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martedì 21 ottobre 2014

E' la vanga che traccia il solco


Oggi che mi sento più o meno così è la giornata giusta per porsi la grande domanda. Ve la impiatto così, à la tartare, senza preliminari. Farà un po' male.

Gli angeli del fango sono prodotti della propaganda piddina?

Insomma quegli angioletti dei quali Google images vomita a richiesta decine e decine di immagini posate e con la giusta luce, con pala, maglietta e musetto sporchi di fango ma tutti talmente belli e fotogenici da sembrare usciti da un casting (guardare questa fotogalleria del Secolo XIX, per esempio), sono prodotti di un certo "spontaneismo", come i loro papà e mamma degli anni '60, o sono un tantinello troppo studiati e frutto di un'abile operazione di propaganda? Mica tutti, s'intende, ma buona parte, soprattutto quella che parla e appare in TV?

"Come fai ad essere così perfida? Tu che non hai alzato il culo per andare a spalare il fango della tua città?" 

Scusate, un'interferenza.

Dicevo, mica lo penso solo io, ma altri. Questo post non è così originale perché i dubbi li hanno avuti in tanti. Anche Mario Giordano se lo è chiesto con un articolo finalmente sugar-free e privo dell'insopportabile retorica di questi giorni. Per non parlare di Andrea Marcerano sul Foglio, che così apostrofa un troppo entusiasta collega capellone:

"Senta, Severgnini, i ragazzi che spalano a Genova fanno bene a spalare, bene alla comunità e bene a loro stessi, ma eviterei, in questo momento, di fare un pompino agli angeli del fango. Sottrarrebbe preziose energie. Senta, Severgnini, non sono eroi, sono ragazzi normali, fanno una cosa normale, vanno in guerra senza spingere il nonno, come in tutte le guerre. E come in tutti i soccorsi."

La solita volgarità reazionaria o c'è anche un po' più di un briciolo di verità?
Che il PD, come gioiosa macchina da propaganda di guerra potesse aver messo il cappello sugli angeli del fango, lo suggeriscono parecchi indizi e, come succede spesso, molti indizi formano una prova.

1) Innanzitutto l'adozione all'unisono del nome angeli del fango da parte dei media. Un'instantbookizzazione del concetto di piccolo salvatore della patria vangamunito. C'era il precedente storico dell'alluvione di Firenze e degli studenti che accorsero a migliaia per salvare le opere d'arte, d'accordo, ma solo i funghi spuntano tutti assieme una mattina dopo la pioggia.

2) Questa sciacallaggine antigrillina da primo colpo, quindi piddina: 

3) Questo pensiero tratto del libretto rosso del First Bischero: 

«Spalerò la burocrazia come gli angeli del fango spalano a Genova»

Uhm, che puzza di aratro che traccia il solco, ovvero di propaganda, lontano un miglio marino. Anch'essa ovviamente dichiarazione "spontanea" sulla pagina Facebook.

4) Gli angiolini jolie che, intenti com'erano a spalare fango, appena arriva Grillo con cerata da pescatore di merluzzi (Grillo che poteva anche rimanersene affanculo a Sant'Ilario, per essere chiari), posano il badile e si mettono a fare la sceneggiata  funicolare senza corrente contro il nemico. Solo il piddino reagisce così pavlovianamente alla presenza degli ortotteri. Quasi una confessione.

5) L'angioletto da talk show, accuratamente ammaestrato e che evita accuratamente di accusare la gestione piddina della Liguria della mancata prevezione della tragedia.
Ne accenna anche Travaglio, per il quale, giustamente, l'acqua del Bisagno ha fatto tracimare anche la sopportazione nei confronti di Michele "datemelisordichevefacciolativvulibbera" Santoro.
Parentesi in difesa di Travaglio: provate voi ad avere di fronte uno con la faccia un po' così e l'espressione un po' così della canzone di Paolo Conte, ovvero il gerundio di burlare, e a non uscire di sentimento. 

6) Le "Vanghe precarie della meglio gioventù" di Adriano Sofri.  Brrr, da brivido.

7) La magliette spontanee "Non c'è fango che tenga" e quelle ancor più spontanee, per migranti, "Nessuno è straniero". Ma guarda un po'.

La bellezza della gioventù, la bella maglietta, il lavoro gratuito offerto in sacrificio per Voi, il te deum del giovanilismo e un certo fastidioso farcelo pesare definendo tutti ad honorem eroi, mentre i responsabili del LET IT HAPPEN arrivano perfino a fare gli offesi se li si tenta di prendere per il colletto e sbatterli di fronte al muro delle proprie responsabilità.
Questo stomachevole leccalecchino caramellato dei media da far ciucciare agli italiani, ammantato di propaganda dal tanfo tipicamente totalitario, riflette un'insopportabile ESTETICA DELLA CATASTROFE. 
Estetica che risponde alla logica busona del buttar soldi nella maglietta fica invece di destinare ogni centesimo agli alluvionati e di non impiegare subito l'esercito e squadre della protezione civile appositamente addestrate per le operazioni di ripulitura ma gli angioletti belli discesi dal cielo in terra a miracol vangare. Angioletti si ma con la lingua biforcuta se c'è il nemico grillino in favore di telecamera. 
Un'estetica elegiaca della distruzione, un inno a Thanatos che è la firma inconfondibile dell'economia delle sciagure e in fondo della guerra. Distruggere per ricostruire invece di conservare e preservare.
La catastrofe come opportunità per l'appalto, il cataclisma che va auspicato e protetto e che va venduto come inevitabile, imprevedibile, voluto dal destino cinico e baro e non dall'incuria colpevole delle giunte, e le cui conseguenze bisogna sopportare cristocomunisticamente; come bisogna accettare, perché THERE IS NO ALTERNATIVE e l'EURO E' IRREVERSIBILE, la società dickensiana che ci vorrebbe propinare la dittatura delle multinazionali. La Bophalizzazione del mondo, il Bad TTIP continuo.

Candid photography?  Candidi angioletti in un momento di assoluta spontaneità.

giovedì 21 luglio 2011

Il vilipendio dei musicisti in un paese musicalmente analfabeta


Un paese musicalmente analfabeta lo si riconosce da alcuni tratti inconfondibili.
Prima di tutto dal privare i suoi cittadini bambini di una vera educazione musicale scolastica; educazione soprattutto al gusto musicale, all'armonia e alla creatività, limitandosi a a farli soffiare disperatamente dentro degli stramaledetti pifferi e chiamare questa crudeltà ora di musica.

