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martedì 11 marzo 2014

L'attacco delle inquantodonne


Nel paese dove la classe politica, come in uno snervante ed interminabile film piddino grandebellezzo è impegnata a perdere tempo, a crogiolarsi sui massimi sistemi, a spompinarsi a vicenda e a giocare al fantagoverno nei momenti di stanca, nell'atroce dilemma "è andato di corpo oggi Renzi?" è commovente la battaglia collaterale delle inquantodonne dai bianchi manti per l'istituzione della cosiddetta parità di genere, in realtà lotta intraclassista per la spartizione del potere tra maschi e femmine dell'élite, che al popolaccio viene fatta passare per battaglia di civiltà. Le infamose quote rosa. Non a caso il colore più stronzo che esista.

Perché non crederete mica che questo femminismo piagnone scassacazzi sia rappresentativo dei veri interessi delle donne italiane. La battaglia riguarda queste superprivilegiate (hai ragione Orizzonte48, oltre alle inquantodonne esistono probabilmente anche le donne inquantotali, intuisco una differenza sottile ma sostanziale tra le due categorie) che sono tutte appartenenti alla classe dominante, compresa quella non meno perniciosa di partito e che, gratta gratta, sono sempre in qualche modo consanguinee o scambiatrici di fluidi corporei con i maschi padroni; madonnine sempre pronte a lacrimare a comando di fronte all'extracomunitario ma rigorosamente munite di filippinachedaannimiaiutaincasaecheormaiècomeunadifamiglia e spietate verso i propri connazionali. Donne che sono ben contente di perpetrare la rigorosa divisione in classi della società che è il mito fondatore di questa epoca di merda e che, da leguleie, si guardano bene dal propugnare e difendere l'unica vera parità tra i cittadini, quella economica.
Insomma, sciure e sciurette da foyer della Scala, con il taccododici che costa quanto una mesata di pensione della vecchietta, mica quelle disgraziate costrette ad abortire al cesso perché il paese, oltre che piddino, è pure embrionofilo e il medico, soprattutto quando non batte sulle statali dell'extra moenia, è sempre obiettore. 

La parità di genere o de-genere? Perché, tanto per capirci, nella visione monosessuale di Laura Boldrini, l'ape regina delle operaie piddine, le donne sono il 50% della popolazione femminile. Un lapsus, direte, ma temo più che freudiano: Lacaniano al sapore di Reich in salsa di Fagioli. Così rivelatore, mioddio, meglio di uno scan total body. 
Laura, lo sai che il tuo mondo così estrogenico e con il ciclo sincronizzato, spurgato da potenziali stupratori ma infarcito di femmine dalla visione a tunnel, sembra la "Città delle donne" di Fellini? Ecco, penso che tu, un film come quello lo troverai terribilmente sessista, probabilmente orribile. Io l'ho trovato sincero come lo sono spesso i sogni.  Te lo farei vedere e rivedere in stile Cura Ludovico, da tanto che ti voglio bene. 

martedì 14 gennaio 2014

Le ministre lo fanno meglio


No, non è quello che pensate ma se il titolo da pornazzo vagamente anni '70 è servito a farvi arrivare qui con un metro di lingua fuori, lo scopo è stato raggiunto. Parliamo non di sesso ma della leggenda metropolitana secondo la quale le donne in politica sono mejo. Più oneste, più capaci, più incorruttibili, più sensibili alle esigenze della ggente, più umane e mammose. 

Partiamo dalle mejo fighe del bigoncio del governo Letta, giusto per stare sull'attualità. La foto qui sopra, vagamente inquietante, sembra la riedizione di "E poi non ne rimase nessuna". Una sorta di ritratto di autofemminicidio politico in un interno con testimoni Enrico Lecter e l'altro che non si può nominare, lo sapete.
In questo gruppetto di inseguitrici delle grandi donne politiche del passato, di queste ministre per le allodole, senza petto e nemmeno coscia ma solo due alucce bruciacchiate, c'è di tutto: la fulgida e ridanciana inutilità, il soprammobilismo molesto, la cafonaggine neoburina, la rigidità teutonica che impara a zoppicare all'italiana, il tengofamiglismo ed altro ancora. 
Non è cattiveria ma, oh, ne avesse azzeccata una, Hannibal.

Partiamo da sinistra con la prima di questa serie di ministre colte a vario titolo in fallo o in stato di abuso di potere all'amatriciana oppure risplendenti di imbarazzante incapacità.
Josefa, la tedesca, che si fa beccare ad usufruire del repertorio tipico delle scappatoie da commercialista italiano per non pagare l'IMU più cara d'Italia, quella del ravennate. Colpita e affondata. Un ministero brevissimo e senza storia. Già l'orlo del pantalone era troppo lungo (occhio, Lorenzin).

Cancellieri, la star di "Pronto, Annamaria", il telesoccorso per miliardari finiti al gabbio. Una vicenda imbarazzante di favoritismi con l'aggravante del nepotismo ammamma. Colpita ma non affondata. Si è ripiegata tristemente come la Concordia, da un lato, e per ora rimane lì, a futura memoria, in attesa che qualcuno la risollevi.

Cécile Kyenge, ovvero la ministra della (dis)integrazione, della quale non si ricorda un singolo atto legislativo ma solo il suo essere una sorta di pungolo vivente per tenere in vita il razzismo degli italiani. Soprattutto quello degli italiani che non erano mai stati razzisti prima ma lo stanno diventando. Perfettamente inutile ed ingombrante come un elefantone africano intagliato vinto ad una fiera ma utilissima per tenere acceso il fuoco sotto uno degli argomenti principe della distrazione di massa: la cosiddetta società multietnica ed internazionalista imposta a legnate a questi nazionalisti e populisti di italiani. 

Emma Bonino, il nostro soufflé sgonfiato. Quella che sembrava assemblata con i pezzi di Indira, di Golda e di fior fior di statiste e che pareva potesse tirarti fuori al momento opportuno una grinta da Iron Woman. Invece l'abbiamo scoperta essere come quei pupazzetti di legno push button degli anni '60. Li premevi sotto e loro svenivano afflosciandosi sulla loro basetta di legno; ve li ricordate, cinquantenni? 
Emma che, nel contesto internazionale della grande diplomazia spicca solo per essere quella che si porta sempre in giro una borsa gigantesca, nemmeno avesse la famigerata valigetta con i codici per lanciare gli intercontinentali e quando va a Teheran indossa il foularone a testa bassa. Che brutta immagine.
Emma che finora ha collezionato un'imbarazzante figurina di emme con la vicenda Shalabayeva, quando Angelino non le disse niente del viavai di azeri sotto casa sua e lei non si incazzò nemmeno un po' con l'avvocato; e che infine sta passando alla storia per non aver finora combinato 'na beata con la delicatissima vicenda dei due marò. Emma, stai agli Esteri, non a Torre Argentina.


Lorenzin, la ministra della Salute. O della Sanità? O della privatizzazione della Sanità pubblica? O della distruzione della Salute? In ogni caso anche lei finora non pervenuta. Forse è un bene.

La Carrozza, ministra di quel che resta dell'Università. Talmente sicura delle cose da fare per la pubblica istruzione che indice un referendum sul web (a qualcuno fischiano le orecchie) per farsi dire cosa dovrebbe fare. Fosse stata grillina l'avrebbero crocifissa. Visto che è lei, è democrazia partecipativa. 

E infine la Nunzia nostra. L'ornitologa specializzata in lontre, la ministra con il maritino che anche lui lavora in ditta. Il maritino, per la cronaca, è Boccia, uno dei nobel mancanti in economia del PD.
Che ha combinato la Nunzia, per riempire in questi giorni le pagine della cronaca come ultima vittima di questo squartatore seriale di ministre che è Lecter? 
Ma niente, pora cocca. Il solito marchesedelgrillismo del "io sono io e voi...", tanto bullarsi di un potere provincialissimo ma che fa sempre la sua porca figura tra i forestali e un tocco di vajassa che non guasta mai.

Ragazze, si scherza eh? Però che trishtezza, è la sagra del diludendo. Voi che dovevate dimostrare, da sinistra, no, un po' più al centro, quanto siamo meglio degli uomini (ma chi l'ha detto?) 
E non tentate di giustificarvi dicendo che chi vi ha precedute, ad esempio le ministre berlusconiane, le Silvio's Angels, non hanno fatto granché di meglio e che qualcun'altra, ad esempio la coccodrilla Fornero, è riuscita a fare perfino peggio.  
L'unico dato di fatto è una débacle pressoché totale dell'immagine femminile al potere. Una strage, una Caporetto in tailleur.
Già, che sia stato quel tailleur viola a portare sfiga?




giovedì 18 luglio 2013

Nazionalismo, globalizzazione e i ministeri per le allodole


Mi rendo conto che questo post sarà una passeggiata su un campo minato ma, se mi date la manina buoni buoni, prometto di farvi arrivare dall'altra parte con tutte e quattro le zampette ancora attaccate al tronco.

Dunque, inizio del campo minato e primo ordigno, una mina antiministro. Ieri il politologo Giovanni Sartori ha scritto sul Corriere dei Piccioli che Kyenge e Boldrini sono "due raccomandate incompetenti, nullità della politica". Lasciamo perdere la sciocchezza che un'oculista non possa avere le competenze per guidare il ministero per l'integrazione e forse l'insinuazione della raccomandazione, che potrebbe essere estesa credo al 90% delle nomine governative di un sistema politico di alzamanos e camerieri, ma ciò che del discorso mi pare condivisibile, piaccia o no, è quando Sartori dice che l'integrazione non è lo ius soli e la concessione automatica a tutti della cittadinanza - come auspicano le due signore in oggetto - ma un processo lungo e complesso che richiede l'impegno di entrambe le parti ad accettare determinate condizioni legate a diritti e doveri di appartenenza. Come in un contratto matrimoniale, aggiungo io. Un processo che non può prescindere dal cambiamento volontario di mentalità, di abitudini, di comportamenti e di linguaggio. Insomma, non basta certo una firma su una carta bollata per diventare italiani, americani o circassi.

