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sabato 10 gennaio 2015

Apocalypse Tomorrow


Non è il Vietnam ma la periferia di Parigi. Sono i momenti della caccia all'uomo ingaggiata grazie ad un impressionate dispiegamento di mezzi e di uomini (chi dice 80.000, chi 200.000) per la cattura dei terroristi che, poche ore prima, avevano assaltato la redazione di Charlie Hebdo e un supermercato kosher provocando numerose vittime e feriti.
In serata, un sondaggio mediante televoto su Sky chiedeva agli italiani :


Ecco, questo è il punto. Il centro di tutto. Questa domanda rivolta ad un enorme platea di potenziali vittime è rivelatrice di cosa può nascondere questo attacco al cuore dell'Europa. Niente di misterioso in quanto trattasi di puro business, quanto di più prosaico si possa immaginare. 
E' che voi, lasciandovi suggestionare dalla mitologia del terrorismo islamico, quando perfino Hamas ha preso le distanze dai fratelli Kouachi, non riuscite nemmeno ad intravvedere il colossale affare che si nasconde dietro alla guerra al terrorismo.
Come dicevo nel post precedente, chi è stato conta fino ad un certo punto. Terroristi esperti o tagliagole poco professionali da sacrificare, come suggeriscono esperti militari, non importa. Il tocco da fotoromanzo della coppia di Bonnie & Clyde versione interracial è solo fuffa per i Fuffington Post, come il momento pythoniano involontariamente esilarante dei reparti speciali francesi che hanno problemi con le collinette erbose (c'è ancora molto da lavorarci, mes amis.) 
Quella che è documentata dalle immagini a corredo di questo post è stata in un certo senso una gigantesca esercitazione, atta soprattutto ad épater les bourgeois, a stupire ma anche a terrorizzare e scioccare la popolazione. Francese in questo caso ma prossimamente anche italiana o tedesca o europea in generale. Eurogendfor is coming to town.

Il nostro futuro sarà un mix tra Elysium e Minority report. Cittadelle iperprotette, zone rosse all'insegna del segregazionismo al contrario per i ricchi, che saranno sempre più ricchi e bianchi meno numerosi ed enormi circondari in preda alla micro e macro criminalità, sovrappopolati da un meticciato forzoso di cittadini terrorizzati, dove se vorrai essere difeso dovrai pagare una vigilanza privata. Se mentre si delegittima e depotenzia lo Stato come istituzione primaria di controllo, si depotenziano o smantellano le polizie nazionali e statali, ciò può solo significare che le si vuole sostituire con milizie private formate da contractors superaddestrati. I quali, nei confronti della delinquenza che affligge i clienti, dovranno avere mano libera, per poter offrire un servizio al top. I delinquenti li faranno semplicemente sparire, come facevano gli squadroni della morte in Sudamerica, e noi saremo tanto contenti di poter lasciare di nuovo la porta aperta. Non che dovremo considerarci comunque al sicuro. Queste polizie sovranazionali saranno preposte anche alla repressione delle ribellioni che la divaricazione tra immensamente ricchi e disperatamente poveri ed impoveriti renderà ad un certo punto inevitabili. Sapete come va: prima vennero a prendere gli zingari, poi vennero a prendere noi che avevamo osato criticare questo meraviglioso mondo dell'iperliberismo. Non vi ricorda qualcosa tutto questo? Il film, o meglio il trailer, l'avete già visto infatti in un caldo luglio del 2001 a Genova, l'anno in cui cominciò questa guerra.

Ricordate "Robocop" a Genova 2001? Non gli assomiglia questo agente francese?
Così, e solo per colpa dei fratelli terroristi (o di chi per essi), la Francia si è trovata militarizzata di tutto punto, con migliaia di Robocop sguinzagliati per le strade, scesi dal cielo da elicotteri neri ad evacuare i bambini dalle scuole? Ripeto, nulla avviene per caso. Coltivando il seme della guerra e della catastrofe e trovando il modo di prosperare da essi, il terrorismo prima o poi si manifesta anche senza bisogno di particolari cospirazioni. Ciò che conviene al potere prima o poi accade. E se c'est la guerre qui fait l'argent, è ancora più probabile.



Tranquilli bambini, questi sono i buoni.


Ricordavo di aver letto qualcosa circa l'importanza strategica futura dell'industria della sicurezza. Infatti l'ultimo case study di "Shock Economy" di Naomi Klein intitolato "Perdere l'incentivo alla pace" è dedicato ad Israele e della sua personale implementazione dell'economia dei disastri. Una lettura interessantissima che vi propongo quasi integralmente.

