martedì 31 ottobre 2006

Nessuno tocchi la zucca


Vediamo se, dopo aver visto questo corto vincitore del Best Short Film and Best Concept al Chicago Horror Film Festival del 2006 avrete ancora il coraggio di impugnare un coltellaccio da cucina ed intagliare la zucca che i vostri figli vi hanno obbligato a comperare al supermercato.
Non vi eravate mai chiesti cosa può provare la cucurbitacea all'approssimarsi della notte di Halloween, eh?

Chiedetevi se, a causa di questa ennesima stressante moda importata dagli States, sia giusto ogni anno sacrificare sull'altare del consumismo la povera Zucca marina di Chioggia, la lunga invernale, la quintale, la Lagenaria, la Maxima, la Moschata, la Buternut e la Banana pink?

giovedì 26 ottobre 2006

Cult Fiction

Marx diceva che la religione era l’oppio dei popoli e martedì sera i pusher istituzionali di Raiuno ne hanno somministrato una dose massiccia ai circa 9 milioni di persone (tra i quali anch’io) che hanno seguito l’ultima puntata della fiction su Papa Giovanni Paolo I, il Papa del sorriso.

Attenti a quando va in onda in tv la Storia fatta fiction perché non è mai proprio la Storia Storia, ma un succedaneo come le uova di lompo, un qualcosa che è sempre in bilico tra realtà vera e realtà romanzesca, che sembra caviale ma non lo è.
La Storia vera potrebbe dare fastidio o essere troppo dolorosa, così è meglio darci dentro con l’anestetico. Con il rischio però di rendere gli spettatori talmente inscimuniti da non capire neanche cosa stanno guardando.

Il brevissimo pontificato di Albino Luciani si sarebbe prestato a ben altre analisi artistico-storiche dell’interessantissimo personaggio. Invece si è scelta la strada del santino oleografico e sdolcinato da Edizioni Paoline accompagnato dalla solita insopportabile colonna sonora melensa e invadente.
Una menzione di incoraggiamento va al bravo Neri Marcorè, che però è risultato prigioniero di un personaggio troppo ingombrante ed autorevole per le sue corde. Non credo poi di essere stata l’unica iconoclasta a pensare, durante la visione, che da un momento all’altro sarebbe saltato fuori Mr. Bean-Zapatero o l’imitazione di Dino Zoff che "da giovane andava a suonare i campanelli con Cuccureddu". Nelle mani di un grande regista questo imbarazzante effetto borderline tra comico e tragico non si sarebbe mai avvertito.

Inoltre Luciani sembra non fosse affatto il personaggio sempliciotto che risulta dal lavoro televisivo ma pare anzi che in quei soli trentatrè giorni avesse dato parecchio filo da torcere alle gerarchie vaticane.
Non era affatto contento dell’andazzo che aveva preso lo IOR (la banca vaticana), voleva sostituirne i vertici e fare le scarpe a Marcinkus, era favorevole ad un’apertura nei confronti della contraccezione e pare volesse istituire una sorta di 8xmille al contrario, la devoluzione di una quota pari all'1% degli introiti del clero in favore delle chiese dei paesi disagiati e poveri.

Chi sperava di sapere qualcosa di più sulla improvvisa morte del Papa del sorriso è rimasto deluso.
Non solo la morte per infarto ma la sparizione dei suoi effetti personali dalla camera da letto dove morì, il dubbio sull’ora del decesso, il misterioso foglio d’appunti con le rimozioni eccellenti che sarebbero state annunciate il giorno dopo, il rifiuto delle gerarchie vaticane all’effettuazione dell’autopsia hanno alimentato fin dal 1978 ogni tipo di ipotesi, compresa quella del delitto.

Nel celebre libro dello scrittore inglese David Yallop, “In nome di Dio” la paternità dell’omicidio era attribuita, senza mezzi termini, ad un losco intreccio di interessi massonico-economici sui quali si allungava l’ombra della P2 e degli scandali religioso-finanziari dello IOR e di Roberto Calvi. Ipotesi cospirazionista, si direbbe oggi, roba da mobilitare gli attivissimi di turno.

Niente di tutto ciò ovviamente traspare nella fiction, e neppure le ipotesi meno hardcore.
Una bella pera di novocaina ed ecco scoperto cosa stava dietro alle ambasce e ai brutti presentimenti del povero Luciani: il solito Terzo segreto di Fatima che si porta con tutto in ogni stagione. Non c'è niente di meglio che soffocare col soprannaturale tutti i dubbi e le questioni ancora aperti della ricerca storiografica.