Sembrerebbe un concetto facile da capire ma, intanto, è esplosa a shrapnel l'indignazione per l'offesa del fu intellettuale di riferimento della sinistra ora neoeretico alle ministre (dddonne con tre di e per di più nera l'una e madonna femminista addolorata l'altra).
Tanto per rincarare la dose sartoriana, direi che sono ministre messe lì come scudi umani a difesa dell'ipocrisia di un governo al servizio, nel senso BDSM del termine,  del totalitarismo finanziario globale. 
Ministre per le allodole. Buone per pungolare i leghisti e reazionari boccaloni vari, farli vomitare qualche volgarità a comando ed occupare di conseguenza i media compiacenti per giorni e giorni, mentre nel frattempo i maschi (quelli che servono davvero, i maggiordomi inglesi) fanno passare le leggi vergogna e si comprano gli aeroplanini per baloccarvisi e giustificare le stecche.
Categoria, quella delle ministre per le allodole, alla quale apparteneva anche la ministra tedesca Josefa Idem, precocemente dimissionata per meriti di furbizia fiscale italica, e perfetto esempio quindi di quella integrazione comportamentale con il paese di destinazione che descrivevo prima.
E possiamo inserirvi perfino la vecchia radicale Bonino, piazzata agli esteri proprio nel momento in cui l'Italia veniva commissariata dal Kazakistan per conto dell'ENI e quindi sacrificata sull'altare della commedia satirica alla "Borat".
Possibile che nessuno, per chiudere l'argomento ministre del governo lettiera, si sia accorto che queste poverette - ma pur sempre ben più remunerate di tante lavoratrici comuni - e martiri del buonismo a schiuma frenata, vengono usate in funzione subdolamente misogina da un potere che, facendo finta di dare loro importanza, fa in tutti i modi per farne risaltare l'incompetenza, inadeguatezza ed ottusità ideologica? 

Seconda mina, e attenti che questa vi potrebbe ridurre ad un tronchetto. 
L'Europa dell'euro, la società multietnica a vento di culo libero, la cosiddetta accoglienza piagnona sono globalizzazione paludata da buoni propositi e mielosi sentimenti cristiani.
Voglio che sia chiara la mia posizione sull'argomento. Io odio e schifo la globalizzazione, che considero lo strumento con il quale il totalitarismo finanziario sta minando le basi della democrazia occidentale per giungere ad ottenere un mondo di schiavi al servizio di un'élite privilegiata sovranazionale annidata nelle multinazionali e dei centri finanziari.
Ricordate le botte da orbi a Genova, di cui ricorre in questi giorni l'anniversario di sangue? Ce le diedero di santa ragione perché avevamo capito quale fosse la parola chiave da combattere: globalizzazione, e loro non potevano permettere che questo movimento continuasse a vivere per metterla in discussione. Quello è stato l'unico momento in cui la gente ha compreso quale fosse la posta in gioco, per questo la repressione è stata così violenta.
Tutto ciò che è avvenuto dal 2001 in poi, torri e guerre comprese, è stato fatto per difendere questo progetto per un nuovo secolo globalizzato, per costruire il mondo della delocalizzazione totale e dei popoli privati dei loro punti di riferimento culturali, soprattutto della democrazia. Globalizzazione come fine ultimo della shock economy, passando per la morte della democrazia rappresentativa e la frantumazione delle coscienze e culture nazionali. Noi europei siamo i più difficili da soggiogare, perché siamo quelli con le tradizioni più forti e più antiche. Guardate con quale ferocia si stanno accanendo contro la Grecia e ricordatevi cosa rappresenta per la cultura del mondo la Grecia.

Già, perché l'integrazione di cui si riempiono le gote le ministre per le allodole non è altro, nei fatti, che una bella società a compartimenti stagni, deculturalizzata, dove ciascuna etnia vive separata dalle altre e dove si pratica la babele comportamentale di un melting pot non integrato e destinato prima o poi alla deriva nella violenza reciproca, da sedare con la repressione poliziesca affidata a contractors privati. Lo scenario dei topi da laboratorio chiusi nella gabbia troppo stretta. Ovvero, un esperimento che segue un protocollo ben preciso.
Una società, soprattutto, dove i ricchi dell'1% vivono al sicuro in cittadelle iperprotette,  separati dal 99% gettato nel calderone dell'indifferenziazione culturale, ma accomunato dall'unico disvalore che è la povertà unita alla schiavitù. "L'appendice di carne alla macchina d'acciaio" di quel signore dell'ottocento con il barbone brizzolato.

Tutto ciò, questo scenario da incubo, è propugnato, coccolato e volonterosamente auspicato su mandato degli agenti della globalizzazione dalla sinistra e dai loschi figuri che la rappresentano e che si sono appropriati indegnamente del compito di "difendere la vedova, l'orfano e il proletario" per consegnarli, mani e piedi legati, al carnefice. (Terza mina. Qui vi si spappolano proprio.)
Cosa vedete se vi guardate intorno, cari sempre timorosi di apparire razzisti e non abbastanza politicamente corretti? Integrazione, società multiculturale o città che stanno perdendo sempre di più la propria identità, invase da stranieri troppo diversi gli uni dagli altri e da noi che lavorano, si, per carità, ma che per il resto del tempo si fanno i cazzi propri e danno l'impressione che dell'Italia non gliene possa fregare di meno? Gente che non vede l'ora di tornare al proprio paese dopo aver messo da parte un bel gruzzolo per comperarsi casa là ma che le ministre vorrebbero italianizzare a forza, come fecero i fascisti con i popoli balcanici. Italianizzarli per globalizzarli e schiavizzarli.

Per farla breve. Con la retorica del migrante, che è solo una pedina di questo risiko crudele, inculcandoci il senso di colpa per non riuscire ad amare il prossimo nostro per il quale siamo solo una vacca da mungere - ancora per poco, cari, perché le mammelle stanno sgonfiandosi -, questi farabutti dei piddini collusi con il turbocapitalismo ci stanno svendendo al migliore offerente. Tutto questo è peggio di una guerra con i bombardamenti ma non lo si capisce ancora.
Dice il Veltroni che è in noi : "Ma se non c'è integrazione è perché c'è il razzismo". No, il razzismo è normale quando un paese subisce un'invasione dall'esterno. Scattano le difese in automatico e se sentiamo nascere un certo anelito di nazionalismo, di nostalgia per le tradizioni dei nostri vecchi o semplicemente per i bei tempi dove, per strada, non ti sentivi esule in casa tua, circondato da gente per la quale non esisti e che ti è aliena, non bisogna sentirsi in colpa, come vorrebbero le ministre per le allodole e i loro mandanti. Non è razzismo, è legittima difesa.

La sinistra europea - e quella italiana è sempre in prima fila - si è venduta al nemico perché è convinta di poter arraffare ancora qualche banca di seconda o terza scelta. Per questo piatto di lenticchie è disposta a condividere e sottoscrivere tutti i progetti più reazionari dell'élite: la pastoralizzazione dell'Europa del Sud a favore del Quarto Reich, la disintegrazione delle identità nazionali, delle culture, delle tradizioni, e soprattutto la distruzione di più di un secolo di conquiste sociali dei lavoratori in nome della Globalizzazione.

Sul blog di Alberto Bagnai l'altro giorno ho letto questo:
"Si chiama libero commercio, lo Zeitgeist lo esige e i mercati finanziari lo propugnano. Chiunque si opponga ad essi è appunto offuscato dall'ottusa e ristretta logica della difesa dell'interesse nazionale. Ora, tu sai che l'Europa è stata quasi distrutta dal nazional-socialismo. Quindi, per difendere l'Europa, bisogna distruggere quei presidi di tutela dei diritti costituzionalmente garantiti che sono gli stati nazionali, e ignorare il fatto che finché esisterà una contabilità nazionale, con una bilancia dei pagamenti, esisterà anche un interesse economico nazionale: quello a non andare in deficit nei pagamenti con l'estero. La contabilità nazionale è nazista e nemica del proletario, come dicono quelli che: Keynes ha inventato il Pil quindi il Pil è di destra (NdC: non faccio nomi ma giuro sulla loro testa che è vero! Per inciso, ricordo a beneficio dei marxisti dell'Illinois che Keynes con la nascita della moderna contabilità nazionale non c'entra nulla)."
Ecco il problema della sinistra collaborazionista traditrice: giustificare le proprie malefatte ammantandole con il nobile scopo, con la scusa dell'essere buoni per definizione e per mandato divino. "Siccome il nazional-socialismo ha fatto tante vittime, dobbiamo abolire le nazioni. "(cit. Bagnai)
Se poi, per disgrazia, nel farlo ci scappa un peto e distruggiamo anche il popolo, pazienza.

venerdì 3 maggio 2013

Dite a Laura che...



Non ho molta voglia di commentare l'odierna uscita a Repubbliche unificate di Laura Boldrini sull'anarchia del web da accomodare come lo stoccafisso con nuove leggi e il successivo controcanto di Piero Grasso che, assieme alla precedente uscita di Giuliano Ferrara di qualche giorno fa, completa la triangolazione di fuoco incrociato sulla libertà d'espressione nel web organizzata dal regime e che raggiunge ironicamente il suo culmine oggi, giornata mondiale della libertà di stampa.
Ciò che c'era da dire in risposta all'argomento lo hanno già detto egregiamente Arianna Ciccone, Alberto Capece Minutolo, Bernardo Luraschi su Liberi Pensieri, Fabio Chiusi e Vittorio Zambardino nei loro articoli, per cui leggete loro e saprete come la penso in proposito. Non ho nulla da aggiungere, vostro onore.

