli squadroni della morte in Sudamerica, e noi saremo tanto contenti di poter lasciare di nuovo la porta aperta. Non che dovremo considerarci comunque al sicuro. Queste polizie sovranazionali saranno preposte anche alla repressione delle ribellioni che la divaricazione tra immensamente ricchi e disperatamente poveri ed impoveriti renderà ad un certo punto inevitabili. Sapete come va: prima vennero a prendere gli zingari, poi vennero a prendere noi che avevamo osato criticare questo meraviglioso mondo dell'iperliberismo. Non vi ricorda qualcosa tutto questo? Il film, o meglio il trailer, l'avete già visto infatti in un caldo luglio del 2001 a Genova, l'anno in cui cominciò questa guerra.

Ricordate "Robocop" a Genova 2001? Non gli assomiglia questo agente francese?
Così, e solo per colpa dei fratelli terroristi (o di chi per essi), la Francia si è trovata militarizzata di tutto punto, con migliaia di Robocop sguinzagliati per le strade, scesi dal cielo da elicotteri neri ad evacuare i bambini dalle scuole? Ripeto, nulla avviene per caso. Coltivando il seme della guerra e della catastrofe e trovando il modo di prosperare da essi, il terrorismo prima o poi si manifesta anche senza bisogno di particolari cospirazioni. Ciò che conviene al potere prima o poi accade. E se c'est la guerre qui fait l'argent, è ancora più probabile.



Tranquilli bambini, questi sono i buoni.


Ricordavo di aver letto qualcosa circa l'importanza strategica futura dell'industria della sicurezza. Infatti l'ultimo case study di "Shock Economy" di Naomi Klein intitolato "Perdere l'incentivo alla pace" è dedicato ad Israele e della sua personale implementazione dell'economia dei disastri. Una lettura interessantissima che vi propongo quasi integralmente.

