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lunedì 7 luglio 2014

Syd Barrett, the immortal remains 2006-2014


Nel 1968, poco prima di essere gentilmente accompagnato fuori dalla porta dai Pink Floyd, per evitare che le sue mattane compromettessero il cosmico futuro successo del fenomenale gruppo, Syd Barrett aveva grandi piani per espandere la band, che illustrò ai compagni. Voleva inserire due musicisti jazz, incluso un sax e una voce femminile. Progetto al quale Waters e gli altri opposero un no risoluto, trattandolo, anche in quell'occasione, da pazzo. *
Per ironia della sorte, cinque anni dopo, nel 1973, il sassofonista Dick Perry e le coriste Liza Strikes, Lesley Duncan e Doris Troy diedero all'album di maggior successo dei Pink, "The Dark Side of the Moon", intriso per altro fino al midollo dello spirito inquieto di Barrett, il suo tocco jazzistico caratteristico.  

Syd Barrett, 6 gennaio 1946 - 7 luglio 2006


*Aneddoto raccontato da Julian Palacios in "Syd Barrett & Pink Floyd, Dark Globe", 2010.

giovedì 19 giugno 2014

A mio padre


Non è facile vivere con un artista perché ciò significa dover affrontare ogni giorno il doloroso ed in certi momenti lacerante sentimento della gelosia nei confronti della sua arte, visto che essa non ammette l'esistenza di rivali e pretende, da colui che la esercita, una dedizione pressoché assoluta. L'artista insomma vive d'amore simbiotico, a tratti esclusivo con la sua arte e gli affetti famigliari, seppure intensi - come si capisce solo più tardi quanto lo fossero - devono sempre dover cedere il passo, in qualsiasi momento, all'esigenza creativa. Queste sono le regole, per spietate che possano apparire, per vivere accanto a quel fuoco che non si estingue mai e che accompagna l'artista fino al suo ultimo giorno di vita. Una vita per l'arte come quella che ha vissuto mio padre.

Da giovani non si è in grado di comprendere questa necessità dell'artista di isolarsi e di chiudersi in una stanza per non essere disturbati e ci si sente abbandonati. Non si è in grado in quel momento di capire, affamati come si è di gesti d'amore paterno, che quei silenzi e quelle apparenti assenze sono dovute ad una passione che non si può spiegare ma che darà accesso, al momento opportuno, all'immortalità. Non solo, ma la quotidianità con l'opera d'arte, l'averla sempre sotto gli occhi, il sentirne parlare e vederla nascere fin dal primo abbozzo, respirarne ed odorarne la materia, ti porta a non riuscire a riconoscerne appieno il valore. Ti sembra una cosa comune, un lavoro normale che, in maniera inspiegabile, sta assorbendo tutte le energie di colui che vorresti invece tutto per te.

Pensando a mio padre ora, mentre il suo corpo viene accompagnato durante questo ultimo viaggio verso il luogo del riposo, ma il suo spirito vive ancora e vivrà in eterno e sempre più intensamente in ognuna delle opere che ha creato, capisco che l'immenso amore che egli mi ha dato non era da ricercarsi in quella stanza chiusa o rompendo quei silenzi ma mi ha sempre camminato accanto, si è iscritto giorno per giorno in profondità in quello che sono diventata grazie a lui ed al suo esempio, e ora è finalmente lì, visibile e chiaro, risplendente come una gemma preziosa, nella sua Arte. Un dono prezioso che ha lasciato a tutti noi e che rimarrà nell'eternità assieme al ricordo, per chi lo ha conosciuto, di una persona indimenticabile.


Giuseppe Tampieri
Lugo di Romagna, 9 marzo 1918   Faenza, 17 giugno 2014

lunedì 2 maggio 2011

Osama nell'alto dei cieli


Obama le spara più grosse di B.? 
Siccome di secondo nome, ufficiosamente, faccio Tommaso, ho detto subito stamattina: "Fatemi vedere il cadavere e fatemi la prova del DNA, altrimenti non ci credo". No, visto che si parla di uno che era in fin di vita nel luglio del 2001 e di cui era uscito il necrologio sui giornali arabi nel dicembre di quello stesso anno, è meglio verificare. Non sia mai che Petraeus, il nuovo capo della CIAE non voglia farsi bello con un sgubb un po' troppo ardito.

