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domenica 3 novembre 2013

Infame a chi?


Vedete, cari, quando vi danno dell'antisemita è perché hanno la pistoletta che al prossimo colpo farà click click. Hanno solo otto colpi in canna: fascistademmerda (tutta una parola), xenofobo, nazionalista, qualunquista, terrorista, populista, antieuropeo e appunto antisemita. 
Magari, se sono fortunati, cercando in una tasca potrebbero trovare per voi un'ultima pallottola: frocio.

Sono dei poveracci. Che siano volontari arruolati dal PD con un contratto simile a quello delle sfogline (le azdore che preparano chilometrate di tagliatelle) alle Feste dell'Unità o prezzolati da qualche agenzia sovranazionale a cura dal Doktor Stranamore della Cancelliera (leggete a proposito l'articolo linkato), non reggeranno all'onda di piena della Storia, quella con la esse maiuscola e con due palle così, che li sommergerà.
Vedete, bisogna essere talmente intelligenti per sposare la causa della moneta unica un minuto prima che crolli e che magari sbarchino i marines a farci il mazzo, che l'unica motivazione valida che io trovo per continuare a difenderla è di essere pagati per farlo oppure di essere una sfoglina, e sono sicura che queste ultime sono in assoluta maggioranza. Poi naturalmente ci sono sempre quelli che "non può essere, ma figurati". 


Quelli che tentano di attaccarci la lettera scarlatta addosso con la spilletta possono latrare disperatamente finché non si seccheranno loro le fauci. Nei talk show, nei social media, sui giornali e sui blog, da giornalisti e non. Quelli con il CV e quelli senza. Gli studentelli confusi e i professori con il PhD. Gli alzamanos collaborazionisti e le loro puttane a mezzo stampa. I communisticosì tornati repubblichini in articulo mortis, i falsi democratici, le mosche stercorarie e tutta la fauna da putrefazione.

Si vendono biglietti per la riva del fiume. Bisognerà affittare il Po perché si prevede grande affluenza di spettatori in attesa dei primi cadaveri galleggianti. Ci sono ottime possibilità di creare posti di lavoro nel settore punti di ristoro, wc portatili, vendita gadgets commemorativi e articoli da pesca e accessori come seggioline pieghevoli e tavolini da pic nic come inganna-attesa. Non guasterebbe nemmeno la prestazione d'opera musicale di qualche orchestrina ad uopo.
Quando l'ultima povera salma sarà giunta alla foce raccoglieremo alcuni mesti ricordi e creeremo il memoriale delle vittime del sogno europeo: giacche sgargianti, orecchini, fogli di carta rosa, papers, CV, PhD e tante, tante tessere del PD, vere e soprattutto false.

Infami noi? Antisemiti seguaci di quell'ebreo di Paul Krugman e dell'ebrea Naomi Klein?
Togliete loro lo specchio, oltre che il fiasco, ai difensori dell'euro, perché i veri nazisti sono loro ed è la loro immagine che li turba così tanto.

Infami noi? Leggete bene queste righe che seguono della loro Carta di Intenti (e notate la porticina lasciata aperta democristianamente alla "eventuale rinegoziazione") e pensate che i sottoscrittori con la goccia di sangue (quello nostro) sono stati: PD, SEL e PSI. Coloro che vi danno dei fascisti e  degli antisemiti. Ricordatevi che, in ottemperanza di questo patto di latta, hanno votato senza nemmeno un'esitazione il Fiscal Compact imposto dall'Europa e commissionato dalla Germania che finirà di ammazzare questo paese a partire dal 1° gennaio 2014. A meno che nel frattempo non sbarchino i marines.

fonte
Ah, mi ero persa il fondamentale fondo di E. Scalfari di ieri, dal quale vi propongo questa perla:

"Se per concludere andiamo dal più grande al meno grande, deriva da questa analisi la vitale importanza che l’Europa divenga al più presto uno Stato federale, l’euro non sia in nessun caso messo a rischio, gli strumenti politici europei si trasformino in strutture federali alle quali i governi, i Parlamenti, le Corti costituzionali, la Difesa, la politica estera dei singoli Stati trasferiscano i loro poteri.
Contro l’irrilevanza degli Stati europei, considerati ciascuno per proprio conto, non esiste altra alternativa."

