venerdì 30 marzo 2007

E sono 47...

Anche se è il compleanno più triste della mia vita, perché lei non c’è più, siccome sono una papera d’acciaio e mi considero mai doma e cocciuta come dieci muli, voglio farmi gli auguri lo stesso con questo post vergognosamente autocelebrativo.
Solo per oggi darò la stura alla più spudorata e clamorosa espressione di culto della personalità dai tempi di Nicolae Ceausescu.

Sono giunta all’anno 47° che, facendo riferimento alla Smorfia, calza a pennello con le mie attuali mansioni lavorative, è benedetto dal sacro spirito di Totò e ha quel sapore di Napoli antica che noi nordisti per caso amiamo tanto.
47? Mi sento infinitamente meglio di quando avevo vent’anni, sono molto più saggia, menefreghista e coraggiosa dei miei tempi da giovane anatroccola. Sono anche molto più pazza, ma questo lo considero una fortuna. Chi è toccato da una sana e lucida follia, vede finalmente la luce.

Voglio fare gli auguri anche a questo blog che ha festeggiato i 50.000 contatti nei giorni scorsi e si colloca attualmente al 263° posto della classifica di Blog Babel. Nessuna falsa modestia oggi, ne sono proprio orgogliosa, tié!

Voglio farvi anche un regalo, segnalandovi quello che è il miglior blog appena nato in blogosfera (e non perché anch’io ci scrivo, ma si anche per quello, fanculo la modestia!), MenteCritica. Non vi dico nulla, visitatelo, leggetelo, innamoratevene e non fatene più a meno.

L’avete capito, oggi mi sento ancora più scoiattolo e voglio scorreggiare in faccia al mondo, alla sfiga, alla morte e alla depressione. Mi strafogherò di dolci, fanculo la dieta, mi farò coccolare ancor di più da chi mi ama e vi abbraccerò tutti quanti in un colpo, amici miei. Tanto le mie ali sono grandi...

martedì 27 marzo 2007

L'ultima parola alla difesa

Qual’è ultimamente il personaggio che dice sempre la sua in coda alle notizie di cronaca giudiziaria raccontate in televisione? Anche se verrebbe da dire Bonaiuti, in realtà è "l’avvocato difensore".
Di solito è l’avvocatone coi controcazzi che difende l’imprenditore, il politico o il VIP. Ogni tanto, è vero, compare anche l'avvocaticchio fresco di esame che difende d’ufficio ed al primo incarico il canaro della Garbatella trovato ancora con l'accetta in mano ma si tratta di casi rari. I poveri cristi qualunque non hanno questi privilegi, è un fenomeno prettamente d'elite.

Fateci caso, ormai ogni volta che la notizia criminis riguarda un potente caduto nelle maglie della magistratura, appare in video il suo avvocato difensore che dirà: “E’ una congiura, è fumus persecutionis, le prove non esistono, il mio cliente è completamente estraneo ai fatti, non esiste, ma figuriamoci.“
Siccome dopo queste affermazioni il servizio di solito si chiude e si passa a parlare delle previsioni del tempo e della sagra del formaggio di fossa, lo spettatore rimane con l’impressione, che può diventare certezza, che i magistrati passino il tempo ad incriminare onesti e laboriosi cittadini per puro sadismo. Come dice sempre quel politico-imprenditore di bassa statura.
L’altra campana da ascoltare per farsi un’idea obiettiva dei fatti sarebbero gli inquirenti, ma i giudici, i GIP e i GUP che compaiono in tv (ripresi chissà perchè sempre mentre camminano di fretta in strada) non parlano mai, sono sfuggenti, misteriosi e in fondo sinistri (non è una battuta).

Il problema è che se un magistrato o un giudice non si pronuncia sul caso che sta seguendo è normale, non è normale che gli avvocati difensori, siccome difendono dei pezzi grossi, imperversino sui media utilizzando ogni microfono acceso per le loro tesi difensive. In certi casi si assiste ad una vera e propria mitologizzazione della difesa, con l’avvocato che diventa protagonista di una vera e propria saga mediatica. Il caso Taormina-Cogne è emblematico e difficilmente i suoi record saranno eguagliati e battuti per molto tempo, come il record di Mennea a Città del Messico.
Gli avvocati diventano non solo divi mediatici ma, grazie al dono dell’ultima parola, depositari di verità assolute. "In quel tempo Taormina disse ai suoi giovani di studio, dalla lettera di Previti ai cronisti..."

