Un caro amico ha pubblicato oggi pomeriggio su Facebook questa immagine di un depliant da lui trovato su un volo Lufthansa per Monaco di Baviera. Vi lascio in raccoglimento per farvelo leggere con attenzione.
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Fatto, ci siete? Lo so che vi propongo sempre cose brutte ma, mi spiace, è per il vostro bene. E poi ora avete la prova che quando in queste pagine si parla di euronazismo non sono solo i deliri postlisergici di noi figli degli anni sessanta.
Vi giuro, a me quello che sconvolge in primis è quel "la breve parabola del Terzo Reich". A parte che sono stati dodici anni molto intensi culminati in decine di milioni di morti, ma che vuol dire quell'ascesa del nazismo spacciata come "movimento di reazione ad un generale senso di malessere"? Di cosa cavolo stanno parlando: della mancanza della naturale regolarità? Di uno spiacevole gonfiore e senso di pesantezza? La reductio ad activiam di uno dei peggiori totalitarismi della storia ci mancava.
E' incredibile, non c'è mezza parola, mezzo aggettivo che ricordi ad eventuali smemorati o ignavi di cosa si sta parlando. Della sospensione violenta della democrazia in Germania, non di un governo qualunque. Di un regime votato alla pseudospeciazione ed all'eliminazione fisica degli avversari. Di tutti, tedeschi compresi, tranne gli autonominatisi appartenenti alla neorazza nazista.
E poi quell'invito finale a visitare Dachau, come bonus trip e come si trattasse della gita ad una specie di Nazilandia dove il giorno dopo entri gratis. Il primo campo di concentramento in assoluto, inaugurato nel marzo 1933, dopo appena due mesi dall'insediamento di Adolf Hitler alla Cancelleria, tanto perché si capisse quale fosse il tenore del regime e dove finirono subito tutti i prigionieri politici già accuratamente suddivisi per categorie e segno di riconoscimento.
Sappiamo che i depliant turistici tendono sempre ad edulcorare, magnificare e trasfigurare i luoghi che devono vendere, fino a raggiungere vette di puro surrealismo. Qui però si esagera. Un gruppo di nazisti dell'Illinois in gita europea nei luoghi sacri non avrebbe saputo scrivere un programma migliore e più allettante per i kamaraden. Manca solo la visita guidata al Nido dell'Aquila.
Secondo me vent'anni fa uno scritto così smaccatamente tollerante e fatalmente amnesico nei confronti del nazismo sarebbe stato impensabile in Germania. Oggi, non solo lo si trova in un depliant della compagnia di bandiera ma forse tradisce un tentativo di revisionismo che è assai più pericoloso del negazionismo di coloro che mettono in discussione gli olocausti. Il revisionismo cioè che tenta di far passare per l'ennesima volta la Germania come vittima innocente delle politiche di Versailles (conseguenze invece del suo militarismo al servizio dell'avidità del suo complesso industriale), dell'inflazione (il trauma primigenio) e dipinge Hitler come un qualsiasi rottamatore moderno con il suo "programma" (del tipo "libereremo sei milioni di posti di lavoro"?) e il cui tentativo di mettere ordine fu perfino oggetto dell'ostilità di "attentatori" (e meno male che i terroristi e il loro attacco al cuore dello stato nazista furono fermati, vero cari luftidioti?).
Lufthansa o Luftwaffe, quindi? Possiamo liquidare questo scritto come il parto distocico di un cretino teutonico o dobbiamo preoccuparci che sottenda una certa voglia inconscia di Quarto Reich e di farlo durare ben oltre la "breve parabola" del Terzo magari grazie ai successi in termini di surplus del neomercantilismo euroguidato? E' innegabile che, per la terza volta in un secolo, il cerino in mano ce l'abbiano (perché glielo abbiamo consegnato). Bisogna capire se hanno voglia di usarlo e se manca solo l'Hitler giusto nella birreria giusta.
"Il Piemonte era pieno di debiti; il Regno delle Due Sicilie pieno di soldi. Quante volte abbiamo letto che i titoli di stato del primo, alla Borsa di Parigi, quotavano il 30 per cento in meno del valore nominale; quelli del secondo, il 20 per cento in più; e che al Sud, con un terzo della popolazione totale, c'era in giro il doppio dei quattrini che nel resto d'Italia messo insieme?