Fascio a chi?



domenica 13 novembre 2011

Week-end con il morto


Quando esce dal lato B del Quirinale, il piccolo Papi ha l'espressione terrea di un vampiro svegliato anzitempo dalla scampanellata in pieno giorno del postino con la raccomandata, che gli ha fatto prendere l'odiata luce. 
Si è beccato anche la sua fischiata d'ordinanza e la reazione di pancia del popolaccio alla sua dipartita  - stasera nel videomessaggio ha lamentato il dolore che gli provoca la ferita narcisistica - ma non pensate a cosacce da Cannibal Holocaust tipo fine di Gheddafi; niente di tutto ciò, robetta. Avanspettacolo, rivista, mica tragedia. In linea con il personaggio.
Molto azzeccato il "buffone" e direi d'uopo il "chi non salta B. è", trattandosi di trafficante di pallonari. Un po' meno adatto il "Bella Ciao" che, cinghiatemi pure se volete, ha rotto i coglioni e non si può più senti', soprattutto quando è totalmente fuori contesto, visto che di partigiani in questo frangente se ne sono visti pochi in giro. Invece di andare sui monti, i Monti sono venuti a noi.  Ecco cos'è successo. Altro che "Il PD ha mandato a casa B." detto da Bersani, ve lo giuro. Premio Minchiata d'Oro alla carriera.



Tornando al nostro più grande statista morente, politicamente forse ieri sera ne abbiamo celebrato il funerale. Chissà se avrà la forza di rialzarsi e dovremo ricorrere al paletto di frassino.
Fisicamente appare comunque provato. Non è solo la rabbia che lo rode accelerandone l'invecchiamento a rotta di collo ma quell'assopimento che lo coglie ormai in qualunque momento - sedativi? narcolessia? avvelenamento lento? sofferenza vascolare pre-ictale? - e quell'eloquio impeciato alla ultimi discorsi di Michael Jackson, con le parole biascicate meccanicamente senza forse credere più a ciò che dice. Ascoltare il discorso dei ristoranti pieni, per credere.

Più che un Presidente del Consiglio dimissionario che andava dal Presidente della Repubblica, accompagnato dai bodyguards, ieri sera il nostro Dead Premier Walking sembrava l'utente finale di un nuovo tipo di funerale low cost con i quattro beccamorti regolamentari e il morto bell'e vestito e composto seduto dietro, tutti a bordo di un'auto comune, per risparmiare nel cofano e nel carro. Sapete, c'è la crisi.


lunedì 12 settembre 2011

Messaggi subliminali


Ieri, nell'insopportabile retorica dello Zebe-Day è successa una cosa strana, ma forse fino ad un certo punto. Nella telecronaca del TG1 da Ground Zero l'inviato Molinari ha detto che chi sostiene tesi "complottiste" sui fatti dell'11 settembre è non solo antiamericano ma antisemita. 
Poi ho cambiato canale e non ho seguito il resto perché dieci minuti di TG1 con le poltrone ripiene di opinionisti embedded, di Monica Maggioni con la sua penna a mezz'aria e le sopracciglia aggrottate d'ordinanza  sono equivalenti ad una respirata a pieni polmoni all'interno del reattore 3 di Fukushima e sono bastati per farmi venire un atroce mal di testa che mi perseguita anche oggi. Mi sono persa quindi il Trota Bush scongelato per l'occasione, l'Obama dell'America più forte - ma con le pezze al culo - e il solito protagonismo di chi è abituato a rubare la scena al morto ai funerali. Povere vittime, poveri parenti, ancora troppo annebbiati dal lutto per non vedere lo schifo di queste pantomime e reagire di conseguenza.

Antiamericani e antisemiti, quindi. Credevo fosse un caso isolato, un'opinione solitaria, ma nel TG serale di Mentana si è ripetuto il fenomeno. L'inviato da New York ha ribadito il concetto: "Chi sostiene tesi complottiste è non solo antiamericano ma antisemita." Ohibò, allora è uno slogan e gli slogan nascondono sempre la propaganda. Non ho visto gli altri telecinegiornali Luce ma scommetterei che anche loro hanno detto la stessa cosa, hanno ripetuto il mantra intimidatorio.