Signori, decidetevi. Non s’era detto che il terzo menagramissimo segreto di Fatima si riferiva all’attentato a Giovanni Paolo II dove il vescovo vestito di bianco cadeva sotto ai colpi di pistola?
O dobbiamo pensare che quella benedetta Suor Lucia amasse spaventare a morte tutti i futuri Papi per passatempo sadico?
Se proprio vogliamo sottilizzare, c’è stato veramente un vescovo caduto sotto i colpi di pistola, quel Monsignor Romero in El Salvador, assassinato dallo squadrone della morte del maggiore D'Aubuisson sull’altare mentre diceva messa ma quello – me ne rendo conto - non è un santo subito, è un santo "vedremo-può darsi-ripassi tra tre mesi”.

Tornando a Luciani, apprendiamo dalla cult-fiction di Raiuno che la suora mattacchiona predisse al giovane prete montanaro una breve gloria sul trono di Pietro e un precoce martirio. Impariamo che Luciani divenne Papa con riluttanza e che era appunto ossessionato da quella profezia che tanto ci spaventava da piccoli quando periodicamente sui rotocalchi tiravano fuori la storia della fine del mondo nascosta in quelle poche righe chiuse nella busta numero tre.

Un’altra assurdità della fiction su Luciani è come viene dipinto il cardinale Wojtyla: come il vero predestinato, colui che quando appare in scena si muove già con il sottofondo musicale di Giovanni Paolo II “Il Grande” e al quale tutti si rivolgono, compreso il povero Luciani, come avessero la precognizione di ciò che diventerà di lì a pochi giorni il cardinale polacco.

Alla fine Luciani ringrazia, si scusa per aver causato tanto incomodo e si ritira in camera dove si addormenta per sempre. Quasi un suicidio, insomma. Un cronista sullo sfondo di San Pietro commenta: “La storia dirà se sono vere le ipotesi inquietanti sulla sua morte”. Musica commovente, titoli di coda.
A quel punto ho sentito il dottore schiaffeggiarmi e dire: “Su, si svegli ora, abbiamo finito”.


martedì 24 ottobre 2006

Non di Marte ma di Venere

Quando ho visto l’originale di questa foto, un promo della serie televisiva spagnola “Mujeres”, prodotta da Pedro Almodovar, mi è venuto uno strano pensiero che si è poi concretizzato nella presente vignetta.
Mi è tornata in mente l’affermazione del neo-con Robert Kagan, che una volta disse che l’Europa era superata, che viveva su Venere in contrapposizione all’America “che veniva da Marte”. Un modo pseudo-elegante per darci delle femminucce a livello continentale.
Difatti oggi abbiamo proprio un’America aggressiva e machista governata dai marziani che vuole militarizzare tutto, e vuole tutto dominare, anche lo spazio (sperando che non sia quello vitale, il Lebensraum di hitleriana memoria) . Un’America che va in giro per il mondo a dare mazzate e che comincia a far paura anche ai suoi cittadini.

Ma è proprio così brutto essere governati da Venere? Ho quindi voluto immaginare, per reazione, un’Europa femmina, mite, pantofolaia, rilassata, con le qualità più rassicuranti della zia alla quale vogliamo tanto bene.
Ecco quindi riunite davanti alla tv per seguire una puntata di “Mujeres” dopo aver trascorso il pomeriggio a preparare le bottiglie di pomodoro: Frau Angela, che per l’occasione ha portato uno dei suoi strudel leggendari, Madame Chirac con le pantofolone di peluche, Nonna Prodi e la nipotina Zapatera, che forse si annoia un po’ ma in fondo è contenta di non aver dato retta ai marziani, di averli lasciati alle loro guerre e di essere tornata a guardare la TV dalle zie. Vi piace? L'incubo è servito.

giovedì 19 ottobre 2006

L'incubo del generale


Questa combinazione di un immenso establishment militare e di una vasta industria degli armamenti, sono un fatto nuovo. La sua influenza totale, economica, politica, e perfino spirituale si avverte in ogni città, in ogni parlamento statale ed in ogni ufficio federale. Noi riconosciamo l'esigenza imperativa di tale sviluppo ma non possiamo non comprendere le gravi implicazioni dato che riguardano il nostro lavoro, le nostre risorse, la nostra sopravvivenza e la struttura stessa della nostra società. Dobbiamo guardarci, nei consigli di governo, dalla ingiustificata influenza volontaria o involontaria del complesso militar-industriale. Non dovremo mai permettere che il peso di questa coalizione metta in pericolo la nostra libertà e la nostra democrazia."

