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giovedì 1 gennaio 2015

Eurocomunisti


Finalmente. Qualcuno doveva pur farlo e io volentieri rilancio, perché quale giorno migliore del primo dell'anno per gettare una bella secchiata di acqua gelida in faccia a chi ancora dorme dopo i bagordi del trentun dicembre, sognando naturalmente gli Stati Uniti d'Europa Che Non Ci Sono?
Occhio ragazzi che oggi tocchiamo un altare bello grosso, un altarone, altro che altarino. Lo faccio per ricordare che in fondo il nostro amatissimo quasi ex presidente, pet communist dei triocchiuti come Kissinger, non si è svegliato così improvvisamente una mattina e bella ciao, ma il suo pensiero risponde ad una logica precisa che incarna perfettamente la parabola del partito comunista italiano: dalle stalle alle stelle e per aspera ad Aspen. Quindi non bisogna nemmeno avercela tanto e solo con lui perché è sempre stato un comunista "di destra".

Scrive Alberto Bagnai, e cito per intero la pagina 227 di "L'Italia può farcela" (il Saggiatore, 2014)
"Di Berlinguer (Enrico) tutti ricordano la tragica fine, ma non tutti ricordano l'elogio dell'austerità, che nel 1977 vedeva come una "occasione per trasformare l'Italia". Un elogio che ovviamente va calato nel contesto, che noi vediamo col senno di poi, che andrebbe interpretato secondo la solita causa del de mortuis nihil nisi bonum, che forse era un tentativo, magari tatticamente corretto (ma comunicativamente e strategicamente coronato da insuccesso), di proporre un modello alternativo a quello capitalistico, ma che nei fatti, in parole povere, implicava una richiesta di moderazione salariale (seppure per nobili fini e come parte di un nobile disegno), proprio nell'anno di maggiore avanzata del PCI. Dall'anno successivo la quota salari sarebbe scesa, e tre anni dopo la crescita dei salari reali si sarebbe arrestata. I tanti tentativi di esegesi del famoso discorso dell'Eliseo (uno fra tutti: Ciofi, 2014) dovrebbero, per completezza di informazione, essere corredati dalla Figura 21 di questo libro [a pag. 142, ndr], così, tanto per capire di cosa si stia parlando. Alla frase "l'austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo" vorrei opporre la serena constatazione del fatto che, come stiamo vedendo in questo capitolo, il sistema, nella "crisi strutturale e di fondo" ci sarebbe entrato proprio grazie alla mistica dell'austerità, della moderazione, ovviamente quella dei poveracci come me e te, caro lettore, certo non quella  delle simpatiche élite. Di questa mistica Berlinguer e Monti - sia pure in modi, tempi e luoghi diversi (ma non troppo), e con intenti ancor più diversi - hanno oggettivamente contribuito a creare il frame, il meccanismo comunicativo che la rendette socialmente accettabile a chi poi ne è stato vittima. A posteriori, mi pare difficile  negare che il discorso di Berlinguer del 1977 sia il primo anello di una lunga catena in fondo alla quale troviamo l'ode a Monti liberatore, declamata in prima pagina dell'Unità il 13 novembre 2011. Liberi, ovviamente di pensarla in modo diverso: ma ricordatevi che l'elettore ex comunista medio ha acclamato il liberatore Monti perché lo trovava "presentabile" per il suo aspetto austero. Aveva un aspetto austero anche Berlinguer, o per lo meno così lo ricordo io."
Posso confermare. Dio solo sa quanto mi costi ammetterlo ma il frame funzionò perfettamente, in quel novembre 2011, anche sulla sottoscritta. Ricordo di aver pensato qualcosa come "almeno è arrivata una destra presentabile" o giù di lì, al posto di quella alla puttanesca del bieco utilizzatore finale di povere ragazze migranti che ci aveva fatto vergognare per tutta l'estate di fronte a questo ipertrofico Super-Io europeo giudicante che ridacchiava di noi. Per fortuna la concomitanza del caso Strauss-Kahn con quello di Ruby mi era parsa sospetta, Monti mi si rivelò ben presto losco e di lì a poco avrei fatto anche il salto quantico dal rag. Spinelli agli Spinelli padri fondatori ed al sogno-incubo europeo.  Ma questo non interessa a nessuno. Torniamo al brano citato.

L'austerità personale di Berlinguer, che anch'io ricordo bene e che era vista positivamente nell'ambiente altoborghese che frequentavo perché segno inequivocabile delle sue origini nobili e garanzia di serietà, di comunista accettabile insomma, finì per significare anche un'altra cosa e la morte da sacerdote laico offerto in sacrificio sull'altare della difesa del proletariato avrebbe aggiunto una componente mistica alla percezione, alla Gestalt: l'austerità incarnava la moralità della sinistra che, all'interno del frame della questione morale (in realtà, come vedremo, moralismo) stabiliva il principio del bravapersonismo  di default dell'uomo politico comunista, dalla variante "mi su de quei che parlen no" alla Primo Greganti, fino al postpepponismo emiliano variante Prodi, Bersani e Poletti. Uomini che il famoso elettore ex comunista medio pensa non farebbero male a una mosca e per le quali metterebbe altro che la mano sul fuoco. 
In questo senso Matteo Renzi, con la sua faccia da Lucignolo anche se con l'aria un po' bischera a diluirne omeopaticamente la birbantaggine, è già il superamento di questo frame, è il testimonial di una sinistra ormai passata del tutto al lato oscuro che può permettersi di cominciare a mostrare il suo vero volto, che è così ben rappresentato fin dagli anni duemila dal sorriso quasi da Joker di Gotham City di Tony Blair.

Diciamo che il "cambiare l'Italia" di Berlinguer potrebbe quindi non essere molto diverso da quello di Matteo Renzi, anche se quest'ultimo ha sicuramente meno signorilità nel porgere il concetto e allora l'odioso mantra delle riforme non era ancora stato implementato. 
Se ripensiamo al governo di unità nazionale del 1978, al quale il rapimento e l'assassinio di Moro sembrò opporsi con la violenza del terrorismo e su mandato di interessi atlantici, dobbiamo supporre in realtà che, proprio a causa di quel sacrificio umano, non fu altro che la madre di tutte le larghe intese e servì a cementare per sempre l'Italia nello schema del gioco democratico bipolare dell'alternanza tra un partito di destra e uno di estrema destra (cit. Gore Vidal). Quello si rappresentante gli interessi delle élite sovranazionali in marcia verso la vittoria dall'alto della lotta di classe.
Non a caso non vi fu mai più tanta risolutezza e decisionismo al potere come nei giorni del partito della fermezza, formato da Partito Comunista e Democrazia Cristiana. Non a caso chi si opponeva al sacrificio di Moro allora era solamente il Partito Socialista, ovvero la forza politica che sarebbe stata spazzata via, assieme ad una visione socialdemocratica e keynesiana dell'economia e progressivamente a pezzi sempre più importanti di sovranità politica, istituzionale e monetaria nazionale, dalla furia di Tangentopoli che spianava la strada al bipartitismo fasullo in appalto all'industria della politica spettacolo ed alle arti della propaganda. Propaganda che per i vent'anni successivi, grazie ad una vera e propria macchina da guerra mediatica, avrebbe imbastito la pantomima della finta lotta tra Berlusconi e i comunisti da una parte e le bravepersone contro Berlusconi dall'altra. L'anticomunismo in assenza di comunismo vs. l'antiberlusconismo rituale.

