Visualizzazione post con etichetta politica interna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica interna. Mostra tutti i post

martedì 9 aprile 2013

Materia e antimateria



E' trascorsa un'altra settimana all'insegna dell'incomunicabilità politica. Sembra di essere in un film della nouvelle vague dove il lui della coppia di amanti chiede: "Cosa - c'è - che - non - va?" e lei, dopo venti minuti di tormento interiore pronto ad esplodere, risponde: "Niente", e così via per l'eternità. Anch'io faccio fatica a trovare stimoli per parlare della situazione. Io e la pagina vuota del blog ci guardiamo, c'è la musica colta in sottofondo, una bella panoramica di Hiroshima con la voce in francese e i sottotitoli in ungherese. Lei mi domanda: "Crampo del blogger?" ed io (dopo mezz'ora) "No, no, niente". E quando una donna dice niente intende tutto.

Ci sono tante cose che devono accadere nei prossimi giorni: l'arrivo della primavera, la fine della pioggia, il nuovo governo, il nuovo presidente della repubblica, ma non abbiamo idea di come finirà veramente. Niente prove, solo indizi e pure labili.
Prendiamo il presidente della repubblica. Napolitano è alla fase finale, quella dei fuochi d'artificio sparati alla cazzo. Molto scarmazzo per nulla, con i saggi che nel frattempo non si sa dove siano e cosa combinino ma tanto è solo un diversivo. Stelle filanti, cascatelle, stelle luccicanti. I paragoni storici fuori luogo. Il compromesso storico, anzi no, la solidarietà nazionale; Aldo Moro, porello, lasciatelo in pace, bastardi. Tutto e solamente per avallare l'inciucione cosmico tra coloro che hanno tutto da perdere tra minorenni e paschi al verde e quindi non possono fare altro che salire sulla stessa zattera.
Si incontreranno giovedì, dicono. A Teano, suppongo, dove il Re detterà le condizioni e l'altro risponderà: "Obbedisco".
Con il botto finale, quello che lascia il cielo notturno impolverato degli ultimi residui di polvere pirica faranno il prossimo presidente della Repubblica che sarà obbligatoriamente garante della salvezza della zeppa che l'Italia ha da vent'anni tra le ruote.
Quindi saremo pronti per il governissimo fantoccio, magari con il Bersani sacrificale, che metterà pericolosamente assieme materia e antimateria.
Quel che succederà poi è pura fisica teorica ma il fatto che vi sia la possibilità che si annichiliscano a vicenda è assai interessante. Oh, davvero.

sabato 2 marzo 2013

Freak show - Un apologo teratologico


Nella loro esasperante banalità, i tedeschi che pensano alla pista di un circo ci vedono solo i clown, soprattutto quelli che lanciano strazianti chicchirichì come il Prof. Unrat de "L'Angelo azzurro". 
Invece i circhi che sono rimasti nell'immaginario di grandi e piccoli, quelli sontuosi di una volta, guidati da geniali impresari sempre alla ricerca di nuove attrazioni, avevano un lato nascosto e riservato a pochi con lo stomaco forte e vogliosi di emozioni indimenticabili. Il freak show, il baraccone dei fenomeni.
I tedeschi si concentrano sui prevedibili clown: il bianco, il matto, il nano - il cui numero sai ormai a memoria - e rifiutano di volare con la fantasia per immaginare cosa possa aver inventato la natura bizzarra giocando con braccia, gambe e teste e cosa possa aver scovato, in un sottoscala buio e puzzolente, il nostro Barnum italiano. 

Cari tedeschi, l'Italia politica non è dominata dai clown. E' qualcosa di molto più imprevedibile, mirabolante e mostruoso, nel senso del monstrum. E' un freak show, il cui pezzo da novanta è l'essere qui raffigurato. Una mostruosità doppia, nata una ventina di anni fa e con una caratteristica sconvolgente. I due esseri, che alla nascita, un 29 settembre, erano congiunti per un sottile lembo di pelle all'altezza del petto, come i mitici Eng e Chang, crescendo si sono fusi sempre di più in un'unica entità, diventando via via sempre meno distinguibili. Un unico paio di gambe dal quale si dipartono i due gemelli PD e PDL. Un caso unico al mondo.
Come in tutte le coppie di gemelli, uno dei due è il dominante e sottrae energie e volontà all'altro. Il dominante PDL è più loquace, litigioso, violento. A volte sconfina addirittura nella paranoia e si autoconvince che PD voglia danneggiarlo, separarvisi e abbandonarlo ad un triste destino.
PD, col tempo, sta diventando sempre più remissivo e condiscendente verso il fratello despota ma anche all'inizio della loro vita in comune si assunse sempre l'onere di difenderlo da ogni male che potesse capitargli.
Erano bimbi e PD si oppose fermamente ai genitori che volevano togliere la troppa televisione a PDL.
A volte però, di fronte alla protervia di PDL, il mite PD si ribella e, soprattutto davanti ai parenti, proclama di voler mettere a posto quell'insolente di PDL. Poi però gli passa e dimentica molto presto la sfuriata. Insomma, se davanti agli estranei litigano furiosamente e perfino si picchiano, i due gemelli in fondo non possono più vivere l'uno senza l'altro.

Questa è la triste vicenda di questi due esseri costretti a condividere ogni momento della loro vita, di questa povera creatura vittima della crudeltà della gente che l'ha soprannominata "Inciucio" che, ahimè, avrebbe la sorte segnata a breve, a causa del rapido deterioramento della salute di PDL, dovuto alla sua vita dissoluta.
La scienza ormai ha perso la speranza di riuscire a separare PD e PDL, unico estremo tentativo di salvare la vita al superstite PD. Poeri nani, non si intervenne quando ancora la separazione sarebbe stata possibile ed ora è troppo tardi. Speriamo solo che, quando sarà il momento, non soffrano.

lunedì 18 febbraio 2013

Via dalla Fortezza Bastiani


Vorrei aggiungere qualche considerazione all'articolo di Comandante Nebbia su MenteCritica, che condivido in pieno, sul falso problema del "gran rifiuto" di Beppe Grillo di andare in televisione per un'intervista a Sky, prima annunciata e poi smentita, con grande disdoro dei giornalisti di regime che oggi parlano di scarsa serietà e di fuga dalle domande del leader del Movimento 5 Stelle. 
Considerazione oltremodo ridicola, pensando alle loro abituali interviste a carponi ai politici dove le domande non sono domande ma domande con la risposta già incorporata.
Dimostrando che il mondo che servono, quello dei padroni della televisione, è ormai scollato dal resto della società. Difatti non capiscono che il gesto più rivoluzionario dei nostri tempi è quello appunto di rifiutare la televisione, rifiutare di chiudersi nella Fortezza Bastiani per mettersi ad urlare ed inveire non solo contro i tartari  che ciascuno rinomina a suo piacere in comunisti o populisti, ma gli uni contro gli altri, piccoli uomini ampollosi che scambiano la politica, la vita delle persone, l'amministrazione della democrazia per un reality show dove far venir fuori il loro lato peggiore.

Ascoltate questo intervento di Ezio Mauro di Repubblica, che non si capacita di come possa un  candidato alle elezioni politiche considerare più importanti le piazze vere di quelle virtuali dell'audience televisiva. Le piazze attive  fatte di gente che respira, si agita e si emoziona, ride e piange,  contro quelle televisive fatte di gente che subirebbe passivamente dibattiti interminabili fatti di vanità, superbia e menzogna e dai quali invece ha imparato a difendersi addormentandosi, cadendo in un coma pietoso e provvidenziale che li salva dall' "io non l'ho interrotta".
Mauro e gli altri non hanno capito il senso del voler marcare la separazione tra un movimento che, con tutti i casaleggi possibili è fatto comunque da gente in carne ed ossa, e i partiti tradizionali con i candidati di plastica e i sostenitori cagnolini da parabrezza. Eppure già in questa celebre intervista di Enzo Biagi a Pier Paolo Pasolini, fantasma che viene sempre più spesso ad accarezzarci di notte di questi tempi, il pur grande giornalista crollava sotto il peso della banalità, del come mai non le piace la televisione, di fronte a chi ha capito come funziona il mezzo e sa difendersene, non lasciandosene scalfire l'anima.



Chi pensa che la televisione abbia ancora il potere di vent'anni fa perché le si è venduto e si sente in debito di ricambiarla a vita ed ha questa immagine anni '60 del salotto televisivo, con i passivi in attesa del Verbo, non conosce le nuove piazze mediatiche dei social network dove la televisione è messa in sottofondo magari su una pagina del browser e i suoi contenuti, soprattutto quelli dei talk show di stampo politico, vengono commentati, sezionati sul tavolo autoptico, messi alla gogna e gettati in pasto ai cani, il tutto nei 140 caratteri di Sodoma. E' il neosadismo della critica attiva, lo sferruzzare delle tricoteuses contro il falsume dei dibattiti che pretendono di decidere del nostro futuro perché noi non saremmo in grado di farlo.
Attenti però che le tricoteuses stanno studiando economia, stanno imparando a riconoscere le balle a prima vista e sono talmente incazzate che tutto questo non lo accetteranno più.

