Visualizzazione post con etichetta eroi sportivi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta eroi sportivi. Mostra tutti i post

venerdì 24 agosto 2012

L'altro Armstrong che salì sulla Luna e poi cadde sulla Terra


Chissà se si può parlare di Nemesi, per commentare la notizia della richiesta di squalifica a vita per doping di Lance Armstrong, al quale sarebbero di conseguenza tolti i sette titoli conquistati nella più importante gara ciclistica del mondo, il Tour de France. Un'enormità, uno shock, come se a Roger Federer revocassero i sette tornei di Wimbledon.

Gennaro Carotenuto ha scritto oggi che, con questo, il ciclismo è morto. E' vero ma è stato dopo lunghissima ed incurabile malattia e forse, se non il ciclismo, la sincera passione dei tifosi per esso, era già morta quel 14 febbraio del 2004, quando l'unico possibile vero rivale di Lance, Marco Pantani, lo scalatore di montagne cresciuto al mare - quale meravigliosa contraddizione -  fu trovato morto in una camera d'albergo. Ucciso dalla cocaina che aveva iniziato ad assumere dopo che la sua carriera era stata stroncata nel 1999 da un 52 di ematocrito rilevato a Madonna di Campiglio durante il Giro d'Italia. "Drogato, traditore", scrissero i giornaletti rosa il giorno dopo, senza attendere le controanalisi.
Perché il ciclismo è lo sport dove se si dice che un ciclista si "droga" è una cosa che tutti crederanno subito. Vero o falso che sia. Perché è il ciclismo stesso che è drogato e contagia con la peste i suoi atleti.
La disgrazia semmai, è di chi volesse praticare questo sport senza barare chimicamente e senza passare per bombato.
Se qualcuno, in un romanzo di spionaggio, avesse voluto togliere di mezzo Pantani, un rivale troppo forte, per favorire un altro corridore, avrebbe potuto farlo con un solo colpo ben assestato, sfruttando quest'idea che "i ciclisti si drogano per vincere". Un pregiudizio, forse, che però si basa su troppi indizi e fatti per essere solo una diceria. Sarebbe stato il delitto perfetto.

La stessa maledizione che distrusse Pantani ora colpisce Lance Armstrong, l'Eletto. Anche la sua odissea con il doping inizia nel 1999 ma per lui le cose sono diverse. Sono i francesi de "L'Equipe", per primi in quell'anno, a gettare l'ombra dell'imbroglio sulle imprese del campione americano. Lui nega e sempre negherà, nonostante il fascicolo sul suo caso si arricchisca di nuovi sospetti fino a diventare un macigno insopportabile. Continua a negare fino alla rinuncia di oggi a continuare a difendersi.
Per Armstrong non si parla di valori di ematocrito elevati  - valore che, di per sé e senza ulteriori indagini, non è indicativo di doping - ma di uso di eritropoietina, testosterone e di tutta una serie di porcherie prese negli anni per migliorare le proprie prestazioni.
Ovviamente Armstrong non è, se colpevole, l'unico di questa storia e quindi la richiesta di Usada, l'agenzia Antidoping americana, di squalificarlo a vita è ammantata di ipocrisia.Della stessa ipocrisia di chi fabbrica gli eroi, i gladiatori e poi, con un pollice verso, si diverte a distruggerli.
Lance Armstrong è stato un mito americano, un eroe nazionale nel senso governativo del termine. Era sponsorizzato, per l'enorme cifra di $ 32 milioni da US Postal, le poste americane, un ente pubblico.
La sua storia personale, la sua battaglia contro il cancro - ammetteva solo di aver preso l'epo per salvarsi la vita - ne facevano l'eroe perfetto per il pubblico.
Ora che forse l'imbroglio non si può proprio più nascondere, o forse ci sono altri campioni all'orizzonte sui quali investire un mucchio di soldi, magari in altri sport, fanno tutti finta di non sapere, fanno i censori. Lance Armstrong non è più l'eroe americano, il ragazzone che per un decennio non ebbe rivali. Drogato, traditore.

E' vero. Il ciclismo è morto. Un'altra volta.

domenica 24 agosto 2008

Miiing, che Olimpiadi!

Avendo perso la cerimonia inaugurale e praticamente tutte le gare in programma ho voluto rifarmi guardando la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi.
Belli i fuochi indubbiamente e avrei voluto vedere, visto che eravamo in Cina ma nel complesso credo che un gatto attaccato ai maroni sarebbe stato meglio.

