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giovedì 17 giugno 2010

Sei gradi di intercettazione. (Ventiseimila spiati. Sette milioni per il governo)

"Siamo tutti spiati", urlava ieri il nanaccio dal solito palchetto da imbonitore congressuale, brandendo come una katana uno dei suoi più spompati deliri, quello di persecuzione. Dopo il presidente operaio, il presidente pompiere ed il presidente protettore civile, ecco il presidente paranoico ossessionato dalle cimici che si arrampicano sui muri e dalle reti invisibili di controllo che alieni malvagi, magistrati e comunisti hanno steso per tenerlo d'occhio. Un nuovo pupazzetto dipinto a mano da aggiungere ad una collezione che fa invidia a quella dei Puffi.

Ancora una volta un "tutti" usato come arma impropria, una generalizzazione che semplifica il concetto annullandolo nella propaganda. Per la cronaca, le persone sottoposte ad intercettazione telefonica in Italia sono, secondo un calcolo delle agenzie competenti, ventiseimila. Che diventano, per il moltiplicatore di pani e cimici di Arcore, sette milioni e mezzo di cittadini.

Come al solito il nostro usa un suo problema personale per convincere gli italiani di averne uno simile anch'essi. Non essendo riuscito a farli diventare tutti fantastiliardari come lui, pensa di cavarsela, come premio di consolazione, con la coccarda "Anche tu intercettato come me." Naturalmente qualche papiminkia suggestionabile che si convince di essere anch'esso spiato come il capo volete che non salti fuori? "Si, si è vero, è una vergogna, siamo tutti spiati, Silvio ha ragione", dicono appaludendo con le manone.

La menzogna del pupazzetto contiene come al solito una verità. In Italia è vero che si è spiati ma non dalla magistratura, che se lo fa ha sempre i suoi buoni motivi e per giunta legali, per esempio perchè pensa che siamo dei delinquenti in procinto di commettere un reato e cercano di impedirci di perpetrarlo. Con le probabili vittime che magari anticipatamente ringraziano.

Premesso che, fin dai tempi di Caino e Abele, chi fa parte del Potere è sottoposto al controllo dei suoi simili di casta e che la battaglia per il potere è da sempre combattuta a colpi di dossier, noi comuni cittadini siamo più facilmente spiati, o meglio schedati, che è la parola giusta, per altri motivi e da organismi tutt'altro che limpidi e regolari che niente hanno a che vedere con la magistratura che fa il suo mestiere contro il crimine.
Nei decenni passati, giusto per fare un poco di storia, chi faceva politica ed era iscritto ad un sindacato (a quel sindacato), veniva automaticamente schedato, cioè finiva nella lista nera. Nelle piccole e grandi fabbriche, c'era sempre modo di sapere chi era comunista. E, ovviamente, le idee politiche sono un fatto privato, sono dati sensibili che non dovrebbero interessare al datore di lavoro, soprattutto come scusa per licenziarti.
Poteva perfino succedere che certi politici locali andassero a spulciare le liste delle firme raccolte in piazza da un partito per vedere se c'era il figlio di tizio o di caio e in quel modo dare un parere all'imprenditore desideroso di conoscere le opinioni politiche di un neoassunto.

In occasione della recente campagna denigratoria contro il direttore di "Avvenire", caduto sotto le grinfie degli "inglorious bastards" che scrivono sugli house organ di famigghia, si è riparlato della possibilità che anche l'essere omosessuali o il frequentare persone ed ambienti omosessuali possa costituire da sempre motivo di schedatura.

A parte le schedature politiche, i cittadini sono sotto osservazione continua delle telecamere poste ovunque, anche nei luoghi pubblici. Sono torturati ad ogni ora del giorno da telefonate moleste di gente che vuole vender loro qualcosa.
Il ministro sassofonista acchiappamafiosi vuole addirittura mettere in tutte le principali stazioni ferroviarie i body scanner, quelli che ti guardano dentro le mutandine per vedere se ci nascondi una pistola o sei solo contento di vederlo.
Ovviamente la scusa è che bisogna difendersi dal terrrrorismo interrrrrnazionale, quello con tutte le errre, che magari lancerebbe una Freccia Rossa a bomba contro l'ingiustizia, e non perchè magari chi fabbrica quegli aggeggi vuole fare l'affarone con la grande Meretrice che è lo Stato committente.

Ormai lo sanno anche i sanpietrini che queste norme antiterrorismo che scimmiottano il famigerato "Patriot Act" degli Stati Uniti, non servono contro il terrorismo (che viene fuori a comando quando, come la serva, serve) ma per controllare meglio i cittadini nei loro movimenti ed azioni. Anvedi mai che crollino tutte le Borsacce all'unisono e scoppino tumulti. Con la scusa del terrorismo gli scateniamo contro i Robocop e li immobilizziamo con i pungoli elettrici che avevamo già pronti dai tempi di Bin Laden.