Quando questo popolo che ricrea l'agorà in rete, grazie alla comunicazione si ricongiunge con quello delle piazze vere, della gente in carne e ossa, la televisione cessa di esistere come Grande Fratello e ridiventa solo il luogo del divertimento dove guardarsi in santa pace lo spignattamento d'alto bordo di Masterchef.
Tutto questo per dire che se passa davvero il messaggio che la politica può fare a meno della televisione, per loro questa volta è davvero finita. Forse i tartari arrivano finalmente.


venerdì 28 dicembre 2012

Deconstructing Mario


"Nel lungo periodo saremo tutti Monti". (J. Maynard Keynes ft. Chicago Boys)

Parliamo dell'agenda, quella in pelle di esodato che avete trovato sotto l'albero in cambio della vostra sudata tredicesima servita per fare un bel regalone alle banche bollite ed ai fondi salva-stati (come ammette tranquillamente a pagina 2 l'autore Mario Monti, d'ora in avanti Montichino). 
Che poi questa non è un'agenda vera dove segnare appuntamenti e ricette, ma un'agenda parola inglese, un documento programmatico, direbbe Bersani in piddinese, e come tale va trattata. Tenendo presente che, siccome quasi tutti i partiti sono smaniosi di attenervisi nella prossima legislatura, leggendone i contenuti, anzi i presupposti, possiamo capire ciò che ci attenderà nel breve e lungo periodo. Prendetelo come un oroscopo del 2013 che ci azzecca, una volta tanto. E ricordate l'ammonimento di Maynard in apertura.

In effetti bisogna andare oltre l'avvolgimento in pluriball di bisognafarismo piddino (merito del volonteroso Ichino, molto probabilmente) e le promesse da marinai del Titanic tipo "tranquilli, ci salveremo tutti" - che non parlano di quelli che rimarranno chiusi a chiave in  terza classe. Occorre scovare i pochi concetti fondamentali buttati qua e là che rivelano la vera natura dell'agenda di rinascita democratica. Ne cito uno che per me vale come abstract dell'intero programma: "Non si può fare marcia indietro", che si trova a pagina 15 dove, guarda caso, si parla di riforma del lavoro.  Qui te lo dicono chiaro e forte usando una bella metafora da freni rotti. Con loro non c'è scampo. Capito?
Il Post ha riassunto i trenta punti più importanti dell'agenda. Io ne commenterò solo qualcuno tra i più inquietanti, a mio parere.

Mi ha colpito, innanzi tutto, il continuo richiamo a legami, a vincoli con altri paesi. Non solo l'incaprettamento shibari che ci ha fatto l'Europa con l'euro e i vari trattati capestro da Maastricht a Lisbona, ma il solito legame con gli USA che si vorrebbe ancora più stretto, ancora più soffocante. Non c'è un solo richiamo alla dignità ed all'orgoglio di un popolo sovrano ma un sentore di necessità di sottomissione a troppi capibranco. Siamo una provincia dell'impero e ce lo ricordano. Del resto Monti (senza Ichino stavolta) ci si rivolge, sul sito dell'agenda, con un "cari cittadini", ben diverso da "cari concittadini". Sono sfumature ma significative.

In apertura Montichino, il monstrum bifronte metà bocconiano e metà piddino, ci ammonisce sul nostro ruolo in Europa:
"L’Italia deve impegnarsi per la creazione di un’Europa più comunitaria, meno intergovernativa, più unita e non a più velocità. [...] Mercato europeo interno più integrato e dinamico, maggiore solidarietà finanziaria tra gli stati membri con condivisione del rischio.[...] L’Italia deve confermare il proprio impegno nel rispettare le regole di disciplina delle finanze pubbliche." (Un'agenda per un impegno comune, pag. 1)
Vedano, noi ci impegneremmo anche volentieri ma, con la zeppa dell'euro tra le ruote sarà impossibile porre in essere questo vostro fogno, visto che la moneta unica va a sbattere il grugno contro la teoria delle aree valutarie ottimali e crea un Europa diseguale divisa in centro ricco e periferia povera. Con la Germania e i paesi nordici che non mollano di un centimetro la loro posizione di vantaggio di centristi, conquistata anche a colpi di inadempienza ai trattati europei che noi invece periferici abbiamo dovuto tatuarci sul braccio prima.di entrare nell'Eurozona.
Noi possiamo anche impegnarci ma, spiacenti, non dipende da noi pezzenti scansafatiche magnamaccheroni choosy terroni che non siamo altro, come racconta ai kinderminkia tedeschi Mutti Angela, prima di far fare loro la nanna. 

"Di per sé l’Europa non limita i modi in cui si possono perseguire fini sociali e di equità, ma impedisce di finanziarli con una illimitata creazione di  debito. E ci impone di capire che il modello che abbiamo costruito si sta incrinando sotto il peso del cambiamento demografico e della sempre più difficile sostenibilità finanziaria."( pag. 17)
Ecce dogma. Il dogma del pareggio di bilancio, quello al quale si è sottomesso anche Bersani, facendolo firmare con la goccia di sangue al popolo delle primarie. Ricordate? "Rispettare i trattati stipulati con l'Europa.... eccetera eccetera." Ergo, che vinca Bersani o Monti le elezioni, il prodotto non cambia.
Il dogma e il moloch al quale si sacrifica il welfare di un paese civile. Infatti parlano di "ridurre la spesa corrente e gli sprechi", non solo questi ultimi. La spesa corrente è ciò che fa funzionare lo stato.
In questo paragrafo c'è il divieto per legge di applicare in futuro qualsiasi misura economica keynesiana ed è una impuntatura squisitamente ideologica, che non si fonda su alcun principio ragionevole di teoria economica. Perché la teoria economica dice invece che il debito di uno è il credito dell'altro e che il capitalismo stesso si fonda sul debito. Non dicono nemmeno che il debito di cui parlano, quello che ci fa tanta bua, non è il debito pubblico - visto che i soldi spesi per la collettività sono sempre per il bene comune - ma il debito estero, quello che loro vorrebbero incrementare invitando gli stranieri a comperare i nostri asset per esportarne poi i profitti al loro paese. 
E poi l'elogio delle liberalizzazioni, che si guardano bene dal chiamare con il loro vero nome: privatizzazioni. 
Equivocano i termini perché ormai anche i sassi sanno che privatizzare i servizi significa aumento di prezzi e diminuzione della qualità dei servizi. Liberalizzare suona meglio, del tipo "oh, come siamo liberi di utilizzare energia al prezzo più alto d'Europa." E in testa, fidatevi, hanno sempre la privatizzazione della sanità. Cambiamento demografico significa che ci sono troppi vecchi rompicoglioni, non possiamo campare tutti fino a cent'anni. Mettendo la sanità a pagamento magari qualcuno schiatta prima. Penso male?

Quando parlano di "ridurre il debito pubblico fino al 60 per cento del PIL dal 2015" non dicono a quale prezzo per il popolo italiano, visto che si tratta di un obiettivo praticamente impossibile da raggiungere senza mandare definitivamente in rovina l'economia italiana. Oltretutto andandosi ad impegnare i gioielli de nonna al monte per quattro soldi da avvoltoi già con l'acquolina in bocca.
Così, quando Montichino dice che "i sacrifici fatti hanno portato a un avanzo primario che può portare alla riduzione del debito, e quindi a una riduzione delle tasse" mi dovrebbe spiegare come sarà possibile rispettare il fiscal compact e allo stesso tempo smettere di mungere a sangue gli italiani, a meno di non mettersi a stampare euro di nascosto nella tipografia Lo Turco.

Per quanto riguarda il comparto dell'energia, mi ha colpito questa frase:
"Serve infine procedere ad uno snellimento e semplificazione della governance nel mondo dell’energia, riprendendo la proposta di modifica del Titolo V della Costituzione per riportare allo Stato le decisioni in materia di infrastrutture energetiche accompagnata dall’introduzione, sulla base dell’esperienza dei Paesi nordeuropei, dell’istituto del “dibattito pubblico”.( pag. 12)
Non sembra il discorso di chi vorrebbe mandare in vacca i sacrosanti referendum su nucleare e acqua e sostituirli con improbabili e vaghi dibattiti pubblici? Una bella centralona nucleare, seguirà dibattito. Penso male?

Una delle più urgenti priorità per privati ed imprese è l'accesso al credito. Montichino così liquida la pratica:
"Incentivare gli investimenti delle imprese in ricerca e innovazione, con nuovi sistemi di finanziamento e di accesso al credito." Eh qui bisognerebbe proprio dirlo che basterebbe che le banche non si andassero a giocare gli sghei al casinò della finanza. Un "nuovo" sistema di finanziamento potrebbe essere il ripristino della separazione tra banche commerciali e banche d'investimento ma, non so se avete notato, nell'agenda di Montichino non c'è una mezza parola su una  qualsiasi regolamentazione della finanza neoplastica. Anche le omissioni parlano chiaro.
Come pensa Montichino di favorire l'export? "Semplificando le regole per favorire le esportazioni delle aziende italiane."  Eh, già. Se non ci fossero i doganieri con il loro: "Chi siete, dove andate? Due scudi!"
L'unico modo efficace per favorire le esportazioni delle aziende italiane sarebbe abbassare i prezzi dei prodotti italiani per renderli competitivi, ma non massacrando i lavoratori mediante la politica della svalutazione interna sui salari ma svalutando la moneta, una moneta sovrana slegata da vincoli di cambio fisso.

Il resto dell'agenda è bisognafarismo a grappolo su temi fondamentali ma trattati tutti con spiazzante superficialità. Istruzione, Università e Ricerca, ad esempio, che meriterebbero volumi, si riducono al mero motivare gli insegnanti meritevoli. E come,  chiedendo loro di lavorare di più a parità di stipendio? E come si misura il merito di un insegnante, dal numero di note pubblicate sui migliori registri internazionali?
Che dire del proposito di "detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminile per favorire l’occupazione delle donne, e ridurre la differenza di genere in ambito lavorativo?" Non si elimina una discriminazione introducendone un'altra. I lavoratori devono guadagnare uguale salario a parità di mansione, indipendentemente dal genere. Altrimenti è la solita scatola di cioccolatini spedita all'elettorato femminile. E la vita non è una scatola di cioccolatini.
Poi agenda digitale, energia verde, un'orgia di buoni propositi sulla lotta alla criminalità, ma, in tutto questo, e in generale su ogni argomenti, non una riga di banale concretezza su come fare a.