"[Dopo il crollo dell'economia dot.com nel 2000, le principali aziende israeliane, soprattutto le trecento prossime alla bancarotta, dovettero trovare una nuova nicchia nel mercato globale.]
Il governo israeliano però intervenne tempestivamente con un sostanzioso aumento del 10,7 per cento nella spesa militare, parzialmente finanziato attraverso tagli ai servizi sociali. Il governo, inoltre, incoraggiò il settore tecnologico a spostarsi dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione verso la sicurezza e la sorveglianza. In questo periodo, le Forze di difesa israeliane svolsero il ruolo di incubatore di imprese. I giovani soldati israeliani sperimentarono sistemi di network e apparecchiature di sorveglianza mentre svolgevano il servizio militare obbligatorio, per poi trasformare le loro scoperte in piani di business quando tornavano alla vita civile. Furono avviate molte nuove imprese, specializzate in qualsiasi cosa, dal data mining alle telecamere di sorveglianza, al profiling dei terroristi. Quando il mercato per questi servizi e apparecchi esplose, negli anni successivi all'11 settembre, lo Stato israeliano adottò apertamente una nuova ideologia economica nazionale: la crescita generata dalla bolla delle dot.com sarebbe stata rimpiazzata da un boom della sicurezza interna. Era un'unione perfetta tra i falchi del partito Likud, con la sua radicale fedeltà all'economia della Scuola di Chicago, incarnata dal ministro delle Finanze di Sharon, Benjamin Netanyahu, e il nuovo capo della banca centrale israeliana, Stanley Fischer, artefice delle avventure di shockterapia del FMI in Russia e Asia.
Nel 2003, Israele stava già recuperando a gran velocità, e nel 2004 il Paese sembrava aver compiuto un miracolo: dopo il drammatico crollo, stava ottenendo risultati migliori di quasi ogni altra economia occidentale. La crescita era dovuta in gran parte all'accorto posizionamento di Israele come una sorta di centro commerciale per le tecnologie di sicurezza interna. Il tempismo era perfetto. I governi di tutto il mondo avevano improvviso e disperato bisogno di strumenti per dare la caccia ai terroristi, oltre che di conoscenze esperte per l'intelligence nel mondo arabo. Sotto la guida del partito Likud, lo Stato israeliano si presentò come uno showroom per gli ultimi ritrovati in fatto di sicurezza nazionale, dall'alto dei propri decenni di esperienza nella lotta alle minacce arabe e musulmane. Lo slogan che Israele declamava al Nordamerica e all'Europa era semplice: la Guerra al Terrore nella quale vi state imbarcando è una guerra che noi combattiamo da sempre. Le nostre aziende high-tech e agenzie di spionaggio private vi mostreranno come si fa.
Da un giorno all'altro, Israele divenne, nelle parole della rivista "Forbes", "il Paese a cui rivolgersi per le tecnologie antiterrorismo". Ogni anno a partire dal 2002 Israele è stato sede di almeno mezza dozzina di grossi convegni sulla sicurezza interna, con la partecipazione di legislatori, capi della polizia, sceriffi e amministratori delegati provenienti da tutto il mondo, e in continua crescita anno dopo anno. Mentre il turismo tradizionale risentiva dei rischi per la sicurezza, questa specie di turismo controterroristico ufficiale riuscì in parte a colmare la lacuna.
Durante uno di questi convegni, nel febbraio 2006, pubblicizzato come "un tour dietro le quinte della battaglia [di Israele] contro il terrorismo", delegati dell'Fbi, della Microsoft e dell'agenzia per i trasporti pubblici di Singapore (tra gli altri) visitarono le più popolari attrazioni turistiche di Israele: il Knesset, il Monte del Tempio, il Muro del pianto. In ciascuno di questi luoghi, i visitatori esaminarono e ammirarono i sofisticati sistemi di sicurezza per capire come avrebbero potuto implementarli in patria. Nel maggio 2007 Israele ospitò i direttori di parecchi grandi aeroporti americani, che frequentarono seminari su come riconoscere i passeggeri aggressivi e sulle tecniche di screening usate all'aeroporto internazionale Ben Gurion vicino a Tel Aviv. Steven Grossman, capo dell'aviazione all'aeroporto internazionale di Oakland, in California, spiegò di essere lì perché "la sicurezza degli israeliani è leggendaria". Alcuni degli eventi furono macabri e teatrali. Alla Conferenza internazionale sulla sicurezza interna del 2006, per esempio, l'esercito israeliano mise in scena un'elaborata "simulazione di un disastro con molte vittime, originatosi nella città di Ness Ziona e conclusosi nell'ospedale di Asaf Harofeh", stando agli organizzatori.
Queste non sono conferenze di alta politica, ma fiere di settore estremamente redditizie, progettate per dimostrare la bravura delle aziende israeliane nel settore della sicurezza. Di conseguenza, le esportazioni israeliane di prodotti e servizi antiterrorismo aumentarono del 15 per cento nel 2006 e fu prevista una crescita del 20 per cento nel 2007, per un totale di 1,2 miliardi di dollari all'anno. Le esportazioni per la difesa del Paese nel 2006 raggiunsero il record di 3,4 miliardi di dollari (rispetto agli 1,6 del 1992) rendendo Israele il quarto più grande venditore d'armi al mondo, superando anche il Regno Unito. Israele ha più titoli azionari tecnologici sul Nasdaq - la maggior parte dei quali è legata alla sicurezza - di qualsiasi altro Paese, e ha registrato negli Stati Uniti più brevetti in questo settore di Cina e India messe insieme. Il suo settore tecnologico, in gran parte legato alla sicurezza, ora ammonta al 60 per cento di tutte le esportazioni.
Len Rosen, un importante banchiere d'investimento israeliano, disse alla rivista "Fortune": "La sicurezza è più importante della pace". Nel periodo di Oslo, "la gente cercava la pace perché la pace portasse crescita. Ora cercano la sicurezza così che la violenza non freni la crescita". Avrebbe potuto spingersi ben oltre: il business della fornitura di "sicurezza" - in Israele e in tutto il mondo - è direttamente responsabile di gran parte della vertiginosa crescita economica di Israele in anni recenti. Non è esagerato affermare che l'industria della Guerra al Terrore ha salvato la traballante economia israeliana, così come il complesso del capitalismo dei disastri aveva contribuito a risanare i mercati azionari mondiali.
Ecco un piccolo campionario dell'estensione di questa industria:
• Una telefonata al dipartimento di polizia di New York sarà registrata e analizzata con tecnologie create dalla Nice Systems, un'azienda israeliana. La Nice monitora anche le comunicazioni per la polizia di Los Angeles e per la Time Warner, oltre a fornire telecamere per videosorveglianza al Ronald Reagan National Airport di Washington, e a dozzine di altri clienti di spicco.
• Le immagini riprese nella metropolitana di Londra sono registrate su telecamere a circuito chiuso Verint, di proprietà del gigante israeliano della tecnologia Comverse. Le apparecchiature di sorveglianza Verint sono usate anche dal dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, dal Dulles International Airport di Washington, al Campidoglio e nella metropolitana di Montreal. L'azienda può vantare clienti in oltre 50 Paesi, e inoltre collabora con giganti come Home Depot e Target, per tenere d'occhio i loro dipendenti.
• Gli impiegati comunali di Los Angeles e Columbus (Ohio) portano con sé delle "smart card"
elettroniche per l'identificazione personale, realizzate dall'israeliana SuperCom, che può vantare come presidente del proprio comitato consultivo l'ex direttore della Cia James Woolsey, Un Paese europeo (rimasto anonimo) ha scelto la SuperCom per un programma nazionale di documenti d'identità; un altro ha commissionato un progetto pilota per i "passaporti biometrici": due iniziative estremamente controverse.
• I firewalls delle reti informatiche di alcune tra le principali compagnie elettriche negli Stati Uniti sono opera del gigante israeliano Check Point, anche se le società hanno preferito mantenere l'anonimato. Secondo l'azienda, "l'89 per cento delle imprese nella classifica Fortune 500 usa soluzioni Check Point per la sicurezza".
• In occasione del Super Bowl 2007, tutti i dipendenti dell'aeroporto internazionale di Miami furono addestrati a identificare "persone cattive, non solo cose cattive" con una tecnica psicologica detta
"riconoscimento degli schemi comportamentali", sviluppata dall'azienda israeliana New Age Security Solutions.L'amministratore delegato della società è l'ex capo della sicurezza all'aeroporto Ben-Gurion di Israele. Altri aeroporti che in anni recenti hanno appaltato alla New Age l'addestramento dei dipendenti nel profiling dei passeggeri sono quello di Boston, San Francisco, Glasgow, Atene, Heathrow a Londra e molti altri. I lavoratori portuali nel delta del Niger, martoriato dalla guerra, sono stati addestrati dalla New Age, così come gli impiegati del ministero della Giustizia dei Paesi Bassi, gli uomini di guardia alla Statua della Libertà e gli agenti dell'Ufficio antiterrorismo del dipartimento di polizia di New York.' '
• Quando il ricco quartiere Audubon Place, a New Orleans, stabilì di aver bisogno di una propria forza di polizia, dopo l'uragano Katrina, assunse la società privata israeliana Instinctive Shooting International.
• Gli agenti in servizio presso le forze dell'ordine federali canadesi, la Royal Canadian Mounted Police, sono stati addestrati dall'International Security Instructors, un'azienda con sede in Virginia specializzata nell'addestramento di militari e forze dell'ordine. La società pubblicizza la sua
"esperienza acquisita sul campo in Israele", i suoi istruttori sono "veterani delle task force speciali israeliane, come [...] le Forze di difesa israeliane, le unità della polizia nazionale israeliana per l'antiterrorismo e i Servizi generali di sicurezza (GSS o "Shin Beit")". L'elenco di clienti prestigiosi comprende l'Fbi, l'esercito americano, il corpo dei Marines, i reparti speciali della marina americana e la polizia metropolitana di Londra.
• Nell'aprile 2007, agenti speciali per l'immigrazione che lavoravano per il dipartimento della Sicurezza interna americano presso il confine con il Messico si sottoposero a un addestramento intensivo della durata di otto giorni organizzato dal gruppo Golan. Il gruppo è stato fondato da ex ufficiali delle forze speciali israeliane, e vanta più di 3500 dipendenti in sette Paesi.
"Essenzialmente, uniformiamo le nostre procedure al modello di sicurezza israeliano" spiegò Thomas Pearson, capo delle operazioni dell'azienda; il corso verteva su tutti gli aspetti: dal combattimento corpo a corpo al tiro al bersaglio a "essere davvero intraprendenti con il proprio Suv". Il gruppo Golan, che oggi ha sede in Florida ma sfrutta ancora le origini israeliane per il proprio marketing, produce anche macchine per i raggi X, metal detector e fucili. Oltre a molti governi e celebrità, tra i suoi clienti ci sono la ExxonMobil, la Shell, la Texaco, la Levi's, la Sony, la Citigroup e la Pizza Hut.
• Quando a Buckingham Palace ci fu bisogno di un nuovo sistema di sicurezza, fu scelto un progetto della Magai, una delle due aziende israeliane più attive nella costruzione della "barriera di sicurezza" in Israele.
• Quando la Boeing avvierà la costruzione degli "steccati virtuali" da 2,5 miliardi di dollari progettati per i confini degli Stati Uniti con il Messico e il Canada - comprensivi di sensori elettronici, aerei radiocomandati, videosorveglianza e 1800 torri uno dei suoi partner principali sarà la Elbit. La Èlbit è l'altra azienda israeliana coinvolta nella costruzione del controverso muro di Israele, "il più grande progetto edilizio nella storia di Israele", anch'esso costato 2 miliardi di dollari. 
 Mentre sempre più Paesi si trasformano in fortezze (mura e recinzioni ipertecnologiche sono in costruzione sul confine tra India e Kashmir, Arabia Saudita e Iraq, Afghanistan e Pakistan), le "barriere di sicurezza" potrebbero rivelarsi il più grande di tutti i mercati dei disastri. È per questo che la Elbit e la Magai non temono la propaganda negativa che il muro di Israele attrae in tutto il mondo: anzi, la ritengono pubblicità gratuita. "La gente crede che noi siamo i soli ad avere esperienza nell'uso di queste attrezzature in situazioni reali" spiegò l'amministratore della Magai, Jacob Even-Ezra. La Elbit e la Magai hanno visto i propri titoli azionari più che raddoppiare di valore dopo l'11 settembre, un risultato comune a tutti i titoli della sicurezza interna israeliana. La Verint detta "l'antenata di tutti i sistemi di videosorveglianza" non realizzava alcun profitto prima dell'11 settembre, ma tra il 2002 e il 2006 il suo valore azionario è più che triplicato, grazie al boom della sorveglianza."
Gli straordinari risultati ottenuti dalle aziende israeliane nel settore della sicurezza interna sono ben noti a chi segue i mercati azionari; ma raramente se ne parla come di un fattore rilevante per la situazione politica della regione. Invece bisognerebbe parlarne. Non è un caso che la decisione dello Stato israeliano di mettere "l'antiterrorismo" al centro delle sue esportazioni abbia coinciso esattamente con il suo abbandono dei negoziati di pace, oltre a mostrare una chiara strategia di reinterpretazione del conflitto con i palestinesi non come battaglia contro un movimento nazionalista con obiettivi specifici (terra e diritti), ma piuttosto come parte di una Guerra al Terrore su scala globale: una guerra contro forze irragionevoli e fanatiche, votate solo alla distruzione.
L'economia non è affatto la motivazione primaria dell'escalation di brutalità nella regione dopo il 2001. Naturalmente, da ambo le parti non mancano le spinte alla violenza. Eppure, entro questo contesto così ostile alla pace, l'economia, in certi momenti, è stata una forza uguale e opposta, che ha spinto leader politici riluttanti a partecipare ai negoziati, com'è accaduto nei primi anni Novanta.
Il boom della sicurezza interna è riuscito a cambiare la direzione di quella pressione, creando un altro potente settore impegnato in continui atti di violenza.
Come è accaduto in altre frontiere della Scuola di Chicago, la rapida crescita di Israele dopo l'11 settembre è stata segnata da una repentina stratificazione della società, tra ricchi e poveri, all'interno dello Stato. L'intensificazione della sicurezza è stata accompagnata da un'ondata di privatizzazioni e tagli ai fondi per i programmi sociali che ha praticamente annichilito l'eredità economica del sionismo laburista, creando un'epidemia di diseguaglianze che Israele non aveva mai conosciuto.
Nel 2007, il 24,4 per cento degli israeliani viveva sotto la soglia di povertà, ed era povero il 35,2 per cento dei bambini: vent'anni prima era l'8 per cento. Sebbene i benefici derivanti dal boom non siano stati equamente distribuiti, sono stati così redditizi per una piccola fetta di israeliani, in particolare il potente segmento che è perfettamente integrato sia nell'esercito sia nel governo (con tutti i ben noti scandali di corruzione corporativista), che un incentivo cruciale per la pace è stato cancellato.
La svolta politica del settore economico israeliano è stata brusca. La prospettiva che attrae oggi la Borsa di Tel Aviv non è più quella di Israele come snodo regionale del commercio, ma piuttosto come una fortezza futuristica, in grado di sopravvivere anche in mezzo a nemici accaniti. Il nuovo atteggiamento era particolarmente evidente nell'estate del 2006, quando il governo israeliano trasformò quella che sarebbe dovuta essere un negoziato per lo scambio di prigionieri con Hezbollah in una guerra aperta. Le più grandi aziende di Israele non solo appoggiarono la guerra: la sponsorizzarono. Bank Leumi, la megabanca israeliana appena privatizzata, distribuì adesivi da attaccare al parafango delle auto con gli slogan "Saremo vittoriosi" e "Noi siamo forti", mentre, come scrisse all'epoca il giornalista Yitzhak Laof, "la guerra in corso è la prima a diventare un'opportunità di marketing per una delle nostre maggiori compagnie telefoniche, che la sta usando per un'enorme campagna promozionale".
Chiaramente, l'industria israeliana non ha più motivo di temere la guerra. A differenza del 1993, quando il conflitto era visto come ostacolo alla crescita, la Borsa di Tel Aviv era in rialzo nell'agosto 2006, durante la devastante guerra con il Libano. Nell'ultimo trimestre dell'anno, durante il quale si era verificata anche la sanguinosa escalation di violenza in Cisgiordania e a Gaza in seguito alle elezioni vinte da Hamas, l'economia complessiva di Israele crebbe addirittura dell'8 per cento: più di tre volte il tasso di crescita dell'economia degli Stati Uniti nello stesso periodo.
L'economia palestinese, intanto, subì nel 2006 una contrazione tra il 10 e il 15 per cento, con tassi di povertà vicini al 70 per cento.
Un mese dodo la dichiarazione da parte delle Nazioni Unite del cessate il fuoco tra Israele e gli Hezbollah, la Borsa di New York ospitò una conferenza speciale sugli investimenti in Israele. Più di duecento aziende israeliane, molte delle quali attive nel settore della sicurezza interna, parteciparono all'evento. In quel momento, in Libano, ogni attività economica si era praticamente fermata, e circa 140 fabbriche - produttrici di ogni genere di merce, dalle case prefabbricate ai farmaci al latte - erano state ridotte in macerie da bombe e missili israeliani. Incuranti dell'impatto della guerra, gli incontri di New York trasmettevano un messaggio di ottimismo: "Israele è aperto al pubblico,, lo è sempre stato" annunciò l'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Dan Gillerman, accogliendo i delegati al convegno.
Appena un decennio prima, questo genere di esuberanza guerrafondaia sarebbe stata inimmaginabile. Era stato Gillerman, in quanto direttore della Federazione delle camere di commercio israeliane, a spronare il Paese a cogliere la straordinaria opportunità di diventare "una Singapore del Medioriente". Ora era uno dei falchi più agguerriti di Israele, e spingeva per un'ulteriore escalation. Sulla Cnn, Gillerman disse che "sebbene possa essere politicamente scorretto, e forse anche falso, dire che tutti i musulmani sono terroristi, si dà il caso che sia verissimo che quasi tutti i terroristi sono musulmani. Dunque, questa non è solo la guerra di Israele. Questa è la guerra di tutto il mondo".
La ricetta per la guerra mondiale infinita è la stessa che l'amministrazione Bush aveva offerto come prospettiva di business al nascente complesso del capitalismo dei disastri dopo l'11 settembre. Non è una guerra che possa essere vinta da alcun Paese, ma il punto non è vincerla. Il punto è creare "sicurezza" all'interno di Stati-fortezze, e supportarla con eterne scaramucce al di fuori delle loro mura. In un certo senso, è lo stesso obiettivo che le agenzie di sicurezza private perseguono in Iraq: rendere sicuro il perimetro, proteggere il capo. Baghdad, New Orleans e Sandy Springs ci mostrano in anteprima un futuro fatto di recinzioni, costruito e gestito dal complesso del capitalismo dei disastri. È in Israele, però, che questo processo è allo stadio più avanzato: un intero Paese si è trasformato in una comunità recintata e fortificata, intorno alla quale gravitano gli esclusi, costretti per sempre a vivere nelle zone rosse. Questo è l'aspetto che assume una società quando ha perso l'incentivo economico alla pace ed è fortemente impegnata nel combattere e trarre profitto da una Guerra al Terrore infinita, che non può vincere. Una parte somiglia a Israele, l'altra somiglia a Gaza.
Il caso di Israele è estremo, ma il tipo di società che sta creando può non essere unico nel suo genere. Il complesso del capitalismo dei disastri si nutre di condizioni di conflitto logorante, di bassa intensità. Sembra essere questo l'esito ultimo in tutte le zone colpite dai disastri, da New Orleans all'Iraq. Nell'aprile 2007, i soldati americani iniziarono a implementare un piano per trasformare alcuni quartieri difficili di Baghdad in "comunità recintate", circondate da checkpoint e mura di cemento, e dove gli iracheni sarebbero stati controllati con tecnologie biometriche. "Saremo come i palestinesi" predisse un residente di Adhamiya, mentre il suo quartiere veniva chiuso dalla barriera. Quando sarà chiaro che Baghdad non diventerà mai Dubai, e New Orleans non sarà Disneyland, il piano B consiste nell'assestarsi su un'altra Colombia o Nigeria: una guerra senza fine, combattuta quasi solo da soldati e paramilitari privati, arginata quanto basta a tirar via dal suolo le risorse naturali, con l'aiuto di mercenari a guardia degli oleodotti, delle piattaforme petrolifere e delle riserve idriche.
È diventata un'abitudine paragonare i ghetti militarizzati di Gaza e della Cisgiordania, con i loro muri di cemento, il filo di ferro elettrificato e i checkpoint, al sistema dei hantustan in Sudafrica, per cui i neri erano tenuti nei ghetti e si chiedeva loro di mostrare un pass quando volevano uscirne. "Le leggi e le pratiche di Israele nei territori occupati palestinesi somigliano decisamente a certi aspetti dell'apartheid" dichiarò nel febbraio 2007 John Dugard, l'avvocato sudafricano che è il referente delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi. Le analogie sono inquietanti, ma ci sono anche differenze. I hantustan sudafricani erano essenzialmente campi di lavoro, un modo per tenere i lavoratori africani sotto stretta sorveglianza e controllo, così che lavorassero per pochi soldi nelle miniere. Ciò che Israele ha costruito è un sistema progettato per fare l'opposto: impedire alla gente di lavorare, una rete di stalle per milioni di persone etichettate come umanità in sovrappiù.
I palestinesi non sono l'unico popolo al mondo così etichettato: anche milioni di russi divennero di troppo nel loro stesso Paese, ed è per questo che così tanti di loro lasciarono le proprie case nella speranza di trovare un lavoro e una vita decente in Israele. Anche se i hantustan sono stati smantellati in Sudafrica, il 25 per cento della popolazione che vive in capanne nelle bidonville in rapida espansione costituisce comunque un surplus di popolazione per il nuovo Sudafrica neoliberista. Questo sbarazzarsi di una percentuale della popolazione compresa tra il 25 e il 60 per cento porta il marchio di fabbrica della crociata della Scuola di Chicago mi da quando i "villaggi della miseria" iniziarono a spuntare come funghi in tutto il Cono del Sud, negli anni Settanta. In Sudafrica, in Russia e a New Orleans, i ricchi innalzano mura intorno a sé. Israele ha fatto un passo avanti in questo processo di smaltimento: ha costruito mura attorno ai poveri pericolosi."
(Naomi Klein, "Shock Economy - L'ascesa del capitalismo dei disastri". 2007, pag. 497-506)