Al Grande Protettore della privacy dei cittadini pronto a disfare la Costituzione pro domo sua chiederei, inoltre, perchè io, mentre sto esercitando le mie funzioni di segretaria e telefono per conto della mia ditta al call center di un fornitore di energia per sbrigare una pratica amministrativa, devo dare le mie generalità comprensive di codice fiscale (non la partita IVA della ditta, badate bene, il mio codice fiscale) senza potermi opporre alla richiesta, altrimenti la pratica non va avanti? Che gliene fotte ad Enel o alla Telecom di chi materialmente sbriga un lavoro aziendale per conto del suo datore di lavoro?

A proposito, sapremo mai la verità sui dossier Telecom, sull'Agenzia di Tavaroli e compagnia bella? Sull'uso illegale di intercettazioni telefoniche fatto per conto del centrodestra allo scopo di fottere i politici di sinistra? Sui nastri che arrivano sul tavolo di Silvio grazie ai buoni servigi dei parenti?
Con la legge contro le intercettazioni, i magistrati non potranno più di fatto usare le intercettazioni e tentare di sventare crimini in divenire.
I giornalisti non potranno più raccontare le meschinità e la delinquenza della classe dirigente.
Siamo sicuri che le agenzie illegali non continueranno a spiare come e più di prima in nome e per conto di chi comanda ormai in maniera assoluta? Non è che non vogliono le intercettazioni. Vogliono poterle fare solo loro.

martedì 30 giugno 2009

Fart action

Giusto un anno fa, in questo post, raccontavo le vicissitudini della piccola azienda Miranda srl nel passaggio da una compagnia telefonica all'altra, alla ricerca di un piano tariffario più a buon mercato e delle peripezie della sua instancabile segretaria amministrativa, Signora Genoveffa, nota in ufficio come Lady Rottweiler a causa della sua teutonica affidabilità ed efficienza.

Ci sono stati degli sviluppi, nella vicenda, che è interessante divulgare, a perenne ludibrio della telefonia mobile italiana, gestita in alcuni casi da veri e propri avventurieri.

Fino alla fine dell'anno scorso, la Signora Genoveffa non poteva lamentarsi del contratto di telefonia mobile aziendale stipulato con la società Burp: bollette dimezzate rispetto a quelle di Bip, la tariffa più bassa in assoluto per minuto di chiamata, intercom gratuito e bonus sulle tasse governative.
Si, certo, a volte la copertura in certe zone lascia a desiderare, la comunicazione procede a singhiozzo ma, come si dice, a caval quasi donato...
Tutto bene quindi fintantoché l'azienda dove lavora Genoveffa non decide di cambiare intestazione societaria. Da Miranda srl a Miranda & Miranda snc.

Per quasi tutti i contratti di utenza accesi con la vecchia società non vi sono problemi per effettuare il subentro della nuova. Luce, gas, acqua, rifiuti urbani, telefonia fissa. Superata un'iniziale difficoltà dell'operatore di call center nel fare mente locale e capire che sia Miranda che Miranda & Miranda appartengono allo stesso proprietario, (chi chiede il subentro e chi ne dà il benestare sono quindi la stessa persona), c'è chi esegue la modifica dell'intestazione del contratto online e chi richiede di fornire la visura camerale ma nel complesso tutto procede bene. A parte le dozzine di minuti spesi con il cordless appiccicato all'orecchio in ascolto della musichina d'attesa.

Tutto ok tranne che con Burp, il gestore di telefonia mobile di Miranda srl. L'odissea omerica inizia a gennaio. Il primo risponditore afferma addirittura che non è possibile (?) effettuare subentri.
Alle proteste di Genoveffa ed ai "mavalà e macosadice", costui si ravvede e dice che "si, si può fare, però..." e qui parte una sfilza di richieste di documenti, da inviare per raccomandata. Burp non ha una modulistica già pronta, come ad esempio TelefonItalia, quindi bisogna arrangiarsi.
Genoveffa copia quella di Telefon e invia il tutto. Passano due mesi e riceve una lettera dove Burp si dispiace di non aver potuto accogliere la richiesta perchè la pratica manca diella necessaria documentazione. Genoveffa richiama Burp e questa volta, per la prima volta, si sente richiedere di inviare loro "il nuovo contratto". Quale nuovo contratto? Questo è un subentro, non un nuovo contratto. Il pischello dall'altra parte insiste, senza il nuovo contratto non ci sono santi.

Genoveffa ha quindi la brillante idea, giusto per interfacciarsi con qualcuno in carne ed ossa, di rivolgersi all'agente che le aveva fatto firmare il contratto a suo tempo. Si reca nel negozio dove sa che lui lavora part-time e chiede aiuto. La sua reazione è quella di colui al quale hai appena chiesto un prestito di 10.000 euro. "Ah, ma cosa mi dici. Però, sai, purtroppo non lavoro più per Burp".
Ok", insiste Genoveffa, "ma con te venne anche quella tua collega, come si chiama, Cunegonda!" "Oh, si, ti do il numero, prova a chiamarla. Io però, sai, non voglio più sapere nulla di Burp".
Genoveffa inizia a farsi l'idea che Burp non abbia un parco di agenti molto affezionati alla ditta. Ne ha conferma quando prova ad inviare una mail a Cunegonda e a chiamarla per telefono.
"No, guardi, io non lavoro più per Burp, anzi, mi faccia la cortesia di non rompermi le scatole con quei bastardi".

