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sabato 2 agosto 2014

L'antidoto a Bernard-Henri


Non tutti i Levy sono uguali. C'è Bernard-Henri ma per fortuna c'è anche Gideon.
Io, se non vi dispiace, preferisco Gideon, di cui vi propongo un trittico di articoli esemplari sull'attuale operazione shock and awe sionista su Gaza, mascherata da lotta al terrorismo, caccia al tunnel e ballon d'essai assortiti. 
Parole di chi conosce la realtà della Palestina e conosce la disperata malattia del suo popolo che da oppresso si è fatto oppressore, perché prigioniero di una coazione a ripetere che ha trovato terreno fertile nell'ideologia ipercapitalista e profondamente reazionaria della shock economy.
Amo Gideon, come amo Gilad, Uri e soprattutto Norman che, il giorno in cui è stato arrestato dai solerti poliziotti newyorchesi per aver osato protestare contro il beneficiario della donazione da parte del contribuente american di ulteriori $225 milioni di dollari corrispondenti al costo della prosecuzione del progetto Iron Dome, ha scritto sul suo sito:  "For 20 days I have sat in front of this computer like a mad man. Tomorrow I will be arrested and arrested and arrested until this madness ends." Per venti giorni sono rimasto seduto davanti al computer come un folle. Domani mi farò arrestare e poi arrestare di nuovo, e ancora, fino a quando questa follia non cesserà.


L'indifferenza di Israele - di Gideon Levy, 25 luglio 2014

Il totale, aggiornato al 23 luglio, è di 155 bambini. La mattina ne sono morti altri tre. Dieci bambini al giorno, in media. Secondo le Nazioni Unite il numero supera quello delle vittime tra i combattenti di Hamas. L’Al Mezan center for human rights ha pubblicato una lista con i nomi di 132 bambini uccisi, mentre il quotidiano britannico The Telegraph ha pubblicato un “grafico della morte” con i nomi dei bambini, la data di morte e la loro età. La tabella comprende neonati, bambini e ragazzini. Ogni bambino e il nome che gli avevano dato i genitori. Bitul, quattro anni; Suhila, tre anni; Bissan, sei mesi; Siraj, quattro anni; Nur, due anni. Sono i nomi dei bambini della famiglia Abu Jama, nella quale sono morte 25 persone.

Il grafico non mente. L’operazione Margine protettivo è in realtà la replica dell’operazione Piombo fuso e la supererà in termini di orrore e morte. Il grafico non è stato diffuso in Israele, e nessuno si preoccuperà di farlo. Non c’è posto per questa conta, siamo in guerra. La colpa dei morti palestinesi è di Hamas. I piloti dell’aviazione israeliana non volevano uccidere i bambini.

In ogni caso non c’è nulla da temere: se mai qualcuno dovesse pubblicare il grafico scatenerebbe soltanto l’indifferenza di un’opinione pubblica indottrinata. Forse addirittura la gioia, per quanto sia difficile da credere. “Anche Hitler è stato un bambino” si legge su un muro vicino all’ingresso di Netivot.

Sul sito internet “Walla!” si trovano una serie di commenti in risposta a un articolo sulla morte di quattro bambini sulla spiaggia di Gaza. Shani Moyal: “Non me ne frega niente della morte dei bambini arabi. Peccato che non siano stati di più. Ben fatto”. Stav Sabah: “Queste sono immagini bellissime. Mi rendono felice. Non smetterei mai di guardarle”. Sharon Avishi: “Solo quattro? Peccato. Speravamo fossero di più”. Daniela Turgeman: “Ottimo. Dobbiamo uccidere tutti i bambini”. Chaya Hatnovich: “Non esiste un’immagine più bella di quella che mostra i bambini arabi morti”. Orna Peretz: “Perché soltanto quattro?” Rachel Cohen: “Non chiedo la morte dei bambini di Gaza. Chiedo che bruciate vivi tutti gli arabi”. Tami Mashan: “Devono morire più bambini possibile”.

Dai nomi e dalle foto si capisce che tutti i commenti sono stati scritti da donne. Fanno la spesa nei negozi sotto casa vostra. Frequentano lo stesso cinema che frequentate voi, vanno in vacanza dove andate voi. Sono israeliane. Nessuno pensa di licenziarle, come invece fanno con gli arabi e i simpatizzanti di sinistra. Nessuno le condanna. Nessuno le attacca o le minaccia. Sono normali, almeno secondo la legge israeliana, la stessa che considera la compassione un tradimento e la bestialità un’espressione di patriottismo.

Ma perché incolpare le donne e i loro commenti? Ascoltate le parole dei generali, dei politici e degli analisti. Dicono le stesse cose, usano solo toni un po’ meno aggressivi.

Parole così perfide non si sentono in nessun altro paese del mondo, ma neanche le dichiarazioni più estreme rendono giustizia all’atmosfera che si respira in questo momento. Sono pochi gli israeliani che pensano ai 155 bambini morti e li considerano per quello che sono: bambini. Non vogliono immaginarli. Non vogliono pensare al loro destino, alla loro triste vita e alla loro morte.

I soldati israeliani combattono e muoiono a Gaza, e la gente ha paura per loro. È umano e naturale. I razzi, intanto, continuano a cadere. Ma accanto alla paura emerge una completa assenza di compassione per le vittime dell’altro schieramento. Anche per i bambini, che muoiono a decine e segneranno un nuovo record di vergogna persino in una storia vergognosa come quella israeliana.

Le immagini che arrivano da Gaza dovrebbero sconvolgere tutti gli israeliani. Forse anche gli abitanti di Gaza festeggerebbero la morte dei bambini israeliani, ma non possiamo saperlo perché per fortuna non è accaduto. Se assistessimo a una reazione di questo tipo saremmo giustamente disgustati. Ma intanto continuiamo a ignorare il massacro dei bambini palestinesi, giorno dopo giorno. O addirittura lo celebriamo. Dopo tutto, “anche Hitler è stato un bambino”.

(Traduzione di Andrea Sparacino) articolo tratto da Internazionale

La guerra degli inganni - di Gideon Levy, 29 luglio 2014

È cominciata come una guerra premeditata: avrebbe potuto essere evitata se negli ultimi mesi Israele avesse adottato una politica diversa. Si è evoluta in una guerra inutile. È già abbastanza ovvio che non porterà alcun risultato a lungo termine. È ancora possibile che degeneri in un disastro, e alla fine risulterà essere stata la guerra degli inganni: Israele si è ingannato fino a rovinarsi.