Dico solo che io non credo che il suggerimento di  proporre altre leggi oltre quelle già esistenti, contenuto nella straziante intervista a due madonne piangenti tra Boldrini & Concita De Gregorio derivi unicamente dal fatto che un'alta papavera del potere si sia sentita offesa dal fatto che qualcuno abbia postato la foto di una milfona che le somiglia, con le tettone e la passera alla brasiliana, al punto da organizzare una task force di setacciatori della rete alla ricerca e distruzione delle foto incriminate. (E guardate, se discutiamo della cosa, come ci attenziona, noi twittaroli, il Rude Pravo. Non hanno proprio un cazzo da fa'.)
La cosa è talmente ridicola che non sta in piedi, soprattutto se quella della foto, la milfona, non è la papavera in questione.

Ricordo a questa madonnina infilzata, alla SEL-lerona che non credeva che in Italia vi fosse una miseria tale da spingere le persone al suicidio collettivo, ed alla compagna senonoraquandista del femminismo piagnone - che se lo accostiamo all'antisemitismo fa una botta più forte, vero? - che la violenza riservata alle donne sul web (che conosce bene chiunque tenga un blog o stia semplicemente sui social network) è solo la proiezione di quella che vivi ogni giorno nella vita reale. Solo la molestia sul lavoro, se sei fortunata, ben di peggio per tante altre. 
Una violenza che non nasce dal web (che caso mai ritrasmette solo la realtà fattuale nel virtuale, magari amplificandone i tratti e rendendola catartica) ma che è sempre più spesso causata dalle politiche di shock economy che esasperano i conflitti interpersonali, fanno ammalare di depressione, fanno esplodere la violenza e creano i soliti capri espiatori individuandoli nei soggetti più deboli della società. Ad esempio le donne povere, quelle che non siedono sugli scranni del potere e che nessuno va ad intervistare con il secondo fine propagandistico.

Quelle politiche affamatrici da neoaristocrazia, ancora più odiose perché offerteci dalle mani forate dalle stigmate di queste Sante Evite sofferenti, tanto carucce e de sinistra; che provengono da un Potere che non ha ancora fatto una legge sul femminicidio (come in Argentina, ad es.) ma sfrutta la sofferenza e il sangue delle donne per fare un tipo di propaganda molto subdola, che mira solo all'autoconservazione di esponenti di una casta parassitaria.
Sarà anche vero che la presidente della Camera riceve minacce e le fanno i fotomontaggi zozzi ma allora io preferisco la meravigliosa dignità di Cécile Kyenge che sta dando lezioni di signorilità impagabile alla feccia che dal giorno della sua nomina la sta perseguitando con ogni tipo di insulto, con l'odiosa aggravante del razzismo. Perché Cécile non invoca la censura e Lauretta si? Così, tanto per curiosità. Come mai Laura dice di temere meno la realtà, il camminare per strada, della minaccia o del fotomontaggio sul web?

Non sarà che oggi improvvisamente, con un bruciaculo collettivo, i papaveri parlano di regolamentare il web (leggi imbavagliarlo) solo perché, dopo aver asservito i media, l'unico dissenso alla loro dittatura softcore viene da lì' e per la prima volta si è aggregato in una forza politica che ha raccolto una novemilionata di voti di italiani? Casualmente, s'intende. 
Pensando anche alla presenza nel governo di D'Alia (ricordate il suo provvedimento antiweb poi bocciato), tutto diventa più chiaro. O no?

Ditelo a Laura che non c'è bisogno di abolire gli uffici postali se uno riceve una lettera minatoria.



P.S. Ringrazio la redazione di MenteCritica che, riprendendo questo post, ne ha colmato una lacuna aggiungendovi in calce la nota sull'evidente disparità di trattamento da parte della  stampa appartenente al network "La Voce del Padrone" nei confronti della vicenda della parlamentare del M5S Giulia Sarti, le cui mail private sono state violate e rese pubbliche. Episodio che, a differenza dei fotomontaggi zozzi della Boldrini non ha sollevato altrettanta indignazione da parte dei signorini grandi firme. 
Che volete, anche in questo caso ce lo ricordano. Come diceva il Marchese: "Io sono io, e voi...."

lunedì 20 agosto 2012

Pussy pussy, bau bau


Non volevo occuparmi delle Pussy Riot, soprattutto dopo che Debora Billi ha scritto più o meno tutto ciò che ne avrei scritto io. Però voglio aggiungere qualcosa su queste simpatiche fenomene in passamontagna; giusto alcune considerazioni.

La prima riguarda l'elemento di propaganda che contraddistingue il loro caso. Anche questa volta, come altre, ho paura che i media abbiano suonato i campanelli e i cagnolini di Pavlov abbiano salivato. Voglio dire che, nuovamente, la nostra capacità di indignarci per qualcosa che accade nel mondo potrebbe essere stata eteroguidata dagli stessi che selezionano quotidianamente ciò che dobbiamo e non dobbiamo venire a sapere. 
Questo per spiegare che chi, nel caso delle tope ribelli, ha sentito puzza di bruciato, di polpettone precotto e confezionato e non si è scomposto più di tanto, magari manifestando un certo fastidio per l'eccessivo can-can, forse si è domandato come mai tanto casino dietro alla sorte proprio di queste ragazze e niente, neppure un lamento, per altre situazioni di dissenso ed opposizione magari più gravi che il mondo ci offre quotidianamente. Che so, vogliamo fare alcuni esempi? Ci sono ancora dei disgraziati rinchiusi illegalmente a Guantanamo dal 2001 sottoposti a torture inenarrabili con i loro parenti che chiedono inutilmente giustizia; c'è la questione palestinese che è il più clamoroso caso di rimozione forzata dell'indignazione dal cervello dell'opinione pubblica, una sorta di lobotomizzazione collettiva perfettamente riuscita. C'è il dissenso in Cina, ben più perseguitato, a colpi di pena di morte, di quello russo. Ci sono gli americani che friggono i malati di mente perché la loro sete di vendetta impedisce qualunque comprensione dei principi di civiltà enunciati da Cesare Beccaria in poi. Ci sono i poliziotti dei regimi dell'Impero della Globalizzazione, quelli sudafricani nell'ultimo caso, che sparano con mitra e fucili sugli scioperanti, ne accoppano una trentina e poi ci viene spiegato che non potevano fare altro, perché gli uomini neri erano armati di machete ed è stata legittima difesa. Come a Piazza Alimonda. (Chissà perché quest'associazione, dev'essere stato il passamontagna.)
E va beh, ti dicono piccati i pussyminkia, ma che c'entrano i minatori morti con le eroine del dissenso russo? Per le quali ha speso il suo tempo monetizzato al decimo di secondo addirittura Madonna? Secondo me c'entrano ma forse parliamo di un'altra dimensione spaziotemporale.

Di tutti i possibili generatori di indignazione per l'ingiustizia, dei quali ho ricordato per smemoratezza e dovere di sintesi solo pochi esempi, ci viene concesso nel qui ed ora di occuparci ed indignarci del dissenso in Russia e, nella fattispecie, di quello di tre ragazze che, per aver violato la sacralità di un luogo di culto sono state condannate per teppismo a due anni di carcere. Un carcere particolarmente duro, ha tenuto a sottolineare il lettore di comunicati imperiali al telegiornale. Come se essere incarcerate a Rebibbia o qualunque altro carcere italiano, giusto per non passare per i figli della serva, fosse equivalente ad una vacanza premio. Ecco, senza volere, ho citato una delle nostre peggiori magagne: la situazione carceraria.
La loro sorte, per altro, sarebbe stata simile o addirittura peggiore se la performance fosse stata allestita a San Pietro, nella Sinagoga di New York, alla Mecca, alla spianata delle Moschee e perfino in un pacifico monastero buddhista. 
Nessuno riesce a vedere che il dissenso in Russia è, mioddio, anche altro, che bisognerebbe piuttosto parlare della libertà di stampa, della questione cecena, della corruzione e magari di come si è arrivati ad avere Zar Vladimir dopo anni di shock terapia liberista voluta dall'Occidente. E bisognava parlarne prima, non ora che ci  impongono a comando di farlo, forse per nascondere una volta di più la Più Grande Rapina Di Tutti I Tempi che si sta perpetrando ai danni di cittadini ed aziende a favore della finanza casinò.

Vladimir Putin è venuto per anni in Italia ospite dell'amico B. e nessuno ha mai avuto niente da dire di talmente roboante da finire in cronaca al TG.  Sono anni che governa la Russia con pugno di ferro contro i dissidenti e praticamente tutti coloro che tentano di ostacolarlo, oligarchi compresi. Durante il suo regno, perché non è altro che quello Zar di cui i russi non sembrano poter mai fare a meno e che amano più di quanto noi immaginiamo, ha massacrato per anni il popolo ceceno, ha gasato i suoi stessi concittadini in un teatro di Mosca, fa collezione di giornalisti morti, eppure finora era noto in Italia non come despota, ma per essere il donatore del famoso lettone. Da ieri, dopo il caso delle Pussy Riot, ci siamo accorti che è "'o fetiente". Curioso, no? Sospetto, anche.
Visto che siamo governati dal governo dei Supereroi che "hanno salvato l'Italia", c'è bisogno di un cattivo - se no che fumetto è? - e chi meglio dell'Amico Putin, amico del nano caduto in disgrazia e quindi anch'egli con le quotazioni al ribasso nel meraviglioso mondo dei Fantastici Tecnocrati? 