Sembra di essere in quegli horror dove il protagonista scopre a metà film di aver avuto a che fare fino a quel momento con dei fantasmi, incarnatisi nella sua mente malata.
La nostra ritelefona a Burp e chiede di farsi dare dei nominativi di agenti in servizio. Quattro nominativi: la prima la manda subito affanculo e la seconda sembra addirittura spaventata e prende le distanze da Burp (anche loro non ci lavorano più); il terzo non risponde e il quarto ha un numero inesistente.
Ennesima telefonata di una stremata Genoveffa al call center di Burp.
Dopo essere stata sballottata da un operatore all'altro come la classica patata bollente, alla fine trova un ragazzo molto gentile che le spiega cosa deve fare.
"Guarda, tu fai una fotocopia del contratto originale e invialo per raccomandata. Vedrai che la pratica andrà a buon fine". Genoveffa esegue e resta in attesa. Passano altre due settimane e arriva un'altra lettera che dice che la pratica non può essere evasa per documentazione incompleta. La fotocopia non era leggibile, bisogna rifarla ricalcandoci sopra. Passano altri giorni. Telefona Burp: "Mi scusi ma l'IBAN non ci risulta corretto" (dopo che le fatture di un anno erano risultate correttamente pagate proprio tramite quell'IBAN).

Per farla breve, dopo altre sei-sette telefonate, raccomandate, incazzature e urli per telefono finalmente, alla fine di maggio, dopo 4 mesi, il subentro va a buon fine. Almeno così afferma il 245.789° operatore chiamato.
Disgustata da Burp, alla quale vuole farla pagare, Genoveffa accetta la corte di un simpaticissimo agente di Bip (il vecchio gestore di Miranda) che, capitatogli in negozio per caso, con una manovra di accerchiamento a base di testosterone e parlantina, la convince a tornare all'ovile. Il ragazzo è proprio simpatico. Come si presenta premette che "sono tutti dei manigoldi" (i gestori di telefonia mobile) però lui cerca di fare l'interesse del cliente. Sarà.

C'è un problema però. Il contratto stipulato con Burp ha appena un anno di vita. Ci sarà una penale da pagare. Beh, Bip ti rimborsa la penale. Il furbo agente ha un atroce dubbio e chiama Burp. "Scusi, sono Pietro Gambadilegno (si spaccia per il titolare di Genoveffa), legale rappresentante di Miranda & Miranda. So che è andato a buon fine il subentro. Mi fate pagare la penale se per caso, eventualmente, putacaso volessi cambiare gestore?"
Qui, state bene attenti, si va sul surreale. Il callcenterista di Burp risponde che "si, pagherebbe la penale, anzi quella doppia, perchè con il subentro ripartono i 48 mesi." I 48 mesi sono il periodo entro il quale non puoi cambiare gestore telefonico in Italia se non a prezzo di un costoso pizzo, di una vera e propria estorsione. Alla faccia di Bersani, suppongo.
Taglio corto per non annoiarvi: secondo il simpatico agente di Bip, Gambadilegno dovrebbe ricevere da Burp una richiesta di penale da pagare di ben 400 euro. 100 euro a numero, raddoppiati perchè Burp la differenza tra subentro e nuovo contratto proprio non la capisce.

La storia non ha ancora avuto un termine. Ieri a Genoveffa ha telefonato una signorina di Bip. Sono spiacenti di non aver ancora potuto portare i due numeri su Bip perchè Burp sostiene che "non sono attivi". "Ma come, se mi sta telefonando proprio su uno dei due numeri!" La signorina concorda che sono cose dell'altro mondo.
Genoveffa sta aspettando che i due numeri sequestrati vengano liberati e che arrivi la famosa penale da 400 euro per scatenare contro Burp tutte le associazioni di consumatori della galassia. Se si renderà necessario passare al lato oscuro della Forza, si farà anche quello.

Scommetto che non avete trovato difficoltà ad immedesimarvi nella protagonista di questa storia. La butto lì: siamo sicuri che, potendo i consumatori usufruire dell'istituto della class action, questi gestori truffaldini potrebbero continuare a vessare i clienti a questo modo?
Per ora accontentiamoci di una fart action. Accogliamo con un sonoro vento di culo le eventuali proposte commerciali che dovessero giungerci per telefono dalle compagnie telefoniche che ci hanno disgustato.
Resto in attesa dei vostri commenti e, se possibile, del racconto di disavventure ancora peggiori di quella di Genoveffa con Burp. Anzi Fart, che fa rima con vento.