Qualcuno cerca di ricattarci moralmente con lo spauracchio dell'antisemitismo in un argomento dove, fino a prova contraria, gli ebrei non c'entrano, visto che l'11 settembre non fu l'attacco ad una sinagoga o ad un obiettivo israeliano ma ad un complesso commerciale e residenziale negli Stati Uniti dove morirono protestanti, ebrei, cattolici, musulmani, atei, induisti, americani, stranieri, bianchi, neri, ecc. Un perfetto campione del melting pot newyorchese, insomma.
Che c'entra quindi l'antisemitismo? Perché, mentre non ci stavi neppure pensando, cominci a sentire delle galline strepitare come se avessero fatto un uovo gigante rompiculo? 
Non l'ho fatto apposta ma, per la serie "guarda che ti combina l'effetto boomerang", dopo aver sentito quello slogan, chissà per quale contorsione mentale, mi sono ricordata questa frase attribuita a Netanyahu nel 2008 e riportata da Haaretz e da altri giornali israeliani:
"Stiamo traendo beneficio da una cosa, dall'attacco alle Twin Towers e al Pentagono e dalla guerra americana in Iraq. Questi eventi hanno portato l'opinione pubblica americana dalla parte di Israele."
Una frase molto simile a quella che aveva pronunciato appena ventiquattro ore dopo l'attentato al WTC, come riportato allora dal New York Times. 

Oddìo, allora è vero che siamo antisemiti?

mercoledì 27 gennaio 2010

Per Treblinka

"[...] A Natale del 1942, Stangl ordinò la costruzione di una falsa stazione ferroviaria: un orologio con numeri dipinti ed indicante sempre le 6.00, sportelli per i biglietti, diversi tabelloni degli orari e frecce (incluse alcune indicanti le coincidenze dei treni "Per Varsavia", "Per Wolkowice" e "Per Bialystok") erano dipinti sulla facciata delle baracche di smistamento. Lo scopo era di tranquillizzare le vittime in arrivo, facendo loro credere di essere veramente arrivate in un campo di transito. Per rendere la zona di residenza delle SS il più possibile piacevole, furono anche costruiti uno zoo e un giardino dove bere birra". (tratto da Treblinka, storia del campo)

Voglio ricordare Treblinka, un lager altrettanto spaventoso e forse ancor di più, se possibile, di Auschwitz per lo scopo quasi esclusivamente eliminatorio che lo contraddistingueva.

Ricordo di aver partecipato molti anni fa, in preparazione alla mia tesi, ad un convegno sulla Shoah organizzato da diverse associazioni ebraiche, nel corso del quale parlarono alcuni sopravvissuti.
La testimonianza che in assoluto mi sconvolse di più fu quella di un anziano signore polacco che, con tono pacato e quasi temendo di disturbare, ricordò ad una platea già distratta dall'imminente buffet di mezzogiorno e dalla presenza di papaveri più o meno alti di governo, istituzioni e media l'orrore assoluto di Treblinka. Un campo dove il treno ti scaricava direttamente nella fossa comune. Un colpo alla nuca e giù assieme agli altri cadaveri. Migliaia e migliaia.

Mentre le parole del signore polacco stavano imprimendomi nella memoria come un marchio indelebile l'immagine del binario che termina sull'orlo della fossa comune, dalla fila dietro, dove sedevano alcune signore impellicciate mi giunse il seguente commento, vomitato sottovoce ma con stizza: "Si, però questi polacchi sono sempre deprimenti con queste storie".

Le damazze dell'aneddoto non sono una teratologia, rappresentano il modo di pensare comune del sistema dal quale una cellula apparentemente normale diede origine alla neoplasia nazista; il sistema della borghesia che è abituata a suddividere ogni cosa e soprattuto gli esseri umani in classi. Nemmeno appartenendo allo stesso popolo di cui si sta parlando si riesce a superare il fastidio verso il parente povero. Nemmeno la Shoah che mise assieme nello stesso forno, fianco a fianco, l'ebreo ricco e quello povero riesce a scardinare l'idea che, se le vittime sono povere, valgono meno punti-carrarmato.
I polacchi che finirono a Treblinka erano per la maggior parte poveri, i classici poveri ebrei che provenivano dagli shtetl, i villaggi dell'Est Europa la cui cultura fu quasi completamente cancellata e i cui abitanti, in fondo, nessuno avrebbe rimpianto veramente, nemmeno nella Palestina da colonizzare con immigrati di prima scelta e possibilmente danarosi.