Il primo inganno è la pretesa che non ci fosse alternativa. Certo, quando i razzi hanno cominciato a piovere su Israele non c’era più alternativa. Ma che dire dei passi che ci hanno portato a questo? Sono passi per i quali esistevano altre opzioni. Non è difficile immaginare cosa sarebbe successo se Israele non avesse interrotto i negoziati di pace, se non avesse lanciato una guerra totale contro Hamas all’indomani dell’omicidio dei tre ragazzi israeliani, se non avesse bloccato il trasferimento dei fondi destinati al pagamento dei salari pubblici nella Striscia di Gaza, se non si fosse opposto al governo di unità nazionale palestinese e se avesse allentato l’embargo alla Striscia di Gaza.

I razzi Qassam sono stati una risposta alle scelte di Israele. In seguito gli obiettivi sono cresciuti a valanga, come avviene sempre in guerra: da fermare i razzi a trovare e distruggere i tunnel alla demilitarizzazione di Gaza. La valanga potrebbe continuare all’infinito. “Risponderemo alla pace con la pace”. Ricordate? Il 25 luglio Israele ha rifiutato la proposta di cessate il fuoco del segretario di stato statunitense John Kerry.

Il secondo inganno è che l’occupazione della Striscia di Gaza è finita. Pensate a un’enclave sotto assedio, i cui abitanti sono prigionieri, gran parte dei cui affari sono controllati da un altro stato che gestisce l’anagrafe e l’economia, proibisce le esportazioni, limita la pesca, controlla i suoi cieli e ogni tanto invade il suo territorio. Non è occupazione questa?

Il terzo inganno è l’affermazione che l’esercito israeliano “fa tutto quello che può” per evitare di uccidere civili. Siamo già oltre il migliaio di morti, tra cui una maggioranza civili e un numero impressionante di bambini. Interi quartieri sono stati rasi al suolo e 150mila profughi non hanno un posto sicuro dove andare. Questo rende tale affermazione nient’altro che uno scherzo di cattivo gusto.

Anche la convinzione che il mondo sostenga la guerra e riconosca la sua giustezza è un inganno israeliano. Se è vero che i politici occidentali continuano a ripetere che Israele ha il diritto di difendersi, i morti che continuano ad accatastarsi e la disperazione dei rifugiati stanno irritando il mondo e generando odio contro Israele. Alla fine anche gli statisti che sostengono Israele gli volteranno le spalle.

Un altro inganno è quello secondo cui questa guerra ha dimostrato che “il popolo d’Israele” è “una nazione meravigliosa”. Era da tempo che non si assisteva a una campagna così mendace, manipolatoria, melensa e autocompiaciuta. La nazione si è mobilitata per sostenere i soldati, e questo è commovente. Ma oltre ai camion carichi di dolciumi e biancheria, alle migliaia di israeliani che hanno partecipato ai funerali dei soldati le cui famiglie vivono all’estero e all’ansia per i feriti, questa guerra ha messo in evidenza anche comportamenti ben più odiosi.

Quel “comitato di sostegno ai soldati” che è Israele ha dimostrato tutta la sua indifferenza verso le sofferenze dell’altra parte. Non un briciolo di compassione, non un barlume di umanità, nessuno stupore, nessuna empatia per il suo dolore. Le orribili immagini di Gaza provocano reazioni che vanno dallo sbadiglio alla gioia. Un popolo che si comporta così non merita le lodi che si riversa addosso. Quando la gente di Gaza muore e la gente di Tel Aviv fa come se niente fosse non c’è niente da festeggiare.

E non c’è niente da festeggiare neanche nella campagna di aggressione contro i pochi che si oppongono alla guerra. Dal governo e dal parlamento alle strade e ai commenti su internet, tira una brutta aria. Solo i cittadini obbedienti sono ammessi. “Unità israeliana”? “La nazione è una grande famiglia”? Non scherziamo. Anche i mezzi d’informazione israeliani in tempo di guerra sono una barzelletta, una rete di propaganda i cui membri si sono autoarruolati per lodare ed esaltare, incitare e punire, e chiudere gli occhi.

Ma la più grande delle barzellette, la madre di tutti gli inganni è la fiducia nella giustezza del proprio agire. Lo slogan della “guerra giusta” è ripetuto fino alla nausea, fino a far sospettare che anche quelli che lo gridano più forte abbiano dei dubbi, altrimenti non griderebbero così forte e non se la prenderebbero tanto con chi cerca di esprimere un’opinione differente. Dopo tutto, come si può giustificare una guerra evitabile? E come ci si può ammantare di giustizia di fronte alle orribili immagini di Gaza?

Forse la terra brucia anche sotto i piedi di questo coro di apologeti della guerra. Forse anche loro si rendono conto che quando la battaglia finirà il quadro diverrà chiaro. È sempre così nelle guerre d’inganno, ed è così che finirà anche la guerra del 2014.

(Traduzione di Gabriele Crescente) articolo tratto da Internazionale

Tutta colpa di Hamas - di Gideon Levy, 1 agosto 2014

È così facile essere un israeliano: la tua coscienza è pura come la neve, perché tutto è colpa di Hamas. I razzi sono colpa di Hamas. Hamas ha cominciato la guerra, senza alcuna motivazione. Hamas è un’organizzazione terrorista. I suoi esponenti non sono altro che bestie, nati per uccidere, fondamentalisti.

Circa 400mila palestinesi hanno dovuto lasciare le loro case. Più di 1.200 sono stati uccisi. L’80 per cento erano civili. La metà erano donne e bambini. Circa 50 famiglie sono state spazzate via. Le loro case sono state distrutte con loro dentro. La tragedia ha raggiunto le dimensioni di un massacro, ma Israele ha le mani e la coscienza pulite. È tutta colpa di Hamas.

Lasciamo l’analisi di questa negazione della realtà agli psicologi. Non si vedeva una simile rimozione da quando Israele accusava i palestinesi di uccidere i loro bambini per mezzo dell’esercito israeliano. La malattia ha incubato per anni e ora si è trasformata in un’epidemia. La coscienza nazionale non ha mosso un muscolo davanti a queste atrocità, e ci sono forze che stanno lavorando per mantenere la situazione com’è.

Nonostante la nube maligna della negazione, pur comprendendo quanto sia facile incolpare Hamas (Israele non ha mai avuto un nemico così conveniente) dobbiamo chiederci se davvero è tutta colpa loro e se Israele è davvero innocente. La verità è che davanti alle immagini di Gaza, insanguinata e distrutta per mano israeliana, questa tesi è del tutto inconcepibile.

Hamas è una spietata organizzazione terrorista? Com’è possibile che in questa guerra sia più colpevole dell’esercito israeliano? Soltanto perché non “bussa sul tetto” 80 secondi prima di distruggere una casa? Perché punta i suoi razzi contro i civili? Lo fa anche Israele, ma in modo molto più efficace. Perché vuole distruggere Israele? Quanti israeliani vogliono distruggere Gaza? In questo momento sappiamo tutti chi sta distruggendo chi.

