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giovedì 13 marzo 2014

Lauro ad honorem

Ottanta euro in più in busta paga entro la fine di maggio, ha annunciato irRenzi. Casualmente a maggio si vota per il casting dei camerieri, sguatteri e maggiordomi del Quarto Reich per il reality "Chi vuol essere morituro". Il proconsole sindaco di Acchiappapiddini, paese gemellato con l'Acchiappacitrulli di Pinocchio, è terrorizzato dall'onda montante antieuro e usa il vecchio trucco di Achille Lauro: regalare all'elettore la scarpa destra prima del voto e promettere di consegnargli la sinistra a voto dato. Vota sinistra per la sinistra. Una "sinistra utile all'Europa", come l'ha testé definita il turpe Vaciago nel salottino di Santoro.

I piddini, che non credono in nulla tranne che nel loro mondo votato al più bieco conservatorismo e completamente privo di eventi straordinari, perciò allucinatorio, abboccheranno in massa al mirabolante prestigio del David Copperfield di Michelangelo. La moltiplicazione dei pani e degli euro senza poter battere moneta. Il vaghissimo sospetto che si tratti di una cosmica presa per il culo e che quegli ottanta li risputeremo prima che il gallo canti, non passerà loro manco p'a capa. Non sono mica piddini per caso.

Io gli ottanta euro non li vedo nemmeno se ci credo. E non voterei la sinistra che serve all'Europa nemmeno, non dico per questo paio di orgasmiche Loubutin, ma per tutta la collezione completa.


martedì 1 ottobre 2013

Niente è come appare


Nella realtà che stiamo vivendo in questi giorni niente è come appare, l'illusione è sovrana e il paradosso diventa possibile. Quando poi nella nostra Matrice entra in scena anche il gattaccio di Schroedinger le cose si fanno per noi ancora più complicate. Ciò che è diventa allo stesso tempo ciò che non è.  Il bianco sembra bianco ma è nero e il nero è bianco. Da uomini e donne c'è veramente da perderci la testa e meno male che siamo umani perché se fossimo robot il conflitto tra situazioni antitetiche ci avrebbe già fuso i circuiti. L'incertezza provoca però lo stesso vertigine, insicurezza, senso di precarietà, PAURA.
Forse perché stiamo robotizzandoci mentre credevamo che fossero i robot ad umanizzarsi?
Viviamo immersi in un prestigio, in una grande illusione dove il significante è l'esatto contrario del significato.
E' una realtà criptata dove la chiave è aggiungere un NON o toglierlo per modificare la password d'accesso. Un avvenimento, un'affermazione vanno capovolti, destrutturati e riformulati, per essere decifrati.

Facciamo degli esempi. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi? Dove stanno la ragione e il torto? E i fatti concreti che osserviamo e sperimentiamo personalmente a quale versione della storia corrispondono?

Lo sapete. Berlusconi è cattivo perché vuole far cadere il governo per salvarsi ed è il peggior problema italiano. Letta, come il suo predecessore Monti, è lì per salvare l'Italia. La Grecia è il più grande successo dell'euro. Se non facciamo le riforme arriva la Troika. L'austerità è necessaria. Dobbiamo acquistare credibilità in Europa. La Germania è veramente nostra amica. La sinistra è di sinistra. La sinistra è il progresso e la destra il regresso. I fascisti in europa sono Alba Dorata e Marine Le Pen. La crisi è di debito pubblico. Non abbiamo fatto le riforme. L'Italia ha bisogno di investimenti stranieri. In Germania non vi è corruzione come in Italia. Uscire dall'euro sarebbe una catastrofe, la benzina aumenterebbe di 70 volte 7. Il problema principale dei nostri conti è lo spread. L'inflazione è il male. Il problema è lo Stato. La colpa dell'instabilità è dei populisti. THERE IS NO ALTERNATIVE.

Sono tutte affermazioni che trovate nei mappazzoni propagandistici televisivi piddini, sui giornali e in bocca ai politici ed agli altri volonterosi carnefici del liberismo ai quali avete sempre dato fiduciosi il vostro voto perché pensavate rappresentassero i vostri interessi di imprenditori o operai.
Chi mi segue sa che tutte queste affermazioni sono false e che la realtà vera assomiglia molto al rovesciamento di ognuna di queste bugie. Provate, basta aggiungere un NON ad ognuna di esse.
Queste bugie sono il prodotto di un colossale imbroglio reso possibile dal tradimento simmetrico, da destra e da sinistra, delle forze sane del nostro paese e di quelle di tutti i paesi dell'eurozona. Il tradimento di interi popoli per l'avidità e il servilismo di pochi. Sarà l'argomento del prossimo post.

lunedì 24 dicembre 2012

Psichiatria antidemocratica


Parliamo sempre male della televisione ma almeno domenica si è comportata da servizio pubblico e da elettrodomestico utile. Dopo la conferenza stampa di fine anno di Monti e l'intervento di B. nel contenitore pomeridiano di Raiuno, ci ha indicato i primi due leader da gettare subito nel cassonetto degli invotabili. L'uno per raggiunti limiti di decenza, l'altro perché non sarà con un'agendina striminzita messa sotto l'albero che ci farà dimenticare le porcate da serial liberisti compiute dai ministri del suo governo "tenico", come dice il suo antagonista (vero o finto?) B.