E' triste dirlo ma esiste evidentemente una gerarchia anche tra i sopravvissuti dell'orrore: di serie A e serie B, da campi di prima classe e di seconda scelta, da lager facilmente trangugiabile anche dalle bocche più sofistiche perchè omogeneizzato dai media in una serie infinita di film, serie tv e libri, a quello indigeribile, che non riesci a mandar giù neanche con un bicchier d'acqua e che non hanno nemmeno il coraggio di renderti appetibile. Perchè ti deprimeresti troppo.

Nonostante si parli tanto di Shoah, ho l'impressione che la memoria di quell'abominio venga sempre più gestita in modo quasi mitologico e sempre meno aderente alla realtà che fu. Arriviamo al paradosso che Auschwitz è perfetto come paradigma dell'Olocausto perchè non è orrendo come Treblinka e nemmeno come le migliaia e migliaia di esecuzioni sommarie degli squadroni della morte Einsatzgruppen, incaricati di ripulire l'Est Europa dalle razze inferiori, ebrei, zingari e slavi. Manifestazioni dell'orrore nazista delle quali si parla molto meno, anzi per niente. Al punto che, parlando solo di Auschwitz dal quale tanti portano testimonianza , inevitabilmente salta fuori il cretino che mette in dubbio fosse poi così tremendo. Auschwitz oscura gli altri campi, come ad esempio il primo in assoluto, Dachau, inaugurato nel marzo del 1933. Un campo ancora di concentramento e non di sterminio ma già esemplificativo di ciò che sarebbe diventato il nazismo.

Io non penso si debba raccontare la Shoah per mitologie e in versione edulcorata da fascia protetta. Sono per raccontarla e ricordarla per intero, con i dettagli più crudi, comprese le camere a gas non a Zyklon B ma armate con il meno compassionevole monossido di carbonio di Treblinka da venti-trenta minuti di agonia e me ne sbatto se le damazze si deprimono. Che buttino giù il solito Tavor.

Consiglio la lettura dell'intero articolo che ho linkato alla fine della citazione per guardare bene fino in fondo all'abisso. Lo so, vengono le vertigini ma è necessario, vista la brutta aria che tira nel nostro paese.
Ne consiglierei la lettura anche ai pezzi di merda che compongono la filiera che parte dal committente e va al creativo, al grafico, allo stampatore, al distributore ed all'utilizzatore delle bustine di zucchero con la "battuta" sugli ebrei. Vorrei tanto fosse una bufala ma temo, respirando l'idiozia razzista che c'è in giro, che non lo sia.

L'insegnamento della Shoah dovrebbe essere quello che, anche se non lo crediamo, c'è sempre un treno pronto alla partenza sul binario per Treblinka. Bisognerebbe mettere una placca con una freccia indicativa in ogni stazione. Un cartello grande e tremendo. "Per Treblinka".

giovedì 27 settembre 2007

L'ebreo nazista

Le notizie dell’arresto di un gruppo di neonazisti in Israele mi ha fatto ritornare in mente quel bellissimo film che è “The Believer”, di Henry Bean. Un film che è stato ruminato dal suo autore per vent’anni prima di essere realizzato e che gli è costato poi l’ostracismo degli ottusi uniti di tutto il mondo e anche di parte della sua comunità di nascita, quella ebraica. Un film senza paura che è forte ed oltraggioso come una sonora bestemmia.

Quando i giornali hanno parlato dei neonazi israeliani è stato un coro di “incredibile" e "non è possibile”, le varie informazioni corrette hanno detto che erano quattro gatti, che erano russi (ognuno ha i suoi rumeni) e forse nemmeno tanto ebrei, il che metterebbe a posto ogni cosa.
Invece pare che uno di loro, ex ufficiale dell’esercito Tsahal, avesse collaborato con lo Shin Bet, il servizio interno. Si divertivano a perseguitare i soliti diversi, gli “omosessuali depravati”, i “puzzolenti immigrati asiatici”, la “feccia drogata” e gli stessi ebrei ortodossi.