Puntualmente è arrivata la foto ma, visto che di cadaveri me ne intendo, ho visto che c'era qualcosa che non quadrava. Boh, che strano, un morto con la parte inferiore del volto in un'espressione da vivo. Un morto che sorride, che tiene la lingua contratta, la cui mandibola non cade come di solito. 
Dopo qualche ora, ecco smascherato il photoshopping, addirittura su giornali come Repubblica.
E, ancora più tardi, l'altra notizia: il cadavere è stato "sepolto in mare". No, scherziamo?
Ma no, che avete capito, il corpo ce l'abbiamo e vi mostreremo le foto che saranno la prova finale. Una bella foto tipo quella del Che, in stile Cristo morto del Mantegna.
Non stanno pasticciando un po' troppo?

Si, va bene, Tommaso, mo' esageri. La prova del DNA ti toglierà qualunque altro dubbio residuo. 
Già, peccato che il DNA di Bin Laden gli americani lo abbiano già da tempo. Immagino che l'avranno prelevato dal sangue quando la primula rossa del terrorismo internazionale fu ricoverato in un ospedale americano a Dubai nel luglio del 2001. Non è strano? Colui che di lì a poco avrebbe messo a fuoco e fiamme l'America ed era già ricercato per altri attentati che si fa curare dalle sue vittime, con la CIA e l'FBI che gli portano i giornali e i babà.

Dobbiamo creder loro sulla parola anche stavolta, ho già capito. Cominciano ad esagerare, però. Ieri il Papa santo e oggi l'uccisione di Bin Laden. Due atti di fede in meno di ventiquattr'ore sono decisamente troppi.

A proposito, stamattina ho fatto una previsione. Entro stasera, ho detto, qualcuno attribuirà la cattura ed esecuzione di Bin Laden ad un miracolo del Beato (Giovanni) Paolo. Detto, fatto. Non c'è gusto, in questo paese, ad essere indovini.

venerdì 15 aprile 2011

Come fare adesso a restare umani?


Ci racconteranno una storia:

"C'era una volta un ragazzo, troppo idealista e generoso, forse un po' esaltato, che voleva fare il pacifista e aveva scelto di vivere a Gaza, per aiutare i palestinesi. Un brutto giorno fu rapito da islamici cattivi, anzi ancora più cattivi di quelli normalmente cattivi, che lo ammazzarono. Non bisogna mai fidarsi degli islamici e Gaza non è un buon posto per fare l'attivista, se a qualcuno venisse in mente di andarci."

Per uno di quei presentimenti che non riesci a spiegarti, quando ieri sera è stata data la notizia del rapimento di Vittorio Arrigoni al telegiornale, ho capito che non ne sarebbe uscito vivo. Troppo brutta quell'immagine di un uomo malmenato, sanguinante e bendato, già sulla scaletta del patibolo, che non si aveva nemmeno interesse a mostrare in buona salute al fine di ottenere il cosiddetto riscatto o contropartita. 
Ma quale contropartita,  la morte di Vittorio Arrigoni è stata un'esecuzione. Fare il pacifista in territorio di guerra è più pericoloso che andare a sminare. Ancora più pericoloso se sei l'unico che, nel silenzio omertoso e mafioso dell'Occidente, racconta ogni giorno ciò che succede a Gaza: assolutamente niente per la maggioranza dei media, un lento ma inesorabile massacro di uomini e dignità umana per quei pochi che ne erano testimoni come lui.

Vittorio, alias Vik o Utopia, dava fastidio. Non è un luogo comune. Come idealista e uomo di pace probabilmente dava fastidio a tutte le fazioni in lotta a causa della manifesta incompatibilità dell'idealismo con la politica. La sua invocazione preferita era "Restiamo umani", titolo anche del suo libro. 
Era stato arrestato dagli israeliani quando, con la Freedom Flotilla, voleva portare aiuti e forzare il blocco imposto alla popolazione di Gaza dalle autorità israeliane. Addirittura era nell'elenco dei ricercati. Gli avevano sparato dalle motovedette in altre occasioni mentre era con i suoi amici pescatori, ma lui era rimasto a vivere a Gaza ed a testimoniare.
Oltre al blog Guerrilla Radio, sul quale scriveva regolarmente, lasciava le sue note giornaliere su Facebook. Era una di quelle tante voci che riescono a rendere il social network qualcosa di socialmente utile e perfino di rivoluzionario, spezzando la consegna del silenzio dei media ufficiali. 