sabato 2 agosto 2014

L'antidoto a Bernard-Henri


Non tutti i Levy sono uguali. C'è Bernard-Henri ma per fortuna c'è anche Gideon.
Io, se non vi dispiace, preferisco Gideon, di cui vi propongo un trittico di articoli esemplari sull'attuale operazione shock and awe sionista su Gaza, mascherata da lotta al terrorismo, caccia al tunnel e ballon d'essai assortiti. 
Parole di chi conosce la realtà della Palestina e conosce la disperata malattia del suo popolo che da oppresso si è fatto oppressore, perché prigioniero di una coazione a ripetere che ha trovato terreno fertile nell'ideologia ipercapitalista e profondamente reazionaria della shock economy.
Amo Gideon, come amo Gilad, Uri e soprattutto Norman che, il giorno in cui è stato arrestato dai solerti poliziotti newyorchesi per aver osato protestare contro il beneficiario della donazione da parte del contribuente american di ulteriori $225 milioni di dollari corrispondenti al costo della prosecuzione del progetto Iron Dome, ha scritto sul suo sito:  "For 20 days I have sat in front of this computer like a mad man. Tomorrow I will be arrested and arrested and arrested until this madness ends." Per venti giorni sono rimasto seduto davanti al computer come un folle. Domani mi farò arrestare e poi arrestare di nuovo, e ancora, fino a quando questa follia non cesserà.


L'indifferenza di Israele - di Gideon Levy, 25 luglio 2014

Il totale, aggiornato al 23 luglio, è di 155 bambini. La mattina ne sono morti altri tre. Dieci bambini al giorno, in media. Secondo le Nazioni Unite il numero supera quello delle vittime tra i combattenti di Hamas. L’Al Mezan center for human rights ha pubblicato una lista con i nomi di 132 bambini uccisi, mentre il quotidiano britannico The Telegraph ha pubblicato un “grafico della morte” con i nomi dei bambini, la data di morte e la loro età. La tabella comprende neonati, bambini e ragazzini. Ogni bambino e il nome che gli avevano dato i genitori. Bitul, quattro anni; Suhila, tre anni; Bissan, sei mesi; Siraj, quattro anni; Nur, due anni. Sono i nomi dei bambini della famiglia Abu Jama, nella quale sono morte 25 persone.

Il grafico non mente. L’operazione Margine protettivo è in realtà la replica dell’operazione Piombo fuso e la supererà in termini di orrore e morte. Il grafico non è stato diffuso in Israele, e nessuno si preoccuperà di farlo. Non c’è posto per questa conta, siamo in guerra. La colpa dei morti palestinesi è di Hamas. I piloti dell’aviazione israeliana non volevano uccidere i bambini.

In ogni caso non c’è nulla da temere: se mai qualcuno dovesse pubblicare il grafico scatenerebbe soltanto l’indifferenza di un’opinione pubblica indottrinata. Forse addirittura la gioia, per quanto sia difficile da credere. “Anche Hitler è stato un bambino” si legge su un muro vicino all’ingresso di Netivot.

Sul sito internet “Walla!” si trovano una serie di commenti in risposta a un articolo sulla morte di quattro bambini sulla spiaggia di Gaza. Shani Moyal: “Non me ne frega niente della morte dei bambini arabi. Peccato che non siano stati di più. Ben fatto”. Stav Sabah: “Queste sono immagini bellissime. Mi rendono felice. Non smetterei mai di guardarle”. Sharon Avishi: “Solo quattro? Peccato. Speravamo fossero di più”. Daniela Turgeman: “Ottimo. Dobbiamo uccidere tutti i bambini”. Chaya Hatnovich: “Non esiste un’immagine più bella di quella che mostra i bambini arabi morti”. Orna Peretz: “Perché soltanto quattro?” Rachel Cohen: “Non chiedo la morte dei bambini di Gaza. Chiedo che bruciate vivi tutti gli arabi”. Tami Mashan: “Devono morire più bambini possibile”.

Dai nomi e dalle foto si capisce che tutti i commenti sono stati scritti da donne. Fanno la spesa nei negozi sotto casa vostra. Frequentano lo stesso cinema che frequentate voi, vanno in vacanza dove andate voi. Sono israeliane. Nessuno pensa di licenziarle, come invece fanno con gli arabi e i simpatizzanti di sinistra. Nessuno le condanna. Nessuno le attacca o le minaccia. Sono normali, almeno secondo la legge israeliana, la stessa che considera la compassione un tradimento e la bestialità un’espressione di patriottismo.

Ma perché incolpare le donne e i loro commenti? Ascoltate le parole dei generali, dei politici e degli analisti. Dicono le stesse cose, usano solo toni un po’ meno aggressivi.

Parole così perfide non si sentono in nessun altro paese del mondo, ma neanche le dichiarazioni più estreme rendono giustizia all’atmosfera che si respira in questo momento. Sono pochi gli israeliani che pensano ai 155 bambini morti e li considerano per quello che sono: bambini. Non vogliono immaginarli. Non vogliono pensare al loro destino, alla loro triste vita e alla loro morte.

I soldati israeliani combattono e muoiono a Gaza, e la gente ha paura per loro. È umano e naturale. I razzi, intanto, continuano a cadere. Ma accanto alla paura emerge una completa assenza di compassione per le vittime dell’altro schieramento. Anche per i bambini, che muoiono a decine e segneranno un nuovo record di vergogna persino in una storia vergognosa come quella israeliana.

Le immagini che arrivano da Gaza dovrebbero sconvolgere tutti gli israeliani. Forse anche gli abitanti di Gaza festeggerebbero la morte dei bambini israeliani, ma non possiamo saperlo perché per fortuna non è accaduto. Se assistessimo a una reazione di questo tipo saremmo giustamente disgustati. Ma intanto continuiamo a ignorare il massacro dei bambini palestinesi, giorno dopo giorno. O addirittura lo celebriamo. Dopo tutto, “anche Hitler è stato un bambino”.

(Traduzione di Andrea Sparacino) articolo tratto da Internazionale

La guerra degli inganni - di Gideon Levy, 29 luglio 2014

È cominciata come una guerra premeditata: avrebbe potuto essere evitata se negli ultimi mesi Israele avesse adottato una politica diversa. Si è evoluta in una guerra inutile. È già abbastanza ovvio che non porterà alcun risultato a lungo termine. È ancora possibile che degeneri in un disastro, e alla fine risulterà essere stata la guerra degli inganni: Israele si è ingannato fino a rovinarsi.

Il primo inganno è la pretesa che non ci fosse alternativa. Certo, quando i razzi hanno cominciato a piovere su Israele non c’era più alternativa. Ma che dire dei passi che ci hanno portato a questo? Sono passi per i quali esistevano altre opzioni. Non è difficile immaginare cosa sarebbe successo se Israele non avesse interrotto i negoziati di pace, se non avesse lanciato una guerra totale contro Hamas all’indomani dell’omicidio dei tre ragazzi israeliani, se non avesse bloccato il trasferimento dei fondi destinati al pagamento dei salari pubblici nella Striscia di Gaza, se non si fosse opposto al governo di unità nazionale palestinese e se avesse allentato l’embargo alla Striscia di Gaza.

I razzi Qassam sono stati una risposta alle scelte di Israele. In seguito gli obiettivi sono cresciuti a valanga, come avviene sempre in guerra: da fermare i razzi a trovare e distruggere i tunnel alla demilitarizzazione di Gaza. La valanga potrebbe continuare all’infinito. “Risponderemo alla pace con la pace”. Ricordate? Il 25 luglio Israele ha rifiutato la proposta di cessate il fuoco del segretario di stato statunitense John Kerry.

Il secondo inganno è che l’occupazione della Striscia di Gaza è finita. Pensate a un’enclave sotto assedio, i cui abitanti sono prigionieri, gran parte dei cui affari sono controllati da un altro stato che gestisce l’anagrafe e l’economia, proibisce le esportazioni, limita la pesca, controlla i suoi cieli e ogni tanto invade il suo territorio. Non è occupazione questa?

Il terzo inganno è l’affermazione che l’esercito israeliano “fa tutto quello che può” per evitare di uccidere civili. Siamo già oltre il migliaio di morti, tra cui una maggioranza civili e un numero impressionante di bambini. Interi quartieri sono stati rasi al suolo e 150mila profughi non hanno un posto sicuro dove andare. Questo rende tale affermazione nient’altro che uno scherzo di cattivo gusto.

Anche la convinzione che il mondo sostenga la guerra e riconosca la sua giustezza è un inganno israeliano. Se è vero che i politici occidentali continuano a ripetere che Israele ha il diritto di difendersi, i morti che continuano ad accatastarsi e la disperazione dei rifugiati stanno irritando il mondo e generando odio contro Israele. Alla fine anche gli statisti che sostengono Israele gli volteranno le spalle.

Un altro inganno è quello secondo cui questa guerra ha dimostrato che “il popolo d’Israele” è “una nazione meravigliosa”. Era da tempo che non si assisteva a una campagna così mendace, manipolatoria, melensa e autocompiaciuta. La nazione si è mobilitata per sostenere i soldati, e questo è commovente. Ma oltre ai camion carichi di dolciumi e biancheria, alle migliaia di israeliani che hanno partecipato ai funerali dei soldati le cui famiglie vivono all’estero e all’ansia per i feriti, questa guerra ha messo in evidenza anche comportamenti ben più odiosi.

Quel “comitato di sostegno ai soldati” che è Israele ha dimostrato tutta la sua indifferenza verso le sofferenze dell’altra parte. Non un briciolo di compassione, non un barlume di umanità, nessuno stupore, nessuna empatia per il suo dolore. Le orribili immagini di Gaza provocano reazioni che vanno dallo sbadiglio alla gioia. Un popolo che si comporta così non merita le lodi che si riversa addosso. Quando la gente di Gaza muore e la gente di Tel Aviv fa come se niente fosse non c’è niente da festeggiare.