In queste occasioni, che si tratti di Pechino, di Los Angeles o di Casalpalocco, ci si deve sorbire le insopportabili pantomime delle bandiere e i discorsi dei vari caporioni dello sport, per non parlare dell'inno olimpico cantato dal solito piccolo coro.
La parte spettacolo, a parte qualche acrobazia ardita su una specie di Torre di Babele metallica, è stata deludente. Stamburamenti, bambini batteristi, rischio di caduta nell'atmosfera da Palio imminente.
Poi è iniziato il Festival di San Pechino o una brutta edizione dell'Eurofestival vecchi tempi, come preferite, con uno stuolo di cantanti che sicuramente sono famosissimi a casa loro ma che a noi non dicono nulla. Tante Liu Pau Sin e JiJi Da Less Yo rigorosamente in versione occidentale.

A proposito di cantanti, è ufficiale: le cinesi non cantano, miagolano. La conferma ci è venuta dal successivo numero delle sette ragazze (un omaggio subliminale alle "sette sorelle" che governano il mondo?) che hanno appunto miagolato una canzone incomprensibile per alcuni interminabili minuti, dedicandola alla luna. Nell'attesa che finissero, la domanda era: dobbiamo per caso votare il vestito più brutto?
Non è mancato il duetto lirico, con un Placido Domingo che ha cercato inutilmente di scaldare con animo caliente una soprano-gatto del luogo vestita giustamente di cristalli di ghiaccio e che dava l'impressione di avere una scopa in culo.

Insufficiente anche il cambio della guardia tra Pechino e Londra, prossima città ad ospitare la menata olimpica. Una parata di luoghi comuni sugli inglesi (mancava solo il té ma la pioggia e gli ombrelli c'erano) con arrivo di autobus rosso a due piani d'ordinanza dal quale sono fuoriusciti una cantante che ci dicono famosa e un residuato rock come Jimmy Page con la missione di sconciare una canzone mito come "Whole Lotta Love". Se la chitarra faceva ancora la sua porca figura la voce della tipa era totalmente inadeguata. Diciamolo, uno schifo. Arridatece Robert Plant.
Sempre dal bus è spuntato un annoiato ma benedicente David Beckham che, suppongo per la modica cifra di qualche miliardo, ha dato un calcio ad un pallone, poi agguantato da un fortunato cinesino che lo avrà subito messo su Ebay.

Altri cantanti, altri balletti ma noia tanta. Resta il dubbio che il collegamento RAI sia stato interrotto proprio quando stava per arrivare il meglio ma non importa. Quasi due ore sono state più che sufficienti. E se Dio vuole anche ste ming di olimpiadi sono finite, va'.

P.S. A proposito di cover e di "Whole Lotta Love". Altra merce Prince, in un vecchio concerto a Las Vegas e alle prese con il classico zeppeliniano. Ciapa ciapa e porta a ca'.

giovedì 14 agosto 2008

Paté de Phelps gras

12 mila calorie al giorno. Ingozzato come un'oca da foie gras.
Vale la pena di riportare il pezzo di cronaca per intero, ripreso da Repubblica (anche se si stenta a credere che non abbiano preso lucciole per lanterne e non si sia un po' esagerato nella traduzione).
"Mangiar bene, per sentirsi in forma. Con l'oro conquistato nella 4x200 stile libero, Michael Phelps è entrato ieri nella storia vincendo l'undicesimo titolo olimpico e salendo per la quinta volta a Pechino sul gradino più alto del podio.
Dopo l'ultimo trionfo, il nuotatore statunitense ha rivelato il segreto che gli consente di sostenere durissimi allenamenti, cinque ore per sei volte la settimana: un'incredibile dieta - si fa per dire - da 12mila calorie al giorno, sei volte la quantità standard di un adulto maschio.

La colazione del campione capace di oscurare Mark Spitz prevede tre uova in padella con il pane, con l'aggiunta di alcuni selezionati ingredienti: formaggio, lattuga, pomodori, cipolle fritte e ovviamente maionese. Poi due tazze di caffè e una scodella di fiocchi d'avena, una "pappa" di cereali spezzettati. Ma non è ancora finita. Ci sono tre fette di pane tostato, con zucchero a velo per assicurarsi che non manchino calorie. Per finire, tre piccole frittelle di cioccolato.