Si può anche credere che una fazione estremista islamica lo abbia ucciso perché portava la corruzione morale occidentale a Gaza ma ci vuole una tale fede, come quella che necessita per credere ad Al Qaeda o ad altre incarnazioni del Male come il Diavolo, che io temo di non avere.
Sicuramente da delitti come questo la politica dei guerrafondai di ogni genere trae beneficio e ci sono morti che riescono ad accontentare entrambi i contendenti, nemmeno i due si fossero messi d'accordo.
Ecco un noioso pacifista di meno, una voce fuori dal coro che tacerà per sempre sui crimini di una parte e la corruzione dell'altra e, con l'occasione, ecco un po' di odio rinfocolato per il nemico globale. Quel nemico islamico che, rassegnamoci, dovremo imparare ad odiare, anche a calci se necessario, per almeno altri trent'anni. 

Della morte di Vittorio siamo però colpevoli anche noi che non abbiamo avuto la voglia di riprendere le sue note, i suoi scritti, per aiutarlo a divulgarli amplificando la conoscenza. Ci siamo illusi per comodità che fosse al sicuro ma era invece un morto che camminava. Lo sapevamo ma abbiamo lasciato perdere. Lo abbiamo lasciato solo, ci siamo lasciati distrarre in massa dai bunga bunga e dalle faide mafiose che devono tenerci impegnati per non pensare all'infinita ingiustizia del mondo. 
Avremmo dovuto sapere che correva dei rischi ma forse per capire cosa è Gaza e cosa è la guerra, cosa è la realtà vista dagli occhi di chi soffre, bisogna proprio vederla con i propri occhi, altrimenti non ci credi. 

martedì 30 novembre 2010

In morte di Mario Monicelli

"Ginoooo!"
"Dimmi, Levante."
"Quant'anni tu c'hai?"
"Settantasette."
"Come tu ti senti?"
"Bene."
"Ho visto la bara."
"Ma vaffanculo, va!"
Monicelli partecipò, solo in voce, a "Il Ciclone" di Pieraccioni, dal quale è tratto questo breve dialogo. 
Addio, Gino.

Si è ucciso come Primo Levi, gettandosi nel vuoto. Si può avere avuto un vita lunghissima e piena di soddisfazioni ed essere lo stesso disperati. Una cosa che chi mitizza la vita per principio non capirà mai.

Monicelli non credeva nella speranza, ce l'aveva detto nell'intervista a Raiperunanotte. La speranza era una cosa inventata dai padroni, diceva. 
Forse è vero. Gli inguaribili ottimisti, quelli per i quali va sempre tutto bene e che si meravigliano se gli altri sono disperati, sono quasi sempre coloro che pensano di poter comperare la speranza con quei soldi che non sanno più dove mettere. 
Senza speranza, inseguito dalla malattia e dal terrore di perdere la libertà che è data da un cervello straordinariamente lucido come il suo, Monicelli ha scelto la morte, che a volte è preferibile alla paura di morire. Disperazione ma anche ribellione e burla estrema al destino. 
Da artista aveva giocato con la morte, l'aveva sbeffeggiata nei suoi film. Come il Perozzi, il giornalista di "Amici Miei", quello che in punto di morte fa la supercazzola al prete che gli dà l'estrema unzione. Come aveva fatto veramente Ettore Petrolini che, sempre in fin di vita, si rivolse al medico che lo assisteva, Professor Ascoli, con un'ultima battuta: "Aah, parente di Piceno?

L'insegnamento di Monicelli era che si deve sempre trovare il lato comico della tragedia, come la guerra o  l'atroce solitudine dei vecchi che viene esorcizzata dalla zingarata, e nel "colpo di genio" dei cinque amici. Non sempre però si riesce a scherzare di tutto.