L’ipocrisia di Israele raggiunge il vertice nell’ostentata preoccupazione per i civili di Gaza: guardate come li tratta Hamas, urlano i democratici israeliani, così attenti ai diritti dei palestinesi. Hamas ha un atteggiamento tirannico, ma la sua tirannia non è nulla in confronto a quella di Israele, che ha imposto alla Striscia di Gaza un assedio di 7 anni e un’occupazione che dura da 47 anni.

L’assedio è la prima causa della distruzione della società e dell’economia di Gaza, e tante grazie a chi sostiene di volerla salvare, a chi si preoccupa della sua mancanza di democrazia, a chi si stupisce per la corruzione, a chi denuncia il fatto che i leader palestinesi vivono in hotel di lusso o in bunker nascosti, a chi si indigna per i soldi spesi per i tunnel e i razzi anziché per i parchi gioco e le attività ricreative. Grazie, grazie tante.

Ma che dite di Israele? I suoi leader vivono per caso nelle tende? Non è vero che il governo spende cifre enormi per inutili sottomarini ed esplosivi segreti invece che nella sanità, nell’istruzione e nello stato sociale? Hamas è fondamentalista? Israele sta per diventarlo. Hamas opprime le donne? È sbagliato, ma accade anche in Israele, quantomeno all’interno di una grossa comunità.

Ma perché gli abitant di Gaza hanno eletto Hamas e non dei leader più moderati? Semplicemente perché i moderati hanno provato per anni a ottenere risultati, qualsiasi risultato, e da Israele hanno ricevuto in cambio soltanto umiliazioni e rifiuto. Israele ha mai dato ai palestinesi un motivo per scegliere la diplomazia dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) invece della violenza di Hamas? L’Olp li ha forse avvicinati di un millimetro all’indipendenza e alla libertà?

Hamas, per lo meno, ha ottenuto la liberazione di mille prigionieri e ha mantenuto un po’ di dignità, seppure al prezzo altissimo che gli abitanti di Gaza sono ora disposti a pagare. Cosa ha ottenuto per il suo popolo il presidente palestinese Abu Mazen? Niente. Una foto con Obama.

Personalmente non sono un ammiratore di Hamas, al contrario. Ma il tentativo di Israele di dare tutta la colpa a Hamas è inaccettabile. Presto la comunità internazionale giudicherà le atrocità di questa guerra. Hamas sarà criticata, giustamente, ma Israele sarà condannato e ostracizzato molto di più. E gli israeliani diranno: “È colpa di Hamas”. E il mondo intero riderà.


Ecco, grazie Gideon. Dopo questo antidoto potete pure leggervi Bernard-Henri senza riportare danni. Siete vaccinati.

sabato 21 dicembre 2013

Deconstructing Lampedusa



Come si riconosce la propaganda? Come possiamo accorgerci della sua presenza, nel momento in cui vi siamo sottoposti? 
Sicuramente quando percepiamo che certe immagini non corrispondono al senso delle parole che le stanno commentando, che il loro vero significato e quello che viene loro attribuito sono fuori sincrono e ciò provoca in noi dissonanza cognitiva.
Il caso più recente è il cosiddetto video shock trasmesso al TG2 l'altra sera sul centro di accoglienza di Lampedusa. Guardiamo il filmato ma concentrandoci soprattutto sul logos, sul parlato. 

Il giornalista sta intervistando il dicesi siriano che, con il suo smartphone, ha filmato di nascosto la scena che poi è stata passata alla televisione. Vediamo le immagini e l'uomo, in inglese, commenta: "Le persone sono senza vestiti, come animali".
Ed ecco il pezzo di grande giornalismo, che esordisce con la sacra evocazione: "Come animali, in fila nudi, uno dietro l'altro, in pieno inverno, in mezzo alla stradina del Centro di Accoglienza..."
Se l'occhio vede qualcosa, la mente invece, anche se il conto non torna, vola immediatamente, per associazione, a quelle immagini terribili in bianco e nero di settant'anni fa. L'associazione indotta serve a provocare angoscia.
"Ed è accaduto due giorni fa?" osserva il giornalista. "Si, certo, solo due giorni fa" risponde il siriano.
"E' la disinfestazione da scabbia a cui vengono sottoposti i migranti" spiega il servizio, "malattia che per altro nessuno aveva quando è arrivato a Lampedusa." Il siriano aggiunge: "Vedi, questi sono uomini ma c'erano anche donne".

Per caso non avevate colto la prima allusione perché distratti? Ecco il rinforzo che va in crescendo fino al climax:
"Immagini che ricordano campi di concentramento, invece questo è il Centro di Soccorso e Prima Accoglienza di Lampedusa. Gli operatori della Cooperativa che gestisce il centro governano la fila con la disinvoltura di chi fa da sempre questo tipo di lavoro." (E qui arrivano i kapo.)
"E' come se il limite del trattamento disumano fosse stato superato da tempo e nessuno se ne fosse accorto." 
Addirittura! Qui la dissonanza è al fine completa. Decontestualizzando e separando dalle immagini il testo ci si rende conto della sua enormità. E' l'insieme immagine-logos e la loro dissonanza che crea infallibilmente il messaggio propagandistico.

Parla ancora, ma sempre con il viso rigorosamente nascosto, per sintomatico mistero, il siriano: "Sono qui da 65 giorni e ho visto tutto questo. Forse chi viene qui non lo sa ma penserà: "questa è l'Italia". 
Dopo aver rievocato i 600 morti del recente naufragio ci ricordano infine che "sono passati 74 giorni da allora e, nel Centro di accoglienza, questo è il trattamento che subiscono i migranti."
La sindaca intervistata successivamente, alla domanda chiave "che effetto fanno queste immagini?" cade nel tranello e si autoinfligge la flagellazione rituale con ennesima evocazione dei lager. Dice che "Lampedusa deve vergognarsi, l'Italia deve vergognarsi", nonostante, aggiungo io, i lampedusani abbiano dimostrato una tolleranza e una pazienza che nessun altro in Italia penso avrebbe avuto, in seguito ad una vera e propria invasione del proprio territorio.

Se ho trascritto quasi per intero il servizio del TG2 è per darvi l'opportunità di concentrarvi sulla terminologia usata e sulle trappole emotive e cognitive che contiene. Potete divertirvi ad identificare le fallacie, le inesattezze o vere e proprie mistificazioni.
Se volete infine la controprova che si tratta di una costruzione strumentale propagandistica, e pure di bassa lega, guardate il servizio senza sonoro. Il senso cambierà totalmente.
Ciò che vedrete in realtà è una procedura molto sbrigativa ed anomala perché emergenziale di disinfestazione, forse non il trattamento più elegante da effettuarsi per la prevenzione di una malattia contagiosa come la scabbia (che prolifera proprio in situazioni di sovraffollamento come quelle del CIE di Lampedusa) ma sicuramente niente che abbia a che fare con i lager o certi trattamenti effettuati in carceri irachene in mano ai liberatori occidentali. Perfino Medici Senza Frontiere in un comunicato finisce per ammettere che tutto il problema, in quelle immagini "shock", si riduce alla mancanza di privacy durante il trattamento.