La datazione al radiocarbonio del tradimento della sinistra e del suo passaggio in blocco agli interessi delle élite, perché mi pare si possa dire sapessero bene cosa stavano facendo, ci porta quindi ai tempi della Terza Via ed all'inquietante, con il senno di poi, concetto di eurocomunismo?
Il fil rouge che Bagnai stende tra Berlinguer e Monti, pur facendo belare di dolore e rabbia, immagino, gli innocenti agnellini della sinistra dura e pura, sembra indicarlo. Io ho dubbi anche su Togliatti, per via di tutti quegli armadi della vergogna, ma visto che parliamo dei tempi più recenti che hanno condotto, per le decisioni che furono prese allora, dal "divorzio" e dalle privatizzazioni al vincolismo, fino al club privé BSDM dell'eurozona ed alla catastrofe attuale, possiamo fermarci agli anni settanta, che sono proprio l'inizio della sperimentazione mondiale di quella shock economy che è tutt'ora l'arma vincente dell'ultracapitalismo.
La pistola fumante del tradimento è l'accettazione fin dagli anni settanta del principio dell'austerità (da imporre alle classi subalterne, s'intende) che, al di là dell'impronta decrescitista malinconica berlingueriana, visto che è imposta dall'alto, non potrà che tradursi, nelle mani dei sicari del mercantilismo e dell'ultraliberismo, nella famosa durezza del vivere del genero di Spinelli: nella contrazione dei salari, nella rinuncia alla scala mobile ed al via libera alla precarizzazione del mercato del lavoro. Dalle varie riforme Treu al Jobs Act, che ormai non parla più nemmeno italiano, tanto per essere chiari chi comanderà a breve. Tutte riforme che sono state volute dalla sinistra e certamente non ostacolate dai sindacati, se non a parole e a colpi di torpedoni e bandiere rosse da portare a Roma.

"Se non puoi svalutare la moneta sei costretto a svalutare i salari". Qualcuno di loro comincia a svegliarsi nel mezzo della fase REM in preda all'incubo. Fassina, per esempio. Lui ha capito, ora si tratta di farlo capire al famoso elettore ex comunista. Al quale perfino la massoneria ormai va dicendo apertamente che "va imputato alla principale forza politica della sinistra italiana, prima di non essersi convertita per tempo al socialismo democratico e libertario [...] allorchè Berlinguer & Company continuarono a gingillarsi in fumose prospettive anticapitaliste, anticonsumiste ed eurocomuniste [...] poi di essersi frettolosamente e maggioritariamente convertita, nelle sue transizioni da Pci a Pds Ds e Pd a una visione del capitalismo sostanzialmente neoliberistica." (Magaldi, 2014).

Si potrebbe aggiungere inoltre che la questione morale, cavallo di battaglia dell'era berlingueriana, non a caso titolo di una celebre intervista di Ugenio nostro al Segretario, con la sua demonizzazione dei partiti e della politica e, in sottofondo, autorivendicazione pelosa di bravapersonismo contro la corruzione di altri, e con il penitenziagite guarda caso rivolto a coloro che difendevano il ruolo dello Stato come controllore e rappresentante dell'interesse collettivo contrapposto al proprio eccezionalismo, ha finito per condurci, ed in perfetto orario, all'attuale politica fatta da nominati ed alzamanos, sempre meno portatori di ideali e sempre più di interessi lobbistici. Appunto al Mario Monti in missione per conto di Goldman Sachs, per giunta latore delle missive con i compiti a casa di Maestra Angela Merkel ai piccoli discoli italiani.

De mortuis nihil nisi bonum si, ma quel che è giusto è giusto e che si sappia.

mercoledì 12 settembre 2012

Quello che si sa ma non si dice


"Quanto al futuro, ascolti: / i suoi figli fascisti / veleggeranno / verso i mondi della Nuova Preistoria." (Pier Paolo Pasolini, da "Poesia in forma di rosa".)

"I maggiori centri decisionali non saranno tanto nel governo o nel parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch'essi avviati ad un coordinamento internazionale". (Eugenio Cefis, 1972)

Chiunque volesse cimentarsi nell'interpretazione dell'attualità, di questo drammatico passaggio tra Seconda e Terza repubblica, per capire cosa stia succedendo ed azzardare una previsione del nostro futuro, può farlo  utilizzando gli strumenti della nostra Storia, con i suoi preziosi suggerimenti e i tanti indizi che diventano prove.
Perché c'è un filo - o meglio una catena di schiavitù - che lega i destini delle generazioni che hanno vissuto gli anni dal dopoguerra ad oggi. E' una Storia che ha costanti immutabili, che ha incastonata una maledizione  - quella dei "vent'anni"- legata alla ciclicità delle sue crisi, che ha seminato morti e distruzione per ottenere una sola cosa: il declino inarrestabile di un paese - al quale assistiamo impotenti oggi - sacrificato sull'altare di interessi privati e sovranazionali.
Una Storia che non ha avuto pietà dei grandi uomini: industriali, politici e poeti colpevoli di non essersi piegati ma ribellati alle regole, di aver voluto tentare di  cambiare le cose o solo di testimoniare, urlandola, la verità e tanto meno ha avuto pietà degli uomini e donne anonimi che attendevano il loro turno ad uno sportello bancario o il treno in sala d'aspetto, semplici agnelli sacrificali da offrire in olocausto sul solito altare sempre bramoso di sangue innocente.
Una Storia che in prospettiva non ci offre niente di buono ma solo ancora asservimento ad un Potere che sempre di più, mano mano che ogni resistenza ad esso viene meno, pensa di poter decidere della nostra vita e della nostra morte, come un dio onnipotente non solo malvagio ma anche ottuso e quindi ancora troppo umano. Di un'umanità maligna che non riuscirà mai a scrollarsi di dosso.

Questa Storia, così come l'ho analizzata e studiata in questi anni e che credo di avere capito, aggredisce e sconcia le sue vittime, ci annichilisce  tutti - noi che vorremmo tanto vivere in un paese libero di scegliere il proprio destino - e ci abbandona nella solitudine. La solitudine dell'espressione triste di Pasolini che ritrovo in tanti di noi. E' l'insopportabile protervia degli esecutori del Potere che pretendono, con la logica tipica degli usurpatori, di essere ingiudicabili come la moglie di Cesare. Al di sopra della legge di Dio e degli Uomini perché hanno venduto la propria anima agli uomini che vogliono essere Dio. 
E' una Storia lunga quasi settant'anni che comincia con una sconfitta che marchierà questo paese per sempre e lo vincolerà al principio della sovranità limitata. Una storia di trattative sottobanco, di alleanze criminali, di tradimenti. Tutto sempre all'insegna del gattopardismo: della necessità che mai niente cambi veramente. La condanna definitiva ed in giudicato all'ingovernabilità palese ed all'immobilismo occulto della nostra nazione.

Questa Storia ha due punti cardine che permettono di comprendere gli avvenimenti che si sono succeduti in tutti questi anni.
La madre di tutte le trattative, la prima di tante che verranno è la liberazione di Lucky Luciano da un carcere di New York e la sua spedizione in Sicilia per preparare il terreno allo sbarco alleato ed assicurarsi l'appoggio dei boss locali che controllano il territorio. La Mafia diventa così a pieno titolo uno dei soggetti che potranno sedersi al tavolo della pace, assieme ai partiti che nasceranno dalla Resistenza, alla Chiesa ed al potere industriale. La Mafia non è andata al potere negli anni novanta, per intenderci. Godeva già di ottime credenziali nei palazzi del potere.