E non c’è niente da festeggiare neanche nella campagna di aggressione contro i pochi che si oppongono alla guerra. Dal governo e dal parlamento alle strade e ai commenti su internet, tira una brutta aria. Solo i cittadini obbedienti sono ammessi. “Unità israeliana”? “La nazione è una grande famiglia”? Non scherziamo. Anche i mezzi d’informazione israeliani in tempo di guerra sono una barzelletta, una rete di propaganda i cui membri si sono autoarruolati per lodare ed esaltare, incitare e punire, e chiudere gli occhi.

Ma la più grande delle barzellette, la madre di tutti gli inganni è la fiducia nella giustezza del proprio agire. Lo slogan della “guerra giusta” è ripetuto fino alla nausea, fino a far sospettare che anche quelli che lo gridano più forte abbiano dei dubbi, altrimenti non griderebbero così forte e non se la prenderebbero tanto con chi cerca di esprimere un’opinione differente. Dopo tutto, come si può giustificare una guerra evitabile? E come ci si può ammantare di giustizia di fronte alle orribili immagini di Gaza?

Forse la terra brucia anche sotto i piedi di questo coro di apologeti della guerra. Forse anche loro si rendono conto che quando la battaglia finirà il quadro diverrà chiaro. È sempre così nelle guerre d’inganno, ed è così che finirà anche la guerra del 2014.

(Traduzione di Gabriele Crescente) articolo tratto da Internazionale

Tutta colpa di Hamas - di Gideon Levy, 1 agosto 2014

È così facile essere un israeliano: la tua coscienza è pura come la neve, perché tutto è colpa di Hamas. I razzi sono colpa di Hamas. Hamas ha cominciato la guerra, senza alcuna motivazione. Hamas è un’organizzazione terrorista. I suoi esponenti non sono altro che bestie, nati per uccidere, fondamentalisti.

Circa 400mila palestinesi hanno dovuto lasciare le loro case. Più di 1.200 sono stati uccisi. L’80 per cento erano civili. La metà erano donne e bambini. Circa 50 famiglie sono state spazzate via. Le loro case sono state distrutte con loro dentro. La tragedia ha raggiunto le dimensioni di un massacro, ma Israele ha le mani e la coscienza pulite. È tutta colpa di Hamas.

Lasciamo l’analisi di questa negazione della realtà agli psicologi. Non si vedeva una simile rimozione da quando Israele accusava i palestinesi di uccidere i loro bambini per mezzo dell’esercito israeliano. La malattia ha incubato per anni e ora si è trasformata in un’epidemia. La coscienza nazionale non ha mosso un muscolo davanti a queste atrocità, e ci sono forze che stanno lavorando per mantenere la situazione com’è.

Nonostante la nube maligna della negazione, pur comprendendo quanto sia facile incolpare Hamas (Israele non ha mai avuto un nemico così conveniente) dobbiamo chiederci se davvero è tutta colpa loro e se Israele è davvero innocente. La verità è che davanti alle immagini di Gaza, insanguinata e distrutta per mano israeliana, questa tesi è del tutto inconcepibile.

Hamas è una spietata organizzazione terrorista? Com’è possibile che in questa guerra sia più colpevole dell’esercito israeliano? Soltanto perché non “bussa sul tetto” 80 secondi prima di distruggere una casa? Perché punta i suoi razzi contro i civili? Lo fa anche Israele, ma in modo molto più efficace. Perché vuole distruggere Israele? Quanti israeliani vogliono distruggere Gaza? In questo momento sappiamo tutti chi sta distruggendo chi.

L’ipocrisia di Israele raggiunge il vertice nell’ostentata preoccupazione per i civili di Gaza: guardate come li tratta Hamas, urlano i democratici israeliani, così attenti ai diritti dei palestinesi. Hamas ha un atteggiamento tirannico, ma la sua tirannia non è nulla in confronto a quella di Israele, che ha imposto alla Striscia di Gaza un assedio di 7 anni e un’occupazione che dura da 47 anni.

L’assedio è la prima causa della distruzione della società e dell’economia di Gaza, e tante grazie a chi sostiene di volerla salvare, a chi si preoccupa della sua mancanza di democrazia, a chi si stupisce per la corruzione, a chi denuncia il fatto che i leader palestinesi vivono in hotel di lusso o in bunker nascosti, a chi si indigna per i soldi spesi per i tunnel e i razzi anziché per i parchi gioco e le attività ricreative. Grazie, grazie tante.

Ma che dite di Israele? I suoi leader vivono per caso nelle tende? Non è vero che il governo spende cifre enormi per inutili sottomarini ed esplosivi segreti invece che nella sanità, nell’istruzione e nello stato sociale? Hamas è fondamentalista? Israele sta per diventarlo. Hamas opprime le donne? È sbagliato, ma accade anche in Israele, quantomeno all’interno di una grossa comunità.

Ma perché gli abitant di Gaza hanno eletto Hamas e non dei leader più moderati? Semplicemente perché i moderati hanno provato per anni a ottenere risultati, qualsiasi risultato, e da Israele hanno ricevuto in cambio soltanto umiliazioni e rifiuto. Israele ha mai dato ai palestinesi un motivo per scegliere la diplomazia dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) invece della violenza di Hamas? L’Olp li ha forse avvicinati di un millimetro all’indipendenza e alla libertà?

Hamas, per lo meno, ha ottenuto la liberazione di mille prigionieri e ha mantenuto un po’ di dignità, seppure al prezzo altissimo che gli abitanti di Gaza sono ora disposti a pagare. Cosa ha ottenuto per il suo popolo il presidente palestinese Abu Mazen? Niente. Una foto con Obama.

Personalmente non sono un ammiratore di Hamas, al contrario. Ma il tentativo di Israele di dare tutta la colpa a Hamas è inaccettabile. Presto la comunità internazionale giudicherà le atrocità di questa guerra. Hamas sarà criticata, giustamente, ma Israele sarà condannato e ostracizzato molto di più. E gli israeliani diranno: “È colpa di Hamas”. E il mondo intero riderà.


Ecco, grazie Gideon. Dopo questo antidoto potete pure leggervi Bernard-Henri senza riportare danni. Siete vaccinati.

venerdì 18 luglio 2014

God mode


Guardate questo filmato, è plain English, lo capisce perfino chi ha studiato l'inglese a scuola. L'unica avvertenza che vi faccio è che ascoltare un giornalista fare domande, non essendovi abituati, potrebbe causare un senso di vertigine.

Jon Snow di Channel 4 intervista il portavoce israeliano, a cui pone una semplicissima domanda, di quelle che il bimbetto impertinente avrebbe posto all'imperatore in mutande: "Con tutte le armi sofisticate che possedete, come mai non riuscite a riconoscere quattro bambini che giocano su una spiaggia?" 
Il poro Regev balbetta giusto un attimo ma si ripiglia presto e risponde: "Loro ci bombardano, noi ci difendiamo, è tutta colpa di Hamas". 
Quante parole sono, undici? Comodo, pratico, tascabile, si porta su tutto. Un passepartout semantico.
Snow insiste, illuso: "Non riuscite, nonostante la tecnologia, a fare bombardamenti chirurgici, non è possibile. Che senso ha quindi sparare a dei civili?" Ma Regev ormai sa che non deve più preoccuparsi, il frame risponde per lui in automatico. "E' colpa di Hamas. Non siamo noi, è Hamas. Hamas usa i civili come scudi umani. Hamas impedisce loro di fuggire, noi dobbiamo difenderci." Alla fine giustamente Snow chiude l'intervista bruscamente perché non ne può più.

Provate a ragionare con chi vi risponderà sempre con uno schema fisso ed immutabile, anche di fronte alla nuda evidenza dei fatti, ad un corpicino disarticolato per il quale non deve provare alcuna pietà perché è stato addestrato nel corso di decenni da un'ideologia intimamente razzista a considerarlo un parassita da eliminare. Provate a cambiare la prospettiva di chi ragiona esattamente come i suoi peggiori odiatori ma pretende di essere moralmente superiore a loro. Non ci riuscireste neppure in diecimila anni. 

Non riducete però il ragionamento dei vari Regev, israeliani e non,  ad un fatto puramente sociopatico e puerilmente autoassolutorio, perché dislocare la responsabilità delle proprie azioni sul nemico, reale o sotto forma di oggetto persecutorio, sempre e per qualunque cosa, serve a non essere mai responsabili di nulla. Esso ti rende anche infallibile. In fondo per essere simili a Dio basta copiare il suo schema, secondo il quale è Dio che crea l'Uomo a sua immagine e somiglianza ma lo crea difettoso e quindi è l'Uomo responsabile dei mali dell'Uomo e, se Dio lo punisce è colpa dell'Uomo. Divino.


mercoledì 16 luglio 2014

"Su Israele, l'Ucraina e la Verità" di John Pilger


Capita a volte di leggere qualcosa di epico. Uno scritto particolarmente felice che riassume tutto ciò che ci sarebbe da dire e che soprattutto si vorrebbe leggere sui giornali ed ascoltare nei notiziari sugli argomenti di attualità che non siano i fottuti Mondiali di Calcio vinti dai soliti crucchi, gli occhioni manga della ministra, le riforme, il chiscopachi estivo, l'addio di Conte, quisquilie atte a nascondere l'iniezione letale che sta per essere praticata alla democrazia italiana grazie ai maledetti piddini. 

Non è un caso che un articolo omerico come questo di John Pilger, che riprendo tradotto in italiano grazie al sempre mai abbastanza ringraziabile "Voci dall'Estero", provenga da un autore australiano e non italiano. Gli italiani, parafrasando un Gaber da censura, sono troppo invischiati nei propri sfaceli, non reagiscono più se non a comando, salivando come i cani di Pavlov in risposta alla stimolazione propagandistica. Assomigliano sempre di più ai loro ministri e ministre dalle espressioni lobotomizzate, dai cervellini rossi fritti e marinati nella catatonia.

Di quante cose gravi ci sarebbe da discutere in questi giorni. Discutere però, se non ancora proibito, è quanto meno sconsigliato. Meglio il generatore automatico di risposte predigerite e rigurgitate. 
L'Ucraina? Paga il suo tenere per Putin, l'amico di e quindi cattivo perché nemico soprattutto di quegli altri. 
Gaza e i suoi già duecento morti per i tre poveri ragazzi israeliani assassinati, non si saprà mai da chi perché questo è il mondo dove il terrorismo non rivendica più i suoi delitti e "chi è stato" è sempre di più un dettaglio? Se muoiono i palestinesi è solo colpa dei palestinesi e se non sei ancora completamente e sociopaticamente indifferente al tremendo filmato dell'uomo aggrappato in obitorio al cadaverino del figlioletto con la testa spaccata in due, significa che bisogna lavorarci ancora un po'.
Gaza? Ma scherzi, ricicliamo il vecchio pezzo lacrimogeno sul dramma speculare, anche se obiettivamente improponibile come confronto, degli insediamenti dei coloni sottoposti alla minaccia dei Qassam, che in confronto ai droni e agli esplosivi DIME sono bott a mur. 

Tutto deve essere ricondotto al principio del "si sono dati fuoco da soli" tanto caro a fogliacci per fortuna in coma dépassé come l'Unità, su cui lo spettro di Gramsci sta giustamente danzando e festeggiando, tifando per il duo-cougar Ferrari-Santanché affinché se ne aggiudichi in affidamento le ceneri. 