Il vero orrore è muto, è autoevidente. Non c'è bisogno di alcun commento roboante alle foto amatoriali dei soldati bambini cattivi americani intenti a giocare sadicamente con i loro bambolotti umani nel carcere di Abu Ghraib in Iraq.


Così come non ha bisogno di commento l'immagine delle migliaia di scarpe ammassate in una delle sale del museo del lager di Auschwitz-Birkenau.


Riguardiamole, quelle immagini, e vergogniamoci per coloro che, con infame leggerezza e blasfemia, rievocano i lager insultando le loro vittime solo perché ai loro padroni, per i loro infami scopi economici, fa comodo titillare il senso di colpa nei loro connazionali per assoggettarli meglio.

Il filmato di Lampedusa ha provocato, ad arte e di logica conseguenza, una successiva campagna mediatica di generale riprovazione, compreso il solito rimbrotto interessato da parte della Perfida Europa che minaccia di non aiutarci con il fenomeno dell'immigrazione (leggi: ve li terrete voi). Siamo stati invitati ad autodenigrarci e colpevolizzarci dalle solite madonne piangenti protettrici delle primarie. Siamo stati chiamati per l'ennesima volta razzisti (e lo faranno finché non lo diventeremo veramente).
"Questa è l'Italia e deve vergognarsi". Appunto. Il vero messaggio è rivolto a noi. Ed è per noi anche il vero trattamento disumano, gentilmente somministrato dalla propaganda mediatica; lo SHOCK in senso cameroniano che meritano coloro che pensano non sia etologicamente auspicabile il travaso di un continente in un altro. 

sabato 17 novembre 2012

L'afasia di Gaza


L'afasia è il disturbo delle facoltà linguistiche. Può impedirci di pronunciare le parole ma anche di trovarle, di metterle assieme per comporre concetti e trasmettere comunicazione. 
L'afasia che colpisce chi vorrebbe parlare di Gaza ma non ci riesce, non nasce da un insulto fisico ma è un fatto psicologico, un blocco mentale, un fenomeno nevrotico se non isteriforme.
Hai tutte le parole: gli aggettivi, i pronomi, i nomi pronti ma non riesci a metterli assieme perché sai che, qualunque cosa dirai, potrà essere usata contro di te. Gaza è il più fenomenale tabu dei nostri tempi. E' impronunciabile come il nome di Dio. Il Dio terribile e sociopatico della Bibbia, che annichila popolazioni intere con colate di piombo fuso senza mostrare alcuna pietà né rimorso. 
Gaza, anche se ci viene presentata quasi con orgoglio come un videogame sparatutto, esiste ed è carne e sangue. Tecnicamente sarebbe un genocidio ma non lo si può chiamare così, guai! Si può al massimo chiamarla guerra anche se le guerre sono combattute tra stati e qui di stato ce n'è uno solo perché all'altro è da sempre negato di esistere. 
In qualsiasi modo ci si provi, non si riesce ad esprimere veramente quanto si pensi su Gaza. E' come in quegli incubi dove vorresti urlare ma non ti esce alcun suono dalla bocca. Dovresti fuggire ma le gambe sono paralizzate.

Ecco quindi che è meglio lasciare la parola a Noam Chomsky che riesce a descrivere in maniera perfetta, in questo articolo, la tragedia mediorientale riaccesasi drammaticamente in questi ultimi giorni.