La madre di tutti gli inciuci, degli accordi sottobanco, delle logiche partitiche di spartizione del potere è invece l'amnistia per i criminali di guerra firmata dal Togliatti ministro nel 1946. I responsabili della guerra appena perduta, dell'alleanza con il nazismo, dell'imperialismo fascista e delle stragi da esso compiute: i Badoglio, i Graziani, i Roatta - Mussolini è stato magnanimamente e strumentalmente concesso in dono al popolo ed alla sua rabbia - vengono non solo graziati ma sulla storia dei crimini di guerra italiani sarà eretto il primo muro di gomma dei tanti che sarebbero seguiti. Abbiamo stuprato, ucciso, torturato in Yugoslavia, siamo stati i primi ad infoibare, avevamo i nostri lager, gli etiopi hanno assaggiato le nostre armi di distruzione di massa - con Mussolini che scriveva proprio "gasateli" sui telegrammi, firmandoli senza pudore - ma da quel momento, grazie ad un innominabile do ut des chiamato pacificazione nazionale diventiamo perfino leggenda: la figura mitologica dell'italiano brava gente. Gli unici, in una guerra che ha visto scatenare i peggiori istinti omicidi in tutti i popoli coinvolti, ad esserne usciti puri come gigli e addirittura ancora più buoni di prima. I comunisti dicono che non si poteva fare altrimenti, che si doveva evitare la guerra civile ma di fatto l'amnistia serve per cancellare qualunque possibilità di giustizia per le vittime e per facilitare la cancellazione di tutte le colpe. Da una parte e dall'altra. 
L'effetto collaterale del patto di sangue con la Mafia - che prima o poi presenterà il conto - e della spartizione delle responsabilità criminali tra le due fazioni in lotta che si annullano a vicenda in nome di una par condicio scellerata è che il fascismo, non necessariamente e solo quello nero, non sarà mai definitivamente sconfitto ma potrà rimanere in sottofondo, in standby, pronto a risorgere appena le circostanze lo permetteranno. Con un golpe magari o, come usa oggi, con un governo che abbia il coraggio, non essendoci più i freni morali, di fare strame direttamente della Costituzione.

Il resto, tutto ciò che è derivato da questi due eventi possiamo farlo scorrere con l'avanti veloce. Mattei e le trame interne ed esterne dell'ENI, la maledizione del petrolio, voleva fare di testa sua, la palla di fuoco di Bascapé. La Mafia, le sette sorelle, Cefis.
Moro e l'apertura a sinistra, con Gladio che vigila e lavora nell'ombra. Il golpe De Lorenzo, il golpe Borghese. Bagattelle. "E' inutile", dirà Eugenio Cefis, l'uomo nero dell'ENI e il fondatore della P2, "il golpe in Italia non si fa con le sciabole e i carri armati ma con il controllo dei media: giornali e televisioni". Un profeta.
Pasolini, l'oracolo poeta, vede e scrive la realtà e ci consegna, immondo e rivoltante, il nostro futuro, questi anni di sangue e merda perché possiamo tentare di difendercene. Vede il legame tra le trame di ieri e dell'oggi - si, proprio quella P2 che sta preparando l'assalto finale alla roccaforte del potere - e lo denuncia, lo urla.  Lo massacrano gridandogli "frocio, comunista". E' morto per colpa delle sue tendenze, diranno.
Il sessantotto, gli studenti. Quelli autentici e quelli infiltrati. C'è una pericolosa alleanza tra operai e studenti che dev'essere spezzata. Ci vuole un rimedio. Le bombe, gli attentati. Sono stati gli anarchici (ma erano i fascisti). La strategia della tensione, il terrorismo che fa rinascere quella guerra civile che Togliatti diceva di voler evitare. Rossi contro neri. I morti per le strade. Milano, Brescia.  Non possiamo permettere che un paese finisca nelle mani dei comunisti. Lo dice Kissinger in un orecchio a Moro, nel 1974, un anno dopo aver chiarito il concetto a Salvador Allende in Cile. Nasce la televisione spazzatura ma la chiamano libera. Tette e culi per spianare la strada all'omologazione, alla volgarità che dovrà minare alla radice per distruggerla la nostra cultura. La tabula rasa che è fondamentale per la terapia dello shock ed il successivo ricondizionamento. Moro e i 55 giorni. Lo massacrano in nome della difesa dello Stato. Era diventato pazzo, diranno. Ustica. Il nostro doppiogiochismo e la pulsione al tradimento. Bologna. Gli allegri ed opulenti anni ottanta. Craxi che firma la sua condanna a Sigonella. La P2, nuova gestione Gelli. Calvi e lo IOR di Monsignor Marcinkus.
Vent'anni. La giostra si ferma. La prima repubblica finisce alla gogna di Mani Pulite. Socialisti, repubblicani, democristiani, scendano, prego. I comunisti no, rimangano per il momento, che ci servono ancora. Per potervi difendere dai comunisti.  Ancora morti. Suicidi molto strani, come quello di Raul Gardini, toccato dalla maledizione dell'ENI trent'anni dopo Mattei. La Montedison che era di Cefis. Una zeppa, il corsaro, uno troppo intraprendente, un'anomalia, un rivale. Troppi galli nel pollaio. Si è suicidato perché avrebbe dovuto testimoniare, diranno.
Craxi e le monetine, Di Pietro sei tutti noi. E poi la trattativa, le stragi, la Mafia che alla fine presenta il conto e in lista c'è segnato proprio tutto. Falcone e Borsellino che hanno volato troppo vicino al Sole.
Si cambia per non cambiare. Ci vuole uno fico, un imprenditore di successo magari, uno del Nord, un milanese ma con agganci a Palermo. Uno con le televisioni, e se non ne ha abbastanza gliele daremo tutte. Anche i giornali. La visione di Cefis. Cefis che disegnava il futuro con Gianfranco Miglio, l'ideologo della Lega. Colui che voleva il Nord in mano ai movimenti federalisti in odore di nazionalsocialismo e il Sud alle Mafie: la vietnamizzazione dell'Italia in nome di chissà quali interessi particolari. Altro che Casaleggio.
E poi lo sdoganamento definitivo del fascismo. La shock therapy a Genova: le botte, le notti cilene, un due tre, arriva Pinochet. La politica del bipolarismo, facciamo finta di essere democratici ed anglosassoni. Prodi e l'euro nato deforme. Prodi e le privatizzazioni. Prodi e, aiuto ci rubano le elezioni. Poi di nuovo l'imprenditore di successo, amico di brave persone come il boss Mangano e benefattore di altri amici come i collezionisti di diari falsi, capitoli mancanti e messaggi cifrati, da tirar fuori al momento giusto. Uno che non paga la corsa del taxi e poi scende ma compra direttamente macchina e tassista. Uno drogato di sé stesso che alla fine è andato in overdose.
Diciassette anni. Peccato, avrebbe superato il record di Mussolini se non avesse avuto il maledetto vizio di non riuscire a salvare le sue aziende dal fallimento. Una zeppa, ormai ci fa perdere clienti.  Inaffidabile, stop. Lo scandaletto a sfondo sessuale è la firma del mandante del golpe morbido, a volerla vedere.
Vent'anni.  La giostra si è fermata di nuovo. Le Mafie dilagano al Nord e presto scalzeranno anche le Leghe pappandosi tutto. L'imprenditore scenda ma rimanga a disposizione per ogni evenienza. I comunisti. I comunisti non ci sono e non servono più. Sono entrati in banca anche loro. Anzi, sono le banche a venire a noi, adesso. Comanda la finanza tossica, nel senso dei derivati, delle stock options, delle put, dello spread,della governance, e della spending review. Non servono più nemmeno i politici. Sono impegnati a contare i soldi. Appena finiranno di contarli gliene daremo altri - li moltiplichiamo come le cellule cancerose - e così via. Fanno finta di stringere alleanze e il giorno dopo di litigare ma l'anno prossimo sarà l'anno del ritorno del monocolore democristiano. L'unico governo possibile. La cultura di questo paese è distrutta, sull'economia stiamo lavorando e non troviamo grossi ostacoli, è un popolo di zombi. Il cervello degli italiani è ormai all'ammasso, è vuoto, lo riempi con qualsiasi cosa, anche con l'illusione che l'ennesimo uomo di spettacolo possa essere la giusta soluzione di governo. Pensate, si illudono ancora di poter cambiare le cose. Ormai ci servono solo quattro professori ottusi ma basterebbe il pilota automatico. Missione compiuta. Si ricomincia. Dunque, dicevamo, la trattativa. Cosa chiedono ancora, adesso?


