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venerdì 26 dicembre 2014

Buon Natale di resurrezione


No, non mi sto confondendo con la Pasqua, abbiamo veramente bisogno di risorgere e al più presto. Stanno cercando di ucciderci ma abbiamo la pellaccia dura e, anche se ci crederanno finiti, risorgeremo. La fine della storia è solo la pia illusione di uno spiritoso che si chiama Fukuyama. La storia non finisce, dear Francis, ma prosegue e spesso ritorna e si ripete con un copione decisamente scontato e fin troppo prevedibile. Le corde troppo tirate, France', si spezzano sempre, oppure si attorcigliano al collo di chi le ha messe sotto sforzo. C'est la vie, e non uso il francese a caso.
Un esempio di ricorso storico? Prendo a random questo estratto da un articolo del 1° settembre di Mario Relandini:
Merkel-Schauble versus Mario Draghi
“La Cancelliera tedesca Angela Merkel e il suo Ministro delle Finanze, Volfgang Schauble – secondo quanto pubblicato dall’autorevole quotidiano “Die Spiegel” – avrebbero telefonato, irritati, al Presidente della Banca Centrale europea, Mario Draghi, reo – secondo loro – di avere messo l’accento, al recente “summit” dei banchieri a Jack Hole, sulla opportunità di riforme strutturali piuttosto che sulla necessità di mantenere l’austerità di bilancio. Secondo la Cancelleria tedesca, invece, sarebbe stato il Presidente Mario Draghi a telefonare ai due, ma non c’è stata alcuna smentita sulla loro irritazione nei suoi confronti”.

Resta comunque il fatto certo che la Cancelliera tedesca Merkel e il suo Ministro delle Finanze Schauble – al di là di chi abbia telefonato a chi – hanno l’intenzione di continuare ad incensare quel “dio rigore” accigliato e furioso contro ogni flessibilità ragionevole che potrebbe aiutare la ripresa in tutta l’Unione. C’è da chiedersi perché, considerato che anche la Germania ha cominciato a battere la fiacca economica e produttiva e la prospettiva di Mario Draghi gioverebbe anche a lei. Il rigore d’accordo, per carità, ma non è che di rigore di debba morire. Anche ammesso che la Germania, di rigore, voglia testardemente suicidarsi sull’altare del suo dio.
Il corsivo e il refuso sono di Relandini. Notate la coincidenza della data di pubblicazione del 1° settembre, data storica importante e che con il testo citato sta a pennello. Fine della storia, cher François? 
Ricordate la prima legge della termogermanica? "Appena se ne ha la possibilità, cercare il frontale con la storia". La seconda è: "L'Italia si dichiarerà entusiasta di salire in macchina con noi" e la terza: "L'Italia salterà dall'auto lanciata a bomba all'ultimo momento prima dello schianto".

A proposito, nel duemilaequindici, che mi suona meglio di duemilaequattordici perché è più armonico, non avendo quell'inciampo della o di quattordici,  non è escluso che ci tocchi proprio Mario Draghi come nuovo presidente della Repubblica, dopo che il comunista preferito di Henry Kissinger ci avrà fatto la garbatezza. 
Draghi, tra le figurine dei villain, non sarà proprio a livello dell'Imperatrice Merkel e di Darth Schauble, ma le riforme, e sapete cosa vuol dire "riforme", le vuole fin dai tempi del Britannia. In nome e per conto, dicono i ben informati, delle ben cinque Ur-lodges alle quali risulterebbe affiliato. Quando si dice diversificare l'investimento per evitare rischi.
Certo, c'è il problema che Ugenio nostro vorrebbe, dopo aver benedetto Padoan con l'estrema unzione, affidare direttamente all'Imperatrice la guida ufficiale dell'Europa. Con le parole sue a "Sballerò":  "Renzi deve offrire alla Merkel il comando ufficiale dell'Europa". (dal minuto 22). Così, secondo lui, si fa prima. Non si capisce però che cosa, se il frontale tedesco o la nostra fine. Casualmente, in tedesco la guida si dice Führer, anche parlando di guide turistiche. 
Guardatevela, l'intervista inginocchiata dell'apprendista al mastro direttore, tra una leccata al giullare di corte Benigni e l'altra all'apprendista rottamatore Renzi, fino all'inno finale al Walhalla, perché merita. Da conservare gelosamente tra gli affetti più cari ad imperitura memoria.

In alternativa al poliziotto cattivo Draghi potrebbe toccarci quello buono Romano Prodi, ovvero colui che ci fece entrare nell'antro del lupo e potrebbe, con la stessa identica faccia, portarcene fuori prendendosene pure il merito. Anche lui reduce della famosa crociera ma nella parte del leader del centrosinistra gabbapiddini. Scusate se insisto e sembro fissata su questo punto ma, se ci pensiamo, sarebbe l'unico modo per salvare il PD dalla furia degli italiani. Far finta che nulla sia accaduto, la sinistra che salva il paese e l'euro che fu tutta colpa di Berlusconi. Non ve lo sentite anche voi?
Come volevasi dimostrare, paraVendola sponsorizza proprio Prodi, non si sa se per cremarlo definitivamente o con convinzione, il che dimostrerebbe ancor più l'indole serva e filoelitaria della finistra. Nell'intervista citata di Sballerò, la frase: "Non è un'operazione di sinistra dare 80 euro agli italiani?" che pronuncia ad un certo punto il ragazzo spazzola, riprendendo l'anziano direttore che barcolla sulla fede renziana,  ci ricorda, cari maquestanoneverasinistristi, con chi abbiamo a che fare.

Come altri papabili presidenziali, dovesse prevalere l'inquantodonnismo, non escludo la Emma Bonino che, quando ero ancora immersa nell'oscurità dell'orrida pidditudine di appartenenza, con obbligo di primo europeismo, vedevo bene come presidenta in quanto esperta di esteri (era prima del suo ministero, comunque) e fornita di autorevolezza in Europa. Povera grulla! Io, non la Emma.
C'è da dire che, quando mi sono risvegliata in pieno sole, la sedimentazione di trent'anni di ascolto di Radio Radicale mi ha aiutato a tirare le somme alla svelta e a capire - ma avevo già cominciato ai tempi delle liaisons dangereuses ledeeniane di Capezzone, che quello era proprio il più ferocemente fasullo dei partiti di sinistra. Specializzato in diritti umani al posto dei diritti dell'Uomo e in alta cosmesi dei diritti civili proprio perché ultraliberista in economia e con lo Spinelli sempre in bocca a perpetuare il mito dei fantasmatici Stati Uniti d'Europa. Quelli che, secondo Ugenio, Draghi non vuole assolutamente, per cui sarebbe meglio rimanesse a guardia della cassa dando il potere assoluto alla Merkel che li vuole ancora meno di Mario.

Chiunque venga eletto presidente della repubblica, comunque, a meno di sorprese che ritengo improbabili, ed escludendo l'ipotesi finale del fantoccio del ventriloquo, è destinato ad essere un ennesimo Quisling se non Hindenburg. Non dimentichiamo che, in previsione della disfatta dell'euro, c'è già chi vorrebbe qualcosa ancora di peggiore, come questo Carlo Pelanda su Libero
"Penso che Roma dovrà agganciarsi, probabilmente con Londra e Madrid, all'America, cercando autonomia e rilevanza offrendo in cambio una missione di presidio proconsolare del Mediterraneo, opzione utile anche per predisporre il passaggio al dollaro nel caso non escludibile che l’euro imploda".
Chi non si augurerebbe, salvandosi da un naufragio  nel gelido mare del Nord, di cadere direttamente nella vasca dei piranhas?
Del resto gli ammiratori dell'America vista ancora come fogno americano invece dell'incubo neocon in balìa del lato oscuro da almeno tredici anni che è in realtà, abbondano. Anzi, donabboniano, come dice Alberto Bagnai.
Proprio a Radio Radicale ascoltavo ieri Piero Sansonetti tessere le lodi sperticate di Obama. Colui che ha fatto la riforma della sanità ma soprattutto ha fatto "LE RIFORME" e la pace con Cuba. Obama che in Italia non crea entusiasmo perché "diciamolo, per gli italiani in fondo è un negro". Col che si dimostra che, come tutti i convertiti, i comunisti che scoprono il culto dell'ultraliberismo e si inebriano dell'odore acre dell'impero la mattina presto, sono i più pericolosi.

E, parlando di filoammeregani, che dire di Rampini, il cui intervento sempre nella storica puntata di "Sballerò", fa titolare Repubblica: "In America non c'è nepotismo". Lui, per amor di cronaca, si riferiva agli studenti e ricercatori che trovano l'America in America senza, apparentemente, scontrarsi con le baronie universitarie che privilegiano l'appartenenza invece del merito.
Al titolista che invece ha esagerato dedico come promemoria questa foto che raffigura il 41°, il 43° e molto probabilmente il prossimo presidente, il 45°, degli Stati Uniti. Di padre in figlio. Sperando che prima o poi George senior dimostri di avere anche figli normali.
Si chiama trasmissione per sangue del potere, è incompatibile con la democrazia e non è molto diversa da quella della Corea del Nord.
Ma di questo, e della fenomenale operazione di spin che ha riconfezionato e rivenduto un film uscito 'na chiavica e destinato al flop come blockbuster grazie al presunto attacco ai danni della casa distributrice da parte di fantomatici hacker del paese canaglia raffigurato nel film, parleremo la prossima puntata.




lunedì 26 maggio 2014

Exitus poll


"Ah, quelli, i piddini!, Mario, Chiara, la gente qualunquemente qualunque che vediamo campeggiare negli stendardi appesi in tutte le stazioni, per chiederci più banda e meno rigore, loro, li desidero sopra al 30% (dal che matematica vuole che desidero che il povero Berlu venga sbriciolato, così impara a fare il “re tentenna”). Belli, vento in poppa, o almeno al gran lasco, con un bel gennaker gonfio con su scritto “ce lo chiede Mario”, contro l’iceberg. È essenziale che il PD rimanga al potere, perché, come ci spiegano Panizza e Borensztein, l’unico costo effettivo e duraturo dei default (e così sarebbe vissuto da loro l’uscita dall’euro) è quello che sopportano i politici al potere: infallantemente vengono cancellati per sempre dalla scena politica. Quindi, quando la SStoria chiamerà il bluff dell’euro, è opportuno che i Fassini e le Fassine, le zdore, i chierichetti di Rignano, e tutta questa variopinta corte dei miracoli fallimentare e fascista stia dove sta adesso, in plancia, inchiodata alla cadreghe. Che è poi la garanzia migliore che abbiamo che anneghino quando il Titanic affonderà. Loro sono colpevoli, ormai di occasioni ne hanno avute: loro devono affondare."