Recentemente aveva espresso il suo disagio per gli italiani, passivi come l'amante della Signora Necchi che si lascia pisciare nella minestra e che sorbisce tutto di un regime che taglia i contributi alla cultura, al film d'autore, per finanziare le velleità cinematografiche delle nipoti da parte di fava del re. Usando i soldi del popolo, in estremo spregio al medesimo.
Non possiamo credere che un maestro come Monicelli si sia ucciso perché anche alla cultura italiana si sta cercando di togliere definitivamente la speranza di un futuro. Forse è solo la depressione e la stanchezza di vivere che ti fa compiere gesti estremi come questo ma se fosse così, se questo paese stesse diventando intollerabile per i grandi vecchi della cultura, qualcuno dovrà pagare e caro per questo. 

mercoledì 18 agosto 2010

Muto come una tomba

Oggi, in via eccezionale ed in segno di lutto, se dovremo farne il nome lo scriveremo con la C, la kappa osserverà un minuto di silenzio.
Il rispetto per i morti ci induce anche all'astensione dalle battutacce, come quella che da ieri ci martella nella testa un diavolaccio tentatore, inducendoci all'irriverente e blasfemo accostamento da punteggio calcistico tra attrezzi da scavo, tra vanga e piccone, che eviteremo di pronunciare.

La vera tragedia è che, assieme all'emerito presidente, stiamo perdendo sempre più la possibilità di conoscere mandanti ed esecutori materiali di tanti infami delitti politici del nostro passato.
A meno che Andreotti non se ne esca con un clamoroso colpo di teatro in articulo mortis e decida di vuotare il sacco, lasceremo questa terra anche noi senza sapere nulla di Piazza Fontana, di Gladio, di Ustica, dei servizi deviati, del terrorismo, di come Moro fu condannato a morte, della strategia della tensione e di quella complessa questione che attiene alla sovranità nazionale.
Con la rabbia di sapere che tanti altri morti, morti senza rimorsi a macerarli per il resto della loro vita, resteranno ancora una volta gabbati, senza che nessuno si preoccupi di scrivere un coccodrillo tutto per loro. Con la consolazione che di solito, però, quelli ignorati dalla stampa sono i morti per i quali si piange davvero.

In suo onore, si dice, si potrebbe cambiare l'inno nazionale da "Fratelli d'Italia" a "Misteri d'Italia". Ma sapeva veramente o ci ha torturato con sadismo per anni facendoci credere che sapesse mentre non sapeva niente nemmeno lui? C'era o ci faceva? Magari la vera tragedia di Cossiga è che passerà alla storia come colui che sapeva tanto e non voleva dire mentre non poteva dire niente perchè non sapeva nemmeno lui. In fondo ciò che ha rivelato di quando in quando erano cose note perfino ai lampioni.
Non so perchè ma ho l'impressione che con lui scenderanno nell'avello meno segreti di quanti siano sepolti assieme a Renatino in Sant'Apollinare.

sabato 6 marzo 2010

Il comunista che piaceva ai banditi

Questo, qualsiasi cosa gli mettano davanti, la firma. Foss'anche la condanna a morte della Repubblica e di conseguenza la sua.
Presidente, lo sapeva già ma glielo confermo per sicurezza. Lei non mi rappresenta.

domenica 28 giugno 2009

Obitorio 80 (Decade in decay)

Che brutta fine stanno facendo gli anni 80. Ancora così giovani eppur fatali a chi in quegli anni faceva faville e dettava le mode ed i comportamenti di noi tutti che eravamo già tra i vivi.
E' in atto una morìa di miti di quegli anni e chi non è ancora in rigor mortis non se la passa tanto bene.

Che sia l'effetto tossico della stronzaggine degli yuppies, del rampantismo dei Gordon Gekko ( i padri di tutti gli speculatori finanziari attuali) e della superficialità ed idiozia che allora ci venivano irrorate addosso a tonnellate attraverso i media per rincoglionirci meglio?
Se un decennio è riuscito a compiere tanta devastazione nei personaggi delle ultime cronache mortuarie, avevamo ragione a lamentarcene allora. C'è un motivo per cui non ricordiamo volentieri gli anni ottanta mentre ci viene la lacrimuccia per i sessanta e settanta. Erano anni di merda, che hanno seminato alcune delle peggiori male piante di oggi.
Sarà interessante vedere le fotografie (prima e dopo) dei personaggi citati in questo macabro post, per ribadire che gli anni 80 nuociono gravemente a chi li ha vissuti e a chi sta loro vicino.

