Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post

martedì 6 gennaio 2015

Camicie bianche della controrivoluzione


Giochino festivo epifanico che tenta di rispondere alla domanda: "Cos'è questa moda degli uomini in ammollo della politica"?
Il look del leader moderno, ggiovane e s'intende progressista (ma si, se lo è Renzi può esserlo anche Cameron) sembra proprio essere la camicia per lo più bianca, con o senza cravatta ma preferibilmente senza e con le maniche informalmente arrotolate. Di tali leader qui sotto ce ne sono ben cinque in un colpo, immortalati a corredo di un editoriale della defunta Unità pubblicato in un inquietante 8 settembre e celebrativo di una recente merenda alla Festa del PD a Bologna. L'articolo si intitolava "Per vincere le camicie dovranno sporcarsi". Vedremo a breve di che cosa.


I compagni sono, da sinistra, il segretario del Partito Socialista tedesco Achim Post,  Diederik Samson, del Partito del Lavoro olandese, Pedro Sanchez, il leader del Partito Socialista Spagnolo, "quello lì" e il primo ministro francese Manuel Valls. Quanto sono belli.  Come gli altri otto che ho raccolto nel fotomontaggio, dove c'è perfino l'Imperatore d'Occidente, tanto caruccio. Tutti rigorosamente camiciati di bianco.


A parte Cameron, nella parte dell'eccezione che conferma la regola, la maggioranza di questi omini bianchi si identifica in un'area assai ampia che comprende tutte le cinquanta sfumature di rosso della sinistra e lo rivendica con orgoglio. Il frame li presenta come leader vicini al popolo, propugnatori dei diritti umani e soprattutto capaci di cambiare le cose, riformatori, insomma dei rivoluzionari ma in senso buono, di quelli che piacciono all'élite. 
I primi "scamiciati" della storia, equivalenti ai sansculottes della Rivoluzione francese, furono i descamisados, i liberali spagnoli difensori, durante la rivoluzione del 1820, della costituzione di Cadice del 1812. I più conosciuti però sono senz'altro quelli argentini, i sostenitori del giustizialismo populista di Juan ed Evita Peron. 
Qui però sorge un problema, una forte dissonanza cognitiva. I descamisados attuali, da Renzi a Tsipras, sono acerrimi nemici proprio dei populisti, che combattono ferocemente perché, secondo loro, essi minerebbero la coesione europeista. Populisti che non c'entrano neppure niente con Peron. Sentite cosa dice Tsipras:
"In Grecia l'attesa di un mutamento politico ha già cominciato, da sola, a cambiare le cose in Europa. Il 2015 non è il 2012.
SYRIZA non è l'orco, né la grande minaccia per l'Europa, quanto piuttosto la voce della ragione. È la sveglia che desterà l'Europa dal letargo e dal sonnambulismo. Ecco perché SYRIZA non viene più considerata un grave pericolo, come nel 2012, bensì come uno stimolo al cambiamento. Da tutti?
Non da tutti. Una piccola minoranza, che trova il suo centro nella leadership conservatrice del governo tedesco, e in una parte della stampa populista, insiste nel riciclare vecchie storielle e leggende sul Grexit.
Ma così come il signor Samaras in Grecia, non riescono a convincere più nessuno. Ora che i greci hanno esperito il suo governo, riescono a distinguere le menzogne dalla verità.
Ma il popolo greco così come quelli europei non avranno niente da temere. Perché SYRIZA non vuole il crollo bensì il salvataggio dell'euro. E per i suoi Stati Membri salvare l'euro sarà impossibile, finché il debito pubblico è fuori controllo."

Seconda dissonanza: le politiche che gli uomini in ammollo difendono con le unghie e con i denti - ed essere contro l'austerità e la Troika non significa, come si è visto con Tsipras, essere contro la sua causa, ovvero l'euro - di fatto stanno distruggendo quella classe media, quei lavoratori che indossano la camicia tutti i giorni al lavoro e con i quali i leader mejo fighi del bigoncio de sinistra sembrano volersi mimetizzare. Le camicie sono sempre più sporche si, ma del sangue di lavoratori ed imprenditori.

In conclusione, questi sono politici progressisti ma difendono un progetto ultrareazionario, fanno i descamisados ma in alcuni casi attentano alle Costituzioni e all'esistenza stessa delle classi  che dicono di difendere. La dissonanza è sempre più forte, fino a farci pensare, chissà perché, di camicia in colletto, ai reati dei colletti bianchi. 
Con il sospetto ultimo che una camicia con le maniche arrotolate non faccia un leader vicino al popolo, che l'élite lo sappia ma ve lo faccia credere. 


1976

martedì 11 marzo 2014

L'attacco delle inquantodonne


Nel paese dove la classe politica, come in uno snervante ed interminabile film piddino grandebellezzo è impegnata a perdere tempo, a crogiolarsi sui massimi sistemi, a spompinarsi a vicenda e a giocare al fantagoverno nei momenti di stanca, nell'atroce dilemma "è andato di corpo oggi Renzi?" è commovente la battaglia collaterale delle inquantodonne dai bianchi manti per l'istituzione della cosiddetta parità di genere, in realtà lotta intraclassista per la spartizione del potere tra maschi e femmine dell'élite, che al popolaccio viene fatta passare per battaglia di civiltà. Le infamose quote rosa. Non a caso il colore più stronzo che esista.

Perché non crederete mica che questo femminismo piagnone scassacazzi sia rappresentativo dei veri interessi delle donne italiane. La battaglia riguarda queste superprivilegiate (hai ragione Orizzonte48, oltre alle inquantodonne esistono probabilmente anche le donne inquantotali, intuisco una differenza sottile ma sostanziale tra le due categorie) che sono tutte appartenenti alla classe dominante, compresa quella non meno perniciosa di partito e che, gratta gratta, sono sempre in qualche modo consanguinee o scambiatrici di fluidi corporei con i maschi padroni; madonnine sempre pronte a lacrimare a comando di fronte all'extracomunitario ma rigorosamente munite di filippinachedaannimiaiutaincasaecheormaiècomeunadifamiglia e spietate verso i propri connazionali. Donne che sono ben contente di perpetrare la rigorosa divisione in classi della società che è il mito fondatore di questa epoca di merda e che, da leguleie, si guardano bene dal propugnare e difendere l'unica vera parità tra i cittadini, quella economica.
Insomma, sciure e sciurette da foyer della Scala, con il taccododici che costa quanto una mesata di pensione della vecchietta, mica quelle disgraziate costrette ad abortire al cesso perché il paese, oltre che piddino, è pure embrionofilo e il medico, soprattutto quando non batte sulle statali dell'extra moenia, è sempre obiettore. 