Potrei fermarmi qui a questa citazione di Alberto Bagnai ma, visto che scrivere è un modo per sublimare la rabbia e lo sconforto di vedere ancora una volta la storia ripetersi, con l'Asse riformato al RoBer al quale per fortuna manca il To, perché i giapponesi la storia forse, a colpi di atomiche, l'hanno imparata, aggiungo qualche considerazione personale.

No, non siamo diventati la Bulgaria. Ha votato poco più dei 50% degli aventi diritto. Hanno votato tutti i piddini, gli altri se ne sono sbattuti il belino. Ecco un'altra spiegazione del 40%.
Si è riformata la DC, Achille Lauro e le scarpe, il serpentone. Tutto giusto ma, soprattutto, è tornato il Partito Nazionale Fascista con una S davanti alla F. Per carità, Renzi statista non è nemmeno la diluizione omeopatica di Mussolini ma il meccanismo del suo successo popolare è lo stesso. L'attrazione fatale verso il principio del "lasciamo fare a Lui, che noi ne abbiamo per le palle". La spiegazione del 40% mascherato nel 30% più o meno di previsione, è che gli elettori lo fanno ma poi, da bravi pretonzoli, se ne vergognano, come per la masturbazione e, se glielo chiedono, negano di votare PD.
Che dire, auguri a Matteo Renzi per quando andrà a Berlino a convincere la Merkel. Preparate i megaciotoloni di popcorn perché sarà il cinepanettone del millennio. E auguri anche per quando dovrà applicare l'ERF, il Fiscal Compact, mettere la patrimoniale, la tassa di successione al 40% e finalmente toccare la zoccola dura del suo elettorato. 
Se dopo ci sarà da pisciare su qualche cadavere gli italiani non se lo faranno ripetere due volte. Sappiamo quanto sanno essere crudeli con coloro che la Storia ha sconfitto in vece loro.

Detto dei vincitori, passiamo agli sconfitti. Il significato delle elezioni europee era molto semplice, si trattava di scegliere da che parte stare in base alla opzione di essere pro euro o contro euro, pro Titanic o pro scialuppe. Detto che il PD era il PUDE che vuole restare sul Titanic, assieme alle altre listarelle pilota, Berlusconi e Grillo pagano il fio delle proprie colpe di non essersi proposti come ALTERNATIVA e di aver lasciato da sola la Lega Nord, che almeno un tentativo l'ha fatto e un salvagente lo ha indossato. Credete sia poco ma è un investimento che un giorno pagherà.
Il Gran Bollito paga per primo per non avere avuto neanche la metà delle palle di Marine Le Pen di proporsi come fronte antieuro e anti PUDE, potendo oltretutto portare in dote le televisioni e dopo ciò che gli avevano fatto nel 2011. Ecco cosa significa essere troppo invischiati nei propri sfaceli. Non merita altro che di finire come il Signor Pascale in Dudù. Sarei curiosa di capire se i suoi ex elettori hanno votato Renzi o appartengono soprattutto al Partito Battobelinista. Escludendo che si siano ritirati, dopo un lavaggio sbagliato, nel partito di Alfano, temo che la risposta sia la n° 2.
Grillo e soprattutto il Richelieu in 3D Casaleggio, pagano per essere caduti nella trappola del "annamo, occupamo, menamo". La loro ambiguità sulla battaglia no euro li ha giustamente puniti. Mi auguro che la famosa rete si faccia sentire, e che quelli che nel movimento ci credono li sbattano tutti e due contro il muro delle loro responsabilità. In ogni caso, il M5S, non so quanto inconsapevolmente, ha contribuito a rafforzare il PUDE. Mission accomplished.

La sinistra dell'intellettualencja degli inutili intelligenti può squittire di gioia per mandare il suo cavalluccio rosso di Troika a Bruxelles. Un tocco di carminio sulla tolda non stona e si intonerà con il sangue dei proletari che macchierà l'iceberg.

Queste però erano soprattutto elezioni europee e il risultato di Francia e Regno Unito (chissà unito ancora per quanto) è comunque esaltante. Il segnale alla Germania arriva forte e chiaro ed è il pom-pom-pom-pom di Radio Londra. Se da una parte si è riformato l'Asse, dall'altra non possono mancare gli Alleati e, dopo l'ennesima Pearl Harbor finanziaria, con l'America stufa di pagare per gli errori degli ingordi Kapitalisten, arriveranno anche i marines. Ma non a salvarci, a corporatizzarci nel senso delle Corporation. 
Registriamo infine il fenomeno quasi incomprensibile dei paesi mediterranei (Grecia, Spagna, Portogallo e ovviamente Italia) che, nonostante ciò che gli sta accadendo, dimostrano di voler aderire spontaneamente al progetto Eutanasia. Non diamo la colpa alla maga Circe, forse porci dentro lo sono veramente. Oggi non è tempo di pietà per nessuno.

martedì 30 luglio 2013

Il mio libro per voi

Sophie Scholl, coraggiosa bambina

Ecco la sorpresa da scaricare e leggere, se volete. La mia tesi di laurea: "La fascinazione. Un'analisi psicostorica", rimasta dal 1997 sepolta negli archivi dell'Università di Bologna e che oggi ritorna alla luce grazie alla Rete ed alle meraviglie dell'eBook.

Come ho scritto nella necessaria postfazione ad uno scritto di quasi sedici anni fa, questa tesi di laurea giunse a coronamento di un percorso personale di ripresa degli studi quasi fuori tempo massimo, ad oltre trent'anni, in una materia, la psicologia, che nei miei interessi era sempre stata seconda solo alla medicina. Una sfida con me stessa, soprattutto, e di rivalsa contro un destino che mi aveva visto in gioventù impegnata quasi a tempo pieno solo nella musica. Più per volontà altrui, che mia.

In questo lavoro, suggeritomi dal compianto Prof. Giuseppe Mucciarelli, mio relatore ed insegnante di multiforme e rara capacità di ispirazione, ho potuto unire alla psicologia, qui nella sua variante psicostorica, elementi di sociologia, storia, politica, economia e medicina, in un approccio multidisciplinare che, secondo Mucciarelli, era assai consono alla mia capacità di interpretare fenomeni osservandoli da più punti di vista e interpretandoli secondo diverse chiavi di lettura.
Nove mesi di studio e redazione, praticamente la cosa più simile ad una gravidanza che mi sia capitato di portare a termine.

L'argomento fu scelto per caso, probabilmente durante uno di quei preziosi momenti in cui, finita la lezione, si ripristina l'antica tradizione del dialogo e della trasmissione di conoscenza tra insegnante ed allievo che finisce per travalicare i rigidi schemi dell'ambito del programma di studi per spaziare tra i più diversi argomenti. Solo in questo modo si può partire dai freddi test psicometrici per giungere ai meccanismi di fascinazione del nazismo e decidere di farci una tesi di laurea. Argomento sviscerato fino alla nausea, il nazismo, in migliaia e migliaia di lavori ben più illustri del mio ma che io credo di aver trattato in maniera originale, proprio per quella multidisciplinarità di cui parlavo.

Rileggendo la tesi oggi vi ritrovo ancora una certa freschezza e validità e penso che, anche per il non esperto in materia di psicologia, possa essere una lettura interessante. Senza contare che l'attualità politica e soprattutto economica sta ripresentando, secondo la legge dei corsi e ricorsi storici, inquietanti analogie con avvenimenti che, negli anni venti, posero le basi per l'insorgenza della fascinazione nazista. Scellerate politiche economiche pro-cicliche in risposta a crisi strutturali finanziarie che richiederebbero visioni di espansione fiduciosa; senso di sgomento e lutto nelle popolazioni per la perdita di riferimenti culturali, lavoro ed identità; paura di sprofondare nella povertà;  un paese, la Germania, che, come allora, si trova al centro dell'attenzione e, purtroppo, con il cerino acceso in mano. Tutto questo rende, dovrei dire purtroppo, attuale il discorso su quali fattori possono distruggere la democrazia. Oggi come allora.

Ai tempi della mia laurea si era pensato di pubblicare il mio lavoro ma poi una mia malattia e la prematura dipartita del Prof. Mucciarelli hanno fatto sì che  il volume finisse sepolto negli archivi dell'ateneo bolognese senza ulteriori possibilità di divulgazione.
L'avvento dell'ebook e la mia successiva ed attuale attività di blogger, mi permettono ora di mettere a disposizione dei lettori in Rete la mia ricerca in modo da poterla far rivivere sotto altra forma e sottoporla al loro giudizio.

Ho apportato solo alcune piccole modifiche, per il resto si tratta della stesura originale e definitiva del testo. Il download è libero e gratuito. Fatene buon uso e se vi piace, consigliatene la lettura agli amici.