Infine: "Nei primi 100 giorni del governo occorrerà identificare le 100 procedure da eliminare o ridurre con priorità assoluta per snellire la pubblica amministrazione, per avere anche più trasparenza."( pag. 12)
Perché questa fascinazione maligna per i cento giorni di napoleonica memoria in tutti i programmi di governo? Non parlava anche Brunetta di qualcosa del genere, o sbaglio? Perché cento e non 120? Ah, perché allora ricorderebbe le 120 giornate di Sodoma del Divin Marchese. E poi cento cose: le cento idee in padelle di Matteo Renzi? Qui Ichino forse si è tradito. Cento e non novanta o duecento. Cento. Ci dev'essere la cabala di mezzo.

domenica 23 dicembre 2012

La mossa del Palio d'Italia


Siena è di moda. Non solo a causa del suo Monte Paschi, del quale siamo diventati finanziatori a nostra insaputa ma soprattutto perché in questi ultimi giorni la politica nazionale sta cominciando ad assomigliare sempre più alla mossa del suo celebre Palio, assorbendone le dinamiche e i modelli comportamentali.

L'avete visto tutti almeno una volta in televisione, se non dal vivo nella Piazza del Campo. Uno per uno, i dieci fantini delle contrade sorteggiate a disputare il Palio vengono chiamati a schierarsi dietro al canape della linea di partenza. L'ultimo ad essere chiamato partirà di rincorsa, dietro a tutti gli altri. 
Avrete notato che questa operazione, la mossa, viene ripetuta per molte volte prima che la gara possa iniziare. Se uno solo dei cavalli non è in posizione, il mossiere rimanda tutti fuori e si ricomincia con la chiamata. Due, tre, fino a dieci volte e più. Non c'è un limite se non alla sopportazione di chi, da non senese, non riesce ad apprezzare la bellezza di questa manfrina.

Degli amici senesi mi spiegarono come funziona la mossa e perché sembra quasi impossibile riuscire a far finalmente partire una decina di cavalli imbizzarriti ed ingovernabili, guidati da fantini altrettanto incontrollabili.
La mossa, nonostante sia regolata da norme, ne prevede l'assoluta inadempienza. Tutto è lecito in quei momenti.
I fantini si agitano e non rispettano volutamente la posizione assegnata, aiutati da cavalli parecchio alterati se non a volte strafatti; parlottano tra loro, si spingono, si danno di nerbo, si insultano e soprattutto contrattano. Pare che in quei concitati momenti prima della mossa, girino soldi, molti soldi. Ogni fantino ha un budget messo a disposizione dalla sua contrada per comperare avversari e consolidare alleanze. Perché quando la fiasca decide l'ordine di partenza, accanto potrai ritrovarti la contrada amica o quella nemica. Il tuo fantino potrà scegliere tra lealtà e tradimento. Se rispettare i patti o farsi convincere dagli avversari.
In ogni caso, e questo è il bello della gara, una volta superata la mossa, le strategie, i tradimenti e i colpi bassi, non contano più. Contano i cavalli e la bravura dei fantini a superare gli ostacoli e ad arrivare in fondo ai tre giri di campo. Il risultato finale rimane governato dal caso, dal grado di inclinazione con il quale il cavallo affronterà la curva di S. Martino.

La politica italiana e il Palio di Siena. Mi candido, non mi candido. Ovvero, entro o non entro dietro al canape; posso e voglio stare a fianco di quello o no? Se entri tu allora esco io. Quello mi spinge, l'altro mi prende a nerbate. Allora non mi candido e si ricomincia, perché gli altri, per decidere cosa fare stanno aspettando la tua mossa.
C'è il drappo in palio, appunto, ma potrebbe esserci qualcosa di più concreto, che vale tutto l'anno e gli anni a venire e non solo i pochi frenetici minuti della gara al massacro. L'equivalente delle strategie durante la mossa, appunto, che probabilmente governano la città di Siena per tutto l'anno successivo. Tanto per essere chiari: Monti corre per il Palio delle elezioni o per il settennato al Quirinale? 
Ecco, la retrocessione al Medioevo dell'Italia passa anche attraverso la riduzione a disfida tra contrade della cosa pubblica. Sperando che dopo il Medioevo ci sia di nuovo un Rinascimento e non ancora un balzo all'indietro nella preistoria delle clave.

Nella mossa che precederà le prossime elezioni, ci sono contrade amiche e nemiche ed altre che fingono di esserlo. Ci sono cavalli dopati, cavalli bolliti, cavalli sopravvalutati e quelli che dopo aver vinto una gara non hanno vinto più nulla. C'è quello che è già predestinato a spezzarsi la zampa alla curva del Casato e quello che farà l'exploit, la giovane promessa. 
Forse si rispetteranno le regole e forse no. A differenza della gara di Piazza del Campo, questo è un gioco che coinvolge un continente, se non il mondo intero, non una città. Anche qui girano soldi, ma molti di più di quelli che può intascarsi il più scafato dei fantini e più di quanti possiamo immaginare. 
Mi candido, non mi candido. Forse mi candido se si candida lui e se non si candida quell'altro, ma quell'altro sta aspettando che non si candidi quello così non mi candido io. E noi siamo solo spettatori, come quelli del Palio vero.

sabato 10 novembre 2012

Un Euro per ghermirli e nel buio incatenarli

L'opera di Maurizio Cattelan in Piazza Affari a Milano.
Questa crisi di stampo finanziario, iniziata negli Stati Uniti nel 2008 e propagatasi come una pandemia in tutto il mondo ed in particolar modo nell'Europa del Sud, offre lo spunto ideale e l'alibi perfetto al capitalismo sfrenato, ormai liberatosi dallo spettro del comunismo e per questo ansioso di liberarsi dei fottuti residui di keynesismo compassionevole, per inoculare il liberismo hard a tutti i paesi che ancora non lo hanno sperimentato, nonostante la cura si sia dimostrata letale ovunque sia stata applicata. 
Letale per i popoli e le entità economicamente deboli, quelle dipendenti dal salario, s'intende, non certo per coloro che hanno tolto in quel modo ai deboli per arricchirsi ancora di più e che ovviamente difendono il liberismo in quanto ha fatto la loro fortuna.

Prima che qualcuno mi accusi di indivia del bene mobile ed immobile, specifico che qui non si discute il diritto alla proprietà privata ed all'arricchimento personale ed aziendale come frutto del proprio lavoro, cose che ormai si cominciano ad accettare anche a Cuba. Opporsi al  liberismo non è questo. Significa opporsi alla spoliazione sistematica di un popolo ed alla redistribuzione al contrario delle risorse dal 99% al famigerato 1%, a questa forma di neo-aristocrazia oligarchica fondata sul dio denaro. Spoliazione che sta avvenendo in Europa, ma sarebbe meglio dire nell'Eurozona, grazie alle regole finanziarie imposte dalla moneta unica, l'euro.

L'euro è stato uno strumento formidabile di asservimento dei paesi del Sud Europa al progetto liberista.  Non mi riferisco ai fantomatici piani franconazitedeschi di cui parla Barnard, ma a qualcosa di molto più banale: il primordiale istinto del pesce grosso a trovare un modo per papparsi il pesce piccolo. 
Il liberismo ha sempre occultato sotto la parola libertà la grettezza ed avidità di pochi che, in regime di deregulation totale e ripetendo il mantra che "il mercato si autoregola", hanno avuto licenza di arricchirsi in maniera quasi illimitata, fossero essi privati o multinazionali. 
Per la sua piena applicazione in Europa, in un continente fatto di tante realtà economiche diverse, come un quartiere cittadino dove convivono famiglie ricche e famiglie povere, era necessario prima creare un vincolo comune, un anello per domarli, per ghermirli ed incatenarli tutti. Poi i paesi più forti avrebbero facilmente strangolato i deboli per fagocitarli a prezzo di saldo.
Incatenarli tutti però meno i paesi che il liberismo lo avevano già sperimentato, come la Gran Bretagna. Se Albione non è nell'euro ha i suoi motivi. Uno di questi, io credo, si chiama Margaret Thatcher.

L'odioso Monti ha avuto diverse volte occasione di ammettere spudoratamente che le crisi periodiche servono, servono a piegare i paesi ad un disegno che non viene mai svelato pienamente ma che a noi pare nient'altro che di asservimento. Un piano che non prevede la democrazia come la conosciamo e il benessere per tutti. Difatti egli non dice che, dopo la cura, staremo meglio. Ci dice che dobbiamo ingoiare il veleno e basta, con il tono suadente di un Dottor Morte. Ripeto, non è niente di occulto, esoterico ed iniziatico, ma la cara vecchia politica dello squalo. Se sono così svergognati da ammetterlo, di volere tutto e di non aver paura di usare la forza per ottenerlo, in Europa dopo aver saccheggiato il resto del mondo, è perché non c'è più il muro e soprattutto le testate sovietiche a far loro soggezione. Sono in pieno delirio di onnipotenza e lì forse, per fortuna, sta il loro punto debole. 

Perché l'euro è un ottimo strumento di coercizione ma non è perfetto. Nasconde un fatale difetto di fabbricazione. Impoverendo la maggior parte dei paesi della sua area di influenza, alla fine distrugge la domanda necessaria a soddisfare l'offerta dei paesi forti. Per parlare chiaro, se proseguirà la politica deflattiva sui salari, le imprese licenzieranno e chiuderanno e lo Stato strangolerà i suoi cittadini in una sempre più stretta garrota fiscale, noi italiani ma non solo, tutti i paesi del Sud, non avremo più soldi per comperare le merci tedesche. E allora, te la saluto la Signora Merkel e i suoi compitini a casa del menga.

L'euro è un morto che cammina. Lo spread non è altro che il pagamento anticipato ai nostri creditori stranieri dei costi di uscita dall'euro. Uscita che molti vedono inevitabile, perché l'Economia l'aveva previsto, perché anche gli eurofanatici lo sanno ma finché c'è da arraffare fanno finta di niente.
Un modo per evitare, non la catastrofe fantomatica che l'Odioso & i suoi Scherani agitano sempre come spauracchio per obbligarci ad obbedire come scolaretti, ma la vera disfatta civile e democratica del nostro paese, necessita di un atto di coraggio, di un gesto quasi folle ma che potrebbe scatenare una reazione a catena in tutta Europa, spingendo altri paesi in crisi ad una salutare manovra di emulazione.