Il 17 gennaio 1961, nel suo discorso di addio al popolo americano prima di lasciare la presidenza a John Fitzgerald Kennedy, il repubblicano Dwight D. Eisenhower nominò per la prima volta il “complesso militare-industriale” ovvero l’intreccio di interessi tra produttori di armi, potere militare e potere politico e ne denunciò il pericolo intrinseco di condurre il paese ad una dittatura (qui potete leggere la traduzione integrale in italiano del discorso) .

Eisenhower, 34° presidente americano, era un militare egli stesso, anzi era stato Comandante in capo delle Forze Alleate in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale col grado di generale di corpo d'armata.
Non era una mammoletta, durante il suo mandato la CIA utilizzò spesso e volentieri le black-ops, le operazioni sotto copertura per rovesciare i governi non graditi agli Stati Uniti.
Tuttavia, conoscendo bene l’ambiente, si sentì in diritto di lanciare un avvertimento che, in questi primi anni del nuovo millennio, molti americani stanno riscoprendo nella sua lucida attualità.

Non è un mistero infatti che dagli anni '60 il complesso militare-industriale abbia visto il suo potere accrescersi in maniera strabiliante. La novità è che le sue componenti industriali e politiche tendono sempre più a compenetrarsi. I grandi CEO delle multinazionali non si servono più della classe politica per gestire i propri interessi ma si candidano essi stessi e il braccio armato del loro potere, la componente militare della quale hanno sempre più bisogno, assorbe sempre maggiori risorse.

Nel 1953 il bilancio militare degli Stati Uniti ammontava a 42 miliardi di dollari. Nel 2002 aveva raggiunto la cifra di 335,7 miliardi di dollari . Pur tenendo conto dell’inflazione si tratta di un incremento enorme. Nel solo anno 2003 la presidenza Bush richiese al Congresso un aumento di 45 miliardi di dollari, vale a dire il 13% in più rispetto all’anno precedente e l’aumento più consistente dall’inizio dell’era Reagan. Giusto per non dimenticarlo, si tratta di soldi pubblici che finanziano guerre pagate dal contribuente americano con il denaro e il sangue dei propri figli.

Questo riarmo esponenziale viene giustificato attualmente dalla necessità di combattere la “guerra al terrorismo” innescata da quella che fu definita dalla stampa mondiale "l'altra Pearl Harbor", l'attacco all'America dell’11 settembre 2001.

Come sappiamo, la paternità dell'attentato fu attribuita dall'amministrazione Bush ad un gruppo di terroristi di Al-Qaeda di nazionalità saudita, capeggiato da Osama Bin Laden.
Tuttavia, appena poche ore dopo la tragedia che causò 3000 morti americani il ministro della Difesa Donald Rumsfeld chiese piani di guerra contro Bagdad che, come gli eventi successivi hanno dimostrato, non c’entrava nulla con gli attentati. Colin Powell, allora segretario di Stato, prese tempo ma sarà proprio lui ad essere inviato in seguito a fare la nota figura barbina all’ONU agitando le fialette delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam come pretesto per schiacciare il dittatore iracheno.

Rumsfeld non faceva che perorare la causa del PNAC (Progetto per un nuovo secolo americano) un think-tank ultra-repubblicano fondato nel 1997 che propugna da allora l'assunzione del ruolo di unica superpotenza mondiale da parte dell’America. Molti componenti di questo gruppo di potere neocon fanno parte dell'amministrazione Bush.

Nel gennaio del 1998 l’équipe del progetto, tra i quali si leggono, oltre a quello di Rumsfeld, i nomi di John Bolton (attuale ambasciatore all'ONU) e Paul Wolfowitz (presidente della Banca Mondiale), scrisse al presidente Clinton una lettera, chiedendo un cambiamento radicale nei rapporti con le Nazioni Unite e la rimozione dal potere di Saddam.

Nel 2000, nel noto documento “Rebuilding American Defense” (versione originale inglese in pdf), il PNAC affermava che gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, avevano un’opportunità strategica senza precedenti, quella di rimanere unica superpotenza e imporre la “pax americana” al mondo. Quello stesso tipo di “pax americana” che JFK aveva pubblicamente rifiutato nel celebre discorso “La strategia della pace”, del giugno 1963:
«Quale genere di pace stiamo ricercando? Non una pax americana, imposta al mondo dalle armi da guerra americane...».