P.S. Gradirei mi fossero segnalati eventuali malfunzionamenti dei file e difficoltà di visualizzazione sugli eBook reader. Oltre ad opinioni sul testo, ovviamente. Grazie davvero.

mercoledì 26 giugno 2013

Lucky Silvio e lo sbarco in Sicilia v2.0



Stanotte ho fatto un sogno. Silvio e Dominique Strauss-Kahn seduti ad un tavolo di osteria di fronte a un paio di bottiglie di Passerina, a maledire di non essere nati finocchi.
Ecce homines di potere abituati a camminare sui cadaveri dei nemici,  stomaci impellicciati che non si fanno alcuno scrupolo pur di raggiungere il successo, distrutti in tre secondi dall'altrettanto pelosetta origine del mondo. Nessun consigliere o supervisore alla sicurezza che sia in grado di avvertire l'illustre cliente di stare in campana quando della passera giovane e fin troppo disponibile appare all'orizzonte. Invece ci cascano tutti - come il 99,9% degli uomini modello base - ed è ovvio che il metodo della figa letale continui ad essere applicato con successo da coloro che vogliono bonificare studi ovali, presidenze del consiglio e board di istituzioni internazionali.
Questo per dire che comincio proprio a credere che Karima Lewinsky non passasse di lì per caso e che chi di dovere (ossia chi ha ancora più potere del malcapitato) abbia trovato il metodo facile ed infallibile per togliere Silvio dal ponte di comando nel momento in cui saliva a bordo il comandante del porto. Messo da parte come Dominique, sostituito dall'assai più docile ("usami come vuoi") Christine.
Se Karima non avesse fatto la Rubbitroia quella notte facendosi arrestare e Silvio non avesse abboccato come un ghiozzo all'amo, facendo lo sborone al telefono, nessuno si sarebbe mai preoccupato dei priapi suoi, né tanto meno si sarebbe sentito in obbligo di aprire un procedimento penale a suo carico per reati come prostituzione minorile e concussione.
Karima è una che, obiettivamente, al processo è sembrata più un Ali Agca freddo ed enigmatico anziché una povera ragazzina violata dal vecchio bavoso. I cinque milioni di euro, in ogni caso, devono aver lenito ogni eventuale bruciore.
Povero Silvio, che partì per fottere e fu fottuto, soprattutto dalla sua propensione alla menzogna compulsiva. L'hanno condannato per la nipote di Mubarak, mica per altro. E scommetterei che, una volta ritiratosi in qualche isola caraibica e non più in grado di politicamente nuocere, in secondo e terzo grado verrebbe assolto perché il fatto non sussiste. Ora ed in questo momento doveva essere condannato perché il berlusconismo come lo conosciamo doveva terminare assieme alla seconda repubblica. Resta da decifrare il dopo, ciò che accadrà.

Una  possibile via d'uscita per l'anziano pornoduce potrebbe essere il pensionamento in quel di Arcore o l'esilio dorato all'estero all'insegna del meritato riposo con successiva ripulitura della fedina penale così da farlo passare un giorno a miglior vita puro siccome un angelo. In cambio, niente più politica o ambizioni da fantascienza come diventare capo dello stato. Ragazzo, lasciaci lavorare. E nemmeno tentazioni di successioni dinastiche evocatrici di lugubri disastri sudamericani come l'ipotesi Marina-Isabelita. Una tosta, sicuramente, ma simpatica come un giradito e ricattabile sul piano personale, si sussurra, altrettanto quanto il padre.
Difficile però pensare che Silvio (ormai è tornato nominabile) si ritiri a far vita da nonno di giorno e da bungabunghista di notte.

Secondo l'ipotesi frattalica, esposta in diversi post da Orizzonte48, ovvero l'idea che esista un parallelismo tra gli avvenimenti che condussero al termine della Seconda Guerra Mondiale e l'attuale crisi globale - nient'altro che una terza guerra mondiale combattuta con armi finanziarie, dopo tutto - saremmo prossimi ad un secondo sbarco in Sicilia, ovvero ad un intervento americano in Europa (e quindi in Italia) per rimediare al disastro della moneta unica ed al conseguente predominio tedesco sui paesi della periferia. Predominio che la Germania non intende assolutamente sottoporre ad alcuna discussione né rinegoziazione ma perpetuare a tutti i costi, soprattutto da far pagare a paesi che non possono più permettersi l'aggancio con il supermarco aka euro. Intervento necessario, del resto, visto che l'ultima volta che si cercò di far ragionare la Germania - come ingenuamente si illude di poter fare bello di zio - si dovette poi sbarcare ad Omaha Beach.
Intendiamoci, gli americani fanno sempre il loro interesse e non si muovono se non c'è da prender su, ma obiettivamente, in questo frangente, non è che l'intransigenza tedesca offra altre vie d'uscita e più vantaggiose per noi. Anzi. Rischiamo di schiattare sul quaderno dei compiti a casa.

Ci sono parecchi  segnali di un possibile prossimo sconvolgimento dei comunque precari equilibri all'interno dell'eurozona nel nome dell'arrivano i nostri, leggi gli ammeregani.
Le sempre più frequenti irruzioni anti-euro ed anti-austerità di Edward Luttwak nei salotti televisivi piddini, le dichiarazioni di Ben Bernanke (che, guarda caso, i media del PUD€ considerano ormai il cattivo del fumetto)  sulla possibilità di acquisto di titoli di stato europei da parte della FED; le accuse velenose piddine e bisignane a Beppe Grillo (anche lui sbarcato in Sicilia!) di "farsela" con gli americani; la freddezza di Obama a Berlino, che non a caso a Brandeburgo ha rifilato il pistolottone sui diritti civili tanto caruccio ma in privato ha sicuramente  cazziato la Merkel, anche per i suoi ammiccamenti alla Cina ed ai BRICS.
L'intervento è probabile perché il nostro piangere per l'austerità fa male all'imperatore, nel senso che ne risentono gli interessi statunitensi a livello globale. E quando gli interessi statunitensi soffrono, sono cazzi.
Per fare solo un esempio non da poco, gli Stati Uniti si sono già esposti oltre ogni dovuto per tamponare le perdite sui derivati delle banche europee e delle loro consociate negli Stati Uniti, vera causa dell'attuale crisi finanziaria. Ricordate il grafichino sui derivati di Deutsche Bank? Ve lo ripropongo.



Altro che "l'invidia dell'euro", più potente di quella del pene, ovvero la volontà imperiale yankee di soffocare in culla la giovane e promettente divisa tanto cara alla sinistra collaborazionista, che il piddino tirerebbe fuori a questo punto.
(PD mode on) La moneta che tutti ci invidiano e che i produttori di petrolio preferirebbero volentieri al dollaro per le loro contrattazioni. E' proprio per questo che gli USA, invidiosi come cognate racchie, ci aggrediscono con la speculazzzionefinanziariacattiva. (PD mode off).
Gli americani, che non fognano ma sono pragmatici, si stanno invece rendendo conto che non si può continuare a saltare di bolla in bolla con loro che stampano dollari e pagano anche per coloro che fanno i virtuosi con il culo della periferia. L'euro è una sòla? Non c'è problema, si elimina. E fuck the Germans.

E Silvio che c'entra? C'entra nel senso che, nei prossimi mesi, potrebbe vedersi offrire l'opportunità di riciclarsi come salvatore della patria, collaborando come preparatore e propiziatore di buoni uffici in vista dell'arrivo di John Wayne. Ruolo che, nel precedente corso storico, fu affidato ad un noto condannato, inviato dagli Stati Uniti in Sicilia per preparare il terreno allo sbarco e  scelto perché conoscitore del territorio e in grado di fare anche il lavoro sporco.
Paragone azzardato? Può darsi, anzi senz'altro, ma il parallelismo è suggestivo.
Silvio è l'unico che possiede una potenza di fuoco tale, in termini di media, da poter contrastare il bombardamento di pensiero unico piddino-PUD€ista che monopolizza le tre reti RAI e la povera La7 purpurea di Cairo e contrapporgli un'altrettanto efficace propaganda anti-euro. Ecco la differenza sostanziale con Grillo, che rimane solo un apripista, in questa visione complessiva.
Se in alto loco si decidesse l'uscita dell'Italia e di altri paesi dall'euro, ovvero lo sbarco in Sicilia v2.0, occorrerebbe la collaborazione di qualcuno in grado di convincere gli italiani della bontà dell'operazione, che li guardasse dritti negli occhi con la stessa convinzione seduttiva con la quale prometteva loro di togliere l'ICI.
Qualcuno che in fondo l'euro l'aveva sempre visto come il fumo agli occhi, bisogna riconoscerlo, e che ne aveva denunciato i mali in tempi non sospetti. Che potrà dire, essendo creduto, e perché paradossalmente è vero, che l'euro l'hanno voluto i comunisti. Qualcuno inoltre in grado di ricucire e rinsaldare i legami sempre utili con gli amici di sempre.
Sinceramente non riesco a pensare a nessuno di più adatto di Berlusconi per questo compito. 

venerdì 27 maggio 2011

B-Day


Non era Vierville-sur-Mer ma Deauville. Non era il 6 giugno ma quasi, il 26 maggio. Non era il Gen. Cota ma un Cota governatore c'è, da qualche parte. Non era Omaha ma Obama.
Coraggio, nel delirio sta rivivendo tutto il film della Seconda Guerra Mondiale e lo sta facendo con l'avanti veloce. Dopo la Battaglia di Stalingrado dell'altro giorno siamo già allo Sbarco in Normandia. Attendiamo con ansia il bunker. Del resto, ci sarà pure un giudice a Berlino.

lunedì 23 maggio 2011

Nazisti della Brianza


"Non credo che vorremmo consegnare la nostra città a chi promette progetti irrealizzabili e vorrebbe fare di Milano la Stalingrado d'Italia"." (B.)