Ieri, una delle notizie più retweettate è stata quella del rifiuto dell'Europa a sobbarcarsi il costi degli aiuti all'Emilia terremotata. I TG si sono arrampicati sugli specchi dicendo che "ma no, che credete, non è così, vedrete che alla fine pagheranno". Però, per l'economia dei disastri e dello shock conseguente, lasciare una popolazione in balia del disastro economico conseguente al terremoto HA UNA SUA LOGICA. Ricordiamoci del terremoto "che non viene tutti i giorni". Quindi è giusto indignarsi e non farsi troppe illusioni sul sostegno di un Europa che sta diventando ogni giorno di più il teatro di una guerra del tutti contro tutti.
Quindi, perché rimanere in un'Europa così?
Potrebbe bastare questo pretesto per sbattere le porta, se fossimo un paese coi coglioni e non di coglioni.

Se un partito avesse la visione della situazione e volesse riempire il vuoto istituzionale attuale con una proposta concreta di riappropriazione della sovranità nazionale, uscita dall'euro e rinegoziazione di ogni trattato europeo all'insegna della vera parità tra paesi, troverebbe campo libero, non avrebbe rivali. Alle elezioni, presentandosi con un programma completamente opposto a quello sfascista di Monti, opposto ai diktat dell'Eurozona, e favorevole agli interessi veri e collettivi del paese, un partito così, espressione di tutte le forze sofferenti per colpa della crisi, senza barriere tra destra e sinistra, tra lavoratori ed imprenditori, ho paura che farebbe sfracelli, prenderebbe la maggioranza assoluta.

Questo partito per ora non esiste, perché è tutto un partito unico dell'euro, compresi i presunti volti nuovi come Grillo che, sull'argomento, furbescamente non si pronuncia. Non esiste alternativa alla cura Monti,  chiunque diventi premier, tanto meno a sinistra. Il PD addirittura obbliga chi vota alle sue primarie farsa a sottoscrivere il contratto capestro con l'Eurozona; SEL vuole cambiare l'Europa alleandosi con il PD che non la vuole cambiare.
Ecco perché forse sarebbe questo il momento per fondarlo questo partito di legittima difesa, questo tentativo di salvataggio di una nave già condannata ad un affondamento programmato.
Farlo ora, prima che qualche Grande Opportunista non si appropri, da qui alle prossime elezioni, ingannando per l'ennesima volta questo paese, dell'unico argomento vincente per comperarselo e poi distruggerlo.

martedì 30 ottobre 2012

Il voto Trinacriciuto


Bersani gioisce come un bambino per la sua vittoria-ma-anche-no, ottenuta con un candidato che, si, ha un nome che, in cabina elettorale, è un messaggio subliminale ma, dispiace dirlo, ha le physique du rôle dell'impresario di pompe funebri. Governatore che si renderà conto presto che la sua è stata più una vittoria ai punti per ko tecnico e ritiro dell'avversario (Iddu) e che la partita della governabilità sarà molto più dura da giocare di quella delle elezioni.
Grillo,  comunque la si metta, non ha stravinto nonostante lo sbattimento degli ultimi giorni, traversata a nuoto compresa (much ado about nothing). Si è solo ben piazzato e più di così forse non avrebbe potuto fare. 
Il PDL dovrà riprendersi dalla tranvata del dimezzamento dei voti e prendere atto che: 1) B. è stato sfiduciato pure da chi tanto aveva investito su di lui in passato e 2) forse c'è da cominciare a preoccuparsi davvero.

Poi, quando avremo digerito i dati - tenendo sotto mano l'ottima analisi del voto di Ilvo Diamanti e l'analisi dei flussi migratori che vedono il PDL cedere di schianto sotto il peso di quel clamoroso ed inedito - a quel livello - 52% di astensionismo, facciamoci la domanda che nessuno osa porsi e che sarebbe la più  interessante di tutte: per chi ha o non ha votato la mafia? 
Perché l'impressione è che la mafia, dopo il cambio di regime, l'eurogolpe bancario con il silenziatore dell'anno scorso, stia ancora facendo il casting, stia ancora solo annusando e tastando, valutando e soppesando. Ed è questa la grossa incognita per il futuro, non solo dell'amata Sicilia.
Dobbiamo chiedercelo, perché è inutile fingere di essere sani.

giovedì 25 ottobre 2012

Dotti, medici e sapienti


E nel nome del progresso 
il dibattito sia aperto, 
parleranno tutti quanti, 
dotti medici e sapienti. 

"L'unico precedente a questa sentenza è Galileo".

Non l'ha detto la Biancofiore ma il ministro per l'ambiente Clini, convinto che i giudici abbiano riesumato l'Inquisizione spagnola per condannare gli scienziati colpevoli di non aver saputo prevedere il terremoto. Se questo è un tecnico. Qui ci vuole l'hashtag #annamobbene.
E poi, stiamo parlando di Einstein, Newton, Darwin o di qualche genio incompreso alla Nikola Tesla, autori di scoperte mirabolanti da cambiare il mondo, ingiustamente carcerati per bestemmia ed eresia dal Santo Uffizio, come dei maggiordomi qualsiasi? No, stiamo parlando di normalissimi esperti della Commissione Grandi Rischi che, per compiacere Bertolaso, si trasformava a gentile richiesta nella Commissione Niente Rischi. La scienza è un'altra cosa, caro Odifreddi. E lasciamo riposare in pace Galileo, per amor di patria.

Non ci fossero le intercettazioni a smerdare questi esperti a 90° potremmo anche credere alla galileata, all'atroce ingiustizia perpetrata dai soliti giudici che non si fanno mai i fatti propri e non lasciano gli italiani delinquere in pace. 
Sentire Clini che parla come B. ci rassicura della continuità, del passaggio morbido tra un regime all'altro. Ma io penso a quei ragazzi che sono morti, invitati a rimanere tranquilli in un edificio che scricchiolava sempre più sinistramente notte dopo notte. 
Una volta per tutte, quindi: i giudici non accusano gli "esperti", gli "scienziati", secondo le prefiche corporative, di non aver previsto la scossa devastante, di non essere insomma degli indovini, ma di aver compiuto un'analisi errata dei dati, di essere stati forse superficiali in condizioni nelle quali non ci si può permettere di esserlo. Di aver tenuto una riunione "cooperativa" per assecondare Bertolaso, alla quale non seguì nemmeno un verbale, come ammette Boschi a Sabina Guzzanti in "Draquila". 
Infatti, nella memoria del pm dell’Aquila Fabio Picuti del 13 luglio 2010 si legge:
“L’intento non è quello di muovere agli imputati un giudizio di rimprovero per non aver previsto la scossa distruttiva del 6 aprile 2009 o per non aver lanciato allarmi di forti scosse imminenti o per non aver ordinato l’evacuazione della città”. Proprio perché, è lo stesso sostituto procuratore a scriverlo, “la scienza non dispone attualmente di conoscenze e strumenti per la previsione deterministica dei terremoti”. A inguaiare gli esperti capitanati dal presidente dell’Ingv Enzo Boschi non è stato il presunto oscurantismo dei giudici, ma l’esigenza tutta politica di “rassicurare” gli abitanti del capoluogo abruzzese, allarmati da una lunga sequenza di scosse e dai primi danneggiamenti di edifici, a partire da una scuola." (fonte "Il Fatto quotidiano").
La politica, dunque, che nulla dovrebbe avere a che fare con la scienza ed invece ogni giorno di più la svuota di credibilità e la sconcia: con le malattie inventate per compiacere BigPharma e i suoi nuovi farmaci, con i dati addomesticati per accondiscendere alle richieste della multinazionale finanziatrice e con la ricerca che diventa sempre più la dimostrazione di qualcosa che si deve dimostrare per forza.

C'è infine un aspetto ancor più generale che emerge da questa vicenda.  Il viziaccio di prendersela con i giudici quando applicano le sanzioni previste dalla legge nei confronti dei reati è il legato più velenoso del berlusconismo morente. B.si ritira dalla politica, ma non temete, vive e lotta dentro di noi.

Update - Questo documento  della Commissione Grandi Rischi dell'aprile 2009 è stato pubblicato stamattina da Repubblica. 

venerdì 28 settembre 2012

Falsi d'autore - L'affarino Dreyfus


Il 18 febbraio del 2007 su "Libero" esce un articolo firmato con lo pseudonimo Dreyfus  a commento di un fatto di cronaca accaduto a Torino. Una ragazzina minorenne, accompagnata dalla madre, si era rivolta al giudice tutelare per ottenere il consenso all'interruzione della gravidanza, visto che non voleva far sapere al padre - separato dalla madre - del suo stato.
L'articolo di Libero riportava, tra proclami ferocemente antiabortisti perfettamente legittimi trattandosi di libera espressione del pensiero dell'autore, almeno quattro circostanze false relative ai fatti, come l'affermazione che il giudice avrebbe obbligato la minore ad abortire quando invece dagli atti e dalle successive notizie di stampa risultava che la ragazzina aveva compiuto la sua scelta in piena autonomia.
Di conseguenza, il giudice chiamato in causa dall'articolo di Libero si riteneva diffamato a mezzo stampa e ne denunciava l'allora direttore, Alessandro Sallusti, contestandogli l'omesso controllo, visto che l'articolo non era firmato da lui direttamente ma era stato comunque pubblicato sotto la sua responsabilità.