L'impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell'Unità d'Italia. La ragione dei pratici; quella dei romantici era un ideale. Vinsero entrambi.
"O la guerra o la bancarotta" scrisse il deputato cavouriano Pier Carlo Boggio nel 1859, nel libretto Fra un mese (ci siamo, neh?). "Il Piemonte è perduto", conclude, dopo averne analizzato i bilanci, un giornale dell'epoca, "l'Armonia", e "le sue finanze non si ristoreranno mai più": lo ricorda Angela Pellicciari in L'Altro Risorgimento. Ma, compiuta l'Unità, si fece cassa comune (una piena, l'altra vuota) e con i soldi del Sud si pagarono i debiti del Nord: al tesoro circolante dell'Italia unita, il Regno delle Due Sicilie contribuì con il 60 per cento dei soldi, la Lombardia con l'1 e uno sputo per cento, il Piemonte con il 4 (ma oltre della metà del debito complessivo). Negli stati via via annessi alla nascente Italia, appena arrivavano i piemontesi, spariva la cassa; ma nulla di paragonabile alle razzie e ai massacri compiuti al Sud. Gli unitaristi videro realizzato il proprio sogno (i superstiti...ché in diciassette anni di regno di Carlo Alberto, riferisce Lorenzo Del Boca in Indietro Savoia, furono giustiziati più patrioti dal Piemonte che dall'Austria tiranna e sanguinaria); qualche altro ne pagò il prezzo, i furbi riscossero.
"L'ex Regno delle Due Sicile, quindi," scrive Vittorio Glejeses ne La storia di Napoli "sanò il passivo di centinaia di milioni di lire del debito pubblico della nuova Italia (ma quello del Regno di Sardegna superava il miliardo; nda) e, per tutta ricompensa, il Meridione, oppresso dal severissimo sistema fiscale savoiardo, fu declassato quasi a livello di colonia". I meridionali pagavano più degli altri italiani, perché costretti a rifondere pure le spese affrontate per la loro liberazione. Tanto agognata, che ci vollero anni di occupazione militare, stragi, rappresaglie, carcere, campi di concentramento (giustamente, se preferisci non essere liberato...), esecuzioni in massa e alla spicciolata, distruzione di decine di paesi. Erano così ottusi, al Sud, che combatterono dodici anni (quando fu ucciso l'ultimo "brigante", in Calabria), pur di non farsi liberare e di non stare meglio in un paese solo. E quando capirono che la resistenza armata era persa, se ne andarono a milioni al di là dell'oceano, piuttosto che godersi la compagnia dei loro rapaci liberatori." (fonte Terroni di Pino Aprile)
Debiti, spread tra titoli di stato, oppressione fiscale e fondi salva stato, trasferimento forzoso di ricchezza tra stati, austerità, oppressione, il fogno che diventa Anschluss e poi povertà ed emigrazione per intere popolazioni. Si parla dell'Ottocento ma sembra una cronaca dell'attualità. Il brano che ho riprodotto per intero dal libro di Pino Aprile ce lo fa capire molto bene.
E' già successo, anche alla Germania Est, come ci ha raccontato Vladimiro Giacché, in barba alla retorica della riunificazione e del muro che crollava per lasciare spazio alla libertà occidentale e al libero mercato, maschera ipocrita che nascondeva lo stesso spirito mercantilista e di feroce classismo che sta spazzando l'Europa dopo aver percorso come un flagello pestilenziale tutto il pianeta in un tour di devastazione completa di diritti acquisiti da secoli.
La vecchia maledetta guerra di conquista, lo stupro economico con la colpa che ricade sui conquistati che se la sono cercata e che da quel momento sono condannati alla vergogna ed alla morte civile. Avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità, ora vi facciamo vedere noi, che siamo i virtuosi.
E invece il Regno delle Due Sicilie non era poi così male, anzi, e quando diciamo con disprezzo burocrazia "borbonica" dovremmo dire più correttamente savoiarda. Maledetti libri scolastici falsi e bugiardi. Scritti dalla stessa manina che Goebbels avrebbe accarezzato con affetto del maestro verso l'allievo più diligente.