Terminata la prima colazione e con le fitte della fame per l'incombere del pranzo, Phelps non rinuncia a mezzo chilo di pasta condita e due grandi panini con prosciutto e formaggio, pieni di maionese. E senza dimenticare mille calorie di bevanda energetica.

La cena è il pasto in cui il nuotatore fa la scorta di carboidrati per l'allenamento del giorno successivo. Ancora mezzo chilo di pasta, accompagnato però da una pizza e altre mille calorie di bevanda energetica. Poi a letto per il meritato riposo. "Mangiare, dormire e nuotare, è tutto quello che so fare", ha detto ieri Phelps all'emittente statunitense Nbc".

Come si dice in certe trasmissioni televisive di sport estremi: "DON'T TRY THIS AT HOME!" (non rifatelo a casa vostra.)

Prima domanda idiota: con tutto quello che mangia, come fa a digerire e subito buttarsi in piscina? Vi ricordate quando ci dicevano da piccoli che dovevano passare due ore almeno dai pasti prima di fare il bagno, se no potevamo morire di congestione e noi in spiaggia guardavamo il mare impazienti e contando i minuti?

Altra domanda sciocca: mi sbaglio o appena attaccherà gli occhialini al chiodo questo giuggiolone americano comincerà ad ingrassare come un capodoglio e se è fortunato riuscirà ad invecchiare senza schiattare a quarant'anni per un colpo secco?

E' ancora sport questo o è solo una succursale del freak show di Barnum? Amminchiarsi il fegato in quel modo, si può considerare doping estremo?
E che nessuno mi dica che comunque Phelps è obbligato a mangiare così perchè solo in un'ora di allenamento consuma più di 500 calorie. Che lui fa del moto (per usare un eufemismo). E' una cosa mostruosa lo stesso.

Mostruosa come l'atroce ingozzamento delle oche per fare il foie gras, appunto. Una pratica che andrebbe abolita in tutto il mondo e contro la quale vi sono campagne di mobilitazione animalista. Tanto si può vivere anche senza il foie gras che, detto fuor di metafora, fa schifo.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

giovedì 7 agosto 2008

Le paraculimpiadi

Le Olimpiadi, già. Domani ci siamo. Cominciano le controverse e finora sfigatissime (diamoci pure una grattatina) Olimpiadi di Pechino, le prime nella ancor fin troppo, per i nostri gusti, esotica Cina.

Sarà un'altra roboante, l'ennesima, cerimonia di apertura con, fatemi indovinare, le solite coreografie colorate viste nei film hollywoodiani alla Busby Berkeley, bandiere e bandierine in tutte le salse, le atroci divise con cappelli tipici degli atleti, la solitudine del portabandiera di Aruba, il tedoforo che si fa la corsetta finale fino in cima alla scala per andare ad accendere il grande barbecue a gas.

L'unica differenza potrebbero essere i fuochi artificiali di qualità veramente eccelsa (se no che Cina sarebbe), qualche migliaio di comparse in più e draghi, suppongo, draghi in tutte le salse. Vedo già un gigantesco rettile sputafuoco che potrebbe, almeno per questa volta, alitare sul braciere e accendere lui il fuoco olimpico incenerendo anche l'insopportabile tedoforo, perchè no? Giusto per cambiare, perchè le olimpiadi sono ormai ogni volta sempre più noiosamente uguali a loro stesse. Con l'unica differenza che, quadriennio dopo quadriennio ,diventano sempre più paracule. Le paraculimpiadi, appunto.

Sembra impossibile ma il CIO ama scegliere paesi dalle libertà chiacchierate, così si possono tirar fuori le campagne d'ordinanza per i diritti civili, lo sdegno per la sorte delle minoranze, che conservavamo in naftalina in un cassetto e tutta una serie completa di luoghi comuni e paraculaggini da utilizzare contro il paese designato come ospitante la manifestazione. Un idiota direbbe: "ma perchè scegliere paesi a regime dittatoriale allora e non punirli tagliandoli fuori dalla rosa dei papabili?"
Perchè anche quelli, come mercati sui quali piazzare le nostre mercanzie , fanno la loro porca figura. Fa impressione sentire un Romiti ammettere che nessuno si scandalizza quando nei paesi olimpici vanno imprenditori nostrani a sfruttare anche il lavoro minorile. Romiti, ex dirigente FIAT, non Che Guevara.