Il primo pensiero che uno fa, sentendo questa scempiaggine, è che se io fossi un nazistello attempato ed azzimato Stalingrado non la nominerei, visto che fu grazie all'eroismo di quella città che il nazismo subì la sua prima cocente sconfitta, prima di essere spazzato via dalla storia.
In secondo luogo, B. non lo sa certamente ma una delle immagini più celebri di Stalingrado è quella di un suo famoso monumento risalente all'epoca della storica battaglia. Vi sono raffigurati sei bambini che fanno il girotondo attorno..... ad un caimano!
A volte il destino dà segni inquietanti del suo agire.

martedì 1 settembre 2009

Occhio per occhio, scalpo per scalpo

«Non andrò a veder­lo. Quando si rovescia la storia, rappresentando ebrei car­nefici e nazisti vittime, si com­mette un falso. Sia pure con la scusa dell’ironia. Ci sono stati ca­si di vendetta, ma pochissimi. Già noti. E ben diversi da come li racconta Tarantino. A lui inte­ressa solo mostrare la violenza di quell’epoca, per fare soldi: una speculazione che non mi piace». (Yehuda Bauer, storico della Shoah all’Università Ebrai­ca, 19 libri sull’argomento, con­sulente di registi (Spielberg com­preso)

Ebrei che vanno in giro a spaccare teste di nazisti con un solo colpo di mazza da baseball, che collezionano scalpi dei medesimi, provandoci pure mucho gusto a torturali come e peggio di tanti Mr. Blonde? Capisco lo sconcerto del prof e di molti altri, preoccupati che qualcuno, guardando nell'ultimo film di Quentin Tarantino la faccetta da schiaffi di Brad Pitt ed il ghigno satanico di Eli "Hostel" Roth , possa pensare: "Però, 'sti ebrei che str..."
Non credo però che la preoccupazione di Bauer si rivolga alla reputazione di fantasmi del passato, quanto piuttosto al parallelo che qualcuno potrebbe fare con episodi molto più recenti che hanno per protagonisti israeliani e palestinesi ed episodi di braccine spezzate. Un rischio che è indubbiamente da tenere in conto.

Se non fossimo cresciuti con il terrore, camminando nel campo minato della storia del Novecento, di saltare su qualche mina dicendo per esempio che chi si macchiò di crimini orrendi non furono solo i nazisti ma anche i russi, gli alleati, i giap, insomma un pò tutti, senza per questo sminuire la responsabilità di ciascuno, non proveremmo alcun disagio a pensare alla possibilità di un plotone di "basterdi" ebrei che si vendica a modo suo e alla 'ndo cojo cojo contro i poveretti, anche se nazisti, che gli capitano sotto.

La storia insegna che i ruoli di vittima e carnefice non sono mai appannaggio di un unico schieramento ma hanno piuttosto caratteristiche di intercambiabilità.
Già Roman Polanski, in quello splendido e, secondo me definitivo, film sulla Shoah che è "Il Pianista", aveva osato mostrarci ebrei buoni ed ebrei cattivi, opportunisti e pavidi: tedeschi spietati e tedeschi compassionevoli, giusti e coraggiosi. E' per questo che è una storia così incredibilmente realistica e che spacca il cuore. Non so se Polanski sia stato così efficace nel narrare quell'orrore perchè lui stesso passò bambino attraverso la notte e le nebbie ma è molto probabile.

Guardando il film di Tarantino adesso si potrebbe pensare che se il buon capitano che salva la vita del pianista commuovendosi al suono di Chopin incontrasse sulla sua strada i basterdi, per i quali lui sarebbe solo un porco nazi da accoppare, noi troveremmo la loro vendetta eccessiva e malposta e potremmo tifare per lui soffrendo per il suo scalpo. Con la conseguenza di far soffrire di riflesso anche il prof. Bauer preoccupato dall'oscillazione del concetto di vittima. Però lo ammette anche lui, ci furono casi di vendetta commessi da ebrei. "Pochissimi però", dice.

Molti anni fa, quando preparavo la mia tesi, lessi un libro che si intitolava "Occhio per occhio" di un giornalista, John Sack, reporter di guerra e scrittore. Ve ne riporto la recensione:
Tra le numerose tragedie rimosse nella storia di questo secolo, spesso si dimenticano gli eventi che seguirono la fine della seconda guerra mondiale. Nel 1945 l'esercito sovietico occupò la Polonia e parte della Germania: una regione abitata da dieci milioni di civili tedeschi. Con efficienza tipicamente stalinista, venne subito organizzato un Ufficio per la sicurezza dello Stato, col compito di iniziare una politica di denazificazione.
Oltre a polacchi desiderosi di vendicarsi, i russi reclutarono anche ebrei scampati ai campi di sterminio.
I tedeschi che finirono nei 1225 campi di concentramento erano per il 99 per cento civili che non avevano mai combattuto, compresi donne e bambini: coloro che sopravvissero alle torture, vennero spesso falciati dal tifo e dagli stenti. Le stime più realistiche calcolano dai 60.000 agli 80.000 morti. La cifra è minima, di fronte all'Olocausto del popolo ebraico: a raggelare è che nell'organizzazione repressiva stalinista trovarono un posto di rilievo alcuni di coloro che dei nazisti erano stati vittime, e che si trovarono nella posizione per applicare alla lettera la legge del taglione.

A distanza di mezzo secolo, John Sack ha ritrovato, negli Stati Uniti e in Polonia, i protagonisti di questa vicenda: li ha intervistati, ha confrontato meticolosamente le loro testimonianze, e ha scritto un libro che cerca, con grande onostà e umiltà, di rispondere a questa domanda: che cosa ha spinto persone che hanno sofferto l'inimmaginabile a passare dalla parte dei carnefici?
"Io, come ebreo che aveva condotto ricerche in Europa", scrive Sack, "sentivo di dover riferire, perché gli ebrei conservassero la loro autorità morale, che cosa avevano fatto dei comandanti ebrei. Mi aspettavo che qualcuno mi avrebbe chiesto: "Come può un ebreo scrivere un libro come questo?" e sapevo che la mia risposta sarebbe stata: "No, come può un ebreo 'non' scriverlo?"
La storia della tragedia dei profughi dei Sudeti, con le persecuzioni, le torture, gli stupri di migliaia di donne tedesche dopo la sconfitta della Germania, si intreccia con quella dei campi di internamento per tedeschi, militari e civili, imposti dagli alleati e che causarono migliaia di morti per fame. Una denutrizione, secondo alcuni studiosi, come James Bacque che ha dedicato il libro "Gli altri lager" all'argomento, scientificamente voluta come punizione per chi aveva appoggiato il regime nazista.
Per decenni la propaganda dei vincitori ha nascosto accuratamente perfino il fatto che i tedeschi furono le prime vittime della repressione e che vi fu una piccola ma eroica resistenza contro la barbarie hitleriana. Ha celato alle nostre menti sensibili le conseguenze patite, nel dopoguerra, dal popolo tedesco come ritorsione per aver appoggiato il regime di Adolf Hitler. Una vendetta particolarmente crudele, forse pari soltanto a quella patita dai giapponesi con il doppio bombardamento atomico.

A chi in Israele ha parlato di "revisionismo", a proposito degli ebrei basterdi di Tarantino si deve rispondere che revisionismo non è negazionismo. Sono cose ben diverse e di diversa dignità. Il negazionismo è pura presa di posizione, è atteggiamento delirante nei confronti di fatti inconfutabili. La negazione è un atteggiamento psicotico.
Senza la possibilità di rivedere episodi storici attraverso, ad esempio, l'acquisizione di nuovi documenti, tuttavia, non può esserci verità storica. Questo è il revisionismo buono.
Esiste una giustizia dei vincitori ed anche una storiografia dei vincitori. A me hanno insegnato che le bombe atomiche erano necessarie per far finire la guerra in Giappone. Oggi, grazie alla storiografia che non si fida della propaganda, sappiamo che ciò non era affatto vero, e che l'uso delle atomiche fu soltanto un atto di forza contro il neo-nemico Sovietico.

Che oggi sia appurato che i giapponesi compirono esperimenti di vivisezione sui cinesi, che gli americani commisero crimini sui prigionieri di guerra tedeschi, che altri gruppi di "basterdi" volevano avvelenare gli acquedotti delle città tedesche per rappresaglia, che c'erano tedeschi buoni ed ebrei cattivi, che i bombardamento di Dresda fu un crimine contro l'umanità, lo dobbiamo alla ricerca storica che è andata oltre la comodità della versione ufficiale.
Questa consapevolezza della necessità per la storia di inseguire sempre la verità non può che convincerci ancora una volta dell'obbligatorietà di imparare la lezione della storia per evitare che il male si ripeta. Perchè potremmo essere tutti coinvolti, perchè non esistono vittime e carnefici ma ognuno di noi potrebbe ricadere in una o nell'altra categoria. Perchè in guerra non vi sono mai vincitori.

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giovedì 8 maggio 2008

Sono solo musi gialli


Muso giallo era l'appellativo (in inglese "gook") con il quale venivano chiamati negli Stati Uniti i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e che abbiamo conosciuto attraverso i film americani di guerra: "ok, ragazzi, portiamo questo baby a fottere quei dannati musi gialli e torniamo a casa".
Lo stesso appellativo razzista era servito in precedenza per altri "gialli" come i cinesi che a migliaia avevano costruito le ferrovie dell'Ovest a mani nude e in seguito per coreani e vietnamiti, i nemici della ventennale guerra indocinese.

I cittadini americani di origine giapponese, in seguito all'attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi in campi di concentramento e privati dei fondamentali diritti civili solo perchè appartenenti alla stessa etnia di chi aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. La Guantanamo di allora, in pratica, e su ancor più larga scala.
L'attacco di Pearl Harbor, tra l'altro, non fu poi così proditorio come si è sempre creduto. Tra il 2000 e il 2001 uscirono diversi libri di storici che raccontavano come l'attacco fosse stato non solo previsto ma in qualche modo incoraggiato o "lasciato accadere" dalle autorità americane, in modo da avere un pretesto per entrare a tutto campo in guerra e bypassare il tradizionale isolazionismo e non interventismo del popolo americano. Sembra incredibile ma se fosse per il popolo americano gli Stati Uniti sarebbero il paese più pacifista del mondo.

Con un evento catalizzatore, direbbero i neocon, come Pear Harbor, gli americani si convinsero a fare la cosa giusta, cioè impegnarsi nel Pacifico e quindi in Europa, dove avrebbero dato la mazzata finale alle velleità imperial-fasciste di Hitler e Mussolini.
Questi libri su Pearl Harbor sono scomparsi dagli scaffali dopo l'11 settembre 2001, ma forse è solo una coincidenza.