Chi ha iniziato il filone dell’ultima parola alla difesa è, manco a dirlo, Berlusconi, che può contare su stuoli di avvocati i quali, possedendo lui qualche televisione più quella governativa per trascorsi meriti di premierato, possono arringare praticamente a reti unificate.
Il malcostume ora si è purtroppo esteso anche a personaggi di calibro inferiore che però fanno sempre parte del giro che conta: imprenditori di piccolo cabotaggio, immobiliaristi del quartierino, politicanti, papponi, cazzari, pusher e peracottari vari, per ognuno dei quali ci tocca ascoltare le solite lamentazioni del difensore d'alto bordo: “non può assolutamente rimanere in carcere”, soffre di depressione, claustrofobia ed alluce valgo”. “E’ gravemente ammalato” (praticamente tutti gli imprenditori che finiscono agli arresti sono cardiopatici gravi). La formula magica che apre tutte le porte delle celle è "le condizioni dell'imputato sono incompatibili con la vita carceraria". Compatibili con le pippate di cocaina praticate fino al giorno prima, però.

Non si arresta mai un colpevole, sono tutti irrimediabilmente innocenti, anche di fronte all’evidenza. Quando un accusato viene beccato in flagrante con prove schiaccianti, gli avvocati americani hanno almeno la decenza di dire: “dimostreremo l’innocenza del nostro assistito in tribunale”. Da noi la parola d'ordine è sgamare il tribunale, magari con qualche legge fatta in casa dall'avvocato casualmente anche parlamentare e poi, ad ogni modo, si tratta sempre del pregiudizio di un giudice nei confronti del loro cliente. Se non fossero avvocati sarebbero normali paranoici affetti dal "Delirio di fumus persecutionis".

Pensare che con Perry Mason gli avvocati erano riusciti quasi a rendersi simpatici.
Anni di casi appassionanti scanditi dal celebre “Vostro Onore” (che poi è una realtà solo anglosassone ma non fa niente, ancora adesso non riesco a credere che nei nostri tribunali non ci si rivolga al presidente con tale appellativo) e difese appassionate di poveretti salvati dalla galera e forse dalla sedia elettrica grazie alla parlantina sciolta e all’umanità di Perry.

Allora gli avvocati che si vedevano in televisione erano finti. Oggi sono veri, purtroppo, e possono contare su un palcoscenico enorme per perorare la causa dei loro potenti assistiti, i VIPs (Very Impunited Persons). Difesi, ricordiamolo sempre, non per amore ma per denaro, molto denaro.

domenica 25 marzo 2007

Una scorreggia vi seppellirà



Nonostante io in genere detesti la pubblicità, non mi stanco di guardare e riguardare questo spot (adoro quando solleva entrambe le zampette!)
Nel simpatico ed irriverente scoiattolino io ci vedo un’anima anarcoide che all’occorrenza potrebbe anche riproporre uno dei suoi rumorosi venticelli in faccia a teodem, teocon e neocon. Un’altra caramellina e vai con un fragoroso commento alla querelle su mozione Fassino o mozione Mussi.
Scorreggia continua e mandata in loop per il dibattito sul partito democratico e su quanto sia di sinistra piuttosto che di centro. Idem per "Mastella e Casino(i) divisi a Berlino", una in onore della famiglia normale in pericolo e un'altra in grado di trasvolare l'oceano quando Condi fa l'incazzata con baffino.
Un pacchetto intero da fare un tornado quando Berlusconi nomina i 15 punti di vantaggio nei sondaggi e la mini-scorreggetta finale ogni volta che finisce il telegiornale (uno qualsiasi a vostra scelta).

Qualcuno mi fa però notare che il messaggio politico dello scoiattolo scorreggione potrebbe essere ambiguo. E’ un salvatore del popolo, non c’è dubbio, ma nel senso dello scoiattolo della provvidenza campione della libera iniziativa, quindi uno scoiattolo di destra, oppure un Masaniello che utilizza un’arma anarchica, proletaria e autogestita come la scorreggia, ergo di sinistra e forse un tantino no global?
A chi vorreste che scoreggiasse in faccia, tanto per divertirci un po’? Segue dibattito, come nei cineclub di una volta.

venerdì 23 marzo 2007

Romero de America, santo del popolo

Il 24 marzo 1980, mentre sta dicendo messa e celebrando l’Eucaristia, monsignor Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di El Salvador divenuto il difensore dei diritti dei campesinos, viene ucciso da un colpo di fucile sparato da un uomo appartenente ad uno squadrone della morte agli ordini del maggiore Roberto d’Aubuisson, leader del partito di estrema destra ARENA.

Il percorso che conduce Romero al martirio è quello proprio dei santi, che in principio non immaginano nemmeno di poterlo diventare un giorno.
Di origini umili, è figlio di un telegrafista, da ragazzo lavora come garzone per un falegname. E’ un bravo ed umile seminarista e un prete molto tradizionalista. Anche quando si trasferirà nella capitale El Salvador come segretario della Conferenza episcopale salvadoregna rimarrà assolutamente fedele a Roma. Piace agli oligarchi perché si oppone alla nascente “teologia della liberazione” degli "eretici" Boff e Camara.
E’ un prete comodo che non si oppone e che obbedisce senza discutere. Da direttore del giornale diocesano Orientacion attacca il progressismo e tutti coloro che vogliono opporsi allo status quo. E' quasi un reazionario.