Vi lascio a Pilger, God bless him.


"Su Israele, l'Ucraina e la Verità" di John Pilger — 11 luglio 2014 da CounterPunch

L'altra sera ho visto 1984 di George Orwell rappresentato sul palcoscenico, a Londra. Nonostante abbia fortemente bisogno di un'interpretazione contemporanea, l'avvertimento lanciato da Orwell riguardo al futuro è stato rappresentato come un oggetto d'epoca: remoto, non minaccioso, quasi rassicurante. È come se Edward Snowden non avesse rivelato nulla, come se il Grande Fratello non fosse oggi uno spione digitale e Orwell stesso non avesse mai detto: "Per essere corrotti dal totalitarismo non è necessario vivere in un paese totalitario."
Acclamata dai critici, questa sapiente rappresentazione ha dato la misura del nostro tempo culturale e politico. Quando si sono riaccese le luci, le persone stavano già uscendo. Sono sembrati impassibili, o forse avevano altre cose per la testa. "Che delirio," ha detto una giovane donna mentre accendeva il cellulare.

Mentre le società avanzate diventano de-politicizzate, i cambiamenti sono tanto sottili quanto spettacolari. Nei discorsi quotidiani, il linguaggio politico si capovolge, come Orwell profetizzava in 1984. La parola "democrazia" è un artificio retorico. La pace è "perpetua guerra". "Globale" significa imperiale. Il concetto di "riforme", un tempo pieno di speranza, oggi significa regressione, perfino distruzione. "Austerità" è l'imposizione del capitalismo estremo sui poveri e i doni del socialismo dati ai ricchi: un sistema ingegnoso nel quale la maggioranza copre il debito di pochi.

Nelle arti, l'ostilità all'espressione della verità nella politica è un articolo della fede borghese. "Il periodo rosso di Picasso," diceva un titolo dell'Observer, "e perché la politica non fa buona arte." Considerate che questo era in un giornale che promuoveva il bagno di sangue in Iraq come una crociata liberal. L'opposizione di Picasso al fascismo durante tutta la sua vita è solo una nota a margine, proprio come il radicalismo di Orwell è svanito nel premio letterario che si è appropriato del suo nome.
Alcuni anni fa Terry Eagleton, allora professore di letteratura inglese all'Università di Manchester, aveva calcolato che "per la prima volta da due secoli a questa parte, non c'è poeta, drammaturgo o romanziere britannico che sia pronto a mettere in questione i fondamenti del modo di vivere occidentale." Non c'è uno Schelly che parli per i poveri, un Blake per i sogni utopistici un Byron che maledica la corruzione della classe dominante, un Thomas Carlyle o un John Ruskin che rivelino il disastro morale del capitalismo. William Morris, Oscar Wilde, HG Wells, George Bernand Shaw, non hanno degli equivalenti oggi. Harold Pinter è stato l'ultimo a sollevare la propria voce. Tra le voci insistenti del consumismo femminista, nessuna fa eco a Virginia Woolpiklpf, che aveva descritto "le arti di dominazione sulle persone ... del potere, dell'omicidio, dell'acquisizione di terre e di capitale".

Al National Theatre una nuova commedia, "Gran Bretagna", fa satira sullo scandalo delle intercettazioni telefoniche che ha visto processati e condannati dei giornalisti, tra cui un ex editore delle Rupert Murdoch's News del World. Descritta come una "farsa con le zanne [che] mette l'intera cultura incestuosa [dei media] sul banco degli imputati e la sottopone ad una ridicolaggine spietata", il bersaglio della commedia sono i personaggi "beatamente divertenti" del tabloid della stampa britannica. È cosa buona e giusta, e molto familiare. Che dire dei media non-tabloid che si considerano credibili e rispettabili, e tuttavia svolgono un ruolo parallelo come braccio del potere dello stato e delle corporazione, come ad esempio nella promozione di guerre illegali?

L'inchiesta di Leveson sulle intercettazioni telefoniche ha accennato a questo tema innominabile. Tony Blair ne stava dando dimostrazione, lamentandosi con Sua Maestà del fastidio che i tabloid davano a sua moglie, quando è stato interrotto da una voce proveniente dalla tribuna del pubblico. David Lawley-Wakelin, un produttore cinematografico, ha chiesto che Blair fosse arrestato e processato per crimini di guerra. Ci fu una lunga pausa: lo shock della verità. Il signor Leveson balzò in piedi e ordinò che colui che diceva la verità fosse mandato fuori, e si scusò con il criminale di guerra. Lawley-Wakelin finì sotto processo, Blair rimase libero.

I complici di lungo corso di Blair sono più rispettabili degli intercettatori delle telefonate. Quando la presentatrice della BBC, Kirsty Wark, lo intervistò per il decimo anniversario dell'invasione dell'Iraq, gli concesse un momento che egli poteva solo sognare; gli permise di soffermarsi sulla "difficile" decisione presa per l'Iraq invece che chiedergli conto del suo crimine epico. Ciò ha rievocato la processione di giornalisti della BBC che nel 2003 dichiaravano che Blair poteva sentirsi "vendicato", e la successiva "fondamentale" serie della BBC, "Gli Anni di Blair", per la quale David Aaronovitch fu scelto come scrittore, presentatore e intervistatore. Da servitore di Murdoch che ha fatto campagna a sostegno dell'attacco militare in Iraq, Libia e Siria, Aaronovitch ha saputo adulare sapientemente.

Fin dall'invasione dell'Iraq – esempio di atto di aggressione non provocata che un giudice di Norimberga, Robert Jackson, ha definito "il supremo crimine interazionale, che differisce da altri crimini di guerra per il fatto che contiene in se stesso la somma di tutti i mali" – Blair e il suo portavoce e principale complice, Alastair Campbell, hanno ricevuto abbondante spazio sul Guardian per poter riabilitare la propria reputazione. Descritto come una "star" del partito laburista, Campbell ha cercato le simpatie dei lettori usando la propria depressione e facendo mostra del suo interesse per la tirannia militare egiziana, sebbene questo non rientri nei suoi attuali compiti di consigliere di Blair.

Ora che l'Iraq è smembrato, a seguito dell'invasione di Blair e Bush, il titolo del Guardian dichiara: "Rovesciare Saddam è stato giusto, ma lo abbiamo fatto troppo presto". Questo capitava in concomitanza con un articolo in primo piano, il 13 giugno, di un ex funzionario di Blair, John McTernan, che tra l'altro era al servizio del dittatore iracheno installato dalla CIA, Iyad Allawi. Nel chiedere una ripetizione dell'invasione di un paese che il suo precedente padrone ha contribuito a distruggere, non ha fatto per nulla riferimento alla morte di almeno 700.000 persone, all'esodo di quattro milioni di rifugiati e al tumulto di sètte in un paese che precedentemente andava fiero della sua tolleranza di costumi.

"Blair incarna la corruzione e la guerra," ha scritto un cronista radicale del Guardian, Seumas Milne, in un focoso pezzo del 3 luglio. Questo è noto al mestiere come un "bilanciamento". Il giorno seguente, la rivista ha pubblicizzato a tutta pagina un bombardiere Americal Stealth. Sulla minacciosa fotografia del bombardiere c'erano le parole: "F-35. Grande per la Gran Bretagna". Quest'altra incarnazione di "corruzione e guerra" costerà al contribuente britannico 1,3 miliardi di sterline, dopo che il suo modello F- precedente ha massacrato un po' di persone in giro per il mondo in via di sviluppo.

In un villaggio dell'Afghanistan, abitato dai più poveri tra i poveri, ho filmato Orifa, in ginocchio sulle tombe di suo marito, Gul Ahmed, un tessitore di tappeti, di altri sette membri della famiglia tra cui sei bambini, e di due bambini che erano stati uccisi nella casa a fianco. Una bomba "di precisione" da 500 libbre è caduta dritta sulla loro casa di fango, pietre e paglia, lasciando un cratere largo 15 metri. Lockheed Martin, il costruttore dell'aereo, ha avuto l'onore di aver trovato posto nella pubblicità del Guardian.

L'ex Segretario di Stato e aspirante Presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton, è stata di recente all'Ora delle Donne sulla BBC, la quintessenza della rispettabilità mediatica. La presentatrice, Jenni Murray, ha presentato la Clinton come un faro della realizzazione femminile. Non ha ricordato ai suoi ascoltatori l'assurdità detta dalla Clinton secondo cui l'Afghanistan è stato invaso per "liberare" le donne come Orifa. Non ha chiesto nulla alla Clinton sulla campagna di terrore condotta dalla sua amministrazione, che usa i droni per uccidere donne, uomini e bambini. Non ha fatto menzione della vana minaccia della Clinton, formulata mentre faceva campagna per essere il primo presidente donna, di "eliminare" l'Iran, e nulla a proposito del suo sostegno alla campagna illegale di intercettazione di massa e alla caccia agli informatori.

La Murray ha fatto giusto una domanda da dito sulle labbra. Ha chiesto se la Clinton ha perdonato Monica Lewinsky per aver avuto una relazione con suo marito. "Il perdono è una scelta," ha detto la Clinton, "per me è assolutamente la scelta giusta." Questo ha riportato alla mente gli anni '90, gli anni consumati dallo "scandalo" Lewinsky. Il Presidente Bill Clinton stava allora invadendo Haiti, e bombardando i Balcani, l'Africa e l'Iraq. Stava anche distruggendo le vite dei bambini iracheni; l'Unicef riportò la morte di mezzo milione di bambini iracheni di meno di cinque anni, come risultato dell'embargo imposto dagli USA e dalla Gran Bretagna.

I bambini sono spariti dai media, proprio come le vittime delle invasioni sostenute e promosse da Hillary Clinton – in Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia – sono sparite dai media. Murray non ne ha fatto cenno. Una fotografia di lei e della sua distinta ospite, raggiante, è apparsa sul sito web della BBC.

In politica come nel giornalismo e nell'arte, sembra che il dissenso inizialmente tollerato nel "mainstream" sia regredito a dissidenza: un metaforico clandestino. Quando ho iniziato la carriera nel britannico Fleet Street, negli anni '60, era accettabile criticare il potere occidentale come una forza predatoria. Leggete i celebri resoconti di James Cameron sull'esplosione della bomba ad idrogeno sull'atollo Bikini, sulla barbarica guerra di Corea e sui bombardamenti americani nel Vietnam del Nord. La grande illusione di oggi è quella di essere nell'epoca dell'informazione quando, in realtà, siamo in un'epoca in cui l'incessante propaganda corporativa è insidiosa, contagiosa, efficace e liberale.

Nel suo saggio del 1859 Sulla Libertà, al quale i moderni liberali tributano i loro omaggi, John Stuart Mill scriveva: "Il dispotismo è un legittimo metodo di governo quando si ha a che fare coi barbari, purché la finalità sia il loro miglioramento, e i mezzi siano giustificati dall'efficace raggiungimento di quella finalità." I "barbari" erano grandi porzioni dell'umanità la cui "implicita obbedienza" era pretesa. "È un mito bello e comodo che i liberali siano pacifisti e i conservatori siano guerrafondai," ha scritto lo storico Hywel Williams nel 2001, "ma l'imperialismo alla maniera dei liberali può essere più pericoloso a causa della sua natura priva di limiti precisi: la sua convinzione di rappresentare una forma di vita superiore." Aveva in mente il discorso di Blair, nel quale l'allora primo ministro prometteva di "rimettere ordine nel mondo intorno a noi" secondo i suoi "valori morali".