Il 26 settembre 2012 la sentenza della Corte d'Appello ha condannato il direttore Sallusti alla pena di un anno e due mesi di carcere per diffamazione, pena sospesa secondo i termini di legge.
In una nota successiva al clamore mediatico e politico suscitato dalla sentenza, la Corte di Cassazione ha sottolineato che la condanna non si riferisce ad un presunto reato d'opinione - come riferito erroneamente dalla maggioranza dei mezzi di informazione - ma alla circostanza che il direttore Sallusti aveva pubblicato notizie false riguardo al fatto in oggetto, sotto la sua responsabilità.
Il 27 settembre, durante una discussione alla Camera, l'on. Renato Farina - già condannato per la pubblicazione di un falso dossier dei servizi segreti e per favoreggiamento nel caso Abu Omar - ha rivendicato la paternità dell'articolo incriminato pubblicato da Libero sotto lo pseudonimo Dreyfus (che ricorda il nome del tenente colonnello dell'esercito francese condannato per tradimento nel 1895) ed ha chiesto clemenza per il direttore Sallusti e la revisione del processo.

Fin qui i fatti, nella loro banale semplicità. Ora comincia la parte interessante relativa a come i fatti sono stati interpretati, distorti, rimaneggiati ed utilizzati in maniera capziosa in questo paese sempre più immaginario e in preda alle visioni provocate dai funghi allucinogeni della propaganda.

La notizia della condanna di Sallusti è stata riportata quasi unanimemente dalla politica e dall'informazione mainstream come un caso di attacco alla libertà di espressione e di stampa.
Il nocciolo della questione, ovvero la pubblicazione da parte di un direttore responsabile di un FALSO ( fatto che costituisce reato), per giunta scritto da uno che aveva dovuto autoradiarsi dall'albo dei giornalisti a causa dei falsi già pubblicati per conto del SISMI, è tralasciato o accennato di sfuggita, come se non avesse alcuna importanza. Esemplari, in questo senso, questi due articoli di Repubblica. 

Si potrebbe parlare di un caso di condizionamento operante a livello collettivo, volendo ragionare in termini pavloviani. Sono state pronunciate alcune parole stimolo: ad esempio galera e libertà di stampa (quest'ultima usata volutamente da qualcuno in maniera capziosa) e tutti hanno risposto con una specie di riflesso automatico. La propaganda ha creato un'illusione percettiva, una nube di fumo attorno ad un fatto altrimenti di una semplicità e chiarezza sconcertante. Illusione nella quale sono caduti in molti.
Perfino Marco Travaglio ha scritto queste parole:
"Non so cosa fosse scritto in quell’articolo, ma non dubito che fosse diffamatorio, vista la normale linea Sallusti. Però ora non m’interessa, perché ciò che conta è il principio."

Ecco, peccato che il principio, in questo caso, non sia affatto la libertà di stampa o la libertà di esprimere opinioni o il fatto che i giornalisti possano andare in galera ma il reato di falso commesso senza ombra di dubbio da Sallusti. Come recita la nota della Cassazione, altri articoli di stampa avevano chiarito nei giorni successivi al fatto di Torino come non vi fosse stata alcuna coercizione nei riguardi della minorenne ad abortire, eppure non era arrivata da parte di Libero alcuna rettifica all'invettiva di, adesso lo sappiamo, Renato Farina nei confronti del giudice. Invettiva contenente, en passant, l'invocazione della pena di morte per gli abortisti. Una richiesta sempre curiosa se proviene da chi vuole difendere la vita. Ma si sa che i crociati erano dei bei peperini.
Anche Massimo Fini, che polemizza con Travaglio sempre sul Foglio, escludendo la solidarietà a Sallusti in nome del principio della legge uguale per tutti, compresi i giornalisti, equivoca e neglige il vero senso della vicenza, ovvero il problema della pubblicazione di un FALSO su un giornale. Fatto che dovrebbe essere sempre considerato gravissimo perché scrivere il falso in cronaca significa alterare la realtà.

Siamo tutti d'accordo che il carcere è una pena obsoleta e disumana ma, se parliamo di principio, esso vale per tutti i detenuti, compresi i disgraziati che non possono permettersi l'avvocato d'alto bordo e non usufruiscono, per esclusione di classe e di casta, dei megafoni della difesa corporativistica di categoria.  Possiamo dire che esiste sempre la possibilità di modificare il tipo di pena da comminare ma il reato commesso rimane e, se riguarda questioni fondamentali di convivenza civile, deve rimanere.

Vorrei dire, a questo punto, che le ricostruzioni più obiettive della vicenda Sallusti, le più chiare e focalizzanti la questione fondamentale del FALSO, le ho trovate solo in Rete. In quella Rete che, secondo coloro che in questi giorni hanno salivato a comando come i cagnolini di Pavlov, è il regno della cospirazione, della falsità e della bufala, oppure dell'opinionismo pressapochista.
Due articoli descrivono i fatti e offrono un'interpretazione quasi scientifica della reazione patologia dei media ai fatti. Mi piace citarli come i più illuminanti che ho trovato:
Alessandro Robecchi, "Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere", Micromega online, 26 settembre 2012. 
Sergio Di Cori Modigliani, "La cupola mediatica e il caso Sallusti", dal blog Libero Pensiero.

Mentre i giornali ripetevano a pappagallo la litania della minaccia alla libertà di espressione, si muovevano gli alti piani del governo, compreso l'attico, e la politica marcia  - con quella che standogli accanto comincia pure lei a marcire - non si faceva sfuggire l'ennesima occasione per colpire la Magistratura e le leggi dello Stato, la Rete è andata per prima cosa a cercare l'articolo originale (bastava cercarlo nell'Archivio della Rassegna Stampa della Camera: Dreyfus, "Il giudice ordina l'aborto. La legge più forte della vita", Libero, 27-2-2007).  Poi ha confrontato ed incrociato le fonti, spulciato tra gli articoli che ricostruivano come si erano svolti i fatti, si è rinfrescata la memoria sulle imprese dell'Agente Betulla e di Pio Pompa, scopriva la legge numero 801 del 1977 che fa divieto ai giornalisti professionisti di intrattenere rapporti con i Servizi Segreti, per giunta a pagamento, e infine ha riconsegnato una versione più obiettiva della questione. La più obiettiva in assoluto. Quella che una volta avrebbero sentito il dovere di scrivere i giornalisti d'inchiesta.

Cosa ci insegna questo episodio, questo caso esemplare di psicopatologia sociale? Qualcosa di estremamente preoccupante. Questa negazione del cuore del problema, della realtà fattuale in favore della realtà interpretativa, capziosa e anch'essa falsa, è un fatto gravissimo, patologico, che deve farci riflettere sulla pericolosità della propaganda e sulla condizione di debolezza e condizionamento di coloro che ormai la subiscono da decenni. E' inutile dire che, se passasse il principio che qualunque cosa scriva un giornalista, comprese le balle più clamorose, è da considerarsi libertà di stampa, un giorno potremmo veramente trovarci in una realtà virtuale peggiore della Matrice dei film di fantascienza.

Viviamo in un mondo che già utilizza la propaganda come arma di penetrazione nelle coscienze, che crea illusioni e prestigi per sviare l'attenzione dai fatti, che utilizza come unico linguaggio omologante  la menzogna, quella goebbelsianamente più grossa di tutte, e vuole sostituire, idolatrandolo come un vitello d'oro, il mito alla storia. E' per questo che, per il cittadino, fare informazione nel senso anche di ricostruire la realtà da un cumulo di menzogne rivelando gli omissis dei media ufficiali, può diventare il modo più costruttivo ed efficace di fare politica ed opposizione.

La rete non perdona. Un utente di FB pubblica la foto di un ritaglio dell'intervista a Renato Farina di Tommaso Labate su "Pubblico". Un grazie a Dario Ballini.

martedì 4 ottobre 2011

La bocca sollevò dal fiero pasto


Non so se avete visto l'ultimo video di Beppe Grillo e fatto caso all'impressionante annuncio finale. Se una trentina di grillini entreranno in Parlamento alle prossime elezioni non si limiteranno a fare il culo agli altri politici, ma si mangeranno pure i loro cervelli. Interi congressi di neurologia saranno sobbalzati sulla sedia.
A parte che con quello della Gelmini non ci si sdigiuna, ma lo sa Beppe che cibarsi di cervello umano è pericolosissimo perché è altissimo il rischio di contrarre la malattia del prione, il Kuru? Una malattia terribile che fa uscire pazzi e ridere senza motivo e alla fine ci riduce come le povere mucche inglesi di qualche anno fa? 
Per carità ci ripensi, prima di scatenare un'epidemia di Morbo del Grillo Pazzo. Con Sacconi che ne approfitterebbe subito per inocularci uno dei suoi vaccini.

martedì 20 settembre 2011

Il deserto dei Tarantini


"L’esistenza di Drogo invece si era come fermata. La stessa giornata, con le identiche cose, si era ripetuta centinaia di volte senza fare un passo innanzi. Il fiume del tempo passava sopra la fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra, limava gli scalinie le catene, ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga." 
(Dino Buzzati, "Il deserto dei Tartari")

Viviamo asserragliati nella fortezza Italia, con viveri ormai razionati, completamente paralizzati nell'attesa di qualcosa, una guerra, una catastrofe, un'invasione, un colpo di gong gigantesco che ci svegli e dia un senso alla nostra esistenza e ci redima all'ultimo istante dal peccato dell'incapacità di reagire a questa tetraplegia mentale che ci impedisce perfino di immaginare una realtà diversa da questo orrore. Paralizzati come nei sogni più angosciosi, con le gambe che vorremmo muovere ma non possiamo.
Campiamo per inerzia, ci crogioliamo del non saper che fare, senza più alcuna dignità di popolo da rivendicare nel giorno del giudizio. Il nemico è laggiù, lontano, il default forse arriverà e dovremo combattere per difenderci ma qualcuno comincia a pensare che il default, come i Tartari di Buzzati, sia solo una metafora. Troppa fatica pensare di combattere. Sdraiamoci e che abbiano pietà di noi.
Non c'è alcun fremito, alcuna timida speranza di rovesciare il destino. Non c'è resistenza, ribellione, orgoglio ferito, volontà di riscossa. l'Italia è un immenso lazzaretto popolato di malati di impotenza che attendono solo la fine. 
Guardarli sapendo di stare guardando noi stessi è una sensazione orribile.

domenica 4 settembre 2011

Fatti di gente perbene



«È una vicenda dolorosa, ma è anche l'occasione per fare una riflessione ulteriore non solo sul nostro diverso modo di procedere rispetto alla maggioranza, fatto di fiducia nella magistratura, passi indietro, uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ma anche sul fatto che dobbiamo mettere ogni impegno nel migliorare l’esigibilità dei nostri codici etici e del nostro Statuto. E ci stiamo lavorando. Ma la nostra gente ci chiede anche di reagire a teorie che vanno oltre le legittime critiche, e che descrivono il Pd come un corpo malato. Abbiamo fatto partire un po’ di denunce. Né accettiamo che si faccia di tutta l'erba un fascio e che si indebolisca per questa via l'unico strumento che gli italiani hanno per il cambiamento». (P. Bersani, intervista all'Unità, 3 settembre 2011.)

