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lunedì 5 agosto 2013

Scene di caccia al falso in Bassa Riviera


In queste domeniche d'estate mi capita di andare al mare usufruendo di un comodo servizio pullman che, partendo dalla mia città,  mi scarica a pochi passi dallo stabilimento balneare a Milano Marittima. Un servizio che è utilizzato prevalentemente da decine di africani impiegati nel settore commercio abusivo di falsi griffati. 
Non pensate siano dei poveri disgraziati. Generalmente vestiti bene, puliti, ("tirati a cazzuola", come si dice dalle mie parti), donne truccate e ingioiellate e tutti muniti di telefonino, con il quale, in meno di un nanosecondo, si comunicano l'un l'altro la presenza del controllore o della Finanza nei paraggi grazie, evidentemente, a basisti sul territorio.
Perché di solito, su venti, solo due timbrano il biglietto, tre dicono di avere l'abbonamento e gli altri semplicemente montano su con borse enormi o sacchi di plastica pieni di roba senza dire beo. Però, se sul pullman sale il controllore, alla fermata successiva, quando ne salgono degli altri, hanno tutti il biglietto in mano. Questa, a casa mia, è organizzazione.

Ieri ho assistito a questa gustosa scenetta. Dopo che i fratelli erano saliti tutti è arrivato un enorme fagottone portato da una donna che, con fare molto energico e in perfetto italiano, ha intimato all'autista di aprire il portabagagli perché lei non ce la faceva a farlo salire a bordo, il fagottone.
Alla richiesta il conducente, un ragazzo dall'accento partenopeo, ha risposto che, visto il genere di mercanzia, lui non era tenuto ad aprire alcun bagagliaio. La volitiva africana ha insistito ancora un po', ne è nato un breve battibecco che è finito da un lato in senegalese stretto e dall'altro in kitemmuort e alla fine il bagagliaio è rimasto chiuso e la tipa si è adattata a trascinarsi il fagottone appresso.

Una volta partiti si è creato un legame, come quelli che si stabiliscono tra compagni di stanza in ospedale, tra gli unici bianchi a bordo: io, il conducente e una ragazza moldava.
L'autista ci spiegava che, in caso di controllo della Finanza, era lui, come responsabile delle persone e degli oggetti trasportati, a potersi beccare paradossalmente il verbale e la multa e non i passeggeri trasportanti la merce illecita.
Al che gli ho raccontato l'episodio accaduto due settimane prima, sempre sullo stesso pullman.
Stessa configurazione di base: 3-4 bianchi, una ventina di neri. All'arrivo a Milano Marittima, dietro una curva troviamo la Finanza che ci ferma. Gli agenti salgono a bordo e iniziano a perquisire i bagagli dei fratelli. Qualcuno tenta di scappare ma viene fermato con il classico "non sgamare, vieni qua ragazzo". Ascolto questo dialogo provenire da fondo pullman:

Finanziere - "E queste borse di Dolce&Gabbana di chi sono?"
Passeggeri - (muti)
Finanziere - "Allora, ripeto la domanda, di chi è questa valigia con le borse?"
Passeggeri - "Mah, non lo sappiamo, non è di nessuno". (Sembra "Chi è che ti ha accecato, fratello ciclope?" "Nessuno è stato, nessuno!")
Finanziere - "Ah, vabbé".

La yellow flame sequestra come proforma un borsone con dentro quattro cazzabubbole, saluta i pochi bianchi a bordo, scende, raggiunge i colleghi e se ne va. Nessun verbale, nessuna contravvenzione. Sipario, fine del primo atto.


Quando arrivi sulla spiaggia la commedia prosegue. Loro, gli africani, ci provano a stendere la merce in prima fila lungo il mare (lo so che devo trattenermi dall'utilizzare il termine fascista "bagnasciuga"): borse origginali perfettamente imitate soprattutto di Prada e Louis Vuitton, orologi-patacca, portafogli griffati. 
Dopo un po', rifacendo la passeggiata in riva al mare al contrario, noti che le bancarelle sono sparite perché nel frattempo sono arrivati i quad con i vigili biancovestiti che le hanno fatte sbaraccare. I fratelli sono acquattati dietro ai gabbiotti dei bagnini e la merce è misteriosamente sparita. Non si sa bene se perché sequestrata dalla Polizia o semplicemente fatta sparire con un incanto patronus dai venditori.
Pare abbiano nascondigli un po' ovunque. Mi dicevano che l'anno scorso le autorità avevano trovato un vero e proprio deposito sepolto sotto la sabbia in una di quelle colonie fatiscenti abbandonate che ancora si affacciano sulla spiaggia. Il telefonino è fondamentale. Un passaparola, un sms, loro scappano nelle retrovie e la merce sparisce.
Andati via i vigili, a volte ritornano (i mercanti), ristendono le lenzuolate di Vuitton e il gioco ricomincia fino a sera.