Sono mesi che la meniamo alla Cina per i diritti umani. Per carità, sacrosanto, ma parliamo noi che siamo andati a disputare un campionato del mondo di calcio in Argentina quando migliaia di persone venivano torturate, passando per gli stessi stadi, oltretutto, senza che nessuno se ne scandalizzasse (delle torture) se non a posteriori? Parliamo noi che abbiamo pianto e battuto i piedi per terra affinchè i nostri tennisti biancovestiti nel 1976 potessero giocare la Coppa Davis nel Cile di Pinochet?
Oggi i dirigenti cinesi hanno detto senza perifrasi al guerrafondaio, torturatore di Guantanamo e boia del Texas, G.W. Bush di farsi i cazzi propri. Non so se è proprio il mitico "scagli la prima pietra" ma quasi.

Per colmo di facciadaculaggine i politici, ovvero la longa manus dell'economia e della finanza, vorrebbero che gli atleti, che si schiantano per quattro anni in allenamenti per le olimpiadi, rinunciassero a tanti sacrifici per far far loro (ai politici) una figura da megaparaculi. Ridicolo anche il balletto "vado o non vado all'inaugurazione?" che assomiglia tanto al morettiano "mi si nota di più se vado o se non vado?"

Come se dello spirito olimpico, ovvero del gareggiare per puro spirito competitivo, proprio grazie al mercato ed alle sue leggi, non ne fosse rimasto che qualche traccia, come gli ossalati di calcio nelle urine, in discipline come il pentathlon, la lotta greco-romana e poco altro. L'atletica è ormai una passerella di divi, idem il nuoto, nel quale si discetta più delle trasparenze pubiche dei costumi che di bracciate.

La stessa dose massiccia di paraculaggine viene sparsa a profusione quando si parla di doping.
Esistono linee di ricerca dedicate alle sostanze per migliorare le prestazioni atletiche in tutte le aziende di BigPharma con le medesime che tampinano i medici sportivi affinchè le facciano adottare alle squadre di calcio o a singoli atleti; nelle palestre si va avanti a bombe, certe muscolature sono più che sospette in quasi tutti gli sport ma si fa finta che il doping sia un fatto di poche mele marce, di qualche pirata corsaro.

Per fortuna non ci sono più le orrende ginnaste rumene mezze nane e mezze bambine con le mestruazioni bloccate a tempo indeterminato, le mastodontiche nuotatrici della DDR o le lanciatrici di peso russe, più maschie di giocatori di rugby gallesi.
Non ci sono più perchè sono quasi tutte morte a causa delle cure alle quali si erano sottoposte per vincere. Si, ma erano paesi comunisti, dittatoriali, direte. E' morta anche l'americanissima ed eroina reaganiana Florence Griffith, la corridora con le unghie lunghissime e la tuta da spiderwoman.
Lo sport è ipocrita. Non esiste più la vittoria per caso. La vittoria si costruisce e se l'atleta non ce la fa con il suo, gli si dà una spinta. Le olimpiadi sono sempre state un fatto politico da quando sono dominate dal mercato. La Cina di quest'anno è solo un pretesto per dare aria ai cocomeri pensanti o ai meloni.

Sarebbe bello che le Olimpiadi cinesi regalassero momenti indimenticabili come quelli del passato. Come il Pietro Mennea che stabilì un record che resistette per 17 anni nello stesso anno dei pugni neri degli atleti sul podio, o le sette medaglie di Mark Spitz, una meteora di fulgida ed indimenticabile bellezza, assieme alle evoluzioni dello scricciolo russo Olga Korbut, a rischiarare il tragico buio di sangue di Monaco 1972.

Non scandalizziamoci se le olimpiadi si intonano così bene con i regimi. Nello sport c'è una forte componente di autoritarismo e mitica fascista dell'eroe (che è la stessa anche se vestita di rosso).
Le più belle olimpiadi in assoluto, dal punto di vista estetico, del resto, furono quelle di Berlino del 1936.