C'è tutto Bersani e tutta la weltanschauung piddina in questo ragionamento. La pretesa della diversità per se e quasi come dogma, la riflessione - che si porta su tutto - e lo "stare lavorando" al posto del prendere un'iniziativa, dell'azione, del fare delle scelte; il farsi scudo dei militanti che "ci chiedono di reagire" e la dichiarazione finale, insopportabilmente ricattatoria, di autoinsostituibilità di una classe dirigente, l'ineluttabilità del cambiamento che può solo passare attraverso di essa o sul suo cadavere. Après nous le dèluge. Come B. che pensa di essere eterno.

Per Bersani, che il capo della sua segreteria politica dal 2009 Filippo Penati sia indagato per corruzione e finanziamento illecito al partito per vicende spalmatesi negli ultimi dieci anni è solo una "vicenda dolorosa". Aggettivo che sarebbe congruo solo se si trattasse di uno sciagurato che si è arricchito alle spalle del partito ingannando cani e porci, compreso il suo segretario, ma che è assolutamente inadeguato se per caso la corruzione era parte di un sistema, di un modo per tenersi buoni gli uni gli altri tra imprenditori, politici e partiti al fine di avvantaggiarsene reciprocamente, con Penati a quel punto solo pedina fra le tante sulla scacchiera.

Sono tutti fatti da dimostrare in sede giudiziaria, è ovvio, però il sospetto è brutto e, più che di macchina del fango, ho paura che si tratti di cannoni sparaneve caricati a merda.
Per questo ci vorrebbe meno indecisione nel rendere conto di fatti precisi. Meno supponenza da "noi siamo diversi" e tendenza al risentimento quando qualcuno fa giustamente delle critiche. Invece Bersani continua solo ad incazzarsi, a fare il piangina e a minacciare querele invece di rispondere alle domande. Come il suo gemello settembrino in fondotinta. Sarà colpa del sole in Bilancia.

Basterebbe intanto che Bersani ci rassicurasse sullo scambio di telefonate - testimoniate da intercettazioni pubblicate fin dal 2006 -  tra lui, il gruppo Gavio e Penati.
Tutta la storia dell'affare Milano Serravalle è raccontata da Gianni Barbacetto in un libro del 2007, ma diciamo solo come si è conclusa: nel 2004 la Provincia di Milano guidata da Penati  acquisisce il 15% delle quote di proprietà del Gruppo di Marcellino Gavio della Milano-Serravalle, pagandole quasi quattro volte oltre il loro valore. Una cifra enorme, 238.000.000 di euro di denaro pubblico, contenenti quindi una plusvalenza per il venditore di € 179.000.000. Un amministratore pubblico che fa questi regali ai privati non pare molto auspicabile ma ciò che incuriosisce i magistrati è ciò che accade dopo. Nel 2005 Gavio partecipa a fianco di Consorte (Unipol) alla scalata di BNL, con una quota di € 50.000.000. Non sarà che quella partecipazione è un ringraziamento, un modo per sdebitarsi con il partito per l'affarone fatto con la Serravalle?

Si dirà, sono tutte maldicenze del centrodestra che aveva osteggiato l'affare nelle persone di Ombretta Colli e Gabriele Albertini. Sarà, tuttavia l'intermediario di Gavio è tale Binasco, nientemeno che colui che inguaiò Primo Greganti e il PCI nel corso delle indagini di Tangentopoli, e che videro alla fine dei relativi processi condannati sia il concusso che il concussore.
Un personaggio al quale un dirigente DS, visti i trascorsi tangentopolitani dell'interlocutore, non avrebbe dovuto nemmeno rivolgere la parola per paura di inguaiare di nuovo il partito.
Ecco, il punto è che Gavio ha bisogno di parlare con Penati per sbloccare l'affare Serravalle e telefona invece a Bersani il quale gli risponde che può parlare direttamente con Penati. Qualche giorno dopo Penati telefona a Gavio:
Penati: «Buon giorno, mi ha dato il suo numero l'onorevole Bersani...».
Gavio: «Sì, volevo fare due chiacchiere con lei quando era possibile...».
Penati: «Guardi, non so... Beviamo un caffè».

Gavio non poteva telefonare direttamente a Penati in Provincia? In ogni caso l'effetto "mi manda Bersani", sarà un'illusione ottica ma è abbastanza evidente e meriterebbe una spiegazione da parte dell'interessato. Visto oltretutto che Penati fa carriera fino a diventare, nel 2009, capo della sua segreteria politica.

Ora, il problema di fronte a queste ombre ed insinuazioni sull'illibatezza del PD - e prima dei DS - sulla base di pesanti indizi, sono i militanti piddini, che non vogliono sentir parlare di questi fatti, si mettono le mani sulle orecchie facendo bla-bla-bla e reagiscono dicendo che Di Caterina e Pasini, gli accusatori di Penati, sono vicini al centrodestra, quindi non attendibili. Che tutte le maldicenze sulla vicenda Milano Serravalle sono una vendetta di Ombretta Colli. Che Bersani non deve rendere conto di alcunché a Sallusti che grufola nello scandalo scrivendo paginate e paginate sull'affaire Penati. E soprattutto, che parlare di queste cose è il solito autolesionismo tafazziano della sinistra e che in questi momenti bisogna essere uniti e che questa è antipolitica.

Vedete, amici, se Sallusti grufola è perché gli se ne dà modo.
Non si può nascondere la testa sotto la sabbia e negare a priori che possa esistere e non da oggi un sistema di gestione degli affari da parte della sinistra che assomiglia molto a quello della destra. 
Ho l'impressione che, siccome la vittoria alle prossime elezioni pare probabile, visto il disastro berlusconiano, i piddini intesi come base non abbiano alcuna voglia di rifondarsi, dandosi finalmente una dirigenza nuova in vista della Terza Repubblica ma siano disposti a tenersi questa, anche se chiacchierata e più logora di un calzino bucato. Con i Bersani lanciaquerele, i D'Alema - e dicendo D'Alema si è già detto tutto, i Fassino abbiamo-una-banca e i Letta abbiamo-un-banchiere.*  Più le varie beghine che vorrebbero trasformare il Partito Democratico in Partito Democristiano.
I fans del PD sono talmente attaccati alla vecchia dirigenza che non riescono ad immaginarne un ricambio. In questi casi ti chiedono: "E chi ci mettiamo al posto di Bersani?" come se stessimo parlando di un Berlinguer. Renzi no, per carità, Ciwati nemmeno - i rottamatori, muhahaha!, Zingaretti - uhm si farà ma per ora lasciamolo dov'è, meglio Bersani; la Serracchiani - troppo inesperta povera cocca, meglio Bersani.
E' così importante fare un nome piuttosto che un altro se l'unico che accetteranno mai è il segretario del partito perché pensano ancora che bisogna votare chi dice il partito? Non dite che non è così. Meno male che gli elettori di sinistra invece cominciano ad essere più autonomi nelle scelte e sempre più sovente eleggono nomi che non erano quelli designati dalla segreteria del PD. Vedi Pisapia e Zedda.

L'immobilismo, la tetraparesi da centralismo democratico di questo partito di mummie che credono di essere ancora vive, contagia anche la base,  che accetta tutto purché si vinca e si torni al governo. Non per mandar via Berlusconi, ma per mettersi al suo posto. Cambiar gestione ad un ristorante purché serva sempre le stesse polpette avvelenate. Polpette che mangiano tutti e che finiscono anche nei nostri piatti.
Non è qualunquismo ma più di un sospetto che possa trattarsi di una triste realtà. Pensare che un partito possa aver vissuto in un paese con la corruzione al posto del DNA senza farsi corrompere con fenomenali incentivi come potere e denaro è un ragionamento molto ingenuo. E' come quando uno viene morsicato dal vampiro, si vampirizza anche lui.
Detto questo, io mi auguro di cuore che Penati abbia solo fatto la cresta come le colf disoneste che vanno a far la spesa all'Esselunga con il borsellino della padrona, e che Bersani e il PD siano puri siccome angeli, perché sentire gli sfottò e le prediche di Sallusti e di tutta la merda stampata e televisiva berlusconiana mi sarebbe ancora una volta, dopo la Commissione Mitrokhin, intollerabile.

Una preghiera, però, amici del PD. Se dovessero emergere responsabilità precise della dirigenza PD negli episodi di corruzione attualmente sotto indagine della magistratura, se venisse dimostrato il finanziamento illecito, non voglio sentire lagne che "noi siamo diversi" e "bisogna distinguere". Se avete le palle dovete andare da Bersani e dirgli di levarsi dai coglioni e con lui tutti gli altri residuati bellici del partito sopravvissuti dalla prima repubblica. Anche se lì per lì non saprete chi mettere al loro posto.
Se vogliamo veramente cambiare e salvare questo paese dal cancro della corruzione, questa volta, a differenza degli anni novanta, non dovremo avere nessuna pietà. Tanto meno per quelli della nostra parte.

