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mercoledì 17 dicembre 2014

Traditori


Sapete come si leggono i giornali, anche quelli online come Repubblica.it? Dovete leggerli dal basso verso l'alto e dall'ultima alla prima pagina, se volete capire, nell'ordine: cosa vogliono che ignoriate, che invece sappiate e con che cosa vogliono distrarvi. I distrattori servono anche per indurvi a negligere fatti importanti che però in quel momento non devono attirare la vostra attenzione. Più in basso o nelle pagine interne possono anche trovarsi le notizie che apparentemente non sembrano importanti ma che, se le tenete d'occhio, potete giurare che di lì a qualche giorno acquisteranno maggiore evidenza e risaliranno verso l'alto.

In questi ultimi giorni, tra le notizie in secondo piano ma importantissime ce ne sono state due che hanno riguardato la libertà di informazione e di espressione.
Lunedì 15 dicembre Giulietto Chiesa, che si trovava in Estonia per una conferenza dal titolo "La Russia è nemica dell'Europa?", è stato inspiegabilmente tratto in arresto dalle autorità locali e notificato dell'esistenza di un decreto di espulsione del governo estone del quale però non si conosce ancora la motivazione. Una cosa inaudita per un paese cosiddetto europeo, e che non ha avuto certo sulla stampa il riscontro che avrebbe meritato, tranne quello di colleghi di specchiata onestà intellettuale come Marcello Foa. Chiesa, commentando il suo immotivato arresto nell'Estonia facente parte dell'UE, ha protestato che "questa non è certo l'Europa di Spinelli". Sicuro sicuro, Giulietto?

Come mai, più o meno contemporaneamente, in Spagna il governo Rajoy riusciva a far approvare dalla Camera, in attesa del passaggio al Senato, la cosiddetta "ley mordaza" una legge di sicurezza pubblica particolarmente restrittiva, una sorta di Patriot Act che, secondo i critici, potrebbe rappresentare un ritorno ad un clima da dittatura? Non dicevamo giusto nel post precedente che coloro che si sono incaricati di subprimizzare intere nazioni cancellandone le costituzioni democratiche, ritenevano la Spagna troppo legata a contraddizioni del periodo post-franchista?
Cosa sta succedendo veramente in Europa? Forse possiamo capirlo analizzando la giornata di ieri, 16 dicembre dal punto di vista dell'azione della propaganda mediatica.

Dite la verità, dei dieci comandamenti ve ne è rimasto impresso solo uno: quello del "non rubare". E scommetto che dell'esegesi piddina della Legge spalmata su due lunghissime e narcolettiche serate televisive condotte dal catechista più pagato al mondo ricordate solo che il Signore quel comandamento lo scrisse espressamente in italiano. 
Bene, era proprio quello il messaggio e l'avete recepito. Irrorazione di autorazzismo completata. Ricordiamo che un senso di vomito è perfettamente normale. Ringraziamo il born again Benigni e i nostri comunisti preferiti per la collaborazione.

Passiamo oltre. Sempre della giornata di ieri, cosa ricordate d'altro? La strage dei bambini in Pakistan, certo. Dice che andavano a scovarli classe per classe. Come a Columbine. Come sull'Isola di Utoya e prima ancora a Beslan. Già, Beslan.
Ignobile attentato terroristico, vero. Avete però soprattutto ascoltato in tutti i TG l'aspirante fratello gridare in Parlamento contro i grillini che l'avevano esortato a "pensare piuttosto ai bambini italiani", anche se pare che nessuno l'abbia detto veramente. Come nell'esperimento di psicologia della testimonianza "del cane lupo", che tutti hanno visto ma che non è mai esistito, l'importante non è la causa ma l'effetto, cioè quello che ha potuto gridare il boy scout attraverso la televisione nei nostri salotti, prima che un altro toscano in vena di predicozzi vi pontificasse a caro prezzo: "Come si fa a dire: "pensa ai bambini italiani!!""
Giusto, i bambini italiani contano zero, come quelli greci. Che si sappia in giro. Altro messaggio arrivato e download completato. Un parlamentare del M5S, in piena illuminazione, ha fatto il salto della quaglia dichiarando nefasta l'uscita dall'euro e l'alleanza con Farage del Movimento. Boy scouting in diretta e nessuna denuncia di scilipotismo sui media, ci mancherebbe.

Andiamo ancora avanti. Non ricordate proprio altro di questa intensa giornata?
Strano, perché ieri è scattata l'offensiva della nuova Operazione Barbarossa, l'attacco alla Russia. L'Impero colpisce ancora secondo il motto "Yes we can (do whatever we want)". Niente divisioni corazzate ma solo una perfetta manovra concentrica di speculazione finanziaria a colpire non solo il rublo ma l'intera economia russa. Lo vedete nel box qui sotto di Repubblica.it, all'inizio collocato a fondo pagina e man mano risalito nella giornata.
Quel "i russi iniziano ad avere paura" sottolineato è tutto un programma.


Visto che ricompare lo spread, che conosciamo bene, dovremmo essere ormai allenati a riconoscere dal fetore i Blitzkrieg del potere finanziario, eppure l'attacco di ieri ve l'hanno venduto ancora una volta come qualcosa di simile ad un castigo divino, la prova che gli dei non amano il presidente Putin, la Madre Russia, la sua moneta (sovrana) e la sua indipendenza. Non sono mancate le stoccate sugli oligarchi maialoni e mafiosi puniti dall'azione di mercati antropomorfi inesistenti, come proiezione del delirio psicopatico degli ordoliberisti.
Ovviamente c'è stato chi si è detto lieto, a differenza della Russia e del suo rubletto, di far parte dell'eurozona e di essere così protetto dalle tempeste finanziarie. 

Riassumendo: nel giorno in cui i talebani riconquistano le prime pagine con una strage particolarmente ripugnante in Pakistan e all'indomani dell'attacco terroristico in Australia ( se no che terrorismo globale e che guerra trentennale al terrorismo è?), una sconvolgente ondata speculativa si abbatte sulla Russia, facendo diventare prove i numerosi indizi che suggeriscono che siamo leggerissimamente in guerra. Siamo nel senso dell'entità europea volgarmente chiamata UE in guerra con la Russia di Putin. Si comincia a capire un po' il perché dell'arresto di Giulietto Chiesa?

Facciamo un passo indietro. Domenica 7 dicembre, Sant'Ambroeus. Matteo Salvini è ospite di Lucia Annunziata per una lunga intervista, che vi propongo integralmente.



Lucia incalza Matteo (il Matteo cattivo, non quello buono) da vera giornalista d'assalto, pone domande scomode come "Lei è fascista o no? Sa, è un dibbbattito interessante". E' per la storia della Le Pen, ovviamente. Poi arriva la domanda sulla recente visita di Salvini a Mosca e qui Lucia tira fuori l'interrogante da prigione del popolo che è in lei.
Perché Salvini è andato a Mosca? Per difendere l'export e il made in Italy ma Lucia ne fa una questione assai più grave:

"Andare a Mosca è qualche cosa che qualcuno potrebbe dichiarare tradimento dell'interesse nazionale."

(Qui c'è un parametro illogico. Visto che Annunziata, essendo antifascista, sicuramente rigetta il nazionalismo nel senso di quello italiano, di quale interesse nazionale sta parlando? Io un'ipotesi l'avrei ma non la dico.)
Il concetto viene confermato alla fine dell'intervista:
"Questa storia sulla Russia la considero un filo da traditori".

Domanda: quand'è che si viene considerati traditori visitando un paese straniero? Quando con questo paese straniero si è in guerra.
Siamo quindi proprio in guerra con la Russia? E quando, di grazia, sarebbe stata dichiarata? E' perché siamo in guerra che Chiesa è stato arrestato per il fatto di voler parlare dei rapporti tra Europa e Russia in un paese della UE? 
Subdolamente, questo articolo di Repubblica sembra suggerirlo. Chiesa non ha fatto nulla, si è solo permesso di criticare l'Occidente, ovvero lo schieramento del quale fa parte, in tempo di guerra.
Settant'anni di pace assicurata dall'Europa e non sentirli.




venerdì 1 agosto 2014

Nel frattempo in Ucraina...




Le guerre moderne si combattono sui civili e quasi esclusivamente su di essi. Non credete a quei fottuti bugiardi, portavoce governativi o loro tirapiedi mediatici che dicono "oh, scusate se ci sono andati di mezzo dei civili, non volevamo". Il soldato morto non ottiene lo stesso effetto shock di una mamma ammazzata in un parco con ancora in braccio la sua bimba, di una manciata di bambini morti in una scuola o di un povero disabile massacrato sulla sua carrozzella. 

Due guerre atroci si stanno combattendo sui civili in queste ore. Una è la liquidazione a puntate di Gaza. L'altra è l'attacco alla Russia per interposta Ucraina. Come tutte le ultime, anche queste sono guerre per le risorse, naturalmente. Per il controllo dei flussi energetici. Se controlli l'energia puoi anche imporre ai popoli da sottomettere, assieme all'austerità,  inverni gelidi ed estati roventi.

Questi poveri morti sono alcuni dei residenti di una casa di cura per anziani con malattie mentali a Lugansk, uccisi dall'esercito di quel governo filo-occidentale nato dal solito coito contro natura tra ultracapitalismo e reazione e i cui crimini vengono regolarmente occultati, tanto hanno la scusa che le immagini "potrebbero impressionarvi", e finiscono triturati assieme ai "200 bambini morti a Gaza, SOPRATTUTTO a causa dei bombardamenti israeliani" dei telegiornali piddini. 

Scegliete voi se volete il cazzotto in faccia o no. Se volete sapere, tra una minchiata e l'altra di 'sto governo piduino, cosa sta succedendo alla grande porta di Kiev, trovate per favore il tempo di guardare le foto che sta pubblicando Nicolai Lilin sul suo profilo Facebook. Sono crude, sconvolgenti, ma documentano uno scempio assoluto, un massacro di civili con la benedizione dell'Europa, del ragazzo immagine del complesso militare-industriale, della Fuhrerin e di tutti i killemmuorti collaborazionisti di questo mondaccio schifoso intrappolato nella maledizione dell'economia dei disastri.