Michael Jackson (prima e dopo) è già alla seconda autopsia (come se il tossicologico non fosse stato da fare immediatamente, in casi del genere, benedetto coroner!) e immagino che il lavoro del tanatoprattore, dopo tanto taglia e cuci, sarà destinato a diventare più ostico del previsto. Non lo invidio. Non tanto per la ricucitura del taglio a T, visto che sarà coperto dalla divisa del moonwalker, ma per il naso che, essendo già pericolante da vivo, sarà già andato e dovrà essere sostituito da una protesi in silicone. Gran lavoro anche sulla pelle che, sottoposta a trattamenti sbiancanti e a chirurgia plastica intensiva per anni ed anni, sarà già più agée di quella di Ramses II, una mummia che i suoi anni se li porta alla grande.
Un consiglio, però. Fatecelo vedere da morto altrimenti, con le voci che già circolano e la morte simil-Elvis, rischiamo di ritrovarcelo tra i non morti assieme ad Elvis, appunto, e Moana. Non morti ma vivi e vegeti da qualche parte (universo tangente?) per sfuggire a varie miserie esistenziali.

Anche Farrah Fawcett (prima e dopo) è morta. Ai suoi tempi, quando scopertinava su tutte le riviste ed era la supergnocca da imitare, tutte siamo state pettinate come lei, con la sua inconfondibile scalatura di capelli biondi. Sempre che il parrucchiere capisse cosa intendevate con "scalatura alla Farrah Fawcett". Io, per averla voluta imitare, mi ritrovai con un taglio stile marines, cortissimo, che mi causò cocenti lacrime e da allora un'odio viscerale verso i tagliatori di capelli.
Dispiace ridurre il ruolo di questa icona morta degli anni 80 ad un puro ricordo da coiffeur ma sinceramente, a parte il fatto che fu moglie dell'uomo da sei milioni di dollari e che si mise con Barry Lyndon prima (e dopo ) che costui iniziasse a gonfiarsi come un pallone di whisky, non mi viene in mente altro.

Simon Le Bon (prima e dopo) non è morto anche se è già enfisematoso, ma si è scoperto recentemente essere dedito ad allietare le feste private di un altro ex eroe degli anni 80, il manager rampante delle televisioni Silvio Berlusconi (prima e dopo), oggi ridottosi a fare il presidente del consiglio italiano.

Pur non essendo propriamente un mito anni 80, una mortina non si nega neppure a David Carradine, self-kill Bill, entrato ad honorem nella schiera dei miti del trash a causa della morte per autostrangolamento erotico.

Forse aveva ragione Donnie Darko. Un bel motore d'aereo che ci cascasse in camera da letto potrebbe aprirci uno spiraglio su un universo tangente migliore di questo. Dove gli anni 80 non sono mai esistiti.

lunedì 9 marzo 2009

Dieci anni senza Kubrick. Embé?

Il 7 marzo del 1999 moriva, all'età di 70 anni, il più geniale regista del Novecento, Stanley Kubrick. Sabato scorso è quindi ricorso il decennale dalla scomparsa. Dieci anni, non tre o quattro, un anniversario importante. Qualcuno se n'è accorto? Qualcuno ha ascoltato servizi commemorativi nei TG della RAI o per caso qualche rete televisiva ha trasmesso uno dei suoi film a ricordo? Se qualcuno ne ha conoscenza me lo faccia sapere, per favore, perchè a me è parso un anniversario passato vergognosamente sotto silenzio, a parte l'articolo che ho letto sull'Unità ed altri simili su altre testate giornalistiche.

Ho cercato tracce commemorative sui siti web dei tre TG RAI , nel caso mi fossi persa qualcosa in televisione. Cercando sul sito del TG1 "Kubrick" non salta fuori niente, in compenso vi sono servizi sui 50 anni della Barbie, i 60 di Venditti, la donna vampiro (!) e la Fiera del Lusso di Vicenza. Sul sito del TG2 non c'è nemmeno il tasto "cerca" e su quello del TG3 calerei un bel velo pietoso.
Cosa sta accadendo ad un paese come il nostro che dimentica di celebrare una ricorrenza culturale fondamentale come la morte di un genio?