Il caso delle Pussy Riot era proprio perfetto anche perché il femminismo ci si è buttato a topa morta, come era prevedibile. Per le misteriose vie dell'emancipazione femminile versione nuovo millennio propugnata da chi decide di cosa hanno bisogno le donne, senza consultarsi con le stesse, il femminismo sarebbe mettere in atto performance estreme, a metà tra l'esibizionismo sessuale patologico e le antiche performance dei geek nei circhi di Barnum, quelli che staccavano la testa a polli vivi con un morso, mangiavano chiodi e insetti per il ludibrio della gente. Roba vecchia, tra l'altro.
Ci sono diversi gruppi che si definiscono dissidenti in Russia che si esibiscono in queste performance e regolarmente finiscono in galera. C'è un filmato, dove alcuni riconoscono almeno due delle Pussy Riot del processo (compresa quella che assomiglia vagamente a Ruby) che riguarda un'azione all'interno dell'Università di Mosca. Un'ammucchiata hardcore però con la motivazione che era contro il presidente Medvedev. Ah beh, allora. Un'altra performance e relativo filmato (i filmati sono qui, maialoni) riguarda un supermercato e una militante che trova un modo originale per portarsi via un pollo pulito e pelato pronto per l'arrosto: infilandoselo nella passera. Le affinità volatili. Ovviamente tutto in favore di videocamera. Penso ai tanti poveri dissidenti e disperati che, in tutto il mondo, non hanno purtroppo altrettanta disinibizione e talento per il porno. E' proprio vero allora, come scrive Debora, che fanno notizia solo le Sare Tommasi. Con la differenza che Sara non è considerata una dissidente del sistema neoliberista e finanziario ma una povera sciroccata. Misteri della comunicazione.

Giusto per ribadire che tutto il mondo è paese e i codici penali si assomigliano un po' tutti: mettersi a schitarrare in una chiesa, incappucciarsi con i passamontagna, farsi trombare in un luogo pubblico e rubare polli, è reato. A Denver come a Mosca, a Cologno Monzese come a Pechino. Perfino a Lugano. Sono atti che vorranno pure avere una valenza di dissenso, da chiunque siano perpetrati, ma riescono solo a far parlare del reato che commettono, non della motivazione sottesa. Per questo sono sbagliati e politicamente controproducenti.  Al limite sono zingarate alla Amiche Mie e a maggior ragione non possono essere prese sul serio e nascondere, con il loro clamore mediatico gonfiato, le battaglie dei dissidenti veri, che magari marciscono in galera da anni.

Un'ultima cosa degna di nota sono queste ragazze che sempre più spesso si comportano come le isteriche di Charcot alla Salpêtrière. Ecco, l'ho detto.
Davvero, non mi spiego questa epidemia generale di disinibizione frontale nelle ragazze, se non con il grande ritorno dell'Isteria e del Gran Ballo Sabbatico: si fanno scopare nei parcheggi e mettono i filmati su YouTube, bevono come spugne non solo alcool, praticano l'hooliganismo (come dice l'impeccabile sentenza ai danni delle Pussy Riot) e le femministe, invece di prendere queste figliole a sberle, perché con i loro comportamenti rischiano di finire in galera o di subire violenze, la chiamano militanza. Quando si è matti per la mona è proprio vero che le si perdona tutto. 
L'esibizionismo estremo non può essere l'unico modo che hanno oggi certe ragazze per comunicare. Tanto meno lo può essere se la comunicazione pretende di essere politica e a nome delle altre donne. La liberazione ha veramente dato alla testa di qualcuna e dispiace che il femminismo coccoli queste figlie disturbate e le faccia diventare esempi, non accorgendosi che la libertà non è mai poter fare tutto ma proprio tutto ciò che ci pare, nemmeno se siamo state tanto oppresse in passato. Per esempio compiere un atto di necrofilia ai danni di una povera bestia perché solo così si parlerà di noi. Libertà non è defecare per strada. Evidentemente ci sono molti borghesi da scandalizzare, in Russia. E' vero che si tratta di hooliganismo, che piaccia o no.
L'emancipazione femminile è cosa ben diversa dalla voglia di scandalizzare a tutti i costi e del comportarsi da indemoniate credendo che ciò sia segno di libertà. Così facendo si rischia di pagare pegno e di ritornare alla casella di partenza: quella dell'Isteria. 

Questo post non sarebbe stato possibile senza l'aiuto prezioso di Klára, che ha tradotto dal russo alcuni articoli e fornito una visione da insider della società russa. Un grazie di cuore.

mercoledì 25 luglio 2012

Daje all'icona


Ma no, figuriamoci. Questo post è una ripetizione di cose già dette e quindi potete anche saltarlo, ma ci tengo a mettere le cose in chiaro una volta per tutte.
Lo ripeto, quindi. Io non scrivo per provocare, così le amichette di Facebook non mi lovvano più, mi cancellano ed io piango abbracciando la mia Hello Kitty di peluche.
Non scrivo copiando le idee dei maschi beta (ho letto addirittura questo, seguendo un backlink). Il sogno della mia vita non è diventare l'icona dei maschilisti ed ispirare i nemici delle femministe che poi usano i miei articoli come la musica di Ludovico Van quando vanno a molestarle sui blog. Non scrivo per difendere gli uomini kamikaze e terroristi che invece devono crepare tutti a Guantanamo obbligati a guardare "Il corpo delle donne" in loop come Cura Lorella e torturati dalle canzoni di Laura Pausini* a tutto volume. Non è per tutto questo che scrivo. Assolutamente no.

Se a volte scrivo pezzi come "I vaniloqui della vagina" è perché trovo idiote le battaglie PontiSex contro il sessismo in pubblicità, contro il linguaggio sessista a base di "autora" "dottora" e "architetta" e perché soprattutto mi dà sui nervi il principio che se hai una passera allora hai sempre ragione come la ducia. Lo faccio perché ho tutto il diritto di farlo, in quanto donna e parte in causa.
Scrivo perché rifiuto la logica paranoica e assolutamente ideologica che ha fatto diventare il fenomeno della violenza contro le donne una vera e propria industria dell'olocausto femminile, chiamando femminicidio ogni atto che non sia di sottomissione al diktat "la donna è sempre vittima".

Scrivo perché rifiuto il ricatto psicologico verso la "donna che odia sé stessa", rifiuto l'accusa di negazionismo lanciata dalle industrialesse del femminicidio e tutto il ciarpame propagandistico nel quale si è ultimamente incistato il femminismo. 
Femminismo che non è più forza dinamica e progressista capace di cambiare la società ma è loggia di ragazzette aggressive e settarie che ripetono slogan a pappagalla assieme a vecchie carampane coperte da un terrificante burka mentale intessuto di odio incancrenito per l'uomo e di un esagerato amore per la donna, che a volte rasenta l'amore cieco.  Le vecchie friggono i cervellini alle giovani ed entrambe non si rendono conto di essere manipolate dal potere che non aspetta altro che i soggetti più attivi della società si impegnino in giochi di ruolo inutili invece di impegnarsi a rifondare questo sistema in disfacimento. E intanto il vero femminismo, quello costruttivo e non distruttivo, va ad operatrici sessuali.

Soprattutto scrivo perché, da psicologa, non sopporto che le parabolane, le squadriste di questo fascismo rosa, vogliose di menare le mani perché non si è più capaci di usarle per accarezzare, pretendano, da un pulpito di assoluta ignoranza delle dinamiche psichiche, di spiegare fenomeni complessi come la violenza che affligge i rapporti interpersonali. Fenomeni che hanno componenti individuali, collettive e sociali inscindibili. Veramente, certi ragionamenti da cervellini verdi fritti non si possono sentire e purtroppo in rete diventano verità rivelate in pasto al pubblico, imposte con il manganello a chi osa dissentire. Per fortuna non sono la sola che lo nota.
Inoltre, lo dico anche per vissuto personale, per superare le esperienze negative con gli uomini l'unica strada è la riconciliazione con essi, con la parte migliore di loro e che ne è la maggioranza. Se volete che una ragazza non guarisca più dalle ferite della violenza mettetela tutto il giorno a parlare con chi è convinta che gli uomini siano pericolosi scarafaggi da schiacciare. Questo è ciò che penso.

Se tutto ciò non vi sta bene, nessuno è obbligato a leggermi e tanto meno ad essere d'accordo. Però lo ripeterò finché avrò fiato in gola: la guerra dei sessi è una stronzata. 


(*Pausini non è un icona femminista ma personalmente la ritengo un ottimo strumento di tortura.)

venerdì 6 luglio 2012

La Ducia ha sempre ragione


Si, d'accordo. "Il Giornale" è sempre "il Giornale" e lo strillo "l'arma della gravidanza" un po' forte,  ma cosa c'era, dopo tutto, di tanto strano nell'articolo dell'avvocato Anna Maria Bernardini de Pace pubblicato ieri e subito esposto alla pubblica gogna su Facebook, come esempio infame di misoginia e  addirittura "terrorismo" perpetrato da parte delle "donne che odiano loro stesse" nei confronti delle loro simili? Qui i commenti, compreso quel "seme inoculato come un veleno" che, sono sincera, mi ha sconvolto la deformazione professionale.

L'articolo incriminato parte da un recente gossip: l'annuncio a reti unificate e a suon di tamburi, tra una semifinale e una finale di europeo, tra un colpo di testa e uno di tacco, della gravidanza della ex morosa di Balotelli. Lo statuario padano un po' scuretto (Borghezio dixit) aveva risposto, da gran signore e dimostrando piena fiducia nella fedeltà del corpo della ragassa: "Si, ma voglio il test del DNA". 
Ecco, prendendo spunto dal caso baby Balotelli, l'avvocato Bernardini, che di cause matrimoniali e disfide genitoriali di alto bordo se ne intende, ha scritto un pezzo piuttosto critico nei confronti di certi comportamenti femminili, come quello di coloro che usano la gravidanza come mezzo per sistemarsi con uomini ricchi e potenti.
Un fenomeno che, nel dorato mondo delle veline e dei calciatori, delle giovani rampanti vogliose di seguire il comandamento del Dio Silvio "sposatevi uno ricco", è una realtà o comunque una tentazione irresistibile.
Leggevo giusto su un giornale da spiaggia del divetto nemmeno diciottenne Justin Bieber che, dopo un rapporto occasionale con una fan più matura, praticamente una pedofila, sarebbe stato richiesto di assumersi le sue responsabilità di futuro padre.