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mercoledì 18 giugno 2008

Bip e Burp

Nel paese di Troppo Troppo Vicino c'è una piccola azienda, la chiameremo Miranda srl, che ha un contratto aziendale con una grossa compagnia di telefonia mobile, la Bip. Un contratto risalente al 2001 per il quale ogni bimestre paga 450-500 euro di bolletta. Volendo ottimizzare i costi aziendali e approfittare delle nuove tariffe ed offerte vantaggiose che vengono presentate sul sito del suo operatore telefonico, la nuova responsabile amministrativa della Miranda srl, Signora Genoveffa, contatta una prima volta il numero verde dell'assistenza clienti di Bip.
"Vorrei aggiornare il mio profilo tariffario." "Non c'è problema, signora, la faccio contattare in giornata dall'addetta che segue il suo contratto."
Nessuno si fa vivo e passa un mese. Genoveffa richiama il numero verde.
"Ci scusi, la facciamo richiamare subito."
Nisba. Passa un bimestre ed un'altra bolletta da 490 euro. Questa volta Genoveffa fa la voce grossa con il call center e riceve un'ennesima promessa di contatto nel giro di due giorni.
Il suo ultimo disperato tentativo di farsi modificare ed attualizzare il contratto risale a quindici giorni fa, quando invia una email piccata alla signorina Cunegonda, dell'Assistenza Clienti Bip, nella quale minaccia di passare senza indugi ad un altro operatore di telefonia mobile se non fosse stata contattata nel giro di 48 ore. L'avete ricevuta voi, la risposta all'email? Genoveffa no.

Caso vuole che il giorno dopo si presenti in ufficio un agente della compagnia telefonica Burp che, ascoltata la triste storia, propone a Genoveffa di passare con loro e mandare nel casino la Bip e il suo vetusto contratto. Calcoli alla mano, la bolletta dovrebbe dimezzarsi grazie all'intercom gratuito, al rimborso delle tasse governative, all'assenza di scatto alla risposta ecc. Detto fatto, Genoveffa firma il nuovo contratto.
L'agente di Burp la avverte però che Bip la contatterà proponendole di restare con loro ma faccia attenzione che, nel caso dovesse rinunciare al passaggio, sarebbe tenuta a pagare la penale con Burp. "Le faranno un'offerta vantaggiosa per trattenerla, vedrà."

Nulla però accade fino a tre giorni dall'annunciato passaggio al nuovo operatore quando il capo di Genoveffa riceve una telefonata al suo domicilio fisso (!), dove Bip gli propone un contratto "a prezzi stracciati" ma rifiutandosi di specificarne i dettagli. Il succo è: tu rinuncia al passaggio a Burp, firma con noi e poi eventualmente ti diciamo che cosa hai firmato. Il capo manda gentilmente la signorina interlocutrice affan...
Genoveffa invece riceve su tutti i cellulari dell'azienda un primo SMS che recita:
"Da Bip , le stiamo per inviare un SMS che dovrà restituire al seguente numero 01011110o111 digitando il tasto inoltra".
Poi un secondo:
"Per Miranda srl, in qualità di legale rappresentante, revoco la MNP vs. Burp per le linee del contratto n° 01100000110".
Genoveffa si guarda bene dal rispondere all'SMS e il giorno dopo viene informata che il passaggio a Burp è previsto per il giorno x.
La storia continua, sperando in un lieto fine.
Ho lasciato poco fa Genoveffa un po' preoccupata. Non è che inizieranno ad arrivarle chiamate come in quei film coreani tipo "Phone"?

Anche se sembra una favola satirica, il racconto è pura cronaca vera. Lascio a voi i commenti. Così, a lume di naso, a me sembra che questo modo di trattare i clienti e tentare di costringerli a non recedere da un contratto sia da filibustieri, da pirati dei Caraibi.
E se uno distrattamente beccava e rispediva l'SMS? Che valore legale può avere una disdetta via SMS?

Capito perchè non vogliono la class action?


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lunedì 17 settembre 2007

Le rose che non colsi


Quando non si ha tempo per post impegnati o si è troppo stanchi, come stasera, ci si rifugia nel cazzeggio e nel disimpegno.
Con quei due o tre neuroni corticali che ancora rispondono ai comandi cerco di mettere insieme questo post al quale avevo pensato tempo fa.

Tutti noi possediamo diverse abilità delle quali andiamo fieri. Io ad esempio scrivo sulla tastiera con tutte le dieci dita, so stenografare (sapevo), ho un orecchio eccezionale e posso imitare qualunque voce. Sono sicura che tra di voi c'è almeno una persona che sa guidare con la "doppietta" (una cosa che mi fa impazzire) o sa guarnire una torta glassata come quelle delle fotografie, con la superficie perfettamente liscia.

Ecco, quello che sarei curiosa di sapere è cosa vi piacerebbe saper fare da dio ma non avete mai avuto né l'opportunità né il talento per diventarne esperti. Quelle cose che proprio vi fanno dire "cosa avrei dato per saper..."