Sui legami tra i casi Mattei, De Mauro e Pasolini: "Profondo Nero", di Lo Bianco e Rizza
Inchiesta di RaiNews24:  parte I  - parte II

venerdì 9 maggio 2008

Allontanarsi un poco

Quella mattina del 9 maggio 1978 ero al Conservatorio, a lezione di Storia della Musica. Entrò la bidella in classe e annunciò che, per motivi di sicurezza e per ordine del preside, avremmo dovuto tornare a casa subito, senza trattenerci per la strada. Era stato ritrovato il cadavere del presidente Aldo Moro. Appena a casa mi misi a guardare la televisione e ricordo che c'era Vespa, anche allora, che faceva la telecronaca.

Di Aldo Moro, fatto ritrovare morto nello stesso giorno dell'assassinio di Peppino Impastato, voglio riproporre questa lettera che dedicò a Luca, il nipotino, figlio di Maria Fida.
Credo sia uno dei testi più commoventi che un condannato a morte abbia mai scritto e che ci restituisce un aspetto umano della politica che in questi giorni bui dove sentiamo sempre più pesante sopra di noi la forza di grevità del nuovo potere, apprezziamo come non mai. Con una dose notevole di rimpianto.

Mio carissimo Luca, casa
non so chi e quando ti leggerà questa lettera del tuo caro nonnetto. Potrai capire che tu sei stato e resti per lui la cosa più importante della vita. Vedrai quanto sono preziosi i tuoi riccioli, i tuoi occhietti arguti e pieni di memoria, la tua inesauribile energia. Saprai così che tutti ti abbiamo voluto un gran bene ed il nonno, forse, appena un po' più degli altri. Per quel poco che è durato sei stato tutta la sua vita.
Ed ora il nonno Aldo, che è costretto ad allontanarsi un poco, ti ridice tutto il suo infinito affetto ed afferma che vuole restarti vicino. Tu non mi vedrai, forse, ma io ti seguirò nei tuoi saltelli con la palla, nella tua corsa al [... ] nel guizzare nell'acqua, nel tirare la corda al motore. Io sarò là e ti accarezzerò, come sempre ti ho accarezzato, dolcemente il visino e le mani. Ti sarò accanto la notte, per cogliere l'ora giusta della pipì, e farti poi dolcemente riaddormentare. E la mattina portarti la vestaglietta, magari con le scarpette pronte in mano in attesa della pizza o del pane fresco. Queste sono state le grandi gioie di nonno e, per quanto è possibile lo resteranno. Cresci buono, forte, allegro serio. Il nonno ti abbraccia forte forte, ti benedice con tutto il cuore, spera sia in mezzo a gente che ti vuol bene e che forma anche la tua psiche.
Con tanto amore
il nonno


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domenica 16 marzo 2008

Trent'anni di cancrena italiana e sentirli tutti

Questa notte ho visto su Sky, canale RaiSatExtra, il fantasma di Aldo Moro. L'ho sentito parlare da un altro mondo, dal mondo di una politica che non c'è più e che ci scappa a volte di rimpiangere.
Non credo di aver mai avuto prima d'ora l'occasione di ascoltare per intero i suoi discorsi. Parlava un politichese bizantino, dicevano. A me è parso più chiaro di tanti politici di oggi. In confronto a Casini e Mastella sembrava di sentire parlare Dio dal cespuglio in fiamme.

Ho sentito un uomo parlare di cosa aveva fatto un governo appena caduto, con calma, senza insultare gli avversari, senza fare gestacci, strappare fogli, vomitare banalità propagandistiche e volgarità. Ho sentito parlare, al di là dell'essere pro o contro la sua weltanschauung politica, un vero statista.
Con una signorilità (non riesco a trovare un altro termine più adatto) ed educazione che sembra impossibile trovare oggi nella classe dirigente politica. Come se fossimo passati da un normale colloquiare tra persone civili alle intemperanze di un gruppo di indemoniati che ruttano, vomitano e scorreggiano senza ritegno e che purtroppo ci governano.

Oggi ricorrono trent'anni dall'agguato paramilitare a Via Fani a Roma, al quale parteciparono anche le Brigate Rosse, che massacrò i cinque uomini della scorta: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino e permise il sequestro di Aldo Moro. Nel link, questi uomini ormai dimenticati dalle istituzioni se non nelle ipocrite rievocazioni di rito, vengono ricordati in un bell'articolo dal Tafanus.

Del caso Moro ho già scritto nei giorni scorsi: qui e qui. Questo sito ne offre un ottimo riassunto e Gabriele ha raccolto la storia dei difficili, per usare un eufemismo, rapporti tra Aldo Moro e le gerarchie atlantiche. L'archivio Flamigni è uno dei più ricchi di materiali di studio sul caso ed i suoi misteri per chi volesse altre informazioni.

Il contributo del cinema alla ricostruzione del fatto storico è stato multiforme.
Giuseppe Ferrara, nel 1986, ha realizzato "Il caso Moro", con un grandissimo Gianmaria Volontè (Moro) e un ottimo Mattia Sbragia nella parte di Moretti, tratto dal libro del giornalista americano Robert Katz "I giorni dell'Ira". Una ricostruzione ancora oggi tra le più fedeli e plausibili degli avvenimenti di quei giorni. E' anche un bel film da rivedere, con l'ambientazione e il ritmo dei poliziotteschi anni settanta.

Il più recente "Piazza delle cinque lune" di Renzo Martinelli offre spunti interessanti ma, scopiazzando palesemente "JFK" di Oliver Stone e mettendo l'X di Donald Sutherland dall'altra parte della barricata, non riesce a volte ad evitare un senso di involontario ridicolo.

La stampa mainstream online oggi dedica all'anniversario dell'eccidio di Via Fani o il quasi nulla delle gazzette del centrodestra Libero, Giornale e Foglio, quest'ultimo impegnato a contare fino ad un miliardo gli embrioni, o qualche paginetta sottovuoto spinto degli altri giornali, oppure grandi speciali che non aggiungono una virgola al già noto e stranoto come, in versione cartacea, il librone di Repubblica, tutto illustrato e patinato come Playboy.
Più interessante il libro allegato in edicola all'Unità, "Il golpe di Via Fani" di Giuseppe De Lutiis, che ricostruisce lo scenario internazionale del delitto attribuendo un ruolo non secondario agli interessi di Stati Uniti, Unione Sovietica ed Israele nella fine tragica di Moro, filoarabo e troppo incline al dialogo e alla mediazione tra le parti.