Perché stupirsi che anche in Israele possa allignare il razzismo? Non si rimane un poco perplessi del resto leggendo sui siti israeliani gli annunci di incontri per single “Jewish Only”, per soli ebrei?
Non è curioso che una società che dà evidentemente tanta importanza al sangue si stupisca della presenza nel suo tessuto di una neoplasia razzista? E non abbiamo nemmeno accennato alla questione con i palestinesi e il mondo arabo.

Il razzismo è una malattia dell’Essere Umano e dato che gli ebrei non sono diversi dagli altri anche loro possono esserne contagiati. E’ un ossimoro il fatto che un ebreo possa essere razzista e perfino nazista? In quel momento esprime solo un lato della sua debolezza umana e per giunta esiste anche un qualcosa che in psicoanalisi si chiama identificazione con l’aggressore ma non divaghiamo.
La Shoah non ha funzionato purtroppo come vaccino contro l’intolleranza. Come per i cristiani che furono perseguitati e uccisi ma ciò non impedì loro poi di perseguitare a loro volta altri credenti nei Secoli successivi. Veniamo tutti dallo stesso stampo difettoso e gli errori si ripetono in un loop infinito.



"The Believer è un film su uno di questi “ossimori” viventi. Il protagonista, Daniel Balint, interpretato da uno stratosferico Ryan Gosling, è un neonazista antisemita che va in giro per New York rasato e con una plateale maglietta decorata con la svastica. Si accompagna ad una bella congrega di tipiche palle-di-lardo nazipelate americane, ma è lui stesso ebreo.
In realtà la sua è una rivolta contro Dio ed il suo stesso popolo, che accusa di debolezza. Danny si propone come la bestemmia vivente. E’ troppo intelligente, lo dimostrano i flashback sui suoi battibecchi con il rabbino a scuola ed è lui stesso a denunciare la pericolosità dell’intelligenza, attribuendola alla sua origine ebraica. La sua dannazione è il non saper uscire dalla contraddizione. Il non riuscire a non sentirsi intimamente oltraggiato dallo sfregio alla sinagoga, compiuto assieme ai suoi compari.

Informazione Corretta direbbe che questo è un filmaccio su un ebreo che odia se stesso zeppo di oscenità antisemite. La cosa affascinante invece è cercare di capire i motivi di questo odio che a ben guardare è solo angosciante disperazione di vivere e, se si guarda ancora più in profondità, stando attenti a non farci guardare dall’abisso, è invece un lacerante grido d’amore.

martedì 18 settembre 2007

Prossima fermata Iran?


[…] il processo di trasformazione, anche se portera’ ad un cambiamento rivoluzionario, sara’ verosimilmente un processo lungo, senza un qualche evento catastrofico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbour. […] (“Rebuilding America’s Defenses", 2000, pag. 51)

"Mein Fuhrer! Io...cammino!" (Il dottor Stranamore)
L’argomento è già stato trattato in passato, sia da me che ed ancor meglio da Pressante e Kelebek ma penso sia sempre salutare rinfrescarci la memoria su cosa stia cucinando per noi per i prossimi mesi il PNAC (Project for a New American Century) .
Per intenderci, la cricca guerrafondaia di Bush, Cheney e compagni di merende che ora, dopo aver avuto la loro Nuova Pearl Harbour, aver dato una ripassatina all’Afghanistan e una bottarella all’Iraq con impiccagione di Saddam compresa nell’all-inclusive si appresta, prima di fare gli occhioni dolci alla Siria, a tirare un’altra riga sul nome Iran, un po’ come se il destino del mondo fosse come la lista della Sposa. L’Iran come Bill?
Torno sui progetti del PNAC, invitandovi a leggere gli articoli citati e, se non vi fa paura l’inglese, i documenti originali sul loro sito, perché è sempre più di moda negare a priori l’esistenza di complotti, macchinazioni e cabale nascoste. “Non c’è alcun complotto”, ci ripetono ad ogni ora facendoci benevolmente pat pat sulla testa.