Ecco, se vogliamo evitare in futuro che una ragazza assolutamente in buona fede si becchi l'insinuazione cafona dell'ex fidanzato pallonaro miliardario e magari l'allusione maligna a mezzo stampa, bisognerebbe riflettere sul perché ancora oggi tante ragazze amano vincere facile con l'ovulazione al momento giusto, con l'ovetto kinder (nel senso di bambino), lasciato come ricordo sul comodino del ganzo danaroso.
Le femministe da tastiera che si sono arrogate il diritto di decidere che cosa è buono e giusto leggere, guardare e pensare e guai se non dai loro ragione, sul "la regina è nuda" invece ci si sono incazzate di brutto. 
Non volendo cogliere l'occasione per fare autocritica sui comportamenti che, provenendo dalle donne, ne danneggiano l'immagine più delle pubblicità in perizoma, vanno in giro cariche di settarismo ideologico come bobine di Tesla, pattugliando notte e giorno i mezzi di informazione  alla ricerca del maschilismo, della misoginia e del sessismo al fine di fulminarne all'istante gli autori o autore. Autore si, non autrici perché, tra una gogna e l'altra, le drughe si dilettano a violare l'italiano come comanda la loro Danta Alighieri di riferimento che, in nome del linguaggio antisessista, vorrebbe declinare al femminile anche il cazzo e nel frattempo romperlo anche a noi che scriviamo come ci hanno insegnato alle elementari le nostre povere maestre.

Quando io scrivo queste cose, per avere la scusa di non rispondermi sul merito, mi dicono che sono solo provocazioni gratuite. Mi graffiano, si mettono a piangere accusandomi di aver loro spezzato il cuore con il mio antifemminismo, di attirare con i miei scritti velenosi i falsificatori di siti femministi che poi vanno da loro a molestarle. Tutto vero, non sto scherzando.
Se non fosse che quel settarismo da guardie rosse è pericoloso perché altrettanto infantile e violento ci sarebbe da riderci sopra. Invece, siccome sono convinta che questo femminismo ottuso ed opprimente faccia solo danni, anche a me in quanto donna diretta interessata, non smetto di farlo notare e quindi lo ripeto per l'ennesima volta.

Queste signore sono le fautrici di una rivoluzione culturale dove le donne hanno sempre ragione, non sbagliano mai, non sono mai disoneste e stronze, mai puttane e mai cretine. Un regno magico tutto al femminile (la Città delle Donne sognata da Fellini che diventa realtà) dove la Ducia ha sempre ragione, dove la Grande Sorella ci controlla  pensiero e parola e dove gli uomini, a quel punto, diventano solo superflui oppure serpenti velenosi da schiacciare.
Un mondo di autocelebrazione ed autoassoluzione urbe et orbe dove sento dire che alle donne maltrattate - che si sono magari scelte liberamente i loro carnefici - spetterebbe non solo la dovuta e doverosa assistenza psicologica e legale ma casa, lavoro e ogni tipo di tutela sociale; le altre invece, evidentemente, quelle che si sono scelte uomini amorevoli, che non alzerebbero mai un dito su di loro, se non hanno casa e lavoro, se lo possono prendere, direbbe Cetto, 'ntu culu?
Peggio per loro che non contribuiscono ad incrementare le cifre dell'industria del femminicidio, questa categoria inventata, a scopo propagandistico, come la neolingua della Grande Fratella, per sostituire quelle troppo banali di omicidio e lingua italiana. Femminicidio come olocausto che giustifica ed emenda qualsiasi eventuale colpa e responsabilità e marchia a fuoco sul braccio delle donne in quanto tali il marchio indelebile di vittime. Industria che tiene in vita artificialmente un femminismo in morte cerebrale da anni perché incapace di andare oltre la tentazione del separatismo e fallito nel suo compito fondamentale: rifondare la società attraverso l'educazione dei figli in mano alle donne. Le madri continuano a crescere un numero statisticamente eccessivo di puttanelle che da grandi vogliono fare le veline, scoparsi il calciatore ricco e sistemarsi e arroganti pascià incapaci di gestire sentimenti e relazioni con donne che non dicano loro sempre si come le loro mammine. Femminismo che vede nelle donne, come unici difetti,  la volontà di parlare in dissenso, di superare finalmente il trauma di essere nata donna e lo smettere di piangersi addosso, visto che alle nostre latitudini nessuno ci impone l'infibulazione faraonica da bambine ma possiamo fare praticamente tutto ciò che ci garba.

Quando si dicono queste cose, arrivano le graffiate in faccia e l'epiteto di "donna che odia sé stessa".
Curiosa definizione che, l'ho già ribadito, è presa pari pari dal classico armamentario propagandistico delle lobbies prevaricatrici che vogliono intimidire e zittire il dissenso interno, come nel caso dei "self-hating jews", gli intellettuali e rabbini critici nei confronti del sionismo reale. Un comportamento che è tipico delle ideologie fallite che si arroccano sull'autovittimizzazione assieme ai loro ultimi giapponesi nella jungla e che passano il tempo a controllare l'ortodossia dei pensieri altrui. Un retaggio del secolo scorso che ancora ci trasciniamo dietro ma non vogliono capirlo.

Mi è piaciuto un concetto espresso da Annamaria Bernardini nel suo articolo: quello della "energia aggressiva delle donne che, come schiave liberate, sono passate dal buio alla luce, facendosene accecare". (cit.) Se l'uomo reagisce con l'aggressione omicida sempre più di frequente nei confronti delle donne, la risposta non è certo la pretesa che la donna abbia sempre ragione e l'instaurazione del reato di negazione del femminicidio come olocausto, ma un'analisi del problema da tutti i punti di vista, quello delle donne e quello degli uomini. Analizzando i rispettivi disagi. Da parte nostra bisogna ripensare i nostri comportamenti e domandarci se, a volte, non sia vero, come dice Bernardini, che siamo incapaci di gestire una libertà sacrosanta ma che a volte pretende di cominciare dove finisce quella degli altri: uomini o donne che siano.

"Anche con gli occhi spalancati... non riesco a vedere niente." (Takeshi Kitano, "Zatoichi".)

martedì 26 giugno 2012

Centonovantaquattro sfumature di grigio


Una recente sentenza della Corte Costituzionale ha respinto i dubbi di costituzionalità dell'art. 4 della legge 194, quella che dal 1978 regolamenta l'interruzione volontaria di gravidanza, che erano stati sollevati da un giudice del Tribunale di Spoleto. 
Bene, la legge è salva, ok, tutti contenti, fine momentanea degli hashtag #save194. 

Un po' meno contenti saranno stati gli embrionofili che ci provano sempre a sabotare una legge dello Stato liberamente scelta dal popolo, quello stesso che poi nominano invano ogniqualvolta c'è aria di elezioni. Quelli che se ne fottono di vite adulte completamente formate, senzienti e magari tanticchia esodate ma cazzeggiano sulla capacità di discernimento cosciente dello zigote. Quelli secondo i quali, il giorno dopo la trombata, il pre-embrione, senza neppure essersi impiantato nell'utero e ancora in viaggio dalle parti delle tube, già chiamerebbe "mamma" disperato. Quelli che vorrebbero funerali di stato per il kleenex post coitale imbevuto di bambini morti e che inciderebbero sulle lapidi dei non nati: "Qui giace Aiace, strappato alla vita diletta da una misera pugnetta".
Sono coloro che, tra una Madonnina triste e un Papa che vuole tanto bene ai bimbi, postano sui siti ultracattolici, per dimostrare la perfidia degli abortisti, le foto con gli spezzatini di feto, gli embrioni a tocchetti e le testoline e piedini che spuntano dal bidone della spazzatura ospedaliera.
Sono quelli che, se lavorano in TV, ci offrono ogni tanto, in prima serata e a tradimento perfino nel più laico dei TG, sguainando la solita estetica cattonecrofila, il servizio lacrimogeno sull'ennesima mamma kamikaze che ha preferito non curarsi il cancro e morire pur di dare alla luce il figlio che portava in grembo. Ovvero la creazione di un povero orfano che soffrirà tutta la vita del senso di colpa per aver causato la morte di sua madre. 

Tuttavia, se odio gli embrionofili che vorrebbero farci ritornare ai tempi del proibizionismo, quelli di Vera Drake e Marie Latourdevo dire che ultimamente provo un fastidio prossimo all'intolleranza anche nei confronti di quelli che parlano di aborto e della relativa legge come se la questione fosse solo di diritto individuale,  dimenticando che invece si tratta di un atto che coinvolge sempre altri soggetti oltre la donna, non ultimo l'uomo che ha provocato 'o guaio e la povera creatura che ci va di mezzo. Perché l'aborto, rigirandolo pure come ci pare, è qualcosa che segna la vita di tutte le persone che ne sono coinvolte, è un dramma collettivo e a volte inguaribile. Forse sono effetti che si vedono meglio nel lungo periodo, dopo che hanno scavato e logorato i meandri dell'inconscio e della memoria.
Penso alle donne che sono state costrette ad abortire a causa del rifiuto del loro uomo di assumersi delle responsabilità ed agli uomini che non hanno avuto il tempo di assumersi le proprie responsabilità di padri perché la loro donna ha deciso di abortire senza nemmeno chiedere il loro parere. Ai figli che sembrano psicologicamente affetti dalla sindrome del sopravvissuto e che un giorno scoprono, magari per caso, che i loro genitori avevano rifiutato un altro figlio precedente abortendolo perché non volevano noie.
Proprio per questa sua portata psicologicamente devastante, occorrerebbe non dimenticare mai di ricordare che l'aborto andrebbe utilizzato solo come estrema ratio e che sarebbe auspicabile sparisse dalla faccia della terra. Il metodo per farlo sparire ci sarebbe ma, per motivi misteriosi, sembra che non riusciamo a vederlo.