Il Corrierone online, affida ad un giornalista il compito di fugare i dubbi di coloro che mandano email maliziose e di spargere anestetico all'amobarbital con la pompa per il ramato:
"Perchè la Cia si è infiltrata nelle BR e ha ucciso Moro? Per via del "compromesso storico"? Andrea Bari
R. Io non so (e sinceramente non credo) che la Cia si sia infiltrata nelle Br, quindi…

"L'attenzione di Moro nei confronti del Pci creava problemi sia a destra che a sinistra, rompeva gli schemi nell'Alleanza Atlantica e nel Patto di Varsavia. La fine di Aldo Moro fu quindi inevitabile: "Una morte annunciata", come scrisse più tardi il fratello Carlo Alfredo Moro?" Francesco Fondelli - Firenze

R. Certamente la politica di Moro veniva seguita a livello internazionale, e certamente anche le superpotenze dell’epoca, Usa e Urss, erano interessate agli sviluppi della politica italiana così come Moro – insieme ad altri – la stava conducendo.. Ma di qui a immaginare un ruolo delle forze straniere nella decisione delle Br di uccidere l’ostaggio ce ne corre. Non foss’altro perché con le ipotesi senza prove (e in questo caso le prove mancano) non si può fare la storia. E’ comunque più verosimile – semmai – un condizionamento esterno degli eventi che possa aver indotto i brigatisti a uccidere Moro che non un intervento diretto sulle loro scelte.
Dietrologie, solo dietrologie... Ora girati dall'altra parte, fai una scorreggetta e dormi.

P.S. Il titolo allude a "Io se fossi Dio" di Giorgio Gaber, lungo rant contro la politica, censurato e ritirato dal mercato allora, 1978, per le frasi dedicate a Moro, definito "il responsabile maggiore di vent'anni di cancrena italiana".
Peccato che Gaber, nel dipingere un affresco iperrealistico delle brutture politiche di allora, dove c'erano tutti: giornalisti, radicali, socialisti, democristiani, sia caduto nel tranello di sposare le tesi brigatiste che, col rapire Moro, credevano di attaccare il cuore dello Stato e invece fecero solo un favore ai nemici dello statista democristiano.



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giovedì 6 marzo 2008

Per una evidente incompatibilità

"Per una evidente incompatibilità chiedo che ai miei funerali non partecipino autorità dello Stato, né uomini di partito perché non degni di accompagnarmi con la loro preghiera e il loro amore." (Aldo Moro, lettere dalla prigionia).

"Dobbiamo fare ogni sforzo per sopprimere quel genere di notizie [trattasi della controinformazione]. Se qualche resistenza compare, dobbiamo sottolineare con forza che essa viene da 'isolati' ostinati individui, mal informati o disonesti, che non sono affiliati a nessun gruppo o partito importante. [...] L'inevitabile sospetto che il colpo di Stato è opera delle macchinazioni della Compagnia [la CIA], può essere stornato attaccandolo violentemente e l'attacco sarà tanto più violento quanto più questi sospetti sono giustificati. Faremo uso di una selezione adatta e opportuna di frasi sgradevoli, [...] che restano utili come indicatori del nostro impeccabile nazionalismo".
(Edward Luttwak, "Strategia del colpo di stato").
Chi si fosse illuso ieri sera di sentire parlare, nella puntata di"Enigma" dedicata al trentennale del delitto Moro, delle ultime clamorose rivelazioni di Galloni sulle infiltrazioni dei servizi americani e israeliani nel terrorismo rosso, dell'intervista a Guerzoni all'Annunziata (nel link in versione integrale) e dei 100 faldoni su Moro, coperti dal segreto di stato giacenti negli armadi della Commissione Stragi, o magari del fatto, vero o no, che il governo Prodi sarebbe caduto anche perchè avrebbe dovuto decidere sul mantenimento o no del segreto di stato sul caso Moro, è rimasto appunto un illuso.
La propaganda e la ragion di casta ormai entrano regolarmente a gamba tesa ogniqualvolta si tenta di togliere il velo dai misteri d'Italia, spezzando le gambe alla ricerca della verità storica. La storia sono loro, praticamente, e se la scrivono e riscrivono come pare a loro, cancellando ciò che non gli garba.

Ho provato pena a vedere Maria Fida e Luca, quell'allora bambino al quale Moro dedicò le più struggenti lettere dal carcere, sequestrati anche loro per due ore a sentire le appassionate ricostruzioni dell' "io c'ero" Beppe Pisanu (allora segretario di Zaccagnini e in seguito invischiato con faccendieri come Carboni e Calvi e nello scandalo P2) e soprattutto del falcone dei neocon Edward Luttwak, esperto nel raccontare la politica e la storia in forma omogeneizzata per un pubblico di bambini piccoli ed anche un poco deficienti. Uno che ha della vita la seguente visione:
"Tutto il potere, tutta la partecipazione, è nelle mani di una piccola élite istruita, benestante e sicura, e quindi radicalmente differente dalla vasta maggioranza dei suoi concittadini - praticamente una razza a parte".
Immaginate la scena, con l'Augias che chiede all'amerikano se gli amerikani c'entrano con Moro. Assolutamente no, risponde Luttwak, perchè allora c'era Carter e Kissinger non contava più un cazzo. Figuriamoci, si parla di quel tipo di gente che i "presidenti passano ma loro rimangono" e che, dilettandosi di scrivere manuali sul golpe, dichiarano:
"Il nostro strumento sarà il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. [...] Le trasmissioni radio e televisive avranno lo scopo non già di fornire informazioni sulla situazione, bensì di controllarne gli sviluppi grazie al nostro monopolio sui media". (Edward Luttwak, "Strategia del colpo di stato").
Il bello è che, quando Luttwak assolve gli Stati Uniti da qualunque responsabilità, per principio, e perchè gli amerikani non fanno queste cose, invece di discutere delle numerose testimonianze di minacce, intimidazioni ed aperta ostilità provenienti a Moro da oltreoceano negli anni precedenti il suo sequestro, non c'è un solo giornalista tra i presenti, né il tenutario né i signorini seduti sul divano, che osi controbattere. Così, lo spettatore che crede che Luttwak sia veramente un politologo va a letto convinto che Moro l'abbiano ucciso i comunisti perchè voleva portare i comunisti al governo.
Il falcone assolve anche l'ex Unione Sovietica ma le sue conclusioni sono altrettanto assurde. Non possono essere stati nemmeno i russi perchè non hanno mai ucciso nessun capo di stato europeo e quindi non possono essere stati loro.
Tra l'altro, non c'è uno straccio di agente o ex del KGB in studio che possa dire la sua a conferma o in antitesi a ciò che afferma l'amiko amerikano.

A proposito, si è parlato, nella puntata, anche del presunto ma molto probabile attentato a Berlinguer durante un viaggio in Bulgaria. Sicuramente la guerra fredda è stata lotta senza quartiere tra bande avverse ma che il KGB abbia tentato di far fuori Berlinguer non vuol dire che abbia fatto lo stesso con Moro.
E' francamente ridicolo anche terminare la puntata andando a parare nella stantìa ipotesi del Grande Vecchio Igor Markevitch che agiva per conto dell'Est, con Paolo Mieli che dà la sua benedizione pontificia, giusto per non parlare del terrorista anomalo Moretti, dei comunicati BR scritti su macchine per scrivere di proprietà dei servizi segreti, dei covi mai scoperti in appartamenti di proprietà dei servizi, della Scuola Hyperion di Parigi, del ruolo della 'Ndrangheta a Via Fani, della Banda della Magliana, della P2 e dei servizi segreti. E di quello psichiatra americano, Steve Pieczenik che dava consigli a Cossiga nel comitato di crisi e che Luttwak ci ha rivelato essere suo vicino di casa.