Impressioni su Gaza di Noam Chomsky
(traduzione di Elena Bellini di We are all on the Freedom Flotilla 2) fonte
Gaza - Anche una sola notte in cella è abbastanza per assaggiare cosa vuol dire essere sotto il totale controllo di una forza esterna. E ci vuole poco più più di un giorno a Gaza per iniziare a rendersi conto di come dev'essere cercare di sopravvivere nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, in cui un milione e mezzo di persone, nell'area più densamente popolata del mondo, sono costantemente assoggettate al terrore casuale e spesso selvaggio e ad una punizione arbitraria, senza nessun'altro scopo che quello di umiliare e degradare, e con l'ulteriore obiettivo di assicurarsi che le speranze dei palestinesi per un futuro decente verranno schiacciate e che il crescente appoggio mondiale per una soluzione diplomatica che garantisca i loro diritti venga annullato.
L'intensità di questo impegno da parte della leadership politica israeliana è stato drammaticamente illustrato negli ultimi giorni, quando ci hanno avvisato che "impazziranno" se ai diritti dei palestinesi verrà dato anche solo un parziale riconoscimento alle Nazioni Unite. Non è un nuovo inizio. La minaccia di "diventare pazzi" ("nishtagea") è profondamente radicata, fin dai governi laburisti degli anni '50, insieme al relativo "Complesso di Sansone": raderemo al suolo il muro del Tempio se attraversato. Era una minaccia risibile, allora; non oggi.
Nemmeno l'umilizione intenzionale è una novità, anche se prende sempre nuove forme. Trent'anni fa i leader politici, compresi alcuni tra i più noti "falchi", hanno sottoposto al Primo Ministro Begin un racconto sconvolgente e dettagliato di come i coloni maltrattano regolarmente i palestinesi nel modo più depravato e nella totale impunità. L'importante studioso politico-militare Yoram Peri ha scritto con disgusto che il compito dell'esercito non è difendere lo stato, ma "demolire i diritti di un popolo innocente solo perchè sono Araboushim (termine dispregiativo per indicare gli Arabi, n.d.t.; come dire "negri", "giudei") che vivono in territori che Dio ha promesso a noi".
I Gazawi sono stati selezionati per una punizione particolarmente crudele. E' quasi un miracolo che la popolazione possa sopportare un tale tipo di esistenza. Come ci riescano è stato descritto trent'anni fa in un'eloquente memoria di Raja Shehadeh (The Third Way - La Terza Via), basata sul suo lavoro di avvocato ingaggiato nelle battaglie senza speranza di cercare di proteggere i diritti fondamentali restando all'interno del sistema giuridico studiato per assicurare il fallimento, e la sua personale esperienza come Samid, "perseverante", che vede casa sua diventare una prigione a causa dei brutali occupanti e non può fare niente ma in qualche modo "resiste".
Da quando Shehadeh ha scritto, la situazione è peggiorata. Gli Accordi di Oslo, celebrati in pompa magna nel 1993, hanno determinato che Gaza e la Cisgiordania siano singole entità territoriali. Da allora, gli Stati Uniti e Israele hanno dato il via al loro programma di separarli completamente uno dall'altro, così come di bloccare gli accordi diplomatici e punire gli arabi in entrambi i territori.
La punizione dei Gazawi si è fatta ancor più severa nel gennaio del 2006, quando hanno commesso il crimine maggiore; hanno votato "nel modo sbagliato" alle prime elezioni del mondo arabo, eleggendo Hamas. Dando dimostrazione della loro appassionata "bramosia per la democrazia", gli Stati Uniti e Israele, seguiti dalla timida Unione Europea, imposero immediatamente un assedio brutale, insieme a pesanti attacchi militari. Gli Stati Uniti, inoltre, ripristinarono immediatamente la procedura operativa di quando qualche popolo disobbediente elegge il governo sbagliato: preparare un golpe militare per restaurare l'ordine.
I Gazawi commisero un crimine ancora maggiore un anno dopo, fermando il colpo di stato, il che portò ad una rapida intensificazione dell'assedio e degli attacchi militari. Questi hanno raggiunto il culmine nell'inverno 2008 - 2009, con l'operazione Piombo Fuso, uno dei più codardi e feroci esempi di forza militare nella storia recente, dal momento che una popolazione indifesa, rinchiusa e senza via di fuga, fu vittima di un attacco implacabile operato da uno dei più avanzati sistemi militari del mondo, basato su armi statunitensi e protetto dalla diplomazia USA. Un'indimenticabile testimonianza diretta del massacro - "infanticidio", per usare le loro parole - viene dai due coraggiosi medici norvegesi che lavorarono nel principale ospedale di Gaza durante l'attacco spietato, Mads Gilbert e Erik Fosse, nel loro notevole libro "Eyes in Gaza - Occhi a Gaza".
Il neo Presidente Obama non fu in grado di dire una parola, a parte il reiterare la sua sincera vicinanza ai bambini sotto attacco - nella città israeliana di Sderot. L'assalto attentamente preparato giunse a un termine prima della sua nomina, in modo che poi ha potuto dire che "adesso è il momento di guardare avanti, non indietro", il rifugio abituale per i criminali.
Ovviamente c'erano dei pretesti - ce ne sono sempre. Quello solito, rispolverato quando serve, è la "sicurezza": in questo caso, razzi "fatti in casa" da Gaza.
Come sempre succede, il pretesto mancava di qualsiasi credibilità. Nel 2008 era stata stabilita una tregua tra Israele e Hamas. Il governo israeliano formalmente aveva riconosciuto che Hamas l'aveva completamente osservata. Non un solo razzo di Hamas era stato sparato prima che Israele rompesse la tregua sotto la copertura delle elezioni USA del 4 novembre 2008, invadendo Gaza con motivazioni ridicole e ammazzando mezza dozzina di membri di Hamas. Il governo israeliano era stato avvertito dagli alti funzionari dei suoi servizi segreti che la tregua avrebbe potuto essere rinnovata ammorbidendo il blocco criminale e mettendo fine agli attacchi militari. Ma il governo di Ehud Olmert, conosciuto come una colomba, scelse di rifiutare queste opzioni, preferendo ricorrere al proprio enorme vantaggio in violenza: l'Operazione Piombo Fuso. I fatti salienti sono riportati nuovamente dall'esperto in politica estera Jerome Slater nella recente pubblicazione sull'Harvard MIT Journal "International Security - Sicurezza Internazionale".
La metodologia di bombardamento utilizzata in Piombo Fuso è stata attentamente analizzata da Raji Sourani, avvocato per i diritti umani profondamente informato e internazionalmente stimato. Sourani osserva che il bombardamento si concentrava a nord, colpendo civili indifesi nelle arree maggiormente popolate, con nessun possibile pretesto militare. L'obiettivo, suggerisce, potrebbe essere stato quello di spingere la popolazione spaventata verso sud, vicino alla frontiera con l'Egitto. Ma i Samidin sono rimasti, nonostante la valanga di terrore israelo-statunitense.
Un ulteriore obiettivo è stato quello di spingerli indietro. Tornando ai primi giorni della colonizzazione sionista, si argomentava da ogni parte che gli Arabi non avessero motivi per stare in Palestina; avrebbero potuto essere ugualmente felici da qualche altra parte, e avrebbero dovuto andarsene - "essere trasferiti", come educatamente suggerirono le colombe. Questa non è una preoccupazione di poco conto per l'Egitto, e forse è una ragione per cui l'Egitto non apre liberamente la frontiera ai civili o anche ai materiali di cui c'è disperato bisogno.
Sourani e altre fonti ben informate sottolineano che la disciplina dei Samidin nasconde una polveriera che potrebbe esplodere in qualsiasi momento, inaspettatamente, come fece la prima Intifada a Gaza nel 1989 dopo anni di miserabile repressione che non aveva suscitato alcuna avvisaglia o motivo di preoccupazione.
Per citare solo uno degli innumerevoli casi, poco prima che scoppiasse la prima Intifada, una ragazza palestinese, Intissar al-Atar, fu colpita a morte in un cortile scolastico da un residente della vicina colonia israeliana. Era uno delle varie migliaia di coloni israeliani portati a Gaza in violazione del diritto internazionale e protetti da una forte presenza dell'esercito, che stanno rubando la maggior parte della terra e delle scarse risorse idriche della Striscia e che vivono "agiatamente in 22 colonie in mezzo a un milione e 400mila palestinesi indigenti" come viene descritto il crimine dalla studiosa israeliana Avi Raz. L'assassino della studentessa, Shimon Yifrah, è stato arrestato, ma rapidamente rilasciato su cauzione quando la Corte ha determinato che "il reato non è abbastanza grave" da giustificare la detenzione. Il giudice ha commentato che Yifrah voleva solo spaventare la ragazza sparandole contro nel giardino della scuola, ma non voleva ucciderla, quindi "non è il caso di un criminale che debba essere punito, scoraggiato, e ha imparato la lezione attraverso l'arresto".Yifrah venne condannato a 7 mesi con pena sospesa, mentre i coloni in aula esplodevano in canti e danze. E poi regnò il solito silenzio. Dopotutto, è routine.
E quindi così. Quando Yifrah venne rilasciato, la stampa israeliana riportò che una pattuglia dell'esercito aveva aperto il fuoco nel cortile di una scuola di ragazzini di età compresa tra i 6 e i 12 anni in un campo profughi della Cisgiordania, ferendo cinque bambini, presumibilmente con l'intenzione di "spaventarli" solamente. Non ci furono processi, e l'accaduto, di nuovo, non attirò nessuna attenzione. Era semplicemente un altro episodio nel programma di "analfabetismo e punizione", disse la stampa israeliana, che comprendeva la chiusura delle scuole, l'uso di lacrimogeni, il picchiare gli studenti con i calci dei fucili, l'impedire il soccorso sanitario alle vittime; e oltre alle scuole, un regno di brutalità ancor più dura, che diventava ancora più selvaggio durante l'Intifada, sotto il comando del Ministro della Difesa Yitzhak Rabin, altra stimata colomba.