La prima cosa che mi viene in mente nel mio caso è il ballo. Non la danza classica con il tutù e le scarpette con la punta, che mi hanno sempre fatto vomitare, ma il tango, la meravigliosa sensualità del vero tango argentino.

Secondo, nonostante i miei studi di pianoforte e anche se darei qualunque cosa per saper suonare il Concerto per pianoforte e orchestra n° 3 di Rachmaninov (e hai detto niente!!), la cosa che veramente rimpiango, musicalmente parlando, è di non saper suonare le percussioni, ad esempio come Carl Palmer. La batteria, nonostante sia un concentrato di stoviglie da sbattacchiare selvaggiamente, mi manda letteralmente giù di testa.

Terzo, sempre a causa del pianoforte (perchè "rovinava" il polso) da bambina mi è stato vietato il tennis. Sono intimamente convinta che il tennis abbia perduto la nuova Navratilova senza di me. E' triste pensare di invecchiare senza aver mai tirato un'ace, un serve and volley e un rovescio lungo-linea. Mi consolo guardando Federer e Nadal ma non è la stessa cosa.

Potrei anche dire che invidio coloro che imparano le poesie a memoria, che fanno roteare le pizze in aria, che ballano il tip-tap, che sanno fischiare con le due dita (che rabbia!), che vanno in bicicletta senza le mani sul manubrio, che girano la pasta nella padella come i cuochi con quel movimento di polso, che parlano il tedesco e leggono il giapponese. Ora basta però, che i due neuroni si stanno scocciando e vogliono andare a dormire.


Bisogna credere nei miracoli, o uomini e donne di poca fede. Quando ero già pronta a prepararmi psicologicamente ad un altro giorno senza rete o a base di fugaci navigazioni dall'ufficio, m'è tornata l'ADSL.
Dopo un'estenuante colloquio con Pasqualino della Telecom che tentava di convincermi che 48 ore possono dilatarsi fino a 96 senza che la teoria di Einstein possa fare un plissée e non ci ritroviamo in un paradosso spazio-temporale, che sia bastato accennare da parte mia ad una richiesta di rimborso per far accadere il miracolo?

Mah, che un guasto venga riparato alle ore 21,oo quando Pasqualino settebellezze mi ha giurato che dopo le 18,30 i tecnici non lavorano, che i reclami che giungono di sabato è come se arrivassero di lunedì ma la segnalazione in realtà parte il martedì e le quarantott'ore famose finiscono alle 23,59 di mercoledì, mi pare strano. Comunque mi sento come un assetato al quale abbiano appena offerto una bella birretta fresca fresca. Non credevo di essere così rete-dipendente, però!

lunedì 27 agosto 2007

Ekkekkakkio!

“xke tt hanno criticato qst film?? e nn era necessario fare tt qst pandemonio!!! la kiesa facendo qst ha fatto alzare i botteghini del film!!!”

Vi è capitato di recente di cominciare a scrivere come nell’esempio qui sopra? State cominciando a pensare con le k e i nn? Sostituite le c con le k anche quando non è necessario, ad esempio nella frase “le kiliegie sono bne”?

Se la risposta è si siete affetti dalla malattia più pericolosa in circolazione, molto peggiore di SARS, aviaria ed Ebola messe assieme, la terribile SINDROME DELLA K, che si trasmette via telefonino. Si, perché da quando passiamo metà della nostra vita a scrivere SMS, la lingua italiana ha prodotto una mutazione pericolosa, come il virus influenzale che ogni tanto può diventare veramente cattivo e ammazzare milioni di persone.

Purtroppo, dall’ambito ristretto dei cellulari, la malattia si sta espandendo nelle chat, nei forum, nelle email, nei blog e nella corrispondenza personale. Una vera pandemia. Il contagio è subdolo. L’italiano è una lingua ostica per scrivere SMS, con tutte quelle accentate, gli apostrofo che bisogna andare a cercare con il lanternino, le doppie e le parole chilometriche tipo “improcrastinabilità”. Non si prendono precauzioni, si comincia scrivendo una volta “non” come nn per far prima e si è subito infetti.

Questa malattia colpisce soprattutto le vocali e ne fa strage ma provoca anche la proliferazione di consonanti come la k, che rappresenta il sintomo più tipico della malattia, come le macchie rosse del morbillo. Si sta ovviamente cercando un vaccino che dovrebbe impedire la conversione delle C in K e si sta allo scopo studiando il DNA di individui che da giovani scrivevano “Kossiga” e “Amerikani Go Home” con la kappa. Purtroppo però anche con l’ingegneria genetica il vaccino sembra di difficile realizzazione.

Una nota di speranza viene dal fatto che esistono persone misteriosamente guarite dalla malattia ed altre praticamente immuni. Questi soggetti conservano solo una leggera dislessia residua e regrediscono alla fase di lettura lettera per lettera dei bambini di prima elementare di fronte a testi infetti, ma continuano a scrivere come la maestra gli ha insegnato: “soqquadro con due q”, “sul qui e sul qua l’accento non va”. Come i monatti di manzoniana memoria sono molto malvisti dagli appestati, che li considerano vecchi babbioni conservatori, reazionari e bacchettoni.