Mi chiedevo, durante un soggiorno marino a Cesenatico in giugno, come mai lì le bancarelle non vi fossero e gli unici abusivi fossero alcuni sparuti cingalesi che giravano tra gli ombrelloni con le loro collanine. Escludendo l'ipotesi squadroni della morte, come pure quella di una straordinaria efficienza dell'opera di contenimento e repressione del reato, rimane la spiegazione economica. E cioè che a Cesenatico non vi sia un frullo tale di MILF danarose disposte a spendere 90 euro per il Prada-tarocco come a Milano Marittima. Per cui Cesenatico è una piazza sulla quale non conviene investire e amen. 
La percezione della presenza del ricco sulla spiaggia ancora tra le più sciccose della Romagna si nota anche dalla sharmelsheikizzazione del territorio. In spiaggia il bianco è continuamente tempestato di richieste perché percepito dal popolo dei mercanti della globalizzazione multicolor come soggetto danaroso da spremere che non aspetta altro che di comperare compulsivamente collanine, braccialettini, cover per i-Phone, gabbiette con finti uccelli gracchianti, aquiloni, radioline moleste, infila-ago (con relativa imposizione di dimostrazione pratica) e naturalmente firme taroccate. Che non vede l'ora di farsi cinque o sei massaggi al giorno, tatuaggi temporanei e treccine rasta.

Come ci ha spiegato Saviano, il mercato dei falsi  è fatto di falsi per modo di dire. Una parte del compenso che va dalle griffes committenti alle organizzazioni criminali che controllano la manifattura a basso costo degli oggetti rivenduti poi a peso d'oro, consiste nel poter produrre una quantità di "falsi" con gli stessi materiali con i quali vengono prodotti gli originali. Da smerciarsi poi nei canali ritenuti più opportuni.
Ecco perché la falsa borsa costa non meno di 70-80 euro, a volte il doppio di quanto paghi l'originale nel circuito outlet e questa è la riprova che si tratta di mercato gestito dalla criminalità organizzata, che utilizza come veicoli "poveri extracomunitari" che, secondo il buonismo piagnone del meraviglioso mondo piddino, si "guadambano solo la ggiornata" e invece sono parte integrante di un sistema florido e ben organizzato di commercio illecito. Capace di tirar fuori una certa spavalderia e strafottenza al momento opportuno. Che agisce praticamente indisturbato sul territorio. Perché sicuramente nessuno ha mai chiesto al senegal chi è il capo che gli fornisce la roba e lo è andato a prendere di conseguenza. E io, come cittadina, mi sento un po' presa  per il culo, dico la verità

Addendum. Per non aver fatto una ricevuta di otto euro, una volta e quella volta sola, ho beccato il verbale della GdF e l'azienda ha ricevuto una multa successiva di seicento euro. Ad un bar della mia città è stato contestato che il numero di cioccolatini serviti per cortesia, secondo il principio 1:1 con il caffé, fosse inferiore al numero di caffé venduti. Ergo evasione fiscale, verbale e multa salatissima. 
Ieri maxicontrollo nei luoghi di vacanza vip per la serie: "colpire un orefice per educarne cento". Per carità, l'evasione esiste e va repressa ma, secondo me, guardando il quadro generale dell'illecito in commercio in Italia dalla giusta distanza e con la dovuta obiettività, non ci siamo proprio.


giovedì 31 gennaio 2013

Colonizzati&Abbrutiti


Piccolo test mnemonico-percettivo. Cosa vi ricordano queste magliette, tutte uguali ma di colore diverso? Vi do un aiutino: pensate ad un(a) noto statista europeo. Ci siete? Ma si, è il famoso United Colors of Merkel.