E, quando piangete per quel fogliaccio defunto, ricordate che scelse di appoggiare questi assassini.


mercoledì 16 luglio 2014

"Su Israele, l'Ucraina e la Verità" di John Pilger


Capita a volte di leggere qualcosa di epico. Uno scritto particolarmente felice che riassume tutto ciò che ci sarebbe da dire e che soprattutto si vorrebbe leggere sui giornali ed ascoltare nei notiziari sugli argomenti di attualità che non siano i fottuti Mondiali di Calcio vinti dai soliti crucchi, gli occhioni manga della ministra, le riforme, il chiscopachi estivo, l'addio di Conte, quisquilie atte a nascondere l'iniezione letale che sta per essere praticata alla democrazia italiana grazie ai maledetti piddini. 

Non è un caso che un articolo omerico come questo di John Pilger, che riprendo tradotto in italiano grazie al sempre mai abbastanza ringraziabile "Voci dall'Estero", provenga da un autore australiano e non italiano. Gli italiani, parafrasando un Gaber da censura, sono troppo invischiati nei propri sfaceli, non reagiscono più se non a comando, salivando come i cani di Pavlov in risposta alla stimolazione propagandistica. Assomigliano sempre di più ai loro ministri e ministre dalle espressioni lobotomizzate, dai cervellini rossi fritti e marinati nella catatonia.

Di quante cose gravi ci sarebbe da discutere in questi giorni. Discutere però, se non ancora proibito, è quanto meno sconsigliato. Meglio il generatore automatico di risposte predigerite e rigurgitate. 
L'Ucraina? Paga il suo tenere per Putin, l'amico di e quindi cattivo perché nemico soprattutto di quegli altri. 
Gaza e i suoi già duecento morti per i tre poveri ragazzi israeliani assassinati, non si saprà mai da chi perché questo è il mondo dove il terrorismo non rivendica più i suoi delitti e "chi è stato" è sempre di più un dettaglio? Se muoiono i palestinesi è solo colpa dei palestinesi e se non sei ancora completamente e sociopaticamente indifferente al tremendo filmato dell'uomo aggrappato in obitorio al cadaverino del figlioletto con la testa spaccata in due, significa che bisogna lavorarci ancora un po'.
Gaza? Ma scherzi, ricicliamo il vecchio pezzo lacrimogeno sul dramma speculare, anche se obiettivamente improponibile come confronto, degli insediamenti dei coloni sottoposti alla minaccia dei Qassam, che in confronto ai droni e agli esplosivi DIME sono bott a mur. 

Tutto deve essere ricondotto al principio del "si sono dati fuoco da soli" tanto caro a fogliacci per fortuna in coma dépassé come l'Unità, su cui lo spettro di Gramsci sta giustamente danzando e festeggiando, tifando per il duo-cougar Ferrari-Santanché affinché se ne aggiudichi in affidamento le ceneri. 

Vi lascio a Pilger, God bless him.


"Su Israele, l'Ucraina e la Verità" di John Pilger — 11 luglio 2014 da CounterPunch

L'altra sera ho visto 1984 di George Orwell rappresentato sul palcoscenico, a Londra. Nonostante abbia fortemente bisogno di un'interpretazione contemporanea, l'avvertimento lanciato da Orwell riguardo al futuro è stato rappresentato come un oggetto d'epoca: remoto, non minaccioso, quasi rassicurante. È come se Edward Snowden non avesse rivelato nulla, come se il Grande Fratello non fosse oggi uno spione digitale e Orwell stesso non avesse mai detto: "Per essere corrotti dal totalitarismo non è necessario vivere in un paese totalitario."
Acclamata dai critici, questa sapiente rappresentazione ha dato la misura del nostro tempo culturale e politico. Quando si sono riaccese le luci, le persone stavano già uscendo. Sono sembrati impassibili, o forse avevano altre cose per la testa. "Che delirio," ha detto una giovane donna mentre accendeva il cellulare.

Mentre le società avanzate diventano de-politicizzate, i cambiamenti sono tanto sottili quanto spettacolari. Nei discorsi quotidiani, il linguaggio politico si capovolge, come Orwell profetizzava in 1984. La parola "democrazia" è un artificio retorico. La pace è "perpetua guerra". "Globale" significa imperiale. Il concetto di "riforme", un tempo pieno di speranza, oggi significa regressione, perfino distruzione. "Austerità" è l'imposizione del capitalismo estremo sui poveri e i doni del socialismo dati ai ricchi: un sistema ingegnoso nel quale la maggioranza copre il debito di pochi.

Nelle arti, l'ostilità all'espressione della verità nella politica è un articolo della fede borghese. "Il periodo rosso di Picasso," diceva un titolo dell'Observer, "e perché la politica non fa buona arte." Considerate che questo era in un giornale che promuoveva il bagno di sangue in Iraq come una crociata liberal. L'opposizione di Picasso al fascismo durante tutta la sua vita è solo una nota a margine, proprio come il radicalismo di Orwell è svanito nel premio letterario che si è appropriato del suo nome.
Alcuni anni fa Terry Eagleton, allora professore di letteratura inglese all'Università di Manchester, aveva calcolato che "per la prima volta da due secoli a questa parte, non c'è poeta, drammaturgo o romanziere britannico che sia pronto a mettere in questione i fondamenti del modo di vivere occidentale." Non c'è uno Schelly che parli per i poveri, un Blake per i sogni utopistici un Byron che maledica la corruzione della classe dominante, un Thomas Carlyle o un John Ruskin che rivelino il disastro morale del capitalismo. William Morris, Oscar Wilde, HG Wells, George Bernand Shaw, non hanno degli equivalenti oggi. Harold Pinter è stato l'ultimo a sollevare la propria voce. Tra le voci insistenti del consumismo femminista, nessuna fa eco a Virginia Woolpiklpf, che aveva descritto "le arti di dominazione sulle persone ... del potere, dell'omicidio, dell'acquisizione di terre e di capitale".

Al National Theatre una nuova commedia, "Gran Bretagna", fa satira sullo scandalo delle intercettazioni telefoniche che ha visto processati e condannati dei giornalisti, tra cui un ex editore delle Rupert Murdoch's News del World. Descritta come una "farsa con le zanne [che] mette l'intera cultura incestuosa [dei media] sul banco degli imputati e la sottopone ad una ridicolaggine spietata", il bersaglio della commedia sono i personaggi "beatamente divertenti" del tabloid della stampa britannica. È cosa buona e giusta, e molto familiare. Che dire dei media non-tabloid che si considerano credibili e rispettabili, e tuttavia svolgono un ruolo parallelo come braccio del potere dello stato e delle corporazione, come ad esempio nella promozione di guerre illegali?

L'inchiesta di Leveson sulle intercettazioni telefoniche ha accennato a questo tema innominabile. Tony Blair ne stava dando dimostrazione, lamentandosi con Sua Maestà del fastidio che i tabloid davano a sua moglie, quando è stato interrotto da una voce proveniente dalla tribuna del pubblico. David Lawley-Wakelin, un produttore cinematografico, ha chiesto che Blair fosse arrestato e processato per crimini di guerra. Ci fu una lunga pausa: lo shock della verità. Il signor Leveson balzò in piedi e ordinò che colui che diceva la verità fosse mandato fuori, e si scusò con il criminale di guerra. Lawley-Wakelin finì sotto processo, Blair rimase libero.

I complici di lungo corso di Blair sono più rispettabili degli intercettatori delle telefonate. Quando la presentatrice della BBC, Kirsty Wark, lo intervistò per il decimo anniversario dell'invasione dell'Iraq, gli concesse un momento che egli poteva solo sognare; gli permise di soffermarsi sulla "difficile" decisione presa per l'Iraq invece che chiedergli conto del suo crimine epico. Ciò ha rievocato la processione di giornalisti della BBC che nel 2003 dichiaravano che Blair poteva sentirsi "vendicato", e la successiva "fondamentale" serie della BBC, "Gli Anni di Blair", per la quale David Aaronovitch fu scelto come scrittore, presentatore e intervistatore. Da servitore di Murdoch che ha fatto campagna a sostegno dell'attacco militare in Iraq, Libia e Siria, Aaronovitch ha saputo adulare sapientemente.

Fin dall'invasione dell'Iraq – esempio di atto di aggressione non provocata che un giudice di Norimberga, Robert Jackson, ha definito "il supremo crimine interazionale, che differisce da altri crimini di guerra per il fatto che contiene in se stesso la somma di tutti i mali" – Blair e il suo portavoce e principale complice, Alastair Campbell, hanno ricevuto abbondante spazio sul Guardian per poter riabilitare la propria reputazione. Descritto come una "star" del partito laburista, Campbell ha cercato le simpatie dei lettori usando la propria depressione e facendo mostra del suo interesse per la tirannia militare egiziana, sebbene questo non rientri nei suoi attuali compiti di consigliere di Blair.

Ora che l'Iraq è smembrato, a seguito dell'invasione di Blair e Bush, il titolo del Guardian dichiara: "Rovesciare Saddam è stato giusto, ma lo abbiamo fatto troppo presto". Questo capitava in concomitanza con un articolo in primo piano, il 13 giugno, di un ex funzionario di Blair, John McTernan, che tra l'altro era al servizio del dittatore iracheno installato dalla CIA, Iyad Allawi. Nel chiedere una ripetizione dell'invasione di un paese che il suo precedente padrone ha contribuito a distruggere, non ha fatto per nulla riferimento alla morte di almeno 700.000 persone, all'esodo di quattro milioni di rifugiati e al tumulto di sètte in un paese che precedentemente andava fiero della sua tolleranza di costumi.

"Blair incarna la corruzione e la guerra," ha scritto un cronista radicale del Guardian, Seumas Milne, in un focoso pezzo del 3 luglio. Questo è noto al mestiere come un "bilanciamento". Il giorno seguente, la rivista ha pubblicizzato a tutta pagina un bombardiere Americal Stealth. Sulla minacciosa fotografia del bombardiere c'erano le parole: "F-35. Grande per la Gran Bretagna". Quest'altra incarnazione di "corruzione e guerra" costerà al contribuente britannico 1,3 miliardi di sterline, dopo che il suo modello F- precedente ha massacrato un po' di persone in giro per il mondo in via di sviluppo.