Richard Falk, rispettata autorità di diritto internazionale e Relatore Speciale dell'ONU in Palestina, una volta descrisse uno "schermo di immagini positive dei valori occidentali e dell'innocenza, autolegittimato e a senso unico, raffigurato come sotto minaccia per legittimare una campagna di illimitata violenza politica." Esso è "così ampiamente accettato da risultare pressoché inattaccabile".

La clientela e i sostenitori premiano i guardiani. Su Radio 4 della BBC, Razia Iqbal ha intervistato Toni Morrison, Premio Nobel afro-americano. La Morrison si chiedeva perché la gente fosse “così arrabbiata” con Barack Obama, il quale è così “cool” e vuole costruire una “economia forte e un’assistenza sanitaria”. La Morrison è stata orgogliosa di aver parlato al telefono con il suo eroe, che aveva letto uno dei suoi libri e l’aveva invitata alla sua inaugurazione.

Né lei né la sua intervistatrice hanno menzionato le sette guerre di Obama, inclusa la campagna di terrore coi droni, nella quale intere famiglie, i loro soccorritori e chi era in lutto per loro, sono stati assassinati. Quel che sembrava contare era che un uomo di colore “bravo a parlare” è riuscito ad arrivare ai vertici del potere. Nei Dannati della Terra, Frantz Fanon scrisse che la “missione storica” dei colonizzati era quella di servire come “linea di trasmissione” per coloro che comandavano e opprimevano. Nell’era moderna, l’impiego delle differenze etniche nel sistema di potere e di propaganda occidentale è considerato essenziale. Obama incarna esattamente questo, sebbene sia stato il governo di George W. Bush – la sua cricca guerrafondaia – il più multietnico della storia presidenziale.

Mentre la città irachena di Mosul cadeva nelle mani degli jihadisti dell’ISIS, Obama diceva che “Gli americani hanno fatto enormi investimenti e sacrifici per dare agli iracheni l’opportunità di inseguire un destino migliore.” Quanto è “cool” questa bugia? Quanto è stato “bravo a parlare” Obama nel discorso all’accademia militare West Point il 28 maggio? Facendo il suo discorso sulle “condizioni del mondo” alla cerimonia di laurea di quelli che “prenderanno la leadership dell’America” nel mondo, Obama ha detto “Gli Stati Uniti useranno la forza militare, unilateralmente se necessario, quando i nostri interessi fondamentali lo richiederanno. Le opinioni internazionali sono importanti, ma l’America non dovrà mai chiedere il permesso...”

Ripudiando la legge internazionale e i diritti delle nazioni indipendenti, il presidente americano si appella ad una divinità sulla base del potere della sua “indispensabile nazione”. È un ben noto messaggio di impunità imperiale, sebbene sempre rassicurante da sentire. Evocando l’ascesa del fascismo negli anni ’30, Obama ha detto “Credo nell’eccezionalità dell’America con ogni fibra del mio essere.” Lo storico Norman Pollack a scritto: “Per quelli che marciano col passo dell’oca, rimpiazzate la militarizzazione apparentemente più innocua dell’intera cultura. E per il leader altisonante abbiamo il riformatore mancato, spensieratamente all’opera, che pianifica ed esegue omicidi, sorridendo tutto il tempo.”

In febbraio gli USA hanno imbastito uno dei loro “coloriti” colpi di stato contro un governo eletto in Ucraina, sfruttando le sincere proteste contro la corruzione a Kiev. Il consigliere di Obama per la sicurezza nazionale, Victoria Nuland, ha scelto personalmente il leader di un “governo provvisorio”. Lo ha soprannominato “Yat”. Il vicepresidente Joe Biden è andato a Kiev, così come il direttore della CIA John Brennan. Le truppe d’assalto per il loro colpo di stato erano fascisti ucraini.

Per la prima volta dal 1945, un partito neo-nazista e apertamente anti-semita controlla i punti chiave del potere statale in una capitale europea. Nessun leader dell’Europa occidentale ha condannato questo risveglio del fascismo nella zona di confine nella quale i nazisti di Hitler uccisero milioni di russi. Essi avevano il supporto dell’Esercito di Insurrezione Ucraino (UPA), responsabile del massacro di ebrei e russi, chiamato “vermin”. L’UPA è l’ispiratore storico dell’odierno partito Svoboda e del suo associato Settore Destro. Il leader di Svoboda, Oleh Tyahnybok ha chiesto la purga della “mafia russo-ebraica” e di “altra feccia” tra cui gay, femministe, e gente di sinistra.

Fin dal collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno circondato la Russia di basi militari, aerei da guerra nucleari e missili, come parte del progetto di allargamento della Nato. Rinnegando la promessa fatta al presidente sovietico Mikhail Gorbachev nel 1990, secondo cui la Nato non si sarebbe espansa “di un solo centimetro verso est”, la Nato ha, in realtà, occupato militarmente l’est Europa. Nel Caucaso ex-sovietico, l’espansione della Nato costituisce il più grande sviluppo militare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Un piano di azione per l’appartenenza alla Nato è il regalo di Washington fatto al regime di Kiev. In agosto l’Operazione Tridente Rapido porterà truppe americane e britanniche sul confine russo dell’Ucraina, e il piano Brezza di Mare spedirà navi da guerra statunitense entro il raggio visivo dei porti russi. Immaginate la reazione se questi atti di provocazione o intimidazione fossero fatti sui confini americani.

Nel reclamare la Crimea, che Nikita Kruschev separò illegalmente dalla Russia nel 1954, i russi si sono difesi come fanno da almeno un secolo. Più del 90 percento della popolazione della Crimea ha votato per il ritorno del territorio nella Russia. La Crimea è la sede della Flotta del Mar Nero, e la sua perdita sarebbe fatale per la Marina Russa e sarebbe un premio per la Nato. In un modo che ha confuso i falchi a Washington e a Kiev, Vladimir Putin ha ritirato le truppe dal confine ucraino e sollecitato i russi residenti nell’Ucraina dell’est ad abbandonare il loro separatismo.

Tutto ciò è stato capovolto alla maniera orwelliana, e in occidente si è parlato di “minaccia russa”. Hillary Clinton ha paragonato Putin a Hitler. Senza ironia, i commentatori tedeschi di destra hanno fatto lo stesso. Nei media, i neo-nazisti ucraini vengono presentati come “nazionalisti” o “ultra-nazionalisti”. Ciò che temono è che Putin stia abilmente cercando una soluzione diplomatica e possa avere successo. Il 27 di giugno, per reagire all’ultimo atto accomodante di Putin – la sua richiesta al parlamento russo di abrogare la legislazione che gli dava il potere di intervenire a nome dei russi residenti in Ucraina – il Segretario di Stato John Kerry ha mandato un altro dei suoi ultimatum. La Russia doveva “agire entro le prossime ore, letteralmente” per far terminare la rivolta nell’est dell’Ucraina. Nonostante Kerry sia ampiamente riconosciuto come un pagliaccio, il vero scopo di questi “avvertimenti” è quello di conferire alla Russia lo status di pariah, e di sopprimere le notizie sulla guerra che il regime di Kiev sta facendo contro la sua stessa gente.

Un terzo della popolazione ucraina parla Russo ed è bilingue. Da tempo stanno cercando di ottenere una federazione democratica che rifletta le diversità etniche in Ucraina e sia al contempo autonoma e indipendente da Mosca. Molti non sono né “separatisti” né “ribelli”, ma solo cittadini che vogliono vivere in sicurezza nel proprio paese. Il separatismo è la reazione agli attacchi che la giunta militare di Kiev sta svolgendo contro di loro; attacchi che hanno provocato l’esodo di circa 110.000 persone (secondo le stime ONU) attraverso il confine verso la Russia. Tipicamente si tratta di donne e bambini traumatizzati.

Come i bambini iracheni sotto embargo e le donne e ragazze “liberate” dell’Afghanistan, terrorizzati dai signori della guerra della CIA, questi gruppi etnici dell’Ucraina sono spariti dai media occidentali, le sofferenze e le atrocità commesse contro di loro vengono minimizzate o taciute. Nei media mainstream occidentali manca il senso della proporzione degli attacchi svolti dal regime. Questo non è privo di antecedenti. Rileggendo l’eccellente “La Prima Vittima: il corrispondente di guerra come eroe, propagandista e creatore di miti”, di Phillip Knightley, rinnovo la mia ammirazione per Morgan Philips Price, del Manchester Guardian, l’unico reporter occidentale rimasto in Russia durante la rivoluzione del 1917, che ha riportato la verità su una disastrosa invasione degli alleati occidentali. Imparziale e coraggioso, Philips Price è stato l’unico a rompere ciò che Knightley definiva un “silenzio oscuro” anti-russo nell’Occidente.

Il 2 maggio di quest’anno, a Odessa, 41 russi sono stati bruciati vivi nella sede dei sindacati, con la polizia che stava davanti a loro. Ci sono delle orribili riprese a dimostrarlo. Il leader del Settore Destro, Dmytro Yarosh, si è riferito al massacro come a “un altro giorno luminoso nella storia della nostra nazione”. Nei media americani e britannici questa è stata descritta come una “fosca tragedia” risultata dagli “scontri” tra i “nazionalisti” (neo-nazisti) e i “separatisti” (persone che raccoglievano firme per un referendum per l’Ucraina federale). Il New York Times ha seppellito la cosa, cassando come propaganda russa gli avvertimenti riguardo le politiche fasciste e anti-semite condotte dai nuovi clienti di Washington. Il Wall Street Journal ha maledetto le vittime – “Il micidiale incendio in Ucraina è stato probabilmente acceso dai ribelli, dice il governo”. Obama si è congratulato con la giunta militare per la sua “moderazione”.

Il 28 giugno il Guardian ha dedicato la maggior parte di una pagina alle dichiarazioni del “presidente” del regime di Kiev, l’oligarca Petro Poroshenko. Di nuovo si applica la regola dell’inversione orwelliana. Non c’è stato un colpo militare, non c’è una guerra contro le minoranze in Ucraina, e i russi sono da incolpare per qualsiasi cosa. “Vogliamo modernizzare la nazione,” ha detto Poroshenko. “Vogliamo introdurre la libertà, la democrazia e i valori europei. Qualcuno non vuole questo. Qualcuno è contro di noi per questo.”

Nel suo resoconto, il reporter del Guardian, Luke Harding, non mette alla prova queste dichiarazioni, né menziona le atrocità di Odessa, o gli attacchi aerei e di artiglieria fatti dal regime su aree residenziali, o l’uccisione e il rapimento di giornalisti, o il bombardamento di un giornale dell’opposizione, o la minaccia di “liberare l’Ucraina dallo sporco e dai parassiti”. I nemici sono “ribelli”, “militanti”, “insorti”, “terroristi”, e fantocci del Cremlino. Ripensate alle storie dei fantasmi di Vietnam, Cile, Est Timor, sud-Africa, Iraq. Notate le stesse etichette. La Palestina è la calamita di questo perenne inganno. L’11 luglio, a seguito dell’ultima azione israeliana, un massacro a Gaza armato dagli americani – sono morte 80 persone tra cui 6 bambini in una sola famiglia – un generale israeliano ha scritto nel Guardian, sotto al titolo, “Una necessaria dimostrazione di forza”.