Anche questa è colonizzazione, peggio di quella aliena dei baccelloni. Nei tre o quattro centri commerciali che hanno costruito attorno alla vostra città negli ultimi anni trovate solo Takko, Deichmann, NewYorker, C&A. Tutta roba(ccia) di fabbricazione cinese ma di inconfondibile gusto tedesco. Il multicolore stile Angela per le donne, giovani comprese; la camicia a quadrettoni, i jeans, le cravattacce sguaiate, gli slip e calzini neri (che nascondono così bene lo sporco) per l'uomo. Uno stile uguale a sé stesso da anni, da decenni. Nel mio viaggio in Germania negli anni '80 ricordo di aver visto le stesse identiche cose esposte nelle vetrine. Allora pensai che ero fortunata a non dovermi vestire con quella roba.

Beh, io sono d'accordo che come italiani ci meritiamo tutto, compreso farci insegnare a cucinare a cinghiate da dei cuochi broccolini del cazzo, ma questa colonizzazione del look da turista tedesco e da Ispettore Derrick e Frau Merkel destinata alla massa della popolazione perché a basso prezzo - visto che, secondo loro, non potremo più permetterci il Made in Italy - è qualcosa che andrebbe lavata con il sangue.
Se non andremo di nuovo in montagna, opporremo resistenza fino alla morte negli Outlet. Non li hanno mica costruiti a cittadella per niente.

martedì 13 novembre 2012

#csxfactor Scoop! Ma come ti vesti?


Ecco cos'era quel senso di deja-vu, di baco nella matrice che avevo percepito ieri sera. Guardavo quei revers e pensavo: "Ma dove li ho visti? Chi mi ricordano?"
Il tuo guaio, Puppato, è che avevo appena visto il biopic con Meryl Streep "The Iron Lady". Ora dimmi che la scelta dell'abito e delle perle è stata casuale.

mercoledì 9 maggio 2012

United Colors of Merkel


Questo collage è meraviglioso perché è più rivelatore di qualsiasi trattato, studio, analisi sulla personalità del leader, in questo caso la cancelliera Merkel. 
Infatti Angela ha un intero guardaroba di tailleur tutti uguali. Lo sospettavate ma ora ne avete la certezza.
Cambia solo il colore ma il taglio è lo stesso, la tasca, il bottone e il revers sono sempre uguali e nel medesimo posto. E' evidentemente e volutamente una divisa, la divisa da cancelliera. L'idea che una sartina di provincia ha di una capa di stato. 

Va bene ma sono tedeschi, noi italiani siamo fissati con il look e la moda, per loro sono cose che non contano. Non è che adesso Angela si convince a mollare la presa sugli stability bond perché le mandiamo Enzo Miccio e Carla Gozzi di "Ma come ti vesti?!" a rifarle il look - anche se potrebbe essere un'idea. Anzi  forse sarebbe proprio La Soluzione. Una pettinatura diversa, un altro colore, via la frangia tagliata con la coppetta in testa e magari un mosso più giovanile e più frou frou e un cambio d'immagine stile "Dieci anni di meno" e questa donna vi stupirebbe. Ne sono convinta.

Sorvolerei infine sulla compulsiva ricorrenza del gesto, sulla rivendicazione di orgoglio vaginale che nasconde chissà quale messaggio recondito. "Ce l'ho anch'io", oppure "Ho solo bisogno di riempire questo buco con tanta fantasia e creatività, quella che la mia sarta non ha, come potete vedere." "Non sono rigida, è che mi vestono così."

sabato 4 aprile 2009

Lola, corri!

Domandina facile facile, da sabato sera. Quest'anno gli stilisti, per le collezioni primavera-estate, si sono fatti suggestionare dall'ondata di stupri e propongono quindi scarpe perfette per fuggire dagli arrapati vampiri transilvanici sulle scale della metropolitana, sui sanpietrini romani* e gli sterrati di periferia?

Ingenua bambina, ma queste non sono scarpe per comuni mortalesse che tornano a casa di notte con la circolare. Sono calzature da urrrlo (con la erre ben arrotolata) per superultramaximegasuperfunky signore della ottima società, che mai si troverebbero a dover fuggire per i vicoli, in quanto sempre accessoriate di chaffeur. Oddìo, la Vuitton centrale, impugnata in un certo modo, potrebbe fungere anche da arma impropria e lo stiletto rosso conficcato in un occhio dell'aggressore sarebbe alquanto cool, secondo i dettami del sadofetish necrofilo.