E' bene ricordare che i giapponesi, negli anni Trenta, erano personcine piuttosto incazzate e invasate di iper-imperialismo e mania di grandezza razziale che, tanto per dirne una, passarono alla storia per la follia dei giorni del sacco di Nanchino nel 1937 con i suoi 20.000 stupri e ogni campionario di efferratezza compiuti sulla popolazione cinese.
I giapponesi avevano instaurato una famigerata unità, la 731, formata da medici e ricercatori che nella Cina occupata praticava la vivisezione umana su migliaia di cavie al fine di realizzare armi chimiche e batteriologiche. Come accadde per i torturatori dei lager nazisti e gli angeli della morte alla Mengele, molti dei massacratori giapponesi furono assoldati dalle case farmaceutiche e dalle agenzie governative americane al fine di accaparrarsi le loro conoscenze. Solo pochissimi furono processati e condannati.

Ricordo un documentario di qualche tempo fa dove dei reduci americani e giapponesi della Guerra del Pacifico raccontavano le loro esperienze, comprese quelle di atrocità reciproche. Tutti erano concordi sul fatto di aver compiuto efferratezze sul nemico: il giapponese che aveva perfino praticato il cannibalismo e l'americano che aveva tagliato la testa al "muso giallo", l'aveva bollita e realizzato un bel teschio fermacarte per la fidanzata.
Lo stesso accadde sul fronte delle armi chimiche: ai palloni infetti spediti dai giapponesi verso le coste californiane si rispondeva, da parte americana, con lo studio di armi razzialmente mirate sui "musi gialli".

Perchè si ritorna a parlare di questi eventi storici? Perchè a distanza di sessant'anni dal lampo atomico su Hiroshima, qualche settimana fa erano spuntate delle foto inedite, trovate nel 1945 per caso da un soldato americano e scattate probabilmente da un fotografo giapponese nelle ore immediatamente seguenti all'esplosione. Le foto erano state cedute dal proprietario, Robert L. Capp, all'archivio Hoover nel 1998, con la clausola che avrebbero dovuto essere pubblicate solo nel 2008.

Erano immagini molto realistiche che mostravano per la prima volta, in tutto il loro orrore, i cadaveri a mucchi delle vittime del primo e, con quello di Nagasaki, per fortuna unico olocausto nucleare della storia. Le foto dei morti di Hiroshima (quanti veramente, ci piacerebbe saperlo un giorno), finalmente visibili e quindi reali e non più solo immaginati, rendevano loro giustizia assieme a quelle che abbiamo visto solo di recente degli altri 200.000 bruciati dal napalm prima maniera del Mattatoio 5 di Dresda.
Ora però le foto sono state ritirate perchè il curatore del sito che le ospitava ha dichiarato, senza per altro fornire molte spiegazioni, che si trattava di foto non di Hiroshima ma di un terremoto avvenuto in Giappone molti anni prima del 1945. Così, ancora una volta, i morti atomizzati siamo costretti ad immaginarceli. E' un bene comunque che ogni tanto vengano ricordati.

Se il bombardamento criminale di Dresda e di altre città tedesche fu semplicemente oscurato dalla storia e fatto dimenticare, sul bombardamento atomico del Giappone, per decenni, si è tentato di indorare la pillola: era un attacco necessario, la bomba ha impedito l'invasione di un paese fiero e indomito che avrebbeo comportato un milione di morti, è stato il male minore. Balle.
La guerra era praticamente già finita anche per il Sol Levante, nell'agosto del '45, dopo la resa della Germania e la fine della guerra in Europa l'8 maggio.
I bombardamenti convenzionali avevano già fiaccato il morale dei giapponesi e devastato le città più importanti come Tokyo. Il popolo era stremato. Il Giappone era pronto a firmare la resa con l'Unione Sovietica. Per evitare che il Giappone passasse sotto l'influenza dell'ormai già nuovo nemico e per dare una prova di forza ai russi la bomba fu scelta come botto finale di una fiera dell'orrore che aveva già riempito il mondo di mostruosità.

Fu un atto dimostrativo di forza e come tale barbaro e incivile. Barbaro anche perchè probabilmente ci fu chi pensò che dopo tutto quello era il posto ideale per testare gli effetti della bomba, visto che quelli erano solo musi gialli.


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martedì 4 dicembre 2007

Il sonno dell'industria genera mostri

Guardavo oggi su Repubblica le fotografie di Livio Senigalliesi che documentano gli effetti dell’Agente Orange sulle popolazioni del Vietnam.

Nel tentativo di stanare i vietcong in un territorio ricoperto da una fitta giungla e incuranti del fatto che lì sotto vi fossero soprattutto popolazioni civili, gli americani irrorarono il territorio vietnamita, in un periodo di dieci anni, dal 1961 al 1971, con qualcosa come 72 milioni di litri di defolianti chimici dai nomi colorati come i pastelli dei bambini: agenti blu, arancio, rosa, viola e bianco. Un arcobaleno di veleni che, a causa dei loro derivati diossinici entrarono subdolamente nella catena alimentare e diedero luogo a danni permanenti e a terribili deformazioni nelle successive generazioni. Anche i soldati americani che servivano nelle zone irrorate dai pesticidi hanno avuto figli deformi e si sono ammalati essi stessi di cancro, come denunciano le combattive associazioni di veterani come questa.

I defolianti in dotazione all’esercito USA erano gentilmente forniti soprattutto dalle multinazionali Monsanto e Dow Chemicals. L'Agente Orange era appunto una miscela di due erbicidi prodotti dalle due società. Un perfetto matrimonio d'interessi. La Dow deliziò le popolazioni asiatiche anche con il napalm, miscela di acido NAftenico e acido PALMitico, quello il cui odore la mattina faceva impazzire il personaggio di Robert Duvall in Apocalypse Now.
Il caro vecchio napalm, classe 1942, dai fasti di Dresda e del Vietnam si è evoluto sempre di più attaccandosi alla pelle e bruciandoti vivo fino al suo ultimo discendente, quel Napalm II miscela di benzene e benzina con polistirene a cui viene aggiunto fosforo bianco che ne facilita l'accensione durante la dispersione nell'aria. Do you remember Falluja?

L’agente arancio rilasciava diossina, quindi. Diossina, Seveso, anche noi nel nostro piccolo abbiamo avuto il nostro disastro con la fuoriscita di triclorofenolo, componente dei diserbanti, dalla fabbrica dell’ICMESA, nel 1976.
Niente però a paragone della più grande grande tragedia industriale della storia della quale ricorre proprio in questi giorni il 27° anniversario. Ancora più terribile e immediatamente devastante del disastro di Chernobyl, che ancora turba i nostri sogni perché l’abbiamo vissuto da vicino, con l’incubo della foglia larga e del latte radioattivo.

A Bhopal in India, migliaia di persone continuano ad ammalarsi e morire a causa del disastro che rilasciò nell’aria circostante alla fabbrica della Union Carbide, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, quaranta tonnellate di isocianato di metile, un componente di un insetticida, il Sevin.
Fu all’epoca della tragedia di Bhopal, con le immagini terrificanti di 8000 morti immediati e altri 12000 bruciati ed accecati dal gas, che imparammo questa semplice legge: qualunque erbicida, insetticida o defoliante in alta concentrazione diventa un’arma chimica. Scoprimmo anche che a poche centinaia di metri da casa nostra vi erano fabbriche di pesticidi, potenzialmente a rischio, come la Sariaf di Faenza, e non ci sentimmo più tanto tranquilli.

La storia di Bhopal è quella delle sue ventimila vittime per la maggior parte mai risarcite, della totale impunità di quel Warren Anderson che non è mai stato chiamato a rispondere in un tribunale per conto della Union Carbide che presiedeva e della stessa Union Carbide che oggi, guarda caso, è stata assorbita proprio dalla Dow Chemicals.

Quella che doveva essere una fabbrica modello, in grado di sfornare tonnellate di un geniale nuovo insetticida, il Sevin, diventò invece a causa del flop sul mercato del prodotto, uno scomodo relitto, nel quale le misure di sicurezza vennero progressivamente e criminalmente azzerate per un unico motivo: risparmiare. Quando l’isocianato di metile uscì dalla fabbrica non suonarono neanche le sirene, erano state zittite per tagliare i costi.
Il principio che ha condotto al disastro di Bhopal, risparmiare, è lo stesso che indusse la Signora Thatcher negli anni '80 a tollerare l’eliminazione dei procedimenti di bollitura delle farine animali che, se correttamente applicati, avrebbero limitato la diffusione dell’infezione da “mucca pazza”. Per non buttare via nulla si è pensato di sfruttare l’uranio impoverito che deriva dalle centrali nucleari per migliorare la penetrabilità dei proiettili. L’inquinamento da Uranio Impoverito è un’ennesima piaga che sta affliggendo le popolazioni dove sono passati i nuovi Attila, che per essere ben sicuri che non cresca più un filo d’erba usano i defolianti.

Negli ultimi tempi si è parlato di class action, che è tanto più efficace quanto meno è potete il defendant, l’imputato. Nei casi di Bhopal e dell’Agente Orange ci sono stati tentativi di class action ma contro giganti come la Dow Chemicals, che ufficialmente vende prodotti chimici, in realtà è una delle più impunite fabbricanti di armi chimiche, è una lotta contro i mulini a vento.


La natura è stata capace di creare montagne, mari, laghi, fiumi, deserti, foreste, milioni di specie animali e vegetali, tramonti, aurore boreali, stelle e pianeti, in armonia e bellezza. L’uomo moderno, l’uomo industriale accecato dal profitto sembra capace di generare solo dei mostri.

giovedì 6 settembre 2007

Santa Evita

Ho parlato di una donna e santa discussa, Madre Teresa e continuo, senza tema di polemiche, con un’altra donna, ancora più discussa, Evita, per la quale da anni giace in Vaticano la pratica di beatificazione.