Sta succedendo e, per la legge infallibile che recita "si è sempre i terroni di qualcuno", il nostro Nord, produttivo ed avanzato, ma abbiamo visto a spese di chi, in passato, viene annesso ora con forza e per un'oscura nemesi, alla Terronia europea, al lager mediterraneo degli scansafatiche, dei mangiatori di pasta al pomodoro e delle cicale improduttive che dovranno cedere tutti i loro beni (cosa sono quelle case di proprietà? Via!) e gli sghei ai nuovi padroni. Ai nuovi Savoia, assai più agguerriti ed addestrati alla battaglia dei nostri ormai patetici testimonial dei sottaceti.
Lo stanno capendo, al Nord, di stare diventando terroni anche loro. Perché terroni non si nasce, si diventa per colpa di chi vuole conquistarci. Lo sta capendo uno dei due Mattei, il Salvini, che (è una novità, speriamo non si rimangi la parola) intende unire le forze con il Sud che patisce anch'esso il mercantilismo nordeuropeo per cercare di portare il paese fuori dalla trappola. Ovvio che la Lega dovrà rivedere criticamente tutto l'armamentario ideologico antistato e antimeridionale che hanno permesso a chi voleva il male e non il bene del Nord di ridurla ad una congrega di fattucchiere e ladri di argenteria. Solo così potrà ottenere consensi anche al di fuori della sua "riserva". Capire che quello che sta succedendo a loro è già successo agli altri è un buon inizio. Come capire che i briganti erano i terroristi di oggi, per chi considera terrorista chi difende solo il proprio benessere e la propria dignità.
L'Italia non è mai stata fatta perché è stata unificata sul sangue di una parte del suo popolo e costruita su un cimitero, quindi maledetta. E' stata mantenuta divisa per 150 anni per interessi nazionali ed internazionali, con ideologi nordisti, tanto per tornare alla Lega, che pensavano che l'isolamento e la Secessione del Nord potesse avvantaggiarlo, mentre di fatto lo gettava in pasto alle malavite che la povertà del Sud e la latitanza dello Stato avevano nutrito amorevolmente. Il Vietnam italiano di Gianfranco Miglio. Divide et impera. Un paese nato disgraziato e cresciuto ancora peggio ma, nonostante ciò, con la potenzialità e la dignità dei grandi paesi. Una qualità che ci permetterà, se lo vogliamo, di salvarci. In barba a chi crede che siamo ormai perduti, tutti terroni e terronizzati.
Unire le forze con chi ci sta, come suggerisce Jacques Sapir, per riconquistare la sovranità, partendo dall'abbandono del simbolo di oppressione rappresentato dal vincolo monetario. Come hanno capito ormai anche i muri ma non i piddini e i loro immondi talk show collaborazionisti, queste Salò pasoliniane dove si tortura la verità, è l'unico modo per salvare il paese e fare finalmente l'Italia.
Uno splendido e provvidenziale effetto collaterale. Un paese dove potremo permetterci anche di coltivare le diversità che ci arricchiscono e pensare ad un federalismo vero e non basato su un becero razzismo e nemmeno fasullo e punitivo come quello attuale, che affida solo agli enti locali, attraverso le tasse sulla proprietà decise dai Savoia europei in nome della spoliazione degli stati del Sud, il ruolo di vessare, ancor più da vicino di "Roma Ladrona", i cittadini.
E Dio benedica il revisionismo, che permette di rompere il sigillo apposto dai vincitori sul libro della Storia.
«Non andrò a vederlo. Quando si rovescia la storia, rappresentando ebrei carnefici e nazisti vittime, si commette un falso. Sia pure con la scusa dell’ironia. Ci sono stati casi di vendetta, ma pochissimi. Già noti. E ben diversi da come li racconta Tarantino. A lui interessa solo mostrare la violenza di quell’epoca, per fare soldi: una speculazione che non mi piace». (Yehuda Bauer, storico della Shoah all’Università Ebraica, 19 libri sull’argomento, consulente di registi (Spielberg compreso)
Ebrei che vanno in giro a spaccare teste di nazisti con un solo colpo di mazza da baseball, che collezionano scalpi dei medesimi, provandoci pure mucho gusto a torturali come e peggio di tanti Mr. Blonde? Capisco lo sconcerto del prof e di molti altri, preoccupati che qualcuno, guardando nell'ultimo film di Quentin Tarantino la faccetta da schiaffi di Brad Pitt ed il ghigno satanico di Eli "Hostel" Roth , possa pensare: "Però, 'sti ebrei che str..."