Le filmò in maniera geniale una regista per la quale faceva le bave il Fuhrer, Leni Riefenstahl. Guardare il film "Olympia" oggi è illuminante. Si rimane sconcertati nel vedere come tutte le successive cerimonie olimpiche di apertura e chiusura siano state modellate su quella di Berlino, soprattutto quelle dei paesi a libertà vigilata ma non solo.
La Riefenstahl non ha soltanto codificato un modo di filmare lo sport che è rimasto a tutt'oggi l'unico possibile ma ha messo a nudo quasi con innocenza l'ipocrisia e l'opportunismo della politica.
C'è un momento, durante la sfilata delle rappresentanze, in cui tutte le nazioni democratiche sembrano essere entusiaste di sfilare davanti al Fuhrer.
Anche i signori americani, ebbene si, non parliamo dell'Italia littoria e dei francesi, quelli con il braccio più entusiasticamente teso.
Non ho dubbi che ci saranno tanti bracci ritti, domani a Pechino.

giovedì 14 febbraio 2008

Marco Pantani, un caso ancora aperto

C'è su Linea Gotica un bellissimo post che ricorda Marco Pantani, a quattro anni dalla tragica morte. Forse è proprio questo anniversario, assieme ad un altro che dolorosamente si avvicina, a rendermi oggi incapace di scrollarmi la tristezza di dosso.

Che Marco sia stato un mito per tutti, perfino per i francesi che "guai a chi ci tocca Pantanì " è noto ma per noi romagnoli è stato qualcosa di più e quando è morto è stato un dolore tremendo. Lo si capisce ogni anno che passa, il giorno di San Valentino, quando il pensiero corre a lui, tra baciperugina, peluches e roserosseperte.
Un dolore come se un pezzo di montagna ci si fosse staccato dal cuore, quella montagna che lui rendeva mitologica con le sue imprese.

Sono stata sulla sua tomba l'anno scorso. E' fatta a montagna anche quella ma è più una ziqqurat che porta al Cielo, con una ruota di bicicletta e una croce unite sulla vetta. Il suo Monte Calvario si chiamava Mortirolo. A chi gli chiedeva "Marco, perché vai così forte in salita anche quando non serve?" lui rispondeva "Per abbreviare la mia agonia", perchè fosse chiaro che quelle vittorie erano frutto di una fatica disumana, che poteva voler dire farsi 200 chilometri in un giorno in bicicletta, fin da bambino si può dire, per allenamento.
Dopo hanno detto che era tutto merito della droga, criminalizzando solo lui, dimenticando che il ciclismo è uno degli sport più contaminati dalla piaga del doping da sempre. Fausto Coppi diceva: "Tutti prendiamo qualcosa, ma io arrivo mezz'ora prima degli altri".

Ci sono molti misteri nella vicenda che ha portato alla morte Marco Pantani e sono dati di fatto che meriterebbero di essere ulteriormente indagati.
Quella mattina del 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, già alle sette di mattina, c'era tutta la stampa schierata come in attesa di qualcosa di grosso che sarebbe accaduto di lì a poco.
E' importante dire che le analisi erano preannunciate, non era nemmeno un controllo antidoping ma i prelievi servivano per una campagna di tutela dei ciclisti.
Infatti ci si preoccupa per l'ematocrito alto dei corridori perchè la loro salute potrebbe risentirne, perchè la stimolazione dell'eritropoiesi potrebbe scatenare malattie ematiche, non perchè sia indice matematico di uso di droghe. Chi sarebbe stato così idiota da farsi trovare con valori alterati, nel bel mezzo del Giro D'Italia, sapendo che sarebbero state fatte le analisi proprio quel giorno?

I giornali bianchi e rosa, nei giorni seguenti, distrussero Pantani, dissero che era una vergogna per lo sport senza nemmeno attendere le controanalisi. Furono loro a parlare di doping confondendo ematocrito alto con droga, lo bollarono come drogato e lui poi lo divenne veramente.
Anni dopo, il medico patologo che eseguì l'autopsia ci tenne a dichiarare, e lo mise per iscritto, che il midollo di Pantani non era danneggiato, come avrebbe dovuto essere se egli avesse abusato negli anni precedenti di eritropoietina.
La droga, la cocaina, venne dopo. Distrutto moralmente com'era, è facile che abbia creduto di trovarvi conforto. Poi fu solo una lunga discesa senza freni, con la cocaina che ti rende depresso e paranoico ogni giorno di più.

