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giovedì 19 maggio 2011

Papa Gort I


Non ricorda solo Gort, il celeberrimo robot di "Ultimatum alla Terra", terribile macchina da guerra aliena che poteva essere fermata solo con le parole magiche "Klaatu Barada Nikto!"
Ricorda anche il Commendatore del "Don Giovanni" di Mozart, oppure un enorme Golemone di pietra.
Non prendetevela con me per la blasfemia ma con lo scultore di cotanto obbrobrio.

lunedì 2 maggio 2011

Osama nell'alto dei cieli


Obama le spara più grosse di B.? 
Siccome di secondo nome, ufficiosamente, faccio Tommaso, ho detto subito stamattina: "Fatemi vedere il cadavere e fatemi la prova del DNA, altrimenti non ci credo". No, visto che si parla di uno che era in fin di vita nel luglio del 2001 e di cui era uscito il necrologio sui giornali arabi nel dicembre di quello stesso anno, è meglio verificare. Non sia mai che Petraeus, il nuovo capo della CIAE non voglia farsi bello con un sgubb un po' troppo ardito.

Puntualmente è arrivata la foto ma, visto che di cadaveri me ne intendo, ho visto che c'era qualcosa che non quadrava. Boh, che strano, un morto con la parte inferiore del volto in un'espressione da vivo. Un morto che sorride, che tiene la lingua contratta, la cui mandibola non cade come di solito. 
Dopo qualche ora, ecco smascherato il photoshopping, addirittura su giornali come Repubblica.
E, ancora più tardi, l'altra notizia: il cadavere è stato "sepolto in mare". No, scherziamo?
Ma no, che avete capito, il corpo ce l'abbiamo e vi mostreremo le foto che saranno la prova finale. Una bella foto tipo quella del Che, in stile Cristo morto del Mantegna.
Non stanno pasticciando un po' troppo?

Si, va bene, Tommaso, mo' esageri. La prova del DNA ti toglierà qualunque altro dubbio residuo. 
Già, peccato che il DNA di Bin Laden gli americani lo abbiano già da tempo. Immagino che l'avranno prelevato dal sangue quando la primula rossa del terrorismo internazionale fu ricoverato in un ospedale americano a Dubai nel luglio del 2001. Non è strano? Colui che di lì a poco avrebbe messo a fuoco e fiamme l'America ed era già ricercato per altri attentati che si fa curare dalle sue vittime, con la CIA e l'FBI che gli portano i giornali e i babà.

Dobbiamo creder loro sulla parola anche stavolta, ho già capito. Cominciano ad esagerare, però. Ieri il Papa santo e oggi l'uccisione di Bin Laden. Due atti di fede in meno di ventiquattr'ore sono decisamente troppi.

A proposito, stamattina ho fatto una previsione. Entro stasera, ho detto, qualcuno attribuirà la cattura ed esecuzione di Bin Laden ad un miracolo del Beato (Giovanni) Paolo. Detto, fatto. Non c'è gusto, in questo paese, ad essere indovini.

mercoledì 28 gennaio 2009

Fanno proprio Kaka'

"... Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione. So che, accanto a una versione ufficiale, esiste un’altra versione basata sulle osservazioni dei primi tecnici alleati che sono entrati nei campi." (Don Florian Abrahamowicz, interno sacrestia, buio pesto.)

Non esistono le camere a gas?? Se uno si trova in una stanza assieme a Don Florian e sente emanare una tale sequela di minchiate dalla reverenda bocca, rischia seriamente di restarne intossicato a morte, altro che disinfettante.

Non capisco il Vaticano. Marcel & I Lefebvriani. Credevo non esistessero nemmeno più, che la scomunica rimediata dal loro frontman da parte di Giovanni Paolo II li avesse stesi una volta per tutte. Invece no, con un senso dell'opportunismo che fa scintille, Papa Ratzi sceglie di revocare la scomunica a chi nella Chiesa è ancora più arretrato del Sant'Uffizio, e che data ti sceglie? Una qualsiasi a ridosso della giornata che ricorda la Shoah, visto che questi negano lo sterminio oppure, più subdolamente lo ridimensionano.
Ma allora lo fa apposta. Un bello scontro tra fratelli maggiori e minori ci mancava, nel panorama delle guerre di religione. Don Florian, che come tutti i convertiti o figli di convertiti è più papista
del Papa, è il padre spirituale della Lega Nord. La Roma ladrona si ferma a Via della Conciliazione. Vaticano ladrone? Giammai, loro sono veri cristiani, anzi kristiani con il kappa.