Mi sono sempre chiesta e me lo chiedo soprattutto quando si riparla di legge 194, perché non  vi siano continue campagne che insegnino, soprattutto alle giovanissime (madri, dove siete?), l'importanza della contraccezione come metodo infallibile per evitare il trauma dell'aborto. Prendere la pillola del giorno dopo o dei cinque giorni dopo non risolve il problema del controllo della fertilità. Personalmente, approfondendone le dinamiche, li trovo metodi orrendi e che non responsabilizzano affatto chi li attuano. E' come quello che pecca, tanto poi ci sono la confessione e l'assoluzione a parargli il culo
Se si ha una vita sessuale attiva, perché diavolo non usare la contraccezione, la pillola? Perché non assumersi la responsabilità dei propri atti? 
Quanti sono, quarant'anni, che c'è la pillola? Eppure in Italia siamo meno del 20% a prenderla per regolare la fertilità ed evitare gravidanze non desiderate. Un ottanta per cento abbondante di donne in età fertile si affida al caso,  a metodi improbabili ed inefficaci e per questo tanto amati dai preti - come il metodo Billings insegnato alle coppie in Parrocchia, a fragili e dispettosi preservativi, all'aborto mascherato della pillola del giorno dopo o dei cinque giorni dopo oppure a quello chirurgico vero e proprio. Troppo comodo.
Il diritto a decidere sul proprio corpo. Giusto, però non diamo sempre la colpa ai preti se la contraccezione non è praticata. Dobbiamo riconoscere che esiste l'assurda paura che la pillola faccia ingrassare, che faccia venire il cancro, che ci faccia sparire quelle belle mestruazioni dolorose e splatter stile vacca scannata alle quali siamo tanto affezionate (chissà perché) e senza le quali alcune non si sentono abbastanza donne. Per non parlare della paura di non poter più rimanere incinte e tutta una serie di altre scuse che impediscono alle donne di responsabilizzarsi prendendo la fottuta pillola e decidere veramente quando fare un figlio senza procurare traumi a sé e ad altri.

Sono disposta a lottare con il coltello tra i denti affinché nessuno, per oscurantismo religioso, possa privare una donna del diritto di abortire se è rimasta incinta dopo uno stupro o se potrebbe rischiare la propria vita mettendo al mondo un figlio (scusate, kamikaze si nasce e noi non lo nascemmo necessariamente), oppure se fosse mentalmente non in grado di diventare madre, ma in cambio voglio un maggiore impegno da parte delle donne che parlano di donne a favore della contraccezione. Anzi, lo pretendo.

giovedì 24 maggio 2012

I vaniloqui della vagina


Allora, care fratelle, mollate il grilletto e agguantate gli occhiali che c'è qualcosa da leggere che vi riguarda. Saranno forse le solite stronzate di una che vuole fare l'originale a tutti i costi oppure, visto come scrive, forse non è neppure una donna vera ma un uomo beta en travesti. Pensate ciò che volete ma è ora di sturarsi ben bene le orecchie e di ascoltare perché le atmosfere all'interno dei metaforici coglioni stanno salendo e c'è rischio di deflagrazione imminente.

Ci sono tre parole che ormai mi danno la nausea appena le sento o le leggo: femminicidio (o la sua variante ancora più cacofonica femicidio); sessismo; questione di genere. Sto diventando come il cane di Pavlov che, quando suonava il campanellino, sbavava. Io però, care devotchke, a differenza del sabaca, non salivo, vomito. Ho la nausea perché le avete fatte diventare parole modaiole, degli intercalare, dei concetti ripetuti fino a privarli del loro significato originale. State mandando a puttane decenni di lotte di rivendicazione per i diritti femminili perché vi siete fatte intrappolare dalla propaganda del sistema. Eseguite i suoi ordini, state al suo gioco. 

Il femmi-coso. Nessuno nega che si scannino le ragazze troppo spesso per i più vari motivi: "Mi ha lasciato", "è una troia", "mi ha rotto", "non mi vuole (più)". Gli uomini hanno un baco conosciuto nel programma di gestione del "narcisismo". Magari le programmatrici mamme potrebbero lavorarci un po' su per eliminarlo, invece di modellare i loro virgulti sui peggiori figli di puttana adulti, quelli per i quali le mamme perdono la testa, del resto.
Quando leggo però che "le ammazzano solo in quanto donne",  che nel femminicidio a volte fate ricadere omicidi di bambini e perfino di uomini e che avete deciso che non esiste il delitto passionale perché la passione è solo il miciomicio cippalippa con il vostro ganzo/a e non il sublime contraltare dell'amore, l'odio, come se la mente umana fosse stata creata ad immagine e somiglianza della collana Harmony, non vi seguo più.
Se si butta tutta la casistica più varia nel pentolone del femminicidio, viene il sospetto che allora vogliate truccare le carte, che vogliate dopare i risultati. 54 vittime dall'inizio dell'anno. L'ho già detto qui e mi ripeto volentieri: i morti sul lavoro, quasi tutti maschi, sono già 170. 
Io parlavo di Ciudad Juarez già nel 2009 ma bisognerebbe anche ricordare che in quella realtà messicana, regno dei machete creativi di El Loco, i beccamorti fanno gli straordinari tutte le sere e gli affettati sono soprattutto maschi. Non si può prendere una realtà estrema come quella ed inferenziare che anche in Italia siamo alla mattanza.
E poi, lasciatevelo dire. State diventando come i coloni quando si parla dei palestinesi. Siete accecate dall'odio ideologico per il nemico. "Ci ammazzano solo in quanto donne". Vi ammazzano per principio, quindi. Comodo, così non avete mai colpe, non vi si può chiamare in correità, così potete fare le stronze quanto vi pare. La colpa sarà sempre di colui che vi ammazza per principio, perché siete troppo giuste, troppo fighe e lui non lo sopporta. Tipico del peggiore vittimismo piagnone di minoranza.

L'altro giorno un uomo, in una scena allucinante che è sconvolgente perfino immaginare, ha preso i suoi figli piccoli, li ha lanciati dalla finestra, poi ha tentato di gettare anche la moglie, prima di lanciarsi anche lui nel vuoto. 
Ho letto i vostri commenti: "Non parliamo di depressione, per carità", "l'unica vittima è la mamma che ha visto gettare i suoi figli dalla finestra, ma vi immaginate?!", "lei aveva un lavoro, non parliamo di tragedia della disoccupazione". 
Lasciatevelo dire, sono commenti che confermano interi trattati teoretici sulla stupidità femminile e sul suo egocentrismo. Sono solo io, per deformazione professionale, in quanto indagatrice dell'inconscio, a provare un'immensa pietà per quest'uomo malato il cui inferno interiore non riuscireste ad immaginare nemmeno in diecimila anni ma che potreste almeno sforzarvi di rispettare? E' solo la stupidità che vi fa parlare così, come fanno troppi parenti di depressi che negano disperatamente una delle malattie più mortali che esistano per riuscire solo a continuare a  colpevolizzarne il malato? "Ma su, ma perché fai così, in fondo cosa ti manca?" Vi assicuro che se uno si lancia da una finestra è perché proprio non ce la più ad ascoltare quelle stronzate. Poi, se volete, vi posso confermare che chi si appresta a lasciare volontariamente un mondo ormai invivibile, pensa che portando con sé i suoi li farà stare meglio. E' la non-logica della malattia, l'estrema deformazione dell'atto d'amore, di fronte alle quali si deve solo provare pietà.

Sulle altre due parole che mi danno il vomito: sessismo e questione di genere sarò più breve. 
Il sessismo è diventato ogni tetta, ogni fetta di culo, ogni bocca socchiusa, insomma ogni sano richiamo sessuale che ci allevia queste giornate tormentate dall'angoscia continua del futuro. Una robina leggera tipo il pensiero che non andremo mai in pensione, che i nostri risparmi diventeranno carta straccia e che la banca di merda ci porterà via la casa.
Ve la siete presa con un lievissimo spot argentino della FIAT dove un maschio modello base, di quelli che sono capaci perfino di sopportarvi per un paio di decenni, immagina di tuffarsi al rallentatore tra due enormi tette. Siccome le tette non sono le vostre, deve morire e con lui chi vorrebbe fare la sua stessa fine.
Immagino che anche uno dei capolavori di Federico Fellini, quel meraviglioso "Le tentazioni del Dottor Antonio" con l'Anitona gigantesca che tormenta sessualmente il bigotto Peppino, sia per voi da classificare come esempio di "sessismo". Il corpo delle donne qui e il corpo delle donne là, e che palle!  Come farci scontare un documentario con dieci anni di penitenza di cilicio puntuto sulle suddette.

La questione di genere, infine, è l'insieme di tutte le cose delle quali vi occupate quotidianamente, controllando i giornali e i tabelloni pubblicitari alla ricerca ossessiva del sessismo, per avere poi la scusa di gridare al  femminicidio. 
Sareste da bastonare, perché seguite le paturnie menopausiche di quattro carampane talebane che vi hanno convinte che i maschi sono tutti dei porci, invece di ricordarvi dell'enorme potere che il vostro corpo vi concede sui vostri compagni. "Un paio di tette apre qualunque porta", diceva il personaggio di un film fantasy l'altra sera, una tipetta tosta che dialogava con il fratello reuccio un po' trota che si meravigliava del suo inaspettato arrivo al castello. E' maledettamente vero. Il sesso e il corpo sono la chiave del vostro potere. Un potere immenso che agli uomini fa giustamente paura. Si può desiderare di gettar via il potere? No, se non si è stupide. Il potere va solo saputo gestire con astuzia.