"[Dopo il crollo dell'economia dot.com nel 2000, le principali aziende israeliane, soprattutto le trecento prossime alla bancarotta, dovettero trovare una nuova nicchia nel mercato globale.]
Il governo israeliano però intervenne tempestivamente con un sostanzioso aumento del 10,7 per cento nella spesa militare, parzialmente finanziato attraverso tagli ai servizi sociali. Il governo, inoltre, incoraggiò il settore tecnologico a spostarsi dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione verso la sicurezza e la sorveglianza. In questo periodo, le Forze di difesa israeliane svolsero il ruolo di incubatore di imprese. I giovani soldati israeliani sperimentarono sistemi di network e apparecchiature di sorveglianza mentre svolgevano il servizio militare obbligatorio, per poi trasformare le loro scoperte in piani di business quando tornavano alla vita civile. Furono avviate molte nuove imprese, specializzate in qualsiasi cosa, dal data mining alle telecamere di sorveglianza, al profiling dei terroristi. Quando il mercato per questi servizi e apparecchi esplose, negli anni successivi all'11 settembre, lo Stato israeliano adottò apertamente una nuova ideologia economica nazionale: la crescita generata dalla bolla delle dot.com sarebbe stata rimpiazzata da un boom della sicurezza interna. Era un'unione perfetta tra i falchi del partito Likud, con la sua radicale fedeltà all'economia della Scuola di Chicago, incarnata dal ministro delle Finanze di Sharon, Benjamin Netanyahu, e il nuovo capo della banca centrale israeliana, Stanley Fischer, artefice delle avventure di shockterapia del FMI in Russia e Asia.
Nel 2003, Israele stava già recuperando a gran velocità, e nel 2004 il Paese sembrava aver compiuto un miracolo: dopo il drammatico crollo, stava ottenendo risultati migliori di quasi ogni altra economia occidentale. La crescita era dovuta in gran parte all'accorto posizionamento di Israele come una sorta di centro commerciale per le tecnologie di sicurezza interna. Il tempismo era perfetto. I governi di tutto il mondo avevano improvviso e disperato bisogno di strumenti per dare la caccia ai terroristi, oltre che di conoscenze esperte per l'intelligence nel mondo arabo. Sotto la guida del partito Likud, lo Stato israeliano si presentò come uno showroom per gli ultimi ritrovati in fatto di sicurezza nazionale, dall'alto dei propri decenni di esperienza nella lotta alle minacce arabe e musulmane. Lo slogan che Israele declamava al Nordamerica e all'Europa era semplice: la Guerra al Terrore nella quale vi state imbarcando è una guerra che noi combattiamo da sempre. Le nostre aziende high-tech e agenzie di spionaggio private vi mostreranno come si fa.
Da un giorno all'altro, Israele divenne, nelle parole della rivista "Forbes", "il Paese a cui rivolgersi per le tecnologie antiterrorismo". Ogni anno a partire dal 2002 Israele è stato sede di almeno mezza dozzina di grossi convegni sulla sicurezza interna, con la partecipazione di legislatori, capi della polizia, sceriffi e amministratori delegati provenienti da tutto il mondo, e in continua crescita anno dopo anno. Mentre il turismo tradizionale risentiva dei rischi per la sicurezza, questa specie di turismo controterroristico ufficiale riuscì in parte a colmare la lacuna.
Durante uno di questi convegni, nel febbraio 2006, pubblicizzato come "un tour dietro le quinte della battaglia [di Israele] contro il terrorismo", delegati dell'Fbi, della Microsoft e dell'agenzia per i trasporti pubblici di Singapore (tra gli altri) visitarono le più popolari attrazioni turistiche di Israele: il Knesset, il Monte del Tempio, il Muro del pianto. In ciascuno di questi luoghi, i visitatori esaminarono e ammirarono i sofisticati sistemi di sicurezza per capire come avrebbero potuto implementarli in patria. Nel maggio 2007 Israele ospitò i direttori di parecchi grandi aeroporti americani, che frequentarono seminari su come riconoscere i passeggeri aggressivi e sulle tecniche di screening usate all'aeroporto internazionale Ben Gurion vicino a Tel Aviv. Steven Grossman, capo dell'aviazione all'aeroporto internazionale di Oakland, in California, spiegò di essere lì perché "la sicurezza degli israeliani è leggendaria". Alcuni degli eventi furono macabri e teatrali. Alla Conferenza internazionale sulla sicurezza interna del 2006, per esempio, l'esercito israeliano mise in scena un'elaborata "simulazione di un disastro con molte vittime, originatosi nella città di Ness Ziona e conclusosi nell'ospedale di Asaf Harofeh", stando agli organizzatori.
Queste non sono conferenze di alta politica, ma fiere di settore estremamente redditizie, progettate per dimostrare la bravura delle aziende israeliane nel settore della sicurezza. Di conseguenza, le esportazioni israeliane di prodotti e servizi antiterrorismo aumentarono del 15 per cento nel 2006 e fu prevista una crescita del 20 per cento nel 2007, per un totale di 1,2 miliardi di dollari all'anno. Le esportazioni per la difesa del Paese nel 2006 raggiunsero il record di 3,4 miliardi di dollari (rispetto agli 1,6 del 1992) rendendo Israele il quarto più grande venditore d'armi al mondo, superando anche il Regno Unito. Israele ha più titoli azionari tecnologici sul Nasdaq - la maggior parte dei quali è legata alla sicurezza - di qualsiasi altro Paese, e ha registrato negli Stati Uniti più brevetti in questo settore di Cina e India messe insieme. Il suo settore tecnologico, in gran parte legato alla sicurezza, ora ammonta al 60 per cento di tutte le esportazioni.
Len Rosen, un importante banchiere d'investimento israeliano, disse alla rivista "Fortune": "La sicurezza è più importante della pace". Nel periodo di Oslo, "la gente cercava la pace perché la pace portasse crescita. Ora cercano la sicurezza così che la violenza non freni la crescita". Avrebbe potuto spingersi ben oltre: il business della fornitura di "sicurezza" - in Israele e in tutto il mondo - è direttamente responsabile di gran parte della vertiginosa crescita economica di Israele in anni recenti. Non è esagerato affermare che l'industria della Guerra al Terrore ha salvato la traballante economia israeliana, così come il complesso del capitalismo dei disastri aveva contribuito a risanare i mercati azionari mondiali.
Ecco un piccolo campionario dell'estensione di questa industria:
• Una telefonata al dipartimento di polizia di New York sarà registrata e analizzata con tecnologie create dalla Nice Systems, un'azienda israeliana. La Nice monitora anche le comunicazioni per la polizia di Los Angeles e per la Time Warner, oltre a fornire telecamere per videosorveglianza al Ronald Reagan National Airport di Washington, e a dozzine di altri clienti di spicco.
• Le immagini riprese nella metropolitana di Londra sono registrate su telecamere a circuito chiuso Verint, di proprietà del gigante israeliano della tecnologia Comverse. Le apparecchiature di sorveglianza Verint sono usate anche dal dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, dal Dulles International Airport di Washington, al Campidoglio e nella metropolitana di Montreal. L'azienda può vantare clienti in oltre 50 Paesi, e inoltre collabora con giganti come Home Depot e Target, per tenere d'occhio i loro dipendenti.
• Gli impiegati comunali di Los Angeles e Columbus (Ohio) portano con sé delle "smart card"
elettroniche per l'identificazione personale, realizzate dall'israeliana SuperCom, che può vantare come presidente del proprio comitato consultivo l'ex direttore della Cia James Woolsey, Un Paese europeo (rimasto anonimo) ha scelto la SuperCom per un programma nazionale di documenti d'identità; un altro ha commissionato un progetto pilota per i "passaporti biometrici": due iniziative estremamente controverse.
• I firewalls delle reti informatiche di alcune tra le principali compagnie elettriche negli Stati Uniti sono opera del gigante israeliano Check Point, anche se le società hanno preferito mantenere l'anonimato. Secondo l'azienda, "l'89 per cento delle imprese nella classifica Fortune 500 usa soluzioni Check Point per la sicurezza".
• In occasione del Super Bowl 2007, tutti i dipendenti dell'aeroporto internazionale di Miami furono addestrati a identificare "persone cattive, non solo cose cattive" con una tecnica psicologica detta
"riconoscimento degli schemi comportamentali", sviluppata dall'azienda israeliana New Age Security Solutions.L'amministratore delegato della società è l'ex capo della sicurezza all'aeroporto Ben-Gurion di Israele. Altri aeroporti che in anni recenti hanno appaltato alla New Age l'addestramento dei dipendenti nel profiling dei passeggeri sono quello di Boston, San Francisco, Glasgow, Atene, Heathrow a Londra e molti altri. I lavoratori portuali nel delta del Niger, martoriato dalla guerra, sono stati addestrati dalla New Age, così come gli impiegati del ministero della Giustizia dei Paesi Bassi, gli uomini di guardia alla Statua della Libertà e gli agenti dell'Ufficio antiterrorismo del dipartimento di polizia di New York.' '
• Quando il ricco quartiere Audubon Place, a New Orleans, stabilì di aver bisogno di una propria forza di polizia, dopo l'uragano Katrina, assunse la società privata israeliana Instinctive Shooting International.
• Gli agenti in servizio presso le forze dell'ordine federali canadesi, la Royal Canadian Mounted Police, sono stati addestrati dall'International Security Instructors, un'azienda con sede in Virginia specializzata nell'addestramento di militari e forze dell'ordine. La società pubblicizza la sua
"esperienza acquisita sul campo in Israele", i suoi istruttori sono "veterani delle task force speciali israeliane, come [...] le Forze di difesa israeliane, le unità della polizia nazionale israeliana per l'antiterrorismo e i Servizi generali di sicurezza (GSS o "Shin Beit")". L'elenco di clienti prestigiosi comprende l'Fbi, l'esercito americano, il corpo dei Marines, i reparti speciali della marina americana e la polizia metropolitana di Londra.
• Nell'aprile 2007, agenti speciali per l'immigrazione che lavoravano per il dipartimento della Sicurezza interna americano presso il confine con il Messico si sottoposero a un addestramento intensivo della durata di otto giorni organizzato dal gruppo Golan. Il gruppo è stato fondato da ex ufficiali delle forze speciali israeliane, e vanta più di 3500 dipendenti in sette Paesi.
"Essenzialmente, uniformiamo le nostre procedure al modello di sicurezza israeliano" spiegò Thomas Pearson, capo delle operazioni dell'azienda; il corso verteva su tutti gli aspetti: dal combattimento corpo a corpo al tiro al bersaglio a "essere davvero intraprendenti con il proprio Suv". Il gruppo Golan, che oggi ha sede in Florida ma sfrutta ancora le origini israeliane per il proprio marketing, produce anche macchine per i raggi X, metal detector e fucili. Oltre a molti governi e celebrità, tra i suoi clienti ci sono la ExxonMobil, la Shell, la Texaco, la Levi's, la Sony, la Citigroup e la Pizza Hut.
• Quando a Buckingham Palace ci fu bisogno di un nuovo sistema di sicurezza, fu scelto un progetto della Magai, una delle due aziende israeliane più attive nella costruzione della "barriera di sicurezza" in Israele.
• Quando la Boeing avvierà la costruzione degli "steccati virtuali" da 2,5 miliardi di dollari progettati per i confini degli Stati Uniti con il Messico e il Canada - comprensivi di sensori elettronici, aerei radiocomandati, videosorveglianza e 1800 torri uno dei suoi partner principali sarà la Elbit. La Èlbit è l'altra azienda israeliana coinvolta nella costruzione del controverso muro di Israele, "il più grande progetto edilizio nella storia di Israele", anch'esso costato 2 miliardi di dollari. 
 Mentre sempre più Paesi si trasformano in fortezze (mura e recinzioni ipertecnologiche sono in costruzione sul confine tra India e Kashmir, Arabia Saudita e Iraq, Afghanistan e Pakistan), le "barriere di sicurezza" potrebbero rivelarsi il più grande di tutti i mercati dei disastri. È per questo che la Elbit e la Magai non temono la propaganda negativa che il muro di Israele attrae in tutto il mondo: anzi, la ritengono pubblicità gratuita. "La gente crede che noi siamo i soli ad avere esperienza nell'uso di queste attrezzature in situazioni reali" spiegò l'amministratore della Magai, Jacob Even-Ezra. La Elbit e la Magai hanno visto i propri titoli azionari più che raddoppiare di valore dopo l'11 settembre, un risultato comune a tutti i titoli della sicurezza interna israeliana. La Verint detta "l'antenata di tutti i sistemi di videosorveglianza" non realizzava alcun profitto prima dell'11 settembre, ma tra il 2002 e il 2006 il suo valore azionario è più che triplicato, grazie al boom della sorveglianza."
Gli straordinari risultati ottenuti dalle aziende israeliane nel settore della sicurezza interna sono ben noti a chi segue i mercati azionari; ma raramente se ne parla come di un fattore rilevante per la situazione politica della regione. Invece bisognerebbe parlarne. Non è un caso che la decisione dello Stato israeliano di mettere "l'antiterrorismo" al centro delle sue esportazioni abbia coinciso esattamente con il suo abbandono dei negoziati di pace, oltre a mostrare una chiara strategia di reinterpretazione del conflitto con i palestinesi non come battaglia contro un movimento nazionalista con obiettivi specifici (terra e diritti), ma piuttosto come parte di una Guerra al Terrore su scala globale: una guerra contro forze irragionevoli e fanatiche, votate solo alla distruzione.
L'economia non è affatto la motivazione primaria dell'escalation di brutalità nella regione dopo il 2001. Naturalmente, da ambo le parti non mancano le spinte alla violenza. Eppure, entro questo contesto così ostile alla pace, l'economia, in certi momenti, è stata una forza uguale e opposta, che ha spinto leader politici riluttanti a partecipare ai negoziati, com'è accaduto nei primi anni Novanta.
Il boom della sicurezza interna è riuscito a cambiare la direzione di quella pressione, creando un altro potente settore impegnato in continui atti di violenza.
Come è accaduto in altre frontiere della Scuola di Chicago, la rapida crescita di Israele dopo l'11 settembre è stata segnata da una repentina stratificazione della società, tra ricchi e poveri, all'interno dello Stato. L'intensificazione della sicurezza è stata accompagnata da un'ondata di privatizzazioni e tagli ai fondi per i programmi sociali che ha praticamente annichilito l'eredità economica del sionismo laburista, creando un'epidemia di diseguaglianze che Israele non aveva mai conosciuto.
Nel 2007, il 24,4 per cento degli israeliani viveva sotto la soglia di povertà, ed era povero il 35,2 per cento dei bambini: vent'anni prima era l'8 per cento. Sebbene i benefici derivanti dal boom non siano stati equamente distribuiti, sono stati così redditizi per una piccola fetta di israeliani, in particolare il potente segmento che è perfettamente integrato sia nell'esercito sia nel governo (con tutti i ben noti scandali di corruzione corporativista), che un incentivo cruciale per la pace è stato cancellato.
La svolta politica del settore economico israeliano è stata brusca. La prospettiva che attrae oggi la Borsa di Tel Aviv non è più quella di Israele come snodo regionale del commercio, ma piuttosto come una fortezza futuristica, in grado di sopravvivere anche in mezzo a nemici accaniti. Il nuovo atteggiamento era particolarmente evidente nell'estate del 2006, quando il governo israeliano trasformò quella che sarebbe dovuta essere un negoziato per lo scambio di prigionieri con Hezbollah in una guerra aperta. Le più grandi aziende di Israele non solo appoggiarono la guerra: la sponsorizzarono. Bank Leumi, la megabanca israeliana appena privatizzata, distribuì adesivi da attaccare al parafango delle auto con gli slogan "Saremo vittoriosi" e "Noi siamo forti", mentre, come scrisse all'epoca il giornalista Yitzhak Laof, "la guerra in corso è la prima a diventare un'opportunità di marketing per una delle nostre maggiori compagnie telefoniche, che la sta usando per un'enorme campagna promozionale".
Chiaramente, l'industria israeliana non ha più motivo di temere la guerra. A differenza del 1993, quando il conflitto era visto come ostacolo alla crescita, la Borsa di Tel Aviv era in rialzo nell'agosto 2006, durante la devastante guerra con il Libano. Nell'ultimo trimestre dell'anno, durante il quale si era verificata anche la sanguinosa escalation di violenza in Cisgiordania e a Gaza in seguito alle elezioni vinte da Hamas, l'economia complessiva di Israele crebbe addirittura dell'8 per cento: più di tre volte il tasso di crescita dell'economia degli Stati Uniti nello stesso periodo.
L'economia palestinese, intanto, subì nel 2006 una contrazione tra il 10 e il 15 per cento, con tassi di povertà vicini al 70 per cento.
Un mese dodo la dichiarazione da parte delle Nazioni Unite del cessate il fuoco tra Israele e gli Hezbollah, la Borsa di New York ospitò una conferenza speciale sugli investimenti in Israele. Più di duecento aziende israeliane, molte delle quali attive nel settore della sicurezza interna, parteciparono all'evento. In quel momento, in Libano, ogni attività economica si era praticamente fermata, e circa 140 fabbriche - produttrici di ogni genere di merce, dalle case prefabbricate ai farmaci al latte - erano state ridotte in macerie da bombe e missili israeliani. Incuranti dell'impatto della guerra, gli incontri di New York trasmettevano un messaggio di ottimismo: "Israele è aperto al pubblico,, lo è sempre stato" annunciò l'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Dan Gillerman, accogliendo i delegati al convegno.
Appena un decennio prima, questo genere di esuberanza guerrafondaia sarebbe stata inimmaginabile. Era stato Gillerman, in quanto direttore della Federazione delle camere di commercio israeliane, a spronare il Paese a cogliere la straordinaria opportunità di diventare "una Singapore del Medioriente". Ora era uno dei falchi più agguerriti di Israele, e spingeva per un'ulteriore escalation. Sulla Cnn, Gillerman disse che "sebbene possa essere politicamente scorretto, e forse anche falso, dire che tutti i musulmani sono terroristi, si dà il caso che sia verissimo che quasi tutti i terroristi sono musulmani. Dunque, questa non è solo la guerra di Israele. Questa è la guerra di tutto il mondo".
La ricetta per la guerra mondiale infinita è la stessa che l'amministrazione Bush aveva offerto come prospettiva di business al nascente complesso del capitalismo dei disastri dopo l'11 settembre. Non è una guerra che possa essere vinta da alcun Paese, ma il punto non è vincerla. Il punto è creare "sicurezza" all'interno di Stati-fortezze, e supportarla con eterne scaramucce al di fuori delle loro mura. In un certo senso, è lo stesso obiettivo che le agenzie di sicurezza private perseguono in Iraq: rendere sicuro il perimetro, proteggere il capo. Baghdad, New Orleans e Sandy Springs ci mostrano in anteprima un futuro fatto di recinzioni, costruito e gestito dal complesso del capitalismo dei disastri. È in Israele, però, che questo processo è allo stadio più avanzato: un intero Paese si è trasformato in una comunità recintata e fortificata, intorno alla quale gravitano gli esclusi, costretti per sempre a vivere nelle zone rosse. Questo è l'aspetto che assume una società quando ha perso l'incentivo economico alla pace ed è fortemente impegnata nel combattere e trarre profitto da una Guerra al Terrore infinita, che non può vincere. Una parte somiglia a Israele, l'altra somiglia a Gaza.
Il caso di Israele è estremo, ma il tipo di società che sta creando può non essere unico nel suo genere. Il complesso del capitalismo dei disastri si nutre di condizioni di conflitto logorante, di bassa intensità. Sembra essere questo l'esito ultimo in tutte le zone colpite dai disastri, da New Orleans all'Iraq. Nell'aprile 2007, i soldati americani iniziarono a implementare un piano per trasformare alcuni quartieri difficili di Baghdad in "comunità recintate", circondate da checkpoint e mura di cemento, e dove gli iracheni sarebbero stati controllati con tecnologie biometriche. "Saremo come i palestinesi" predisse un residente di Adhamiya, mentre il suo quartiere veniva chiuso dalla barriera. Quando sarà chiaro che Baghdad non diventerà mai Dubai, e New Orleans non sarà Disneyland, il piano B consiste nell'assestarsi su un'altra Colombia o Nigeria: una guerra senza fine, combattuta quasi solo da soldati e paramilitari privati, arginata quanto basta a tirar via dal suolo le risorse naturali, con l'aiuto di mercenari a guardia degli oleodotti, delle piattaforme petrolifere e delle riserve idriche.
È diventata un'abitudine paragonare i ghetti militarizzati di Gaza e della Cisgiordania, con i loro muri di cemento, il filo di ferro elettrificato e i checkpoint, al sistema dei hantustan in Sudafrica, per cui i neri erano tenuti nei ghetti e si chiedeva loro di mostrare un pass quando volevano uscirne. "Le leggi e le pratiche di Israele nei territori occupati palestinesi somigliano decisamente a certi aspetti dell'apartheid" dichiarò nel febbraio 2007 John Dugard, l'avvocato sudafricano che è il referente delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi. Le analogie sono inquietanti, ma ci sono anche differenze. I hantustan sudafricani erano essenzialmente campi di lavoro, un modo per tenere i lavoratori africani sotto stretta sorveglianza e controllo, così che lavorassero per pochi soldi nelle miniere. Ciò che Israele ha costruito è un sistema progettato per fare l'opposto: impedire alla gente di lavorare, una rete di stalle per milioni di persone etichettate come umanità in sovrappiù.
I palestinesi non sono l'unico popolo al mondo così etichettato: anche milioni di russi divennero di troppo nel loro stesso Paese, ed è per questo che così tanti di loro lasciarono le proprie case nella speranza di trovare un lavoro e una vita decente in Israele. Anche se i hantustan sono stati smantellati in Sudafrica, il 25 per cento della popolazione che vive in capanne nelle bidonville in rapida espansione costituisce comunque un surplus di popolazione per il nuovo Sudafrica neoliberista. Questo sbarazzarsi di una percentuale della popolazione compresa tra il 25 e il 60 per cento porta il marchio di fabbrica della crociata della Scuola di Chicago mi da quando i "villaggi della miseria" iniziarono a spuntare come funghi in tutto il Cono del Sud, negli anni Settanta. In Sudafrica, in Russia e a New Orleans, i ricchi innalzano mura intorno a sé. Israele ha fatto un passo avanti in questo processo di smaltimento: ha costruito mura attorno ai poveri pericolosi."
(Naomi Klein, "Shock Economy - L'ascesa del capitalismo dei disastri". 2007, pag. 497-506)