Non si può negare che, di questi ultimi tempi, la facciadaculaggine sia la dote più diffusa ed apprezzata in Italia.
Credo la nebulizzino di notte dei droni radiocomandati, fino a formare scie chimiche che rigano il cielo di un bel rosso vergogna. Scie chimiche ma anche comiche.

Prendiamo il recente grido di guerra che ha attraversato l'Italia: "spezzeremo le chiappe al Brasile", urlato del governo di centrodestra a se
guito della vicenda Cesare Battisti, uno dei tanti inquisiti italiani riparati all'estero anche grazie ai servizi segreti dei paesi accanto. Di pregiudicati e condannati in giro per il mondo ne abbiamo avuti e ne abbiamo ancora tanti. E' un settore di export che ci viene particolarmente bene. In catalogo ne abbiamo di ogni colore politico e specializzazione criminale. Terroristi ma anche criminali comuni, megaspacciatori, mafiosi di vario rango e bancarottieri. Tra i latitanti passati e presenti spiccano diversi cameratucci della parrocchietta.
Basti ricordare, per il passato, la vicenda
della fuga di Andrea Ghira, uno dei massacratori del Circeo, oppure la latitanza indisturbata di Delfo Zorzi, tuttora indagato per la strage di Piazza della Loggia del 1974, riparato in Giappone e per il quale nessuno parla di rompere le relazioni con il Sol Levante o spezzare le katane a Tokyo.

La cosa più grottesca, riguardo alla vice
nda Battisti ed al contenzioso con il Brasile di Lula è la geniale pensata di far guerra al paese sudamericano non con i B52 ma non giocando l'amichevole di calcio oppure, come suggerito dalla ministra ombra di se stessa Meloni, con il lutto al braccio. Tanto per mettersi qualcosa di nero addosso.
Capisco che non ci sono più quei bei generali sudamericani di una volta, nei cui paesi andavi allegramente a giocare la Coppa Davis o il Campionato del Mondo di Calcio, mentre negli sotterranei degli stadi loro torturavano gli oppositori.

Se fossimo un paese serio e coerente si sarebbero espulsi con effetto immediato tutti i trans carioca e paulistas che si dedicano amorevolmente alla ricreazione sessuale di tanti padri di famiglia nostrani, eterosessuali a buchi alterni.
Espulsione anche per tutti i calciatori brasiliani in forza alle squadre italiane. Kakà spedito a Manchester con foglio di via; Adriano, Amauri, Ronaldinho, tutti a casa come persone non grate, per coerenza. Invece siamo incoerenti e facce da culo e ci limitiamo alla pagliacciata della partita annullata, che mai sarà annullata, ci mancherebbe. Il calcio è una cosa seria.

Intanto il bel Bolle racconta balle anche se gli bolle, solo per fare un dispetto a noi ragazze che andremo a letto stasera rigirandoci nel dubbio che non sia gay?

La coerenza, sai, è come il vento.


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venerdì 23 marzo 2007

Romero de America, santo del popolo

Il 24 marzo 1980, mentre sta dicendo messa e celebrando l’Eucaristia, monsignor Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di El Salvador divenuto il difensore dei diritti dei campesinos, viene ucciso da un colpo di fucile sparato da un uomo appartenente ad uno squadrone della morte agli ordini del maggiore Roberto d’Aubuisson, leader del partito di estrema destra ARENA.

Il percorso che conduce Romero al martirio è quello proprio dei santi, che in principio non immaginano nemmeno di poterlo diventare un giorno.
Di origini umili, è figlio di un telegrafista, da ragazzo lavora come garzone per un falegname. E’ un bravo ed umile seminarista e un prete molto tradizionalista. Anche quando si trasferirà nella capitale El Salvador come segretario della Conferenza episcopale salvadoregna rimarrà assolutamente fedele a Roma. Piace agli oligarchi perché si oppone alla nascente “teologia della liberazione” degli "eretici" Boff e Camara.
E’ un prete comodo che non si oppone e che obbedisce senza discutere. Da direttore del giornale diocesano Orientacion attacca il progressismo e tutti coloro che vogliono opporsi allo status quo. E' quasi un reazionario.

Nei feroci anni '70 sudamericani dell’Operazione Condor, la violenza in El Salvador diviene però spietata e selvaggia e colpisce soprattutto i campesinos, che chiedono sempre più ad alta voce giustizia. Il 5 marzo del 1977 Romero è nominato arcivescovo di San Salvador. Lo stesso giorno l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari.