La parità di genere o de-genere? Perché, tanto per capirci, nella visione monosessuale di Laura Boldrini, l'ape regina delle operaie piddine, le donne sono il 50% della popolazione femminile. Un lapsus, direte, ma temo più che freudiano: Lacaniano al sapore di Reich in salsa di Fagioli. Così rivelatore, mioddio, meglio di uno scan total body. 
Laura, lo sai che il tuo mondo così estrogenico e con il ciclo sincronizzato, spurgato da potenziali stupratori ma infarcito di femmine dalla visione a tunnel, sembra la "Città delle donne" di Fellini? Ecco, penso che tu, un film come quello lo troverai terribilmente sessista, probabilmente orribile. Io l'ho trovato sincero come lo sono spesso i sogni.  Te lo farei vedere e rivedere in stile Cura Ludovico, da tanto che ti voglio bene. 

martedì 14 gennaio 2014

Le ministre lo fanno meglio


No, non è quello che pensate ma se il titolo da pornazzo vagamente anni '70 è servito a farvi arrivare qui con un metro di lingua fuori, lo scopo è stato raggiunto. Parliamo non di sesso ma della leggenda metropolitana secondo la quale le donne in politica sono mejo. Più oneste, più capaci, più incorruttibili, più sensibili alle esigenze della ggente, più umane e mammose. 

Partiamo dalle mejo fighe del bigoncio del governo Letta, giusto per stare sull'attualità. La foto qui sopra, vagamente inquietante, sembra la riedizione di "E poi non ne rimase nessuna". Una sorta di ritratto di autofemminicidio politico in un interno con testimoni Enrico Lecter e l'altro che non si può nominare, lo sapete.
In questo gruppetto di inseguitrici delle grandi donne politiche del passato, di queste ministre per le allodole, senza petto e nemmeno coscia ma solo due alucce bruciacchiate, c'è di tutto: la fulgida e ridanciana inutilità, il soprammobilismo molesto, la cafonaggine neoburina, la rigidità teutonica che impara a zoppicare all'italiana, il tengofamiglismo ed altro ancora. 
Non è cattiveria ma, oh, ne avesse azzeccata una, Hannibal.

Partiamo da sinistra con la prima di questa serie di ministre colte a vario titolo in fallo o in stato di abuso di potere all'amatriciana oppure risplendenti di imbarazzante incapacità.
Josefa, la tedesca, che si fa beccare ad usufruire del repertorio tipico delle scappatoie da commercialista italiano per non pagare l'IMU più cara d'Italia, quella del ravennate. Colpita e affondata. Un ministero brevissimo e senza storia. Già l'orlo del pantalone era troppo lungo (occhio, Lorenzin).

Cancellieri, la star di "Pronto, Annamaria", il telesoccorso per miliardari finiti al gabbio. Una vicenda imbarazzante di favoritismi con l'aggravante del nepotismo ammamma. Colpita ma non affondata. Si è ripiegata tristemente come la Concordia, da un lato, e per ora rimane lì, a futura memoria, in attesa che qualcuno la risollevi.

Cécile Kyenge, ovvero la ministra della (dis)integrazione, della quale non si ricorda un singolo atto legislativo ma solo il suo essere una sorta di pungolo vivente per tenere in vita il razzismo degli italiani. Soprattutto quello degli italiani che non erano mai stati razzisti prima ma lo stanno diventando. Perfettamente inutile ed ingombrante come un elefantone africano intagliato vinto ad una fiera ma utilissima per tenere acceso il fuoco sotto uno degli argomenti principe della distrazione di massa: la cosiddetta società multietnica ed internazionalista imposta a legnate a questi nazionalisti e populisti di italiani. 

Emma Bonino, il nostro soufflé sgonfiato. Quella che sembrava assemblata con i pezzi di Indira, di Golda e di fior fior di statiste e che pareva potesse tirarti fuori al momento opportuno una grinta da Iron Woman. Invece l'abbiamo scoperta essere come quei pupazzetti di legno push button degli anni '60. Li premevi sotto e loro svenivano afflosciandosi sulla loro basetta di legno; ve li ricordate, cinquantenni? 
Emma che, nel contesto internazionale della grande diplomazia spicca solo per essere quella che si porta sempre in giro una borsa gigantesca, nemmeno avesse la famigerata valigetta con i codici per lanciare gli intercontinentali e quando va a Teheran indossa il foularone a testa bassa. Che brutta immagine.
Emma che finora ha collezionato un'imbarazzante figurina di emme con la vicenda Shalabayeva, quando Angelino non le disse niente del viavai di azeri sotto casa sua e lei non si incazzò nemmeno un po' con l'avvocato; e che infine sta passando alla storia per non aver finora combinato 'na beata con la delicatissima vicenda dei due marò. Emma, stai agli Esteri, non a Torre Argentina.


Lorenzin, la ministra della Salute. O della Sanità? O della privatizzazione della Sanità pubblica? O della distruzione della Salute? In ogni caso anche lei finora non pervenuta. Forse è un bene.

La Carrozza, ministra di quel che resta dell'Università. Talmente sicura delle cose da fare per la pubblica istruzione che indice un referendum sul web (a qualcuno fischiano le orecchie) per farsi dire cosa dovrebbe fare. Fosse stata grillina l'avrebbero crocifissa. Visto che è lei, è democrazia partecipativa. 

E infine la Nunzia nostra. L'ornitologa specializzata in lontre, la ministra con il maritino che anche lui lavora in ditta. Il maritino, per la cronaca, è Boccia, uno dei nobel mancanti in economia del PD.
Che ha combinato la Nunzia, per riempire in questi giorni le pagine della cronaca come ultima vittima di questo squartatore seriale di ministre che è Lecter? 
Ma niente, pora cocca. Il solito marchesedelgrillismo del "io sono io e voi...", tanto bullarsi di un potere provincialissimo ma che fa sempre la sua porca figura tra i forestali e un tocco di vajassa che non guasta mai.

Ragazze, si scherza eh? Però che trishtezza, è la sagra del diludendo. Voi che dovevate dimostrare, da sinistra, no, un po' più al centro, quanto siamo meglio degli uomini (ma chi l'ha detto?) 
E non tentate di giustificarvi dicendo che chi vi ha precedute, ad esempio le ministre berlusconiane, le Silvio's Angels, non hanno fatto granché di meglio e che qualcun'altra, ad esempio la coccodrilla Fornero, è riuscita a fare perfino peggio.  
L'unico dato di fatto è una débacle pressoché totale dell'immagine femminile al potere. Una strage, una Caporetto in tailleur.
Già, che sia stato quel tailleur viola a portare sfiga?




giovedì 5 dicembre 2013

Un paese abusivo



Ieri 4 dicembre la Consulta ha dichiarato incostituzionale il Porcellum, ovvero la legge elettorale n. 270 del 21 dicembre 2005 voluta dal centrodestra e con la quale sono stati eletti 3 parlamenti.
In sostanza la Corte Costituzionale ha sancito l'illegittimità degli ultimi governi: Prodi II, Berlusconi IV, Monti e infine Letta, attualmente in carica. 
Di conseguenza viene da domandarsi: sono da oggi da considerarsi degli abusivi gli eletti, anzi, i nominati, che popolano il Parlamento, i ministri e le alte cariche dello Stato nominate dai nominati, compreso il presidente Napolitano? Sono da considerarsi parimenti illegittimi gli atti di questi governi, a partire dalla riforma delle pensioni, fino all'adesione al Fiscal Compact ed agli altri trattati capestro sovranazionali fino alla decadenza del sen. Berlusconi? Belle domande, vero?
Nel 2011 un colpo di stato illegale ha rovesciato un governo che era stato democraticamente eletto ma, ora ne abbiamo la conferma, grazie ad una legge elettorale nulla, quindi illegittimo anch'esso. Da allora si sono svolte elezioni altrettanto nulle che hanno eletto un governo anch'esso abusivo.
Credo sia la prima volta nella storia della Repubblica che non si sa più chi sia legittimato a governare.