Il secondo segno di analfabetismo è il dominio della musica sotto forma di rumore molesto nei luoghi pubblici, tanto che non possiamo che trovarci d'accordo con Kant che sosteneva come la musica, se imposta anche a colui che non la vuole ascoltare, diventasse qualcosa di importuno e fastidioso.
All'estero puoi trovare la musica ambient come sottofondo piacevole e mai soverchiante nei ristoranti, caffé e centri commerciali. Da noi, in un centro commerciale dove l'acustica non è mai stata presa in considerazione in fase di progetto, perché per quell'architetto l'acustica architettonica è un'opinione e forse ha rappresentato un esame stiracchiato da diciotto scarso, se ci sono dieci negozi abbiamo dieci musicacce a tutto volume una sopra l'altra, possibilmente le più rumorose e screanzate, alle quali si aggiungono il rimbombo delle voci umane e dei rumori prodotti dalle macchine in funzione.  Una linea della Breda risulta quasi idilliaca come un tranquillo laghetto di montagna, al confronto.

Terzo tratto caratteristico di analfabetismo musicale: la difficoltà a nominare un numero sufficientemente elevato di attuali talenti musicali italiani, perché l'Italia non fa nulla per valorizzare e tentare di rianimare la propria tradizione musicale e i pochi veramente validi si contano sulle dita di una mano.
Nella cloaca massima televisiva, a parte la farlocca competizione tra case discografiche di Sanremo che monopolizza un'intera settimana all'anno, non si fa musica se non in casi assolutamente eccezionali. Un vero divulgatore musicale come Renzo Arbore viene relegato a tarda notte oppure non va neppure in onda. Nonostante ciò, grazie a trasmissioni come le sue, anche chi non masticava proprio il jazz ha potuto imparare ad apprezzare uno Stefano Bollani, tanto per fare un esempio.
Il massimo della musica classica che passa in televisione è il concerto di Capodanno, sia nella versione austroungarica che in quella italiana, dove imperano il plinplin di Giovanni Allevi e il poveropiero di Peppino Verdi. Oltre quello, il vuoto pneumatico. Musica contemporanea, jazz, folklore, etnica, lirica, non pervenute.

Siccome il panorama musicale è un encefalogramma da coma profondo, con pochi sporadici impulsi qua e là, la critica musicale si annoia e allora si dedica alla riesumazione dei cadaveri dei musicisti del passato, alla loro  depredazione e vilipendio.
L'ultima vittima è Fabrizio de André che, in un articolo della rivista "Rolling Stone", viene descritto come un cantautore sopravvalutato ed eccessivamente idolatrato post-mortem, oltreché, ohibò, personaggio dalle molte contraddizioni. Confondendo l'artista con l'uomo, come mai si dovrebbe fare nel giudicarne l'opera, si rimprovera a De André di essere stato nientepopodimeno che un borghesuccio, finto comunista (a parte che era casomai anarchico) e collezionista di dobloni d'oro alla faccia del proletariato.
Riesumando, da bravi becchini, il vecchio dualismo Coppi-Bartali, i criticominkia di "RS" finiscono per giocherellare anche con il cadavere di Lucio Battisti, secondo loro un povero Salieri offuscato (perché di destra) da colui che si credeva il Mozart di Boccadasse, privilegiato dalla critica perché di sinistra. Figuriamoci se un articolo del genere non avrebbe fatto subito salivare copiosamente "Panorama" e  "Il Giornale" che, trovandosi tra le mani la polemichetta estivo-funeraria sul cantante di destra vs. cantante di sinistra, ci hanno scritto sopra altri tre o quattro articoli. Tutti orgogliosamente pro-Lucio e anti-Faber, sostenendo oltretutto che la tacchetta esistesse veramente tra i due cantautori.

Se si fossero fermati a ragionare invece di pagare pegno all'idiozia culturale di regime, avrebbero notato che, ormai, per il pubblico, sia le canzoni di De André che quelle di Battisti sono classici del nostro patrimonio culturale e che nessuno, di fronte ai "fiori rosa fiori di pesco" o al "letame da cui nascono i fiori" si preoccupa se chi ha scritto le due canzoni era di destra o di sinistra, se era tirchio o munifico e se gli puzzavano o meno i piedi. Sono canzoni memorabili e basta e l'unica distinzione che possiamo fare è se ci piace di più lo stile dell'uno o quello dell'altro.
Fabrizio de Andrè era un poeta, anche se preferiva definirsi cantautore perché, diceva: "Fino a 18 anni tutti scrivono poesie. Dopo i 18 anni le scrivono solo 2 categorie di persone: i poeti e cretini. Per questo io preferirei considerarmi solo un cantautore." 
E' stato senza dubbio l'autore che con maggiore raffinatezza ha tradotto la lingua italiana in musica. Prima di lui, solo Montale aveva descritto Genova nella sua vera essenza. Se ascoltare "Creuza de ma" riesce ogni volta a spezzarmi il cuore di nostalgia e "Dolcenera" a riportarmi tutta intera la tragedia dell'alluvione del 1970, è perchè De André non era un canzonettaro pompato dalla sinistra, come ridacchiano i becchini saltellando sulla sua bara, ma un poeta.  La sua musica è "priva di soul? Pazienza.

I poeti hanno il vizio di predire il futuro. Di vedere in anticipo dove stiamo andando a finire. Poeti come Pasolini, Gaber e lo stesso Fabrizio de André hanno descritto minuziosamente con quarant'anni di anticipo cosa siamo diventati oggi, che razza di paese anticulturale e profondamente ignorante siamo. L'omologazione, il ruolo della televisione, "cos'è la destra, cos'è la sinistra", sono stati previsti e ci sono stati annunciati affinché potessimo, attraverso la conoscenza, salvarci in tempo.
Non li abbiamo ascoltati ed ora tentiamo di distruggerne la testimonianza parlando solo delle loro debolezze. Pasolini era un omosessuale, de André un ubriacone. Dei "poveri comunisti", come direbbe lui.
Ci divertiamo a vilipenderli da morti ed a scarabocchiarne il ritratto perché, così facendo, ci illudiamo di essere ancora vivi. Invece i morti siamo noi.

martedì 30 ottobre 2007

I manganellati sentitamente ringraziano

La commissione d'inchiesta sul G8 di Genova non si farà, ne ora nè mai, perchè l'unico governo che avrebbe potuto istituirla era quello di centrosinistra e Prodi non rischierà la cadrega per questo, visto che i moderati della sua grosse koalition non la vogliono.
Ringraziamo nell'ordine: Mastella, Di Pietro e i Rosapugnettisti, questi ultimi nella parte di quelli che non c'erano e se c'erano dormivano, che hanno inciuciato lingua in bocca con il centrodestra per affossare la commissione. I fatti della Diaz, di Bolzaneto e i pestaggi indiscriminati per le strade di Genova del luglio 2001 andranno a costituire un pericoloso precedente, con la conseguenza che gli abusi potranno ripetersi in futuro, in assoluta impunità.