Ho paura però che gli elettori e simpatizzanti del PD siano come certi mariti innamorati ai quali portano le fotografie della moglie in atteggiamento inequivocabile con un altro e loro rispondono: "Non è possibile, lei non farebbe mai una cosa simile e poi questa qui nelle foto non è lei."

* grazie Gianguido.

mercoledì 31 agosto 2011

Sono il nuovo premier, risolvo problemi


Chissà se Quentin Tarantino avrebbe mai immaginato, dirigendo "Pulp Fiction" nel  1994, di preconizzare involontariamente la situazione politica italiana di questa tarda estate del 2011. Si potrebbe dire anzi che ciò a cui stiamo assistendo supera qualunque fantasia del più fantasioso degli autori di canovacci cinematografici. 

Ci sono due personaggi ridicoli e fuori come balconi, i nostri B&B che passano il tempo a commettere crimini contro il patrimonio della collettività per salvaguardare il loro. Mentre pensano a nuovi colpi, la loro specialità comica è il battibecco. Quello che dice uno non va bene all'altro e viceversa. Litigano e minacciano di mandarsi reciprocamente a dar via i ciapp. Non si sa ancora per quanto andrà avanti l'avanspettacolo del Duo Cialtroni, con sempre meno gente che ride sera dopo sera ma intanto le repliche quotidiane continuano.
Il più vecchio dei due è un azzimato gangster sul viale del tramonto, oppresso da eserciti di ricattatori e puttane mandategli dai ricattatori. Pare che se gli strisci il bancomat tra le chiappe sputi sempre qualche migliaio di euro dalla bocca per mettere a tacere qualcuno.
L'altro compare, il  - si fa per dire - più giovane, si esprime soprattutto con rutti e pernacchie, gira in canottiera e dito medio alzato ma incredibilmente è un ministro della repubblica. Ricordiamo, en passant, che il più serio della compagnia di giro è il sassofonista con i baffi e gli occhiali (rossi) sistemato al ministero degli Interni.
Mentre i due vecchietti dei Muppets impegnano il pubblico con le gag delle scoregge, del "ce l'ho duro" con il gesto dell'ombrello, della mela che sa di culo e del "vieni avanti cretino", dietro le quinte ci sono i ragionieri che cercano disperatamente di far quadrare i conti.
Purtroppo il loro potere è limitato. I due guitti sono convinti di essere uomini di stato e appena i ragionieri dicono "bisogna tagliare qui e là perché lo spettacolo costa troppo", loro prendono in mano i fogli e, tra un rutto e un'altra barzelletta sconcia li strappano, perché uno non vuole darla vinta all'altro e bisogna ricominciare tutto daccapo. Fe-li-ci--BUM--tàaaaa!

La manovra economica che i banchieri europei stanno aspettando per darci almeno un po' di anestesia locale prima di farci il culo, i contabili l'hanno già rifatta tre volte. 
Tagliamo i piccoli comuni - no, i piccoli comuni non si tagliano. Bisogna toccare le pensioni - no, le pensioni non si toccano perché se no scateneremo le ronde padane. Facciamo pagare i benestanti che guadagnano 5000 euro al mese - no, perché il vecchio avrebbe dovuto pagare pegno e non sia mai e poi i giornalisti, le Simone Venture con il mutuo da pagare, il bacino elettorale del centrocasta non va toccato. Anzi no, facciamo pagare solo  gli statali. Ok, allora ci inculiamo i soliti, quelli ad esempio che pensavano di riscattare naja e università ai fini della pensione. Anzi no, perché non avevamo pensato ai ricorsi, cazzo.
A proposito, aboliamo le province - no le province no. Anzi si, ma con una legge costituzionale così, campa cavallo, e noi intanto facciamo credere di averle abolite. Siamo il governo del dire di aver fatto, non del fare. Non dimenticatelo mai.
Le uniche cose che non hanno ancora ripensato sono l'abolizione delle festività nazionali laiche ed antifasciste, a cui hanno aggiunto anche, nella Manovra v 3.0 una bella mazzatiella puramente ideologica contro le cooperative. Siamo fasci, sotto l'orbace c'è di più.

Cosa ci vorrebbe in Italia, non prima di un bel Ezechiele 25-17 e di tutto il furiosissimo sdegno di un bel diluvio universale del Santissimo -  altro che quella mezza pippa di Irene - concentrato sui palazzi del potere, a spazzar via questo circo di infami con tutti a faccia in giù a galleggiare gonfi come pupazzoni gonfiabili da spiaggia? 
Un nuovo capo del governo, ovviamente. No, non guardate il Sire Duca Conte di Montezemolo che non è la soluzione.  L'Italia è un vecchio Landini a gasolio che bisogna far ripartire a calci. Del 12 cilindri della Ferrari e del cavallino rampante se ne fa un bel paio di seghe.
Non ci vuole un imprenditore - basta grazie, abbiamo già dato per almeno un paio di secoli, fanculo miliardari di merda;  non un politico riciclato ancora dai vecchi cascami socialisti - state tranquilli, ce ne sono ancora in giro, non possiamo stare tranquilli - e nemmeno un marpione dell'opposizione, qualche vecchio carrettone cattocomunista che vuol farsi bello sulle disgrazie altrui e raccogliere una maggioranza da elettori presi per disperazione.
Ci vuole uno che risolva i problemi, solo quello. Che faccia il lavoro sporco e non guardi in faccia nessuno. Che non sia né simpatico né pietoso ma che ti seghi la gamba in cancrena dicendoti che non c'è anestesia, baby, al massimo ti può dare una bottiglia di  Brancamenta per sbronzartici.
Uno che costringa gli incapaci imbecilli al governo a fare l'unica cosa della quale sono degni:  pulire per bene dove è stato sporcato in questi anni e niente "per favore".
Perché per far pagare anche ai ricchi la loro parte, stanare gli evasori, liquidare i furbi e i delinquenti, non nominare Robin Hood invano e far quadrare i conti per non farci mangiare da quegli strozzini dei poteri forti e far ripartire l'economia con sacrifici ma per tutti non solo per i fessi poveri, ci vorrebbe uno come Winston Wolf. Un personaggio di fantasia, appunto.

giovedì 24 febbraio 2011

Chi ha incastrato Gianfranco Fini?


Vista la difficoltà nel portare a piena maturazione il progetto "Futuro e Libertà", con un Fini che sembra dover affrontare  un percorso più arduo di un Mortirolo scalato su una bicicletta dalle ruote sgonfie, non riesco a togliermi dalla mente un sospetto.
Ripensando al fuori onda delle bombe atomiche, risalente all'estate scorsa,  non sarà che qualcuno ha giocato un brutto tiro a Gianfranco Fini, facendogli credere che qualcun'altro fosse finalmente pronto a parlare e che di conseguenza Berlusconi  avesse le orge contate per questioni penali ben più gravi di una concussione per coprire il reato compiuto con la minorenne e quindi la transizione di leadership al governo fosse questione imminente?

Questo qualcuno potrebbe essersi presentato come amico fidato e volonteroso sponsor della nascita di una destra nuova, moderna e finalmente presentabile in Italia, avrebbe fatto uscire allo scoperto Fini rassicurandolo dell'appoggio di amici importanti, quelli che contano e fanno muovere ogni foglia,  ma poi, al dunque, lo avrebbe lasciato in balìa delle banderuole arruolate nella nuova formazione (possibili infiltrati, figuranti e comparse con l'ordine di tirarsi fuori al momento giusto) e di una stampa goebbelsiana asservita al padrone, in grado di fabbricare scandali dalla consistenza dello zucchero filato ma pesanti come il piombo sulle varie case di Montecarlo.

E' ovvio che una nuova destra al posto di quella da casino di Berlusconi non è solo Gianfranco Fini ma tante persone che devono mettersi insieme anche nella società civile per costruirla o tirarla fuori dai nascondigli, ma in una realtà schiava dell'immagine come la nostra, un leader, un punto di riferimento, ci vuole. Ecco perché i mestatori all'opera ci tengono tanto a distruggere la leadership di Fini.
In fondo, dimostrare a reti e giornali unificati che Fini è un leader dai piedi d'argilla, che non ha abbastanza polso, come quei professori che non riescono a tenere tranquilla la classe e che si fanno disegnare i pupazzetti sulla schiena  dai ragazzini, sarebbe il metodo perfetto per "far fuori" l'unico uomo politico in grado di sostituire  Berlusconi alla guida del centrodestra per sempre e senza farlo rimpiangere. Almeno in un paese normale.

Perché ho questo sospetto del tranello giocato a Gianfranco? Perché questi amici importanti, spesso, alle destre moderne e democratiche ed alle transizioni morbide all'insegna della tutela ed al ristabilimento della legalità, dopo le peggiori dittature o pseudo tali, comprese queste nuove versioni oligarchico-mafiose, preferiscono altro. Magari una più comoda, per loro, continuità con il passato.
Li avete sentiti, del resto. "Berlusconi è un pagliaccio ma non abbiamo mai avuto tanti vantaggi come con lui al governo." Direbbe Totò: "Berlusconi è come la serva, serve". Una serva imperiale.

domenica 8 agosto 2010

Governo alla frutta e PD all'ultima spiaggia

Stamattina, durante la passeggiata sul bagnasciuga di Cesenatico, mi è stata rifilata da dei simpatici finti bagnini una sportina contenente una pesca nettarina e un depliant. Visto che si trattava di un'iniziativa del PD, con tanto di bandiere e cartelloni, mi sono fermata volentieri a leggere lo slogan prescelto e che spiegava il motivo della nettarina: "Il governo è alla frutta!" Visto che sono bastarda dentro e fuori mi è subito uscita la battuta conseguente: "e il PD è all'ultima spiaggia".