Il vero problema, con queste scarpe, sarà quando si tratterà di fuggire dalle masse rivoluzionarie. Altro che Varennes, qui les nouveaux aristocrates arriverebbero al massimo al cancello della villa.

* A proposito di sanpietrini romani. Io sono riuscita, a Roma, ad avere un mal di piedi terribile, da "amputatemi, vi scongiuro", con scarpe che respiravano comode comode con il plantare anatomico, tutta pelle sopra e morbida gomma sotto.
Qual'è il problema delle strade di Roma? E' dovuto alla presenza del Vaticano? Si tratta di una forma di penitenza tipo cilicio, pensata per le estremità?

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venerdì 20 giugno 2008

Noi siamo i puffi blu

Acquistate anche voi abbigliamento di produzione cinese? Beh, state attenti perchè potrebbe capitarvi ciò che è successo a me oggi: ritrovarvi di un bel color blu puffetta. Ora vi racconto.
Stamattina mi ero messa un normalissimo paio di pantaloni neri nuovi di pacca. Dopo un pò che sono in ufficio noto che ho le unghie blu. Boh, mi sarò sporcata con qualche toner. Mi lavo le mani ma il blu non viene via. Quando sono tornata a casa e mi sono tolta i pantaloni, mi sono ritrovata la metà inferiore del corpo blu. La maglietta che indossavo era macchiata di blu. Ho provato a lavare i pantaloni ma dopo aver sporcato la vasca da doverla smacchiare con il Cillit Bang, ho desistito visto che le braghe maledette continuavano a buttare colore. Per lavarmi ho dovuto usare una striglia da cavalli e una pasta speciale abrasiva tedesca che di solito uso per pulire il lavandino d'acciaio. Nonostante ciò sono riuscita a macchiare l'accappatoio di blu.

Ma che minchia di coloranti usano, 'sti cornutazzi di cinesi? Io spero e mi auguro che non si tratti di roba tossica. Veleni inenarrabili che ti entrano nella pelle e dopo un pò cominci a mordere tutti. Oppure fai la fine della tipa di Goldfinger, avvelenata con una tintura. Là era oro, qui blu puffetta.
I pantaloni li ho buttati via ma mi sorge un dubbio: dovevo forse trattarli come rifiuto speciale?

E' tutto vero, non vi sto coglionando con un trip di fantasia. Non mi sono drogata, non ho fumato niente e non ho preso acidi. Piuttosto, riascoltandola, l'unica cosa che può sembrare psichedelica in questo post è la canzone di Mina. Oppure questa incredibile lettura simbolica dei puffi. Vado a darmi la seconda strigliata.




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sabato 24 maggio 2008

Camicie stirate della rivoluzione

Qual'è l'emblema ultimo, l'oggetto simbolo dell'oppressione del sistema capitalistico?
Io non ho alcun dubbio: la camicia. Quella da uomo, di cotone, con i bottoncini, le tasche con i risvolti, le pieghe, le piegoline attorno ai polsi, ed altri bottoncini, possibilmente doppi o tripli, le stecche nel colletto.
La funzione oppressiva della camicia sulla classe lavoratrice si evidenzia nell'atto della sua stiratura.
Si favoleggia che esistano camicie "non stiro" ma sarà un caso, quelle dei miei uomini sono sempre del genere "prova a stirarmi a puntino se ne sei capace".

Abbiamo sbagliato, a suo tempo, noi ragazze a bruciare i reggiseni, non esisterà mai vera emancipazione femminile fintanto che esisterà la maledizione della camicia da stirare.
E i maschi single che ultimamente sono costretti a darsi da fare in casa, obtorto collo?
Parlate con loro e vi diranno che tutto sommato riescono a cucinare, a fare una lavatrice, a coltivare il basilico sul terrazzo, a passare il battitappeto ma stirare le camicie no, terribile, non è possibile, "quelle le porto da mamma".