Sinceramente, a me non fa rabbia tanto l'on. Fini che oggi dice: "La commissione d'inchiesta sul G8 era unicamente una cambiale che si pagava agli amici dei black bloc: alla sinistra piu' radicale".
Bisogna capirlo, ieri era il 28 ottobre e certi manifesti in giro per Roma mettevano tanta nostalgia.
Non mi fa rabbia la destra, questa destra che rimane sempre la solita, che dopotutto ama ancora l'odore dell'olio di ricino la mattina.

A me fanno rabbia questi governanti travestiti da centrosinistra che se ne fregano delle promesse tanto sono qui solo per caso, con i partitucoli in piene prove tecniche di salto della quaglia che si mettono d'accordo sotto banco per sabotare (non mi viene altro termine) la nave sulla quale navigano loro stessi, forse perchè sotto la giacca hanno già il giubbotto di salvataggio.

Mi fa rabbia come non mai Mastella che ha il coraggio di affermare che la commissione di inchiesta sul G8 non era nel programma dell'unione (volutamente minuscolo). Per fortuna che da qualche parte avevo conservato il pdf del programma e anche il link. Andiamo a pagina 77:
La crescente domanda di sicurezza da parte della collettività, a fronte di vecchi e nuovi rischi e pericoli, richiede la messa in opera di un programma di riorganizzazione, coordinamento e modernizzazione che rafforzi il rispetto della legalità, il contrasto della criminalità. la prevenzione delle minacce terroristiche.
La politica del centrodestra al riguardo si è mostrata del tutto indifferente: a vuoti annunci si sono affiancate misure che contrastano con il rispetto della legalità, l’inerzia rispetto alla criminalità economica, un abbassamento della guardia nel contrasto alla criminalità organizzata, l’utilizzo delle forze di polizia per operazioni repressive del tutto ingiustificate; basti pensare ai fatti di Genova, per i quali ancora oggi non sono state chiarite le responsabilità politica e istituzionale (al di là degli aspetti giudiziari) e sui quali l’Unione propone, per la prossima legislatura, l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta.
I fatti di Genova di cui si parla, secondo Mastella cos'erano? La gara per il miglior pesto, il derby Sampdoria-Genoa o il sasso di Balilla?

Mi fa rabbia l'Italia dei Dolori di Di Pietro, che in questi pasticci c'entra sempre. "Volevano indagare solo sulla polizia, una giustizia a metà. Noi vogliamo una commissione che indaghi sia sui manifestanti che sugli abusi delle forze dell'ordine." No, non si voleva indagare solo sulle forze dell'ordine ma su quelle mele marce al loro interno dalle quali gli stessi tanti poliziotti onesti si sono sentiti offesi e disonorati. Per Di Pietro è normale avere una polizia al cui interno esistono elementi fortemente politicizzati che quando c'è l'occasione scendono in piazza per darle ai "rossi"? Ha ascoltato le registrazioni della poliziotta che si rallegra della morte di un manifestante? Secondo lui è normale, da paese civile?

Sono indignata, anche a nome di tanti cittadini stranieri che hanno assaggiato in quei giorni una fetta di Sudamerica anni 70 in pieno continente europeo. Indignata come genovese, perchè la mia città è stata stuprata e tra un pò diranno che se l'è cercata perchè girava in minigonna.

Non ultimo, anche se apparentemente non c'entra, mi fa rabbia il gianobifrontismo di Luke Skyuòlter che se deve parlare di nazifascismo, nei giorni della Marcia su Roma e del revanscismo sempre più sfacciato della destra estrema, sente il bisogno impellente di controbilanciare con gli orrori del comunismo, come un Ferrara qualsiasi.
Non è questione di equidistanza e obiettività, è paraculismo algebrico che azzera ogni tentativo di analisi storico-politica. Quelli dell'olio di ricino si sentono in fondo giustificati. Dovevano combattere un siffatto mostro, il Comunismo, poi la mano gli è un po' scappata, pazienza.
Il ragionamento, a ben guardare è sempre lo stesso. A Genova alcuni manifestanti hanno devastato, la polizia ha menato, 1 a 1 e palla al centro. I manganellati sentitamente ringraziano.

sabato 21 luglio 2007

Il mantra dell'estintore

Facciamo un esperimento. Nominiamo Carlo Giuliani e partirà questo mantra in automatico:

"se cerco di ammazzare qualcuno con un estintore e' logico che mi posso aspettare di tutto... ohm...
...Ormai il ragazzo non c'è più, lasciamolo riposare, ma non facciamone un eroe, solo perchè ha lanciato un estintore contro un carabiniere!... ohm...
…andava di tanto qua e là saltellando con un estintore in mano cercando di uccidere chi non la pensava come lui... ohm...
So solo che minacciava un poliziotto con un estintore in mano, il quale si e' difeso con l'unica cosa che si e' trovato in mano…ohm...
...magari se non tirava un estintore contro una jeep dei carabinieri sarebbe stato ancora vivo…ohm...
...Questo ragazzo voleva tirare un estintore sulla testa di un carabiniere…ohm...
...io non sono mai stato ad una manifestazione con cappello, sciarpa in viso ed estintore puntato contro i caramba o chiunque non la pensi come me…ohm...
...Di sicuro se guardate bene la foto noterete l'estintore per terra. Se non sbaglio voleva darlo in testa ad un poliziotto…ohm...
...i bravi ragazzi non vanno con un estintore in mano con l'intenzione di buttarlo addosso a un carabiniere…ohm...

Non importa che la verità su Piazza Alimonda non l’abbia scritta finora alcun tribunale, che non si sappia chi ha materialmente sparato i due colpi di pistola calibro 9 parabellum che hanno cagionato la morte di Carlo Giuliani e che quindi non vi sia certezza al di là di ogni ragionevole dubbio che proprio Mario Placanica sia l’uomo che sparò.
Non è nemmeno dimostrato che Giuliani volesse veramente usare l’estintore come arma e vi fosse intenzione da parte sua di uccidere.
L’inchiesta è stata archiviata. I brandelli che solo un processo avrebbe potuto mettere assieme per dar forma e senso compiuto alla verità li hanno forniti finora solo i testimoni e le foto.

Senza la verità stabilita da un processo può esserci solo interpretazione dei fatti e quella di Piazza Alimonda l’hanno scritta i telegiornali e i giornali sulla base di una tesi difensiva, quella di chi ha sparato, chiunque esso sia. Se non ricordo male fu l’on. Fini, la sera stessa, a parlare per primo dell’estintore.
E’ una “verità soggettiva” che comunque, come dimostra il luogo comune mantrico che ho condensato in alcuni esempi, gentilmente offerti da LiberoBlog, è ben radicato nell’opinione pubblica. Anche magari in chi meno te lo aspetti.