L’aspetto più tragico di questo terribile morbo è rappresentato dal fatto che appena contagiati i malati sono convinti di essere gli inventori di un nuovo linguaggio molto pratico e moderno. In realtà, in fase avanzata, la SINDROME DELLA K porta alla perdita completa dell’uso dell’italiano.

Qualche virologo di fama mondiale avanza l'ipotesi, ma si tratta di una tesi molto forte e controversa, che questa malattia assomigli molto a quella che colpì Pinocchio e Lucignolo, la malattia del somaro.

Io nn ci credo. Sn i soliti vekki prof parrukkoni ke nn kapiscn nnte, aggiornatevi 1 po, ekkekkazz....... Iiiii-hoooo, ii-hooo, ii-hooooo!

P.S. Per la serie: la ribollita, eccovi un post che ho recuperato dal vecchio blog, prima che venga magari distrutto dal cambio di piattaforma.
E' ancora attuale e trasmette bene il mio fastidio nei confronti di questa neolingua del k, che mi fa sentire totalmente idiota perchè non riesco assolutamente a leggerla. Forse con il Klingon avrei meno problemi.

venerdì 29 dicembre 2006

Se una sera ti chiama Cicciolina

Ah Meucci, cosa hai fatto! Perché hai inventato quell’oggetto così molesto e trillante nei momenti meno opportuni?
Certo non potevi immaginare, poveretto, che avrebbero utilizzato la tua prodigiosa invenzione per disturbare la gente che si gode il meritato riposo serale con telefonate promozionali. Né che ci sarebbe stato bisogno di un garante per la privacy che tutelasse i diritti dei poveri “telefonati”.

Leggo con piacere, ma attendo di toccare con mano i risultati concreti prima di ritenermi soddisfatta, che il Signor Garante, come tutti noi, si è rotto i maroni e ha promesso severe sanzioni a quelle compagnie che continueranno ad importunare quegli utenti che non avevano espresso il loro consenso ad essere intervistati per telefono. Già, vi ricordate quel modulo inviatoci dalla Telecom tempo fa, dove veniva richiesto di dichiarare se si era disposti a ricevere proposte commerciali e altre molestie per telefono? Io barrai ben bene tutti i NO, ma continuo ad essere importunata ad ogni ora del giorno e ora anche della sera.

Giunti a questo punto vi starete chiedendo che c’entra Cicciolina con questo post. Ci arrivo, ci arrivo.
L’altra sera, appena posata la tazzina del caffè, squilla il maledetto e rispondo. Dall’altra parte del filo una voce suadente mi chiede se ho qualche minuto per rispondere a poche domande. Vinta dalla soavità della vocina, da sventurata risposi si. Me la sono proprio cercata. Da qual momento ho dovuto inanellare risposte ad un questionario più lungo e palloso del famigerato MMPI. Un’infamissima indagine di mercato sui miei gusti in fatto di prodotti per il corpo e il viso pagata da quegli infamoni dell’Oreal, Nivea, Dove, Clinians e compagnia cantante.

Ad ogni domanda lettami dalla gentile intervistatrice - ma chi mi ricorda questa voce?, dovevo rispondere con dei numeri su una scala da 1 a 7. L’accento della signorina era molto particolare. Sicuramente non è italiana, penso, qualche pronuncia la sbaglia, sembra proprio un accento ungherese, magari chiama da Budapest.
“Quale di questi prodoti pensa che renderà la sua pele liscia e morbida?”
Ci sono, ma è lei, Cicciolina! La stessa voce, la stessa inflessione, lo stesso tono suadente.
Non sarà mica lei? Magari per pagare gli alimenti a Jeff Koons deve arrotondare. Stavo quasi per interromperla e dirle: “Ma dài Ilona, come ti sei ridotta. A proposito, lo sai cosa dice Rocco nella sua autobiografia? Che mentre lo facevate tu eri capace di parlare al telefono di politica con Pannella.”

Rispondo meccanicamente sempre più a caso, “2,3,6,7” e le domande continuano senza fine. “Quali prodotti pensa di acquistare nei prossimi mesi”, “da 1 a 7 quanto pensa che Dove la faccia sentire più gio-vàne?”
Per fortuna ho il portatile e vado su e giù per la stanza come una pantera dando i numeri, “2, 2, 3, 6…
Finalmente giunge la cavalleria, “eccoci all’ultima domanda” e lei mi saluta, anonima ragazza di uno sperduto call-center, magari non a Budapest ma in Transilvania, sicuramente senza alcuna parentela con Ilona ma forse con Vlad l'impalatore.
Riaggancio e guardo il display del telefono: 29 minuti!!
Il mio compagno arriva e mi chiede “con chi diavolo stavi parlando?” Gli ho risposto, “Ma lo sai chi ha chiamato? Cicciolina. Aveva sbagliato numero!"