Al sistema fa comodo che vi distraiate con la guerra di genere, con il soft air contro i maschilisti. Fa parte del copione del Battle Royale al quale partecipano, sul campo avverso, anche i vari "padri separati", uomini beta, eccetera. 
Soggiogate dalle ottuse talebane pontiSex, vedete lo spot della FIAT ma non vedete ciò che fa Marchionne all'economia italiana. Volete mettere le mutande da suora a Belen, maledite la tv tette-culi ma non vedete la devastazione di un paese ad opera di chi ha usato tette e culi solo come strumento di propaganda maciullacervelli per arricchirsi personalmente e per arricchire gli amici degli amici. Di chi ha consegnato l'Italia alle mafie. Vedete l'effetto ma non la causa.

Di che cosa vi siete appassionate in questi giorni? Della Grecia, dei criminali finanziari che stanno scavando il buco per arrivare al caveau dove stanno i vostri miseri BOT e BTT, di quella crucca testona della Merkel che ci sta portando alla rovina, per la serie le donne governano meglio degli uomini
No, ho letto paginate intere sulla lotta al linguaggio sessistaroba vecchia, per altro, vecchi arnesi da psy-op.  
Le donne architetto devono essere chiamate ARCHITETTE. ArchiTETTE? Ma gli uomini poi non è che vorranno tuffarcisi dentro? Non temete l'allusione sessista del termine?
Poi ho letto dell'iniziativa per intitolare più strade alle donne. Mi pare una priorità assoluta da affidare alla Protezione civile. Poi che Enrico Fermi era maschilista perché non permetteva alle fisiche di Via Panisperna di fabbricare le bombe atomiche.

Sareste da mazzolare perché distraete energie e risorse alla resistenza contro la dittatura finanziaria. Dovreste andare dagli uomini, anche dai peggiori stronzi e dire loro: ci stanno fottendo, uniamo le forze, studiamo un rimedio, pensiamo solo a come uscirne salvando il salvabile. Magari mostrando le tette agli speculatori finanziari mentre i ragazzi li prendono alle spalle.

domenica 6 maggio 2012

Sesso e possesso


Stamattina leggevo questo appello per l'adozione di un codice etico per la stampa che deve riportare i casi di "femminicidio". Al di là della definizione di "femminicidio" che non mi convince affatto:
"Femminicidio è quel tipo di violenza con la quale viene colpita una donna per il solo fatto di essere donna; si tratta di violenza sessuata, fisica, psicologica, economica, normativa, sociale e religiosa, che impedisce alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale." 
rimango perplessa anche sui punti di questo codice. Ne riporto qui solo due, invitandovi comunque alla lettura completa dell'articolo.
1. I giornalisti e le giornaliste devono mettere in evidenza la motivazione di genere (svalorizzazione simbolica, discriminazione economica e sociale) come causa profonda della violenza contro le donne. Essi devono fare buon uso delle informazioni di casi studio e statistiche disponibili, sia quando segnalano casi di violenza contro le donne sia quando danno notizia di casi di sfruttamento sessuale e della prostituzione, collocando le notizie in un contesto più ampio che riveli la motivazione di diseguaglianza a cui sono sottoposte le donne che ne soffrono e tutte le vittime che sono femminilizzate (discriminate come se fossero donne – ad esempio omosessuali, transessuali).
4. I giornalisti e le giornaliste devono in ogni modo evitare di usare l’equazione “odio uguale amore” e mai utilizzare frasi che possano giustificare in qualche maniera simbolicamente la violenza come gesto sconsiderato o addirittura “folle” e quindi non del tutto legato alla responsabilità individuale. Da evitare in senso assoluto anche il presentare la violenza sessuale, domestica, e il femminicidio come amore passionale incontrollato con frasi dal vago sapore romanzato e romantico (follia d’amore, pazzia d’amore, amore e sangue) – La violenza e l’omicidio sono i più gravi crimini che si possono compiere contro un altro essere umano donna o uomo.
Ciò che mi spaventa di questo codice presunto etico, oltre alla sua ignoranza della psicologia e psicopatologia umane, è il suo voler ridurre un fenomeno complesso ad un semplice fatto di definizione, il suo voler inquadrare l'omicidio delle donne in uno schema di ortodossia politica dove bisogna usare le chiavi di lettura approvate dal comitato centrale.
Per dare la "libertà alle donne" infatti, se non ho capito male, bisogna limitare la libertà di espressione, imbavagliando la stampa o costringendola a scrivere secondo l'ortodossia del politically correct. Qualcosa di sempre mostruoso. Perché oltretutto, secondo questo pensiero magico, il definire il femminicidio in maniera ortodossa da parte dei giornali contribuirebbe addirittura a limitarlo.
Occorre inoltre, secondo il codice, cancellare per decreto l'intera gamma delle passioni umane che comprendono, mi dispiace per le madri costituzionaliste, anche l'odio; rendere queste passioni irrilevanti e punire un reato per se, senza prendersi la briga di indagarne le motivazioni. Un abominio giuridico.
Si dovrebbe negare, pur parlando di esseri umani, l'esistenza di relazioni affettive problematiche tra individui - e spiego alle leguleie che il termine affettività include anche sentimenti negativi come il possesso, l'invidia, la gelosia; negare la valenza patogena di tali relazioni per ridurre tutto ad un fatto politico, di principio.
La libertà delle donne, infine, passerebbe attraverso la loro definitiva separazione dall'uomo, deresponsabilizzazione e clausura in un recinto di protezionismo a tutti i costi dove, ovviamente, le donne non possono essere mai a loro volta colpevoli perché se no crolla tutta la baracca abusiva già pericolante.

Quando chiesi tempo fa ad alcune femministe se riuscissero ad inquadrare nel concetto di "femminicidio" il delitto di Sarah Scazzi, ovverosia un delitto maturato in un contesto familiare dove le donne sono la parte dominante e  tutta una serie di sentimenti ad alto tasso di estrogeni aveva provocato la morte di una ragazzina, non ho mai avuto risposta. 
Non ho avuto risposta perché un "femminicidio" probabilmente commesso da altre femmine in concorso è, a quanto pare, qualcosa che non rientra nello schema del "femminicidio" come "delitto di genere" dove la donna viene uccisa "solo in quanto donna"  e da un uomo che agisce non in quanto assassino ma in quanto uomo. Questo almeno è il concetto che si vorrebbe incidere nella pietra, chiudendo ogni ulteriore discussione su quella che è una piaga della società e che richiede quindi un approccio sociologico un tantino più approfondito.
Dispiace che un movimento potente ed importante come quello femminista si sia fatto alla fine intrappolare nell'atteggiamento piagnone e nel modus operandi tipico delle minoranze prepotenti, quelle che se sbagli le parole quando parli di loro o fai notare i loro difetti, sei un  bestemmiatore da schiacciare. In questo caso sarei, credo, una donna che odia sé stessa.

Se la morte di una donna viene ridotta sempre ad un fatto binario uomo-donna, ad un atto di guerra tra i sessi, avulso dalle sue motivazioni macrosociali insomma, si otterrà una dichiarazione di belligeranza continua uomo vs. donna che, basandosi su questioni di ortodossia, difficilmente potrà mai arrivare al ristabilimento della pace. Insomma una situazione tipo Coloni vs. Palestinesi dove i coloni, in questo frangente, non sono sempre e prevedibilmente gli uomini.
E' una politica che crea divisione tra i soggetti che, uniti, potrebbero fare molto male al sistema e quindi il potere ha interesse che restino divisi da qualcosa di infinito come la guerra trentennale al terrorismo oppure, in questo caso, la guerra dei generi. Divide et impera. Strano che le ragazze non se ne siano ancora accorte.
Considero quindi i termini "femminicidio" e "delitto di genere"  forzature ideologiche che nascondono il vero cuore del problema della violenza in aumento non solo sulle donne ma sui bambini, sugli omosessuali - che non vengono colpiti in quanto femminilizzati (che sciocchezza) ma in quanto omosessuali - sui diversi per razza e religione, su tutti quelli che portavano un triangolo colorato nei lager, sui poveri e soprattutto sui lavoratori. Le vittime di "lavoratoricidio" dall'inizio dell'anno sono già 170, per inciso. 

In Argentina hanno di recente  inserito nel codice penale un'aggravante per i delitti commessi da persone che erano legate alla vittima da vincoli di parentela o sentimentali. Mi pare giusto e ragionevole. Nello stesso decreto è stata inserita una definizione di "violenza di genere" che è più discutibile perché ideologica e compiacente verso il femminismo politico ma comunque l'impianto complessivo del provvedimento sottolinea correttamente il focus che dovrebbe essere studiato al fine di comprendere il fenomeno dell'aumento delle morti violente a danno delle donne: si uccide perché si considera la vittima una PROPRIETA'. Il senso di possesso tra amanti, tra coniugi, tra famigliari, tra dipendente e datore di lavoro, perfino tra amici. E' quello stesso senso di possesso e di potere di vita e di morte sui deboli che ha fondato per secoli l'istituzione famigliare. In quel caso erano i figli ad essere vittime di "bambinicidio". I figli li si poteva violentare in ogni modo, fisicamente e psicologicamente, da parte delle madri e dei padri, e perfino ucciderli.  Quel "t'ho fatto, ti disfo" che quelli della mia età ancora si sono sentiti dire tante volte da mamme esasperate alle quali si era improvvisamente sturato l'inconscio. 