Ieri, rispondendo ad alcuni commenti al post su Genova ho detto che Carlo Giuliani è un nervo scoperto. Voglio solo qui ribadire che mi dispiace che solo pochi riescano ad andare oltre al luogo comune e al mantra dell’estintore instillatoci goccia a goccia da sei anni direttamente nel cervello.
“Carlo non era un eroe” è una variante del mantra. Io credo sia inevitabile che per qualcuno Carlo sia un eroe. Siamo culturalmente figli di coloro che dicevano: "chi muore giovane è caro agli dei".
Mi rendo conto che un film come “Carlo Giuliani, ragazzo” possa risultare indisponente nella sua spudorata idealizzazione della vittima ma in realtà è solo difficilmente comprensibile per chi non abbia la più pallida idea di cosa voglia dire perdere un figlio.

Io vedo gente oppressa dal lutto ogni giorno. Posso dire che si può superare il dolore per la morte di chiunque: del marito, della moglie, dell'amante, della madre e del padre. Dei fratelli e delle sorelle. Dei figli no.
Sono passati diciassette anni e questo padre è lì davanti a me con lo stesso dolore fresco di allora. Per lui il tempo si è fermato nel momento che la vita ha abbandonato suo figlio.
C’è una sola cosa che risulta quasi impossibile da sopportare per chi ha il dono dell’empatia per l’umana sofferenza. Vedere una madre che ricorda e piange il figlio morto. E’ un dolore che ti si scaglia addosso, che ti acchiappa il cuore e te lo morde e non c’è alcuna professionalità da psicologa che può venirti in aiuto.
E’ per questo che trovo osceno che si dica che Heidi Giuliani ha speculato sulla morte del figlio. E’ esagerata quando idealizza suo figlio? Certo, non vedo come potrebbe essere altrimenti.

Sarà che per età potrei aver avuto un figlio dell’età di Carlo ma, ricordandone la morte, mi sento solo di raccogliermi in un piccolo e silenzioso momento di Pietas.

giovedì 19 luglio 2007

Alla testa Ramon, alla testa!

A Genova spaccarono braccia, gambe, mani che si erano alzate per difendere il volto e teste, tante teste. Troppe per qualsiasi paese civile che pure stava affrontando una guerriglia urbana come quella dei giorni del G8 del 2001. E’ una cosa che, a sei anni di distanza, ancora mi fa riflettere.

Quando si picchia sulla testa si vuole fare male. La testa è delicata, un trauma cranico può provocare gravi lesioni permanenti e perfino la morte. Basti pensare a quando un calciatore riceve un calcio o una pallonata in testa. Immediatamente viene tolto dal campo e lo si manda al più presto a fare la TAC.
Immaginate quindi una testa che riceve una serie di manganellate, per giunta con il tonfa, un manganello particolarmente micidiale, che allora, nelle tre giornate di Genova, secondo i referti medici, fu perfino utilizzato dalla parte del manico. Per fare ancora più male?

L’uomo insanguinato nella prima immagine porta una mascherina e dei guanti di lattice, deve essere un medico o un infermiere. La furia dei manganelli, lo sappiamo, si scatenò non solo contro i manifestanti ma contro i sanitari e i giornalisti al seguito delle manifestazioni, che avrebbero dovuto essere, in un paese civile, intoccabili.
Sappiamo invece che furono picchiati con maggiore lena i manifestanti più pacifici e non altrettanta cura fu impiegata nel sedare i bollenti spiriti dei famigerati Black Bloc che, se andate a riguardarvi le immagini di quei giorni, sbucano all’improvviso come gli scarafaggi, agiscono ovunque praticamente indisturbati, compiono saccheggi e devastazioni e poi spariscono di nuovo. Lo so, sono cose dette e ridette, ma vale sempre la pena ricordarle.

Parlare dei pestaggi come eccessi di singoli, in quei giorni del G8, mi pare assolutamente fuori luogo. Quando il pestaggio è sistematico c’è una regia e questa regia fa paura.

Qui non si parla più di una polizia imparziale che si schiera in una piazza per proteggere il diritto dei cittadini a manifestare democraticamente e, nel momento in cui sbucano dei provocatori, si preoccupa di ristabilire l’ordine e la sicurezza degli altri manifestanti, rendendo gli aggressori inoffensivi.
Qui si ha il sospetto che “quella” polizia che abbiamo visto a Genova fosse una polizia politica, scesa in campo a combattere contro tutti i manifestanti e coloro che in vari modi li accompagnavano e che stesse difendendo solo quel potere contro cui si stava manifestando. Si spiegano così i cori nostalgici e i festeggiamenti alla sera e gli inni a Pinochet di Bolzaneto?

Ricordate la frase che tante signore benpensanti sputano in automatico pensando alla morte di Carlo Giuliani? “Se fosse rimasto a casa non gli sarebbe successo”. E’ la frase che dovrebbe essere presa a simbolo della violenza di quei giorni.
Contro il potere non si scende in piazza, neppure con le mani dipinte di bianco e con i vestiti che sanno ancora dell’incenso della sacrestia. Si resta a casa a guardare la televisione e non si rompono i coglioni.
Quando fecero vedere le immagini dei pestaggi di Corso Italia al TG1 si trattava di un avvertimento. Vedi il babbo con il bimbo piccolo in braccio e la vecchia insanguinata? Vedi cosa ti potrebbe succedere se ti venisse in mente la prossima volta di scendere in piazza anche tu?

Se vogliamo attribuire una simbologia ai gesti, ecco quindi che picchiare sulla testa esprime forse la volontà di estirpare le idee malsane da quelle menti. Di combattere le idee più che le persone. Infatti si inseguono i portatori di idee fin dentro i cortili e li si massacra invece di fermare i delinquenti.