Negli anni ’70 incontrai Leni Riefenstahl, e le chiesi dei film che glorificavano il nazismo. Usando in modo rivoluzionario la telecamera e le tecniche di illuminazione, Leni aveva prodotto una forma di documentario che aveva ipnotizzato i tedeschi. È stato il suo “Trionfo della Volontà” che ha presumibilmente dato il lancio al maleficio di Hitler. Le ho domandato della propaganda nelle società che si ritengono superiori. Lei replicò che i “messaggi” nei suoi film non dipendevano da “ordini dall’alto”, ma dal “vuoto sottomesso” della popolazione tedesca. “Ciò includeva anche la borghesia liberale ed istruita?” le chiesi. “Chiunque,” rispose, “e, naturalmente, anche gli intellettuali.”



John Pilger è autore di Freedom Next Time. Tutti i suoi documentari possono essere visti gratuitamente sul suo sito web http://www.johnpilger.com/

sabato 17 novembre 2012

L'afasia di Gaza


L'afasia è il disturbo delle facoltà linguistiche. Può impedirci di pronunciare le parole ma anche di trovarle, di metterle assieme per comporre concetti e trasmettere comunicazione. 
L'afasia che colpisce chi vorrebbe parlare di Gaza ma non ci riesce, non nasce da un insulto fisico ma è un fatto psicologico, un blocco mentale, un fenomeno nevrotico se non isteriforme.
Hai tutte le parole: gli aggettivi, i pronomi, i nomi pronti ma non riesci a metterli assieme perché sai che, qualunque cosa dirai, potrà essere usata contro di te. Gaza è il più fenomenale tabu dei nostri tempi. E' impronunciabile come il nome di Dio. Il Dio terribile e sociopatico della Bibbia, che annichila popolazioni intere con colate di piombo fuso senza mostrare alcuna pietà né rimorso. 
Gaza, anche se ci viene presentata quasi con orgoglio come un videogame sparatutto, esiste ed è carne e sangue. Tecnicamente sarebbe un genocidio ma non lo si può chiamare così, guai! Si può al massimo chiamarla guerra anche se le guerre sono combattute tra stati e qui di stato ce n'è uno solo perché all'altro è da sempre negato di esistere. 
In qualsiasi modo ci si provi, non si riesce ad esprimere veramente quanto si pensi su Gaza. E' come in quegli incubi dove vorresti urlare ma non ti esce alcun suono dalla bocca. Dovresti fuggire ma le gambe sono paralizzate.

Ecco quindi che è meglio lasciare la parola a Noam Chomsky che riesce a descrivere in maniera perfetta, in questo articolo, la tragedia mediorientale riaccesasi drammaticamente in questi ultimi giorni.