La mattina, in diretta, abbiamo ascoltato il Salvatore, il neo Uomo della Provvigione, il Professor Monti, discettare di "interlocking directorships" tra messaggini massonici, allusioni che volevano inutilmente imitare l'inarrivabile genio di Andreotti, e infine tirate di giacchetta al povero De Gasperi, sempre nominato invano da chiunque occupi la cadrega di Palazzo Chigi e miri ad intortare il popolo democristiano.
Riassunto della conferenza: "E' tutta colpa del governo passato, non mi hanno lasciato lavorare. Però ho salvato l'Italia. Se mi candido? Vedremo. (Ambizioso come sono Palazzo Chigi non mi basta)."
Non è mancato il millantato credito: "Lo sapete che in USA stanno cercando di fare ciò che ha fatto l'Italia quest'anno?", riferendosi al fiscal cliff.  Bocconians uber alles. E poi alcune affermazioni che gridano vendetta, pronunciate senza che il poligrafo muovesse un pennino, come l'asserzione che le banche non hanno avuto aiuti di Stato (dimenticando i Monti bond di cui usufruirebbe per un quinto del gettito delll'IMU Monte Paschi Siena) e quella veramente vergognosa della lamentazione circa i supposti "sacrifici personali ed economici suoi e dei suoi ministri" per quest'anno di governo. Robespierre avrebbe detto: "Aristocratici di merda."


Nel pomeriggio, nel salotto di Giletti su Raiuno, B. ha tentato di rinverdire i fasti del grande comunicatore di una volta ma la rentrée da pugile suonato è andata a finire come da copione. Le ha buscate perfino dal conduttore, una cosa impensabile solo un anno fa. Stizzito dalle continue interruzioni del suo monologo dove stava sciorinando tutte le cifre che si era imparato a memoria, incalzato dal Giletti, pensate, ha minacciato di alzarsi ed andarsene, ha fatto la primadonna in una, io credo, di quelle clamorose liti fasulle tipicamente televisive.  L'unico modo conosciuto per far uscire dal coma postprandiale lo spettatore della domenica e mettere un po' di pepe nella ribollita del "vi tolgo l'IMU" e panzane assortite.
Per il resto, forse sta studiando da antieurista perché ha perfino citato Paul Krugman, che chissà se distingue da Freddy Kruger. E poi il solito "ho fatto questo, ho fatto quest'altro, gli altri non hanno mai lavorato in vita loro". Tanto meno Monti che è professore, dunque nullafacente, secondo B. Ci ha risparmiato, per fortuna, il Milan che ha vinto di più al mondo.

Per entrambi i personaggi, siamo comunque nelle paludi psichiatriche dove finiscono coloro che si smarriscono nei fumi dell'oppio del potere. Niente di strano, pare che i  governanti siano tutti disturbati mentali più o meno gravi. Il potere non logora solamente, a quanto pare brucia proprio il cervello.
Se B. sente voci che lo invitano a tornare e Monti sente una vocina che gli consiglia di non candidarsi - quindi condividono pure le stesse allucinazioni - per il resto sono entrambi affascinati dalla menzogna, afflitti da un ego ipertrofico e da una smisurata ambizione che ha sempre bisogno di millantare successi, spesso inesistenti. La differenza principale tra i due, comunque, è che B. è il matto, Monti il pazzo lucido.