So che “quella” polizia non è “la” polizia. E’ gravissimo però che nel nostro paese nessuno abbia ancora pagato per quei pestaggi e che nessun governo, centrodestro o centrosinistro, si preoccupi di avere all’interno delle forze dell’ordine un nucleo troppo politicizzato, che al momento opportuno può esprimere “quella” polizia che abbiamo visto e assaggiato a Genova.
E che, infine, non trova per lo meno inopportuno che un sindacato di polizia, il COISP, indìca per il 20 luglio una manifestazione e dibattito in Piazza Alimonda a Genova, dal titolo “L’estintore come strumento di pace”.
Non sarà una vera provocazione, ma a me pare comunque una buona imitazione.

martedì 13 marzo 2007

Euston, abbiamo un problema

Secondo me ci sono troppe sinistre in giro. E’ come in quei film di fantascienza con androidi talmente perfetti che li scambi per umani e ti accorgi che sono finti solo all’ultimo quando li apri in due, ne sbudelli i meccanismi e l’occhio a molla gli penzola fuori dall’orbita.
C’è tanta gente che si definisce di sinistra, anzi ci tiene proprio ad autocertificarsi come tale, ma poi se guardi da vicino ciò che dice e scrive ti accorgi che, o tu sei definitivamente un vecchio arnese del passato ancora legato alla sinistra di Peppone o qualcuno non ha le idee ben chiare su cosa significhi essere di sinistra.

Dovete capirmi. Ai miei tempi c’erano grosso modo due sinistre: quella parlamentare e quella extraparlamentare. I comunisti erano ancora comunisti. Il segretario del PCI era Enrico Berlinguer. C’era perfino l’Unione Sovietica con il CCCP e l’Albania si faceva fatica ad indicarla sulla cartina.
C’era anche una sinistra estrema, e poi l’anarchia (quella vera, non gli anarcoinsurrezionalisti fantasma di Pisanu), e i violenti, “gli innominabili”, come direbbe Gaber.
I socialisti, fino a Craxi, parlavano ancora di socialismo e di operai. Poi arrivò Bettino e, complici gli anni ottanta, la sinistra si scoprì piaciona, godereccia e puttana.
Nonostante le differenze però era ancora facile districarsi nel significato di sinistra. Fermi i capisaldi della difesa dei lavoratori e delle classi disagiate, le differenze erano essenzialmente nei metodi. Le conquiste sociali c’era chi le voleva ottenere legalmente governando e chi era disposto ad usare la violenza, a fare la rivoluzione, si sarebbe detto.

Oggi districarsi tra le varie anime della sinistra è un casino. Alcune le riconosci, usano ancora i vecchi simboli, parlano di uguaglianza, diritti civili e giustizia sociale, quelli che per me sono i valori della sinistra.
Altre anime che si autocertificano di sinistra mi rendono perplessa perché vorrebbero, ad esempio, opporsi al neoliberismo senza cadere nelle maglie dell’antimperialismo acritico. Una versione molto snob della botte piena e della moglie ubriaca.
Ecco, io penso che un elemento imprescindibile della sinistra sia ancora proprio l’antimperialismo, assieme alla ricerca di un sistema economico (modo di produzione) più equo del capitalismo, soprattutto della sua versione hard, il liberismo.

Ho l’impressione invece che la cosiddetta sinistra riformista non si ponga il problema del capitalismo e del suo superamento (in senso democratico e alternativo e non rivoluzionario e violento) ma che cerchi di rendercelo solo più digeribile masticandolo a lungo prima di farcelo ingoiare. O rendendocelo meno penoso come nel detto cinese “se proprio devi essere violentata cerca di trarne piacere.”
Le riforme che vogliono e che ritengono indispensabili per noi (grazie, e chi ve le ha chieste?) riguardano sempre gli altri. La flessibilità del lavoro sbandierata dai vari economisti riformisti che guardano alla Danimarca con il culo bene al caldo non riguarda loro o i loro figli ma solo i lavoratori subordinati, le donne e i lavoratori immigrati.
La loro benevolenza nei confronti dell’attuale sistema è totale perché in realtà difendono un’oligarchia della quale fanno parte. Per loro non vi è alternativa possibile a questo sistema economico e quindi sono conservatori, non progressisti.
Stranamente hanno preso qualcosa dalla vecchia sinistra: il peggio, il metodo stalinista della caccia al dissidente. O sei con loro o contro di loro, con i terroristi.
A proposito di imperialismo, tutte le guerre degli ultimi sei anni erano già scritte del Project for a New American Century fin dal 1997 ma se lo si dice vi daranno nell’ordine: del cospirazionista, dell’antiamericano, antisemita e del busone.
Già, mi ci vorranno cent’anni ma forse un giorno capirò il perché del livore che gli amici ebrei e israeliani hanno adesso nei confronti della sinistra, dopo averci militato storicamente per decenni. Se Fini va a Gerusalemme sarà merito dell’acqua di Fiuggi oppure è il sionismo che si è spostato decisamente a destra?

La cosa più di sinistra che abbiamo avuto negli ultimi anni per me è stato il grande movimento che si raccoglieva attorno alla frase “un altro mondo è possibile”. Un movimento fatto di persone di diversa provenienza politica ma accomunate dalla consapevolezza che la globalizzazione non porta affatto i vantaggi che millantano i suoi fautori.
Questo sistema economico sta distruggendo il pianeta, rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Chi dice che non è vero è in malafede o è cieco. La comunicazione decide letteralmente della vita e della morte di interi popoli. Se una guerra non interessa o non è funzionale al grande masterplan non se ne parla e tu non ne saprai mai nulla, anche se muoiono milioni di persone. Basta vedere come la Palestina è sparita dai tele/giornali, assieme al Darfur, alla Cecenia e alla Somalia.

Era bello il movimento dell’altro mondo possibile. Ma è finito, colpito dalle mazzate di Genova, e coperto dall’oscuramento dei media e dalla nube piroclastica di Ground Zero. No global è diventato sinonimo di delinquente, terrorista.
Se abbiamo imparato una cosa da Genova è che questo sistema non sopporta di essere messo in discussione, soprattutto quando sta ridisegnando la geopolitica a sua immagine e rassomiglianza, armato fino ai denti contro i mulini a vento che gli servono per dominare il mondo.
Spariti i no global, o quasi, oggi se la prende contro il Sudamerica che cerca una via diversa di sviluppo. E, come quarant’anni fa Castro, oggi il babau è Chavez.
Da noi sono spariti anche i girotondi, e tutto il movimentismo che voleva dare una scossa ai burocrati di partito. Si farà il Partito Democratico con Rutelli e Fassino, de gustibus.
Io continuo a sperare in un vero progressismo, dove essere di sinistra significhi di nuovo qualcosa di meglio dell'assomigliare a Tony Blair.

giovedì 21 settembre 2006

L'infame "via dei topi"

Cosa provereste venendo a sapere che nella scuola che avete frequentato per anni, proprio nelle stesse stanze, è possibile che siano passati Josef Mengele, Klaus Barbie, Erich Priebke e Adolf Eichmann?
E' una storia che ho scoperto solo di recente navigando in rete.
Il 31 Luglio 2003 “Il Secolo XIX” di Genova iniziò la pubblicazione di un’inchiesta che ricostruiva l’intricata vicenda di quella che è stata definita la "ratline", la "via dei topi" organizzata in Europa nel dopoguerra per consentire la fuga, prevalentemente in Argentina ed in altri Paesi latinoamericani, di criminali di guerra nazi-fascisti ricercati per crimini contro l’umanità. Una vicenda in parte già nota da tempo, grazie ai libri di studiosi argentini come Jorge Camarasa e Uki Goñi, quest’ultimo autore di un libro pubblicato dopo la desecretazione dei documenti degli archivi della Direzione nazionale delle migrazioni in Argentina, resi pubblici nel luglio 2001 per volere del presidente Néstor Kirchner.