In un villaggio dell'Afghanistan, abitato dai più poveri tra i poveri, ho filmato Orifa, in ginocchio sulle tombe di suo marito, Gul Ahmed, un tessitore di tappeti, di altri sette membri della famiglia tra cui sei bambini, e di due bambini che erano stati uccisi nella casa a fianco. Una bomba "di precisione" da 500 libbre è caduta dritta sulla loro casa di fango, pietre e paglia, lasciando un cratere largo 15 metri. Lockheed Martin, il costruttore dell'aereo, ha avuto l'onore di aver trovato posto nella pubblicità del Guardian.

L'ex Segretario di Stato e aspirante Presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton, è stata di recente all'Ora delle Donne sulla BBC, la quintessenza della rispettabilità mediatica. La presentatrice, Jenni Murray, ha presentato la Clinton come un faro della realizzazione femminile. Non ha ricordato ai suoi ascoltatori l'assurdità detta dalla Clinton secondo cui l'Afghanistan è stato invaso per "liberare" le donne come Orifa. Non ha chiesto nulla alla Clinton sulla campagna di terrore condotta dalla sua amministrazione, che usa i droni per uccidere donne, uomini e bambini. Non ha fatto menzione della vana minaccia della Clinton, formulata mentre faceva campagna per essere il primo presidente donna, di "eliminare" l'Iran, e nulla a proposito del suo sostegno alla campagna illegale di intercettazione di massa e alla caccia agli informatori.

La Murray ha fatto giusto una domanda da dito sulle labbra. Ha chiesto se la Clinton ha perdonato Monica Lewinsky per aver avuto una relazione con suo marito. "Il perdono è una scelta," ha detto la Clinton, "per me è assolutamente la scelta giusta." Questo ha riportato alla mente gli anni '90, gli anni consumati dallo "scandalo" Lewinsky. Il Presidente Bill Clinton stava allora invadendo Haiti, e bombardando i Balcani, l'Africa e l'Iraq. Stava anche distruggendo le vite dei bambini iracheni; l'Unicef riportò la morte di mezzo milione di bambini iracheni di meno di cinque anni, come risultato dell'embargo imposto dagli USA e dalla Gran Bretagna.

I bambini sono spariti dai media, proprio come le vittime delle invasioni sostenute e promosse da Hillary Clinton – in Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia – sono sparite dai media. Murray non ne ha fatto cenno. Una fotografia di lei e della sua distinta ospite, raggiante, è apparsa sul sito web della BBC.

In politica come nel giornalismo e nell'arte, sembra che il dissenso inizialmente tollerato nel "mainstream" sia regredito a dissidenza: un metaforico clandestino. Quando ho iniziato la carriera nel britannico Fleet Street, negli anni '60, era accettabile criticare il potere occidentale come una forza predatoria. Leggete i celebri resoconti di James Cameron sull'esplosione della bomba ad idrogeno sull'atollo Bikini, sulla barbarica guerra di Corea e sui bombardamenti americani nel Vietnam del Nord. La grande illusione di oggi è quella di essere nell'epoca dell'informazione quando, in realtà, siamo in un'epoca in cui l'incessante propaganda corporativa è insidiosa, contagiosa, efficace e liberale.

Nel suo saggio del 1859 Sulla Libertà, al quale i moderni liberali tributano i loro omaggi, John Stuart Mill scriveva: "Il dispotismo è un legittimo metodo di governo quando si ha a che fare coi barbari, purché la finalità sia il loro miglioramento, e i mezzi siano giustificati dall'efficace raggiungimento di quella finalità." I "barbari" erano grandi porzioni dell'umanità la cui "implicita obbedienza" era pretesa. "È un mito bello e comodo che i liberali siano pacifisti e i conservatori siano guerrafondai," ha scritto lo storico Hywel Williams nel 2001, "ma l'imperialismo alla maniera dei liberali può essere più pericoloso a causa della sua natura priva di limiti precisi: la sua convinzione di rappresentare una forma di vita superiore." Aveva in mente il discorso di Blair, nel quale l'allora primo ministro prometteva di "rimettere ordine nel mondo intorno a noi" secondo i suoi "valori morali".

Richard Falk, rispettata autorità di diritto internazionale e Relatore Speciale dell'ONU in Palestina, una volta descrisse uno "schermo di immagini positive dei valori occidentali e dell'innocenza, autolegittimato e a senso unico, raffigurato come sotto minaccia per legittimare una campagna di illimitata violenza politica." Esso è "così ampiamente accettato da risultare pressoché inattaccabile".

La clientela e i sostenitori premiano i guardiani. Su Radio 4 della BBC, Razia Iqbal ha intervistato Toni Morrison, Premio Nobel afro-americano. La Morrison si chiedeva perché la gente fosse “così arrabbiata” con Barack Obama, il quale è così “cool” e vuole costruire una “economia forte e un’assistenza sanitaria”. La Morrison è stata orgogliosa di aver parlato al telefono con il suo eroe, che aveva letto uno dei suoi libri e l’aveva invitata alla sua inaugurazione.

Né lei né la sua intervistatrice hanno menzionato le sette guerre di Obama, inclusa la campagna di terrore coi droni, nella quale intere famiglie, i loro soccorritori e chi era in lutto per loro, sono stati assassinati. Quel che sembrava contare era che un uomo di colore “bravo a parlare” è riuscito ad arrivare ai vertici del potere. Nei Dannati della Terra, Frantz Fanon scrisse che la “missione storica” dei colonizzati era quella di servire come “linea di trasmissione” per coloro che comandavano e opprimevano. Nell’era moderna, l’impiego delle differenze etniche nel sistema di potere e di propaganda occidentale è considerato essenziale. Obama incarna esattamente questo, sebbene sia stato il governo di George W. Bush – la sua cricca guerrafondaia – il più multietnico della storia presidenziale.

Mentre la città irachena di Mosul cadeva nelle mani degli jihadisti dell’ISIS, Obama diceva che “Gli americani hanno fatto enormi investimenti e sacrifici per dare agli iracheni l’opportunità di inseguire un destino migliore.” Quanto è “cool” questa bugia? Quanto è stato “bravo a parlare” Obama nel discorso all’accademia militare West Point il 28 maggio? Facendo il suo discorso sulle “condizioni del mondo” alla cerimonia di laurea di quelli che “prenderanno la leadership dell’America” nel mondo, Obama ha detto “Gli Stati Uniti useranno la forza militare, unilateralmente se necessario, quando i nostri interessi fondamentali lo richiederanno. Le opinioni internazionali sono importanti, ma l’America non dovrà mai chiedere il permesso...”

Ripudiando la legge internazionale e i diritti delle nazioni indipendenti, il presidente americano si appella ad una divinità sulla base del potere della sua “indispensabile nazione”. È un ben noto messaggio di impunità imperiale, sebbene sempre rassicurante da sentire. Evocando l’ascesa del fascismo negli anni ’30, Obama ha detto “Credo nell’eccezionalità dell’America con ogni fibra del mio essere.” Lo storico Norman Pollack a scritto: “Per quelli che marciano col passo dell’oca, rimpiazzate la militarizzazione apparentemente più innocua dell’intera cultura. E per il leader altisonante abbiamo il riformatore mancato, spensieratamente all’opera, che pianifica ed esegue omicidi, sorridendo tutto il tempo.”

In febbraio gli USA hanno imbastito uno dei loro “coloriti” colpi di stato contro un governo eletto in Ucraina, sfruttando le sincere proteste contro la corruzione a Kiev. Il consigliere di Obama per la sicurezza nazionale, Victoria Nuland, ha scelto personalmente il leader di un “governo provvisorio”. Lo ha soprannominato “Yat”. Il vicepresidente Joe Biden è andato a Kiev, così come il direttore della CIA John Brennan. Le truppe d’assalto per il loro colpo di stato erano fascisti ucraini.

Per la prima volta dal 1945, un partito neo-nazista e apertamente anti-semita controlla i punti chiave del potere statale in una capitale europea. Nessun leader dell’Europa occidentale ha condannato questo risveglio del fascismo nella zona di confine nella quale i nazisti di Hitler uccisero milioni di russi. Essi avevano il supporto dell’Esercito di Insurrezione Ucraino (UPA), responsabile del massacro di ebrei e russi, chiamato “vermin”. L’UPA è l’ispiratore storico dell’odierno partito Svoboda e del suo associato Settore Destro. Il leader di Svoboda, Oleh Tyahnybok ha chiesto la purga della “mafia russo-ebraica” e di “altra feccia” tra cui gay, femministe, e gente di sinistra.

Fin dal collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno circondato la Russia di basi militari, aerei da guerra nucleari e missili, come parte del progetto di allargamento della Nato. Rinnegando la promessa fatta al presidente sovietico Mikhail Gorbachev nel 1990, secondo cui la Nato non si sarebbe espansa “di un solo centimetro verso est”, la Nato ha, in realtà, occupato militarmente l’est Europa. Nel Caucaso ex-sovietico, l’espansione della Nato costituisce il più grande sviluppo militare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Un piano di azione per l’appartenenza alla Nato è il regalo di Washington fatto al regime di Kiev. In agosto l’Operazione Tridente Rapido porterà truppe americane e britanniche sul confine russo dell’Ucraina, e il piano Brezza di Mare spedirà navi da guerra statunitense entro il raggio visivo dei porti russi. Immaginate la reazione se questi atti di provocazione o intimidazione fossero fatti sui confini americani.

Nel reclamare la Crimea, che Nikita Kruschev separò illegalmente dalla Russia nel 1954, i russi si sono difesi come fanno da almeno un secolo. Più del 90 percento della popolazione della Crimea ha votato per il ritorno del territorio nella Russia. La Crimea è la sede della Flotta del Mar Nero, e la sua perdita sarebbe fatale per la Marina Russa e sarebbe un premio per la Nato. In un modo che ha confuso i falchi a Washington e a Kiev, Vladimir Putin ha ritirato le truppe dal confine ucraino e sollecitato i russi residenti nell’Ucraina dell’est ad abbandonare il loro separatismo.