venerdì 9 gennaio 2015

Come si fa a non essere Charlie?


Di fronte ad un fatto come quello accaduto ieri a Parigi, il primo assalto terroristico di questo genere ad un giornale che io ricordi, è veramente difficile mantenere la lucidità necessaria per interpretarne il significato, tra lo stato di shock inevitabile e le varie gradazioni emotive tra rabbia, indignazione e paura che rischiano di farcela perdere del tutto. E' tuttavia paradossalmente proprio in quei primissimi momenti che, riuscendo a chiedersi semplicemente quale effetto è stato ottenuto, chi stiamo odiando di conseguenza e pensando a come ci sentiremo domani, si può sperare di non farci coinvolgere nel gioco del terrorismo e capirne le motivazioni e gli scopi.

I fatti. 

Un commando di tre terroristi fa irruzione nella sede del giornale satirico "Charlie Hebdo" mentre è in corso una riunione di redazione e apre il fuoco uccidendo almeno 12 persone e ferendone altre. Poi, durante la fuga, gli assassini uccidono a sangue freddo un altro poliziotto. 
A queste prime scarne informazioni si aggiunge presto, da parte dei media, una vera e propria trama affabulatoria dai contorni sospetti e che ricorda assai qualcosa di familiare.

Il frame. 

Innanzitutto ci viene detto che i terroristi erano islamici; lo si deduce dal fatto che abbiano gridato "Allah è grande!" durante l'assalto e abbiano dichiarato di voler vendicare l'onore del Profeta, irriso a sentir loro in alcune vignette pubblicate proprio su quel giornale.
Tutto ciò è credibile ma ciò che segue lo sarà sempre di meno. 
Non sono trascorse che poche ore dall'attentato e, nonostante i suoi autori abbiano agito a volto coperto, già emergono i nomi degli indiziati, ma bisognerebbe dire colpevoli, vista la sicurezza con la quale vengono additati all'opinione pubblica come tali. Addirittura, un sito israeliano, JSS, su imbeccata di un agente dei servizi francesi, dicono, pubblica nomi, cognomi, indirizzi, e mancano solo codici fiscali e gruppi sanguigni dei terroristi.
Viene pubblicata la fotografia del documento di identità di uno dei sospetti, dimenticato incredibilmente sul luogo del crimine. Chi è che non si porta dietro i propri documenti  - giammai quelli falsi - andando a fare un attentato? Ritorna in mente il miracoloso ritrovamento del documento intatto di Mohamed Atta tra le macerie delle due torri gemelle.
Insomma, questi erano noti a tutti i servizi, francesi e stranieri, attenzionati in tutti i modi, e nessuno è riuscito a fermarli in tempo. Come sempre. Addirittura oggi ci hanno raccontato che per tutta la giornata si sono susseguiti avvistamenti dei fuggiaschi, regolarmente riconosciuti da numerosi testimoni per il fatto di andare in giro "armati di tutto punto". Forse abbiamo visto troppi film, nei quali invece la prima cosa che fanno è gettare l'arma servita a compiere un delitto. La caccia all'uomo continua e la Francia intanto si è riempita di 88.000 agenti superaccessoriati, in una grande esercitazione di controllo poliziesco del territorio alla ricerca di tre assassini che, allo stesso tempo, compiono un'operazione militare impeccabile, alla Via Fani, per intenderci, e poi seminano documenti, impronte come dei pirla. Insomma lasciano troppe tracce, come ha fatto notare in un post il sempre acuto Gilad Atzmon, che ricorda anche ai francesi, ora piangenti sopra il cadavere della libertà di satira, il doppiopesismo riservato a quella del comico Dieudonné, marchiato invece come antisemita.