Secondo l’inchiesta del giornale genovese, i suddetti criminali nazisti dal 1947 al 1951 fecero tappa sotto la Lanterna dove ottennero i documenti per l’ emigrazione. Il "Secolo" pubblicò la mappa degli alloggi (via Ricci,via Balbi, eccetera) dove vissero temporaneamente Eichmann, Barbie e Mengele in attesa del passaporto con la nuova identità (nella foto quello rilasciato a Mengele).
Dal reportage risultò pure che Ante Pavelic, il feroce capo degli Ustascia croati, si imbarcò da Genova per l’Argentina con il falso nome di Pal Aranyos l’11 ottobre del ’48.

Fulcro dell’organizzazione era la D.A.I.E., la Direcion Argentina de Immigracion Europea diretta da Carlos Fuldner, amico di Peron ed ex ufficiale delle SS, che si occupava di far pervenire a Buenos Aires l'elenco dei criminali nazisti da mettere in salvo.
Ed ora viene il bello: la D.A.I.E. era situata allora a “Villa Bombrini” in via Albaro 38, l’attuale sede del Conservatorio di Musica. La scuola dove io ho studiato negli anni '70.
“Fuldner redigeva a via Albaro gli elenchi dei nazisti da far fuggire, li spediva in Argentina e da lì, in poche settimane, giungevano i visti di ingresso, completi delle foto dei criminali ma intestate a nomi fittizi. Da Genova, la pratica passava a Roma, dove la Sede della Croce Rossa rilasciava i passaporti relativi ai nomi falsi, rispedendoli a Genova. Fatto ciò, bastava trovare posto per i fuggitivi sulla prima nave che salpasse per l'Argentina. È ormai certo che, in quegli anni, passarono per Genova, e di lì fuggirono in Sudamerica, criminali del calibro di Klaus Barbie ("il boia di Lione"), Adolf Eichmann (il pianificatore dello sterminio degli ebrei, rapito dal Mossad nel '61 e impiccato in Israele l'anno dopo), Josef Mengele (il "dottor morte"), Erich Priebke, il dittatore croato Ante Pavelic. […]
Gli archivi della Croce Rossa svizzera, utilizzati da Uki Goñi per ricostruire la rotta dei nazisti verso il Sudamerica, dicono che anche Gerhard Bohne fece tappa a Genova nel gennaio del 1949. Bohne era una delle SS cui Hitler affidò nel 1933 il piano “Aktion 4“ per lo sterminio degli handiccappati fisici e mentali e che fece 62 mila vittime”. (tratto da ADISTA, Agenzia d'informazione sul mondo cattolico e le realtà religiose N°65 del 20 settembre 2003)

Particolarmente interessante, come emerge dall’inchiesta, è il ruolo della Chiesa nella vicenda. Il sacerdote croato Carlo Petranovic, dipendente della curia genovese, era in contatto con la D.A.I.E. e avrebbe gestito direttamente i rapporti tra Vaticano, Croce Rossa, Auxilium e Comitato nazionale emigrazione in Argentina. L’Auxilium, fondata dal cardinal Giuseppe Siri, e il Comitato Nazionale Emigrazione in Argentina erano particolarmente attive nel salvataggio di “anticomunisti” secondo una tesi contenuta già nelle risultanze della Ceana (Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina, costituita da Menem nel '97) e raccontata nel libro "La via dei demoni", del giornalista di "Repubblica" Giovanni Maria Pace.
Conferme di ciò appaiono anche in una nota del Central Intelligence Group (C.I.G., creato da Truman nel '46 e sostituito alla fine del '47 dalla C.I.A.), datata 21 gennaio 1947 e ritrovata da Goñi durante le sue ricerche.
Non è un mistero che anche gli americani fossero interessati alla salvezza di noti esponenti nazisti e scienziati, per quella che è nota come Operazione Paperclip.
La rete di ecclesiastici impegnati nel facilitare la fuga di nazisti e fascisti faceva capo, in Vaticano, a mons. Alois Hudal, rettore fino al '52 del Collegio tedesco di S. Maria dell'Anima, e vescovo notoriamente filo-nazista che da Roma inviava le richieste di visti.
Scrive ancora "Il Secolo XIX": "Nella relazione conclusiva presentata dal CEANA (Comisiòn para el Esclaracimiento de las Actividades Nazi en la Argentina) nel 1999 si fa riferimento in particolare a una lettera del 31 agosto 1948 in cui il vescovo Hudal spiega a Peron che i visti richiesti non sono per profughi ma 'per combattenti anticomunisti il sacrificio dei quali durante la guerra ha salvato l'Europa dalla dominazione sovietica'".
Gli archivi della CEANA restituirono un primo elenco dei 65 nazisti riparati nel Paese sudamericano. Di questi ben 22 ottennero passaporti e visti a Genova. I dossier del Centro immigrazione di Buenos Aires confermarono che Mengele fu arrestato a Genova. Non fu riconosciuto e dopo due giorni fu rilasciato.

Quali furono le reazioni all’inchiesta del “Secolo XIX” nel 2003? L’allora vicepresidente della Camera Alfredo Biondi chiese subito, con un’interrogazione al presidente del Consiglio, di verificare la vicenda dei nazisti passati da Genova.
Il senatore diessino Aleandro Longhi richiese una commissione di inchiesta che non risulta sia ancora stata insediata secondo il sito del Senato.
L’arcivescovo di Genova, monsignor Tarcisio Bertone, dichiarò che la Curia genovese era all’oscuro degli aiuti che venivano dati ai nazisti e annunciò un’indagine storica negli archivi vescovili per appurare le eventuali responsabilità . Di tutte queste iniziative non si è saputo più nulla.
Petranovic, il “misericordioso”, che si allontanò da Genova nella primavera del '52, oggi ha quasi 90 anni e vive in Canada, in una zona al confine con gli Stati Uniti, ospite di una comunità di suore.


giovedì 20 luglio 2006

Genova, rimembri ancor?