Il caso Moro è una delle pagine chiave della nostra storia. L'ipotesi che potrebbe venir confermata un giorno dagli storici è che un sequestro ideato inizialmente da un gruppo rivoluzionario comunista sia stato preso in carico, attraverso il gioco delle infiltrazioni, da chi, in occidente, aveva interesse a liberarsi di un politico scomodo e troppo fiero come Aldo Moro. Con i sovietici che sono stati a guardare e hanno lasciato fare perchè anche a loro i comunisti italiani al governo per quella terza via berlingueriana non sarebbero andati a genio.
Moro muore e sono tutti contenti.

La cosa sconvolgente è che la previsione di Pecorelli che un giorno sarebbe arrivata un'amnistia a tutto condonare si è avverata. I brigatisti coinvolti nel sequestro e omicidio sono quasi tutti fuori e la cosa per fortuna è stata rimarcata anche nella puntata di "Enigma". Però anche chiedersi il perchè di una cosa tanto strana, tra una trama del KGB e l'altra, non sarebbe stato male. Giusto per fare informazione e non flanella.



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domenica 2 marzo 2008

A letto con il nemico. Quarant'anni di sovranità limitata.

Nella storia d'Italia dal 1945 ad oggi, vi sono argomenti chiave che hanno sempre causato la rovina politica e anche fisica degli statisti che hanno osato farli propri e sono principalmente: la tendenza a porsi nelle vicende mediorientali dalla parte palestinese, l'opporsi alle indicazioni israelo-statunitensi in termini politico-energetici, il voler porre termine alla conventio ad excludendum per i comunisti al governo e la ribellione tout-court ai diktat imperiali.
Proviamo a fare qualche esempio concreto ricordando fatti storici importanti.

La politica energetica italiana asservita al potere delle Sette Sorelle, ovvero le compagnie petrolifere americane, provò a scegliere una via alternativa ed autonoma con Enrico Mattei nei primissimi anni sessanta.
L'idea di Mattei era semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: andare dai paesi arabi produttori e proporre un contratto di collaborazione 75-25. Il 75% dei ricavi ai paesi produttori e il 25% per la compagnia concessionaria, non il 50-50 proposto solitamente dalle Sette Sorelle. Mattei, che sapeva fare bene i suoi affari e usava la politica, non se ne faceva usare, avrebbe aperto anche agli scambi commerciali con l'allora Unione Sovietica. Bypassare gli americani, fare affari con gli arabi da pari a pari, comperare metano dai russi. Sono ragioni sufficienti per causare un piccolo incidente con un aereo?

Negli stessi anni un politico democristiano, Aldo Moro, apriva un dialogo con le sinistre, cercando di uscire dalla logica della conventio ad excludendum imposta dalla NATO.
Nel 1964, un tentativo di golpe con a capo il generale De Lorenzo, organizzato dalle stesse forze che hanno sempre cercato di mantenere il timone della politica italiana saldamente a destra e nella logica spartitoria di Yalta, cercò di rovesciarlo una prima volta. Una nota della CIA di allora, afferma:
"Qualunque formula di centro-sinistra venga adottata, fallirà inesorabilmente. L'unica soluzione è il rovesciamento dell'attuale coalizione di governo... Questa crisi è stata provocata dalla riluttanza della DC di agire contro la sinistra... Le forze di centro devono capovolgere l'attuale trend e ritornare a un governo di centro liberal-democratico".
Il golpe rientrò ma l'ostilità verso Moro da parte degli ambienti atlantici per il suo filo-arabismo, esercitato per molte volte come ministro degli Esteri, continuò anche a causa di presunti accordi segreti con l'ala militare dell'OLP, stipulati per risparmiare all'Italia atti di terrorismo.

Negli anni precedenti il 1978, la sua volontà di coinvolgere il Partito Comunista nelle responsabilità di governo si scontrò ripetutamente non solo con gli alleati americani, ma perfino con quelli europei.
Documenti recentemente desecretati parlano di un presunto progetto di golpe in Italia nel 1976 organizzato dai servizi britannici che si dicevano preoccupati per un eventuale partecipazione dei comunisti al governo. Al G7 di Portorico l'Italia si presentò senza un governo:
"Ci sono Moro e Rumor, ma solo per salvare le forme. Gerald Ford, Callaghan, Schmidt e Giscard d'Estaing si incontrano alle 12,45 di domenica 27 giugno al Dorado Beach Hotel per un pranzo di lavoro e qui si verifica un pietoso incidente. Lo descrive brutalmente Campbell, futuro ambasciatore britannico a Roma: "Quando arrivano per il lunch, ai due sfortunati ministri italiani viene impedito di entrare". È il massimo dell'umiliazione.

Appena chiuse le porte, si affronta il "problema Italia". Il verbale di quell'incontro viene redatto dal funzionario Fergusson. Pur riconoscendo che gli italiani devono decidere da soli, i quattro capi di Stato sono d'accordo che occorre fare tutto il possibile perché i comunisti restino fuori dal potere. Giscard propone di elaborare, in una prossima riunione da tenersi a Parigi, una bozza di programma di governo che gli italiani dovranno accettare in cambio di un sostanzioso aiuto finanziario". (da Repubblica, 1-2-3)
Lo scandalo Lockheed, scoppiato quello stesso anno, fu dominato dalla campagna contro "Antelope Cobbler", il fantomatico politico corrotto dietro al quale non si faceva fatica a riconoscere Aldo Moro, nonostante non venisse mai esplicitamente nominato. La campagna, fondata su false accuse, fu orchestrata dai nemici storici di Moro, il più accanito dei quali era Henry Kissinger.
Le prime allusioni a Moro come "l'Antelope Cobbler" nascono da un memorandum dell'assistente del Dipartimento di Stato americano Loewenstein, un uomo di Kissinger. La notizia fu divulgata alla stampa dall'ambasciatore Luca Dainelli, che l'aveva saputa dall'avvocato dell'ex ambasciatore a Roma John Volpe. Dainelli era stato consulente di Antonio Lefebvre d'Ovidio, il mediatore d'affari della vicenda Lockheed.

Lo scandalo Lockheed viene usato dal 1976, anno in cui la commissione Frank Church del senato USA cominciò le sue indagini sulle attività delle multinazionali, per orchestrare 'Watergates' contro le frazioni pro-sviluppo di tutto il mondo". E ancora: "Tra i principali accusatori... fu Luca Dainelli, membro dell'International Institute for Strategic Studies, ex ambasciatore italiano negli USA. Dainelli... è monarchico, tanto monarchico da non voler mettere piede nel Quirinale, che ritiene «usurpato» dalla Repubblica."