Naturalmente tutto questo, per i fautori dello sciacallettismo, è fantasia, visto che i complotti non esistono.
Permettetemi una interessante citazione dal noto testo massonico
"Perché definire "complotto" una razionale e cinica azione di potere volta a eliminare e talvolta a sterminare anche fisicamente i propri avversari? Con questo criterio, quante lotte umane per l'egemonia caratterizzate da doppio-triplogiochismi, occultamenti e dissimulazioni, dall'antichità fino ai nostri giorni, dovrebbero essere definite "cospirazioni"? Si potrà anche considerare ripugnante un simile modo di agire, ma esso rientra nella categoria ordinaria dei progetti umani a uso di chi fa parte di élite nazionali o sovranazionali, non in quella straordinaria e borderline dei complotti di cui vaneggiano e favoleggiano la gran parte dei dietrologisti." (pag. 172)

L'effetto.

Intanto sono riusciti a far spegnere la Tour Eiffel ed è una cosa clamorosa, visto che i vignettisti assassinati avevano affermato in passato che nessuna minaccia li avrebbe fatti desistere dal cessare di esprimere liberamente le loro opinioni. 
Appena dopo l'attentato abbiamo assistito alla reazione scomposta di politici che, reagendo pavlovianamente allo stimolo, si sono lasciati condurre docilmente nella trappola del razzismo, ovvero del tabu più fenomenale del politicamente corretto, per farvisi delegittimare meglio. Chi costruisce il frame attorno ad un atto terroristico sa benissimo che ci saranno politici che reagiranno nel modo esattamente previsto. Come Marine Le Pen - che almeno ha chiarito che la condanna dell'attentato deve essere diretta al fondamentalismo islamico e non all'Islam in generale - invocando però la pena di morte e in Italia Salvini, che continua imperterrito ad inveire, interpretando il ruolo assegnatogli del "leghista razzista". Dal manuale: "Come stanare gli xenofobi che si oppongono al progetto di ripopolamento kalergico dell'Europa auspicato dall'ONU". Nemmeno Farage è riuscito ad evitare il trappolone. Una tonnara, insomma.
Si dà però il caso che questi politici, oltre alla xenofobia, siano gli unici che si oppongono alla versione euro della shock economy. Come effetto collaterale dell'attentato, l'argomento euro ma soprattutto quello della deflazione in tutta l'eurozona, è finito nei trafiletti delle pagine interne e parecchi scroll in basso nelle versioni online.
Il terrorismo islamico è sempre un fenomenale specchio da puntare sugli occhi dell'opinione pubblica ed accecarla.

"Chi sto odiando adesso".

Sono stati gli islamici, dicono, ed io odio gli islamici per quello che hanno fatto. Oh, quanto li odio, cazzo! Chi non ha fatto la fantasia di sganciare, come ritorsione, un'atomica sulla Mecca ieri, alzi la mano. L'odio e la rabbia scorrono potenti in noi. L'ira, ma soprattutto la paura e lo shock ci farebbero quasi accettare quelle misure restrittive della libertà che sotto sotto stanno già pensando di imporci.  Come accadde dopo l'undici settembre quando, con una spolverata di antrace negli uffici dell'opposizione, i congressmen approvarono in tutta fretta il Patriot Act e gli americani furono meno liberi.

Che c'entra? Leggete la prosa del nostro fateprestista preferito:
"L'Occidente non si illuda che le libertà conquistate siano eterne e si ricordi che vanno riconquistate ogni giorno, senza cadere nella tentazione rozza di dividere il campo dei musulmani tra buoni e cattivi e senza solleticare e ingrassare populismi e spinte xenofobe vecchie e nuove. Risponda piuttosto con la ragione dell'Europa della sicurezza e dell'intelligence, l'allarme deve scattare in casa nostra e negli altri Paesi recidendo i ponti con le anime radicali e i loro sponsor arabi e musulmani. Risponda con gli Stati Uniti d'Europa e la forza politica del più grande mercato di consumo al mondo che decide finalmente di dire la sua non solo con la moneta unica ma anche con un esercito unico. Non si possono fare sconti e non vanno sottovalutati gli effetti di emulazione quando il metodo è sanguinario e il bersaglio diventa l'informazione, la libertà. (Roberto Napoletano - Il Sole 24 Ore
Propaganda élitista o etilista? Capito dove vogliono arrivare? Ormai sapete che gli Stati Uniti d'Europa sono un progetto di sottomissione di interi popoli ad un pensiero e ad un progetto imperialista ultranazionale che deve essere portato a termine nonostante gli scricchiolii dell'odiosa moneta unica, e proprio a causa di questi.
L'opzione salvataggio in extremis dell'euro potrebbe non escludere la violenza, anche in subappalto, a quanto pare.

Come ci sentiamo oggi.

Meno sicuri, timorosi che arrivino altri attentati nei punti chiave d'Europa, anche da noi in Italia, soprattutto quindi dove il sogno sta sgretolandosi più velocemente - e Parigi è un buon inizio - e cresce la critica ad un sistema criminale di gestione dell'economia che sta distruggendo la vita di intere generazioni. 
Tra le vittime dell'eccidio di Charlie Hebdo si è aggiunto oggi Bernard Maris, economista duramente critico dell'idolatria neoliberista, che scriveva sul giornale e a cui  Jacques Sapir dedica questo commovente ricordo
Non è un caso che tanti disegnatori, tra cui Ruben Oppenheimer e Philippe Geluck, abbiano usato oggi, per le loro vignette dedicate alla strage di Charlie, riferimenti all'11 settembre. In fondo questa guerra è iniziata allora, preceduta solo di un anno dalla dichiarazione affidata a quel manifesto "Rebuilding America's Defense" che auspicava un "evento catalizzatore" che potesse accelerare la costruzione di una perfetta macchina imperiale militare di dominio mondiale, oltre e forse perfino contro il Pentagono e le istituzioni militari convenzionali.
[…] il processo di trasformazione, anche se porterà ad un cambiamento rivoluzionario, sara’ verosimilmente un processo lungo, senza un qualche evento catastrofico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbour. […] (“Rebuilding America’s Defenses", 2000, pag. 51)
Macchina che, a quanto pare, dev'essere costruita anche in Europa, visto che, come scrive orizzonte48, uno studio della TNO “Sviluppo di una base tecnologica e industriale della Difesa europea”- finanziato dalla Commissione Europea  afferma: 
"Nel paragrafo 3.5.4 (pagg. 76-77) lo studio olandese ci ragguaglia sulle strategie comunicative per ottenere “l'accettazione sociale alle operazioni militari”(nell'originale viene pervicacemente usato “defence”) ; sembra che l'ossessivo progetto occidentale di creare pericoli a ogni piè sospinto sia quello che garantisca i risultati migliori.
Vi si legge, infatti, che l'accettazione sociale a operazioni di difesa potrebbe aumentare dall'accresciuta percezione di insicurezza o dalla retorica di una approvazione generale riguardo a successi in ambito militare; questi fattori porterebbero a un clima favorevole per un ulteriore rafforzamento del settore che consentirebbe budget più alti.
Viceversa se l'attuale giudizio critico dovesse aumentare, i politici potrebbero sentirsi sotto pressione e attenuare il loro impegno per le operazioni di difesa, riducendo così i bilanci e spostando l'attenzione alle operazioni umanitarie.
Assai inquietante è quello che si trova scritto poco più sotto, cito testualmente: “Se i cittadini sono scettici sulle operazioni di difesa, i bilanci sono destinati a contrarsi e il reclutamento di risorse umane diventerà più difficile. Comunque è chiaro che un nuovo attacco terroristico influenzerà fortemente l'approvazione dell'opinione pubblica per operazioni di sicurezza e difesa”.

A me pare lo stesso principio scritto dalla stessa manina. Attenti a coloro che domani si proporranno, trattati capestro alla mano, come nostri difensori dai cattivi islamici, per non dire cattivi russi e cinesi, offrendoci la privatizzazione della guerra a caro prezzo. Soprattutto a prezzo della libertà.



giovedì 1 gennaio 2015

Eurocomunisti


Finalmente. Qualcuno doveva pur farlo e io volentieri rilancio, perché quale giorno migliore del primo dell'anno per gettare una bella secchiata di acqua gelida in faccia a chi ancora dorme dopo i bagordi del trentun dicembre, sognando naturalmente gli Stati Uniti d'Europa Che Non Ci Sono?
Occhio ragazzi che oggi tocchiamo un altare bello grosso, un altarone, altro che altarino. Lo faccio per ricordare che in fondo il nostro amatissimo quasi ex presidente, pet communist dei triocchiuti come Kissinger, non si è svegliato così improvvisamente una mattina e bella ciao, ma il suo pensiero risponde ad una logica precisa che incarna perfettamente la parabola del partito comunista italiano: dalle stalle alle stelle e per aspera ad Aspen. Quindi non bisogna nemmeno avercela tanto e solo con lui perché è sempre stato un comunista "di destra".