Non è facile tenere a freno le emozioni ricordando cosa accadde a Genova nell'estate del 2001. Specialmente per chi come me, genovese trasferitasi in Romagna, vide gli eventi di quei giorni da lontano, in televisione, con quel senso di profonda e dilaniante nostalgia che prende chi la propria città perduta la vive come fosse una gamba che ha dovuto farsi amputare, ma che da arto fantasma continua a pulsare e dolere.

Il 2001 era ancora l’anno dei viaggi nello spazio e di Also Spracht Zarathustra in quel luglio. Un signore che di lì a poco sarebbe assurto agli onori della cronaca, Osama Bin Laden, era in un ospedale a Dubai a farsi curare il fegato e sembrava ancora in buoni rapporti con gli americani che, secondo un’articolo di Le Figaro passavano spesso a trovarlo.
Anche se, come abbiamo scoperto dopo, i servizi segreti di tutto il mondo stavano avvertendo gli Stati Uniti che qualcosa di grosso bolliva in pentola e dall’altra parte dell’Atlantico si nicchiava e si ripeteva: tranquilli, no problem, tutte le preoccupazioni sembravano concentrarsi su Genova, dove i giovani e non del movimento no global si preparavano a manifestare contro il G8, la riunione dei potenti della terra che avrebbero preso le decisioni cruciali sul destino di tutta l’umanità.
Vidi tutto in tv, come ho detto prima. La preparazione dell’incontro, con Berlusconi novello presidente del consiglio che arriva in una città notoriamente civile, ma lui non lo sa, e fa la suocera lamentandosi delle mutande stese alle finestre e ordinando di spargere fiori ovunque, confondendosi con il Festival di Sanremo.
Nel contempo il centro storico viene chiuso nella cosiddetta “zona rossa”. Giustamente l’imperatore e la sua corte vogliono distinguersi dalla plebe e chiudersi nella nuova “città proibita”. Transenne, sbarre, catene, i cittadini chiusi in gabbia che devono chiedere il permesso per uscire di casa. E’ necessario, sta per scatenarsi la violenza inaudita dei no-global, dicono. D’altronde c’era stata Napoli da poco e il predecente governo di sinistra non era andato tanto per il sottile.
Tutto sembra partire invece in maniera pacifica, quel 18 luglio. Tanta allegria e musica al concerto di Manu Chao e nel primo corteo, quello dei migranti, il 19.
Venerdì 20 luglio invece, cambia tutto. In città sono segnalate le tute nere del Black Bloc, un gruppo fantomatico che dove arriva sparge devastazione. E’ strano però, le autorità cittadine segnalano ripetutamente alle forze dell’ordine i luoghi dove il Black Bloc è accampato, presso l’ex ospedale psichiatrico di Quarto, ma nessuno interviene preventivamente.
Nel primo pomeriggio è previsto il corteo delle tute bianche di Casarini, che in maniera sconsiderata ha offerto il fianco alla possibile repressione proclamando di voler “violare” la zona rossa. Una premonizione, forse, perché Genova sta in effetti per essere violata, stuprata in ogni modo, ma da un qualcosa che va oltre la pura guerriglia urbana.
Il corteo dovrebbe scendere da Corso Europa e Corso Gastaldi fino a Piazza Verdi, antistante la Stazione Brignole, dove è il limite della zona percorribile, di lì in poi inizia la città proibita. Un’area larghissima che offre varie vie di fuga, sia verso monte che verso il mare, con i due larghissimi Viali Brigata Bisagno e Brigate Partigiane che portano alla Foce, per non parlare dei giardini di Piazza della Vittoria.
Il Black Bloc si sta dedicando all’assalto del carcere di Marassi, con lanci di bottiglie molotov e devastazioni di negozi e uffici in Corso Sardegna, al di là della ferrovia, ma chi dirige le forze dell’ordine decide che è meglio occuparsi del corteo, addirittura prima che arrivi al limite prestabilito di Piazza Verdi.
Corso Gastaldi va a restringersi in Via Tolemaide, un budello che non può contenere migliaia di persone in fuga. La polizia carica, ignora il gruppo di parlamentari e giornalisti che fungono da cuscinetto tra loro e la testa del corteo, lancia lacrimogeni e inizia il pestaggio dei manifestanti che stanno arretrando verso Corso Gastaldi e defluendo nelle vie laterali.
Quando vidi le immagini di quei pestaggi nei film indipendenti che furono girati quel giorno mi venne in mente "Arancia Meccanica". Quando ho rivisto il film di Kubrick in seguito mi ricordo che ho pensato “sembra Genova”.
Intanto le tute bianche stanno dilagando nella zona di Corso Torino e gli scontri sono sempre più violenti, con la polizia che continua ad ignorare il Black Bloc, che continua le sue devastazioni altrove, praticamente indisturbato.
Alle 17 in Piazza Alimonda c’è un ragazzo di vent'anni, Carlo Giuliani. La foto che viene consegnata dai giornali alla storia ce lo mostra con il passamontagna nero, che imbraccia un estintore davanti ad un defender dei carabinieri che è rimasto isolato e circondato dai manifestanti armati di bastoni. Diranno che con l’estintore voleva uccidere, che era un criminale.
E’ lui che muore, però, ucciso da un colpo di pistola che gli spappola il viso. Il defender, improvvisamente liberatosi dal cul-de-sac gli passa sopra due volte.
Sul defender c’e un ragazzone calabrese di vent’anni come Carlo. Dirà in seguito che ha sparato due colpi, verso l’alto, per legittima difesa, perché era terrorizzato, perché era intossicato dai lacrimogeni e perché nessuno dei colleghi che erano a pochi passi nella piazza erano intervenuti per proteggere lui e gli altri occupanti del mezzo.
Sembra una spiegazione logica. Però Carlo era piccolo di statura, lo chiamavano “piccín”, un colpo verso l’alto l’avrebbe quasi sicuramente mancato. Nel corso dell’inchiesta successiva che si concluderà con l’archiviazione e che getterà comunque tutta la responsabilità sulle spalle di Mario Placanica, il carabiniere giovane e inesperto, girerà una bizzarra teoria su calcinacci volanti che deviano il proiettile fino a colpire Carlo.
Una tragica fatalità, insomma, e sulle responsabilità di chi quel giorno, dalle alte sfere, doveva difendere quei due ragazzi calerà invece la nebbia dell’ennesimo mistero italiano.
In fondo quel ragazzo con il passamontagna se l’era cercata, è il messaggio finale per il popolo dei teleutenti.
La pietà è merce rara in quei giorni. Le mamme benpensanti d’Italia, di solito dalla lacrima facile, sentenziano che sarebbe stato meglio fosse rimasto a casa come tutti i ragazzini per bene, cioè i loro figli e lasceranno da sola Heidi, la mamma di Carlo, a piangere sulla sua morte e a cercare di difendere la sua memoria.
***
Il giorno dopo la tragica morte di Carlo Giuliani una grande manifestazione del Genoa Social Forum parte da Sturla per scendere verso la Foce, lungo Corso Italia. L’intento è quello di protestare pacificamente contro la repressione e le violenze culminate nei fatti di Piazza Alimonda del giorno prima.
Sto seguendo l’intera manifestazione in tv, sul canale satellitare di Primocanale, quando ad un certo punto i commentatori iniziano a parlare dell’arrivo di “anarchici” che stanno devastando la zona presso Piazzale Kennedy (antistante la Fiera) e mi accorgo di un fatto molto strano.
La polizia, come si vede chiaramente dalle riprese televisive, è schierata a fianco della Fiera, alla fine dei Viali Brigate Partigiane e Bisagno, (rispetto alla foto qui sopra, nella parte alta).
Il corteo sta arrivando da Corso Italia, (parte bassa della foto). Alla sua sinistra c’è il mare, a destra vi sono vie laterali, come Via Rimassa, Via Casaregis e Piazza Rossetti che portano alla zona di Corso Torino, luogo da dove provengono le tute nere del Black Bloc.
Non credo ci sarebbe stato bisogno di Napoleone per capire che, per evitare il contatto tra il corteo del GSF e il BB, bastava bloccare queste vie d’accesso a Corso Italia.
Invece, il Black Bloc può affluire indisturbato sul lungomare, dilagare nella zona di Corso Marconi (nella foto) e devastare in santa pace negozi e uffici, con la polizia sempre immobile alla Fiera ed io che continuo a domandarmi “ma perché non intervengono?” Il corteo è sempre fermo alla fine di Corso Italia. Ripeto, sembra impossibile ma, lo si è visto nelle immagini televisive, le forze dell’ordine in grande numero non fanno nulla per fermare al massimo una quarantina di Black Bloc, che, a missione compiuta, se ne scappano da dove sono venuti e dove, a quanto risulta, nessuno li catturerà.
A questo punto la follia pura. La polizia comincia ad avanzare lungo Corso Marconi verso il corteo del GSF e sembra aver intenzione di caricare. Molte persone trovano scampo verso Via Nizza ma la strada è troppo stretta per una folla in fuga e non c’è altro da fare che ripiegare verso Corso Italia. Lì la polizia si accanirà contro tutto ciò che si muove e respira. Faranno scalpore le immagini delle persone insanguinate, compresi alcuni bambini piccoli in braccio ai genitori e anziani, mostrate in apertura al TG1 nei giorni successivi. Lì per lì si disse, beh, una volta tanto i giornalisti hanno avuto il coraggio di mostrare la verità. A distanza di anni comincio a credere che quell’orrore sia stato mostrato per insegnarci qualcosa. Che, per il nostro bene, è meglio non scendere in piazza a manifestare. L’ultima giornata delle manifestazioni contro il G8 si chiude con un bilancio da guerra civile: un morto, 560 feriti, 301 arrestati o fermati, circa 50 miliardi di danni.
Ma non è ancora finita.
Nella notte tra sabato e domenica, la polizia finalmente va a stanare i Black Bloc quando ormai non c’è più nessuno da prendere, e non all’ex manicomio di Quarto dove gli era stato detto che si trovavano, ma negli edifici delle scuole Diaz, a Sturla, dove sono accampati molti manifestanti e ha sede l’ufficio stampa del GSF. La polizia fa irruzione in piena notte, e molti ragazzi vengono colpiti mentre stanno dormendo per terra nei sacchi a pelo, lo testimoniano le chiazze di sangue fresco a livello del pavimento che l’ineffabile San Tommaso Feltri definirà “di succo di pomodoro”. Il blitz porta a 93 fermati e 66 feriti, tra i quali numerosi stranieri.
Dalle inchieste scaturite dalle denunce si apprenderà che furono addotte prove false, come un paio di bottiglie molotov portate dal di fuori, per giustificare l’irruzione e gli arresti.