La mia prima impressione, dopo una visita di qualche giorno, è stata di stupore, non solo per la capacità di andare avanti con la vita, ma anche per la vibrante vitalità tra i giovani, specialmente all'università, dove ho passato la maggior parte del mio tempo in una conferenza internazionale. Ma anche lì si possono scovare segnali che la pressione potrebbe diventare troppo dura da sopportare. Studi dicono che tra i giovani uomini c'è una frustrazione che ribolle, un riconoscere che sotto l'occupazione israelo-statunitense il futuro non riserva niente per loro. E' solo che ce n'è così tanta che gli animali in gabbia possono sopportare, e può esserci un'eruzione, magari in forme orribili - il che offre un'opportunità per gli apologeti israeliani e occidentali di condannare in modo ipocrita le persone che sono culturalmente arretrate, come ha spiegato acutamente Mitt Romney.
Gaza ha l'aspetto di una tipica società del terzo mondo, con sacche di ricchezza circondate da mostruosa povertà. Non è, comunque, "sottosviluppata". Piuttosto è "de-sviluppata", e in modo sistematico, per usare le parole di Sara Roy, la principale esperta accademica di Gaza. La Striscia di Gaza avrebbe potuto diventare una prospera regione mediterranea, con una ricca agricoltura e una fiorente industria ittica, spiagge meravigliose e, come scoperto una decina di anni fa, buone prospettive di risorse estensive di gas naturale all'interno delle sue acque territoriali. Per coincidenza o meno, fu proprio quando Israele ha intensificato il blocco navale, spingendo i pescherecci verso le coste, da quel momento entro le 3 miglia marittime.
Le prospettive favorevoli sono state abortite nel 1948, quando la Striscia ha dovuto assorbire un flusso di profughi palestinesi che scapparono in preda al terrore o furono espulse con la forza da quello che poi diventò Israele, in alcuni casi espulsi mesi dopo il formale "cessate il fuoco".
Di fatto, sono stati espulsi anche quattro anni dopo, come riportato su Ha'aretz (25.12.2008), in uno studio ragionato di Beni Tziper sulla storia dell'israeliana Ashkelon dall'epoca dei Cananei. Nel 1953, dice, c'era un "freddo calcolo secondo cui era necessario ripulire la regione dagli Arabi". Anche il nome originario, Majdal, è stato "giudaizzato" all'odierno Ashkelon, normale amministrazione.
Questo è successo nel 1953, quando non c'era nemmeno l'ombra di necessità militari. Tziper stesso è nato nel 1953, e mentre passeggia tra le rovine dell'antico settore arabo, pensa che "è molto difficile per me, molto difficile, realizzare che mentre i miei genitori stavano festeggiando la mia nascita, altre persone stavano venendo caricate su camion e venivano espulse dalle loro case".
Le conquiste israeliane del 1967 e le loro conseguenze diedero ulteriori scossoni. Quindi arrivarono i terribili crimini già menzionati, fino al giorno d'oggi. I segnali sono facili da vedere, anche con una visita veloce. Seduto in un hotel vicino alla costa, si può sentire il rumore degli spari delle navi da guerra israeliane che spingono i pescatori dalle acque territoriali di Gaza verso la costa, così sono costretti a pescare in acque fortemente inquinate a causa del rifiuto statunitense-israeliano di permetttere la ricostruzione dei sistemi fognari e della rete elettrica che loro stessi hanno distrutto.
Gli Accordi di Oslo stabilirono i piani per due impianti di desalinizzazione, una cosa necessaria in questa regione. Uno, un'infrastruttura avanzata, fu costruito: in Israele. Il secondo a Khan Younis, nel sud della Stricia di Gaza. L'ingengere incaricato di tentare di ottenere acqua potabile per la popolazione spiegò che questo impianto era stato progettato in modo da non poter utilizzare acqua di mare, ma doveva basarsi su falde sotterranee, un procedimento più economico, che impoverisce ulteriormente la già misera falda, garantendo problemi seri in futuro. Anche in presenza di tale impianto, l'acqua è veramente scarsa. L'UNRWA, che si prende cura dei rifugiati (ma non di altri Gazawi), ha recentemente pubblicato un report lanciando l'allarme sul fatto che il danno alle falde acquifere potrebbe presto diventare "irreversibile", e che, senza una rapida misura correttiva, dal 2020 Gaza potrebbe non essere più un "posto vivibile".
Israele permette l'ingresso del cemento per i progetti dell'UNRWA, ma non per i gazawi coinvolti dall'urgente necessità di ricostruzione. La limitata attrezzatura pesante è ridotta al minimo, visto che Israele non ammette l'ingresso di materiali per la ricostruzione. Tutto ciò fa parte del programma generale descritto dal funzionario israeliano Dov Weisglass, consigliere del Primo Ministro Ehud Olmert, dopo che i Palestinesi non obbedirono agli ordini nelle elezioni del 2006: "L'idea" ha detto "è di mettere a dieta i Palestinesi, ma non fino a farli morire di fame". Non è una bella cosa.
E il piano si sta seguendo scrupolosamente. Sara Roy ne ha data ampia dimostrazione nei suoi studi accademici. Recentemente, dopo diversi anni di sforzi, l'organizzazione israeliana per i diritti umani Gisha è riuscita ad ottenere un provvedimento giudiziario perchè il governo consegni la documentazione contenente i dettagli dei piani di dieta, e le modalità di esecuzione. Jonathan Cook, giornalista israeliano, li ha riassunti: "Funzionari del Ministero della Salute hanno fornito calcoli del numero minimo di calorie di cui ha bisogno il milione e mezzo di abitanti di Gaza per evitare la malnutrizione. Questi valori sono stati trasformati in camion di cibo a cui Israele dovrebbe permettere l'ingresso ogni giorno... una media di soli 67 camion - molto meno della metà del fabbisogno minimo - sono entrati quotidianamente a Gaza. Questo paragonato agli oltre 400 camion che entravano prima dell'inizio del blocco". E anche questa stima è oltremodo generosa, riportano i funzionari delle Nazioni Unite.
Il risultato dell'imposizione della dieta, osserva l'esperto di Medioriente Juan Cole, è che "circa il 10% dei bambini palestinesi di Gaza sotto i 5 anni soffrono di un blocco della crescita a causa della malnutrizione... in più, è diffusa l'anemia, che colpisce più dei 2/3 dei neonati, 58,6% dei bambini in età scolare e più di 1/3 delle donne incinte". Gli Stati Uniti e Israele vogliono assicurare che non sia possibile nulla più che la sopravvivenza.
"Ciò che dev'essere tenuto a mente" osserva Raji Sourani, "è che l'occupazione e la chiusura totale costituiscono un prolungato attacco alla dignità umana della popolazione di Gaza in particolare e di tutti i palestinesi in generale. Si tratta di degradazione sistematica, umiliazione, isolamento e frammentazione del popolo palestinese". La conclusione viene confermata da molte altre fonti. In una delle principali riviste di medicina del mondo, The Lancet, un medico ospite di Stanford, inorridito da ciò che aveva visto, descrive Gaza come "qualcosa di simile ad un laboratorio per osservare l'assenza di dignità", una condizione che ha effetti "devastanti" sul benessere fisico, psicologico e sociale. Il costante controllo dal cielo, le punizioni collettive attraverso il blocco e l'isolamento, l'irruzione nelle case e nelle comunicazioni e le restrizioni poste a chi cerca di viaggiare, o di sposarsi, o di lavorare, rendono difficile vivere una vita dignitosa a Gaza. All'Araboushim dev'essere insegnato a non alzare la testa.
C'era la speranza che il nuovo governo Morsi in Egitto, meno schiavo di Israele rispetto alla dittattura di Mubarak sostenuta dall'occidente, potesse aprire il valico di Rafah, unico accesso verso l'esterno per i gazawi intrappolati a non essere sottoposto al diretto controllo israeliano. C'è stata una lieve apertura, ma non molto. La giornalista Laila el-Haddad scrive che la riapertura sotto Morsi "è semplicemente un ritorno dello status-quo degli anni passati: solo i palestinesi in possesso di un documento di identità di Gaza approvato da Israele possono utilizzare il valico di Rafah" il che esclude la maggioranza dei palestinesi, compresa la famiglia el-Haddad, in cui solo una moglie ha il documento.
Inoltre, continua, "il valico non conduce alla Cisgiordania, né permette il passaggio di beni, che sono limitati ai valichi sotto controllo israeliano e soggetti a divieti per materiali di costruzione e esportazioni". Il valico ristretto di Rafah non cambia il fatto che "Gaza resta sotto stretto assedio marittimo e aereo, e continua ad essere chiusa al capitale culturale, economico, e accademico nel resto dei territori occupati, in violazione degli obblighi israelo-statunitensi degli Accordi di Oslo".
Gli effetti sono dolorosamente evidenti. All'ospedale di Khan Younis, il direttore, che è anche primario di chirurgia, descrive con rabbia e passione come anche le medicine per alleviare le sofferenze dei pazienti scarseggiano, così come la semplice attrezzatura chirurgica, lasciando i medici senza supporto e i pazienti in agonia. Le storie personali aggiungono una vivida base al generale disgusto che si prova davanti all'oscenità della pesante occupazione. Un esempio è la testimonianza di una giovane donna che è disperata per il fatto che suo padre, che sarebbe stato orgoglioso che lei fosse la prima donna nel campo profughi ad avere una laurea, è "morto dopo 6 mesi di lotta contro il cancro, all'età di 60 anni. L'occupazione israeliana gli ha impedito di recarsi in un ospedale israeliano per curarsi. Ho dovuto interrompere i miei studi, il lavoro e la mia vita e restare seduta accanto al suo letto. Ci sedemmo tutti, compresi mio fratello medico e mia sorella farmacista, tutti impotenti e senza speranza guardando la sua sofferenza. E' morto durante l'inumano blocco di Gaza del 2006 con un quasi inesistente accesso al servizio sanitario. Penso che sentirsi impotenti e senza speranza sia il sentimento più letale che un essere umano possa provare. Ammazza lo spirito e spacca il cuore. Puoi combattere contro l'occupazione ma non puoi combattere il tuo sentirti impotente. Non riesci a cancellare quel sentimento".
Disgusto davanti all'oscenità, aggravato dal senso di colpa: noi possiamo porre fine a questa sofferenza e permettere ai Samidin di godersi le vite di pace e dignità che meritano.