Non credo però che la preoccupazione di Bauer si rivolga alla reputazione di fantasmi del passato, quanto piuttosto al parallelo che qualcuno potrebbe fare con episodi molto più recenti che hanno per protagonisti israeliani e palestinesi ed episodi di braccine spezzate. Un rischio che è indubbiamente da tenere in conto.
Se non fossimo cresciuti con il terrore, camminando nel campo minato della storia del Novecento, di saltare su qualche mina dicendo per esempio che chi si macchiò di crimini orrendi non furono solo i nazisti ma anche i russi, gli alleati, i giap, insomma un pò tutti, senza per questo sminuire la responsabilità di ciascuno, non proveremmo alcun disagio a pensare alla possibilità di un plotone di "basterdi" ebrei che si vendica a modo suo e alla 'ndo cojo cojo contro i poveretti, anche se nazisti, che gli capitano sotto.
La storia insegna che i ruoli di vittima e carnefice non sono mai appannaggio di un unico schieramento ma hanno piuttosto caratteristiche di intercambiabilità. Già Roman Polanski, in quello splendido e, secondo me definitivo, film sulla Shoah che è "Il Pianista", aveva osato mostrarci ebrei buoni ed ebrei cattivi, opportunisti e pavidi: tedeschi spietati e tedeschi compassionevoli, giusti e coraggiosi. E' per questo che è una storia così incredibilmente realistica e che spacca il cuore. Non so se Polanski sia stato così efficace nel narrare quell'orrore perchè lui stesso passò bambino attraverso la notte e le nebbie ma è molto probabile.
Guardando il film di Tarantino adesso si potrebbe pensare che se il buon capitano che salva la vita del pianista commuovendosi al suono di Chopin incontrasse sulla sua strada i basterdi, per i quali lui sarebbe solo un porco nazi da accoppare, noi troveremmo la loro vendetta eccessiva e malposta e potremmo tifare per lui soffrendo per il suo scalpo. Con la conseguenza di far soffrire di riflesso anche il prof. Bauer preoccupato dall'oscillazione del concetto di vittima. Però lo ammette anche lui, ci furono casi di vendetta commessi da ebrei. "Pochissimi però", dice.
Molti anni fa, quando preparavo la mia tesi, lessi un libro che si intitolava "Occhio per occhio" di un giornalista, John Sack, reporter di guerra e scrittore. Ve ne riporto la recensione:
Tra le numerose tragedie rimosse nella storia di questo secolo, spesso si dimenticano gli eventi che seguirono la fine della seconda guerra mondiale. Nel 1945 l'esercito sovietico occupò la Polonia e parte della Germania: una regione abitata da dieci milioni di civili tedeschi. Con efficienza tipicamente stalinista, venne subito organizzato un Ufficio per la sicurezza dello Stato, col compito di iniziare una politica di denazificazione. Oltre a polacchi desiderosi di vendicarsi, i russi reclutarono anche ebrei scampati ai campi di sterminio. I tedeschi che finirono nei 1225 campi di concentramento erano per il 99 per cento civili che non avevano mai combattuto, compresi donne e bambini: coloro che sopravvissero alle torture, vennero spesso falciati dal tifo e dagli stenti. Le stime più realistiche calcolano dai 60.000 agli 80.000 morti. La cifra è minima, di fronte all'Olocausto del popolo ebraico: a raggelare è che nell'organizzazione repressiva stalinista trovarono un posto di rilievo alcuni di coloro che dei nazisti erano stati vittime, e che si trovarono nella posizione per applicare alla lettera la legge del taglione.