Berlusconi è il matto un po' molesto, il disinibito frontale, quello che dice sconcezze e tocca il culo alle infermiere. E' quello che urla, si incazza, e che tende a recitare sempre una parte, comica o drammatica che sia. Conoscendolo è abbastanza gestibile perché, tutto sommato, prevedibile se pungolato sulla monomania sessuale.
Monti preoccupa di più invece perché in un'ora e più di conferenza non gli ho visto né sentito esprimere mezza emozione, nemmeno di quelle base in dotazione anche agli androidi giapponesi. Ha mantenuto sempre quella voce metallica, inespressiva, monocorde, anaffettiva, che parla solo di soldi e che farebbe sospettare la diagnosi di sociopatia, la patologia di chi non proverà rimorso per le proprie azioni negative.
Una qualità senz'altro auspicabile per il prossimo presidente del consiglio, non credete?

venerdì 28 settembre 2012

Falsi d'autore - L'affarino Dreyfus


Il 18 febbraio del 2007 su "Libero" esce un articolo firmato con lo pseudonimo Dreyfus  a commento di un fatto di cronaca accaduto a Torino. Una ragazzina minorenne, accompagnata dalla madre, si era rivolta al giudice tutelare per ottenere il consenso all'interruzione della gravidanza, visto che non voleva far sapere al padre - separato dalla madre - del suo stato.
L'articolo di Libero riportava, tra proclami ferocemente antiabortisti perfettamente legittimi trattandosi di libera espressione del pensiero dell'autore, almeno quattro circostanze false relative ai fatti, come l'affermazione che il giudice avrebbe obbligato la minore ad abortire quando invece dagli atti e dalle successive notizie di stampa risultava che la ragazzina aveva compiuto la sua scelta in piena autonomia.
Di conseguenza, il giudice chiamato in causa dall'articolo di Libero si riteneva diffamato a mezzo stampa e ne denunciava l'allora direttore, Alessandro Sallusti, contestandogli l'omesso controllo, visto che l'articolo non era firmato da lui direttamente ma era stato comunque pubblicato sotto la sua responsabilità.

Il 26 settembre 2012 la sentenza della Corte d'Appello ha condannato il direttore Sallusti alla pena di un anno e due mesi di carcere per diffamazione, pena sospesa secondo i termini di legge.
In una nota successiva al clamore mediatico e politico suscitato dalla sentenza, la Corte di Cassazione ha sottolineato che la condanna non si riferisce ad un presunto reato d'opinione - come riferito erroneamente dalla maggioranza dei mezzi di informazione - ma alla circostanza che il direttore Sallusti aveva pubblicato notizie false riguardo al fatto in oggetto, sotto la sua responsabilità.
Il 27 settembre, durante una discussione alla Camera, l'on. Renato Farina - già condannato per la pubblicazione di un falso dossier dei servizi segreti e per favoreggiamento nel caso Abu Omar - ha rivendicato la paternità dell'articolo incriminato pubblicato da Libero sotto lo pseudonimo Dreyfus (che ricorda il nome del tenente colonnello dell'esercito francese condannato per tradimento nel 1895) ed ha chiesto clemenza per il direttore Sallusti e la revisione del processo.

Fin qui i fatti, nella loro banale semplicità. Ora comincia la parte interessante relativa a come i fatti sono stati interpretati, distorti, rimaneggiati ed utilizzati in maniera capziosa in questo paese sempre più immaginario e in preda alle visioni provocate dai funghi allucinogeni della propaganda.

La notizia della condanna di Sallusti è stata riportata quasi unanimemente dalla politica e dall'informazione mainstream come un caso di attacco alla libertà di espressione e di stampa.
Il nocciolo della questione, ovvero la pubblicazione da parte di un direttore responsabile di un FALSO ( fatto che costituisce reato), per giunta scritto da uno che aveva dovuto autoradiarsi dall'albo dei giornalisti a causa dei falsi già pubblicati per conto del SISMI, è tralasciato o accennato di sfuggita, come se non avesse alcuna importanza. Esemplari, in questo senso, questi due articoli di Repubblica. 

Si potrebbe parlare di un caso di condizionamento operante a livello collettivo, volendo ragionare in termini pavloviani. Sono state pronunciate alcune parole stimolo: ad esempio galera e libertà di stampa (quest'ultima usata volutamente da qualcuno in maniera capziosa) e tutti hanno risposto con una specie di riflesso automatico. La propaganda ha creato un'illusione percettiva, una nube di fumo attorno ad un fatto altrimenti di una semplicità e chiarezza sconcertante. Illusione nella quale sono caduti in molti.
Perfino Marco Travaglio ha scritto queste parole:
"Non so cosa fosse scritto in quell’articolo, ma non dubito che fosse diffamatorio, vista la normale linea Sallusti. Però ora non m’interessa, perché ciò che conta è il principio."