Se facciamo una breve ricerca nella memoria, alla parola Evita ci possono venire in mente l’Argentina, Madonna, il fascista Peron, i descamisados, l’oro dei nazisti, le pellicce e i gioielli ma anche il non risparmiarsi per aiutare i poveri, la malattia e la morte tragica ad appena trentatre anni - gli anni di Cristo, per un cancro all’utero.

Ho letto l’anno scorso la biografia che ha dedicato ad Evita una scrittrice argentina, Alicia Dujovne. Leggendola sono rimasta intrigata, come la sua autrice, dalla camaleontica personalità di questa donna, il cui mistero rimarrà forse mai svelato, mummificato come i suoi resti mortali.
Angelo o demonio? Mostro di fascinazione al servizio del male o angelo vendicatore dell’ingiustizia sociale celato nei panni della puttana santa?
Ha usato Peron fino all’ultimo per i suoi scopi filantropici o è stata il più fenomenale strumento di marketing vivente che una dittatura abbia mai avuto? Credeva veramente che sarebbe stato possibile far cooperare capitale e lavoro o era solo un’illusa?
Era stata scolpita in un unico blocco di contraddizione. Femminista e paladina delle donne ma devota a Peron fino al fanatismo ed alla sottomissione. Anticomunista ma più concretamente vicina al popolo di tanti compagni. Difficile darne un giudizio definitivo positivo o negativo.
Era amata, idolatrata dal suo popolo come nessun’altra regina o donna politica al mondo, su questo non vi sono dubbi.

Eva Duarte era nata povera, bastarda nel modo peggiore perché figlia di un ricco che si era preso un’amante dal gradino più basso della società. Fece tutti i mestieri, compreso forse quello più antico del mondo, per risalire i gradini e giungere fino a quello più alto, quello di moglie del presidente, che nel Sudamerica di allora era un po’ come essere moglie di Dio. La sua mania per i gioielli e le pellicce derivavano sicuramente da un insanabile complesso di inferiorità che lei però curiosamente razionalizzava con il desiderio di essere bella ed attraente per i suoi descamisados, i suoi sostenitori.
Adornata e luccicante come una madonna pellegrina, moglie di un fascista che vendette interi pallets di passaporti falsi per portare in salvo in Argentina i peggiori criminali nazi-fascisti, eppure riusciva ad incantare anche gli operai con le sue tirate contro l’imperialismo e gli sfruttatori. Non andava tanto per il sottile, soprattutto con chi la criticava, con i militari maschilisti che la odiavano e soprattutto con gli oligarchi, i ricchi. Lei che era sempre stata trattata come una puttana e forse, racconta la Dujovne, anche stuprata da ragazzi dell’alta società quando era giovane, ebbe la sua rivincita diventando, per il suo popolo, più pura della Madonna.

Per Evita il fine giustificava i mezzi. Negli ultimi anni della sua vita, dopo il viaggio in Europa, divenuta protettrice dei diseredati a tempo pieno, lavora giorno e notte per raccogliere fondi da destinare ai poveri. Raccoglie vestiti, scarpe, assegna borse di studio, regala personalmente macchine per cucire, consegna assegni cospicui, con le mani sempre inanellate di diamanti. Sono la sua debolezza. Dimentica di mangiare perché deve sfamare il suo popolo e si consuma finché il suo fisico non la divora dall’interno.
La sua agonia ha l’aura del martirio. Non ha le stigmate, Evita, ma non sarebbero stonate sulle sue bianche mani.
E’ in questa parte della sua vita soprattutto che Evita si comporta come una santa. Della santa ha anche tutte le contraddizioni, quelle che la facevano civettare con uno dei peggiori assassini della storia, Ante Pavelic. Il fine giustifica i mezzi?

Si è parlato molto del viaggio che Evita fece in Europa nel 1947, dicevo. Si sa poco o nulla dei colloqui che ebbe con varie personalità, compreso l’ex re d’Italia in esilio, Umberto.
Quando venne in Italia la trattarono da puttana fascista e il Papa la congedò frettolosamente con un rosario e una benedizione. Si sa di certo che aprì alcuni conti a suo nome e a nome del fratello in Svizzera, oltre probabilmente a trasferire in conti sicuri i tesori dei nazisti transfughi in Argentina grazie all’O.D.E.S.S.A. e all’occhio accecato dal furore anticomunista di Vaticano e Stati Uniti.
Dopo la morte prematura di Evita, Juan Peron chiese di entrare in possesso dell’eredità della moglie ma si trovò di fronte ad un imprevisto contrattempo. La banca svizzera, per completare la pratica di successione, fece richiesta del certificato di nascita di Eva Duarte. Cosa che Peron non fu in grado di produrre.
Prima di morire Evita, ancora angustiata dal vecchio complesso di inferiorità e a causa di una tipica civetteria femminile, quella di nascondere l’età, aveva chiesto a Juan di distruggere ogni traccia dei documenti che si riferivano alla sua nascita. Peron pare non sia mai riuscito quindi ad entrare in possesso del tesoro di Evita. Dopo dopo il fratello di Eva moriva in circostanze misteriose.

Attorno ad Evita sono fiorite le leggende, anche le più curiose e macabre, come quelle attorno alla sua mummia perduta per molti anni in giro per il mondo.
Una leggenda vuole che lei riuscisse, con quello stratagemma della distruzione del certificato di nascita, a sottrarre i fondi per donarli in segreto in eredità ai suoi poveri.
Un’altra dice che il suo male fu causato da una capsula radioattiva nascosta nella sua poltrona da servizi segreti stranieri che volevano eliminarla a causa del suo antimperialismo.

Pur ammantato di leggenda, anche il ricordo di Evita, grazie al tempo che tutto guarisce, sta diventando sempre più flebile. Forse non sarà mai fatta santa, e non a causa delle sue idee politiche ma per il suo libertinaggio giovanile, l'unica cosa che le gerarchie vaticane non perdonano.
Anche se santa non lo era, ne fece comunque una bella imitazione. Forse la sua più grande interpretazione di attrice mancata.

martedì 24 luglio 2007

Claus Von Stauffenberg e il tirannicidio mancato

La storia degli attentati alla vita di Hitler è costellata di incertezze, titubanze e sorprendenti atti mancati che contribuirono al loro regolare fallimento.
Hitler ringraziava istericamente ogni volta la Provvidenza per avergli salvato la vita e faceva notare come fosse un segno del destino che lui fosse ancora lì, ma avrebbe dovuto piuttosto ringraziare quel sorprendente impedimento al tirannicidio creato nel suo popolo dalla suggestione del suo personaggio.

I primi attentati furono opera di persone appartenenti alle categorie perseguitate dal regime: comunisti, ebrei e cattolici. I loro gesti disperati non fecero che causare di conseguenza altro dolore. Astutamente il dottor Goebbels prese a pretesto l'attentato di un giovane ebreo per avviare l'orgia distruttiva della Kristallnacht nel novembre 1938; come nel 1933, quando dopo l'incendio "false flag" al Reichstag si era appellato alla necessità di difendere lo Stato, stringendo ancor di più la morsa persecutoria contro gli oppositori politici, soprattutto comunisti.

L'unica occasione nella quale Hitler rischiò veramente la vita fu il 20 luglio 1944, quando una bomba squarciò la baracca nella quale si teneva una riunione militare ed egli si ritrovò ancora una volta salvo ma con i timpani lesionati e la divisa bruciacchiata, tra i cadaveri e i feriti non risparmiati dall'esplosione.
Quello che avrebbe dovuto rimanere l'unico tentativo concreto della Resistenza tedesca di eliminare il Führer e rovesciare la dittatura nazista era fallito in parte per fatalità e in parte per una disorganizzazione creata dalla dissonanza cognitiva tra la necessità di agire e le forti ed inspiegabili remore sull'uccisione di Hitler. Chi apparentemente riuscì a superare questo conflitto fu l'autore materiale dell'attentato, il conte Claus Schenk von Stauffenberg.

Fin dai primi anni di guerra, come ufficiale di stato maggiore, Stauffenberg aveva assistito ai continui errori militari di Hitler. Si era indignato nell'apprendere degli eccidi commessi dietro il fronte e nei campi di sterminio e giunse alla conclusione che era stato lo stesso Hitler a ordinarli.
"Stauffenberg e altri membri dello stato maggiore cercarono di sabotare gli ordini criminali e di neutralizzare gli errori tattici, ma con scarso successo. Egli però non si accontentava "di aver tentato". Si convinse che Hitler doveva essere eliminato. Nel settembre del 1942 si dichiarò pronto a uccidere Hitler. In una riunione tenuta presso l'alto comando militare, uno degli ufficiali di stato maggiore disse la frase ormai trita che qualcuno avrebbe dovuto andare dal Führer e dirgli la verità sulla situazione militare. Stauffenberg replicò: "Il punto non è dirgli la verità ma ucciderlo, e io sono pronto a farlo". Non aveva però accesso al dittatore e non trovò appoggi. Non era neppure in contatto con i cospiratori già attivi contro Hitler, guidati da Beck e Goerdeler".
Questo episodio riportato dallo storico Hoffmann contiene una delle costanti dell'atteggiamento di coloro che venivano a conoscenza dei crimini nazisti. La reazione era quasi sempre quella di pensare: "Tutto ciò è impossibile, il Führer non può permetterlo, certamente non ne sa nulla, stanno tramando alle sue spalle, bisogna avvertirlo". Frasi che molti tedeschi si saranno ripetuti mille volte.
Quanto doveva essere forte la fiducia in quell'uomo che si era presentato come un Messia e del Messia rivendicava l'assoluta incorruttibilità e purezza. Quali meccanismi di difesa, fino alla negazione scattavano contro la minaccia di una disillusione e la vergogna di scoprire di essere stati ingannati da altri che un criminale.
La suggestione del ciarlatano Hitler sul popolo si configura come una seduzione a tutti gli effetti, alla quale segue, nelle menti più sensibili, la vergogna per essere stati sedotti.
Mentre in alcuni questa esperienza di disinganno provocava depressione e paralisi della volontà, in altri come Stauffenberg questi sentimenti erano sopravanzati dalla spinta all'agire. Fu in Stauffenberg che venne superato il tabù dell'uccisione di Hitler.