A distanza di mezzo secolo, John Sack ha ritrovato, negli Stati Uniti e in Polonia, i protagonisti di questa vicenda: li ha intervistati, ha confrontato meticolosamente le loro testimonianze, e ha scritto un libro che cerca, con grande onostà e umiltà, di rispondere a questa domanda: che cosa ha spinto persone che hanno sofferto l'inimmaginabile a passare dalla parte dei carnefici? "Io, come ebreo che aveva condotto ricerche in Europa", scrive Sack, "sentivo di dover riferire, perché gli ebrei conservassero la loro autorità morale, che cosa avevano fatto dei comandanti ebrei. Mi aspettavo che qualcuno mi avrebbe chiesto: "Come può un ebreo scrivere un libro come questo?" e sapevo che la mia risposta sarebbe stata: "No, come può un ebreo 'non' scriverlo?"
La storia della tragedia dei profughi dei Sudeti, con le persecuzioni, le torture, gli stupri di migliaia di donne tedesche dopo la sconfitta della Germania, si intreccia con quella dei campi di internamento per tedeschi, militari e civili, imposti dagli alleati e che causarono migliaia di morti per fame. Una denutrizione, secondo alcuni studiosi, come James Bacque che ha dedicato il libro "Gli altri lager" all'argomento, scientificamente voluta come punizione per chi aveva appoggiato il regime nazista. Per decenni la propaganda dei vincitori ha nascosto accuratamente perfino il fatto che i tedeschi furono le prime vittime della repressione e che vi fu una piccola ma eroica resistenzacontro la barbarie hitleriana. Ha celato alle nostre menti sensibili le conseguenze patite, nel dopoguerra, dal popolo tedesco come ritorsione per aver appoggiato il regime di Adolf Hitler. Una vendetta particolarmente crudele, forse pari soltanto a quella patita dai giapponesi con il doppio bombardamento atomico.
A chi in Israele ha parlato di "revisionismo", a proposito degli ebrei basterdi di Tarantino si deve rispondere che revisionismo non è negazionismo. Sono cose ben diverse e di diversa dignità. Il negazionismo è pura presa di posizione, è atteggiamento delirante nei confronti di fatti inconfutabili. La negazione è un atteggiamento psicotico. Senza la possibilità di rivedere episodi storici attraverso, ad esempio, l'acquisizione di nuovi documenti, tuttavia, non può esserci verità storica. Questo è il revisionismo buono. Esiste una giustizia dei vincitori ed anche una storiografia dei vincitori. A me hanno insegnato che le bombe atomiche erano necessarie per far finire la guerra in Giappone. Oggi, grazie alla storiografia che non si fida della propaganda, sappiamo che ciò non era affatto vero, e che l'uso delle atomiche fu soltanto un atto di forza contro il neo-nemico Sovietico.
Che oggi sia appurato che i giapponesi compirono esperimenti di vivisezione sui cinesi, che gli americani commisero crimini sui prigionieri di guerra tedeschi, che altri gruppi di "basterdi" volevano avvelenare gli acquedotti delle città tedesche per rappresaglia, che c'erano tedeschi buoni ed ebrei cattivi, che i bombardamento di Dresda fu un crimine contro l'umanità, lo dobbiamo alla ricerca storica che è andata oltre la comodità della versione ufficiale. Questa consapevolezza della necessità per la storia di inseguire sempre la verità non può che convincerci ancora una volta dell'obbligatorietà di imparare la lezione della storia per evitare che il male si ripeta. Perchè potremmo essere tutti coinvolti, perchè non esistono vittime e carnefici ma ognuno di noi potrebbe ricadere in una o nell'altra categoria. Perchè in guerra non vi sono mai vincitori.
Si è parlato ancora di Via Rasella, delle Fosse Ardeatine e del caso Priebke, con discussioni piuttosto accese sui blog di Dacia e Cloro, che hanno coinvolto addirittura il concetto di libertà di espressione. La cosa mi ha ispirato alcune riflessioni. Oggi farò un discorso generale, piuttosto noioso temo, in un altro post mi concentrerò sul caso specifico dell’ex capitano nazista.
Leggendo tutti i commenti nati attorno all’interpretazione delle colpe di Via Rasella, mi sono resa conto che parlare di un fatto storico in maniera obiettiva è praticamente impossibile in un mondo obbligato a non osservare la realtà ma ad interpretarla in maniera ideologica e bipolare.