Tutto ciò è stato capovolto alla maniera orwelliana, e in occidente si è parlato di “minaccia russa”. Hillary Clinton ha paragonato Putin a Hitler. Senza ironia, i commentatori tedeschi di destra hanno fatto lo stesso. Nei media, i neo-nazisti ucraini vengono presentati come “nazionalisti” o “ultra-nazionalisti”. Ciò che temono è che Putin stia abilmente cercando una soluzione diplomatica e possa avere successo. Il 27 di giugno, per reagire all’ultimo atto accomodante di Putin – la sua richiesta al parlamento russo di abrogare la legislazione che gli dava il potere di intervenire a nome dei russi residenti in Ucraina – il Segretario di Stato John Kerry ha mandato un altro dei suoi ultimatum. La Russia doveva “agire entro le prossime ore, letteralmente” per far terminare la rivolta nell’est dell’Ucraina. Nonostante Kerry sia ampiamente riconosciuto come un pagliaccio, il vero scopo di questi “avvertimenti” è quello di conferire alla Russia lo status di pariah, e di sopprimere le notizie sulla guerra che il regime di Kiev sta facendo contro la sua stessa gente.

Un terzo della popolazione ucraina parla Russo ed è bilingue. Da tempo stanno cercando di ottenere una federazione democratica che rifletta le diversità etniche in Ucraina e sia al contempo autonoma e indipendente da Mosca. Molti non sono né “separatisti” né “ribelli”, ma solo cittadini che vogliono vivere in sicurezza nel proprio paese. Il separatismo è la reazione agli attacchi che la giunta militare di Kiev sta svolgendo contro di loro; attacchi che hanno provocato l’esodo di circa 110.000 persone (secondo le stime ONU) attraverso il confine verso la Russia. Tipicamente si tratta di donne e bambini traumatizzati.

Come i bambini iracheni sotto embargo e le donne e ragazze “liberate” dell’Afghanistan, terrorizzati dai signori della guerra della CIA, questi gruppi etnici dell’Ucraina sono spariti dai media occidentali, le sofferenze e le atrocità commesse contro di loro vengono minimizzate o taciute. Nei media mainstream occidentali manca il senso della proporzione degli attacchi svolti dal regime. Questo non è privo di antecedenti. Rileggendo l’eccellente “La Prima Vittima: il corrispondente di guerra come eroe, propagandista e creatore di miti”, di Phillip Knightley, rinnovo la mia ammirazione per Morgan Philips Price, del Manchester Guardian, l’unico reporter occidentale rimasto in Russia durante la rivoluzione del 1917, che ha riportato la verità su una disastrosa invasione degli alleati occidentali. Imparziale e coraggioso, Philips Price è stato l’unico a rompere ciò che Knightley definiva un “silenzio oscuro” anti-russo nell’Occidente.

Il 2 maggio di quest’anno, a Odessa, 41 russi sono stati bruciati vivi nella sede dei sindacati, con la polizia che stava davanti a loro. Ci sono delle orribili riprese a dimostrarlo. Il leader del Settore Destro, Dmytro Yarosh, si è riferito al massacro come a “un altro giorno luminoso nella storia della nostra nazione”. Nei media americani e britannici questa è stata descritta come una “fosca tragedia” risultata dagli “scontri” tra i “nazionalisti” (neo-nazisti) e i “separatisti” (persone che raccoglievano firme per un referendum per l’Ucraina federale). Il New York Times ha seppellito la cosa, cassando come propaganda russa gli avvertimenti riguardo le politiche fasciste e anti-semite condotte dai nuovi clienti di Washington. Il Wall Street Journal ha maledetto le vittime – “Il micidiale incendio in Ucraina è stato probabilmente acceso dai ribelli, dice il governo”. Obama si è congratulato con la giunta militare per la sua “moderazione”.

Il 28 giugno il Guardian ha dedicato la maggior parte di una pagina alle dichiarazioni del “presidente” del regime di Kiev, l’oligarca Petro Poroshenko. Di nuovo si applica la regola dell’inversione orwelliana. Non c’è stato un colpo militare, non c’è una guerra contro le minoranze in Ucraina, e i russi sono da incolpare per qualsiasi cosa. “Vogliamo modernizzare la nazione,” ha detto Poroshenko. “Vogliamo introdurre la libertà, la democrazia e i valori europei. Qualcuno non vuole questo. Qualcuno è contro di noi per questo.”

Nel suo resoconto, il reporter del Guardian, Luke Harding, non mette alla prova queste dichiarazioni, né menziona le atrocità di Odessa, o gli attacchi aerei e di artiglieria fatti dal regime su aree residenziali, o l’uccisione e il rapimento di giornalisti, o il bombardamento di un giornale dell’opposizione, o la minaccia di “liberare l’Ucraina dallo sporco e dai parassiti”. I nemici sono “ribelli”, “militanti”, “insorti”, “terroristi”, e fantocci del Cremlino. Ripensate alle storie dei fantasmi di Vietnam, Cile, Est Timor, sud-Africa, Iraq. Notate le stesse etichette. La Palestina è la calamita di questo perenne inganno. L’11 luglio, a seguito dell’ultima azione israeliana, un massacro a Gaza armato dagli americani – sono morte 80 persone tra cui 6 bambini in una sola famiglia – un generale israeliano ha scritto nel Guardian, sotto al titolo, “Una necessaria dimostrazione di forza”.

Negli anni ’70 incontrai Leni Riefenstahl, e le chiesi dei film che glorificavano il nazismo. Usando in modo rivoluzionario la telecamera e le tecniche di illuminazione, Leni aveva prodotto una forma di documentario che aveva ipnotizzato i tedeschi. È stato il suo “Trionfo della Volontà” che ha presumibilmente dato il lancio al maleficio di Hitler. Le ho domandato della propaganda nelle società che si ritengono superiori. Lei replicò che i “messaggi” nei suoi film non dipendevano da “ordini dall’alto”, ma dal “vuoto sottomesso” della popolazione tedesca. “Ciò includeva anche la borghesia liberale ed istruita?” le chiesi. “Chiunque,” rispose, “e, naturalmente, anche gli intellettuali.”



John Pilger è autore di Freedom Next Time. Tutti i suoi documentari possono essere visti gratuitamente sul suo sito web http://www.johnpilger.com/

domenica 4 maggio 2014

La scalinata di O.D.E.SS.A.



L'altro giorno Obama, nel corso di un incontro con la Merkel, riferendosi alla crisi Ucraina, ha detto che Putin non ha diritto di interferire nelle decisioni di un paese sovrano e del suo governo "duly elected", ovvero pienamente eletto. Se si riferiva per caso a quello guidato dal pupazzetto Arseniy Yatsenyuk, che con un golpe ha rovesciato il governo del presidente Yanukovich scelto a suo tempo dagli ucraini mediante elezioni, non con le primarie, è segno che anche un leader bello, giovane democratico e nero può dire delle stupidaggini peggiori del suo predecessore considerato lo scemo repubblicano del villaggio globale.

L'opinione pubblica americana, che il nervo della democrazia non ce l'ha ancora completamente devitalizzato, ha colto la gaffe e se n'è indignata.
Da noi invece, dopo tre premier nominati e non eletti ma che fanno il bello e il cattivo tempo senza che nessuno abbia da ridire sulla loro legittimità a stravolgere perfino la Costituzione repubblicana, della gaffe di Obama non si è parlato e della crisi ucraina si parla solo stando ben attenti a non far capire come stanno veramente le cose. 

La versione ufficiale raccomandata dalla dottrina piddina deve essere quella che a Kiev stanno lottando e morendo per venire in Europa, e per l'euro suppongo, ma quel cattivone di Putin non vuole e ha scatenato la guerra.
Bisogna nascondere il più possibile la vera natura del golpe di Kiev, targato USA-UE e funzionale agli interessi energetici e di shock economy;  il fatto che tra i cosiddetti combattenti filo-europei o meglio filo occidentali ci sono militanti dei partiti nazisti come Pravy Sektor e bisogna che non si sappia che, per esempio, nel massacro di piazza Maidan le vittime sono state uccise dai proiettili dei cecchini filo-europei, come ha rivelato la caporiona europea Catherine Ashton durante una conversazione rubata con il ministro degli esteri estone, e non dai filo-russi o salomonicamente da entrambe le parti come usa dire oggi. 

La reticenza e la disinformazione hanno riguardato anche l'ultima strage di venerdì scorso, costata la vita ad almeno 38 persone a Odessa. Secondo la cronaca del Guardian, alcune delle vittime sono state uccise a colpi d'arma da fuoco ma la maggioranza di esse ha trovato la morte in un incendio scoppiato a causa di bottiglie molotov nella locale casa dei sindacati, occupato da manifestanti pro-Russia.
In generale, sui media italiani si è fatta molta attenzione a non far notare che i morti dentro il palazzo in fiamme, le cui immagini sconvolgenti (video) sono state divulgate sui social network, appartenevano in gran parte alla fazione dei filorussi e che chi tentava di scappare veniva colpito dagli spari dei nazionalisti filo-occidentali all'esterno o aggredito a bastonate, con le forze dell'ordine che stavano a guardare.
Pare che, come fa notare in questo articolo Pino Cabrasancora una volta per disinformacija si sia distinta l'Unitàil giornale che una volta titolava così e ora, in nome del trionfo del capitale, minimizza le gesta dei neonazisti nella città sacra delle stragi cosacche prerivoluzionarie del 1905. 

A proposito di nazionalismo. Nella copertura del regime dei fatti ucraini notiamo uno strano fenomeno e cioè che il nazionalismo, considerato dal  Pensiero Unico Eurista un concetto generalmente portatore di fascismo perché contrario al nuovo credo dell'internazionalsocialismo variante Kalergi-Van Rompuy-Rehn che livella la classe media allo status del migrante, in questo specifico caso dei golpisti anti-russi è da esso non solo tollerato ma lodato. Si deve quindi presumere che esistano al mondo due nazionalismi: quello che fa comodo al 99% della popolazione, da esecrare e combattere tacciandolo di terrorismo e quello che reca profitto all'1%, magari nazista che, come la serva, serve. Buono a sapersi.