domenica 6 maggio 2012

Sesso e possesso


Stamattina leggevo questo appello per l'adozione di un codice etico per la stampa che deve riportare i casi di "femminicidio". Al di là della definizione di "femminicidio" che non mi convince affatto:
"Femminicidio è quel tipo di violenza con la quale viene colpita una donna per il solo fatto di essere donna; si tratta di violenza sessuata, fisica, psicologica, economica, normativa, sociale e religiosa, che impedisce alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale." 
rimango perplessa anche sui punti di questo codice. Ne riporto qui solo due, invitandovi comunque alla lettura completa dell'articolo.
1. I giornalisti e le giornaliste devono mettere in evidenza la motivazione di genere (svalorizzazione simbolica, discriminazione economica e sociale) come causa profonda della violenza contro le donne. Essi devono fare buon uso delle informazioni di casi studio e statistiche disponibili, sia quando segnalano casi di violenza contro le donne sia quando danno notizia di casi di sfruttamento sessuale e della prostituzione, collocando le notizie in un contesto più ampio che riveli la motivazione di diseguaglianza a cui sono sottoposte le donne che ne soffrono e tutte le vittime che sono femminilizzate (discriminate come se fossero donne – ad esempio omosessuali, transessuali).
4. I giornalisti e le giornaliste devono in ogni modo evitare di usare l’equazione “odio uguale amore” e mai utilizzare frasi che possano giustificare in qualche maniera simbolicamente la violenza come gesto sconsiderato o addirittura “folle” e quindi non del tutto legato alla responsabilità individuale. Da evitare in senso assoluto anche il presentare la violenza sessuale, domestica, e il femminicidio come amore passionale incontrollato con frasi dal vago sapore romanzato e romantico (follia d’amore, pazzia d’amore, amore e sangue) – La violenza e l’omicidio sono i più gravi crimini che si possono compiere contro un altro essere umano donna o uomo.
Ciò che mi spaventa di questo codice presunto etico, oltre alla sua ignoranza della psicologia e psicopatologia umane, è il suo voler ridurre un fenomeno complesso ad un semplice fatto di definizione, il suo voler inquadrare l'omicidio delle donne in uno schema di ortodossia politica dove bisogna usare le chiavi di lettura approvate dal comitato centrale.
Per dare la "libertà alle donne" infatti, se non ho capito male, bisogna limitare la libertà di espressione, imbavagliando la stampa o costringendola a scrivere secondo l'ortodossia del politically correct. Qualcosa di sempre mostruoso. Perché oltretutto, secondo questo pensiero magico, il definire il femminicidio in maniera ortodossa da parte dei giornali contribuirebbe addirittura a limitarlo.
Occorre inoltre, secondo il codice, cancellare per decreto l'intera gamma delle passioni umane che comprendono, mi dispiace per le madri costituzionaliste, anche l'odio; rendere queste passioni irrilevanti e punire un reato per se, senza prendersi la briga di indagarne le motivazioni. Un abominio giuridico.
Si dovrebbe negare, pur parlando di esseri umani, l'esistenza di relazioni affettive problematiche tra individui - e spiego alle leguleie che il termine affettività include anche sentimenti negativi come il possesso, l'invidia, la gelosia; negare la valenza patogena di tali relazioni per ridurre tutto ad un fatto politico, di principio.
La libertà delle donne, infine, passerebbe attraverso la loro definitiva separazione dall'uomo, deresponsabilizzazione e clausura in un recinto di protezionismo a tutti i costi dove, ovviamente, le donne non possono essere mai a loro volta colpevoli perché se no crolla tutta la baracca abusiva già pericolante.