Nessuno nega che vi sia un allarme violenza. L'aumento statistico delle morti femminili - che sono solo la punta dell'iceberg di violenze e soprusi quotidiani più nascosti - ha però più probabilmente una motivazione sociologica che di genere e potrebbe non essere affatto legata ad una presunta e congenita malvagità maschile ma essere correlata direttamente ad un disagio esistenziale più generale.
Azzardo che, in tempi di incertezza su ciò che è veramente nostro e di nostra proprietà, visto che siamo costantemente depredati del lavoro, della capacità di sostentarci e infine della libertà, seppure in modo molto subdolo, il disporre della vita di qualcuno che riteniamo una cosa di nostra proprietà dando ad esso la morte, potrebbe essere una reazione patologica, un modo per alleviare la frustrazione di chi ha paura un domani di non essere più possessore di nulla. Gli uomini potrebbero essere maggiormente sensibili a questa frustrazione, essendo stati per secoli indiscussi proprietari dei membri delle loro famiglie e non solo, anche di schiavi, lavoratori e altri sottomessi.
L'emancipazione femminile ha contribuito a mettere in discussione questo principio di predominio maschile nella proprietà degli altri esseri umani - diversi per razza o sesso - andando a scardinare le fondamenta dell'istituzione familiare e delle relazioni interpersonali e per qualche anno si è pensato di aver rifondato la società in modo più giusto, suddividendo i compiti e le responsabilità tra maschi e femmine, anche nel mondo del lavoro.
L'ultraviolenza del capitalismo neoliberista che ha reintrodotto lo schiavismo come modo di produzione, l'utilizzo dello shock and awe come arma psicologica di dominio sulle masse e le ricorrenti crisi economiche che minano le ultime certezze dell'individuo, gettandolo nella disperazione, nell'angoscia da retrocessione sociale e nel nichilismo, sono in grado di cancellare decenni di conquiste e di provocare questo aumento di violenza, di cui le donne sono ormai troppo spesso le vittime d'elezione. La macelleria femminile è solo un reparto della macelleria sociale globale, insomma.

Non occorre quindi misurare le parole con il nonio ai giornalisti per paura di offendere le donne. Non dobbiamo farci condizionare dalle trappole ideologiche che oggi sono solo strumenti di distrazione di massa dal cuore del problema: viviamo in tempi prerivoluzionari e occorre svegliarci per agire. Occorre smetterla con la guerra di genere, avere la forza di urlare, uomini e donne assieme, che la società che provoca la violenza che ci fa ammazzare tra di noi e questa crescente insostenibile diseguaglianza che ci fa regredire culturalmente e socialmente al medioevo, noi non la accetteremo più. 

martedì 21 febbraio 2012

Topa rulez!


E' stato molto istruttivo osservare la reazione, in maggioranza abbastanza violenta, al mio ultimo post (gentilmente ripreso, comme d'abitude, anche su  MenteCritica). Forse ha ragione il mio amico Gianalessio a sostenere che la cosa mi ha anche disturbato un po' emotivamente, soprattutto per aver dovuto constatare ancora una volta come in Italia sia praticamente impossibile interagire, osando metterne in discussione i  capisaldi ideologici, con i gruppi che ragionano e si muovono rispondendo alle logiche del branco. Che siano lupi famelici, elefantesse al galoppo o brutte manze in transumanza, è lo stesso. Se nel tuo linguaggio non usi le loro parole d'ordine e te le fai bene girare in bocca per farti riconoscere, e osi andare controcorrente, magari portando solo una testimonianza o esperienza che mina il loro fideismo, concludono che non sei dei loro e quindi molto probabilmente un nemico, dunque da abbattere.

Però, che avrebbero usato il mezzuccio della messa in dubbio della professionalità e competenza in materia, come facevano gli Uomini Beta ai bei tempi, dandomi della "sedicente psicologa", dico la verità, mi ha sorpresa.
Devo concludere che sono gli opposti estremismi di genere. Sia le Femministe che gli Uomini Beta parlano e ragionano con la stessa logica violenta anni '70 dell'estremismo politico. Gratti, gratti e sotto c'è il lottacontinuismo, ci sono le guardie rosse e un pizzichino di Stalin a condire il tutto prima di infornare. Tristissimo che tutto questo si definisca progressista e che non si accorgano di quanto invece siano vecchi e reazionari i loro metodi dialettici. Quel linguaggio non trasmette nulla di propositivo ma solo fastidio. Sono cascami della sinistra ottusa che poi è finita miseramente nel revisionismo dei DonPepponi alla Bersani o nei Veltronne. Che ti chiedi come fai, tutto sommato, ancora a sentirti in fondo di sinistra nonostante La Sinistra.

Del resto ho provocato e me la sono cercata. Non ho usato la brillantina Linetti e non mi sono fatta il gargarismo d'ordinanza con "la cultura di genere", "il sessismo" e "il maschilismo" prima di presentarmi. Non mi sono fatta il bidet. Non mi sono fatta scortare da boys "maschiopentiti". Mi sta bene. Non si può andare in casa di chi fa "comunicazione di genere" dura e pura, senza sfoggiare un bel completino frusciante di sorellanza ma completamente nuda e con tutte le vergogne femminili di fuori. Quelle che loro non vogliono vedere.
Perché se la sono presa. Un rodimento di culo che non vi dico, però senza darlo a vedere, con sussiego e scegliendo ancora una volta, come sempre, di ignorare la compagna che sbaglia o, in questo caso, la donna che odia sé stessa, secondo lo schema di pensiero del lobbismo di minoranza: quello che se appartieni al gruppo non potrai mai andare contro gli interessi del gruppo e se ti ribelli non solo sei fuori ma verrai bandito dal regno degli eletti. 

Su un gruppo Facebook mi chiudono subito il microfono dicendo che non possono interagire con me perché utilizzo la parola "troia". Su Femminismo a Sud - alle quali per altro avevo regalato su loro richiesta il racconto di una dolorosa esperienza di vita, chissà che fine avrà fatto -  censurano e purgano il mio commento, eliminando appunto la parola troia. Come se la parola "slut" che loro usano associandola a "walk" per indicare certe manifestazioni di protesta, non significasse, in inglese, proprio "troia". Del resto te lo rimproverano sempre: "non esistono donne per bene e donne per male". Certo, credono che con troia mi riferisca alle ragazze che strappano la vita con i loro eroici denti sul marciapiedi e non alle troie come categoria di donne disoneste alle quali piace vincere facile, con un colpo di mandibola e uno di chiappa, invece che con lo studio ed il duro lavoro.
Sul blog della Lipperini una "compagna" segnala il mio post bollandolo come "articolo orribile, insultante, offensivo" senza spiegarne il perché. La padrona di casa vi accenna quindi nel post successivo come  a qualcosa di ridicolo che ha letto in rete, però sempre senza scendere nei particolari e non facendo capire nulla. Molto comodo.
Altre ninja sono venute a lanciarmi le loro lame rotanti su MenteCritica.
Zauberei è scatenata: "Sei donna eppure reazionaria". Chissà perché mi è apparsa subito, come visione mistica, la cotonatura della Thatcher. Come se milioni di donne non abbiano votato B. o la Lega-che-ce-l'ha-duro per vent'anni, solo per fare un esempio. E poi, se parlo così, è perché ho dei problemi e dovrei cercarmi uno bravo, strapazzo la psicologia da incompetente (anche lei è psicologa, ci fa sapere che  scopa pure (!!) e forse ha studiato in una vera università, mentre io ho solo sognato e ora verrà il direttore con la faccia di Max Von Sydow e mi farà la lobotomia).
Un'altra che si firma l. mette in dubbio addirittura la mia coppia di cromosomi X: "Le opinioni che esprimi, su una questione in particolare, mi portano ad escludere che tu sia una donna." 
Che coincidenza, quando bazzicavo gli Uomini Beta, c'era sempre qualcuno che sospettava che io non fossi io ma qualcun'altra/o. L'agent provocateur, l'infiltrato. L'infame da sottoporre a processo.
E poi qualche ragazzo che, impersonando il maschiopentito, fa il ripetello con gli slogan che gli hanno insegnato le vecchie zie. Che tristezza, ragazzi miei. Aridatece i bastardi!

Riassumendo, si è solo attaccata l'autrice di un post sul piano personale - come fanno i peggiori cyberbulli -  o facendo improbabili diagnosi personali a distanza, evitando di rispondere alla domandina facile facile: "Esiste un comportamento criminale delle donne nei confronti delle loro simili?" Il che ovviamente non è una generalizzazione, come scorrettamente viene fatto credere da chi vuole chiudere frettolosamente il discorso, ma solo un'ipotesi da confermare che si basa su parecchi indizi, che ho ampiamente fornito.
Eppure, perfino a Femminismo a Sud viene infine un sospetto, dopo le Cosime e le Sabrine, dopo che l'ultima ragazza orrendamente seviziata da un branco viene minacciata da una ragazza in ospedale; " a te ci penso io", e si sospetta che un'altra ragazza abbia partecipato al massacro.
Non che arrivino ad ammettere che anche nella donna si nasconda la crudeltà modello base in dotazione a tutti gli esseri umani. Non bisogna contraddirsi perché non esistono donne per bene e donne per male, quelle che in teoria potrebbero essere cattive sono solo collaborazioniste, maschiliste compiacenti, condizionate, poverine, dalla cultura maschilista dominante. Insomma delle decerebrate incapaci di ragionare con la propria testa.
Una lettrice però incredibilmente commenta:
"A me fanno ribrezzo e un pò di pena quelle donne madri che difendono i figli e i mariti stupratori, mentre per le amiche nessuna pietà ma magari l’augurio che capiti a loro e forse capiranno …"

Te possino stuprà. Come volevasi dimostrare.

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