Scrive Alberto Bagnai, e cito per intero la pagina 227 di "L'Italia può farcela" (il Saggiatore, 2014)
"Di Berlinguer (Enrico) tutti ricordano la tragica fine, ma non tutti ricordano l'elogio dell'austerità, che nel 1977 vedeva come una "occasione per trasformare l'Italia". Un elogio che ovviamente va calato nel contesto, che noi vediamo col senno di poi, che andrebbe interpretato secondo la solita causa del de mortuis nihil nisi bonum, che forse era un tentativo, magari tatticamente corretto (ma comunicativamente e strategicamente coronato da insuccesso), di proporre un modello alternativo a quello capitalistico, ma che nei fatti, in parole povere, implicava una richiesta di moderazione salariale (seppure per nobili fini e come parte di un nobile disegno), proprio nell'anno di maggiore avanzata del PCI. Dall'anno successivo la quota salari sarebbe scesa, e tre anni dopo la crescita dei salari reali si sarebbe arrestata. I tanti tentativi di esegesi del famoso discorso dell'Eliseo (uno fra tutti: Ciofi, 2014) dovrebbero, per completezza di informazione, essere corredati dalla Figura 21 di questo libro [a pag. 142, ndr], così, tanto per capire di cosa si stia parlando. Alla frase "l'austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo" vorrei opporre la serena constatazione del fatto che, come stiamo vedendo in questo capitolo, il sistema, nella "crisi strutturale e di fondo" ci sarebbe entrato proprio grazie alla mistica dell'austerità, della moderazione, ovviamente quella dei poveracci come me e te, caro lettore, certo non quella  delle simpatiche élite. Di questa mistica Berlinguer e Monti - sia pure in modi, tempi e luoghi diversi (ma non troppo), e con intenti ancor più diversi - hanno oggettivamente contribuito a creare il frame, il meccanismo comunicativo che la rendette socialmente accettabile a chi poi ne è stato vittima. A posteriori, mi pare difficile  negare che il discorso di Berlinguer del 1977 sia il primo anello di una lunga catena in fondo alla quale troviamo l'ode a Monti liberatore, declamata in prima pagina dell'Unità il 13 novembre 2011. Liberi, ovviamente di pensarla in modo diverso: ma ricordatevi che l'elettore ex comunista medio ha acclamato il liberatore Monti perché lo trovava "presentabile" per il suo aspetto austero. Aveva un aspetto austero anche Berlinguer, o per lo meno così lo ricordo io."
Posso confermare. Dio solo sa quanto mi costi ammetterlo ma il frame funzionò perfettamente, in quel novembre 2011, anche sulla sottoscritta. Ricordo di aver pensato qualcosa come "almeno è arrivata una destra presentabile" o giù di lì, al posto di quella alla puttanesca del bieco utilizzatore finale di povere ragazze migranti che ci aveva fatto vergognare per tutta l'estate di fronte a questo ipertrofico Super-Io europeo giudicante che ridacchiava di noi. Per fortuna la concomitanza del caso Strauss-Kahn con quello di Ruby mi era parsa sospetta, Monti mi si rivelò ben presto losco e di lì a poco avrei fatto anche il salto quantico dal rag. Spinelli agli Spinelli padri fondatori ed al sogno-incubo europeo.  Ma questo non interessa a nessuno. Torniamo al brano citato.

L'austerità personale di Berlinguer, che anch'io ricordo bene e che era vista positivamente nell'ambiente altoborghese che frequentavo perché segno inequivocabile delle sue origini nobili e garanzia di serietà, di comunista accettabile insomma, finì per significare anche un'altra cosa e la morte da sacerdote laico offerto in sacrificio sull'altare della difesa del proletariato avrebbe aggiunto una componente mistica alla percezione, alla Gestalt: l'austerità incarnava la moralità della sinistra che, all'interno del frame della questione morale (in realtà, come vedremo, moralismo) stabiliva il principio del bravapersonismo  di default dell'uomo politico comunista, dalla variante "mi su de quei che parlen no" alla Primo Greganti, fino al postpepponismo emiliano variante Prodi, Bersani e Poletti. Uomini che il famoso elettore ex comunista medio pensa non farebbero male a una mosca e per le quali metterebbe altro che la mano sul fuoco. 
In questo senso Matteo Renzi, con la sua faccia da Lucignolo anche se con l'aria un po' bischera a diluirne omeopaticamente la birbantaggine, è già il superamento di questo frame, è il testimonial di una sinistra ormai passata del tutto al lato oscuro che può permettersi di cominciare a mostrare il suo vero volto, che è così ben rappresentato fin dagli anni duemila dal sorriso quasi da Joker di Gotham City di Tony Blair.

Diciamo che il "cambiare l'Italia" di Berlinguer potrebbe quindi non essere molto diverso da quello di Matteo Renzi, anche se quest'ultimo ha sicuramente meno signorilità nel porgere il concetto e allora l'odioso mantra delle riforme non era ancora stato implementato. 
Se ripensiamo al governo di unità nazionale del 1978, al quale il rapimento e l'assassinio di Moro sembrò opporsi con la violenza del terrorismo e su mandato di interessi atlantici, dobbiamo supporre in realtà che, proprio a causa di quel sacrificio umano, non fu altro che la madre di tutte le larghe intese e servì a cementare per sempre l'Italia nello schema del gioco democratico bipolare dell'alternanza tra un partito di destra e uno di estrema destra (cit. Gore Vidal). Quello si rappresentante gli interessi delle élite sovranazionali in marcia verso la vittoria dall'alto della lotta di classe.
Non a caso non vi fu mai più tanta risolutezza e decisionismo al potere come nei giorni del partito della fermezza, formato da Partito Comunista e Democrazia Cristiana. Non a caso chi si opponeva al sacrificio di Moro allora era solamente il Partito Socialista, ovvero la forza politica che sarebbe stata spazzata via, assieme ad una visione socialdemocratica e keynesiana dell'economia e progressivamente a pezzi sempre più importanti di sovranità politica, istituzionale e monetaria nazionale, dalla furia di Tangentopoli che spianava la strada al bipartitismo fasullo in appalto all'industria della politica spettacolo ed alle arti della propaganda. Propaganda che per i vent'anni successivi, grazie ad una vera e propria macchina da guerra mediatica, avrebbe imbastito la pantomima della finta lotta tra Berlusconi e i comunisti da una parte e le bravepersone contro Berlusconi dall'altra. L'anticomunismo in assenza di comunismo vs. l'antiberlusconismo rituale.

La datazione al radiocarbonio del tradimento della sinistra e del suo passaggio in blocco agli interessi delle élite, perché mi pare si possa dire sapessero bene cosa stavano facendo, ci porta quindi ai tempi della Terza Via ed all'inquietante, con il senno di poi, concetto di eurocomunismo?
Il fil rouge che Bagnai stende tra Berlinguer e Monti, pur facendo belare di dolore e rabbia, immagino, gli innocenti agnellini della sinistra dura e pura, sembra indicarlo. Io ho dubbi anche su Togliatti, per via di tutti quegli armadi della vergogna, ma visto che parliamo dei tempi più recenti che hanno condotto, per le decisioni che furono prese allora, dal "divorzio" e dalle privatizzazioni al vincolismo, fino al club privé BSDM dell'eurozona ed alla catastrofe attuale, possiamo fermarci agli anni settanta, che sono proprio l'inizio della sperimentazione mondiale di quella shock economy che è tutt'ora l'arma vincente dell'ultracapitalismo.
La pistola fumante del tradimento è l'accettazione fin dagli anni settanta del principio dell'austerità (da imporre alle classi subalterne, s'intende) che, al di là dell'impronta decrescitista malinconica berlingueriana, visto che è imposta dall'alto, non potrà che tradursi, nelle mani dei sicari del mercantilismo e dell'ultraliberismo, nella famosa durezza del vivere del genero di Spinelli: nella contrazione dei salari, nella rinuncia alla scala mobile ed al via libera alla precarizzazione del mercato del lavoro. Dalle varie riforme Treu al Jobs Act, che ormai non parla più nemmeno italiano, tanto per essere chiari chi comanderà a breve. Tutte riforme che sono state volute dalla sinistra e certamente non ostacolate dai sindacati, se non a parole e a colpi di torpedoni e bandiere rosse da portare a Roma.

"Se non puoi svalutare la moneta sei costretto a svalutare i salari". Qualcuno di loro comincia a svegliarsi nel mezzo della fase REM in preda all'incubo. Fassina, per esempio. Lui ha capito, ora si tratta di farlo capire al famoso elettore ex comunista. Al quale perfino la massoneria ormai va dicendo apertamente che "va imputato alla principale forza politica della sinistra italiana, prima di non essersi convertita per tempo al socialismo democratico e libertario [...] allorchè Berlinguer & Company continuarono a gingillarsi in fumose prospettive anticapitaliste, anticonsumiste ed eurocomuniste [...] poi di essersi frettolosamente e maggioritariamente convertita, nelle sue transizioni da Pci a Pds Ds e Pd a una visione del capitalismo sostanzialmente neoliberistica." (Magaldi, 2014).

Si potrebbe aggiungere inoltre che la questione morale, cavallo di battaglia dell'era berlingueriana, non a caso titolo di una celebre intervista di Ugenio nostro al Segretario, con la sua demonizzazione dei partiti e della politica e, in sottofondo, autorivendicazione pelosa di bravapersonismo contro la corruzione di altri, e con il penitenziagite guarda caso rivolto a coloro che difendevano il ruolo dello Stato come controllore e rappresentante dell'interesse collettivo contrapposto al proprio eccezionalismo, ha finito per condurci, ed in perfetto orario, all'attuale politica fatta da nominati ed alzamanos, sempre meno portatori di ideali e sempre più di interessi lobbistici. Appunto al Mario Monti in missione per conto di Goldman Sachs, per giunta latore delle missive con i compiti a casa di Maestra Angela Merkel ai piccoli discoli italiani.