Nei feroci anni '70 sudamericani dell’Operazione Condor, la violenza in El Salvador diviene però spietata e selvaggia e colpisce soprattutto i campesinos, che chiedono sempre più ad alta voce giustizia. Il 5 marzo del 1977 Romero è nominato arcivescovo di San Salvador. Lo stesso giorno l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari.

La sempre più frequente vicinanza al lutto, alle tragedie e al dolore dei suoi fratelli scava nell’animo di monsignore, che piano piano, come un Don Abbondio che conquista il coraggio che non si sarebbe mai potuto dare, accetta di mettere in discussione le proprie certezze e di cambiare la propria visione del mondo.
Il punto di non ritorno è l’assassinio del padre gesuita Rutilio Grande, suo amico e parroco di Aguilares, centro agricolo poverissimo. Davanti al cadavere di Padre Rutilio, come un cieco che improvvisamente riacquista la vista, Romero vede in tutta la loro crudezza l’ingiustizia, l’oppressione dei poveri, la violenza sui corpi e sulle menti, le torture e i morti. La luce fa male, e lui non può più tacere nè soffocare il proprio dolore empatico.

Nei tre anni che lo separano dall’appuntamento con una morte preannunciata in vari modi, tanto che una volta dirà: “Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno”, denuncia le torture e gli omicidi, parla alla radio, sostiene attivamente l’opera di Marianella Garcìa Villa, l’avvocato che raccoglie tutte le denunce contro la violazione dei diritti umani. Conforterà Marianella dopo la brutale violenza che i militari le faranno subire.
Va perfino a Roma con un corposo dossier sui crimini contro l’umanità nel suo paese a chiedere al Papa aiuto e comprensione. Ne riceverà solo un paternale rimbrotto: "Lei, signor arcivescovo deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo paese…" e un freddo invito a non opporsi alla lotta contro la sovversione.
Il santo subito negherà al vero santo, ma mai riconosciuto tale, l’aiuto per il suo popolo disperato.
Non solo, ma quando verrà pubblicato il cosiddetto terzo segreto di Fatima, il Papa polacco ruberà la scena e vorrà vedere se stesso nel vescovo vestito di bianco che cade sotto i colpi dei soldati ai piedi della croce e non piuttosto il monsignore sudamericano, morto veramente da martire sull’altare, con il proprio sangue che si mescola nel calice a quello di Cristo.

Il giorno prima di essere assassinato, domenica 23 marzo, nell’ultima omelia diffusa per radio, Romero aveva detto: “Durante la settimana, mentre vado raccogliendo le grida del popolo, il dolore per così grandi delitti, la ignominia di tanta violenza, chiedo al Signore che mi dia la parola opportuna per consolare, denunziare, chiamare a pentimento (…). Desidero fare un appello speciale agli uomini dell’esercito e in concreto alla base della guardia nazionale, della polizia, delle caserme. (…) In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione!”.

Il martirio di monsignor Romero nasce dal suo essersi ribellato all’ordine costituito sia clericale, le gerarchie vaticane, sia secolare, incarnato dal potere dittatoriale allevato e nutrito a pane ed anticomunismo dalla School of the Americas di Fort Benning, USA. Quel potere oligarchico e fascista che doveva a tutti i costi impedire che i popoli sudamericani si emancipassero dalla situazione di sfruttamento e asservimento feudale nel quale avevano sempre vissuto. Un potere a parole difensore dei valori cristiani ma tanto sprezzante nei confronti di Cristo da arrivare a sparare ai preti sull’altare.

Da quell’ultima messa sono trascorsi ventisette anni, durante i quali sono stati nominati 456 santi e 1288 beati ma non Monsignor Romero, non abbastanza santo per un Vaticano timoroso di riconoscere un vero martire dell'anticomunismo.
D’Aubuisson, prima di morire di cancro, impunito per i suoi crimini, nel 1984 ricevette a Washington un’onorificenza da parte di alcune organizzazioni conservatrici per il suo “contributo alla lotta contro il comunismo e per la libertà”.

Qui di seguito due estratti video da una puntata di "La storia siamo noi":
L'ultima omelia e L'assassinio di Monsignor Romero


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mercoledì 21 marzo 2007

Sircana nella valle degli avvoltoi*

Ricordate quando Bill Clinton disse, riferendosi a Monica: “Non ho mai avuto rapporti con quella donna?” mentre quella aveva raccolto campioni organici peggio del RIS di Parma e tutte le lavanderie d’America conoscevano il DNA presidenziale? Ci fece una figura di merda che è passata alla storia e vedrete che ritornerà buona anche per la campagna elettorale della cornuta, pardon, di Hillary.