Era chiaro che, indicandolo come il destinatario delle bustarelle, si voleva assassinare politicamente Moro e far naufragare il suo progetto, ma il disegno non riuscì. La corte Costituzionale archiviò la posizione di Moro il 3 marzo 1978, e cioè tredici giorni prima dell'agguato di Via Fani. (fonte: Movisol)
Si è sempre parlato di minacce da parte dell'entourage di Kissinger a Moro negli anni precedenti il suo sequestro. Si è parlato di un incontro a New York con il segretario di Stato dal quale Moro uscì terribilmente turbato, tanto da sentirsi male poco dopo nella Cattedrale di St. Patrick, fatto testimoniato dalla signora Eleonora Moro in commissione d'inchiesta. La cosa è confermata da Giovanni Galloni, collaboratore di Moro, che l'anno scorso ha dichiarato in un'intervista:
«Nel 1974, il presidente Ford e Kissinger (allora ministro degli esteri e capo della Cia) convocarono a Washington il nostro presidente della Repubblica, che era Giovanni Leone e il ministro degli Esteri, Moro. Gli americani erano preoccupati per le frasi di Aldo Moro, quando, dopo il referendum sul divorzio, iniziò a parlare dell’attenzione che si doveva rivolgere al partito comunista. Ad un certo momento della riunione Kissinger chiamò Moro e gli disse chiaramente che se continuava su quella linea ne avrebbe avuto delle conseguenze gravissime sul piano personale».
Sempre Galloni ha rivelato come il presidente della DC gli avesse confidato, nelle settimane precedenti al sequestro, la notizia secondo la quale le BR sarebbero state infiltrate dai servizi americani ed israeliani. Moro aveva avuto l'informazione, definita certa, per vie traverse ma si lamentava ed era seriamente preoccupato del fatto che nessuno lo avesse avvertito per via ufficiale, essendo gli Stati Uniti ed Israele paesi alleati dell'Italia.



Il suo rapimento avvenne il 16 marzo del 1978, lo stesso giorno in cui il governo presieduto da Andreotti che avrebbe visto il sostegno diretto del PCI si presentava alle Camere. Coincidenze troppo clamorose per ingannare coloro che conoscevano bene gli ambienti del Potere.
"Il cervello direttivo che ha organizzato la cattura di Moro non ha niente a che vedere con le Brigate Rosse tradizionali. Il commando di Via Fani esprime in forma desueta ma efficace la nuova strategia politica italiana. Curcio e compagni non hanno nulla a che vedere con il grande fatto tecnicistico politico del sequestro Moro.
Le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione di rotta dell'astronave Italia".
Queste parole furono scritte sulla sua rivista "OP" da Mino Pecorelli, giornalista della P2 invischiato con i servizi segreti, ammazzato nel 1979, secondo la tesi più probabile, per aver minacciato di fare clamorose rivelazioni sul memoriale di Moro.
Sul caso Moro ritornerò estesamente nei prossimi giorni, ricorrendo il 30° anniversario di quella tragedia.

Passando agli anni '80, l'incidente di Sigonella del 1985, seguìto alla presa in ostaggio della nave "Achille Lauro" da parte di un commando palestinese, durante il quale vi fu l'assassinio dell'ostaggio ebreo-americano Leon Klinghoffer, fu probabilmente fatale a Bettino Craxi. Craxi si oppose al diktat americano, disobbedendo a Ronald Reagan in persona, negando l'estradizione di Abu Abbas nella base americana di Sigonella e minacciando addirittura uno scontro militare con gli americani.
Una curiosità, nella famosa telefonata tra Craxi e Reagan fece da mediatore Michael Ledeen, un personaggio (ora accreditato presso i Neocon ed il PNAC) che gironzolava anche durante il sequestro Moro per le stanze dei comitati di crisi zeppi di iscritti alla P2, assieme all'altro grande consigliori Steve Pieczenik, lo psichiatra incaricato dagli americani di condurre la PSYOP che doveva dichiarare Moro impazzito e in preda alla sindrome di Stoccolma, quindi inattendibile.

Tornando a Craxi, secondo tesi recenti, non si esclude che molte delle sue disgrazie del periodo di Mani Pulite siano cominciate proprio a causa di quella ribellione, oltre al fatto che anche lui, casualmente, in quanto a filoarabismo e come amico personale di Yasser Arafat, non scherzava. A margine si può anche ricordare come Craxi fosse l'unico politico disposto a trattare con le Brigate Rosse per la liberazione di Moro, rompendo il muro della fermezza dell'intero arco costituzionale di allora.

Tutto questo per tenere a mente che quando si parla di essere amici degli Stati Uniti e di Israele, viste queste strane ed inquietanti coincidenze passate, bisognerebbe ricordare agli alleati che l'alleanza prevede una situazione alla pari e non rapporti di sudditanza caratterizzata dalla necessità della sovranità limitata del suddito. Una riflessione da girare a qualunque governo abbia la (s)ventura di capitarci per le prossime elezioni.

Sarà un caso ma, dopo il pugno sul tavolo di Craxi, non si è più visto un politico italiano che abbia osato distinguersi nelle scelte di politica internazionale dai voleri imperiali.
Siamo andati allegramente a bombardare la Serbia, abbiamo preso il fuciletto a tappo e siamo partiti per la guerra al terrorismo in Afghanistan e in Iraq sperando di raccattare le briciole da sotto il tavolo. Non abbiamo detto no ad alcuna iniziativa militare di Israele, abbiamo ingoiato qualunque balla anzi, qualcuna l'abbiamo pure fabbricata noi, vedi Dossier Niger dove, non ci crederete, ma c'entra ancora una volta Ledeen. Ci siamo abbassati i pantaloni in qualunque circostanza perchè ci vantiamo di essere veri amici della vera democrazia, compresa quella tipo esportazione.
In attesa di riappropriarci di un minimo di sovranità nazionale.


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domenica 13 gennaio 2008

La minaccia del predellino

Statisti, politici, imprenditori e presidenti vengono spesso minacciati da nemici più o meno oscuri. Generalmente, più la minaccia è seria meno è possibile identificarne l'autore. Gli avvertimenti che si traducono in azione sono sempre sottili, allusivi, mai diretti.

A Dallas, il 21 novembre del 1963, apparvero nelle strade dei volantini che raffiguravano il Presidente Kennedy con sotto la scritta "Wanted for Treason" (ricercato per tradimento) ed elencate una serie di ragioni per le quali i latori del presente facevano capire che la sua visita il giorno successivo non era gradita nello stato della Stella Solitaria.
Le pallottole arrivarono sul serio il giorno dopo e non solo dal Manlicher Carcano a caricamento manuale di Lee Oswald ma il volantino non conteneva alcuna minaccia di morte concreta nè tantomeno una firma.

1974, New York. Aldo Moro è in visita negli Stati Uniti e, a quanto racconta il suo ex-segretario Guerzoni, in quell'occasione vi fu un colloquio molto apro tra lo statista italiano e il segretario di stato Henry Kissinger. Nessun esplicito "se vai con i comunisti sei un uomo morto", intendiamoci ma quel tipo di messaggio che ti fa capire che a qualcuno di molto importante ciò che fai non è gradito. Secondo Guerzoni, a seguito del colloquio, Moro si sentì male. Qualcuno in seguito e con il senno di poi ha voluto leggere nei rimbrotti di Kissinger una minaccia diretta alla politica di apertura verso il PCI di Moro.

Mi sono tornati in mente questi due episodi a seguito dell'articolo apparso su "il Giornale", ripreso da Swa, sulle pallottole inviate per posta ai Berlusconi Brothers.

«Queste due pallottole a salve sono il preavviso per i fratelli Berlusconi, una per Silvio e una per il fratello Paolo, responsabili delle porcate che scrivono sul Giornale e della loro politica anti-Islam».«Alla prima occasione propizia», dice, «con o senza predellino, faremo come hanno fatto in Pakistan con la Bhutto: un colpo con pallottole vere in testa e poi un kamikaze, all’italiana, per essere certi della loro scomparsa da questo mondo. Le guardie del corpo e i servizi di sicurezza non potranno fermarci perché non siamo prevedibili».
«Allah è grande».
Vediamo. Non potranno fermarli perchè imprevedibili però preannunciano come avverrà il colpo. Scrivono l'indirizzo sulla busta a mano, ingenuità che neanche uno scrivano anonimo che ti informa che sei cornuto commetterebbe.
Io personalmente avrei messo "come abbiamo fatto in Pakistan", non come "hanno fatto".
Per fortuna hanno usato francobolli adesivi e non leccati personalmente dal capo terrorista.