Io invidio coloro che sono convinti che non vi siano personaggi potenti che progettano il loro bene a scapito di quello degli altri comuni mortali, magari barando pesantemente con le regole. La cosa mi dà fiducia nella bontà dell’uomo ma mi convince anche della sua colossale ingenuità (se veramente di ingenuità si tratta). Che tenerezza gli smontatori di fiducia della real casa imperiale come altissimo-purissimo-attivissimo che non trovano, ad esempio, nulla di anormale nello svolgersi dei fatti attorno all’11 settembre, che qualche pazzo identifica ovviamente nella famosa nuova Pearl Harbor, un evento catalizzatore capitato a fagiuolo proprio quando faceva più comodo.
Come invidio il loro sacro furore contro i complottisti, questi fottuti paranoici che vedono la longa manus delle lobbies, dei petrolieri, dei potentati economici dietro questa sorprendente concatenazione di coincidenze che è la storia dei primi anni del nuovo secolo.

Nel 1997 si costituisce il PNAC. Andatevi a vedere da chi è formato e anche se spesso ricorrerà la fratellanza con Israele scacciate subito il fantasma del complotto demoplutogiudaicomassonico, bastardi antisemiti! Si presentano come un think-tank, una specie di onlus che fa volontariato, nel senso che è disposta a portare la parola del dio Marte in giro per il mondo.
Nel 2000, dopo la discussa elezione di Bush alla presidenza, per alcuni addirittura fraudolenta, il suo staff viene occupato quasi per intero da nomi che fanno riferimento al PNAC, i famosi neocon. Una pura coincidenza.
Nel loro più celebre manifesto, il “Rebuilding American’s defenses” dello stesso anno annunciano che paesi come Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Libano e Iran sono una minaccia per l’umanità, un eufemismo per dire che stanno sui loro, di coglioni, per ragioni che solo loro sanno.
Un’altra di quelle coincidenze che sarebbe piaciuta da matti a Jung dice che i paesi canaglia sono tutti mediorientali, ad alto tasso petrolifero e pericolosamente vicini ad Israele. La Corea del Nord a quel punto sembra messa lì come distrattore, ma del resto un paese ancora comunista ci voleva e Cuba non andava più bene perché alla CIA porta sfiga.

E’ in quel famoso documento che troviamo la frase inquietante sulla nuova Pearl Harbor. Indovinate cosa pensano i complottisti della malora? Che l’11 settembre se lo sono fabbricato in casa, come le tagliatelle di nonna Pina. Non puoi invocare un evento catalizzatore che un ex socio te lo combina con appena una quindicina di kamikaze improvvisati in meno di un anno. Poca spesa, molta resa.

Non se n’è accorto nessuno ma la prossima fermata del PNAC sembra proprio l’Iran, un altro paese della famosa lista, nonostante la sconfitta evidente del Progetto sia in Afghanistan che in Iraq. La scaletta viene rispettata come alla televisione svizzera. Non pensate comunque che vi siano complotti in atto. I complotti non esistono.

martedì 13 marzo 2007

Euston, abbiamo un problema

Secondo me ci sono troppe sinistre in giro. E’ come in quei film di fantascienza con androidi talmente perfetti che li scambi per umani e ti accorgi che sono finti solo all’ultimo quando li apri in due, ne sbudelli i meccanismi e l’occhio a molla gli penzola fuori dall’orbita.
C’è tanta gente che si definisce di sinistra, anzi ci tiene proprio ad autocertificarsi come tale, ma poi se guardi da vicino ciò che dice e scrive ti accorgi che, o tu sei definitivamente un vecchio arnese del passato ancora legato alla sinistra di Peppone o qualcuno non ha le idee ben chiare su cosa significhi essere di sinistra.