martedì 26 dicembre 2006

Le meraviglie del paese di Alice

Ora che è tutto finito e mi ritrovo a navigare di nuovo piacevolmente con i 2 mega di Alice Flat posso ritenermi pienamente soddisfatta ma… arrivare fino qui non è stato facile.
Avendo deciso di mollare il vecchio provider alla scadenza del contratto, a causa delle tariffe ormai fuori mercato, un po’ obtorto collo approfitto della solita telefonata molesta da parte di un call-center Telecom, sulla cui perniciosità ho già scritto in passato, per informarmi sulla procedura per il cambio.
Da questo momento in poi immaginatevi la Papera Zoppa nei panni di Alice (quella di Lewis Carroll) che cade nel buco profondo del suo sogno surreale, anzi nell’incubo.

Il bianconiglio con il quale interloquisco mi dice che non ci sono problemi, che anzi sarà meglio che mi sbrighi a disdire il vecchio contratto perché bisogna correre. La procedura può essere lunga e devo fare presto. Mi assicura tuttavia che in pochi giorni avrò di nuovo la mia bella banda larga a patto che… non faccia la richiesta online tramite il sito del 187, come era mia intenzione, ma solo affidandomi alle sue amorevoli cure. “Sa, solo attraverso di noi la procedura andrà a buon fine”.
Molto perplessa non mi fido e faccio di testa mia, visto che una richiesta di attivazione fatta giorni prima per degli amici tramite il 187 era andata a buon fine senza problemi. Telefono quindi al vecchio provider e confermo la cessazione del contratto. Mi assicurano che il giorno dopo la scadenza passeranno a Telecom la richiesta di chiusura dell’ADSL, che a quanto pare è come un rubinetto, manovrato dal Gran Tronchetto in persona.

Il giorno 2 dicembre rimango senza ADSL ed estumulo un vecchio modem 56k che avevo sepolto pietosamente in un armadio di reperti della guerra 1915-18. Mi collego con un numero 702 e scopro di aver dimenticato quanto fosse lenta la navigazione “normale”. Come passare da uno yacht d’alto bordo a un pedalò.
Come un faro nella notte, il sito del 187, anche lui di rara lentezza, mi tiene informata sull’andamento della mia pratica.

Dopo un giorno leggo con orrore che la mia richiesta è stata annullata. Forse il bianconiglio che mi aveva avvertito di non mangiare il biscotto “187 mangiami”, nottetempo si è introdotto nel computer centrale e “zac!” ha cancellato la mia richiesta. “Tiè, brutta papera testarda, non hai voluto che mi beccassi la mia percentuale, eh?”.
Chiamo immediatamente la Telecom per chiedere spiegazioni. Mi risponde il Gatto Stregatto che con il suo sogghigno mi spiega che non dovevo fidarmi del bianconiglio del call-center, che mi ha raccontato un mucchio di balle. “Ci vorranno da 20 giorni a un mese, caaaara” mormora sempre più indisponente.
Maledetto Stregatto, “ma allora perché anche la Lepre Marzolina con la quale ho parlato in seguito mi ha detto che in un paio di giorni….” “Ma lei non deve fidarsi di loro, dei call-center che non hanno niente a che fare con Telecom, ma solo di noi del 187”.
Non so se si è capito, ma in Telecom la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Fanno fare marketing a dei perfetti sconosciuti che poi rivaleggiano con il 187. Annamo bene! Il Gatto Stregatto è anche cafone e maleducato, alla fine per tagliarla corta mi dice di non rompere e di avere pazienza.

Passano i giorni e io navigo sempre con il pedalò, osservando triste la lucetta del router che lampeggia ancora, quando una sera mi viene annunciato via mail che la linea mi è stata attivata. In teoria, perché in pratica non funzia niente.
Ennesime telefonate, e colloqui surreali con altri personaggi tratti pari pari dal capolavoro di Carroll.
Al 187-2-2 mi risponde il Cappellaio Matto in persona che mi dice:”Cara amica, lei non ha i parametri giusti nel modem, meno male che ci sono io ad aiutarla. Allora: carta, penna e calamaio….PPPoE, 8,35, ha scritto? In modalità metta “automatico”, E=MC2, un corpo immerso in un liquido riceve una spinta…..”
Manco a dirlo, le sue istruzioni non sortiscono alcun effetto, anzi, mi tocca resettare il router alle impostazioni di fabbrica.
Altro numero, questa volta del servizio tecnico (a pagamento). La Regina di Cuori mi dice sussiegosa di pazientare, che segnaleranno il guasto al tecnico, “mi lasci il suo numero di cellulare”.

Finalmente, dopo ancora un paio di giorni e quasi allo scadere dei venti predetti dal Gatto Stregatto, ricevo una cortese telefonata da parte di un tecnico Telecom che mi annuncia che il guasto è stato riparato. Butto alle ortiche il pedalò e, in un vortice di carte da gioco, conigli, gatti, cappelli, tazze da té e lepri pazzerelle, sono finalmente fuori dal tunnellellellè e mi ritrovo con la mia ADSL nuova di zecca.
Avete capito perché l’hanno chiamata Alice?

venerdì 18 agosto 2006

In che cosa posso esserle inutile?