Non è quindi sorprendente che Obama si lasci scappare l'asserzione implicita che la democrazia ormai è qualcosa di non più fondamentale, un optional, e che lo affermi accanto a colei che, dal canto suo, si è ben spesa per favorire la caduta di governi europei non pienamente asserviti agli interessi dell'Euroreich e del potere finanziario globale che ora, attraverso i sicari del FMI, manda a dire al governo fantoccio ucraino che, se lascerà l'est del paese ai russi, non vedrà uno sgheo del prestito a strozzo di cui ha bisogno per sopravvivere.

La situazione è grave e, come scrive giustamente Debora Billi, appare quanto meno folle che l'Occidente, per scatenare disordini nelle città ucraine si stia servendo di squadracce di neonazisti, ovvero di un drappo rosso del sangue di milioni di morti dell'ultima guerra mondiale sventolato di fronte al toro russo.
A meno che questa follia non voglia proprio spingere il confronto tra Russia e Occidente in una guerra aperta sul teatro locale del cortile dell'ex impero sovietico. In fondo le guerre sono sempre state lo sbocco naturale delle grandi crisi economiche. 
Per quanto riguarda l'Italia, La ministra Pinotto ha già detto che siamo pronti a contribuire ad un intervento europeo e se a capo del semestre italiano ci sarà il D'Alema con il Kosovo nel curriculum avremo pure il cacio sui maccheroni. Gli ex-comunisti che fanno la guerra alla Russia schierandosi dalla parte del capitale. Qualcuno nega ancora l'inversione dei poli magnetici?


lunedì 3 marzo 2014

In Ucraina un colpo di stato appoggiato da Europa e Usa



Ricevo e volentieri pubblico un'intervista a Giulietto Chiesa di Gianni Ventola Danese, giornalista freelance da quindici anni, prima sul web e poi sulla carta con "Liberazione" e il "Il Riformista".

In Ucraina un colpo di stato appoggiato da Europa e Usa
Intervista a Giulietto Chiesa

“Gli estremisti nazionalisti ucraini sono stati incitati, organizzati e finanziati dall’Europa e dagli Usa. E’ con questo appoggio esterno che sono riusciti a portare a compimento un colpo di stato”. “l’Europa e gli Stati Uniti riconoscano di non essere più in grado di conservare il loro potere”. “Non possiamo accettare questa linea perché ci porterebbe alla Terza Guerra Mondiale”.

di Gianni Ventola Danese

Giulietto, come interpretare l’escalation della tensione tra Russia e Stati Uniti? Siamo veramente alle porte di un conflitto? Assistiamo all’esasperazione di una nuova guerra fredda o c’è qualcosa di più?

No, siamo già oltre la guerra fredda, credo che ormai siamo nel pieno di una crisi le cui dimensioni sono paragonabili a quelle della crisi dei missili di Cuba del 1962. Io su questo non ho dubbi, Unione Europea e Stati Uniti hanno superato la linea di guardia andando direttamente all’offensiva contro la Russia. Gli scopi sono chiari perché è evidente che sia l’Europa che Gli Usa sono nel pieno di una crisi politico finanziaria senza precedenti, hanno bisogno di distrarre l’opinione pubblica internazionale e tentano di uscirne forzando la mano e creando una netta linea di demarcazione coi russi. Hanno giocato una partita ad altissimo rischio e, adesso, appare evidente che era solo una ingenua illusione pensare che Vladimir Putin potesse in qualche modo cedere ed arrendersi agli accadimenti.

Possiamo realmente immaginare un intervento degli Stati Uniti con gli interessi che questi hanno a salvaguardare un rapporto con i russi su altri scenari, pensiamo alla Siria o all’Afghanistan.

Il problema fondamentale ora è che Putin, a mio avviso, ha fatto una mossa molto ragionevole e meditata, ovvero quella di inviare truppe in Crimea. Lo ha dovuto fare prima che fosse il governo di Kiev a intervenire, un governo, non dimentichiamolo, sostanzialmente di fascisti e di neonazisti che sta puntando apertamente a una rottura con la Russia. Kiev si sta preparando a una aggressione contro la Crimea e contro le regioni russe e russofone dell’Ucraina, e l’unico modo per fermali era ricorrere a un deterrente. A questo punto vedremo fino a che punto l’Europa e gli Usa vorranno insistere appoggiando un gruppo di estremisti nazionalisti fascisti, dovranno decidere se questi gli servono oppure no. Se gli servono, sarà una guerra vera, guerreggiata, si sparerà coi cannoni e auguriamoci che a sparare saranno solo i cannoni.

Volevo arrivare a questo, la rivolta di piazza Maiden viene interpretata da alcuni commentatori come l’ennesima manifestazione delle faide politiche interne all’Ucraina, come già accaduto in passato con la rivoluzione arancione o l’incarcerazione di Julija Tymošenko. Sei d’accordo o questa volta ci troviamo di fronte a qualcosa di profondamente diverso?

Sì, qualcosa ora è cambiato, gli estremisti nazionalisti ucraini che, come giustamente tu dici, sono da tempo ostili alla Russia, sono stati questa volta ampiamente incitati, organizzati e finanziati dall’Europa e dagli Usa, in particolare da un gruppo di Paesi: dai servizi segreti polacchi, dalla Germania e dai Paesi baltici. Questi sono i protagonisti di questa operazione che, come ha scritto anche il “New York Times”, non sono stati neppure così premurosi da consultare il resto dell’Europa. Hanno fatto tutto loro, l’Europa non è stata coinvolta se non attraverso una serie di personalità che hanno fatto la fila sulla piazza Maidan per incoraggiare i rivoltosi. Questa è la differenza rispetto a prima, questi signori hanno avuto il pieno via libera dall’intero sistema degli stati occidentali che hanno partecipato all’operazione con l’incoraggiamento evidente degli Usa. Non per niente il senatore McCain è andato a stringere la mano ai neonazisti che guidavano il partito di estrema destra ucraina Svoboda.  E’ con questo appoggio esterno che sono riusciti a portare a compimento un colpo di stato, agitando, come si è potuto vedere, un’azione militare vera e propria.

Quando parli di paesi baltici ti riferisci anche alla Lettonia dove le minoranze russe sono già discriminate per legge anche a livello linguistico?

Mi riferisco alla Lettonia e all’Estonia, che sono i più aggressivi, ma anche alla Lituania. Tutti i governi e i leader di questi tre stati hanno fatto, per così dire, la fila a Kiev per incoraggiare i rivoltosi. Tra l’altro, attraverso numerose informazioni rivelate dalla stampa polacca, erano presenti sul terreno della piazza Maidan squadre militari o paramilitari provenienti dalla Polonia, quindi c’è anche un intervento diretto dall’esterno dei servizi segreti che hanno contribuito e hanno aiutato. Aggiungo che la signora Victoria Nuland (diplomatica statunitense che ricopre la funzione di Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America, ndr) ha affermato lei stessa come gli Stati Uniti abbiano finanziato l’intera operazione con 5 miliardi di dollari, e c’è la fonte sicura di questa informazione, dagli Stati Uniti, “noi avevamo investito 5 miliardi di dollari affinché l’Ucraina potesse avere il destino che merita”, queste sono le testuali parole, riportate sul blog di Paul Craig Roberts (economista ed editorialista del Wall Street Journal, già sottosegretario al Tesoro sotto l’amministrazione Reagan, ndr). Il risultato è sotto gli occhi di tutti, hanno portato al potere un gruppo di estremisti che minaccia di far scoppiare una guerra civile.

Ecco il punto, come sottolineava anche Massimo Fini, per la prima volta dal dopoguerra è stato rovesciato con la violenza un governo regolarmente eletto. Questo precedente cosa può significare per l’Europa?

Può significare che non c’è nessun paese che può salvarsi dalle operazioni, chiamiamole, di “rivoluzione democratica” guidate dall’esterno. Fino a ieri la motivazione era pubblica ed evidente, bisogna abbattere i dittatori sanguinari. Sfortunatamente Viktor Janukovyč non è né dittatore né sanguinario perché è stato eletto dal popolo ucraino in elezioni che sono state considerate legittime, quindi abbattere un presidente democraticamente eletto si potrà fare ovunque.

Siamo entrati quindi nell’ambito delle “guerre sussidiarie”, le “proxy war” come vengono definite, conflitti pilotati per fini superiori?

Sì, è proprio così, è un salto di qualità esplicito dove l’occidente manifesta la sua volontà di comando, ma la crisi nasce proprio da questo, dal fatto che sia l’Europa che gli Stati Uniti si ostinano a non riconoscere di non essere più in grado di conservare il loro potere. E’ come una partita a poker, non volendo riconoscere questo fatto, rilanciano, hanno in mano una doppia coppia, vestita, se va bene, e vogliono giocare come se avessero in mano un tris d’assi. E’ questo che aumenta massimamente il pericolo di guerra.

Non c’è solo la crisi Ucraina, basta vedere cosa sta accadendo in queste settimane in Venezuela, c’è lo Yemen, la Siria, ma anche in Europa ci sono scenari di tensione dovuti al crollo degli indici economici, Spagna, Francia, Italia e ovviamente la Grecia. A che cosa può portare in definitiva quello che appare a molti come un conto alla rovescia?

Porta direttamente a un conflitto con la Cina. Posso semplicemente dire a chi ha qualche curiosità di leggere il mio libro “Invece della catastrofe” uscito l’anno scorso. Bisogna conoscere lo scenario di crisi mondiale per comprendere l’altissimo rischio che stiamo correndo. La convivenza tra un miliardo e trecento milioni di persone in continuo sviluppo e un paese in recessione come gli Usa non è possibile e porterà a una collisione inesorabile. Ovviamente i tempi per uno scontro con la Cina non sono ancora maturi e bisogna passare attraverso la Russia. E’ il piano Brzezinski (Consigliere per la sicurezza nazionale durante il mandato presidenziale di Jimmy Carter, ndr) che prevedeva lo smantellamento e la demolizione della Russia per arrivare al grande confronto. Siamo in una fase intermedia.