Su uno degli ultimi numeri di FilmTV c'era un articolo che parlava di Kubrick e del suo ultimo film "Eyes Wide Shut" che si chiude, come nella migliore tradizione dell'autore, con un finale enigmatico o comunque abbastanza originale e sorprendente da dare adito ad una sequela di interpretazioni.
Non so se ricordate la scena. Cruise e Kidman stano cercando di rimettere insieme i bambocci rotti della loro unione. Sono in un grande magazzino, nel reparto giocattoli, e parlano tra di loro. Kidman alla fine dice: "C'è una cosa che dobbiamo fare, comunque, il più presto possibile". Pausa. "Scopare". Il che suona come un sonoro pernacchio all'indirizzo di tutto lo psicanalismo e il cerebralismo delle due ore precedenti, con i protagonisti che si torturavano a vicenda sulla base di sogni, incubi, visioni, sensi di colpa, rose non colte, tentazioni e rimorsi. Nei fatti amorosi una bella scopata è più terapeutica di un anno di psicoanalista e questo Kubrick lo sapeva benissimo.

L'autore dell'articolo di FilmTV osserva però che, in originale, la parola pronunciata da Nicole è "Fuck", che significa scopare ma anche vaffanculo. Secondo la sua interpretazione, Kubrick ha voluto ironicamente (era un gran burlone) mandarci tutti affanculo con un ultimo sberleffo.

Alla luce dell'indifferenza nei confronti dell'anniversario della sua scomparsa, mi sento di essere d'accordo con l'ipotesi, per lo meno in ambito italiano.
Non vi manca Kubrick? Non pensate sia una perdita irreparabile il fatto che non farà mai più film? E allora andatevene tutti affanculo.

martedì 6 novembre 2007

I coccodrilli lacrimano ipocriti


" Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta. (Silvio Berlusconi, 29 marzo 1994)"

"L'uso che Biagi, Santoro, ... come si chiama quell'altro ... Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga. "

(Silvio Berlusconi, 18 aprile 2002)

Di solito non amo la retorica secondo la quale se uno muore bisogna per forza parlarne bene e ciò vale soprattutto quando è un personaggio pubblico ad andarsene ma oggi per Enzo Biagi ho pianto. Mi sono commossa perchè la morte di un giornalista vero, che fino all'ultimo è restato fedele a se stesso, non può che essere una perdita per tutti, in un paese dove i giornalisti con la g maiuscola stanno andando ad estinzione. Mi sono resa conto che Biagi ha fatto parte della mia vita più di quanto non pensassi, attraverso la sua figura televisiva, i suoi libri, i reportages dalla Cina e dall'America e i ritratti di personaggi famosi, come le interviste ai figli dei gerarchi nazisti e la biografia su Enzo Ferrari. Una prosa onesta, popolare, straordinariamente semplice, schierata ma mai faziosa, anche quando avrebbe avuto tutto il diritto di diventarla.

Dopo il pianto è subentrata l'indignazione e la rabbia per il modo in cui è stato rievocato l'ultimo triste capitolo della carriera di Enzo Biagi e cioè la sua cacciata dalla RAI suggerita a solerti lacchè dal presidente del consiglio in persona di allora, Silvio Berlusconi, durante il famigerato "editto" bulgaro.

Grazie ad un vorticoso e vergognoso giro di valzer retorico, il TG1 delle 13,30 è arrivato a dire che Biagi "se ne andò dalla RAI dopo una lunga vertenza". Come se non si fossero messi d'accordo sulle gardenie sempre fresche in camerino o si fosse trattato di null'altro che della sclerata di un vecchio rompipalle. E' la teoria di coloro che l'hanno cacciato, del resto.
E' la solita storia. Se dici che hai licenziato un dipendente è brutto ma se riesci a far credere che è lui che se n'è andato perchè pretendeva troppo, il gioco è fatto e la faccia è salva. Anche se è una faccia di merda.
Il resto dei commenti di queste ore è tutto un pianto greco di coccodrilli che ricordano il "grande Enzo" e soffrono solo di quella piccola amnesia relativa al modo vergognoso in cui fu trattato. Non manca il Grande Coccodrillo, che ha affermato "dopotutto lo ammiravo". Meno male, chissà se lo avesse disprezzato.

Ricordiamo agli smemorati di Collegno e zone limitrofe le frasi di Berlusconi citate all'inizio. Fa uno strano effetto riascoltarle proprio oggi ma non si può fare a meno di ricordare come andarono veramente le cose, almeno noi che amiamo la giustizia.