Molti gioiscono di questa decisione della Consulta, da troppo tempo attesa, ma io inviterei alla massima prudenza perché siamo, a mio parere, ad un bivio cruciale nella vita di questo paese e il timing della decisione della Consulta giunge in un momento assai critico e forse pericoloso. 
In estrema sintesi: se la dichiarazione di illegittimità costituzionale di una legge elettorale implica quella delle figure elettive e degli atti che da essa derivano, ciò non deve assolutamente tradursi nella opportunistica delegittimazione tout-court della Politica, quindi della democrazia. 
Occorre vigilare in tal senso perché vi è il rischio concreto che lo Stato, ovvero noi, veniamo definitivamente espropriati della nostra capacità di decidere e soprattutto controllare democraticamente gli atti di chi ci governa, e non mi riferisco solo alla politica. 
I segnali di una progressiva volontà di sostituire lo Stato con il Privato, percorrendo una strada che non può che essere autoritaria, vi sono e sono molto gravi.
Vi invito ad informarvi, ad esempio, su ciò che si sta progettando di fare per decreto con la trasformazione della Banca d'Italia in public company, la rivalutazione delle sue quote azionarie e la questione connessa dell'Oro d'Italia. Leggete attentamente gli articoli e meditate.

Io temo che qualcuno, in questo vulnus e con la solita complicità dei collaborazionisti del "tutto è perduto, scappiamo ma arraffiamo almeno le posate d'argento", voglia sostituirsi al popolo con il colpo finale della delegittimazione della Costituzione, del suo stravolgimento e sostituzione con una carta ad hoc, approfittando, oltretutto, dal fatto che l'immagine della Politica è, per l'elettorato, ai livelli storicamente più bassi e forse stiamo già scavando sottoterra. 
Pensateci: il Fiscal Compact, per fare un esempio, è incostituzionale ed illegale, come ha dimostrato il prof. Guarino ma, se elimino la Costituzione attuale sostituendola con la mia, potrò applicarlo ed inventarmi qualcosa di ancora peggiore. 
Proprio adesso che c'è il rischio concreto che il giocattolo euro si rompa e certi piani europei vengano sconvolti, anche grazie all'incostituzionalità dei trattati che lo mantengono artificialmente in vita, perché non eliminare l'ultimo baluardo di legalità a difesa dell'interesse nazionale e del popolo?
Gli unici soggetti che potrebbero fare quest'ultimo sfregio alla nazione e uccidere la nostra democrazia definitivamente sono proprio gli attuali abusivi, a cominciare dai massimi livelli. Non parlano continuamente di modificare la Costituzione? Non temono di tornare alla legge elettorale precedente e non sembrano avere alcuna voglia di approvarne un'altra legale? Cosa credete che siano le stramaledette Riforme che bramano di attuare? Un vantaggio che abbiamo su di loro è proprio che conosciamo la loro agenda, sappiamo cosa vogliono fare e quindi possiamo smascherarli.
Potrebbero farlo perché sono ricattabili, sono dei burattini che hanno solo da perdere perché dichiarati abusivi e, purtroppo per il M5S, non ci sono vergini dai bianchi manti in Parlamento, perché anche loro sono state elette con il Porcellum anticostituzionale.

Per questo io non gioisco affatto della sentenza della Corte Costituzionale, i cui membri tra l'altro sono anch'essi stati eletti dagli abusivi, perché una classe politica delegittimata in blocco e a cascata dal vertice fino alle realtà locali è una cosa molto pericolosa.
L'unica via d'uscita, per salvare la democrazia, sarebbe l'immediato scioglimento delle camere, le dimissioni di Napolitano, l'elezione di un nuovo capo di stato, possibilmente una figura altamente rappresentativa in campo costituzionale, per esempio il prof. Guarino, e la formazione di un governo di scopo formato da tutti i partiti che approvasse in tempi rapidissimi una legge elettorale a prova di illegittimità.
Fatto ciò, il nuovo capo dello Stato dovrebbe indire immediatamente nuove elezioni per eleggere un governo pienamente legittimo, fatto di eletti e veri rappresentanti del popolo, dello Stato e dell'interesse nazionale.
Un governo che possa quindi, alla luce della delegittimazione de facto dei governi nominati dal Porcellum e con la legittimazione piena che gli conferisce la nostra Carta Costituzionale, riconsiderare gli ultimi atti legislativi più controversi in materia di governance sia nazionale che internazionale; un governo che rimetta in discussione il Fiscal Compact, l'euro e financo l'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea, tacitando gli Olli Rehn e gli altri emissari dell'interesse antinazionale.
Non c'è altro da fare e bisogna farlo subito. Altro che primarie.

Lettura altamente consigliata:
Giuseppe Guarino "Un saggio di "verità" sull'Europa e sull'euro 1.1.1999 Il colpo di stato 1.1.2014 Rinascita!?"



venerdì 22 novembre 2013

La pubblica esecuzione di Re John



Se oggi qualcuno, solo perché avete ricordato il cinquantenario dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, vi ha dato del complottista, sapete per certo che non fu (solo) Lee Harvey Oswald a sparare, come del resto avevate già intuito da tempo.
Sono i fatti accaduti nei cinquant'anni seguiti a quel 22 novembre del 1963 a svelare il mistero, a rivelare il nome degli assassini, a raccontarci perché e a quale scopo si scelse, ad esempio, un'esecuzione pubblica, così drammaticamente ripresa nelle immagini del filmato di Abraham Zapruder. Pubblica, in pieno giorno e in pieno sole, perché tutti vedessero e soprattutto non potessero dubitare del significato di quella violenza, agita da un potere contro un altro potere. Non solo banale regolamento di conti, ragionando cinicamente, ma, con il senno di poi, anche punto di svolta della Storia, vero atto (contro)rivoluzionario. Ora possiamo proprio dire che non vi è più alcun mistero attorno all'assassinio del presidente.

Non ha alcuna importanza ormai trovare un motivo specifico, un movente unico, per l'uccisione di JFK.  
Tutto ciò che è stato detto a riguardo è probabilmente vero: che volesse limitare il potere parallelo delle agenzie governative e quello dei militari, ritirando le truppe americane dal Vietnam e, così facendo, danneggiare gli interessi di quel complesso militare-industriale sull'espansione del cui potere il suo predecessore generale Eisenhower aveva messo in guardia il popolo americano nel suo ultimo discorso alla nazione. 
Oppure, ma si, che volesse dare direttamente al governo americano il diritto di stampare denaro scavalcando la FED, inimicandosi tutta la fottuta Wall Street o battersi per la piena attuazione dei diritti civili in un paese che ancora praticava l'apartheid in molti stati. 
Possiamo trovare mille motivi, mille conflitti di interesse e ipotizzare un esercito di volonterosi carnefici: reazionari, razzisti, petrolieri texani, esuli cubani, mafiosi, agenti segreti, pronti ad offrirsi per partecipare all'esecuzione ma il vero senso della morte di JFK è altro e più profondo.