L’Europa quindi dovrà schierarsi.

Quello che sta accadendo in questo momento, con il trattato transatlantico che si sta cercando segretamente di approvare tra Europa e Usa, è infatti la premessa per avere l’Europa interamente agganciata e subalterna a questa strategia. Io credo invece che sia il momento di affermare che gli interessi dell’Europa non coincidono più con quelli degli Stati Uniti. Non possiamo accettare questa linea perché ci porterebbe alla guerra mondiale, alla Terza Guerra Mondiale.

L’area islamica in tutto questo, che ruolo gioca?

L’area islamica per il momento è stata marginalizzata, anche come conseguenza del fatto che Obama si è reso conto che sul fronte della Siria la partita non sarebbe al momento vincibile, e per questo ora il profilo è basso. Piuttosto, gli Stati Uniti stanno impegnandosi in due aree dove sembravano essersi ritirati da tempo, e cioé il Venezuela, e ci sono anche forti indizi che indicano come anche il Brasile sia sotto l’attenzione degli Usa. Il copione è sempre lo stesso, organizzare proteste popolari contro governi legittimi per innescare una repressione e per poi finanziare e sostenere una conseguente guerriglia urbana. Quello che sta accadendo in Venezuela è l’antipasto di quello che potremmo vedere in Brasile. E’ questo il punto, io credo che stiamo assistendo a un’offensiva su larga scala che è destinata a creare il caos all’interno del quale il clamore della crisi economico finanziaria mondiale verrà seppellito sotto il fuoco della guerra.

***

Ringrazio Gianni di avermi concesso di pubblicare questo punto di vista alternativo alle visioni ergotiche da TG: la retorica ad ettolitri dell'eroina trecciamorbida vs. il mostro dittatore, le "belle ciao" che celebrano un golpe dal retrogusto neonazista, gli appelli dei fighetti oscarati in favore dei fognatori ucraini, mescolati mescalinicamente con quelli venezuelani a "casso", come direbbe Papa Francesco. 
La realtà è la guerra come via di fuga dalla crisi economica, la guerra come supremo distrattore dalle conseguenze della medesima sulla vita delle persone comuni. Niente di nuovo ma che, per carità, non ce ne accorgiamo e vai con la cortina lisergica.
Sembra proprio la quarta guerra mondiale della quale parla Diego Fusaro, perché la terza in realtà è stata la guerra fredda terminata nell'89 con il crollo del muro, la sconfitta del comunismo reale e l'instaurazione dell'impero del capitalismo assoluto. 
La conferma della sensazione che questo golpe ucraino sia il tentativo dell'impero globale delle corporation di punire la Russia per non aver permesso la propria colonizzazione e la svendita dei suoi asset più preziosi ai tempi della transizione da comunismo ad economia di mercato. Rileggetevi, in proposito, il capitolo di "Shock Economy" di Naomi Klein sulla Russia, che racconta di come la ricchezza dell'ex impero sovietico sia potuta rimanere, a differenza di altri paesi postcomunisti, in mani russe, rappresentando un'intoppo nel percorso altrimenti trionfante del capitalismo assoluto verso la conquista del mondo. Tocca tifare Putin, a quanto pare.

Good night and good luck.

mercoledì 25 luglio 2012

Daje all'icona


Ma no, figuriamoci. Questo post è una ripetizione di cose già dette e quindi potete anche saltarlo, ma ci tengo a mettere le cose in chiaro una volta per tutte.
Lo ripeto, quindi. Io non scrivo per provocare, così le amichette di Facebook non mi lovvano più, mi cancellano ed io piango abbracciando la mia Hello Kitty di peluche.
Non scrivo copiando le idee dei maschi beta (ho letto addirittura questo, seguendo un backlink). Il sogno della mia vita non è diventare l'icona dei maschilisti ed ispirare i nemici delle femministe che poi usano i miei articoli come la musica di Ludovico Van quando vanno a molestarle sui blog. Non scrivo per difendere gli uomini kamikaze e terroristi che invece devono crepare tutti a Guantanamo obbligati a guardare "Il corpo delle donne" in loop come Cura Lorella e torturati dalle canzoni di Laura Pausini* a tutto volume. Non è per tutto questo che scrivo. Assolutamente no.

Se a volte scrivo pezzi come "I vaniloqui della vagina" è perché trovo idiote le battaglie PontiSex contro il sessismo in pubblicità, contro il linguaggio sessista a base di "autora" "dottora" e "architetta" e perché soprattutto mi dà sui nervi il principio che se hai una passera allora hai sempre ragione come la ducia. Lo faccio perché ho tutto il diritto di farlo, in quanto donna e parte in causa.
Scrivo perché rifiuto la logica paranoica e assolutamente ideologica che ha fatto diventare il fenomeno della violenza contro le donne una vera e propria industria dell'olocausto femminile, chiamando femminicidio ogni atto che non sia di sottomissione al diktat "la donna è sempre vittima".

Scrivo perché rifiuto il ricatto psicologico verso la "donna che odia sé stessa", rifiuto l'accusa di negazionismo lanciata dalle industrialesse del femminicidio e tutto il ciarpame propagandistico nel quale si è ultimamente incistato il femminismo. 
Femminismo che non è più forza dinamica e progressista capace di cambiare la società ma è loggia di ragazzette aggressive e settarie che ripetono slogan a pappagalla assieme a vecchie carampane coperte da un terrificante burka mentale intessuto di odio incancrenito per l'uomo e di un esagerato amore per la donna, che a volte rasenta l'amore cieco.  Le vecchie friggono i cervellini alle giovani ed entrambe non si rendono conto di essere manipolate dal potere che non aspetta altro che i soggetti più attivi della società si impegnino in giochi di ruolo inutili invece di impegnarsi a rifondare questo sistema in disfacimento. E intanto il vero femminismo, quello costruttivo e non distruttivo, va ad operatrici sessuali.

Soprattutto scrivo perché, da psicologa, non sopporto che le parabolane, le squadriste di questo fascismo rosa, vogliose di menare le mani perché non si è più capaci di usarle per accarezzare, pretendano, da un pulpito di assoluta ignoranza delle dinamiche psichiche, di spiegare fenomeni complessi come la violenza che affligge i rapporti interpersonali. Fenomeni che hanno componenti individuali, collettive e sociali inscindibili. Veramente, certi ragionamenti da cervellini verdi fritti non si possono sentire e purtroppo in rete diventano verità rivelate in pasto al pubblico, imposte con il manganello a chi osa dissentire. Per fortuna non sono la sola che lo nota.
Inoltre, lo dico anche per vissuto personale, per superare le esperienze negative con gli uomini l'unica strada è la riconciliazione con essi, con la parte migliore di loro e che ne è la maggioranza. Se volete che una ragazza non guarisca più dalle ferite della violenza mettetela tutto il giorno a parlare con chi è convinta che gli uomini siano pericolosi scarafaggi da schiacciare. Questo è ciò che penso.

Se tutto ciò non vi sta bene, nessuno è obbligato a leggermi e tanto meno ad essere d'accordo. Però lo ripeterò finché avrò fiato in gola: la guerra dei sessi è una stronzata. 


(*Pausini non è un icona femminista ma personalmente la ritengo un ottimo strumento di tortura.)

giovedì 26 gennaio 2012

Questa proprietà intellettuale è un furto


Il capitalismo morente ha sempre più bisogno di leggi che, facendo finta di perseguire uno scopo apparentemente nobile, in realtà ne perseguono un altro ben più subdolo, e cioé l'allontanamento della data dell'exitus, in un accanimento terapeutico senza fine.
Faccio un esempio. Il Patriot Act, approvato in fretta e furia all'indomani dell'11 settembre con l'aiuto di un po' di  antrace sparsa ad hoc negli uffici dei politici dell'opposizione, pareva servire alla patriottica lotta contro il Terrorismo Globale che aveva appena colpito al cuore l'Impero, ma il suo vero scopo era limitare la libertà personale dei cittadini americani. Un provvedimento utile qualora una crisi economica devastante avesse convinto gli americani a mettere mano alle adorate armi custodite in casa - e non solo la doppietta del nonno ma i ben più efficaci M16 Viper - contro l'odiato governo federale. Perché la loro costituzione consente loro di scegliersi un altro governo se l'attuale non lo si ritiene più democratico e utile al bene comune.
L'alba della crisi economica attuale risale appunto all'inizio del nuovo millennio. Poi vennero alcune provvidenziali guerre che distrassero l'opinione pubblica e fornirono sangue fresco ed abbondante alla sete della Shock Economy che prospera solo quando può ricostruire qualcosa dopo averla distrutta ma ora siamo daccapo. La crisi si trascina da dieci anni e non accenna a finire, anzi minaccia di aggravarsi. E' come una di quelle malattie degenerative contro le quali non puoi far nulla ma applicare solo cure palliative e guardare il malato ridursi sempre peggio.
La guerra come placebo. Per non sbagliare stanno già facendo la faccia torva con l'Iran e vedrete che una bella bombardata per accaparrarsi lo stretto di Hormuz e il prezioso petrolio persiano non tarderà a venire, se ci sarà da distrarre il popolo con un'altra overdose di patriottismo.

Un'altra legge che, con l'intento di difendere la proprietà intellettuale, in realtà persegue lo scopo di zittire e limitare la Rete - sempre in previsione di dover affrontare una pesante rivolta popolare - è questa SOPA (Stop Online Piracy Actalla quale si è aggiunta anche la PIPA (Protect IP Act), attualmente in discussione nel senato americano. Neanche a dirlo, sono proposte di legge degli odiosi repubblicani, il braccio armato delle corporation militarizzate.
Pensate davvero che, con milioni di americani a rischio di perdita di lavoro e mezzi di sussistenza, la priorità sia quella di chiudere Megaupload perchè vi fa scaricare gratis l'ultima cioféca cinematografica di Nicholas Cage? O chiudere un blog o un sito qualunque perché pubblica video da YouTube senza chiedere il permesso? Andiamo.
Infatti gli americani con il sale in zucca non ci stanno ed hanno iniziato subito una lotta contro queste leggi liberticide, appoggiati anche dall'amministrazione Obama.