Il percorso che l'aveva portato a piazzare una bomba sotto il tavolo al quale sedeva Hitler, era iniziato nello stesso clima culturale e ideale che è considerato dagli studiosi tra i presupposti del delirio nazionalsocialista; in quello stesso movimento di risveglio nazionale tedesco che raccoglieva i giovani aristocratici come Stauffenberg attorno al poeta Stefan George ed ai suoi languori estetizzanti ed improvvisamente era poi virato nella neoplasia razzista dei pangermanisti come Alfred Schuler e Ludwig Klages.
Stauffenberg aveva applaudito gli esordi di Hitler e ne aveva servito con senso dell'onore prussiano l'esercito. Questo non gli aveva impedito però in seguito di aderire al progetto di colpo di stato della insicura Resistenza tedesca.
Dopo il fallimento dell'attentato fu condannato a morte assieme agli altri congiurati e si dice che Hitler si facesse proiettare privatamente il filmato della loro esecuzione. Himmler organizzò una vendetta barbarica contro migliaia di persone coinvolte nel complotto e contro la famiglia Stauffenberg che fu sterminata, compresi un bambino di tre anni e l'ottantacinquenne padre di un loro cugino.

Che fossero stati lo sdegno per le atrocità commesse dal suo stesso esercito o la percezione della prossima disfatta ad armargli la mano contro Hitler, il colonnello Stauffenberg fu comunque tra i pochi a comprendere chi fosse veramente il responsabile della tragedia in atto e a trarne le conseguenze.
Pochi giorni prima del colpo di stato aveva detto alla moglie:
"E' ora di fare qualcosa. Ma chi ha il coraggio di fare qualcosa deve farlo sapendo che nella storia tedesca sarà ricordato come un traditore. Se non fa nulla, però, sarà un traditore per la propria coscienza".

Non riuscì ad uccidere Hitler e a fermare la guerra anzitempo ma riuscì concretamente a fare paura al semidio schiumante di rabbia, che da quel momento si rinchiuse nel bunker, insonne ed imbottito di farmaci e droghe, tra seguaci ormai disillusi che, quando alla fine lui si suicidò, riscoprirono per prima cosa il gusto di poter fumare di nuovo liberamente.

domenica 24 giugno 2007

E' possibile una Storia obiettiva?

Si è parlato ancora di Via Rasella, delle Fosse Ardeatine e del caso Priebke, con discussioni piuttosto accese sui blog di Dacia e Cloro, che hanno coinvolto addirittura il concetto di libertà di espressione. La cosa mi ha ispirato alcune riflessioni. Oggi farò un discorso generale, piuttosto noioso temo, in un altro post mi concentrerò sul caso specifico dell’ex capitano nazista.

Leggendo tutti i commenti nati attorno all’interpretazione delle colpe di Via Rasella, mi sono resa conto che parlare di un fatto storico in maniera obiettiva è praticamente impossibile in un mondo obbligato a non osservare la realtà ma ad interpretarla in maniera ideologica e bipolare.
Come quando si hanno due tifoserie nemiche che si accusano reciprocamente di essersi rubata la partita, uno dice che la realtà è nera e l’altro dice che è bianca. Ciascuno è talmente convinto del proprio punto di vista, del proprio schieramento (le ideologie in lotta sono quella che ispira l’attuale sistema economico capitalistico e quella che raccoglie i rivoli non solo marxisti dell’anticapitalismo), che alla fine il segno positivo annulla il segno negativo e il risultato è l’impossibilità fisica di vedere la realtà fattuale. Se di ogni evento io posso dare un’interpretazione e contemporaneamente il suo opposto, posso scordarmi di poter mai capire veramente quell’evento in maniera obiettiva. E’ l’effetto del tanto aborrito relativismo.

Per la verità, in questa lotta tra opposte fazioni, c’è da tenere presente che chi detiene concretamente il potere può guidare l’informazione e creare il pensiero unico, facendo dominare la propria ideologia di riferimento. Questo è un punto fondamentale.

Quale delle due ideologie in lotta è dominante, allora? Se chiedessimo a dei visitatori alieni che ci osservano da un bel po’ chi comanda sulla Terra adesso, loro risponderebbero probabilmente una superpotenza militare rimasta senza il suo principale contendente, che cerca disperatamente, assieme ai suoi vassalli, di salvare un sistema economico in declino e incapace di dare risposte evolutivamente positive all’umanità, chiamato capitalismo. Se chiedessimo ai nostri amici alieni qual è il pericolo comunista attualmente, essi risponderebbero che il sistema dovrebbe guardarsi piuttosto dalle sue falle più che cercare nemici che ormai sono patrimonio della storia passata.

In declino o meno, chi comanda stabilisce le relazioni causa ed effetto che creano la storia presente e guidano l’interpretazione di quella passata. La storia fatta dai vincitori non è un luogo comune, è una verità.
”Se non avessimo usato la bomba atomica la guerra non sarebbe finita”. “Saddam Hussein era un pericolo per l’umanità perché aveva le armi di distruzione di massa”; “la guerra in Afghanistan è conseguenza dell’attentato dell’11 settembre”; “chi si oppone alla liberazione irachena è un terrorista”.
Chi si riconosce nell’antipotere offre un’interpretazione opposta: “Saddam era un baluardo contro l’imperialismo americano”; “la guerra in Afghanistan nasce dalla stessa spinta imperialistica”; “chi si oppone all’occupazione irachena è un partigiano”.

E lo storico, che dovrebbe dare un’interpretazione obiettiva e scientifica basandosi sui puri fatti, come può operare in un clima di opposti estremismi interpretativi?
Se potesse analizzare gli eventi liberandosi dal peso delle armature ideologiche, il compito sarebbe facile.
Un tipo particolare di relativismo, quello psicologico, che permette di “mettersi nei panni” di entrambi i contendenti per capirne le rispettive ragioni, potrebbe aiutare.
Il revisionismo, dal canto suo, sarebbe assolutamente necessario per il progresso della ricerca storica, perché è solo dall’emersione di nuovi documenti, dalla possibilità di riscrivere la storia alla luce di fatti nuovi ed inediti che si può superare la logica della “giustizia dei vincitori”.

Revisionismo, è meglio puntualizzarlo prima che qualcuno salti su come una molla, non è negazionismo. Dire che i bombardamenti di Dresda furono un crimine inutilmente crudele contro una popolazione civile non toglie una virgola dalle colpe dei nazisti in termini di genocidio. Far conoscere le condizioni di vita al limite della sopravvivenza nelle quali furono tenuti migliaia di prigionieri di guerra tedeschi nei campi tenuti dagli alleati in Germania non offusca gli orrori di Dachau e Auschwitz. Portare alla luce i crimini di guerra che commisero anche gli Italiani brava gente è pura giustizia.

Purtroppo il relativismo “empatico” e il revisionismo costruttivo non sono amati né dal potere né dal contropotere, che preferiscono annichilirsi a vicenda lasciando che la discussione marcisca in un pantano senza uscita. Così il potere, facendo credere che il contropotere è potente quanto lui, può rafforzarsi e autolegittimarsi nella propaganda e nella menzogna.
Chiediamo ancora ai nostri alieni quale di due eserciti in lotta tra loro ha ragione. Nessuno. L’umanità deve solo liberarsi di una cosa, direbbero, della guerra.

sabato 10 febbraio 2007

"Si ammazza troppo poco!" - L'altra faccia della memoria

E’ giustissimo il 10 febbraio ricordare le vittime delle foibe ma penso che ancora una volta si sia persa un’occasione (ahi, Presidente!) per fare ulteriore chiarezza e giustizia su quello che fu il mattatoio dei Balcani nella seconda guerra mondiale.
Al giusto riconoscimento alle vittime delle foibe si attende da sessant’anni che si affianchi quello per le vittime dell’aggressione italiana alla Jugoslavia. Non per fare il solito sporco gioco del bilancino bipartisan che vuole soppesare le vittime e schierarle da una parte e dall’altra, ma semplicemente per ricordare che se vi furono vittime dimenticate, altre continuano ad esserlo e giustizia vorrebbe che fossero ricordate tutte.

La campagna italiana (fascista) in Jugoslavia fu condotta con pugno di ferro da generali come Roatta e Robotti, volonterosi alleati di Hitler nel progetto di “germanizzazione” dei Balcani. Proprio a Robotti si deve la frase che ho messo nel titolo: “Si ammazza troppo poco!”, a commento di un fonogramma inviatogli dal Capo di Stato Maggiore Galli nel 1942 con il resoconto di un rastrellamento in zona Travna Gora.
All’Italia, come premio per l’impegno a fianco del Terzo Reich, furono assegnati i territori della provincia di Lubiana in Slovenia, il controllo del Regno di Croazia e il protettorato del Montenegro.
Alleati dei fascisti italiani nella repressione tra gli altri di serbi, rom, ebrei ed oppositori erano i feroci Ustascia croati il cui capo, il collezionista di occhi nemici Ante Pavelic secondo Curzio Malaparte, fuggì in Argentina impunito grazie alla rete della Via dei Topi gestita con la complicità del Vaticano, della quale ho parlato in un post precedente.

Durante l’occupazione italiana, la popolazione slovena fu sottoposta a deportazione in campi di concentramento in Jugoslavia (come il famigerato Arbe al quale si riferisce la foto) e anche in Italia per far posto alla colonizzazione fascista. Qui trovate un articolo sul campo di concentramento di Alatri e le foto (questo sito contiene altre testimonianza delle atrocità alle quale parteciparono gli italiani, con immagini estremamente crude).