Quello che non mi convince è il kamikaze "all'italiana", che temo brilli per inaffidabilità. Mettere sullo stesso piano di importanza Paolo e Silvio è commovente ma fuori dalla realtà, ma la cosa più inquietante è la cosa del predellino.
Con o senza. Questo si che è un messaggio misterioso e da brividi.
Mario Giordano decifra il codice e sostiene che il riferimento è proprio alla svolta di Piazza San Babila.
Non vorranno mica sabotare il predellino sul quale Berlusconi è costretto a salire per arringare la folla? Una caduta da tale altezza sarebbe fatale.

Comunque anche il direttore ha i suoi dubbi e instilla nel lettore il sospetto che i latori della minaccia siano i soliti terroristi comunisti, visto che chiamano ancora il Giornale con l'aggettivo "Nuovo", come ai tempi delle BR. Strano che non si nominino, nell'articolo, gli anarcoinsurrezionalisti.

Io comunque, fossi l'ex Presidente del Consiglio, non mi preoccuperei fintanto che non mi arriva una roba del genere.




mercoledì 17 gennaio 2007

Gli amici degli amici

C’è un problema di fondo, credo, nelle polemiche pro o contro l’ampliamento della base militare americana a Vicenza e riguarda la consapevolezza che noi italiani abbiamo della nostra sovranità limitata.

Siamo ancora convinti di essere padroni in casa propria, di essere come i francesi o gli spagnoli che se vogliono possono dire no alle richieste del governo americano.
Eppure ogni volta che è successo qualcosa come Ustica, la strage del Cermis, l’assassinio di Nicola Calipari, tanto per citare i casi più noti, abbiamo solo avuto la riprova e la dimostrazione ultima di chi è il padrone in casa nostra.

E allora perché non lo si ammette una volta per tutte? Perché si fa finta di non capire?
Da De Gasperi in giù, fino a Prodi, si è sempre fatto come padrone comanda e allora il problema non è chi governa, che secondo i casi sarà apertamente amico degli americani oppure amico di nascosto per salvare le apparenze, il problema è come fare a diventare finalmente un paese sovrano che può permettersi di dire "no, stavolta non mi va" e di girarsi dall’altra parte.

Prendiamo l’ultimo caso, la base militare a Vicenza. Sottoscrivo ciò che hanno già detto sull’argomento Stefania e Gianfalco, non credo ci sia nulla da aggiungere nello specifico. Voglio solo far notare, in questi miei pensieri a ruota libera, come tutte le parti politiche, nessuna esclusa, di fronte al grande tabù della sovranità limitata, non perdano mai l’occasione di recitare il proprio ruolo nella commedia dell’arte e nel gioco delle parti.

Il governo di centrosinistra sa benissimo che dovrà dire si perché non è lui che decide ma fa finta di nicchiare e prende tempo, tanto è abituato a tergiversare e manda avanti D’Alema nella parte del cattivo con i baffi. L’ala estrema della coalizione, che è a perfetta conoscenza del fatto della sovranità limitata e sa che bisognerà dire si perché non è Prodi che decide, fa rumore e minaccia chissà quali sconquassi.
Il grande artista da avanspettacolo Berlusconi sa benissimo che il governo, il cui leader si è anche profuso in baci e abbracci con Kissinger e Olmert, dovrà dire si perché non è lui che decide, ma fa finta di non saperlo e interpreta il ruolo del “grande amico degli americani” che li difende in esclusiva e un tanto al chilo dal governo “non più affidabile”. Rispolvera il Carosone di “Tu vuo’ fa l’americano” e come bis ti fa pure “maccarone, tu mi hai provocato e mo’ me te magno”.

E’ questa presa in giro di noi italiani da parte della classe politica che mi disgusta. A me l’antiemetico, please.
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo. L’unico che ebbe i coglioni di mandare gli americani a quel paese perchè stavano esagerando fu Craxi, durante la crisi di Sigonella, seguita all’episodio dell’Achille Lauro. Ma fu solo quell’unica volta e poi Bettino è finito molto male, come Moro che voleva addirittura formare un governo di testa sua il giorno stesso del suo rapimento. Tu guarda la sfiga!

La sovranità limitata e la sottomissione non c’entrano un piffero con l’amicizia e l’alleanza, che sono sentimenti che dovrebbero presupporre l’eguaglianza tra le parti. E non c'entra con l'antiamericanismo, che è solo un modo per cambiare discorso e non affrontare il problema.
Essa nasce nel 1943 dalla necessità di evitare che i comunisti allora stalinisti, troppo rappresentati nelle file dei partigiani, vadano al governo a guerra finita ed è un prodotto della dottrina della Guerra Fredda. Roba vecchia? Dietro la salvezza dell’Italia c’erano anche altri interessi. Inoltre, non sapendo dare vere risposte di giustizia sociale in alternativa al socialismo, e in preda ad un delirio di conquista senza fine, il nostro sistema di democrazia da esportazione ha ancora bisogno dell’alibi dell’anticomunismo per sopravvivere. L’anticomunismo è un cadavere che viene tenuto in piedi come le mummie della cripta dei Cappuccini di Palermo viste in “Cadaveri eccellenti”, un morto vestito dei suoi vecchi stracci che spaventa ancora ma che è irrimediabilmente morto.

Conosciamo a memoria la frase cult dei cosiddetti liberali-liberisti: “gli americani ci hanno salvato dal comunismo”.
Dal comunismo forse ma non dalla Mafia. Si sa, il governo americano ha il vizio di farsi rappresentare all’estero da gente dalla quale non acquisteresti mai un’auto usata, e in questo caso per rappresentare i loro interessi in terra italica scelsero fior di mafiosi come Lucky Luciano, liberato dal gabbio newyorchese dove scontava una pena per traffico di droga e inviato come ambasciatore privilegiato in Sicilia per catechizzare i padrini locali prima dello sbarco, come ricorda in questo articolo Andrea Camilleri (in fondo alla pagina).

Si sa che la Mafia non fa mai favori per niente e così da cinquant’anni, vuoi che sia solo una coincidenza?, il nostro povero Sud è oppresso dalle cellule locali del cancro mafioso - che paradossalmente Mussolini bene o male aveva combattuto efficacemente – e le metastasi si sono estese sempre più oltre il Sud fino a contaminare i sepolcri imbiancati della finanza e dell'economia “pulite”. Grazie, avercene di amici ed alleati così.

Non c’entra un piffero l’antiamericanismo, che è solo un modo per tappare la bocca agli altri ed evitare le critiche. Bisognerebbe solo avere una classe politica in grado di costruire un rapporto veramente paritario con gli Stati Uniti. Ci vorrebbe anche un altro governo americano come auspicano tanti americani stufi di questi guerrafondai che mandano a morire i loro figli per un pugno di dollari, ma questo è un altro discorso.

Enrico Mattei in un’intervista raccontò l’episodio del gattino al quale i cani prepotenti non volevano far mangiare la zuppa. “Noi siamo stufi di essere come quel gattino”, disse il presidente dell’ENI, alludendo alle prepotenze che aveva dovuto subire dalle “Sette Sorelle” del petrolio, ovvero dai rappresentanti degli interessi americani.
Io aggiungo che sarebbe ora che noi italiani non fossimo più come il gattino della foto, quello sotto a tutti gli altri. Senza finire male come Mattei.

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