Ecco, peccato che il principio, in questo caso, non sia affatto la libertà di stampa o la libertà di esprimere opinioni o il fatto che i giornalisti possano andare in galera ma il reato di falso commesso senza ombra di dubbio da Sallusti. Come recita la nota della Cassazione, altri articoli di stampa avevano chiarito nei giorni successivi al fatto di Torino come non vi fosse stata alcuna coercizione nei riguardi della minorenne ad abortire, eppure non era arrivata da parte di Libero alcuna rettifica all'invettiva di, adesso lo sappiamo, Renato Farina nei confronti del giudice. Invettiva contenente, en passant, l'invocazione della pena di morte per gli abortisti. Una richiesta sempre curiosa se proviene da chi vuole difendere la vita. Ma si sa che i crociati erano dei bei peperini.
Anche Massimo Fini, che polemizza con Travaglio sempre sul Foglio, escludendo la solidarietà a Sallusti in nome del principio della legge uguale per tutti, compresi i giornalisti, equivoca e neglige il vero senso della vicenza, ovvero il problema della pubblicazione di un FALSO su un giornale. Fatto che dovrebbe essere sempre considerato gravissimo perché scrivere il falso in cronaca significa alterare la realtà.

Siamo tutti d'accordo che il carcere è una pena obsoleta e disumana ma, se parliamo di principio, esso vale per tutti i detenuti, compresi i disgraziati che non possono permettersi l'avvocato d'alto bordo e non usufruiscono, per esclusione di classe e di casta, dei megafoni della difesa corporativistica di categoria.  Possiamo dire che esiste sempre la possibilità di modificare il tipo di pena da comminare ma il reato commesso rimane e, se riguarda questioni fondamentali di convivenza civile, deve rimanere.

Vorrei dire, a questo punto, che le ricostruzioni più obiettive della vicenda Sallusti, le più chiare e focalizzanti la questione fondamentale del FALSO, le ho trovate solo in Rete. In quella Rete che, secondo coloro che in questi giorni hanno salivato a comando come i cagnolini di Pavlov, è il regno della cospirazione, della falsità e della bufala, oppure dell'opinionismo pressapochista.
Due articoli descrivono i fatti e offrono un'interpretazione quasi scientifica della reazione patologia dei media ai fatti. Mi piace citarli come i più illuminanti che ho trovato:
Alessandro Robecchi, "Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere", Micromega online, 26 settembre 2012. 
Sergio Di Cori Modigliani, "La cupola mediatica e il caso Sallusti", dal blog Libero Pensiero.

Mentre i giornali ripetevano a pappagallo la litania della minaccia alla libertà di espressione, si muovevano gli alti piani del governo, compreso l'attico, e la politica marcia  - con quella che standogli accanto comincia pure lei a marcire - non si faceva sfuggire l'ennesima occasione per colpire la Magistratura e le leggi dello Stato, la Rete è andata per prima cosa a cercare l'articolo originale (bastava cercarlo nell'Archivio della Rassegna Stampa della Camera: Dreyfus, "Il giudice ordina l'aborto. La legge più forte della vita", Libero, 27-2-2007).  Poi ha confrontato ed incrociato le fonti, spulciato tra gli articoli che ricostruivano come si erano svolti i fatti, si è rinfrescata la memoria sulle imprese dell'Agente Betulla e di Pio Pompa, scopriva la legge numero 801 del 1977 che fa divieto ai giornalisti professionisti di intrattenere rapporti con i Servizi Segreti, per giunta a pagamento, e infine ha riconsegnato una versione più obiettiva della questione. La più obiettiva in assoluto. Quella che una volta avrebbero sentito il dovere di scrivere i giornalisti d'inchiesta.

Cosa ci insegna questo episodio, questo caso esemplare di psicopatologia sociale? Qualcosa di estremamente preoccupante. Questa negazione del cuore del problema, della realtà fattuale in favore della realtà interpretativa, capziosa e anch'essa falsa, è un fatto gravissimo, patologico, che deve farci riflettere sulla pericolosità della propaganda e sulla condizione di debolezza e condizionamento di coloro che ormai la subiscono da decenni. E' inutile dire che, se passasse il principio che qualunque cosa scriva un giornalista, comprese le balle più clamorose, è da considerarsi libertà di stampa, un giorno potremmo veramente trovarci in una realtà virtuale peggiore della Matrice dei film di fantascienza.

Viviamo in un mondo che già utilizza la propaganda come arma di penetrazione nelle coscienze, che crea illusioni e prestigi per sviare l'attenzione dai fatti, che utilizza come unico linguaggio omologante  la menzogna, quella goebbelsianamente più grossa di tutte, e vuole sostituire, idolatrandolo come un vitello d'oro, il mito alla storia. E' per questo che, per il cittadino, fare informazione nel senso anche di ricostruire la realtà da un cumulo di menzogne rivelando gli omissis dei media ufficiali, può diventare il modo più costruttivo ed efficace di fare politica ed opposizione.

La rete non perdona. Un utente di FB pubblica la foto di un ritaglio dell'intervista a Renato Farina di Tommaso Labate su "Pubblico". Un grazie a Dario Ballini.

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