Kennedy è stato ucciso perché aveva il potere e l'ostinata determinazione per fare tutto ciò che proclamava, soprattutto dopo che era stato "benedetto" dall'aver salvato il mondo dall'olocausto nucleare durante la crisi dei missili a Cuba. Con una battuta, aveva una pistola in mano e tutta l'intenzione di usarla.
Ecco, i suoi assassini potrebbero dirvi, a loro giustificazione e con un ragionamento perfettamente consono ai dettami della Dichiarazione di Indipendenza, che conferisce al popolo il diritto di rovesciare qualunque governo non lo rappresenti più o che diventi potere assoluto: "Cosa sarebbe successo se, al posto di Kennedy, nell'ottobre del 1962 vi fosse stato un presidente con il suo potere ma la voglia invece di distruggere il mondo? Se vi fosse stato un Hitler?" Non a caso quella crisi fu risolta con comportamenti presidenziali sul filo del rasoio e prendendo iniziative assolutamente non ortodosse e personali. Senza contare la fortuna di trovare dall'altra parte interlocutori altrettanto ragionevoli. E se ci fosse stato Stalin? Ecco quindi la giustificazione "etica" dell'assassinio: abbiamo difeso la democrazia da uno che, comunque, si era allargato troppo e troppo pericolosamente.
Kennedy, nonostante la pretesa di governare in nome del popolo, era diventato allo stesso tempo l'emblema della democrazia e la peggiore minaccia ad essa. 

C'è un'altra angolazione però dalla quale si può osservare l'assassinio, un motivo opposto, che nulla ha a che fare con la difesa della democrazia, anzi. Kennedy viene ucciso perché vuole governare in nome del popolo, o meglio, dell'interesse generale, e i popoli, nei decenni successivi, nel mondo futuro già preconizzato nei papers della nuova economia, non avrebbero più dovuto avere potere di influire sulla libertà del mercato.
Kennedy era un insopportabile elemento di rottura nei rapporti di forza tra poteri dello Stato, visibili ed invisibili, legali ed illegali, legittimi ed illegittimi. Un fattore di caos in grado di turbare equilibri delicatissimi che nessuno, politico o no, doveva permettersi più di alterare.

I cinquant'anni successivi hanno dimostrato che la diluizione del potere in tanti elementi interdipendenti legati dallo stesso scopo comune sarebbe stato il modello vincente. Ma soprattutto che, per realizzare il dominio delle élites delle corporation e del denaro, sarebbe stato necessario frantumare la politica, depotenziarla ed allontanarla dal popolo e farla gestire direttamente agli interessati attraverso i "nominati" e non più gli eletti.
Questo per completare quella "capture" che garantisce la gestione diretta del particulare, in una condizione nella quale non è più necessaria  alcuna corruzione perché la politica non ostacola più l'interesse privato deregolamentato in quanto "è" l'interesse privato.
La democrazia a quel punto è solo un feticcio vuoto, un totem demitizzato che non è più in grado di limitare il potere delle élites subentrato, attraverso la capture, a quello originale elettivo del popolo basato sulla costituzione.

E' un potere che può compiere colpi di stato senza che la pubblica opinione se ne accorga e che può nasconderli dietro a costruzioni propagandistiche assolutamente prodigiose - nel senso del prestigio come illusione - che verranno credute da un popolo addestrato a non credere ai complotti perché i complotti non esistono. La religione di un Dio che nega sé stesso.
Colpi di stato economici, creazione dal nulla di supernemici ai quali contrapporre supereroi e fantaguerre, mitologie opportuniste da contrapporre a princìpi e regole condivise e, soprattutto, la condanna del dissenso, l'obbligo all'omologazione al pensiero unico, che diventa versione ufficiale, dogma e verità indiscutibile: che si tratti di atti di terrorismo o pratiche di gestione monetaria di continenti. Un'illusione continua di democrazia atta ad ingannare il popolo, che ogni sera va a letto tranquillo pensando che il suo governo non potrebbe mai fare tutto ciò che i complottisti gli attribuiscono, nonostante abbia mille prove che esso potrebbe fare anche di peggio. Un'opinione pubblica ormai disinteressata al proprio destino ed assuefatta ad un'infomrazione che ricorda oggi JFK nel cinquantenario unicamente berlusconizzandolo nella sua erotomania senza essere capace di inquadrarne correttamente la gigantesca figura politica.

Il potere che JFK voleva esercitare era simile a quello di un monarca assoluto e il suo è stato un regicidio. Il primo atto di una controrivoluzione che prima decapita il re e poi prende la Bastiglia.
Il paradosso è che l'America, per difendere la democrazia dall'assolutismo personale l'ha poi dovuta sacrificare per sempre all'assolutismo dell'oligarchia.
L'America non è stata più la stessa dopo Dallas. Il potere politico si è diviso sempre di più da allora nel bipartitismo di facciata dei due partiti,  uno di destra e l'altro di estrema destra, di cui parlava Gore Vidal, e lo stesso schema è stato poi applicato in tutto il mondo occidentale in nome della globalizzazione.
I presidenti che seguirono, a parte il quasi-re Richard Nixon, anch'egli estromesso seppur con mezzi meno violenti del suo antagonista alle elezioni del 1960, sono state mere figure avventizie agli ordini del potere finanziario che ormai sta prevalendo anche su quello militare e industriale. Figure sempre più patetiche e tragiche: imperatori in mano agli shogun, attori che impersonano improbabili re shakespeariani quasi dementi, edipici, erotomani, da Reagan ai Bush, fino al finto-Kennedy Barack Obama, forse il primo vero presidente immagine del decadente impero americano.


venerdì 15 novembre 2013

Piddini ite domum


"La storia è cimitero di élites". (cit. Vilfredo Pareto)

E se dietro all'Operazione Euro e tutto ciò che rappresenta si nascondesse la più grande impresa di corruzione internazionale mai vista, regolarmente dissimulata dietro la costruzione propagandistica del castacriccacoruzzionebruttosemopeggiodeglialtrioglialtrisomejodenoierprobbblemanunèleuro. (cit. Bagnai)? Quella, per intenderci, che "la corruzione è solo quella locale, endogena, di stampo razziale della quale vi parliamo sempre e che amplifichiamo caricandola di simboli affettivi affinché non ne vediate un'altra ancora più grande, la nostra"?
Viene sempre di più da sospettare che questi anni truci nascondano qualcosa di ancora più grave e pervasivo di Tangentopoli e che, quando tutto verrà alla luce, gli anni novanta e le madri di tutte le mazzette verranno ricordati con tenerezza come una mera sessione di preriscaldamento.

Questo perché, riuscendo a rispondere con facilità disarmante ed allo stesso tempo disperante ai quesiti che pone Orizzonte48, è difficile credere che chi invece difende a spada tratta questa architettura europea ed il suo strumento di dominio, l'euro, lo faccia in buona fede o per non voler ammettere di aver sbagliato i calcoli a suo tempo.
Ed anche perché non vi è niente di spirituale o messianico nell'eccessivo surplus della Germania, ovvero il core del problema europeo.
Pur scremando l'inevitabile tasso di idiozia, ottusità e fellonia di alcuni dei protagonisti di questa difesa campale dell'indifendibile, c'è troppo accanimento nel negare l'evidenza, troppa tenacia nel difendere il modello unico al quale adeguarsi democraticamente pena la morte ed è difficile pensare che sia colpa del dilagare di una nuova patologia neurologica: quella che lede ai malcapitati la capacità di unire i puntini.
Devono per forza essere spinti da qualcosa di più potente della fede, di più collante dell'ideologia e di più forte di qualunque forza di interazione fisica. C'è una sola cosa che risponde a questi requisiti: l'incentivo monetario.