A margine del blitz della Scuola Diaz vi è l’oscuro episodio della Caserma di Bolzaneto, dove molti dei fermati furono condotti e dove, secondo molte testimonianze, alcuni esponenti delle forze dell’ordine si lasciarono andare ad ulteriori violenze nei loro confronti. Come se a qualcuno fosse stato dato il via libera per sfogare il proprio personale odio politico nei confronti dei manifestanti.
Una situazione inaudita per un paese civile, le cui forze dell’ordine dovrebbero sempre essere al di sopra delle parti.
Massimo D’Alema parlò giustamente di una “notte cilena”, ma sarebbe bene ricordare come, quel giorno in Corso Italia, prologo dei fatti di quella notte, non vi fosse il famoso servizio d’ordine dei DS, che avrebbe saputo forse tamponare gli effetti delle cariche e contenere meglio l’infiltrazione del Black Bloc nel corteo del GSF. I distinguo e la voglia di lavarsene le mani dei partiti della sinistra moderata permisero, io credo, a chi voleva reprimere di connotare l’intero corteo come “estremista” e quindi di estremizzare anche la repressione.
Come dicevo ieri nella prima parte, Genova in quei tre giorni fu stuprata sotto gli occhi del mondo, la sua civiltà e orgogliosa compostezza furono sopraffatte dalla cieca violenza. Una violenza che, o fu cercata scientificamente, o non si fece abbastanza per evitarla. Fu un momento di follia che però potrebbe essere nato da motivi ben precisi che possono essere compresi osservando ciò che è avvenuto in seguito.
Il movimento no global, di fatto, non ha mai più ottenuto lo stesso tipo di ascolto dai mass media tradizionali né vi sono mai più state manifestazioni di quel tipo e di quella imponenza. Tutte le anime che lo componevano, da quelle di estrema sinistra a quelle cattoliche, dal pacifismo puro alle varie espressioni di rifiuto della globalizzazione di ogni colore politico, comprese alcune frange della destra anticapitalista, sono state bollate come ribellione eversiva tout court.
Da Genova in poi il no global è diventato un nemico del nuovo ordine mondiale. Il messaggio che è entrato nelle nostre orecchie e si è annidato bene in mente è che la globalizzazione deve andare avanti, che ci piaccia o no. E di lì a poco meno di due mesi, con il fragore del crollo delle due torri a New York avremmo smesso ulteriormente di sognare. Era il 2001, il primo anno di guerra.
P.S. Sull'Unità di oggi viene riportata la contrarietà di Violante all'istituzione della Commissione Parlamentare d'Indagine sui fatti di Genova, che pure è promessa nel programma dell'Unione. Leggi il mio intervento su BlogGoverno a riguardo.

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