Si, la camicia è uno strumento di oppressione borghese, per usare un termine da Maggio '68 (a proposito, qualcuno si è accorto che è il quarantesimo anniversario? Boh, staranno aspettando il 2009 per festeggiare il 69, inteso come posizione).
Mi sono sempre chiesta, en passant, come facciano gli uomini, oltre alla schiavitù della camicia, a tollerare la cravatta attorno al collo. Solo pensare di dover indossare qualcosa che ti strangola a me pare insopportabile.
Va bene che noi donne potremmo controbattere con il tacco a stiletto, le autoreggenti che se non sono siliconate te le ritrovi giù a gambaletto, il push-up con i ferretti. Insomma, la gara è dura ma non divaghiamo.

Per fare un poco di storia, la camicia per come la conosciamo, capo imprescindibile del guardaroba degli uomini e che contamina anche quello di noi donne, in versione magari peggiorata da ruches e volants, fu inventata, manco a farlo apposta, dagli inglesi, quelli stessi che mandavano i bambini di quattro anni in miniera, nel 1871.

Su Wikipedia c'è una curiosa osservazione. A parte le celeberrime camicie rosse di Garibaldi (portate su delle specie di jeans), molti movimenti fascisti storici si fecero rappresentare da una camicia colorata.
Dalle camicie nere della rivoluzione mussoliniana e dei fascisti inglesi, finlandesi e tedeschi, alle camicie brune delle SA naziste; quelle blu dei falangisti spagnoli e dei movimenti fascisti irlandesi e canadesi, della Solidarité Française e della Società delle Camicie Blu cinesi.
In Ungheria, Romania e Brasile il fascismo vestiva camicie verdi (ogni riferimento a Borghezio è puramente casuale), in Messico camicie dorate, negli Stati Uniti argentate e rosse in Turchia. Per non parlare dei "descamisados" peronisti che si presentavano appunto in camicia, senza giacca e cravatta.

Vuoi vedere che odiare le camicie potrebbe essere un segno inconscio di antifascismo?

Nei tardi anni sessanta, quelli del Sessantotto, appunto, e non a caso del femminismo militante, ci fu un momento in cui imperversarono i colletti alla cinese.
Era soprattutto nei film di fantascienza, quelli che prospettavano il futuro, che sparivano le camicie, sostituite da semplici maglioncini a collo alto.
Purtroppo la rivoluzione tessile del comandante Straker è finita con l'arrivo degli anni ottanta, trionfo di colletti bianchi che più bianchi non si può, di squali da Borsa in camicia Burberry's e di yuppies in preda all'edonismo Reaganiano.

Oggi, tra camicie verdi padane e le camicie scure del Berlusconi ultima maniera, talmente blu da sembrare nere, non si vede all'orizzonte qualcosa che possa eliminare definitivamente l'incubo kafkiano della casalinga e del single.

Chiunque stia progettando una rivoluzione ricordi che essa dovrà obbligatoriamente comportare l'abolizione della camicia. Questa volta non ci sono santi.


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martedì 1 aprile 2008

XXXL


A me, come a tutte le ragazze, piacerebbe comperarmi qualche volta un capino di abbigliamento nuovo: una maglia, un paio di pantaloni, una giacca.

Stasera, tornando a casa dopo aver fatto la solita inutile sosta nel grande magazzino cittadino, inutile perchè ne sono uscita per l'ennesima volta a mani vuote, mi sono voluta togliere lo sfizio di chiedere alla cassiera perchè non tengono taglie umane per noi esseri umani normali.
E' perchè non si trovano proprio alla fonte o perchè colui che fa gli ordini è un sadico misogino figlio di buona donna? E' mai possibile che la taglia più grande disponibile sia una L che andrebbe stretta alla Barbie?
Mi ha guardato con un sorrisetto e ha piegato stancamente la testa in direzione del reparto taglie forti.
Sapete, quello con i pantaloni taglia Giuliano Ferrara e i completini tipo salma in camera ardente, con le camicie col fioccone.

Dice che certi capi, guarda caso quelli di moda, li fanno per le ragazzine, "che sono magre". A parte il fatto che vedo abitualmente ragazzine con dei culi che non passano dalla porta, non è questa una terribile forma di razzismo, una vera e propria discriminazione da far roteare le lame, per la quale se una ha un'aspetto normale e non cachettico, con le sue formine a posto e non è ancora da seppellire, si deve vestire da vecchia bacucca o niente?

Eh, signora mia, non ci sono più le taglie di una volta. Infatti capita di rovistare nell'armadio e tirar fuori una vecchia camicetta che ancora incredibilmente ti sta ed è etichettata con la mitica taglia 46. Se ora non mi basta neppure la XXXXL allora non sono io che sono ingrassata, sono le taglie che si sono ristrette.