Gli indizi dell'esistenza di una sistematica opera di corruzione delle politiche nazionali ad opera delle élites continentali rappresentanti i paesi più forti, tramite le loro divisioni finanziarie ed industriali, come sostituto delle vecchie guerre guerreggiate a colpi di cannone, stanno accumulandosi fino a diventare prove.
Vi sono dati che indicano un aumento della percezione di corruzione in Europa dall'introduzione dell'euro. La corruzione è più forte nei paesi periferici che maggiormente stanno patendo la crisi.  Vi sono stati il caso Siemens e quello dei sottomarini venduti alla Grecia dove la Germania non è parsa poi così casta come vorrebbe far credere la sua propaganda ("ta noi non c'è la korruzione che c'è in Italien" piagnucolano con il ditino alzao i PillerGümpel sulla Deutscher Fernseh-Rundfunk) ed è ormai noto che, anche in casa propria, i sindacati locali accettarono a suo tempo di introdurre le famigerate riforme del lavoro atte ad applicare la deflazione salariale al posto della svalutazione, grazie ad una sistematica opera di corruzione della sua classe dirigente da parte del complesso industriale, ottenuta anche attraverso i classici mezzucci delle donnine e dello champagne.
Dietro alla privatizzazione anni fa del trasporto ferroviario tedesco, come ha documentato Günter Wallraff nel suo ultimo libro, c'è stata più corruzione che nella Gotham City di Batman. Come ovunque si siano applicate privatizzazioni associate a deregulation, per altro.

Insomma, la mia provocazione di oggi è: non sarà che, nel quadro dell'applicazione della shock economy in Europa, il Centro, o meglio la Germania, ha investito capitali nell'opera di acquisizione delle classi dirigenti dei paesi periferici per, in sostanza, annetterseli in seguito con comodo grazie ai servigi dei venduti e che è questa la vera corruzione della quale bisognerebbe parlare?

L'arma di dominio assoluto, l'equivalente delle testate nucleari della nostra infanzia è una moneta simboleggiata da uno sgorbio ed avvolta in una mitologia messianica.
E' questa la terza guerra mondiale, o meglio la Grande Crociata contro le classi medie e i poveri. Il denaro, come sterco delle élites, ha sostituito le armi convenzionali, che vengono riservate a quei pochi selvaggi del terzo e quarto mondo che ancora insistono a non voler cedere le proprie materie prime con le buone.

Altro indizio che comincia ad assomigliare pericolosamente ad una prova: come mai i più accaniti difensori del mercantilismo tedesco, i collaborazionisti, sono gli unici che avrebbero potuto impedirne l'avanzata, denunciando l'impianto reazionario dell'Operazione Euro,  e sto alludendo ai cosiddetti difensori delle classi deboli?
Una cosa è certa. Quando l'attuale élite cederà di schianto, se non sarà riuscita a cambiare rotta o a cooptare completamente chi vi si oppone, e indovinate con quali mezzi, saranno spazzati via anche coloro che vent'anni fa si illusero di essere stati risparmiati.
Non c'è bisogno di fare nomi, sappiamo tutti a chi mi riferisco. A coloro che, per citare il caso italiano, accettarono, pur di non mollare l'osso, i probabili patti innominabili e hanno da allora governato il ventennio in duplex con i nuovi gestori facendo finta di opporvisi per un tipo di calcolo che solo ora cominciamo ad inquadrare nitidamente.

Sotto le macerie potremmo scoprire che, come la Guerra Fredda cominciò prima della fine della Seconda Guerra Mondiale e ne condizionò profondamente l'esito; così, culminando nell'applicazione della moneta unica senza i necessari prerequisiti e non a caso ma secondo uno scopo ben preciso di restaurazione elitaria, il progetto reazionario che ridisegnò l'Europa negli anni '90 si insinuò in Italia nel conflitto tra prima e seconda repubblica, condizionando la fine dell'una e disegnando l'architettura dell'altra.
Da un lato nel senso della prima ondata anni 90 di privatizzazioni-dismissioni di un patrimonio pubblico falsamente descritto come di nessun valore ma in realtà fondamentale per il mantenimento della nostra sovranità economica che ora sta giungendo alla seconda fase.
Dall'altro per il riciclo di salvati dallo tsunami di Tangentopoli ed il loro traghettamento nel nuovo corso. Salvataggio non gratuito ma dietro la promessa di non disturbare i nuovi manovratori interni ed esterni. Soggetti ai quali si sarebbe sempre potuto ricordare uno scomodo passato che non sarebbe stato condonato una seconda volta e che per questo motivo ora insistono nel difendere un bastione che oramai solo loro difendono. Perché è l'unico modo per sopravvivere senza essere ricacciati nelle notti e nebbie del secolo scorso con un piolo nel petto.
Ora che la fortezza sta crollando qualcuno inizia a smarcarsi. Niente paura. Di loro si occuperà la Storia, che prima o poi riesce sempre a riscuotere il dovuto, sempre a proposito di denaro e di debito. Agli altri penserà il surplus, che non perdona.

P.S.  Spiegazione del latinorum.

lunedì 24 dicembre 2012

Psichiatria antidemocratica


Parliamo sempre male della televisione ma almeno domenica si è comportata da servizio pubblico e da elettrodomestico utile. Dopo la conferenza stampa di fine anno di Monti e l'intervento di B. nel contenitore pomeridiano di Raiuno, ci ha indicato i primi due leader da gettare subito nel cassonetto degli invotabili. L'uno per raggiunti limiti di decenza, l'altro perché non sarà con un'agendina striminzita messa sotto l'albero che ci farà dimenticare le porcate da serial liberisti compiute dai ministri del suo governo "tenico", come dice il suo antagonista (vero o finto?) B.

La mattina, in diretta, abbiamo ascoltato il Salvatore, il neo Uomo della Provvigione, il Professor Monti, discettare di "interlocking directorships" tra messaggini massonici, allusioni che volevano inutilmente imitare l'inarrivabile genio di Andreotti, e infine tirate di giacchetta al povero De Gasperi, sempre nominato invano da chiunque occupi la cadrega di Palazzo Chigi e miri ad intortare il popolo democristiano.
Riassunto della conferenza: "E' tutta colpa del governo passato, non mi hanno lasciato lavorare. Però ho salvato l'Italia. Se mi candido? Vedremo. (Ambizioso come sono Palazzo Chigi non mi basta)."
Non è mancato il millantato credito: "Lo sapete che in USA stanno cercando di fare ciò che ha fatto l'Italia quest'anno?", riferendosi al fiscal cliff.  Bocconians uber alles. E poi alcune affermazioni che gridano vendetta, pronunciate senza che il poligrafo muovesse un pennino, come l'asserzione che le banche non hanno avuto aiuti di Stato (dimenticando i Monti bond di cui usufruirebbe per un quinto del gettito delll'IMU Monte Paschi Siena) e quella veramente vergognosa della lamentazione circa i supposti "sacrifici personali ed economici suoi e dei suoi ministri" per quest'anno di governo. Robespierre avrebbe detto: "Aristocratici di merda."