De mortuis nihil nisi bonum si, ma quel che è giusto è giusto e che si sappia.

sabato 22 novembre 2014

Avanti ripopolo


Orsù, in attesa dei risultati delle regionali in Piddinia, apprestatevi a baloccarvi con la fiction di regime sugli unici Spinelli che non solo non vi proibiscono ma vi obbligano a passarvi l'un l'altro da bravi piddini, per celebrare il fogno europeo antifassista che, secondo gli allucinanti comunicati stampa di presentazione della RAI, sarebbe ormai divenuto realtà. Chissà quando, visto che l'Europa attuale, in preda al mercantilismo culone, al principio del beggar thy neighbour e del kill PIL, è più un troiaio, una situazione di degrado condominiale da Vele di Scampia, una Tor Insipienza all'insegna della sopraffazione e della riproletarizzazione forzata delle classi medie, piuttosto che un ideale di pace e fratellanza.

"Un mondo nuovo", si intitola il marchettone europeista, uno degli ultimi atti di devozione alla Sovrastruttura di una TV pubblica destinata a confluire dell'Istituto Luce nel senso dell'ENEL. Chissà se il rimando ad Aldous Huxley ed al suo romanzo distopico "Il mondo nuovo" su una società futura sovrappopolata e superorganizzata divisa rigidamente in caste e dominata dall'élite, dove sono permessi la promiscuità sessuale e il godimento illimitato artificiale ma il dissenso è vietato, è un atto meravigliosamente inconscio, una di quelle straordinarie coincidenze che si possono cogliere interpretando la realtà come un continuum multidimensionale di coscienze.
Un mondo nuovo all'insegna del più rigoroso antinazionalismo, si intende, visto che Emiliano Brancaccio ci ricorda che "le nazioni sono l'espressione del capitale." Chissà invece l'internazionalismo, ma sarebbe meglio dire la globalizzazione delle multinazionali, di cosa saranno espressione. Magari scoprendolo si potrebbe capire che l'attuale anticapitalismo finanziario è più pericoloso del capitale ma poi si rischierebbe di ammettere che, per i lavoratori ed il loro benessere, ha fatto di più Keynes dei sindacati.


Tornando all'epopea della mejo gioventù che voleva solo il nostro bene (pensate se ci avessero voluto male), il ritorno nostalgico alle origini è tipico dei regimi in avanzato stato di putrefazione, e in clima ormai da Seconda Repubblica di Salò, anzi di Ventotene, la sinistra si arrocca sull'europeismo ad oltranza. Ovvero sul momento in cui ha scelto di votarsi al più neoaristocratico e reazionario progetto di design sociale di tutti i tempi, disvelando così la sua vera natura pauperofila. In fondo la perversione delle missionarie la cui santità si esprime solo se permangono la povertà e la sofferenza dei disgraziati che hanno affidati in comodato d'uso.
E se vi dicessi che l'ultima incarnazione dell'internazionalizzazione da loro tanto amata nasconde un progetto potenzialmente genocida? 

Fate molto male a ridere dei talk show. Se li guardaste capireste cosa hanno in serbo per voi e fareste in modo di prendere alcune misure precauzionali. Su quelle poltrone diventano straordinariamente sinceri. Basta accendere la lucina rossa e sventolar loro davanti una felpa con scritto EMILIA a mo' di muleta e confessano senza problemi che "la proprietà immobiliare deve avere una funzione sociale" (cit. Emiliano, del PD) e quindi le case sfitte vanno affittate se non addirittura requisite per darle a chi ne ha bisogno. Il punkabbestia che è in loro. E lo dicono pure due giorni prima delle elezioni, senza alcun pudore. 
La scopolamina che li fa confessare è l'ebbrezza del potere che hanno raggiunto e che credono essere ormai indiscutibile perché il pinocchietto si sta sbattendo come un ossesso per uno strapuntino nella Ur-Lodge e il biglietto per Elysium credono di averlo già tutti in tasca.

Ma lasciamo perdere Ventotene, che fa parte al passato, e guardiamo al futuro - che non appartiene agli Stati Uniti d'Europa perché di Stati Uniti bastano e avanzano quelli imperiali - ma che apparterrà alle corporation, alle multinazionali che potranno farvi causa anche solo per aver osato pensare che possano inquinarvi. Se la sinistra, pur di rimanere abbarbicata al potere accetterà il TTIP, preparatevi a recitare la preghiera: "O Monsanto onnipotente che sei nei CEO, sia sacrificato il nostro nome, venga il tuo regno". Rimpiangerete la Thyssen-Krupp, i Riva dell'ILVA e l'amianto.

Volete sapere qual è il vero sogno europeo del futuro, pensando ad un periodo che si estenda grosso modo fino al 2050? Ricordate cosa disse la Barbara Spinelli (figlia di Altiero, tout se tient) tempo fa da Mentana?
Chi sono i demografi che "ce lo dicono", che abbiamo bisogno di una decina di milioni di migranti in Italia?
Ed inoltre, ricordate la Presidenta della Camera e "lo stile di vita del migrante che sarà presto quello di molti di noi"?



(Un giorno parleremo del perché mandano sempre avanti le donne a dire queste cose.)

Ebbene, i demografi in questione sono l'ONU, attraverso il suo Dipartimento di Affari Economici e Sociali.
In questo paper del 2000, intitolato "Il ripopolamento per migrazione può essere una soluzione all'invecchiamento e diminuzione della popolazione?" vengono proposti alcuni scenari futuri riguardanti paesi come Francia, Germania, Italia, Giappone, Repubblica di Corea, Federazione Russa, Regno Unito e Stati Uniti e macroregioni come l'Europa e l'Unione Europea. All'Italia è dedicata questa parte della ricerca.

Il presupposto dello studio è che la diminuzione della natalità in questi paesi e il progressivo invecchiamento dei loro abitanti siano un grave problema. Indi per cui in futuro, a meno di elevare  l'età pensionabile fino ai 75-77 anni di età, si dovranno ripopolare questi paesi con migranti che, con il loro lavoro, possano mantenere la popolazione più anziana. Per l'Italia si parla di una dozzina di milioni di migranti necessari per mantenere costante il tasso di popolazione. Come sostengono appunto le posizioni delle missionarie qui sopra: la figlia del padre dell'Europa e la portavoce dell'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati.

Ora, lo suggerisce anche il Galton Institute a commento del paper, perché mai la diminuzione della popolazione nei paesi suddetti, se il livello di servizi e welfare viene preservato e non cancellato dall'iperliberismo della shock economy, dovrebbe costituire un problema? Per la denatalità non sarebbe più pratico ristabilire il principio di piena occupazione e far si che le donne, aiutate da opportuni programmi di sostegno alla maternità, possano ricominciare a fare figli?
E perché i futuri anziani dovrebbero aver bisogno di manovalanza straniera che li mantenga (magari a minijobs che non basterebbero neppure per la sua sussistenza) se non ipotizziamo una popolazione futura di italiani, nel caso nostro, a quel punto ormai spolpati di ogni loro proprietà e ridotti in miseria da pensioni da fame?
Come mai il paper non cita gli ovvi effetti collaterali di un ripopolamento  ritenuto inevitabile, imposto e non liberamente scelto sulla popolazione autoctona e sembra parlare dello spostamento di pedoni su una scacchiera e non di esseri umani? Quelli dell'ONU credono veramente che l'aumento esponenziale di migranti in territori già densamente popolati, possa avvenire senza alcun problema di ordine pubblico e convivenza civile, se non addirittura di spargimento di sangue? Conoscono la storia delle tribù pellerossa e di cosa accade generalmente, anche nel mondo animale, quando una popolazione vuole sostituirsi ad un'altra in un territorio? Hanno idea di cosa parlano quando pensano di "ripopolare" il Giappone?
Io credo che si tratti di un progetto folle e criminale di totalitarismo genocidario, che persegua i suoi scopi attraverso lo shock dell'invasione.

Ma non basta. Visto che i paesi target sarebbero quelli occidentali e maggiormente industrializzati, si deve dedurre che i flussi migratori debbano provenire dal resto del mondo, in specie dall'Africa? Come mai, a far da contraltare alla preoccupazione per la diminuzione della popolazione dell'occidente industrializzato non si accenna alla sovrappopolazione del terzo mondo, suggerendo magari di adoperarsi per un riequilibrio tra i due opposti problemi? Se si migliorassero le condizioni di vita nel terzo mondo non vi sarebbe alcun bisogno di migrazioni forzate (o è giunto il momento di chiamarle deportazioni?) e si aprirebbero nuovi spazi di benessere nel mondo, da aggiungere a quelli già raggiunti e preservati nel primo mondo..
Qui sembra invece che si voglia mantenere la subalternità del terzo mondo in modo da produrre quei milioni di migranti "necessari" alla terzomondizzazione del primo mondo, ovvero il compimento della colonizzazione totale da parte dell'anticapitalismo delle corporation per la realizzazione di un Mondo Nuovo. Un mondo che celebra l'unione contronatura tra i principi dell'internazionalismo e i piani elitari di meticciato imposto e di distruzione delle identità dei popoli. Un mondo all'insegna della povertà diffusa e della ricchezza segregata nelle mani di pochissimi.
Ricordate, non parlano più di ospitalità e di accoglienza. Parlano di ripopolamento. Soylent Green is made out of people.

domenica 9 novembre 2014

Ci stiamo schiantando contro il muro di Berlino con venticinque anni di ritardo

I compagni di Zwischenmahlzeiten

A reti unificate sta andando in onda la melassa murista, ovvero la celebrazione del 25° anniversario della caduta dell'odioso Muro di Berlino. Odioso perché, dopo averci rovinato l'infanzia con le tristi immagini dei poveri tedeschi dell'Est prigionieri del comunismo, ci sta rovinando la maturità con le conseguenze della sua eliminazione, che non ha affatto significato la liberazione dell'Est dal comunismo ma la diffusione pandemica del capitalismo sociopatico con annessa shock economy in tutta Europa e la riproposizione, per la terza volta in un secolo, come infezione opportunista, della Germania con l'elmo cornuto alla conquista del continente.
Oltre ai muri, è bene che ogni tanto crollino anche i miti.