Quel giorno di San Valentino del 2004, a Rimini, altri misteri. La stanza d'albergo messa letteralmente a soqquadro, i mobili sfasciati, distrutti, come se qualcuno si fosse accanito su di loro con furia disumana. Era stato Marco, dissero, ma ancora, dall'autopsia, le mani di Pantani risultarono intatte, non vi erano nè lesioni né schegge sotto le unghie.
Ricordo anche le prime notizie che parlavano di una pipa per crack sul comodino. Notizia poi risultata falsa.
La sua mamma ha detto di recente che ha scoperto che è sparito il cuore di Marco. Dove è finito?

Vicino alla stazione di Cesenatico c'è un piccolo museo Pantani, con le sue biciclette, i suoi trofei, le foto e i suoi quadri. C'è una grande foto di lui e Lance Armstrong, colui che lo sostituì sul podio negli anni della caduta e del ritiro. Il prima e il dopo.

Circolano teorie strane sulla fine di Pantani, la più estrema delle quali è firmata dal fantomatico giornalista John Kleeves.
Difficile giudicarne la veridicità, dato che a volte una teoria della cospirazione può essere creata ad arte proprio per far si che tutti dicano "E' impossibile che l'abbiano fatto" ed in tal modo si trova il modo migliore per mettere una pietra tombale su qualunque tipo di indagine ulteriore.

La teoria individua come causa (inconsapevole) della fine di Pantani, Lance Armstrong, l'eroico texano che tornò in sella dopo aver sconfitto il cancro. Il ciclista che i francesi hanno accusato ripetutamente di aver vinto una manciata di Tour de France con l'aiuto del doping, sempre la famigerata epo, ma le cui inchieste sono finite nel nulla. Armstrong si è ritirato da eroe e le voci sono state bollate come calunnie.
Perchè lui? Perchè Armstrong era sponsorizzato niente meno che da US Postal, ovvero il servizio postale degli Stati Uniti, un ente governativo. La conclusione è che, per far vincere a tutti i costi il proprio beniamino, vera gloria nazionale e fenomenale testimonial per investimenti miliardari, qualcuno di molto potente possa aver truccato le carte fino alle estreme conseguenze.

In un libro recente su Pantani, ancora un francese, Philippe Brunel, un giornalista dell'"Equipe" (quelli che hanno accusato Armstrong di doping) raccoglie tutti i misteri di un caso che è lungi dall'essere stato risolto ma nega di voler suggerire che Marco sia stato assassinato.

Cospirazione o meno, e basandoci solo sui fatti acclarati, la sensazione che Pantani sia stato comunque incastrato, è forte. Ucciso, chi può dirlo? Se fosse stata una cospirazione ad alto livello non ne sapremo mai nulla. Diventerà un altro mistero tra i tanti, con la tristezza che ogni anno ci ricorda che colui che abbiamo perduto era probabilmente il più grande.




OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

venerdì 24 agosto 2007

Sboroni si nasce

Meglio non approfondire troppo sull’etimo della parola “sborone”, dal romagnolo “sburon”, piuttosto volgare nel suo evocare imprese erotiche a lunga gittata ma terribilmente efficace nell’indicare quelle persone che riescono a stupire le folle con la loro abilità, coraggio e talento naturale. Esiste una variante dispregiativa del termine, in vero meno usata, che indica il fanfarone e il millantatore e può capitare che qualcuno sia allo stesso tempo sborone positivo e sborone negativo. Se vi ricordate Alberto Tomba, lui ne è stato uno dei rari prototipi.
Inutile dire che sboroni si nasce, non lo si diventa e questi che vi propongo come esempi, rigorosamente positivi lo nacquero, modestamente.
Lo sborone classico è un eroe solitario, sceso in Terra a miracol mostrare e inviato agli sfigati per farne emergere ancora di più la sfigataggine come Oscar, l’eroe di Carlo Verdone.

In rari casi si possono trovare tre-sboroni-tre che agiscono assieme, come Emerson Lake & Palmer, capaci pure di suonare al gelo di uno stadio d’inverno con grave sprezzo dei geloni. Notate la coincidenza: sia Verdone che Emerson in sostanza si zompano flipper e tastiere.