Nel pomeriggio, nel salotto di Giletti su Raiuno, B. ha tentato di rinverdire i fasti del grande comunicatore di una volta ma la rentrée da pugile suonato è andata a finire come da copione. Le ha buscate perfino dal conduttore, una cosa impensabile solo un anno fa. Stizzito dalle continue interruzioni del suo monologo dove stava sciorinando tutte le cifre che si era imparato a memoria, incalzato dal Giletti, pensate, ha minacciato di alzarsi ed andarsene, ha fatto la primadonna in una, io credo, di quelle clamorose liti fasulle tipicamente televisive.  L'unico modo conosciuto per far uscire dal coma postprandiale lo spettatore della domenica e mettere un po' di pepe nella ribollita del "vi tolgo l'IMU" e panzane assortite.
Per il resto, forse sta studiando da antieurista perché ha perfino citato Paul Krugman, che chissà se distingue da Freddy Kruger. E poi il solito "ho fatto questo, ho fatto quest'altro, gli altri non hanno mai lavorato in vita loro". Tanto meno Monti che è professore, dunque nullafacente, secondo B. Ci ha risparmiato, per fortuna, il Milan che ha vinto di più al mondo.

Per entrambi i personaggi, siamo comunque nelle paludi psichiatriche dove finiscono coloro che si smarriscono nei fumi dell'oppio del potere. Niente di strano, pare che i  governanti siano tutti disturbati mentali più o meno gravi. Il potere non logora solamente, a quanto pare brucia proprio il cervello.
Se B. sente voci che lo invitano a tornare e Monti sente una vocina che gli consiglia di non candidarsi - quindi condividono pure le stesse allucinazioni - per il resto sono entrambi affascinati dalla menzogna, afflitti da un ego ipertrofico e da una smisurata ambizione che ha sempre bisogno di millantare successi, spesso inesistenti. La differenza principale tra i due, comunque, è che B. è il matto, Monti il pazzo lucido.

Berlusconi è il matto un po' molesto, il disinibito frontale, quello che dice sconcezze e tocca il culo alle infermiere. E' quello che urla, si incazza, e che tende a recitare sempre una parte, comica o drammatica che sia. Conoscendolo è abbastanza gestibile perché, tutto sommato, prevedibile se pungolato sulla monomania sessuale.
Monti preoccupa di più invece perché in un'ora e più di conferenza non gli ho visto né sentito esprimere mezza emozione, nemmeno di quelle base in dotazione anche agli androidi giapponesi. Ha mantenuto sempre quella voce metallica, inespressiva, monocorde, anaffettiva, che parla solo di soldi e che farebbe sospettare la diagnosi di sociopatia, la patologia di chi non proverà rimorso per le proprie azioni negative.
Una qualità senz'altro auspicabile per il prossimo presidente del consiglio, non credete?

domenica 23 dicembre 2012

La mossa del Palio d'Italia


Siena è di moda. Non solo a causa del suo Monte Paschi, del quale siamo diventati finanziatori a nostra insaputa ma soprattutto perché in questi ultimi giorni la politica nazionale sta cominciando ad assomigliare sempre più alla mossa del suo celebre Palio, assorbendone le dinamiche e i modelli comportamentali.

L'avete visto tutti almeno una volta in televisione, se non dal vivo nella Piazza del Campo. Uno per uno, i dieci fantini delle contrade sorteggiate a disputare il Palio vengono chiamati a schierarsi dietro al canape della linea di partenza. L'ultimo ad essere chiamato partirà di rincorsa, dietro a tutti gli altri. 
Avrete notato che questa operazione, la mossa, viene ripetuta per molte volte prima che la gara possa iniziare. Se uno solo dei cavalli non è in posizione, il mossiere rimanda tutti fuori e si ricomincia con la chiamata. Due, tre, fino a dieci volte e più. Non c'è un limite se non alla sopportazione di chi, da non senese, non riesce ad apprezzare la bellezza di questa manfrina.

Degli amici senesi mi spiegarono come funziona la mossa e perché sembra quasi impossibile riuscire a far finalmente partire una decina di cavalli imbizzarriti ed ingovernabili, guidati da fantini altrettanto incontrollabili.
La mossa, nonostante sia regolata da norme, ne prevede l'assoluta inadempienza. Tutto è lecito in quei momenti.
I fantini si agitano e non rispettano volutamente la posizione assegnata, aiutati da cavalli parecchio alterati se non a volte strafatti; parlottano tra loro, si spingono, si danno di nerbo, si insultano e soprattutto contrattano. Pare che in quei concitati momenti prima della mossa, girino soldi, molti soldi. Ogni fantino ha un budget messo a disposizione dalla sua contrada per comperare avversari e consolidare alleanze. Perché quando la fiasca decide l'ordine di partenza, accanto potrai ritrovarti la contrada amica o quella nemica. Il tuo fantino potrà scegliere tra lealtà e tradimento. Se rispettare i patti o farsi convincere dagli avversari.
In ogni caso, e questo è il bello della gara, una volta superata la mossa, le strategie, i tradimenti e i colpi bassi, non contano più. Contano i cavalli e la bravura dei fantini a superare gli ostacoli e ad arrivare in fondo ai tre giri di campo. Il risultato finale rimane governato dal caso, dal grado di inclinazione con il quale il cavallo affronterà la curva di S. Martino.

La politica italiana e il Palio di Siena. Mi candido, non mi candido. Ovvero, entro o non entro dietro al canape; posso e voglio stare a fianco di quello o no? Se entri tu allora esco io. Quello mi spinge, l'altro mi prende a nerbate. Allora non mi candido e si ricomincia, perché gli altri, per decidere cosa fare stanno aspettando la tua mossa.
C'è il drappo in palio, appunto, ma potrebbe esserci qualcosa di più concreto, che vale tutto l'anno e gli anni a venire e non solo i pochi frenetici minuti della gara al massacro. L'equivalente delle strategie durante la mossa, appunto, che probabilmente governano la città di Siena per tutto l'anno successivo. Tanto per essere chiari: Monti corre per il Palio delle elezioni o per il settennato al Quirinale? 
Ecco, la retrocessione al Medioevo dell'Italia passa anche attraverso la riduzione a disfida tra contrade della cosa pubblica. Sperando che dopo il Medioevo ci sia di nuovo un Rinascimento e non ancora un balzo all'indietro nella preistoria delle clave.