La sempre più frequente vicinanza al lutto, alle tragedie e al dolore dei suoi fratelli scava nell’animo di monsignore, che piano piano, come un Don Abbondio che conquista il coraggio che non si sarebbe mai potuto dare, accetta di mettere in discussione le proprie certezze e di cambiare la propria visione del mondo.
Il punto di non ritorno è l’assassinio del padre gesuita Rutilio Grande, suo amico e parroco di Aguilares, centro agricolo poverissimo. Davanti al cadavere di Padre Rutilio, come un cieco che improvvisamente riacquista la vista, Romero vede in tutta la loro crudezza l’ingiustizia, l’oppressione dei poveri, la violenza sui corpi e sulle menti, le torture e i morti. La luce fa male, e lui non può più tacere nè soffocare il proprio dolore empatico.

Nei tre anni che lo separano dall’appuntamento con una morte preannunciata in vari modi, tanto che una volta dirà: “Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno”, denuncia le torture e gli omicidi, parla alla radio, sostiene attivamente l’opera di Marianella Garcìa Villa, l’avvocato che raccoglie tutte le denunce contro la violazione dei diritti umani. Conforterà Marianella dopo la brutale violenza che i militari le faranno subire.
Va perfino a Roma con un corposo dossier sui crimini contro l’umanità nel suo paese a chiedere al Papa aiuto e comprensione. Ne riceverà solo un paternale rimbrotto: "Lei, signor arcivescovo deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo paese…" e un freddo invito a non opporsi alla lotta contro la sovversione.
Il santo subito negherà al vero santo, ma mai riconosciuto tale, l’aiuto per il suo popolo disperato.
Non solo, ma quando verrà pubblicato il cosiddetto terzo segreto di Fatima, il Papa polacco ruberà la scena e vorrà vedere se stesso nel vescovo vestito di bianco che cade sotto i colpi dei soldati ai piedi della croce e non piuttosto il monsignore sudamericano, morto veramente da martire sull’altare, con il proprio sangue che si mescola nel calice a quello di Cristo.

Il giorno prima di essere assassinato, domenica 23 marzo, nell’ultima omelia diffusa per radio, Romero aveva detto: “Durante la settimana, mentre vado raccogliendo le grida del popolo, il dolore per così grandi delitti, la ignominia di tanta violenza, chiedo al Signore che mi dia la parola opportuna per consolare, denunziare, chiamare a pentimento (…). Desidero fare un appello speciale agli uomini dell’esercito e in concreto alla base della guardia nazionale, della polizia, delle caserme. (…) In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione!”.

Il martirio di monsignor Romero nasce dal suo essersi ribellato all’ordine costituito sia clericale, le gerarchie vaticane, sia secolare, incarnato dal potere dittatoriale allevato e nutrito a pane ed anticomunismo dalla School of the Americas di Fort Benning, USA. Quel potere oligarchico e fascista che doveva a tutti i costi impedire che i popoli sudamericani si emancipassero dalla situazione di sfruttamento e asservimento feudale nel quale avevano sempre vissuto. Un potere a parole difensore dei valori cristiani ma tanto sprezzante nei confronti di Cristo da arrivare a sparare ai preti sull’altare.

Da quell’ultima messa sono trascorsi ventisette anni, durante i quali sono stati nominati 456 santi e 1288 beati ma non Monsignor Romero, non abbastanza santo per un Vaticano timoroso di riconoscere un vero martire dell'anticomunismo.
D’Aubuisson, prima di morire di cancro, impunito per i suoi crimini, nel 1984 ricevette a Washington un’onorificenza da parte di alcune organizzazioni conservatrici per il suo “contributo alla lotta contro il comunismo e per la libertà”.

Qui di seguito due estratti video da una puntata di "La storia siamo noi":
L'ultima omelia e L'assassinio di Monsignor Romero


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giovedì 26 ottobre 2006

Cult Fiction

Marx diceva che la religione era l’oppio dei popoli e martedì sera i pusher istituzionali di Raiuno ne hanno somministrato una dose massiccia ai circa 9 milioni di persone (tra i quali anch’io) che hanno seguito l’ultima puntata della fiction su Papa Giovanni Paolo I, il Papa del sorriso.

Attenti a quando va in onda in tv la Storia fatta fiction perché non è mai proprio la Storia Storia, ma un succedaneo come le uova di lompo, un qualcosa che è sempre in bilico tra realtà vera e realtà romanzesca, che sembra caviale ma non lo è.
La Storia vera potrebbe dare fastidio o essere troppo dolorosa, così è meglio darci dentro con l’anestetico. Con il rischio però di rendere gli spettatori talmente inscimuniti da non capire neanche cosa stanno guardando.