Lo sport abbonda di sboroni come, ad esempio, Roger Federer, uno che fa gemere Rafa Nadal quasi fosse il suo flipper e che si esalta ancora di più se al di là della rete c’è un altro sborone, aspirante o conclamato come Lleyton Hewitt con il quale è riuscito a scambiare un rally da 45 colpi in questo filmato.
Tutta gente insomma di cui non si può certo dire che lavori troppo de porso e usi male l'avambraccccio. Mortacci loro!

P.S. Avevo scritto questo post il giorno di Ferragosto. Chi ho visto in spiaggia domenica scorsa a Milano Marittima, si proprio in quella spiaggia del fan di Bossi? Alberto Tomba. Giuro. Se non è precognizione questa. Forse i superpoteri dell'ape maiala stanno arrivando...

mercoledì 25 luglio 2007

Piloti sull'orlo di una crisi di nervi

Delizioso il siparietto di domenica scorsa tra Filippetto Massa e Alonso, Alonso quanto sei str…ano nel backstage del gran premio di Germania. Grazie a BlogTicino ho scoperto questo video che dimostra come l’italiano sia sempre la lingua ideale per insultarsi, un po’ come lo era una volta per l’opera lirica. Pensate, potevano insultarsi reciprocamente nelle rispettive lingue iberiche, con i vari “cabron”, “puta che te pariu” o “chingado” o usare un imperiale “facchiù”. Invece il buon Felipe ha scelto il molto modenese “ma va a caghér!” che lui ha italianizzato apposta per Fernando.
Lode a questi ragazzuoli per avere almeno dimostrato che l’italiano si può imparare alla perfezione, vero Michael?

Certo che è cambiata la F1 da quando cominciai a seguirla nei lontani anni ’70 e il mio eroe a quattroruote era Emerson Fittipaldi. C’erano la mitica Tyrrell a sei ruote, le gomme slick e le monoposto avevano ancora un volante normale, non quella specie di computer portatile con navigatore "tornate-indietro-appena-potete" che hanno ora.
C’erano piloti come Jackie Stewart, Nicky Lauda, Clay Regazzoni, e i mai abbastanza rimpianti Gilles Villeneuve e Ayrton Senna. Fu proprio dopo la morte di Ayrton che divenne difficile guardare un gran premio con gli occhi di prima. Qualcosa era volato via con lui, un po’ come nel ciclismo dopo la morte del Pirata.

La formula 1 del passato prossimo, quella del regno di Schumi non mi ha mai troppo appassionato. Schumacher è stato un grande, lo ammetto, ma assieme al fatto che non sono mai stata una tifosa vera della Ferrari, posso dire che c’è stato un periodo nel quale il gran premio era per me solo un ottimo rimedio contro l’insonnia. Semaforo rosso, giallo, verde, via! e contemporaneamente 5,4,3,2,1, faceva effetto il Pentotal. Che dormite!

Oggi il panorama sta diventando decisamente più interessante. C’è la grande spy story di Pistonopoli sul fedifrago Nigel Stepney con la polverina e la McLaren che rischia di diventare la Juventus della F1.
Bella la storia. Secondo le accuse, il tecnico che sperava di prendere il posto di Ross Brawn lo prende nel posto e pensa di ricattare la Ferrari. La Ferrari, per risparmiare su un dipendente, altrimenti non sarebbero imprenditori italiani, probabilmente nega l’aumento al tecnico e la biscia si rivolta al ciarlatano. In combutta con un altro insoddisfatto della McLaren, Mike Coughlan, fotocopiano anche il porco a Maranello e offrono il malloppo alla Honda. Nel frattempo Stepney sarebbe stato visto tentare di “avvelenare” la rossa con una misteriosa polverina versata nel serbatoio. Non il volgare zucchero dei teppisti di una volta, ma una misteriosa pozione in grado di rallentare la potenza del motore.

Oggi si riunisce la FIA per decidere delle eventuali sanzioni contro la McLaren, se sarà dimostrato il reato di spionaggio industriale e illecito sportivo, mentre sembrano emergere nuove prove del complotto contro la Ferrari e si attende si conoscere la sorte della Lucrezia Borgia del paddock e del suo compare.