C'è da dire che la difesa del copyright, ovvero la pretesa che qualcuno debba ricevere del denaro ogni volta che qualcun'altro riporta le sue scorregge mentali o quelle che ha comprato dall'autore, su altri mezzi di comunicazione, è un'ossessione tutta americana, di quelle americanate che noi non capiremo mai, come il football. E' quella cosa che, se un'attore canta sotto la doccia una canzoncina o guarda un programma alla TV  in una scena di un film, la produzione deve andare a cercare chi detiene i diritti di riproduzione della canzoncina e del programma e pagargli la tangente.
E magari questo servisse a far guadagnare l'autore materiale della scorreggia mentale. Molto più di frequente a beccarsi il pizzo sono le case discografiche, le case editrici o cinematografiche. Insomma le corporation.
La monetarizzazione della creatività come emblema ultimo di questo sistema in decomposizione, della deriva del capitalismo verso la rovina più completa, ovvero il suo annichilimento del Nulla, nel potere ultimo e definitivo del Denaro.
Non si rendono conto che ogni volta che noi citiamo, pubblichiamo un'opera intellettuale, contribuiamo gratuitamente alla sua conoscenza. Dovremmo, paradossalmente e se dovessimo seguire la stessa loro logica, essere pagati noi blogger per fare pubblicità al tale film o tale musica. Allo stesso modo in cui dovremmo essere pagati per guardare la pubblicità in televisione, visto che è il nostro tempo ad essere sfruttato da chi vuole venderci qualcosa. (Il concetto non è mio, l'ho studiato in un libro all'Università, ma non mi ricordo il nome dell'autore).
Naturalmente io troverei idiota essere pagata per le citazioni con le quali infarcisco i miei post, perché la diffusione e libera circolazione della cultura per me è un fatto di libertà.

Per tornare al ragionamento iniziale. Già che ci siamo,  devono essersi detti, oltre a perderci nell'avidità di denaro senza limiti, sfruttiamo anche il lato utilitaristico della cosa. Se, con la scusa del copyright, possiamo censurare, zittire e bloccare, questo servirà, in caso di necessità,  a tutto il sistema che cerca di sopravvivere. Tutto fa brodo per allontanare l'ombra del beccamorto che verrà a ricomporre la salma e a mettergli un dito in culo.
Proibire la libera diffusione della cultura e delle idee ricorda la stessa idiozia degli ukase tipici dei totalitarismi; è la medesima ottusità burocratica da regime di Ceausescu reloaded ma il bello è che pretendono che non ce ne accorgiamo. Anzi, lo sbandierano come un diritto civile, una conquista di civiltà. Perché, se non lo sapevate, fin dal 1886 le corporation sono trattate dalla legge americana come persone fisiche che quindi possiedono altrettanti diritti civili. Il diritto civile di far soldi all'infinito e di perseguire gli interessi dei loro proprietari con qualunque mezzo.

Se la crisi è globalizzata, la censura, per sicurezza, deve estendersi anche alle province dell'Impero. 
Qui in Italia, dopo il piddino Levi, autore di un passato e discusso disegno di legge sul tema, si è appena incaricato il padano Fava - nomen omen - di riproporre in Parlamento la censura sul web, mascherandola da difesa del copyright. Non pensate che alla Lega interessi la difesa della cultura, argomento a lei ignoto, ma piuttosto l'idea di proibire qualcosa. La perversione preferita dalle nullità investite di potere. E poi loro, sbraitano e ruttano tanto, agitano gli elmi cornuti ma poi eseguono solo gli ordini.
Se il SOPA e il PIPA passeranno in U.S.A. potremo star certi che il bavaglio arriverà anche da noi, magari grazie a qualche volonteroso uomo immagine dell'opposizione del momento, per far finta che il governo non ne sappia nulla. Se invece gli americani difenderanno il loro diritto alla libera espressione vorrà dire che anche noi dovremo tirar fuori le palle, compresa la nostra classe politica. E qui la vedo già più dura.

martedì 16 agosto 2011

Guerre di distrazione di massa


Guardo il filmato di Max Keiser e ne leggo la trascrizione fatta da Mentecritica e penso: è vero, questa è una guerra. Forse proprio la Terza Guerra Mondiale e non ci siamo accorti che era cominciata. Siamo entrati in sala che l'assassino aveva già colpito.
Le nazioni non le si devono più invadere con scomodi eserciti di migliaia di uomini, armi e mezzi costosissimi o atomizzare con qualche testata nucleare superstite. Basta scatenare i terroristi finanziari in giacca e cravatta, quelli che hanno studiato e si sono diplomati col massimo dei voti all'Accademia di Wall Street negli anni ottanta e si sono nutriti al biberon del neoliberismo selvaggio e del "tutto è lecito anche ciò che è vietato", e che ora sono stati dotati delle armi più devastanti: derivati, titoli tossici e vendite allo scoperto. Altro che gas nervino. Dopo la shock economy, il financial shock.
Si sceglie il paese, gli si scatena il casino in Borsa e l'unconditional surrender arriverà subito in serata, specialmente se il paese attaccato è una provincia sperduta dell'impero guidata da qualche vecchio bauscia in fondotinta e dal suo commercialista. Persino gli spocchiosi francesi e gli uber alles, vere e proprie potenze militari tradizionali, rischiano ormai di farsi fare il sederino dagli speculatori da un giorno all'altro con questo nuovo sistema bellico. Il generale De Gaulle si rivolta nella tomba e qualcuno ricorderà che un bel personaggino come Hitler nacque proprio grazie ad una recessione mondiale ed alla madre di tutte le speculazioni economico-finanziare contro un intero paese - il trattato di Versailles.

Se questo nuovo tipo di guerra prenderà piede perché risulterà il modo più facile e meno costoso per giocare a risiko e ridisegnare la geopolitica e la macroeconomia con il minimo sforzo, potrà persino soppiantare i vecchi e cari, nel senso di costosi, bombardamenti. 
Magari ne patirà il complesso militare industriale di eisenhoweriana memoria che si vedrà regredire a carrozzone statale ormai inutile al quale destinare fondi sempre meno cospicui.  In fondo anche quella è economia reale in balìa dei capricci della finanza. Sarebbe una bella nemesi, a pensarci bene.

L'unico scopo che potranno continuare ad avere le guerre e guerricciole a livello locale, guerre con gli spari, le bombe e i morti veri, potrebbe essere quello di fungere da guerre di distrazione di massa. Si scatena una rivolta in Medio Oriente, una sommossa in un paese arabo, in Ossezia Inguscezia o dove cacchio vi pare e se ne fanno parlare i giornali; vi si arrestano i vecchi dittatori bolliti così i popoli rimangono impegnati, fanno un po' di movimento e si appassionano ai processi in diretta, e intanto loro lavorano con i computer e spostano le loro pedine. Se tutto ciò non basta si riutilizza l'arma del terrorismo come nel 2001, si fa qualche botto qua e là e si traumatizza un popolo con una bella strage che lo colpisca negli affetti più cari. Shock and Awe, come diceva il trota dei Bush.
Del resto non si può mica pensare un domani di sconfiggere la Cina con gli eserciti e le missioni di pace.

lunedì 8 marzo 2010

Altro che mimosa

Non ho visto "Avatar" ma "The Hurt Locker" è un film bellissimo e per nulla convenzionale. Lo sceneggiatore è lo stesso Marc Boal che ha fornito il soggetto per "Nella valle di Elah", altro film sulla guerra in Iraq interpretato da Tommy Lee Jones e Charlize Theron. Se quella era la storia di un padre alla disperata ricerca di un figlio scomparso nel gorgo della brutalità della guerra e delle sue conseguenze sull'animo umano, sulla guerra che ti rovina per sempre, "The Hurt Locker" racconta le giornate di una squadra di sminatori all'opera in un ambiente dove la bomba che ti farà esplodere può nascondersi dappertutto, nel vero senso della parola.
Nella scena più crudamente realistica e sconvolgente, il protagonista è costretto a disinnescare un ordigno nascosto all'interno del cadavere di un ragazzino che gli americani conoscevano perchè vendeva loro i DVD taroccati.

Non so se sia militarismo raccontare queste ultime guerre moderne affondando il bisturi nel loro aspetto più terribile, ovvero il sadismo con il quale si studiano i modi per uccidere il nemico. Se l'esercito imperiale usa il fosforo bianco e l'uranio impoverito, la resistenza sfrutta il senso di pietà che ti ispira il corpo morto di una bambino facendotici avvicinare perchè non immagini certo che possano essere arrivati a tanto. A nascondergli nella pancia una bomba.
E' militarismo questo? E' esaltazione del machismo? L'unico problema è che la Bigelow non è capace di dirigere commediole ambientate nel circolo del cucito ma è dannatamente brava nel raccontare storie di maschi, in questo caso combattenti. Maschi con due palle così, tutto testosterone, è naturale. Altrimenti non starebbero lì a maneggiare timer e fili rossi e blu.
Militarismo femminile? E dove sta scritto che una donna non possa raccontare una storia di guerra dalla parte dei soldati imperiali, per giunta firmando un capolavoro?
No davvero, siamo ancora alla vecchia questione, risalente ai tempi dell'Eastwood Ispettore Callaghan, del film americano "criptofascista"? Che tristezza.
L'unica attenuante che trovo a tanta meraviglia (maschile) di fronte al trionfo della Bigelow, parandosi dietro alla questione militarismo, è che la situazione è obiettivamente straniante. Una fascinosissima signora vince con un duro film di guerra contro i tecnopuffi blu dell'ex marito che credeva di stupire anche l'Academy con effetti speciali.
Semplicemente la realtà ha vinto sull'overdose di fantasia. Non c'entra il fascismo, la femminilità, la virilità e quant'altro. E' da secoli che le donne si occupano di problemi reali mentre gli uomini stanno a baloccarsi con i castelli in aria.