Nella foto, assai emblematica, con il senno di poi, del congresso della CDU del 1991 a Dresda, l'ex cancelliere Köhl sembra passare idealmente il testimone alla Merkel, mentre Schäuble applaude. Köhl e Schäuble furono gli artefici della fase uno, la "riunificazione tedesca", o dell'Anschluss, come viene definito da Vladimiro Giacché nel suo libro, e la Merkel è colei alla quale è stata affidata la riproposizione del grande Reich, che altro non è che un tentativo di Anschluss su larga scala, come già si proponeva il Piano Funk.

Perché Angela? Perché proviene dall'Est, è l'ennesimo "tedesco di frontiera" (come l'altro, l'austriaco) da mandare in prima linea a combattere. Tosta, scialba a puntino e caricata a balestra dalle privazioni della gioventù e dal senso di inferiorità dell'appartenere ai tedeschi di serie B ma anche sopravvissuta, visto che tutto ciò che poteva essere classe dirigente dell'Est dopo la riunificazione fu completamente annichilito, come nemmeno accadde a quella nazista, e quindi grata per sempre a chi l'ha salvata. Mai sottovalutare la sindrome di Stoccolma. Portata all'Ovest e vestita con la divisa da badante in libera uscita che cambia colore per confonderci come il camaleonte ma che dentro è più inamovibile della roccia, con un pensiero così perfettamente rigido ed incistato da un doppio totalitarismo che mai cederà alla ragione ed al buon senso, è una perfetta esecutrice dell'ossessione nevrotica luterana per la colpa e della sua pedagogia nera ("i compiti a casa"), così funzionale da sempre, nonostante la fatale probabile deriva psicotica, alle mire del capitalismo tedesco e del suo mercantilismo, oggi in versione monetaria. Se la scateniamo contro i popoli inferiori del Sud, avranno pensato le élite tedesche, e lasciamo che proietti la sua nevrosi da Ossie su di loro, a base di sensi di colpa e "ve la siete cercata", la figlia del pastore farà faville. Infatti.

Dal film di Michael Haneke "Il nastro bianco"
Ieri pomeriggio ho ascoltato l'eccezionale prolusione di Vladimiro Giacché al convegno organizzato dall'associazione a/simmetrie "L'Italia può farcela". Giacché ha raccontato un episodio che rivela meglio del luminol l'impronta del frame of mind della cancelliera tedesca. Durante una riunione europea, in occasione della crisi greca, in una fase piuttosto concitata e come fuori-onda, la Merkel disse:

"Sono cresciuta in uno stato che ha avuto la fortuna di avere la Germania Ovest che l'ha tolto dai guai ma nessuno farà lo stesso per l'Europa.
La vita non è giusta. Se avete mangiato troppo e siete ingrassati, mentre altri sono magri, vi aiuto a pagarvi il dottore. Aiutare chi non si può aiutare da solo richiede della comprensione da parte nostra." 

Sembra effettivamente un dialogo dal film di Michael Haneke "Il nastro bianco", sul periodo prenazista ossessionato dall'idea di purificazione. 
Giacchè ha però raccontato soprattutto cosa è stata veramente la riunificazione tedesca. Non la celebrazione della libertà e l'evento romantico di cui stanno allucinando le varie Tele Elysium, con gli imbolsiti Gorbaciov e Walesa a far la passerella di fronte alla porta di Brandeburgo al suono dei tamburi (che immagine inquietante, per chi ha presente i film della Riefenstahl), non la favola bella di cui parla Wikipedia (vedi sotto), ma sangue e merda. Un'operazione di distruzione sistematica di una nazione e di un popolo che fa quasi pensare che esista effettivamente un carattere necrofilo, una pulsione di morte caratteristica del capitalismo tedesco, che si esplica nella coazione a ripetere ciclicamente un percorso di auto ed eterodistruzione.

Come viene ricordato in questo articolo, la parola "debito" in tedesco si traduce "Schuld", che è anche sinonimo di "colpa". In inglese invece esistono due parole distinte: "debt" e "guilt" e così in italiano. Se notiamo anche come nella denominazione del European Redemption Fund si parli di redenzione, mi chiedo se non ci troviamo di fronte ad un tipo di fondamentalismo morale applicato al governo dell'economia.
Che l'economia di un continente  sia lasciata guidare dal fondamentalismo etico-religioso è grave, visto che il debito, e il suo concetto simmetrico credito, rappresentano il principio fondante del capitalismo e poco hanno a che fare con le questioni morali. Si potrebbe forse affermare, alla luce delle troppe ricorrenze storiche, che qualsiasi interpretazione tedesca del capitalismo, essendo viziata da questo bias etico nei confronti del debito, risulti incompatibile con il senso profondo del capitalismo stesso e quindi rappresenti una versione negativa, un anticapitalismo che quando entra in contatto con il capitalismo provoca l'annichilimento reciproco. La Merkel è fisica, capirebbe cosa intendo.
Anche ammettendo di trovarci invece di fronte alla lucida e razionale spietatezza del creditore, è praticamente impossibile che un creditore possa credere veramente di poter riavere i soldi del prestito se ammazza tutti i debitori e di poter interpretare il ruolo del creditore per sempre, se non è in preda ad un delirio di potenza.

Per tornare alla riunificazione tedesca e a ciò che ci ha raccontato Giacché, la RDT fu annessa alla RFT in fretta e furia nel 1990 appena pochi mesi dopo l'apertura del muro di Berlino. Fretta che non pareva necessaria, visto che si trattava di un progetto in itinere da tempo, nonché temuto da non poche inascoltate Cassandre, anche nostrane, reso finalmente possibile dal cambio di clima a Mosca ed alla glasnost di Michail Gorbaciov. 
Il problema era il flusso migratorio dalla RDT alla RFT, in quei mesi inarrestabile, di fratelli tedeschi in cerca di quella vita migliore che era stata loro promessa per anni dalla propaganda occidentale e quindi, per chiaramente difendere il primato della RFT, al posto del muro fu eretta la barriera di classe creando una Germania di serie A e una Germania di serie B, prodromo di ciò che il vincolo monetario dell'eurozona avrebbe fatto tra paesi A del centro e paesi B della periferia. La prova che esistono ancora le due Germanie di cui parlava Andreotti è nella disparità, a venticinque anni di distanza, tra i salari dell'Est e quelli dell'Ovest e nel fatto che il PIL dei Länder orientali sia poco più del 60% di quelli tedesco-occidentali. Il flusso migratorio interno da est ad ovest non si è arrestato e continua ma i lavoratori Ossie guadagnano ancora oggi meno dei lavoratori dell'ovest. Di quale riunificazione quindi stiamo parlando?
C'è da dire che, con le riforme Hartz del mondo del lavoro dei primi anni duemila, i lavoratori dell'ovest, al di là della propaganda dell'Operaio della Volskwagen che Guadagna 6000 Euro, stanno impoverendosi come i fratelli Ossie e questo dimostra come il capitalismo tedesco, oltre a perseguire il genocidio economico dei paesi sui quali agisce la propria tendenza mercantilista, finisce sempre per opprimere ed impoverire il proprio popolo. Segno della persistenza, oltre alla tendenza distruttiva, di un problema di classe che è fermo ai tempi di Karl Marx. Con la differenza che oggi la lotta di classe parte dall'alto e non dal basso.

La lezione storica della RDT dice che nel 1990 una nazione sovrana, con un insieme di leggi e un sistema economico peculiare di tipo socialista fu letteralmente fagocitata dalla Repubblica Federale, con il criterio dell'emergenza e della legislazione speciale e fu costretta, nello spazio di un mattino, a trasformarsi in economia di mercato, per giunta di tipo ultraliberista.
Anche allora fu utilizzato il principio del "fate presto" e uno dei motivi accampati per la rapidità di esecuzione dell'Anschluss fu il paventato rischio di default della Germania Est. Rischio rivelatosi poi assolutamente infondato e sovrastimato, visto che il debito della RDT ammontava ad appena 20 miliardi di marchi (paragonate l'entità di quel debito a quella di qualunque debito sovrano odierno). Come si direbbe oggi, la RFT truccò i conti per poter mettere le mani sugli asset tutt'altro che da disprezzare dell'Est. Non si parla soltanto di aziende ma di esercizi commerciali, immobili, infrastrutture, foreste: tutto ciò che prima apparteneva nominalmente al popolo fu privatizzato.
La terapia dello shock iniziale fu, come sempre, di tipo monetario.
Senza nemmeno dare il tempo al popolo di abituarsi al cambiamento della riunificazione, e prima ancora della riunificazione politica, fu introdotto nel mercato dell'Est il marco della RFT ad un cambio 1:1 (prima dell'Anschluss i due marchi ovest-est erano cambiati 1:4,44), cosa che fece impennare il costo della vita ad Est (alcune stime parlano del +350% di aumento dei prezzi), affossò la domanda interna e provocò milioni di disoccupati.
Ma la cosa più sconvolgente ed incredibile che si legge nel libro di Giacché è la seguente.
Quella della RDT era un'economia socialista pianificata a circuito chiuso dove le fabbriche di proprietà dello stato ricevevano finanziamenti dallo stato e i "ricavi" tornavano ad esso. Dopo la riunificazione, non solo le imprese della Germania Est furono privatizzate, con criteri assai discutibili che potevano implicare la vendita di imprese per la cifra di un marco, lo smantellamento di quelle potenzialmente concorrenti con quelle dell'Ovest (leggete il caso del frigorifero Foron a pag. 107) ma i finanziamenti statali pregressi alle imprese furono trasformati in debiti, esigibili dai nuovi proprietari! 
La prima apparizione del debito come arma di distruzione di massa e sostituto delle Panzerdivisionen che ormai conosciamo bene anche noi europei in questa che nient'altro è che la Terza Guerra Mondiale.