Chiedo con forza a qualche politico (vedrei bene Walter Veltroni), di battersi per dire basta alla discriminazione della taglia gonfiata e del razzismo generazionale. Si faccia una legge quadro per il diritto alla taglia corretta. E' ora di eliminare questo textile divide che crea squilibrio e ingiustizia sociale.
E se ci sono ancora stilisti che insistono con la magrezza e cinesi che non capiscono che noi occidentali qualche curva addosso l'abbiamo, ebbene che siano condannati a sopravvivere a pane ed acqua fintantochè i loro abiti non gli staranno larghi.

Altrimenti ci vedremo costrette, nonostante l'oggettiva scomodità del copricapo e delle ali piumate, ad andare in giro per protesta abbigliate come la signorina Viviane Castro, pur non avendone sicuramente le doti fisiche. Ve lo assicuro, non sarebbe un bel vedere.


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venerdì 12 ottobre 2007

Non c'è più comunismo

La pubblicità è a pagina 27 di Pan-O-rama. Sotto la foto, la scritta: "Si viaggia per scoprire il mondo o per cambiarlo?" Muro di Berlino. Di ritorno da una conferenza.
Più sotto e in piccolo il preservativo l'ho-fatto-per-beneficenza: Mikhail Gorbachev e Louis Vuitton sostengono la Green Cross International.
Il testimonial è appunto Mikhail Gorbachev e il prodotto è la borsa Louis Vuitton. Temo quella vera, non una acquistata dal solito senegalese sulla spiaggia di Riccione. Se cliccate sul link vi potete scaricare questa immagine come sfondo del desktop in varie misure. (Non è satira).

Oggi ho proprio avuto la sensazione che il comunismo sia finito e che Loro abbiano vinto. Che questa campagna sia uscita nel mese di ottobre non può essere un caso.
Visto che dobbiamo prendercelo sempre di più in quel posto, che ne dite se ce la firmiamo anche noi la nostra saccoccia? Sai che figata! (Non è satira).

martedì 28 agosto 2007

Le tette e i cinesi

Siccome non voglio essere seconda a Pensatoio che oggi sbatte Dita Von Teese in prima pagina nel suo blog, per paura che faccia più contatti di me, parlerò di tette.
Anche oggi il convento passa ribollita: post riciclato. Questa volta per assoluta mancanza di tempo per la cova del post fresco di giornata. Volevo parlare di Michael Moore ma sarà per domani.

Al mercato, sulle bancarelle dei cinesi, oltre alle camicette a 5 eulo che tu nel negozio (italiano) hai pagato 18 euro, vendono anche i reggiseni. Costano talmente poco, 3 eulo, che sei tentata di fartene una scorta, tanto anche se dopo qualche lavaggio pur con tutte le cure e i detersivi ultradelicati si slabbrano le spalline, gli elastici si polverizzano, i ferretti si accartocciano e non tengono su neanche un palloncino da bambini, chi se ne frega.

Come modelli ce n’è per tutti i gusti. Vuoi fare la liceale porcella stile anime giapponesi? C’è quello con i pupazzetti di Pokemon. Per chi vuole fare l’ingenua anche a trentacinque anni ci sono i fiorellini provenzali; per chi non ha mai osato il colore ora c’è il verde evidenziatore, il giallo zafferano, l’arancio Fanta e il fucsia – non un colore ma un crimine contro l’umanità.
Se vuoi troieggiare ci sono quelli in salamandra verde o pelle di drago di Komodo, le pelli zebrate e di tutte le razze feline, dal giaguaro alla tigre di Monpracem. E poi vai con i pizzi e le trine, il contenitivo e il balconcino, lo sportivo e quello con le punte, un po’ Madonna un po’ mi nonna in stile retro. Insomma una pacchia. Con un problema però: le taglie.

Benedetti cinesi, o non si intendono di tette o le cinesi non hanno tette ma orzaioli. Prendi in mano un reggiseno made in China e ti chiedi? Come farò mai a farcele stare? Come il mago Houdini nel bidone del latte chiuso dai lucchetti o come la contorsionista del Circo Medrano?
Non è fisicamente possibile. Leggi l’etichetta e, figurati, quella è già una quinta. Si, buonasera! Non starebbe nemmeno ad una bimba di tre anni. Per avvicinarti alle tue misure devi veleggiare verso le impensate seste, settime, ottave, manco fossi Bocelli che fa i vocalizzi.