C'è anche il fatto che alcuni maschi fanno una fatica tremenda ad ammettere il talento femminile, soprattutto quando è impiegato in campi considerati maschili. Ancor più difficile è accettare che il talento femminile superi il loro di parecchie lunghezze.
Se c'era un'immagine da postare per celebrare l'8 marzo, questa non poteva essere più significativa. Una donna vince l'Oscar come miglior regista dell'anno battendo il suo ex marito, anche lui regista, sul campo. Il gesto è scherzoso, indubbiamente, ma pensate che se avesse vinto Tarantino James Cameron avrebbe provato l'impulso di strangolarlo?

lunedì 2 novembre 2009

L'ostensione della verità

Credo sia giusto che l'immagine atroce di Stefano Cucchi sul telo azzurro dell'obitorio stia perseguitando i nostri sogni e risulti sconvolgente anche per chi è abituato a guardare ogni giorno in faccia le conseguenze della morte.
Per quanto doloroso possa essere per la famiglia penso che sia stato un gesto necessario violare l'intimità di un corpo non ancora ricomposto nella sua dignità e ripulito dei segni che la vita lascia con le unghie sul viso e sul corpo dei morti quando ne viene strappata via a forza.
Non dimentichiamo che anche per Federico Aldrovandi la macchina della giustizia si mosse solo dopo che sua madre divulgò in Internet le immagini della salma del figlio, ancora vestita degli ultimi abiti di vita, gonfia ed insanguinata dalla violenza subìta.
Perchè c'è un segno inconfondibile in entrambi i corpi di Stefano e Federico ed è il marchio della morte violenta, prematura ed ingiusta.

E' stato quindi giusto mostrarla, quella tremenda immagine, nella sua spietatezza, in questo paese di santommasi che se non ci infilano il dito, nella piaga, e lo rigirano ben bene, non credono a nulla. Come La Russa che giura e spergiura che non è successo nulla di male ancora prima di sapere come si sono svolti i fatti. Come quelli che si passano la palla come fosse una bomba a mano pronta ad esplodere: "L'avevano in consegna loro". "No, era sotto la tutela di quegli altri". Noi non siamo stati", "Noialtri nemmeno."
E allora chi ha rotto la schiena a Stefano? Come si è provocato quella lesione orbitale? A parte il livor mortis che ha certamente la sua parte nella creazione di questa maschera sconvolgente che ci riporta ai morti consunti per fame e per lager, quello è il corpo di una persona che è stata oggetto di violenza. Botte, trascuratezza, crudeltà, menefreghismo, incompetenza, leggerezza, non lo sappiamo. Per questo è fondamentale indagare e fare giustizia.

E' strano che qualcuno si scandalizzi di queste immagini crude quando ogni giorno siamo sommersi da decine di morti ammazzati ed ammassati dentro la scatola magica televisiva. Certo quelli sono morti lontani, come nel caso delle vittime di guerra, che o non vediamo o ci giungono già inscatolate e pronte per i funerali di stato dove si deve stare attenti a non scivolare sul pavimento ricoperto di retorica.
Oppure sono morti finti, da cinema, che allo "stop!" si rialzano e ne girano un'altra. O ancora morti da cartone animato, come Wil Coyote che viene giù dal canyon e si stropiccia solo un poco la pelliccia.

La morte vera invece è questa. E' quella che si è dipinta sulla schiena e sul volto di Stefano ma è anche l'incubo del dolore che mai più potrà essere alleviato di due genitori che si sono visti restituire un figlio in quello stato.

E' curioso che ci si scandalizzi e si invochi il velo pietoso. E' perchè si può mostrare tutto ma non, come dice Gilioli, "la verità"? Non vedrete nei TG, ad esempio, le immagini di questi bambini nati deformi dopo il bombardamento di Fallujah, in Iraq. Troppo impressionanti, vi direbbero. I vostri, di bambini, potrebbero impressionarsi. Quelli che rischiano di deformarsi solo per le troppe merendine.
Ipocriti. Il morto di Napoli la prima sera non ce l'hanno fatto vedere per intero. "Abbiamo deciso di non mostrare per intero... bla bla bla bla". Poi, la sera dopo, pum pum, anche gli spari. E poi ancora una volta e un'altra ancora, perfino al rallentatore. Nel caso non avessimo capito bene. Ipocriti.

L'ostensione del corpo inanimato di Stefano Cucchi non è un gesto gratuito. Serve a denunciare l'inaccettabilità di una nostra situazione carceraria ai limiti della civiltà. Carceri dove i suicidi sono all'ordine del giorno, dove i soprusi e le violenze non possono essere accettati come un male necessario. Il carcere non può essere un inferno dove finiscono solo gli untermenschen e non certo gli squali della finanza creativa ma dev'essere un luogo dove sia possibile la redenzione per chi ha sbagliato. In ogni caso non esiste che uno entri vivo in carcere e ne esca morto.

Guardare certe immagini fa male ma è necessario fintantoché accadranno tragedie come queste. Fatevene una ragione.

giovedì 17 settembre 2009

Morire per il supermodel Karzai?

E così dovremmo continuare a morire per gli interessi della Unocal e del suo burattino-presidente-supermodel, eletto con i brogli (si parla di almeno 1.500.000 voti dubbi) e talmente arrogante da dichiarare che gli osservatori europei dovrebbero farsi i cazzi propri invece di denunciare irregolarità nello scutinio dei voti, in quelle che in teoria avrebbero dovuto essere elezioni democratiche. Bellino lui, con il berrettino di astrakhan e il paltoncino d'alta sartoria.

Dovremmo continuare a morire per difendere uno strapuntino in balconata gentilmente concessoci dal Potere Petrolifero Mondiale nel paese dove la guerra sarebbe arrivata comunque, anche senza 11 settembre, perchè era già deciso da ben prima il 2001 che là si dovessero riaprire i due rubinetti principali dello sfruttamento del popolo afghano per il bene delle multinazionali, petrolio ed oppio, chiusi a tradimento dai poco malleabili talebani, vere e proprie bisce che si rivoltarono ai loro antichi ciarlatani.

La storia vera della guerra in Afghanistan è nota per chi la vuole conoscere. La democrazia non c'entra nulla, non siamo là a portare la democrazia ma a compiere una missione affidataci dai nostri superiori imperiali.
E' una guerra di merda fatta per conquistare posizioni strategiche nello scacchiere della competizione energetica e noi facciamo le comparse, sperando di ottenere le briciole, con il rischio di morte, però.
Perchè, anche se i media ce la raccontano come una scampagnata dei soliti italiani brava ggente che vogliono tanto bene ai bambini colorati, là c'è la guerra. Si spara, si imbottiscono le auto di C4 e ci si va a far saltare addosso agli italiani che, dal loro punto di vista, non sono altro che invasori.
I militari che sono là lo sanno ma qui si fa finta di nulla, sperando che non capiti mai ciò che è capitato oggi: sei giovani uomini morti, dilaniati dall'esplosivo.
Si vive alla giornata, confidando nel solito culo italiano che ci protegge sempre. Invece no. La guerra non guarda in faccia nessuno e oggi contiamo anche noi i nostri morti.

Si è detto: ma allora che dovremmo dire delle popolazioni bombardate delle quali non frega niente a nessuno e i cui morti nessuno più conta. Giustissimo. Il problema non sono i civili e i soldati, entrambi vittime della porca guerra, il problema è la rappresentazione fasulla e fraudolenta che si fa della guerra nei nostri paesi, per coprirne le vere motivazioni. E' un problema di comunicazione e propaganda, con i giornalisti che reggono il sacco macchiandosi di complicità con i mandanti delle guerre d'interesse.
Perchè ci meravigliamo che ci abbiano sparato addosso e che ci abbiano uccisi?
Perchè il potere, attraverso i contabubbole dei telegiornali, ci avevano raccontato una storia totalmente diversa e i conti non ci tornano. Nemmeno quelli che dovrebbero misurare l'orrore della perdita di migliaia di vite umane.

Detto che troverò vomitevole qualsiasi condanna e manifestazione di cordoglio da parte di chi non ha impedito ma anzi ha avallato questa guerra e continua a difenderne le ragioni, mandando la gente a morire e ad uccidere, da Napolitano a Berlusconi; che, come al solito, troverò insopportabile la retorica dei "nostri ragazzi", ci sono cose che non vorrei sentire stasera.

Per esempio che non ce ne frega nulla di quelli che sono morti perchè muoiono anche gli operai di lavoro.
Ebbene, quelli che sono morti, non essendo fantaccini coscritti ma professionisti stipendiati delle Forze Armate, sono da considerarsi morti sul lavoro a tutti gli effetti, meritevoli del rispetto che si deve a dei lavoratori. Non vorrei sentire che sono fascisti e roba del genere.
Non vorrei sentire che vengono pagati profumatamente per andare a Kabul e quindi cazzi loro.
Lo stipendio più alto, quello di un generale, è di 7000 euro e rotti al mese netti. Infinitamente meno di un qualsiasi calciatore trombaveline che al massimo rischia il legamento crociato e non la pelle. Per non parlare dei 13.000 euro al mese che guadagnerà Renzino Bossi come "consulente" all'Expo di Milano o gli stipendi dei parlamentari. Quelli sono i veri scandali.

Non voglio sentire gli opportunismi di chi fino a ieri era a favore della guerra e stasera no perchè ci sono le mamme che piangono. Mi riferisco ai leaders politici. Se la perdita di sei nostri soldati è veramente insostenibile si prenda la decisione di ritirarsi dall'Afghanistan per evitare ulteriori disgrazie. Altrimenti si taccia. Se non per rispetto, almeno per pudore.

P.S. Detto tutto questo, trovo incomprensibile la disdetta della manifestazione di sabato a favore della libertà di stampa. E' proprio a causa della mancanza di obiettività informativa che i popoli accettano passivamente che si combattano le guerre nelle quali vanno a morire anche i loro figli.
Andavano piuttosto sospesi il campionato di serie A o la Champions League, non una manifestazione in difesa della libertà. Ma si, figùrati...

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