Dovete capirmi. Ai miei tempi c’erano grosso modo due sinistre: quella parlamentare e quella extraparlamentare. I comunisti erano ancora comunisti. Il segretario del PCI era Enrico Berlinguer. C’era perfino l’Unione Sovietica con il CCCP e l’Albania si faceva fatica ad indicarla sulla cartina.
C’era anche una sinistra estrema, e poi l’anarchia (quella vera, non gli anarcoinsurrezionalisti fantasma di Pisanu), e i violenti, “gli innominabili”, come direbbe Gaber.
I socialisti, fino a Craxi, parlavano ancora di socialismo e di operai. Poi arrivò Bettino e, complici gli anni ottanta, la sinistra si scoprì piaciona, godereccia e puttana.
Nonostante le differenze però era ancora facile districarsi nel significato di sinistra. Fermi i capisaldi della difesa dei lavoratori e delle classi disagiate, le differenze erano essenzialmente nei metodi. Le conquiste sociali c’era chi le voleva ottenere legalmente governando e chi era disposto ad usare la violenza, a fare la rivoluzione, si sarebbe detto.

Oggi districarsi tra le varie anime della sinistra è un casino. Alcune le riconosci, usano ancora i vecchi simboli, parlano di uguaglianza, diritti civili e giustizia sociale, quelli che per me sono i valori della sinistra.
Altre anime che si autocertificano di sinistra mi rendono perplessa perché vorrebbero, ad esempio, opporsi al neoliberismo senza cadere nelle maglie dell’antimperialismo acritico. Una versione molto snob della botte piena e della moglie ubriaca.
Ecco, io penso che un elemento imprescindibile della sinistra sia ancora proprio l’antimperialismo, assieme alla ricerca di un sistema economico (modo di produzione) più equo del capitalismo, soprattutto della sua versione hard, il liberismo.

Ho l’impressione invece che la cosiddetta sinistra riformista non si ponga il problema del capitalismo e del suo superamento (in senso democratico e alternativo e non rivoluzionario e violento) ma che cerchi di rendercelo solo più digeribile masticandolo a lungo prima di farcelo ingoiare. O rendendocelo meno penoso come nel detto cinese “se proprio devi essere violentata cerca di trarne piacere.”
Le riforme che vogliono e che ritengono indispensabili per noi (grazie, e chi ve le ha chieste?) riguardano sempre gli altri. La flessibilità del lavoro sbandierata dai vari economisti riformisti che guardano alla Danimarca con il culo bene al caldo non riguarda loro o i loro figli ma solo i lavoratori subordinati, le donne e i lavoratori immigrati.
La loro benevolenza nei confronti dell’attuale sistema è totale perché in realtà difendono un’oligarchia della quale fanno parte. Per loro non vi è alternativa possibile a questo sistema economico e quindi sono conservatori, non progressisti.
Stranamente hanno preso qualcosa dalla vecchia sinistra: il peggio, il metodo stalinista della caccia al dissidente. O sei con loro o contro di loro, con i terroristi.
A proposito di imperialismo, tutte le guerre degli ultimi sei anni erano già scritte del Project for a New American Century fin dal 1997 ma se lo si dice vi daranno nell’ordine: del cospirazionista, dell’antiamericano, antisemita e del busone.
Già, mi ci vorranno cent’anni ma forse un giorno capirò il perché del livore che gli amici ebrei e israeliani hanno adesso nei confronti della sinistra, dopo averci militato storicamente per decenni. Se Fini va a Gerusalemme sarà merito dell’acqua di Fiuggi oppure è il sionismo che si è spostato decisamente a destra?

La cosa più di sinistra che abbiamo avuto negli ultimi anni per me è stato il grande movimento che si raccoglieva attorno alla frase “un altro mondo è possibile”. Un movimento fatto di persone di diversa provenienza politica ma accomunate dalla consapevolezza che la globalizzazione non porta affatto i vantaggi che millantano i suoi fautori.
Questo sistema economico sta distruggendo il pianeta, rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Chi dice che non è vero è in malafede o è cieco. La comunicazione decide letteralmente della vita e della morte di interi popoli. Se una guerra non interessa o non è funzionale al grande masterplan non se ne parla e tu non ne saprai mai nulla, anche se muoiono milioni di persone. Basta vedere come la Palestina è sparita dai tele/giornali, assieme al Darfur, alla Cecenia e alla Somalia.