Nella mossa che precederà le prossime elezioni, ci sono contrade amiche e nemiche ed altre che fingono di esserlo. Ci sono cavalli dopati, cavalli bolliti, cavalli sopravvalutati e quelli che dopo aver vinto una gara non hanno vinto più nulla. C'è quello che è già predestinato a spezzarsi la zampa alla curva del Casato e quello che farà l'exploit, la giovane promessa. 
Forse si rispetteranno le regole e forse no. A differenza della gara di Piazza del Campo, questo è un gioco che coinvolge un continente, se non il mondo intero, non una città. Anche qui girano soldi, ma molti di più di quelli che può intascarsi il più scafato dei fantini e più di quanti possiamo immaginare. 
Mi candido, non mi candido. Forse mi candido se si candida lui e se non si candida quell'altro, ma quell'altro sta aspettando che non si candidi quello così non mi candido io. E noi siamo solo spettatori, come quelli del Palio vero.

martedì 20 novembre 2012

La guerra dei vent'anni


Tra il 1992 e il 2012 c'è un ventennio, un lasso di tempo che è sempre stato funesto per l'Italia. Di questo ventennio si ricorda soprattutto la parte eclatante, caciarona, tutta lustrini e paillettes, che è il berlusconismo, oramai in fase agonica. Ne parleremo più avanti.
Poi c'è una parte nascosta e poco nota ma che i fatti accaduti nell'ultimo anno, grazie ad alcune parole magiche come privatizzazioni, riforme e governo tecnico, che vanno ad illuminare i neuroni giusti nella memoria, mette a posto gli ultimi pezzi del puzzle. E pensare che i pezzi erano lì, in mezzo agli altri, ma un curioso neglect percettivo ce li nascondeva tra altri più grossi e colorati, con vistosi attributi sessuali. Il sesso come massimo distrattore dell'umanità. Noi psicologi lo sospettavamo.

Occorre quindi ritornare all'anno di partenza di questo ventennio, il 1992, per raccontare tutta la storia. 
Nel 1989 era caduto il Muro di Berlino, un elegante eufemismo per sottintendere che il capitalismo aveva fatto il cappottino di legno al comunismo. Di lì a poco i paesi dell'Est si sarebbero avviati verso un radioso futuro di liberismo, in braccio ad oligarchie mafiose, multinazionali straniere rapaci e governi corrotti esattamente come erano corrotti i burocrati e funzionari del partito. La corruzione non è altro che il modo più a buon mercato che i potentati economico-finanziari utilizzano per comperarsi la politica ed i suoi uomini - in fondo la maggior parte di loro si accontenta di figa e denaro - e, come tale, esiste naturalmente in tutto il mondo, anche se sembra che solo noi abbiamo la castacorruzzzionebrutto. In America, per esempio, la chiamano attività di lobby ma la sostanza è la stessa. Yakuza, Triadi, Vory, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, sono solo le forme più pittoresche e presto demodé di attività criminali  globalizzate che stanno diventando sempre più impalpabili e virtuali. Dove non c'è più bisogno di piazzare la carica d'esplosivo affettuosa per l'avvertimento d'ordinanza ed eliminare i Tattaglia e i Sollozzo ma basta un computer e un certo numero di addetti alla compravendita di titoli, tossici o no che lo prenderanno come un appassionante videogame. Il panico sparso in Borsa fa più paura ed è più pericoloso del gas nervino. A proposito, anche vent'anni fa tutto cominciò per il nostro paese con un attacco finanziario. Ma andiamo per ordine.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, quindi, il capitalismo sente di poter sferrare l'attacco finale, di potersi aggiudicare la Guerra di Classe per ko tecnico dell'avversario. Via allora ogni residuo di keynesismo piagnone e mano libera al mercato psicopatico liberista che, tu credi si autoregoli, ma invece, una volta sguinzagliato, si mangia le risorse senza lasciare neppure le briciole, come un orrendo Pacman in modalità God e FullAmmo.
In Italia nel '92 ci sono i partiti, che mangiano come hanno sempre mangiato. Si mangiava anche durante il fascismo. Ecco però l'ideona. Facciamo notare agli italiani che i partiti rubano, attiriamo la loro attenzione, scateniamoglieli contro, forniamogli le monetine da lanciare. Un bel gioco divertente. Per carità, i giudici ricevono denunce e procedono come da codice penale, fanno le loro inchieste e scoperchiano verminai di corruzione e ladrocinio con grande dedizione ma, sotto sotto, questa è in gran parte un'operazione di copertura. Un bel telefilm giudiziario che appassiona gli italiani più del vecchio Perry Mason e li tiene occupati mentre qualcuno svuota la cassaforte. Perché questa è la storia della rapina dei due secoli.
La partitocrazia viene spazzata via da Mani Pulite e siamo tutti pronti per una svolta, per un paese migliore, per la Seconda Repubblica. Ci vuole un periodo di transizione, però, con qualcuno che, da esperto e saggio, rimetta insieme i cocci e soprattutto i conti in attesa di un nuovo distrattore. Ecco comparire per la prima volta i famosi governi tecnici. Vi ricorda qualcosa, vero? Ma certo.

Nel 1992 avviene un curioso convegno a bordo dello yacht della regina Elisabetta, il Britannia. Il gotha della finanza internazionale, sempre affamato di asset convoca un po' di sudditi italiani e chiede loro cos'hanno intenzione di fare con le privatizzazioni. Perché questo interessa a chi detiene il potere economico: la robba. Dove il liberismo è finora passato, tutti i beni appartenenti allo stato, ovvero alla collettività, sono stati svenduti - dai politici locali comprati a soldi, figa ed illusione di potere - a multinazionali, banche e gruppi finanziari, chiamandole con il nome fascinoso di privatizzazioni. E' il nuovo imperialismo. Niente costose e pericolose invasioni, operazioni Barbarossa o Overlord a furia di eserciti di fantaccini e mezzi da sbarco.
Facciamo un esempio. Un fondo angloamericano vuole papparsi, che ne so, l'ENI? Ci si affida ai propri agenti sul posto e, se la classe politica degli indigeni fa la riottosa, gli si scatena contro i bravi della finanza. Questa fusione non s'ha da fare.
Si crea una crisi economica, si obbliga il paese ad una serie di "riforme", ovvero a smantellare stato sociale e controllo di legge sul mercato.

Nel 1992 lo spauracchio era la svalutazione susseguente all'uscita dallo SME e la paura di non essere più parte dell'Europa. Vi ricorda qualcosa, vero?
Ecco i primi governi tecnici: di Ciampi, Amato, di Prodi il professore. Hai detto professore?
Soros, con le sue armi finanziarie, scatena un attacco senza precedenti contro la lira e Amato, nottetempo, è costretto, poraccio, a prelevare il riscatto dai conti correnti degli italiani. Uno scherzo da 11.500 miliardi. Io non ricordo benissimo ma mi pare che anche allora ci dissero che era per il nostro bene, per rimanere in Europa, al passo con gli altri, per continuare a fare i fichi nei salotti buoni.
E le privatizzazioni? Ci penserà un personaggio che oggi conosciamo meglio, come attuale capo della BCE: Mario Draghi. Il Draghi che con S. Giorgio è la morte sua.
Draghi, per dieci anni circa, fino al 2001, si incarica di svendere alla finanza internazionale quasi tutto il patrimonio dell'industria statale italiana, quella che in altri tempi aveva rappresentato la nostra versione di miracolo economico. Con Mattei che si rivolta nella tomba.
Un liberista, un Giannettaccio, a questo punto direbbe: "Erano carrozzzzzzoni statalkeynesianopopulisti fonte di sprechi, corruzzzione e vecchiume". Beh, a vent'anni di distanza non mi pare che le nostre bollette di gas, luce, telefono e servizi siano drammaticamente dimagrite grazie alla maggica concorrenza del mercato autoregolantesi ma siano andate sempre più crescendo. Siamo fortunati che non siamo costretti a farci piombare, per indigenza, il telefono come gli argentini dei tempi delle privatizzazioni di Menem.