Ecco qual è il problema dei politici progressisti e di sinistra che si fanno cogliere in situazioni imbarazzanti a sfondo sessuale. Non hanno la battuta pronta, si impappinano, pasticciano e alla fine rendono vero il detto veneto: “xe peso el tacon del buso!” (traduco sempre per i sotto-padani, “è peggio il rattoppo del buco”.)
Potrebbero sfoderare la più fenomenale faccia come il culo come fanno i loro avversari che sono bravissimi nel negare anche la luce del sole, oppure potrebbero sdrammatizzare, essere sinceri, fare una battuta, dire: ”Conosco il nome del bastardo che mi ha mandato la zoccoletta”, e invece piagnucolano come bambini trovati con le mani della nutella. Forse è vero, sono un pò coglioni.

La riprova l’abbiamo avuta con il caso Sircana, che si è arricchito in maniera imbarazzante di dettagli nelle ultime ore.
A leggere l’intervista rilasciata a Repubblica dal Silvio triste pare proprio che un'anticchia di vero ci fosse nel puttanaio mediatico scatenato dei giorni scorsi contro di lui.
Il fatto rappresentato è solo squalliduccio e non costituisce reato, “una piccola e stupida deviazione di percorso, in una sera di mezza estate” come la descrive lui stesso con toni quasi shakespeariani, ma le foto c’erano veramente e noi che siamo stati indotti a pensare al complotto ora ci sentiamo dei pirla e siamo leggermente incazzati.

C’eravamo cascati proprio bene. Siccome certi giornali non disdegnano a volte lo sciacallaggio politico abbiamo creduto che le foto con il trans non esistessero, che fossero una montatura del perfido Belpietro d’accordo con la task force di "pronto intervento mignottoni" di Lele Mora.
Quel paraculo del fotografo è stato pure al gioco e ha smentito tutto parlando di burla.
Ci siamo indignati per come un pover’uomo, per il solo fatto di aver l’agnello morto addosso, fosse stato attaccato indegnamente sul piano personale dalla stampa intestata ai famigliari del capo dell’opposizione. Gad Lerner ha beccato e ha evocato lo spirito di Montanelli, che però prudentemente non si è poi manifestato.
Diciamo la verità, abbiamo creduto al vecchio enunciato che "quelli di sinistra sono più seri degli altri" e sicuramente non vanno a troie e invece il bravo Sircana il suo puttan tour l’aveva veramente fatto, pur limitandosi alla fase di abbordaggio. Oppure, se passava di lì per caso e trattasi di sfiga cosmica, perché non dirlo subito, porca paletta?
Come Clinton, anche il governo ha negato ciò che era meglio ammettere subito, soprattutto tenendo presente con chi si ha a che fare in questi casi.

La montatura c’è, non c’è dubbio, Sircana è caduto come un pollo nel trappolone ma la cosa è molto più sottile di quanto non immaginiamo.
Cosa volevano dimostrare i signori che hanno montato lo scandalo? Che Sircana ha gli stessi gusti di Lapo? Uhm, no, non è interessante. Che i politici hanno dei vizietti? No, troppo banale, siamo italiani, non americani fino a questo punto. E poi nelle foto non si vede nulla, andiamo, mica come Hugh Grant che fu sorpreso in piena action in macchina.

Il punto non è il fatto in sé. Coloro che hanno istruito i fotografi e gli altri che hanno intinto la penna nel cianuro volevano dimostrare che i politici di centrosinistra mentono, e difatti Sircana ha dato l'impressione di aver mentito. Il governo ha fatto quadrato attorno al suo portavoce che mente e ha fatto anche il decreto ad hoc e di conseguenza anche il premier passa per bugiardo. Figura di merda storica numero due. In qualunque paese civile a questo punto per salvare la faccia del governo il portavoce si dimetterebbe. Lui invece continua a fare la vittima, pasticcia e sbrodola ancora di più.

Non sarebbe possibile avere una classe dirigente un po’ più scafata nel gestire certe emergenze? Da una parte c’è gente specializzata che recluta giovani vergini dai bianchi manti, rotte di dietro e sane davanti; che le chiama stagiste, veline, modelle e le manda in missione per conto degli oppositori politici sotto i tavoli dei malcapitati.
Dall’altra ci sono i polli, che beccano e che poi si fanno venire la cacarella dal dispiacere.

O ci si compra i giornali, nel senso di possederli oppure ci si fa un po’ più furbi del Bill con il saxofone.
State tranquilli che una foto che ritrae Berlusconi con un trans non la vedrete mai.

*Titolo ispirato a “Sartana nella valle degli avvoltoi”, uno dei film della memorabile serie con Gianni Garko.

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