Dite la verità, non mascheratevi dietro un buonismo ipocrita, cosa ne pensate veramente, ma proprio veramente, degli operatori dei call-center?
Non ditemi che fanno un lavoro infame, che sono co-co-costretti a lavorare per pochi centesimi e ne hanno per le palle di essere co-co-cortesi. Posso essere sempre dalla parte dei lavoratori, soprattutto di quelli sfruttati ma se uno mi risponde come quella signorina che giorni fa mi ha risposto al call-center di Sky mi sento come Mr. Blonde quando accende la radio e mette mano al rasoio.

Avevo chiamato per una cosuccia da niente, un aumento non annunciato dell’abbonamento mensile, ma la donzella, che doveva essere in realtà Murdoch in persona in uno dei suoi più riusciti travestimenti, mi ha risposto che dovevo accettare la modifica della tariffa perché così stava scritto nel contratto. Il tutto con il tono strafottente di chi sa di essere dalla parte del più forte. Ho cercato di essere gentile, anche se il sangue era già alla testa: “Signorina Schultz….” Ma lei insisteva che ormai era tardi, avrei dovuto disdire due mesi fa, adesso (questo era il senso e il tono) erano stracazzi miei. Ecco, una vera collaborazionista, da suggerire per il ruolo di kapò.

Quelli dei call-center sono di due specie: quelli che “ti chiamano loro” e quelli che “li chiami tu” per bisogno. Difficile capire quali sono i peggiori anche se a volte, nella seconda categoria, se ne trovano di quasi umani e pensanti, come l’operatrice di UPS che mi ha risposto l’altro giorno, che credo fosse fornita anche di pollice opponibile.

Gli appartenenti alla prima categoria telefonano all’una meno cinque mentre sto scolando la pasta o friggendo i fiori di zucca per dirmi che “la Telecom sta rinnovando tutti i suoi impianti (??) e quindi tra 15 giorni mi arriverà un pacco….”
Al che io urlo “Come, come?? Alt, lei vuole vendermi la ADSL?!”
Silenzio dall’altra parte, “si, veramente stiamo in promozione con Alice…”
Ho istruito i miei anziani genitori a legarsi all’albero maestro e tapparsi le orecchie con la cera quando telefonano queste “sirene” propalatrici di notizie false e tendenziose, dopo che un mio amico si è vista installata l’ISDN senza averla mai chiesta, solo per aver risposto alla signorina “si, mi dica”. Non potrò mai dimenticare un certo Pedro, dallo spiccato accento sudamericano, che mi tenne al telefono un quarto d’ora, sempre per Telecom, finendo per raccontarmi delle bellezze della Patagonia.

Ci sono quelli che ti chiamano per offrirti buoni premio se ti presenti all’Hotel Tal dei Tali il prossimo sabato, quelli che devono venderti per forza sei ettolitri di vino e olio extra-vergine di oliva, gli altri che vogliono rifilarti abbonamenti a “Brava Casa” (!!). Quelli che si presentano come araldi di Piepoli incaricati di un sondaggio e poi scopri che ti vogliono vendere la solita paccottiglia inutile.
Molesti, invadenti, inopportuni, come le mosche cavalline. E poi vanno a ondate, come una volta gli avvistamenti di UFO. Per giorni non li senti, poi improvvisamente tutti insieme: in un giorno sette telefonate.

Quelli della seconda categoria invece sei costretto a chiamarli tu perché hai bisogno di comunicare con i loro padroni, tipo la stronzetta di Sky di cui sopra. Io dico che li addestrano con cura affinché non riescano a darti le informazioni che cerchi e in più per i più bravi c’è anche il diplomino da rottweiler. Per la mia esperienza la Palma d’Oro va a Tiscali. Per un cambio di dominio web ricordo una dozzina di telefonate, sempre a vuoto, con la signorina che non capiva una cippa e ogni volta mi indirizzava al numero e al collega sbagliato. Un’incubo. Ma anche Wind non se la cavò male in una serie di occasioni, anzi penso che quasi quasi ci si orienterà per l’ex-aequo con Tiscali.
Riassumento, inutili quando li chiami, invadenti quando ti telefonano.

Ho deciso, la prossima volta che mi chiama Telecom, che è la più assidua in assoluto, uso una nuova arma, la supercazzola:

“Pronto?”

”Buongiorno, sono Arcibalda della Telecom, potrei parlare con qualcuno che utilizza l’ADSL in casa?”

“Signorina, sbiriguda Alice come se fosse antani anche per l’ADSL in due, oppure in quattro computer anche scribai con cofandina; con scappellamento mensile, un po’ prematurata la banda larga, mi scusi dei tre telefoni qual è come se fosse tarapia tapioco che avverto la supercazzola? …. Pronto, signorina, pronto????”

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