Ciao Enzo, e grazie di tutto.


domenica 15 aprile 2007

Totòday - Quarant'anni senza il grande cuore di Totò

Dopo aver partorito, assieme all’amico Cima - non pensate male, però - l’idea di questo Totòday, per celebrare i quarant’anni dalla morte del più grande di tutti, mi sono resa conto di quanto sia difficile scrivere qualcosa su Totò e la sua arte.
Io mi ritrovo ammutolita. Totò la maschera, il principe, il più grande comico, la marionetta. Tutte cose già dette e poi come si fa a trovare ancora qualcuno al mondo al quale si debba spiegare chi era e che cosa ha rappresentato Totò?
Secondo me, se è vera la storia che le onde radiotelevisive viaggiano nello spazio per essere captate a piacere, pure gli alieni si divertono con lui e magari tra loro usano dire: “Siamo marziani, o caporali?”

Voglio dire due cose allora sul cuore di Totò uomo.
Lui che diceva: “solo chi ha patito la fame può far ridere veramente” era famoso anche per la sua generosità. Una volta Franco Franchi raccontò in un’intervista di quando lui e altri colleghi attori alle prime armi e senza il becco di un quattrino si arrangiavano a cenare nella latteria presso il teatro. Da un certo giorno in poi lo poterono fare gratis, perché Totò aveva mandato il suo maggiordomo a dar ordine che da quel momento fosse messo tutto sul conto del principe.
Amava moltissimo gli animali, si dice abbia lasciato una somma enorme, milioni dell’epoca, al canile di Roma.

Ho conosciuto un vecchio falegname faentino che fu mandato dalla sua ditta, famosa a quei tempi, a restaurare dei mobili in una villa appartenente a Totò. Un giorno, lavorando al cassetto di un comò, trovò un fascio di banconote, una cifra ragguardevole. Quando Totò fece ritorno a casa alla sera, andò da lui e gli porse il denaro, un pò imbarazzato. Totò lo guardò e gli disse: “Non ti preoccupare. L’ho lasciato lì perché io ho naso, conosco con chi ho a che fare e sapevo che di te mi potevo fidare”. Inutile dire che le mance alla fine dei lavori furono generosissime per tutti.

Questa generosità è ripagata del grande amore che Totò riceve da decenni dal suo pubblico. Anche se sono quarant’anni che viviamo senza di lui, lui è lì che ci osserva e ride, anzi si scompiscia, pensando a quando i critici consideravano lui e i suoi film delle porcherie, volgari e di bassa lega.
Ma mi facciano il piacere, mi facciano. A prescindere.

Continuano l'omaggio:
A.I.U.T.O., Virginia, Alex321, Dalianera, Lazzaroblu, Pensatoio, Napoli Bloggers, Agoradicloro, Lupo sordo, Munchhausen, Alduccio, Vulvia, Pibua, Pasquale Orlando, Antonio64j, L’Eco di Dionisio, Sogniebisogni, vi_di, PensierofiliArts, MenteCritica, ed altri ancora.

giovedì 8 febbraio 2007

Marco, che saliva sulla montagna


Marco Pantani era un controsenso. Nato sul mare, con il salino nelle narici e la libertà del gabbiano nel sangue, domava le montagne aguzze sputando fatica e gloria come nessun’altro dai tempi di Coppi.
Campioni così ne nascono solo due o tre in un secolo. Quando la salita diventava solo per gli dei lui gettava via la bandana e non ce n’era più per nessuno.
Ribelle fin da bambino, quasi indomabile, testardo, chiedetelo a mamma Tonina. Eppure capace di sacrifici disumani, come un samurai.

Nel 1995 alla Milano–Torino un assurdo incidente gli spezza una gamba. Lui lotta per tornare in sella ma nel 1997 ha un altro infortunio.
La voglia di vincere di questo romagnolo testa dura è troppo forte però. Libero come il mare e forte come la roccia.
1998: vince Giro e Tour, un mito. I francesi vanno giù di testa per Pantani' . Quando il pirata corre, il ciclismo torna a riempire i bar, i circoli e perfino le signore anziane guardano il Giro in tv, perché c’è Pantani.