Il depliant l'ho letto dopo sotto l'ombrellone e mi ha fatto piacere leggere delle belle proposte concrete che non includevano più, finalmente, la "risoluzione del conflitto di interessi". Meno male, tanto quando lo promettono e vanno al governo non lo fanno. Abbiamo fatto un passo avanti. Un piccolo passo per il PD e un doppio carpiato con avvitamento all'indietro per l'umanità.
Sono notoriamente fissata con la questione dell'inciucio e del collaborazionismo, per cui non mi è parso vero, intanto che ero lì tra nettarine e pedalò, di fermarmi per rivolgere ad uno dei volontari un bel rimprovero da elettrice delusa. "Però non si doveva permettere a questo individuo di arrivare dove è arrivato. Ci sono delle responsabilità precise dell'opposizione, in questo paese". Come dire, il governo è alla frutta ma voi gli avete permesso intanto di mangiarsi antipasto caldo e freddo, tris di primi, secondo con contorno, grigliata mista, assaggio di fritto, dessert, caffè e grappino. Il riferimento era chiaro e lampante ma niente, non ho ricevuto risposta. Tantomeno quella che un tempo si sarebbe chiamata autocritica. I revisionisti mandati in giro con il cappello d'asino. Niente, tanatogramma piatto. Solo un rassegnato "Eh, si..." come se stessimo parlando dell'inevitabilità di un meteorite che viene giù dal cielo.
Volevo aggiungere: "Con questi presupposti, col cavolo che vi voto se ci saranno le elezioni anticipate" ma ho avuto pietà e ho lasciato perdere.

Mentre addentavo la nettarina e ne osservavo un'altra, mordicchiata e gettata tra le onde, da buona genovese mi sono chiesta: "Con questa crisi, quanto saranno costate* le sportine di tela griffate PD distribuite ad un ben considerevole numero di bagnanti una domenica d'agosto?" Probabilmente non tanto ma il ridursi a fare da spalla alle battuta di una caustica blogger non mi pare dignitoso, per il maggiore partito d'opposizione.

* Leggo adesso sul sito del PD: "5mila sportine con il logo del PD, oltre 40mila volantini con le proposte del partito per un'Italia più giusta, 5 quintali di pesche della Romagna". Apperò!

mercoledì 28 aprile 2010

Dieci piccoli piddini

Per me il PD potrebbe anche darsi fuoco. Ad ogni modo, se proprio vogliono dieci progetti, dieci punti per costruire un'alternativa al nano, ecco i miei. Glieli regalo, al sor Bersani.

Via
la
Dirigenza
che
da
anni
inciucia
con
il
nano.

mercoledì 17 marzo 2010

Silvio nel bunker brioche mode

"Imponente la mobilitazione studiata dai coordinatori del Pdl per sabato. Saranno 3 mila i pullman da tutta Italia, 3 i treni speciali - due Freccia Rossa da Torino ribattezzati per l'occasione "Freccia Azzurra" - un traghetto dalla Sardegna e svariati charter. Ieri a Piazza San Giovanni si allestiva già il grande palco di 400 metri quadrati. Due cortei partiranno dal Circo Massimo e da Largo Colli Albani (quest'ultimo organizzato dal movimento giovanile e guidato dal ministro Giorgia Meloni), per confluire in piazza dove Silvio Berlusconi dalle 18 terrà uno dei suoi comizi fiume. Al suo fianco, i 13 candidati governatori del Pdl, ai quali il premier farà firmare un "patto" governo-Regioni. La colonna sonora dell'evento, come nella Piazza San Giovanni del 2 dicembre 2006, è affidata all'orchestra targata Mediaset di Demo Morselli. A San Giovanni ci sarà anche il debutto dei "promotori della libertà", la nuova guardia scelta che il Cavaliere ha affidato alla Brambilla". (Repubblica, oggi)

«Però adesso diamoci da fare, perché se sabato non gli portiamo in piazza un milione di persone andiamo tutti a casa». (Fabrizio Cicchitto, ieri).

Uno abituato a fare i conti della serva che legga le cifre di cui sopra si domanda: e chi paga? Il PdL, Publimedia, quindi lui dal suo portafogli, o noi? Mi sa la seconda che ho detto. Si chiamano rimborsi elettorali.
A proposito, non erano quei komunisti della CGIL ad essere ridicoli perchè organizzavano i pullman con gli iscritti da portare alle manifestazioni con il panino al salame nello zaino per far numero? Quando si dice avere la faccia come il culo.

Insomma, sarà deportazione di massa per migliaia di fighetti e fighette appena sfornati caldi caldi e a ritmo forzato dagli stakhanov del suo papiminkificio. Bellocci dal vuoto penumatico in testa pronti a fare la ola in presenza del vecchio iroso per un buono acquisto da Carrefour e una pacca sulle spalle o sul sedere a seconda del sesso di appartenenza. Peccato non avere una Leni Riefenstahl che consegni alla cinepresa la memoria dell'evento.
Se non saranno proprio proprio 500.000 o un milione il Tronfio della Volontà incaricherà la Industrial Light and Magic di George Lucas di riempire la piazza con l'ausilio del CGI, degli effetti speciali. Tante capoccette di fiammifero elaborate al computer come spettatori, come per il "Gladiator" Massimo Decimo Meridio. Tanto Dimezzolini e la Claretta Petruni glielo manderanno in diretta al TG1 con i goccioloni agli occhi parlando di adunata oceanica da oltre due-tre milioni di persone. Vedremo se la questura avrà il coraggio di ridimensionare le cifre come al solito. Sono curiosa.

Poveretto, mi fa quasi pena. Sarà solo un'impressione ma ha l'aria di uno che ha una fottutissima paura di perdere. Perdere giocando da solo, s'intende, il che è ancora peggio. E perdere il suo potere, mica una stupida elezione regionale. Si è barricato nel bunker e venderà cara la pelle del nano.
Non è un mistero che il suo tocco magico stia scaricandosi. E non lo diciamo noi che lo teniamo amorevolmente tra una gonade e l'altra sin dal proclama del collant e che lo consideriamo un pericolo mortale per la democrazia solo per aver letto tanti anni fa il libro di Giuseppe Fiori "Il Venditore".
Lo dicono gli elettori di destra e quelli moderati, quelli che si illude accorrano in massa in piazza a loro spese di sabato pomeriggio invece di andare al centro commerciale con il carrellone, per puntellarlo come la Torre di Pisa pericolante di "Amici Miei."
I moderati non vanno in piazza perchè la piazza non appartiene loro. Tanto lo vedono comodamente in televisione ogni santo giorno, che bisogno c'è di scomodarsi? All'epoca di Benito mica c'era la TV, per forza dovevano spingersi fino a Piazza Venezia.

E' ormai in briosche mode irreversibile. Si aggrappa alla televisione pensando che alla gente basti l'illusione di qualche lustrino per scacciare la crisi, come negli anni ottanta. Strapazza i suoi scherani, svillaneggia i sottoposti, minaccia ritorsioni e punizioni tremende. Toglie dalla televisione i programmi che mettono a nudo le sue magagne e si incazza se i direttori e i sottocoda non fanno come vuole lui. E' completamente impazzito.
Ha chiesto invano nei giorni scorsi a Tremontino una sparata fiscale da mandare in onda in stile videodrome del tipo "vi toglierò l'I.C.I." Un bel "tasse azzerate per tutti" o roba del genere e "regalerò un croissant alla crema a tutti" ma perfino il signor commercialista ha fatto spallucce. C'è un limite anche alle balle che si possono spacciare agli elettori, soprattutto in tempi di crisi nera come questa. L'effetto Marie Antoinette è sempre in agguato ed è meglio non stuzzicare le tricoteuses che dormono.

Gli elettori moderati, coloro che lui invoca invano, si aspettano come tutti gli elettori, ma questo forse lui non so sa, che uno sappia governare. Che faccia qualcosa.
Che sia un governante incapace e protettore di un sistema corrotto lo sta dimostrando il marcio che è emerso dagli ultimi scandali sulla cricca degli appalti e delle clientele. Agli italiani, pur ottenebrati dal berlusconismo, il politico che ruba non va giù. E' il motivo per il quale è nata la Lega.
La crisi gli sta soffiando sul collo e, in economia reale, non ci sono prestigi che tengano. O sei capace di governare o non lo sei. Lui non lo è, modestamente, eppure si crede insostituibile.
L'ultima minchiata è che vuole vivere 150 anni grazie alle cellule staminali. Proprio quelle che lui ha proibito con la legge contro la fecondazione assistita. Si, vabbè, ma se si tratta di tener su le gorge imbalsamate di un vecchiaccio vanitoso si potrebbero anche sacrificare dei feti. Con la benedizione di qualche prete compiacente, pure.
150 anni! Vedete, non è perchè ha paura di morire. E' che non sopporta un mondo senza di lui dove non possa continuare ad imporsi e a rompere i coglioni. Noi questo mondo lo concepiamo benissimo, come mai?

Non è colpa delle toghe rosse, delle procure e della persecuzione se è alla frutta. Chi gli ha dato una fenomenale mazzata, incredibile a dirsi, è stata soprattutto sua moglie. E' da allora, dalla lettera di S. Veronica ai Papiminkia dopo la storia di papi e di tutto il puttanaio a seguire che lui ha perso dei colpi e sta scivolando a fondo valle. Il fatto che sia incapace di pensare a qualcosa che non siano i suoi fatti personali e giudiziari ha fatto il resto. Il Parlamento è okkupato in permanenza per risolvere le sue beghe. All'estero ci fa fare figure di merda a mitraglia. I poteri forti e deboli si augurano che si tolga di mezzo. Fini sta pensando giustamente al futuro. Un futuro senza Berlusconi.

Vedrete, accanto nel bunker gli rimarranno solo qualche Eva Braun in perizoma, un pastore tedesco e Sandro Bondi.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...