Sui crimini di guerra italiani, di cui la Jugoslavia fu soltanto uno dei teatri oltre l’Africa Orientale e la Libia, permane una congiura del silenzio che può essere spiegata solo con i sordidi interessi della guerra fredda.
Invano il governo jugoslavo chiese per molti anni che i criminali di guerra italiani fossero estradati per essere giudicati. Per loro non vi fu mai alcuna Norimberga, perchè godettero sempre di protezioni politiche e diplomatiche. Non vi fu mai una discussione sui crimini di guerra italiani semplicemente perché si decise di farli scomparire e di inventare al loro posto la leggenda degli “italiani brava gente”.

Molti anni fa, ormai venti, la BBC realizzò un documentario, “Fascist Legacy”, avvalendosi della collaborazione di storici come Michael Palumbo, autore anche di un volume sui crimini di guerra italiani che mai passò le maglie della censura e rimase inedito.
Questo documentario diviso in due parti, una dedicata al teatro jugoslavo e l’altro a quello africano, è una visione illuminante per coloro che sono cresciuti con l’idea che l’italiano in guerra non ha mai fatto male ad una mosca. Vi si parla di orrori, di esecuzioni sommarie, di campi di concentramento come Arbe in Croazia, dove i vivi venivano lasciati morire di fame in condizioni igieniche spaventose e i morti venivano seppelliti a tre per ogni fossa.
E’ una visione che fa star male, perché ci si sente traditi, ci si vergogna non solo di ciò che è stato fatto da nostri connazionali, ma anche per l’impunità della quale hanno in seguito goduto.
Un’impunità che era probabilmente voluta un po’ da tutti, anche da coloro che per nascondere le proprie magagne hanno lasciato che su queste infamie calasse l'oblio. Fu Togliatti a firmare l'amnistia che diede un fenomenale colpo di spugna ai crimini fascisti. Tu lascia stare i miei e io lascio stare i tuoi, alla faccia dei morti. Se delle foibe non si è parlato per decenni nulla mi vieta di pensare che fosse dovuto anche a questo patto bipartisan del silenzio.

Tornando al documentario di Ken Kirby, fu acquistato e doppiato dalla RAI ma mai messo in onda. E’ stato presentato a mezzanotte da La7 un paio di anni fa o più, alla chetichella, e riproposto in seguito da History Channel nel pacchetto Sky. Avrei voluto proporvelo ma non l’ho trovato in rete.
In compenso in Internet si trovano molti documenti e materiali su quelle pagine oscure della nostra storia. Qui troverete un esauriente catalogo di articoli sulla campagna italiana nei Balcani, le foibe e il cover-up dei crimini italiani.

In questa strana memoria settoriale della storia dove, a seconda delle simpatie, le vittime possono essere ricordate o meno, spero che un giorno, oltre alle vittime delle foibe (tutte, non solo quelle italiane), si ricordino anche le altre.
I deportati sloveni, gli internati di uno dei campi di sterminio più terribili come Jasenovac, tomba di ebrei, musulmani, serbi e rom, gestito dai nostri alleati di allora, lo chiedono invano da sessantadue anni.

giovedì 21 settembre 2006

L'infame "via dei topi"

Cosa provereste venendo a sapere che nella scuola che avete frequentato per anni, proprio nelle stesse stanze, è possibile che siano passati Josef Mengele, Klaus Barbie, Erich Priebke e Adolf Eichmann?
E' una storia che ho scoperto solo di recente navigando in rete.
Il 31 Luglio 2003 “Il Secolo XIX” di Genova iniziò la pubblicazione di un’inchiesta che ricostruiva l’intricata vicenda di quella che è stata definita la "ratline", la "via dei topi" organizzata in Europa nel dopoguerra per consentire la fuga, prevalentemente in Argentina ed in altri Paesi latinoamericani, di criminali di guerra nazi-fascisti ricercati per crimini contro l’umanità. Una vicenda in parte già nota da tempo, grazie ai libri di studiosi argentini come Jorge Camarasa e Uki Goñi, quest’ultimo autore di un libro pubblicato dopo la desecretazione dei documenti degli archivi della Direzione nazionale delle migrazioni in Argentina, resi pubblici nel luglio 2001 per volere del presidente Néstor Kirchner.

Secondo l’inchiesta del giornale genovese, i suddetti criminali nazisti dal 1947 al 1951 fecero tappa sotto la Lanterna dove ottennero i documenti per l’ emigrazione. Il "Secolo" pubblicò la mappa degli alloggi (via Ricci,via Balbi, eccetera) dove vissero temporaneamente Eichmann, Barbie e Mengele in attesa del passaporto con la nuova identità (nella foto quello rilasciato a Mengele).
Dal reportage risultò pure che Ante Pavelic, il feroce capo degli Ustascia croati, si imbarcò da Genova per l’Argentina con il falso nome di Pal Aranyos l’11 ottobre del ’48.

Fulcro dell’organizzazione era la D.A.I.E., la Direcion Argentina de Immigracion Europea diretta da Carlos Fuldner, amico di Peron ed ex ufficiale delle SS, che si occupava di far pervenire a Buenos Aires l'elenco dei criminali nazisti da mettere in salvo.
Ed ora viene il bello: la D.A.I.E. era situata allora a “Villa Bombrini” in via Albaro 38, l’attuale sede del Conservatorio di Musica. La scuola dove io ho studiato negli anni '70.
“Fuldner redigeva a via Albaro gli elenchi dei nazisti da far fuggire, li spediva in Argentina e da lì, in poche settimane, giungevano i visti di ingresso, completi delle foto dei criminali ma intestate a nomi fittizi. Da Genova, la pratica passava a Roma, dove la Sede della Croce Rossa rilasciava i passaporti relativi ai nomi falsi, rispedendoli a Genova. Fatto ciò, bastava trovare posto per i fuggitivi sulla prima nave che salpasse per l'Argentina. È ormai certo che, in quegli anni, passarono per Genova, e di lì fuggirono in Sudamerica, criminali del calibro di Klaus Barbie ("il boia di Lione"), Adolf Eichmann (il pianificatore dello sterminio degli ebrei, rapito dal Mossad nel '61 e impiccato in Israele l'anno dopo), Josef Mengele (il "dottor morte"), Erich Priebke, il dittatore croato Ante Pavelic. […]
Gli archivi della Croce Rossa svizzera, utilizzati da Uki Goñi per ricostruire la rotta dei nazisti verso il Sudamerica, dicono che anche Gerhard Bohne fece tappa a Genova nel gennaio del 1949. Bohne era una delle SS cui Hitler affidò nel 1933 il piano “Aktion 4“ per lo sterminio degli handiccappati fisici e mentali e che fece 62 mila vittime”. (tratto da ADISTA, Agenzia d'informazione sul mondo cattolico e le realtà religiose N°65 del 20 settembre 2003)

Particolarmente interessante, come emerge dall’inchiesta, è il ruolo della Chiesa nella vicenda. Il sacerdote croato Carlo Petranovic, dipendente della curia genovese, era in contatto con la D.A.I.E. e avrebbe gestito direttamente i rapporti tra Vaticano, Croce Rossa, Auxilium e Comitato nazionale emigrazione in Argentina. L’Auxilium, fondata dal cardinal Giuseppe Siri, e il Comitato Nazionale Emigrazione in Argentina erano particolarmente attive nel salvataggio di “anticomunisti” secondo una tesi contenuta già nelle risultanze della Ceana (Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina, costituita da Menem nel '97) e raccontata nel libro "La via dei demoni", del giornalista di "Repubblica" Giovanni Maria Pace.
Conferme di ciò appaiono anche in una nota del Central Intelligence Group (C.I.G., creato da Truman nel '46 e sostituito alla fine del '47 dalla C.I.A.), datata 21 gennaio 1947 e ritrovata da Goñi durante le sue ricerche.
Non è un mistero che anche gli americani fossero interessati alla salvezza di noti esponenti nazisti e scienziati, per quella che è nota come Operazione Paperclip.
La rete di ecclesiastici impegnati nel facilitare la fuga di nazisti e fascisti faceva capo, in Vaticano, a mons. Alois Hudal, rettore fino al '52 del Collegio tedesco di S. Maria dell'Anima, e vescovo notoriamente filo-nazista che da Roma inviava le richieste di visti.
Scrive ancora "Il Secolo XIX": "Nella relazione conclusiva presentata dal CEANA (Comisiòn para el Esclaracimiento de las Actividades Nazi en la Argentina) nel 1999 si fa riferimento in particolare a una lettera del 31 agosto 1948 in cui il vescovo Hudal spiega a Peron che i visti richiesti non sono per profughi ma 'per combattenti anticomunisti il sacrificio dei quali durante la guerra ha salvato l'Europa dalla dominazione sovietica'".
Gli archivi della CEANA restituirono un primo elenco dei 65 nazisti riparati nel Paese sudamericano. Di questi ben 22 ottennero passaporti e visti a Genova. I dossier del Centro immigrazione di Buenos Aires confermarono che Mengele fu arrestato a Genova. Non fu riconosciuto e dopo due giorni fu rilasciato.

Quali furono le reazioni all’inchiesta del “Secolo XIX” nel 2003? L’allora vicepresidente della Camera Alfredo Biondi chiese subito, con un’interrogazione al presidente del Consiglio, di verificare la vicenda dei nazisti passati da Genova.
Il senatore diessino Aleandro Longhi richiese una commissione di inchiesta che non risulta sia ancora stata insediata secondo il sito del Senato.
L’arcivescovo di Genova, monsignor Tarcisio Bertone, dichiarò che la Curia genovese era all’oscuro degli aiuti che venivano dati ai nazisti e annunciò un’indagine storica negli archivi vescovili per appurare le eventuali responsabilità . Di tutte queste iniziative non si è saputo più nulla.
Petranovic, il “misericordioso”, che si allontanò da Genova nella primavera del '52, oggi ha quasi 90 anni e vive in Canada, in una zona al confine con gli Stati Uniti, ospite di una comunità di suore.


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