Era bello il movimento dell’altro mondo possibile. Ma è finito, colpito dalle mazzate di Genova, e coperto dall’oscuramento dei media e dalla nube piroclastica di Ground Zero. No global è diventato sinonimo di delinquente, terrorista.
Se abbiamo imparato una cosa da Genova è che questo sistema non sopporta di essere messo in discussione, soprattutto quando sta ridisegnando la geopolitica a sua immagine e rassomiglianza, armato fino ai denti contro i mulini a vento che gli servono per dominare il mondo.
Spariti i no global, o quasi, oggi se la prende contro il Sudamerica che cerca una via diversa di sviluppo. E, come quarant’anni fa Castro, oggi il babau è Chavez.
Da noi sono spariti anche i girotondi, e tutto il movimentismo che voleva dare una scossa ai burocrati di partito. Si farà il Partito Democratico con Rutelli e Fassino, de gustibus.
Io continuo a sperare in un vero progressismo, dove essere di sinistra significhi di nuovo qualcosa di meglio dell'assomigliare a Tony Blair.

giovedì 25 gennaio 2007

Solo silenzio

Non è facile parlare di Giornata della Memoria perché il turbinio di sciocchezze, i rigurgiti di ignoranza e le manifestazioni di bieco machiavellismo sono tali in questi giorni che danno la nausea.

Siamo tutti attorno ad un tavolo e si gioca sporco, si bluffa, si gioca al rialzo, con un cinismo spaventoso. Non fiches, ma milioni di morti buttati sul tavolo verde di una politica che fa sempre più schifo. Politica che all’occorrenza prende la Storia, la trascina in un angolo e la violenta.
I miei morti valgono il doppio dei tuoi, non ti azzardare a confonderli. Se condanniamo il nazismo allora si condanni anche il comunismo e si neghi il valore della Resistenza. Anzi delle Resistenze. Oggi non si deve criticare il presidente ex comunista perché fa il nostro gioco, ha detto che l’antisionismo è uguale all’antisemitismo. Per premio, non gli hanno ricordato per l’ennesima volta di condannare i crimini comunisti.

Dovremmo mettere in galera i negazionisti, bruciare i loro libri e spargervi sopra il sale. I negazionisti sono ricercatori talmente seri che vanno a grattare un muretto dopo sessant’anni ad Auschwitz, dove è stato quasi tutto distrutto e siccome non trovano tracce di veleno nel fazzolettino deducono che nessuno è stato gasato, da nessuna parte. Basterebbe ignorarli e invece li facciamo diventare dei martiri e perfino degli illustri scienziati.

Se chiedessimo ad una persona qualsiasi che ha visto le migliaia di fotografie scattate dai liberatori dei lager nazisti, i grovigli di corpi umani che ti impediscono di dire quello è ebreo, quello zingaro, quello omosessuale, quello dissidente politico, se gli facessimo vedere le fosse riempite dalle ruspe con una marmellata umana di ossa e pelle senza più alcuna umanità e dicessimo loro che esiste chi nega questa realtà quale sarebbe la sua risposta? Direbbe che sono matti. Appunto. Se qualcuno cade nel tranello di credergli fategli vedere quelle foto, quei filmati, portateli sul posto.

Al tavolo da gioco c’è chi gioca pesante con le nostre libertà perché è accecato dal tornaconto politico. Cosa vuol dire che l’antisionismo è uguale all’antisemitismo? Vuol dire che non si potrà più parlare. Che non ci si vuole far amare ma solo temere.
Se chiedessimo a quei poveri corpi nudi senza più dignità cosa ne pensano del cinismo di chi si appropria di loro, della loro sofferenza, che pretende di parlare in loro nome per una specie di contratto in esclusiva, di chi li conta e li riconta perché il loro numero deve essere più grande di tutti di altri genocidi, di chi in nome loro ritiene di poter fare qualsiasi cosa, anche non dover più rispondere di nulla a nessuno, cosa ci risponderebbero?

Se chiedessimo a chi ha sofferto in maniera indicibile se il mondo ha imparato qualcosa dalla loro sofferenza quale sarebbe la risposta? Se anche uno solo di quei milioni di poveri morti potesse ancora parlare ci chiederebbe un’unica cosa: di fare silenzio.

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