Il brevissimo pontificato di Albino Luciani si sarebbe prestato a ben altre analisi artistico-storiche dell’interessantissimo personaggio. Invece si è scelta la strada del santino oleografico e sdolcinato da Edizioni Paoline accompagnato dalla solita insopportabile colonna sonora melensa e invadente.
Una menzione di incoraggiamento va al bravo Neri Marcorè, che però è risultato prigioniero di un personaggio troppo ingombrante ed autorevole per le sue corde. Non credo poi di essere stata l’unica iconoclasta a pensare, durante la visione, che da un momento all’altro sarebbe saltato fuori Mr. Bean-Zapatero o l’imitazione di Dino Zoff che "da giovane andava a suonare i campanelli con Cuccureddu". Nelle mani di un grande regista questo imbarazzante effetto borderline tra comico e tragico non si sarebbe mai avvertito.

Inoltre Luciani sembra non fosse affatto il personaggio sempliciotto che risulta dal lavoro televisivo ma pare anzi che in quei soli trentatrè giorni avesse dato parecchio filo da torcere alle gerarchie vaticane.
Non era affatto contento dell’andazzo che aveva preso lo IOR (la banca vaticana), voleva sostituirne i vertici e fare le scarpe a Marcinkus, era favorevole ad un’apertura nei confronti della contraccezione e pare volesse istituire una sorta di 8xmille al contrario, la devoluzione di una quota pari all'1% degli introiti del clero in favore delle chiese dei paesi disagiati e poveri.

Chi sperava di sapere qualcosa di più sulla improvvisa morte del Papa del sorriso è rimasto deluso.
Non solo la morte per infarto ma la sparizione dei suoi effetti personali dalla camera da letto dove morì, il dubbio sull’ora del decesso, il misterioso foglio d’appunti con le rimozioni eccellenti che sarebbero state annunciate il giorno dopo, il rifiuto delle gerarchie vaticane all’effettuazione dell’autopsia hanno alimentato fin dal 1978 ogni tipo di ipotesi, compresa quella del delitto.

Nel celebre libro dello scrittore inglese David Yallop, “In nome di Dio” la paternità dell’omicidio era attribuita, senza mezzi termini, ad un losco intreccio di interessi massonico-economici sui quali si allungava l’ombra della P2 e degli scandali religioso-finanziari dello IOR e di Roberto Calvi. Ipotesi cospirazionista, si direbbe oggi, roba da mobilitare gli attivissimi di turno.

Niente di tutto ciò ovviamente traspare nella fiction, e neppure le ipotesi meno hardcore.
Una bella pera di novocaina ed ecco scoperto cosa stava dietro alle ambasce e ai brutti presentimenti del povero Luciani: il solito Terzo segreto di Fatima che si porta con tutto in ogni stagione. Non c'è niente di meglio che soffocare col soprannaturale tutti i dubbi e le questioni ancora aperti della ricerca storiografica.

Signori, decidetevi. Non s’era detto che il terzo menagramissimo segreto di Fatima si riferiva all’attentato a Giovanni Paolo II dove il vescovo vestito di bianco cadeva sotto ai colpi di pistola?
O dobbiamo pensare che quella benedetta Suor Lucia amasse spaventare a morte tutti i futuri Papi per passatempo sadico?
Se proprio vogliamo sottilizzare, c’è stato veramente un vescovo caduto sotto i colpi di pistola, quel Monsignor Romero in El Salvador, assassinato dallo squadrone della morte del maggiore D'Aubuisson sull’altare mentre diceva messa ma quello – me ne rendo conto - non è un santo subito, è un santo "vedremo-può darsi-ripassi tra tre mesi”.

Tornando a Luciani, apprendiamo dalla cult-fiction di Raiuno che la suora mattacchiona predisse al giovane prete montanaro una breve gloria sul trono di Pietro e un precoce martirio. Impariamo che Luciani divenne Papa con riluttanza e che era appunto ossessionato da quella profezia che tanto ci spaventava da piccoli quando periodicamente sui rotocalchi tiravano fuori la storia della fine del mondo nascosta in quelle poche righe chiuse nella busta numero tre.

Un’altra assurdità della fiction su Luciani è come viene dipinto il cardinale Wojtyla: come il vero predestinato, colui che quando appare in scena si muove già con il sottofondo musicale di Giovanni Paolo II “Il Grande” e al quale tutti si rivolgono, compreso il povero Luciani, come avessero la precognizione di ciò che diventerà di lì a pochi giorni il cardinale polacco.

Alla fine Luciani ringrazia, si scusa per aver causato tanto incomodo e si ritira in camera dove si addormenta per sempre. Quasi un suicidio, insomma. Un cronista sullo sfondo di San Pietro commenta: “La storia dirà se sono vere le ipotesi inquietanti sulla sua morte”. Musica commovente, titoli di coda.
A quel punto ho sentito il dottore schiaffeggiarmi e dire: “Su, si svegli ora, abbiamo finito”.


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