Come quando si hanno due tifoserie nemiche che si accusano reciprocamente di essersi rubata la partita, uno dice che la realtà è nera e l’altro dice che è bianca. Ciascuno è talmente convinto del proprio punto di vista, del proprio schieramento (le ideologie in lotta sono quella che ispira l’attuale sistema economico capitalistico e quella che raccoglie i rivoli non solo marxisti dell’anticapitalismo), che alla fine il segno positivo annulla il segno negativo e il risultato è l’impossibilità fisica di vedere la realtà fattuale. Se di ogni evento io posso dare un’interpretazione e contemporaneamente il suo opposto, posso scordarmi di poter mai capire veramente quell’evento in maniera obiettiva. E’ l’effetto del tanto aborrito relativismo.
Per la verità, in questa lotta tra opposte fazioni, c’è da tenere presente che chi detiene concretamente il potere può guidare l’informazione e creare il pensiero unico, facendo dominare la propria ideologia di riferimento. Questo è un punto fondamentale.
Quale delle due ideologie in lotta è dominante, allora? Se chiedessimo a dei visitatori alieni che ci osservano da un bel po’ chi comanda sulla Terra adesso, loro risponderebbero probabilmente una superpotenza militare rimasta senza il suo principale contendente, che cerca disperatamente, assieme ai suoi vassalli, di salvare un sistema economico in declino e incapace di dare risposte evolutivamente positive all’umanità, chiamato capitalismo. Se chiedessimo ai nostri amici alieni qual è il pericolo comunista attualmente, essi risponderebbero che il sistema dovrebbe guardarsi piuttosto dalle sue falle più che cercare nemici che ormai sono patrimonio della storia passata.
In declino o meno, chi comanda stabilisce le relazioni causa ed effetto che creano la storia presente e guidano l’interpretazione di quella passata. La storia fatta dai vincitori non è un luogo comune, è una verità.
”Se non avessimo usato la bomba atomica la guerra non sarebbe finita”. “Saddam Hussein era un pericolo per l’umanità perché aveva le armi di distruzione di massa”; “la guerra in Afghanistan è conseguenza dell’attentato dell’11 settembre”; “chi si oppone alla liberazione irachena è un terrorista”.
Chi si riconosce nell’antipotere offre un’interpretazione opposta: “Saddam era un baluardo contro l’imperialismo americano”; “la guerra in Afghanistan nasce dalla stessa spinta imperialistica”; “chi si oppone all’occupazione irachena è un partigiano”.
E lo storico, che dovrebbe dare un’interpretazione obiettiva e scientifica basandosi sui puri fatti, come può operare in un clima di opposti estremismi interpretativi?
Se potesse analizzare gli eventi liberandosi dal peso delle armature ideologiche, il compito sarebbe facile.
Un tipo particolare di relativismo, quello psicologico, che permette di “mettersi nei panni” di entrambi i contendenti per capirne le rispettive ragioni, potrebbe aiutare.
Il revisionismo, dal canto suo, sarebbe assolutamente necessario per il progresso della ricerca storica, perché è solo dall’emersione di nuovi documenti, dalla possibilità di riscrivere la storia alla luce di fatti nuovi ed inediti che si può superare la logica della “giustizia dei vincitori”.
Revisionismo, è meglio puntualizzarlo prima che qualcuno salti su come una molla, non è negazionismo. Dire che i bombardamenti di Dresda furono un crimine inutilmente crudele contro una popolazione civile non toglie una virgola dalle colpe dei nazisti in termini di genocidio. Far conoscere le condizioni di vita al limite della sopravvivenza nelle quali furono tenuti migliaia di prigionieri di guerra tedeschi nei campi tenuti dagli alleati in Germania non offusca gli orrori di Dachau e Auschwitz. Portare alla luce i crimini di guerra che commisero anche gli Italiani brava gente è pura giustizia.
Purtroppo il relativismo “empatico” e il revisionismo costruttivo non sono amati né dal potere né dal contropotere, che preferiscono annichilirsi a vicenda lasciando che la discussione marcisca in un pantano senza uscita. Così il potere, facendo credere che il contropotere è potente quanto lui, può rafforzarsi e autolegittimarsi nella propaganda e nella menzogna.
Chiediamo ancora ai nostri alieni quale di due eserciti in lotta tra loro ha ragione. Nessuno. L’umanità deve solo liberarsi di una cosa, direbbero, della guerra.