Nel frattempo, come abbiamo visto, i piloti sono nervosi e litigano. Si litiga anche tra piloti e patron, ed emergono le gelosie tra cocchi di patron e figli della serva, piloti e sottopiloti, perle nere e barrichelli. Non è un reality ma poco ci manca. Vogliatevi bene, ragazzi, non mandatevi più a cagare. Forse non vedremo mai una scena come questa  tra Fernando e Felipe, ma se la telenovela continua, chissà?

giovedì 8 febbraio 2007

Marco, che saliva sulla montagna


Marco Pantani era un controsenso. Nato sul mare, con il salino nelle narici e la libertà del gabbiano nel sangue, domava le montagne aguzze sputando fatica e gloria come nessun’altro dai tempi di Coppi.
Campioni così ne nascono solo due o tre in un secolo. Quando la salita diventava solo per gli dei lui gettava via la bandana e non ce n’era più per nessuno.
Ribelle fin da bambino, quasi indomabile, testardo, chiedetelo a mamma Tonina. Eppure capace di sacrifici disumani, come un samurai.

Nel 1995 alla Milano–Torino un assurdo incidente gli spezza una gamba. Lui lotta per tornare in sella ma nel 1997 ha un altro infortunio.
La voglia di vincere di questo romagnolo testa dura è troppo forte però. Libero come il mare e forte come la roccia.
1998: vince Giro e Tour, un mito. I francesi vanno giù di testa per Pantani' . Quando il pirata corre, il ciclismo torna a riempire i bar, i circoli e perfino le signore anziane guardano il Giro in tv, perché c’è Pantani.

Poi nel 1999 la montagna ingrata si vendica di Marco, di colui che ha osato sfidarla e l’ha umiliata e battuta.
A Madonna di Campiglio il sogno si spezza. I controlli erano annunciati, e poi non era un vero e proprio controllo antidoping, ma una campagna per la salute dei ciclisti approvata dagli stessi corridori. Quel maledetto ematocrito fuori di due stronzissimi punti. Lo rifanno poche ore dopo e i valori sono normali. Ma la carriera di Marco è stroncata.
I giornalisti erano già pronti davanti all’albergo fin dalla mattina presto, e sulle gazzette rosa e bianche gli daranno del “traditore”.
Per loro è un dopato, un drogato, uno che imbroglia per vincere, un impostore. Gettano su Pantani, sul più grande, tutto il marcio del ciclismo, hanno finalmente il loro capro espiatorio. Le condanne comminate sui giornali non hanno appello, sono cassazione.
Forse, e lo dicono in tanti, quella volta lo hanno semplicemente fottuto. Andava troppo forte, troppo per i nuovi campioni sui quali investire milioni di dollari.

Marco non regge alla vergogna, alle parole cattive, alle condanne senza processo, forse anche al senso di impotenza di fronte a qualcosa di troppo grosso che era più forte di lui e che gli si era messo contro.
Prova a ricominciare ma non è più lui. Gli offrono la roba: “dai, che poi ti senti meglio”, e paradossalmente ora diventa veramente un drogato, della sostanza più bastarda, la coca. Che prima ti fa sentire un dio, ti fa salire fino sulla cima e poi ti spezza i freni e ti manda giù a rotta di collo verso la depressione più nera.
Diventa paranoico, ha paura di tutti, e tutti lo lasciano solo come un cane. Lo troveranno in una camera d’albergo, morto, con la stanza a soqquadro, a San Valentino.
Gli avvoltoi diranno che Marco Pantani è morto facendosi di crack. Taceranno invece come sepolcri quando usciranno i risultati delle analisi autoptiche: “nessun uso di sostanze dopanti atte a modificare le prestazioni sportive per un lunghissimo lasso di tempo precedente la morte.”

L’anno prima, mi pare, il Giro passò per Faenza. Mi piazzai sul ponte di Corso Europa aspettando che arrivassero i ciclisti. Non riuscii a riconoscere nessuno, alla grande velocità alla quale andavano, a parte Marco e la sua bandana. Adesso, ogni volta che passo di lì penso: qui ci ho visto Pantani, una leggenda.

Cos’è ora il ciclismo senza di lui? C’è stato il grande momento di Lance Armstrong, che Marco aveva battuto a Courchevel. Anche lui è finito sotto accusa per doping, quello vero, ma si è ritirato in tempo e le cose scritte sui giornali sono state dimenticate in fretta, non scolpite sulla pietra come per Pantani.
Anche se si corre ancora, con il pirata è morto anche il ciclismo, e adesso le nonne quando comincia la tappa spengono la tv. Perché non c’è più Marco con le emozioni che ti dava e il cuore è stretto solo da una tristezza infinita.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...