Impressioni su Gaza di Noam Chomsky
(traduzione di Elena Bellini di We are all on the Freedom Flotilla 2) fonte
Gaza - Anche una sola notte in cella è abbastanza per assaggiare cosa vuol dire essere sotto il totale controllo di una forza esterna. E ci vuole poco più più di un giorno a Gaza per iniziare a rendersi conto di come dev'essere cercare di sopravvivere nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, in cui un milione e mezzo di persone, nell'area più densamente popolata del mondo, sono costantemente assoggettate al terrore casuale e spesso selvaggio e ad una punizione arbitraria, senza nessun'altro scopo che quello di umiliare e degradare, e con l'ulteriore obiettivo di assicurarsi che le speranze dei palestinesi per un futuro decente verranno schiacciate e che il crescente appoggio mondiale per una soluzione diplomatica che garantisca i loro diritti venga annullato.
L'intensità di questo impegno da parte della leadership politica israeliana è stato drammaticamente illustrato negli ultimi giorni, quando ci hanno avvisato che "impazziranno" se ai diritti dei palestinesi verrà dato anche solo un parziale riconoscimento alle Nazioni Unite. Non è un nuovo inizio. La minaccia di "diventare pazzi" ("nishtagea") è profondamente radicata, fin dai governi laburisti degli anni '50, insieme al relativo "Complesso di Sansone": raderemo al suolo il muro del Tempio se attraversato. Era una minaccia risibile, allora; non oggi.
Nemmeno l'umilizione intenzionale è una novità, anche se prende sempre nuove forme. Trent'anni fa i leader politici, compresi alcuni tra i più noti "falchi", hanno sottoposto al Primo Ministro Begin un racconto sconvolgente e dettagliato di come i coloni maltrattano regolarmente i palestinesi nel modo più depravato e nella totale impunità. L'importante studioso politico-militare Yoram Peri ha scritto con disgusto che il compito dell'esercito non è difendere lo stato, ma "demolire i diritti di un popolo innocente solo perchè sono Araboushim (termine dispregiativo per indicare gli Arabi, n.d.t.; come dire "negri", "giudei") che vivono in territori che Dio ha promesso a noi".
I Gazawi sono stati selezionati per una punizione particolarmente crudele. E' quasi un miracolo che la popolazione possa sopportare un tale tipo di esistenza. Come ci riescano è stato descritto trent'anni fa in un'eloquente memoria di Raja Shehadeh (The Third Way - La Terza Via), basata sul suo lavoro di avvocato ingaggiato nelle battaglie senza speranza di cercare di proteggere i diritti fondamentali restando all'interno del sistema giuridico studiato per assicurare il fallimento, e la sua personale esperienza come Samid, "perseverante", che vede casa sua diventare una prigione a causa dei brutali occupanti e non può fare niente ma in qualche modo "resiste".
Da quando Shehadeh ha scritto, la situazione è peggiorata. Gli Accordi di Oslo, celebrati in pompa magna nel 1993, hanno determinato che Gaza e la Cisgiordania siano singole entità territoriali. Da allora, gli Stati Uniti e Israele hanno dato il via al loro programma di separarli completamente uno dall'altro, così come di bloccare gli accordi diplomatici e punire gli arabi in entrambi i territori.
La punizione dei Gazawi si è fatta ancor più severa nel gennaio del 2006, quando hanno commesso il crimine maggiore; hanno votato "nel modo sbagliato" alle prime elezioni del mondo arabo, eleggendo Hamas. Dando dimostrazione della loro appassionata "bramosia per la democrazia", gli Stati Uniti e Israele, seguiti dalla timida Unione Europea, imposero immediatamente un assedio brutale, insieme a pesanti attacchi militari. Gli Stati Uniti, inoltre, ripristinarono immediatamente la procedura operativa di quando qualche popolo disobbediente elegge il governo sbagliato: preparare un golpe militare per restaurare l'ordine.
I Gazawi commisero un crimine ancora maggiore un anno dopo, fermando il colpo di stato, il che portò ad una rapida intensificazione dell'assedio e degli attacchi militari. Questi hanno raggiunto il culmine nell'inverno 2008 - 2009, con l'operazione Piombo Fuso, uno dei più codardi e feroci esempi di forza militare nella storia recente, dal momento che una popolazione indifesa, rinchiusa e senza via di fuga, fu vittima di un attacco implacabile operato da uno dei più avanzati sistemi militari del mondo, basato su armi statunitensi e protetto dalla diplomazia USA. Un'indimenticabile testimonianza diretta del massacro - "infanticidio", per usare le loro parole - viene dai due coraggiosi medici norvegesi che lavorarono nel principale ospedale di Gaza durante l'attacco spietato, Mads Gilbert e Erik Fosse, nel loro notevole libro "Eyes in Gaza - Occhi a Gaza".
Il neo Presidente Obama non fu in grado di dire una parola, a parte il reiterare la sua sincera vicinanza ai bambini sotto attacco - nella città israeliana di Sderot. L'assalto attentamente preparato giunse a un termine prima della sua nomina, in modo che poi ha potuto dire che "adesso è il momento di guardare avanti, non indietro", il rifugio abituale per i criminali.
Ovviamente c'erano dei pretesti - ce ne sono sempre. Quello solito, rispolverato quando serve, è la "sicurezza": in questo caso, razzi "fatti in casa" da Gaza.
Come sempre succede, il pretesto mancava di qualsiasi credibilità. Nel 2008 era stata stabilita una tregua tra Israele e Hamas. Il governo israeliano formalmente aveva riconosciuto che Hamas l'aveva completamente osservata. Non un solo razzo di Hamas era stato sparato prima che Israele rompesse la tregua sotto la copertura delle elezioni USA del 4 novembre 2008, invadendo Gaza con motivazioni ridicole e ammazzando mezza dozzina di membri di Hamas. Il governo israeliano era stato avvertito dagli alti funzionari dei suoi servizi segreti che la tregua avrebbe potuto essere rinnovata ammorbidendo il blocco criminale e mettendo fine agli attacchi militari. Ma il governo di Ehud Olmert, conosciuto come una colomba, scelse di rifiutare queste opzioni, preferendo ricorrere al proprio enorme vantaggio in violenza: l'Operazione Piombo Fuso. I fatti salienti sono riportati nuovamente dall'esperto in politica estera Jerome Slater nella recente pubblicazione sull'Harvard MIT Journal "International Security - Sicurezza Internazionale".
La metodologia di bombardamento utilizzata in Piombo Fuso è stata attentamente analizzata da Raji Sourani, avvocato per i diritti umani profondamente informato e internazionalmente stimato. Sourani osserva che il bombardamento si concentrava a nord, colpendo civili indifesi nelle arree maggiormente popolate, con nessun possibile pretesto militare. L'obiettivo, suggerisce, potrebbe essere stato quello di spingere la popolazione spaventata verso sud, vicino alla frontiera con l'Egitto. Ma i Samidin sono rimasti, nonostante la valanga di terrore israelo-statunitense.
Un ulteriore obiettivo è stato quello di spingerli indietro. Tornando ai primi giorni della colonizzazione sionista, si argomentava da ogni parte che gli Arabi non avessero motivi per stare in Palestina; avrebbero potuto essere ugualmente felici da qualche altra parte, e avrebbero dovuto andarsene - "essere trasferiti", come educatamente suggerirono le colombe. Questa non è una preoccupazione di poco conto per l'Egitto, e forse è una ragione per cui l'Egitto non apre liberamente la frontiera ai civili o anche ai materiali di cui c'è disperato bisogno.
Sourani e altre fonti ben informate sottolineano che la disciplina dei Samidin nasconde una polveriera che potrebbe esplodere in qualsiasi momento, inaspettatamente, come fece la prima Intifada a Gaza nel 1989 dopo anni di miserabile repressione che non aveva suscitato alcuna avvisaglia o motivo di preoccupazione.
Per citare solo uno degli innumerevoli casi, poco prima che scoppiasse la prima Intifada, una ragazza palestinese, Intissar al-Atar, fu colpita a morte in un cortile scolastico da un residente della vicina colonia israeliana. Era uno delle varie migliaia di coloni israeliani portati a Gaza in violazione del diritto internazionale e protetti da una forte presenza dell'esercito, che stanno rubando la maggior parte della terra e delle scarse risorse idriche della Striscia e che vivono "agiatamente in 22 colonie in mezzo a un milione e 400mila palestinesi indigenti" come viene descritto il crimine dalla studiosa israeliana Avi Raz. L'assassino della studentessa, Shimon Yifrah, è stato arrestato, ma rapidamente rilasciato su cauzione quando la Corte ha determinato che "il reato non è abbastanza grave" da giustificare la detenzione. Il giudice ha commentato che Yifrah voleva solo spaventare la ragazza sparandole contro nel giardino della scuola, ma non voleva ucciderla, quindi "non è il caso di un criminale che debba essere punito, scoraggiato, e ha imparato la lezione attraverso l'arresto".Yifrah venne condannato a 7 mesi con pena sospesa, mentre i coloni in aula esplodevano in canti e danze. E poi regnò il solito silenzio. Dopotutto, è routine.
E quindi così. Quando Yifrah venne rilasciato, la stampa israeliana riportò che una pattuglia dell'esercito aveva aperto il fuoco nel cortile di una scuola di ragazzini di età compresa tra i 6 e i 12 anni in un campo profughi della Cisgiordania, ferendo cinque bambini, presumibilmente con l'intenzione di "spaventarli" solamente. Non ci furono processi, e l'accaduto, di nuovo, non attirò nessuna attenzione. Era semplicemente un altro episodio nel programma di "analfabetismo e punizione", disse la stampa israeliana, che comprendeva la chiusura delle scuole, l'uso di lacrimogeni, il picchiare gli studenti con i calci dei fucili, l'impedire il soccorso sanitario alle vittime; e oltre alle scuole, un regno di brutalità ancor più dura, che diventava ancora più selvaggio durante l'Intifada, sotto il comando del Ministro della Difesa Yitzhak Rabin, altra stimata colomba.
La mia prima impressione, dopo una visita di qualche giorno, è stata di stupore, non solo per la capacità di andare avanti con la vita, ma anche per la vibrante vitalità tra i giovani, specialmente all'università, dove ho passato la maggior parte del mio tempo in una conferenza internazionale. Ma anche lì si possono scovare segnali che la pressione potrebbe diventare troppo dura da sopportare. Studi dicono che tra i giovani uomini c'è una frustrazione che ribolle, un riconoscere che sotto l'occupazione israelo-statunitense il futuro non riserva niente per loro. E' solo che ce n'è così tanta che gli animali in gabbia possono sopportare, e può esserci un'eruzione, magari in forme orribili - il che offre un'opportunità per gli apologeti israeliani e occidentali di condannare in modo ipocrita le persone che sono culturalmente arretrate, come ha spiegato acutamente Mitt Romney.
Gaza ha l'aspetto di una tipica società del terzo mondo, con sacche di ricchezza circondate da mostruosa povertà. Non è, comunque, "sottosviluppata". Piuttosto è "de-sviluppata", e in modo sistematico, per usare le parole di Sara Roy, la principale esperta accademica di Gaza. La Striscia di Gaza avrebbe potuto diventare una prospera regione mediterranea, con una ricca agricoltura e una fiorente industria ittica, spiagge meravigliose e, come scoperto una decina di anni fa, buone prospettive di risorse estensive di gas naturale all'interno delle sue acque territoriali. Per coincidenza o meno, fu proprio quando Israele ha intensificato il blocco navale, spingendo i pescherecci verso le coste, da quel momento entro le 3 miglia marittime.
Le prospettive favorevoli sono state abortite nel 1948, quando la Striscia ha dovuto assorbire un flusso di profughi palestinesi che scapparono in preda al terrore o furono espulse con la forza da quello che poi diventò Israele, in alcuni casi espulsi mesi dopo il formale "cessate il fuoco".
Di fatto, sono stati espulsi anche quattro anni dopo, come riportato su Ha'aretz (25.12.2008), in uno studio ragionato di Beni Tziper sulla storia dell'israeliana Ashkelon dall'epoca dei Cananei. Nel 1953, dice, c'era un "freddo calcolo secondo cui era necessario ripulire la regione dagli Arabi". Anche il nome originario, Majdal, è stato "giudaizzato" all'odierno Ashkelon, normale amministrazione.
Questo è successo nel 1953, quando non c'era nemmeno l'ombra di necessità militari. Tziper stesso è nato nel 1953, e mentre passeggia tra le rovine dell'antico settore arabo, pensa che "è molto difficile per me, molto difficile, realizzare che mentre i miei genitori stavano festeggiando la mia nascita, altre persone stavano venendo caricate su camion e venivano espulse dalle loro case".
Le conquiste israeliane del 1967 e le loro conseguenze diedero ulteriori scossoni. Quindi arrivarono i terribili crimini già menzionati, fino al giorno d'oggi. I segnali sono facili da vedere, anche con una visita veloce. Seduto in un hotel vicino alla costa, si può sentire il rumore degli spari delle navi da guerra israeliane che spingono i pescatori dalle acque territoriali di Gaza verso la costa, così sono costretti a pescare in acque fortemente inquinate a causa del rifiuto statunitense-israeliano di permetttere la ricostruzione dei sistemi fognari e della rete elettrica che loro stessi hanno distrutto.
Gli Accordi di Oslo stabilirono i piani per due impianti di desalinizzazione, una cosa necessaria in questa regione. Uno, un'infrastruttura avanzata, fu costruito: in Israele. Il secondo a Khan Younis, nel sud della Stricia di Gaza. L'ingengere incaricato di tentare di ottenere acqua potabile per la popolazione spiegò che questo impianto era stato progettato in modo da non poter utilizzare acqua di mare, ma doveva basarsi su falde sotterranee, un procedimento più economico, che impoverisce ulteriormente la già misera falda, garantendo problemi seri in futuro. Anche in presenza di tale impianto, l'acqua è veramente scarsa. L'UNRWA, che si prende cura dei rifugiati (ma non di altri Gazawi), ha recentemente pubblicato un report lanciando l'allarme sul fatto che il danno alle falde acquifere potrebbe presto diventare "irreversibile", e che, senza una rapida misura correttiva, dal 2020 Gaza potrebbe non essere più un "posto vivibile".
Israele permette l'ingresso del cemento per i progetti dell'UNRWA, ma non per i gazawi coinvolti dall'urgente necessità di ricostruzione. La limitata attrezzatura pesante è ridotta al minimo, visto che Israele non ammette l'ingresso di materiali per la ricostruzione. Tutto ciò fa parte del programma generale descritto dal funzionario israeliano Dov Weisglass, consigliere del Primo Ministro Ehud Olmert, dopo che i Palestinesi non obbedirono agli ordini nelle elezioni del 2006: "L'idea" ha detto "è di mettere a dieta i Palestinesi, ma non fino a farli morire di fame". Non è una bella cosa.
E il piano si sta seguendo scrupolosamente. Sara Roy ne ha data ampia dimostrazione nei suoi studi accademici. Recentemente, dopo diversi anni di sforzi, l'organizzazione israeliana per i diritti umani Gisha è riuscita ad ottenere un provvedimento giudiziario perchè il governo consegni la documentazione contenente i dettagli dei piani di dieta, e le modalità di esecuzione. Jonathan Cook, giornalista israeliano, li ha riassunti: "Funzionari del Ministero della Salute hanno fornito calcoli del numero minimo di calorie di cui ha bisogno il milione e mezzo di abitanti di Gaza per evitare la malnutrizione. Questi valori sono stati trasformati in camion di cibo a cui Israele dovrebbe permettere l'ingresso ogni giorno... una media di soli 67 camion - molto meno della metà del fabbisogno minimo - sono entrati quotidianamente a Gaza. Questo paragonato agli oltre 400 camion che entravano prima dell'inizio del blocco". E anche questa stima è oltremodo generosa, riportano i funzionari delle Nazioni Unite.
Il risultato dell'imposizione della dieta, osserva l'esperto di Medioriente Juan Cole, è che "circa il 10% dei bambini palestinesi di Gaza sotto i 5 anni soffrono di un blocco della crescita a causa della malnutrizione... in più, è diffusa l'anemia, che colpisce più dei 2/3 dei neonati, 58,6% dei bambini in età scolare e più di 1/3 delle donne incinte". Gli Stati Uniti e Israele vogliono assicurare che non sia possibile nulla più che la sopravvivenza.
"Ciò che dev'essere tenuto a mente" osserva Raji Sourani, "è che l'occupazione e la chiusura totale costituiscono un prolungato attacco alla dignità umana della popolazione di Gaza in particolare e di tutti i palestinesi in generale. Si tratta di degradazione sistematica, umiliazione, isolamento e frammentazione del popolo palestinese". La conclusione viene confermata da molte altre fonti. In una delle principali riviste di medicina del mondo, The Lancet, un medico ospite di Stanford, inorridito da ciò che aveva visto, descrive Gaza come "qualcosa di simile ad un laboratorio per osservare l'assenza di dignità", una condizione che ha effetti "devastanti" sul benessere fisico, psicologico e sociale. Il costante controllo dal cielo, le punizioni collettive attraverso il blocco e l'isolamento, l'irruzione nelle case e nelle comunicazioni e le restrizioni poste a chi cerca di viaggiare, o di sposarsi, o di lavorare, rendono difficile vivere una vita dignitosa a Gaza. All'Araboushim dev'essere insegnato a non alzare la testa.
C'era la speranza che il nuovo governo Morsi in Egitto, meno schiavo di Israele rispetto alla dittattura di Mubarak sostenuta dall'occidente, potesse aprire il valico di Rafah, unico accesso verso l'esterno per i gazawi intrappolati a non essere sottoposto al diretto controllo israeliano. C'è stata una lieve apertura, ma non molto. La giornalista Laila el-Haddad scrive che la riapertura sotto Morsi "è semplicemente un ritorno dello status-quo degli anni passati: solo i palestinesi in possesso di un documento di identità di Gaza approvato da Israele possono utilizzare il valico di Rafah" il che esclude la maggioranza dei palestinesi, compresa la famiglia el-Haddad, in cui solo una moglie ha il documento.
Inoltre, continua, "il valico non conduce alla Cisgiordania, né permette il passaggio di beni, che sono limitati ai valichi sotto controllo israeliano e soggetti a divieti per materiali di costruzione e esportazioni". Il valico ristretto di Rafah non cambia il fatto che "Gaza resta sotto stretto assedio marittimo e aereo, e continua ad essere chiusa al capitale culturale, economico, e accademico nel resto dei territori occupati, in violazione degli obblighi israelo-statunitensi degli Accordi di Oslo".
Gli effetti sono dolorosamente evidenti. All'ospedale di Khan Younis, il direttore, che è anche primario di chirurgia, descrive con rabbia e passione come anche le medicine per alleviare le sofferenze dei pazienti scarseggiano, così come la semplice attrezzatura chirurgica, lasciando i medici senza supporto e i pazienti in agonia. Le storie personali aggiungono una vivida base al generale disgusto che si prova davanti all'oscenità della pesante occupazione. Un esempio è la testimonianza di una giovane donna che è disperata per il fatto che suo padre, che sarebbe stato orgoglioso che lei fosse la prima donna nel campo profughi ad avere una laurea, è "morto dopo 6 mesi di lotta contro il cancro, all'età di 60 anni. L'occupazione israeliana gli ha impedito di recarsi in un ospedale israeliano per curarsi. Ho dovuto interrompere i miei studi, il lavoro e la mia vita e restare seduta accanto al suo letto. Ci sedemmo tutti, compresi mio fratello medico e mia sorella farmacista, tutti impotenti e senza speranza guardando la sua sofferenza. E' morto durante l'inumano blocco di Gaza del 2006 con un quasi inesistente accesso al servizio sanitario. Penso che sentirsi impotenti e senza speranza sia il sentimento più letale che un essere umano possa provare. Ammazza lo spirito e spacca il cuore. Puoi combattere contro l'occupazione ma non puoi combattere il tuo sentirti impotente. Non riesci a cancellare quel sentimento".
Disgusto davanti all'oscenità, aggravato dal senso di colpa: noi possiamo porre fine a questa sofferenza e permettere ai Samidin di godersi le vite di pace e dignità che meritano.

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