Quando chiesi tempo fa ad alcune femministe se riuscissero ad inquadrare nel concetto di "femminicidio" il delitto di Sarah Scazzi, ovverosia un delitto maturato in un contesto familiare dove le donne sono la parte dominante e  tutta una serie di sentimenti ad alto tasso di estrogeni aveva provocato la morte di una ragazzina, non ho mai avuto risposta. 
Non ho avuto risposta perché un "femminicidio" probabilmente commesso da altre femmine in concorso è, a quanto pare, qualcosa che non rientra nello schema del "femminicidio" come "delitto di genere" dove la donna viene uccisa "solo in quanto donna"  e da un uomo che agisce non in quanto assassino ma in quanto uomo. Questo almeno è il concetto che si vorrebbe incidere nella pietra, chiudendo ogni ulteriore discussione su quella che è una piaga della società e che richiede quindi un approccio sociologico un tantino più approfondito.
Dispiace che un movimento potente ed importante come quello femminista si sia fatto alla fine intrappolare nell'atteggiamento piagnone e nel modus operandi tipico delle minoranze prepotenti, quelle che se sbagli le parole quando parli di loro o fai notare i loro difetti, sei un  bestemmiatore da schiacciare. In questo caso sarei, credo, una donna che odia sé stessa.

Se la morte di una donna viene ridotta sempre ad un fatto binario uomo-donna, ad un atto di guerra tra i sessi, avulso dalle sue motivazioni macrosociali insomma, si otterrà una dichiarazione di belligeranza continua uomo vs. donna che, basandosi su questioni di ortodossia, difficilmente potrà mai arrivare al ristabilimento della pace. Insomma una situazione tipo Coloni vs. Palestinesi dove i coloni, in questo frangente, non sono sempre e prevedibilmente gli uomini.
E' una politica che crea divisione tra i soggetti che, uniti, potrebbero fare molto male al sistema e quindi il potere ha interesse che restino divisi da qualcosa di infinito come la guerra trentennale al terrorismo oppure, in questo caso, la guerra dei generi. Divide et impera. Strano che le ragazze non se ne siano ancora accorte.
Considero quindi i termini "femminicidio" e "delitto di genere"  forzature ideologiche che nascondono il vero cuore del problema della violenza in aumento non solo sulle donne ma sui bambini, sugli omosessuali - che non vengono colpiti in quanto femminilizzati (che sciocchezza) ma in quanto omosessuali - sui diversi per razza e religione, su tutti quelli che portavano un triangolo colorato nei lager, sui poveri e soprattutto sui lavoratori. Le vittime di "lavoratoricidio" dall'inizio dell'anno sono già 170, per inciso. 

In Argentina hanno di recente  inserito nel codice penale un'aggravante per i delitti commessi da persone che erano legate alla vittima da vincoli di parentela o sentimentali. Mi pare giusto e ragionevole. Nello stesso decreto è stata inserita una definizione di "violenza di genere" che è più discutibile perché ideologica e compiacente verso il femminismo politico ma comunque l'impianto complessivo del provvedimento sottolinea correttamente il focus che dovrebbe essere studiato al fine di comprendere il fenomeno dell'aumento delle morti violente a danno delle donne: si uccide perché si considera la vittima una PROPRIETA'. Il senso di possesso tra amanti, tra coniugi, tra famigliari, tra dipendente e datore di lavoro, perfino tra amici. E' quello stesso senso di possesso e di potere di vita e di morte sui deboli che ha fondato per secoli l'istituzione famigliare. In quel caso erano i figli ad essere vittime di "bambinicidio". I figli li si poteva violentare in ogni modo, fisicamente e psicologicamente, da parte delle madri e dei padri, e perfino ucciderli.  Quel "t'ho fatto, ti disfo" che quelli della mia età ancora si sono sentiti dire tante volte da mamme esasperate alle quali si era improvvisamente sturato l'inconscio. 

Nessuno nega che vi sia un allarme violenza. L'aumento statistico delle morti femminili - che sono solo la punta dell'iceberg di violenze e soprusi quotidiani più nascosti - ha però più probabilmente una motivazione sociologica che di genere e potrebbe non essere affatto legata ad una presunta e congenita malvagità maschile ma essere correlata direttamente ad un disagio esistenziale più generale.
Azzardo che, in tempi di incertezza su ciò che è veramente nostro e di nostra proprietà, visto che siamo costantemente depredati del lavoro, della capacità di sostentarci e infine della libertà, seppure in modo molto subdolo, il disporre della vita di qualcuno che riteniamo una cosa di nostra proprietà dando ad esso la morte, potrebbe essere una reazione patologica, un modo per alleviare la frustrazione di chi ha paura un domani di non essere più possessore di nulla. Gli uomini potrebbero essere maggiormente sensibili a questa frustrazione, essendo stati per secoli indiscussi proprietari dei membri delle loro famiglie e non solo, anche di schiavi, lavoratori e altri sottomessi.
L'emancipazione femminile ha contribuito a mettere in discussione questo principio di predominio maschile nella proprietà degli altri esseri umani - diversi per razza o sesso - andando a scardinare le fondamenta dell'istituzione familiare e delle relazioni interpersonali e per qualche anno si è pensato di aver rifondato la società in modo più giusto, suddividendo i compiti e le responsabilità tra maschi e femmine, anche nel mondo del lavoro.
L'ultraviolenza del capitalismo neoliberista che ha reintrodotto lo schiavismo come modo di produzione, l'utilizzo dello shock and awe come arma psicologica di dominio sulle masse e le ricorrenti crisi economiche che minano le ultime certezze dell'individuo, gettandolo nella disperazione, nell'angoscia da retrocessione sociale e nel nichilismo, sono in grado di cancellare decenni di conquiste e di provocare questo aumento di violenza, di cui le donne sono ormai troppo spesso le vittime d'elezione. La macelleria femminile è solo un reparto della macelleria sociale globale, insomma.

Non occorre quindi misurare le parole con il nonio ai giornalisti per paura di offendere le donne. Non dobbiamo farci condizionare dalle trappole ideologiche che oggi sono solo strumenti di distrazione di massa dal cuore del problema: viviamo in tempi prerivoluzionari e occorre svegliarci per agire. Occorre smetterla con la guerra di genere, avere la forza di urlare, uomini e donne assieme, che la società che provoca la violenza che ci fa ammazzare tra di noi e questa crescente insostenibile diseguaglianza che ci fa regredire culturalmente e socialmente al medioevo, noi non la accetteremo più. 

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