Noi siamo italiane, perdinci, Sophia Loren non è mica nata qua per sbaglio. Negli anni Cinquanta esportavamo maggiorate a vagoni e adesso, nonostante la dieta forzata e il look generalizzato da stoccafisse, comunque qualche rigonfiamento sospetto da silicone si vede in giro.
Noi signore che stiamo migliorando come il buon vino, abbiamo la tetta che molleggia trionfante nel balconcino come la créme caramel, le nostre sorelle più giovani possono ancora fregiarsi del titolo di miss tette turgide che il balconcino rischia di fare crollare di spinta e, en passant, ogni tanto ci capita di fare un marmocchio e passare attraverso la fase della mucca Frisona da latte. Insomma, le tette noi ce le abbiamo!

Siamo noi sbagliate, con il reggiseno taglia 8/C, i jeans XXXXLLLL e le camicette che non si trovano in taglia normale perché sono tutte modellate sui vestitini per la Barbie, o sono i cinesi che dovrebbero darsi una regolata sulla conformazione fisica degli occidentali?
Che ne so, se vogliono invadere il mercato dei reggiseni dovrebbero prima frequentare un bel corso di “tetta avanzata” su testi come Max, ForMen, GQ e il sempreverde Playboy, con docenti come Maria Grazia Cucinotta e Sabrina Ferilli e come visitor Pamela Anderson, che il Signore la benedica! Un paio di master, un ciclo di stage, 25 esami e test finale. Così imparano a distinguere una terza da una quinta.

giovedì 16 agosto 2007

Vero relativo

E’ bello ed interessante quando la TV pubblica ci informa dei rischi connessi all’acquisto ed utilizzo di prodotti contraffatti, siano essi borse di Vuitton tarocche, preservativi cinesi, pillole di Viagra o caricatori per i cellulari. Peccato che oggi al TG2 si sia sfiorata la comicità involontaria a causa del concomitante scandalo Mattel sulle Barbie al piombo made in China.

Nel servizio si chiedeva alla gente comune se acquistano o avrebbero acquistato prodotti falsi: “No, ma scherza! Figuriamoci, non sia mai detto!” hanno risposto come un sol consumatore gli intervistati. Detto che, a causa del problema della desiderabilità sociale, bias ben noto ai sondaggisti seri, una domanda formulata in quel modo ottiene sempre la risposta che l’intervistato immagina il suo intervistatore desideri, è curioso che quasi tutti abbiano detto che si sarebbero rivolti solo a oggetti di marca. Come i giocattoli Mattel, suppongo.

Tutto questo per dire: se un oggetto è di marca ed è venduto in un negozio con tutti i crismi e non sulla bancarella del senegalese stesa sulla spiaggia, siamo sicuri che sia originale e se è originale ciò è garanzia di sicurezza? Io che sono diffidente, un po’ per genovesità e un po’ per esperienza, dico che abbiamo motivi per non stare tranquilli e per spiegarmi meglio vado a ripescare una vecchia notizia di un anno fa, che il caso Mattel mi ha fatto ritornare in mente.

L’estate scorsa, appunto, sui giornali americani uscì la notizia clamorosa della causa intentata dalla casa di moda Fendi alla multinazionale della distribuzione Wal-Mart. Due colossi del capitale che si prendono a borsettate, insomma.
Cos’era successo? Un cliente di Sam’s Club, una consociata di Wal-Mart, aveva acquistato in una filiale di Hong Kong una borsa Fendi per modici 400 euro, a fronte degli oltre 900 che aveva precedentemente sborsato, per un articolo identico, in Europa. Il rompicoglioni si era attaccato al telefono con le Signore Fendi in persona e aveva protestato vivacemente per la evidente disparità di prezzo riscontrata.
Le Fendi, in pieno allarme rosso, dopo aver sguinzagliato mute di avvocati famelici, accusarono Wal-Mart di vendere borse tarocche come vere e ovviamente di averle sputtanate sul mercato con il prezzo stracciato da vucumprà. Se 400 euri per una borsa vi sembran pochi.