Per rendere gli Stati Uniti unica potenza mondiale il PNAC nel suo proclama del 2000 riteneva necessario tra l’altro:
difendere il suolo americano; combattere e vincere in multipli, simultanei teatri di guerra; assolvere i compiti di «polizia» per rendere sicure le “regioni critiche”; trasformare le forze americane per sfruttare la «rivoluzione negli affari militari». Per portare a termine queste missioni, dichiaravano, dobbiamo: mantenere la superiorità nucleare; rafforzare l’esercito; riposizionare le Forze armate americane verso il Sud est europeo e il Sud est asiatico, nuove aree strategiche del ventunesimo secolo; controllare i nuovi «beni internazionali» dello spazio e del cyberspazio; aumentare le spese militari gradualmente a un livello minimo tra il 3,5 al 3,8 per cento del Pil, aggiungendo da 15 a 20 milioni di dollari al totale della spesa annuale per la difesa.
Insomma, era necessario stabilire un nuovo ordine mondiale fondato su una sorta di rivoluzione permanente, simile a quello già annunciato da Bush padre l’11 settembre del 1990 (la data è sicuramente casuale) nel discorso davanti al Congresso, dove si tuonava per la prima volta contro l’ex alleato contro l'Iran Saddam Hussein diventato nemico pubblico numero uno ed ossessione personale della famiglia Bush.


La rimozione di Saddam sarà compiuta solo nel 2003 dopo che Clinton, affossato da uno scandaletto sessuale, avrà lasciato la presidenza al figlio d’arte George W. Bush, eletto nel 2000 nella più controversa delle competizioni elettorali della storia degli Stati Uniti, con la nota faccenda dei brogli elettorali della Florida.

A pag. 51 di "Rebuilding American Defense", a proposito dei progetti di potenza degli Stati Uniti, si legge: […] il processo di trasformazione, anche se portera’ ad un cambiamento rivoluzionario, sara’ verosimilmente un processo lungo, senza un qualche evento catastrofico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbour. […]

Grazie a quella nuova Pearl Harbour che è capitata a fagiolo l’11 settembre, vi è stata la tanto agognata rimozione di Saddam che ha però provocato la morte presumibile di centinaia di migliaia di civili iracheni (si parla di oltre 500.000), di oltre 2.700 soldati americani e del ferimento grave di oltre 20.000 di essi.
A tre anni dal suo inizio, la guerra in Iraq si è trasformata in un pantano dove la tanto paventata guerra civile tra le fazioni locali è una realtà e non sembra esserci una facile via d’uscita per le forze di occupazione anglo-americane.
Nell’altro teatro di guerra apertosi immediatamente dopo l’11 settembre, l’Afghanistan, Bin Laden non è stato catturato e i talebani stanno rioccupando posizioni su posizioni. E, tanto per cambiare, le donne continuano a portare il burqa.

Abbiamo quindi i famosi multipli scenari di guerra ma non basta, gli americani hanno una legge incostituzionale che limita le libertà dei cittadini (Patriot Act), approvata nell'ottobre 2001 nel corso dell'emergenza antrace e rinforzata dall’ultima legge firmata da Bush il 17 ottobre che di fatto instaura la legge marziale per i “sospetti terroristi” e ne autorizza la tortura. Il presidente Bush, novello imperatore Palpatine, intende anche vietare lo spazio alle nazioni ostili e implementare ulteriori sistemi per controllare la stampa e l’informazione mondiali per individuare le posizioni ostili all’America.

Tutto come desiderato dal complesso militare-industriale, dai think-tank come il PNAC e come temeva il vecchio generale presidente, nel peggiore dei suoi incubi.


mercoledì 18 ottobre 2006

Piccolo Bondi

Caro onorevole Bondi,
rispettiamo la tua scelta di intraprendere uno sciopero della fame in difesa dei privilegi minacciati del tuo maestro, il sommo Lama Silvio, il faro che illumina la nostra oscurità. Per giunta rispettiamo le religioni e mai vorremmo mancare di rispetto al principe Siddharta, così ben descritto anche dal compagno Bertolucci nel noto film “Piccolo Buddha”.

Tuttavia, se ci permetti, vorremmo ricordarti che la via dell’ascetismo è dura, che il digiuno provoca pensieri cattivi (guarda una puntata dell’Isola dei Famosi e capirai). Tu che sei una personcina così ammodo vorresti vederti imprecare per una cucchiaiata di pasta e fagioli e assomigliare più che ad un Lama tibetano a Den Harrow?
Il proponimento è nobile ma comporta dei rischi. Oltre al digiuno forzato il raggiungimento del Nirvana potrebbe distaccarti completamente dal mondo e, una volta giunto di nuovo di fronte a Lama Silvio, scoprire con orrore che non provi più nulla per lui.

Allora, ripensaci. Abbiamo prenotato anche per te. Saremo alla trattoria “La Stradaiola” alle nove di stasera. Stai leggerino oggi perché si è ordinato un menu interessante con la tua amata ribollita.
Ti aspettiamo.
Gli ex compagni di Fivizzano


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