Finita la prima tranche di privatizzazioni, Mario Draghi torna della tana di Goldman Sachs - uno dei beneficiari delle svendite 3x2 - alla faccia del conflitto di interessi, con un incarico di prestigio.
Ottenuto quello che volevano come acconto, i poteri economico finanziari ormai senza freni ci lasciano un'idea mirabolante, l'aggancio a cambio fisso con una nuova moneta, l'Euro, una figata. Un altro grande classico del liberismo. L'anello per soggiogarli e nel buio incatenarli.
I tecnici, che poi con Prodi diventeranno politici, addirittura de sinistra, rappresentati da simboli miti come l'Ulivo, ci condurranno nel trappolone dell'Euro. Perché non se ne può fare a meno, perché svalutare ormai è brutto brutto e da cafoni. Quel che restava della nostra sovranità nazionale, già compromessa da decenni di sottomissione imperiale, cominciava definitivamente a svanire, come i fratelli di Marty McFly nella fotografia.

Tornando ai primi anni novanta. L'Italia è passata attraverso stragi, assassinii di giudici in lotta con la mafia, rivoltoloni politici di vario genere ed è finalmente pronta per un periodo di tregua armata, anche perché questa volta bisogna avere i conti in ordine ed entrare nell'Euro, come abbiamo visto. Si individua un soggetto adatto ad incantare 50 milioni di serpenti, un fenomenale pifferaio magico, molte chiacchiere e un'allergia congenita ai distintivi.
Silvio Berlusconi, l'uomo che si è fatto dal nulla, il Re Minkia che muta le televisioni in oro. Gli italiani, felici di aver ritrovato un Duce a sessantaquattro denti e altrettanto brevilineo, lo votano entusiasti e se ne fanno governare, offrendo in solazzo al sire pure le figlie vergini, per quasi vent'anni.
Poi, nel 2011 qualcosa si rompe e chi si interessa di trame alla John LeCarré comincia a capire che questa volta faranno veramente le scarpe a B., nel frattempo rincoglionitosi dietro a fichette sempre più giovani che lo distraggono dagli affari personali che ha sempre anteposto all'interesse collettivo. Lo scandalo sessuale, suvvìa, non è cosa nostra, è roba anglosassone. (Io ho sempre pensato che si sia definitivamente autofottuto quando fece quella caciara in presenza di Betty). B. inoltre ostenta amicizie pericolose, frequenta gente sulla lista nera imperiale, doppiogiochisti e amiciputin. Non è escluso che abbia voluto avvicinarsi a zone proibite, ad interessi energetici che, per un italiano, è sempre fatale occhieggiare. Qualche intrallazzo di troppo con i russi e il gas, chissà. In ogni caso, come agente ormai è bruciato.

Nel 2011 inizia la fase due, quella iniziata con l'acconto del 1992 e ora giunta alla stagione dei saldi. E' la seconda fase dello shock liberista e, per chi ha avuto possibilità di arricchirsi oltre ogni limite,  l'obiettivo è l'Eurozona.
Viene scatenato un nuovo attacco finanziario ma questa volta l'attacco colpisce interi paesi: dall'Irlanda alla Grecia, dalla Spagna all'Italia. Il nuovo spauracchio è lo spread, ovvero la dimostrazione che l'Euro è stato il passo più lungo della gamba e che la Germania vuole vincere facile. Ogni giorno lo spread diventa più minaccioso, ci terrorizzano con scenari di corralitos, assalti agli sportelli e gogna collettiva degli italiani pigri e mangiaspaghetti sulla piazza di Bruxelles. Berlusconi, abilmente lavorato ai fianchi da sapienti nipotine di Mubarak, cade definitivamente in disgrazia. Prova a resistere ma, dopo l'ennesima offerta che forse non poteva rifiutare, si dimette.
Ora qualcuno comincia già a dire che, quando c'era lui caro lei, e lui stesso prova a rivendersi come l'unico che può difendere l'interesse nazionale. Tenta addirittura qualche incursione antieuro assieme alla Lega, che però è troppo invischiata nelle mollezze del potere per fare veramente sul serio. Sui libri di storia che i nostri nipoti studieranno ci sarà scritto che B. era un imprenditore che fu messo a capo dell'Italia per presidiare il territorio, una specie di proconsole. Poi, invece di governare, a causa della sua ricattabilità ed incapacità congenita di evitare il fallimento come imprenditore, trascurò i suoi doveri e si occupò solo dei suoi interessi, paralizzando il suo paese in una Mirabilandia fatta di superficialità e totalmente incapace di crescere.

Nel fatal novembre, dunque, da un giorno all'altro, ci fanno credere, si forma un governo affidato ad una specie di genio della lampada, un professore della Bocconi (mecojoni), nientepopodimeno che Mario Monti. Governo formato da gente con carriere avviatissime, tutti pezzi da novanta che, da un giorno all'altro, decidono di piantare baracca, università e burattini, senza nemmeno un "lasciami una settimana per pensarci" e vanno a fare i ministri nel Pronto Soccorso Italia, con un malato terminale che tutti danno per spacciato. La presa della Bastiglia Italia senza sparare un colpo, con l'aiuto fondamentale, pensate, di un vecchio comunista. Roba che nemmeno dei fratelli Grimm strafatti di LSD.
Azzerato il nano ed insediatisi al potere, i tecnici che fanno? Cominciano a piazzare le cariche per la demolizione controllata dell'economia italiana. Si preparano nuove privatizzazioni, la definitiva dismissione degli ultimi brandelli di proprietà statali, le ultime perle e catenine di famiglia rimaste dopo la cura Draghi: Finmeccanica, la Snam che diventa Sgnam Sgnam. Senza parlare degli italiani, sottoposti ad una cura da Cavallo (nel senso del famigerato ministro dell'economia ultraliberista argentino) che culminerà nella patrimoniale ai danni dei ceti mediobassi, nella riduzione progressiva del welfare e in un impoverimento generalizzato delle classi meno protette.

Mario Draghi è ormai assiso sul trono della BCE e da lassù sovrintende benedicendo urbi et orbi con la preghiera "O Euro benedetto, irreversibile tra le monete, che tu sia lodato tra le divise."  Ad un anno di distanza dal golpe finanziario con il silenziatore un grafico dice più di mille parole. C'è da stare proprio allegri.

(grazie a Stefano Bassi)
Vent'anni quindi. Vent'anni per disfare quanto di buono era stato fatto da un'Italia affatto fannullona ma creativa ed operosa, ora ridotta all'impotenza. Distruggere l'economia per ingrassare una finanza fatta di puro denaro. Lo diceva perfino la buonanima di Cossiga. Un patrimonio di cinquant'anni di benessere che ora, dicono, "non possiamo più permetterci perché abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi". Un'affermazione che ha meno valore di una pura opinione personale e per giunta interessata.

Ho raccontato un romanzo criminale, una storia con pochi eroi, molti vigliacchi traditori e tante vittime innocenti. Una storia che, a meno di una qualche intuizione per trovarne una via d'uscita, rischia di impantanarci nel suo incantesimo, in un maleficio di povertà e regresso per gli anni a venire. Gli anni peggiori della nostra vita.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...