Poi nel 1999 la montagna ingrata si vendica di Marco, di colui che ha osato sfidarla e l’ha umiliata e battuta.
A Madonna di Campiglio il sogno si spezza. I controlli erano annunciati, e poi non era un vero e proprio controllo antidoping, ma una campagna per la salute dei ciclisti approvata dagli stessi corridori. Quel maledetto ematocrito fuori di due stronzissimi punti. Lo rifanno poche ore dopo e i valori sono normali. Ma la carriera di Marco è stroncata.
I giornalisti erano già pronti davanti all’albergo fin dalla mattina presto, e sulle gazzette rosa e bianche gli daranno del “traditore”.
Per loro è un dopato, un drogato, uno che imbroglia per vincere, un impostore. Gettano su Pantani, sul più grande, tutto il marcio del ciclismo, hanno finalmente il loro capro espiatorio. Le condanne comminate sui giornali non hanno appello, sono cassazione.
Forse, e lo dicono in tanti, quella volta lo hanno semplicemente fottuto. Andava troppo forte, troppo per i nuovi campioni sui quali investire milioni di dollari.

Marco non regge alla vergogna, alle parole cattive, alle condanne senza processo, forse anche al senso di impotenza di fronte a qualcosa di troppo grosso che era più forte di lui e che gli si era messo contro.
Prova a ricominciare ma non è più lui. Gli offrono la roba: “dai, che poi ti senti meglio”, e paradossalmente ora diventa veramente un drogato, della sostanza più bastarda, la coca. Che prima ti fa sentire un dio, ti fa salire fino sulla cima e poi ti spezza i freni e ti manda giù a rotta di collo verso la depressione più nera.
Diventa paranoico, ha paura di tutti, e tutti lo lasciano solo come un cane. Lo troveranno in una camera d’albergo, morto, con la stanza a soqquadro, a San Valentino.
Gli avvoltoi diranno che Marco Pantani è morto facendosi di crack. Taceranno invece come sepolcri quando usciranno i risultati delle analisi autoptiche: “nessun uso di sostanze dopanti atte a modificare le prestazioni sportive per un lunghissimo lasso di tempo precedente la morte.”

L’anno prima, mi pare, il Giro passò per Faenza. Mi piazzai sul ponte di Corso Europa aspettando che arrivassero i ciclisti. Non riuscii a riconoscere nessuno, alla grande velocità alla quale andavano, a parte Marco e la sua bandana. Adesso, ogni volta che passo di lì penso: qui ci ho visto Pantani, una leggenda.

Cos’è ora il ciclismo senza di lui? C’è stato il grande momento di Lance Armstrong, che Marco aveva battuto a Courchevel. Anche lui è finito sotto accusa per doping, quello vero, ma si è ritirato in tempo e le cose scritte sui giornali sono state dimenticate in fretta, non scolpite sulla pietra come per Pantani.
Anche se si corre ancora, con il pirata è morto anche il ciclismo, e adesso le nonne quando comincia la tappa spengono la tv. Perché non c’è più Marco con le emozioni che ti dava e il cuore è stretto solo da una tristezza infinita.

mercoledì 4 ottobre 2006

Addio, professo'

E’ di oggi una triste notizia. E’ morto Riccardo Pazzaglia, il filosofo di “Quelli della notte”, la trasmissione di Arbore del 1985 che lanciò tanti personaggi a noi cari.
Era scrittore, regista e come autore di canzoni aveva collaborato con Modugno, per il quale aveva scritto “Io, mammeta e tu”.
Pazzaglia era l'intellettuale nel gruppone di scalmanati di Arbore e con la sua signorilità non trascendeva mai nonostante le provocazioni del sanguigno Ferrini o del pazzo Marenco e le banalità lapalissiane di Catalano.
Quando la discussione sul "brodo primordiale" si faceva difficile lui allungava una mano verso terra e la scuoteva dicendo sconsolato ma sempre con calma olimpica: “Il livello è basso”.
Indimenticabile il suo pezzo sul cavalluccio rosso per il compleanno del nipotino nel film di Luciano de Crescenzo "Così parlò Bellavista".
Caro professore, aveva proprio ragione. Guardandoci attorno e vedendo quanto si stia ancora abbassando il livello penseremo a lei e la ricorderemo sempre con affetto.

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