Non si è saputo come è andata a finire la storia ma i casi possono essere tanti. Per esempio le borse potrebbero essere state acquistate in buona fede come vere ed erano invece false. Oppure Wal-Mart può aver tentato la furbata ed essere andato ad acquistarle direttamente dal fabbricante al quale si rivolgono anche le Fendi, magari in Cina, dove costano sicuramente almeno cento volte meno del prezzo finale. Scommettiamo che alla fine si sono messi d’accordo tra avvocati con un bel compromesso della serie “tu fatti i cazzi tuoi che io mi faccio i miei?”

Oltre a questo episodio vorrei ricordare anche un servizio che vidi tempo fa su “60 minutes” il noto programma giornalistico con i controfiocchi della CBS, dove i giornalisti fanno ancora i giornalisti.
Si parlava di delocalizzazione della produzione e un esperto spiegava come era cominciato il problema dei falsi cinesi.
Quando gli imprenditori europei e americani scoprirono che i cinesi si facevano un culo così a lavorare 25 ore al giorno per un piatto di riso scotto, si fregarono le mani e cominciarono a farsi fabbricare le loro cianfrusaglie, comprese quelle di lusso, da loro.
La maglietta, ad esempio, a loro veniva a costare 0,1 e la potevano rivendere a 10 se era una maglietta del cavolo, a 100 o 1000 se l’aveva firmata qualche stilista.
Ad un certo punto i cinesi si guardarono negli occhi a mandorla e dissero: “Se una parte di questa roba ce la vendessimo per i cavoli nostri?” Copiarono i modelli, li realizzarono con materiali più scadenti ed entrarono anche loro in concorrenza, come vorrebbe il galateo del libero mercato. Solo sulla carta però, perché gli onesti imprenditori occidentali, vedendo che le copie quasi identiche dei loro prodotti arrivavano sulla piazza ad un decimo del loro prezzo cominciarono ad urlare e a gridare alla concorrenza sleale. I cinesi si accontentavano di guadagnare meno, tutto lì. Le cose stanno cambiando anche per loro adesso, con il risultato che pur mantenendo il prezzo sempre più basso del nostro calerà ancora di più la qualità dei loro prodotti. Il capitalismo moderno è una malattia altamente contagiosa.

Riformulo la domanda per non perdere il filo: se io acquisto una maglietta Nike fabbricata in Cina o Thailandia perché là il signor Nike la paga meno e ci lucra l’inverosimile, come faccio a sapere se è vera o falsa? La roba firmata che c’è nei negozi e che io alla fine pago comunque per vera è vera o tarocca? E’ vera perché è approvata dal marchio (finchè magari non succede un pasticcio come a Wal-Mart) ma in fondo esce dalla stessa fabbrica che forse produce quella falsa e quindi?

Se vogliamo capirci ancora meglio vi rimando ad un capitolo di “Gomorra” di Saviano, quando lui parla di come il Sistema lavora per l’alta moda.
Dei grandi stilisti, li chiameremo Pinco & Pallino devono realizzare gli abiti di una collezione. Scendono in Campania dove operano le mille fabbrichette associate al Sistema e indicono una gara d’appalto. Chi mi fa il prezzo migliore e mi realizza i capi in meno tempo avrà la commessa. Arrivano con le stoffe e tutto e in abbondanza. Chi vince la gara potrà tenersi il materiale eccedente e con esso realizzare dei capi perfettamente identici agli originali ma in realtà teoricamente falsi, che potrà rivendere nei negozi affiliati al Sistema, cioè, per usare il termine più conosciuto, alla Camorra. E’ proprio il caso di dire che pagano il pizzo, ed anche il velluto e il cachemire.

Il marcio non c’è solo in Danimarca, come diceva Shakespeare, purtroppo. L’invasione dei falsi è il prezzo che le grandi marche pagano per poter continuare a guadagnare oltre ogni misura su un oggetto che deve costare sempre meno alla fonte e sempre di più all’utente finale.
Il signor Mattel, il paraculo, sapeva benissimo che i giocattoli costavano a lui così poco perché erano fabbricati con materiali scadenti e purtroppo per noi consumatori, tossici, e lo sanno anche i signori Nokia che si ritrovano ora con le batterie dei cellulari che si scassano a milioni. E’ la globalizzazione, bellezza.

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