L'esito della chemioterapia somministrata dalla RFT ai fratelli tedeschi dell'Est fu, per citare le parole di Giacché: "Una distruzione di proporzioni immani" che comprese anche la demolizione di case e palazzi per fini di speculazione immobiliare. Il tessuto economico industriale della RDT fu distrutto, la popolazione declassata a serbatoio di manodopera a basso costo e ridotta a tassi di natalità mai così bassi dai tempi della Guerra dei Trent'Anni.
La ricca Germania, mentre faceva mea culpa delle atrocità passate, ma essendo stata assai più tollerante con gli ex nazisti che con i comunisti della RDT per le note questioni della guerra fredda, stava applicando al proprio stesso popolo quel Piano Morgenthau che i vincitori della Seconda Guerra Mondiale avevano inizialmente pensato per lei.
La tragedia della Germania Est è riassumibile nelle ammissioni successive di coloro che la vollero, come il presidente della Bundesbank Karl Otto Pöhl: "La RDT fu sottoposta ad una cura da cavallo che nessuna economia sarebbe in grado di sostenere." 
Difatti, la "pastoralizzazione" della RDT non ha avuto eguali nel resto del mondo ex-comunista, pur anch'esso sottoposto in quegli anni alla conquista della shock economy occidentale.

Ciò che è inquietante di quella storia legata al dopo caduta del Muro di Berlino, è che ormai sappiamo che è stata il modello, la giurisprudenza sulla quale è stata modellata l'Europa dell'eurozona.  Un modello di suddivisione a carattere razzista tra Nord e Sud, tra Nord a guida tedesca più i valletti lussemburghesi e gli altri bambolotti arruolati nei paesi già collaudati in passato in quota collaborazionista, e il Sud formato da cialtroni corrotti da poter depredare a piacimento dopo averli fatti sentire in colpa per il proprio benessere. Una suddivisione tra giusti, onesti protestanti e peccatori da redimere. Esiste forse un fondamentalismo luterano altrettanto nefasto e criminale di quello islamico?

Tra l'annessione dell'Est e le attuali mire da Quarto Reich,  la Germania ha vissuto gli ultimi vent'anni in uno stato di esaltazione da doping economico, approfittando allegramente sia dei fratelli dell'Est che dei propri cittadini dell'Ovest, fino ai cosiddetti alleati europei, soggiogati grazie ai trattati sbilanciati in suo favore ed alla nefasta moneta unica, il supermarco somministrato in stile Anschluss a cani e porci senza tenere conto degli effetti collaterali. Ha campato in costante stato adrenalinico sul mercantilismo. Soprattutto le è stato permesso di indebitare in maniera incontrollata i paesi mediterranei, come aveva indebitato i fratelli dell'Est attraverso i trasferimenti fatti affinché comperassero i prodotti dell'Ovest, per poter poi ergersi, in ultima analisi, a Sommo Creditore Mondiale.
La Germania però si è anche lasciata sedurre dalla creazione del denaro dal nulla (lei che soffre della fobia da inflazione!), dall'ebbrezza del flusso incontrollato dei capitali, dell'export e del surplus alle stelle e dei paradisi artificiali della speculazione finanziaria. Il suo spirito distruttivo è parso straordinariamente funzionale al nichilismo anti-industriale ed economicida dell'ultraviolenza finanzaria.
Paradossalmente, guardando allo stato delle banche tedesche, gli unici alla fine ad aver vissuto veramente al di sopra delle proprie possibilità, sono stati proprio i virtuosi tedeschi abituati a vedere il peccato solo negli altri.
La Germania, che ha finito per dannarsi per la terza volta in un delirio faustiano di godimento illimitato, è destinata all'ennesimo frontale con la Storia quando la figlia del pastore non cederà di un millimetro, l'Europa imploderà e Mefistofele andrà a reclamare la sua anima alla Porta di Brandeburgo, brandendo i trilioni di euro dell'esposizione sui derivati delle sue banche.

Benito Mussolini disse, ultima intervista concessa nell'aprile del 1945: "Scoppierà una terza guerra mondiale. Democrazie capitalistiche contro bolscevismo capitalistico."

La guerra è già cominciata ma potrebbero vincerla quelle élite sovranazionali che hanno interesse che gli europei e ciò che resta della dialettica politica democratica si scannino tra loro, che la Germania si schianti sul muro definitivamente, per poi poter imporre i trattati capestro voluti dalle multinazionali sociopatiche. Dio non voglia.



Appendice n° 1



L'intervento integrale di Vladimiro Giacché al #goofy3


Appendice n° 2

Brothers Grimm are back. Ecco come Wikipedia, considerata una fonte autorevole di riferimento, racconta la riunificazione tedesca:
"I costi della riunificazione sono stati un grosso fardello per l'economia tedesca e hanno contribuito a una più lenta crescita economica negli anni recenti.[2] Il costo della riunificazione è stato stimato intorno ai 1.500 miliardi di Euro (secondo Freie Universität Berlin). Questa cifra è più grande del debito nazionale dello stato tedesco. La prima causa di tale spesa fu la debolezza dell'economia della Germania Orientale, specialmente a confronto di quella della Germania Occidentale, combinata con la decisione, motivata politicamente, con la quale venne definito il tasso di conversione tra il marco della Germania Orientale e quello occidentale.[3] Tutto questo si concretizzò in un notevole difetto di competitività delle industrie tedesche orientali rispetto a quelle occidentali, il che fece collassare le prime in breve tempo. A tutt'oggi uno speciale trasferimento di 100 miliardi di Euro ogni anno viene dato ai territori dell'ex-Germania Est per la "ricostruzione".
Fornire beni e servizi alla Germania Orientale ha posto sotto notevole sforzo le risorse della Germania Occidentale.[senza fonte] Le industrie della ex-DDR in perdita, tecnologicamente arretrate nel confronto con la Germania occidentale, precedentemente sostenute dal governo tedesco orientale, sono state privatizzate.
Come conseguenza della riunificazione, la maggior parte della ex-RDT ha subito una de-industrializzazione, che ha causato un tasso di disoccupazione di circa il 20%. Da allora centinaia di migliaia di tedeschi orientali hanno continuato a migrare verso l'ovest per trovare lavoro. Ciò determinò una significativa riduzione della popolazione nei Länder orientali, specialmente per quanto riguarda i professionisti altamente qualificati.
Al 2009, il PIL pro capite dei Länder orientali corrispondeva al 68,7% di quello occidentale: sempre nel 2009, l'Institut der deutschen Wirtschaft di Colonia ha stimato che nel 2020 sarebbe giunto al 78%.[4]"
(fonte )

Appendice  n° 2

Benito Mussolini, del resto, da bravo socialista, aveva anch'egli il fogno europeo e aveva creduto fino all'ultimo che la Germania fosse veramente nostra amica.
“Ho parlato sempre col Führer della sistemazione dell’Europa e dell’Africa. Non abbiamo mai avuto divergenze di idee. Già all’epoca delle trattative per lo sgombero dell’Alto Adige, controprova indiscutibile delle sue oneste e solidali intenzioni, il Führer dimostrò buon volere e comprensione”.
La sistemazione dell’Europa avrebbe dovuto attuarsi in questo modo:
“L’Europa divisa in due grandi zone di influenza: nord e nord-est influenza germanica, sud, sud-est e sud-ovest influenza italiana. Cento e più anni di lavoro per la sistemazione di questo piano gigantesco. Comunque, cento anni di pace e di benessere. Non dovevo forse vedere con speranza e con amore una soluzione di questo genere e di questa portata? 
“In cento anni di educazione fascista e di benessere materiale il Popolo italiano avrebbe avuto la possibilità di ottenere una forza di numero e di spirito tale da controbilanciare efficacemente quella oggi preponderante della Germania.
“Una forza di trecento milioni di europei, di veri europei, perché mi rifiuto di definire gli agglomerati balcanici e quelli di certe zone della Russia anche nelle stesse vicinanze della Vistola; una forza materiale e spirituale da manovrare verso l’eventuale nemico di Asia o di America.
“Solo la vittoria dell’Asse ci avrebbe dato diritto di pretendere la nostra parte dei beni del mondo, di quei beni, che sono in mano a pochi ingordi e che sono la causa di tutti i mali, di tutte le sofferenze e di tutte le guerre." 

#goofy3


E' in corso il terzo convegno di a/simmetrie, "L'Italia può farcela", per gli amici #goofy3. Livello degli interventi altissimo e una gioia per le orecchie. Vi invito a seguirlo. E grazie ad Alberto Bagnai e ad a/simmetrie per tutto questo.

Link qui se non dovesse funzionare il frame.

giovedì 6 novembre 2014

Se Atene piange Lisbona non ride


Il bianco e nero si addice a questo breve documentario sul Portogallo e le sue disgrazie post crisi. Un altro splendido paese mediterraneo caduto nell'incantesimo della tetraggine nordica, della depressione conclamata, della tristezza cosmica del "Valse Triste" di Sibelius, non a caso composto da un finlandese come il nostro Katainen, uno dei tanti vezzosi bambolotti Furga della Merkel o l'altro valletto lussemburghese chicchirichì.
La tristezza dei portoghesi non è più la saudade del fado, il sensuale languore della nostalgia ma la cupa depressione del non abbiamo più speranza, del vogliono toglierci tutto. Un paese che aveva visto negli anni '70 rosseggiare i garofani di una rivoluzione che dalla dittatura aveva traghettato pacificamente il popolo nella democrazia - al pari della Spagna, ora è costretta a recitare lo stesso copione della Grecia. 
Sembra un'elencazione di sintomi conosciuti, la semeiotica di una malattia a carattere epidemico (l'unica vera pandemia di questi tempi è la shock economy e per ora non pare esservi vaccino): disoccupazione alle stelle e cancellazione del principio di piena occupazione, distruzione sistematica della classe media attraverso la precarizzazione e proletarizzazione; instillazione del senso di colpa per avere il sole ed essersi guadagnati il benessere e la democrazia, con l'aggravante di non poter sperare in una soluzione.
Come nel documentario sulla Grecia, anche qui vediamo persone che reagiscono con l'umorismo, con la musica, con la protesta di piazza ma senza un vero spirito rivoluzionario. Sembrano più cure palliative che risolutive. Questa crisi, essendo depressogena, fiacca le energie, castra, umilia ed annichilisce la reazione. E' questo che la rende così cosmicamente odiosa. 


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