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giovedì 14 marzo 2013

Papa Francisco e il fantasma di Oscar Arnulfo


Abbiamo un papa. Francesco I, il primo papa gesuita e delle Americhe, l'argentino Jorge Mario Bergo-g-lio (come lo pronunciano i suoi connazionali), già indicato come grande favorito alla successione di Karol Woytila nel 2005. L'arcivescovo di Buenos Aires è una figura non facile da interpretare, soprattutto per la sua appartenenza ad una Chiesa che negli anni '70 si macchiò indiscutibilmente di complicità con una delle peggiori dittature del secolo scorso.
Si dice che il passato con il quale non si sono chiusi i conti ritorni sempre, ed è stato inevitabile chiedersi, con il distacco che contraddistingue chi considera i fatti della Chiesa da un punto di vista laico e privo dell'entusiasmo acritico del fedele, quale fosse mai stato il rapporto di Bergoglio con quella dittatura, con quella gerarchia ecclesiastica connivente e criminale per il collaborazionismo e la consapevolezza, che mai era mancata, su cosa stava succedendo nelle scuole militari, sui voli della morte e nei sotterranei degli stadi mentre si celebravano i Mondiali di calcio. Troppi morti e vivi attendono ancora giustizia a quarant'anni di distanza per non trovarci noi oggi lacerati da un più che legittimo dubbio di fronte a questo papa argentino che quegli anni li ha vissuti.

Ieri sera in televisione, dopo l'elezione, è andata in onda, nella versione bignardiana del fu "Tutti da Fulvia il sabato sera", la versione omogeneizzata e semplicistica, la reductio ad piddinum stile rubrica costume e società del reparto luci della personalità del nuovo papa: tutto calcio, chimica e tango, semplicità e modestia. Addirittura, nella foga di galleggiare in superficie, l'eminentissimo e reverendissimo Jorge Mario Bergoglio è stato definito addirittura un papa progressista.
Ecco, capisco l'entusiasmo, ma progressista in America Latina ha un significato molto preciso e un senso ben diverso da quello che in Italia aggrega in una fantasinistra Rosy Bindi, Pietro Ichino e, una volta, Paola Binetti.

Nello stesso momento in cui passava sullo schermo la suggestione agiografica di un papa presentato quasi come un teologo della liberazione e già in odore di santità preventiva, in rete si apriva il dibattito sulla controparte ombrosa dell'arcivescovo di Buenos Aires, su un passato troppo pesante da poter essere liquidato frettolosamente nel salotto buono televisivo, dopo un'ora e mezza di dibattito, con l'accenno alle "inevitabili polemiche che verranno fuori sugli anni della dittatura", senza spiegare nemmeno quali fossero esattamente i termini della questione. Non si tratta di bazzecole, di peccatucci di gioventù.

Il cardinal Bergoglio fu chiamato a testimoniare diverse volte su episodi risalenti agli anni della dittatura.
Secondo il giornalista Horacio Verbitsky, autore del libro "L'isola del silenzio" sui rapporti tra Chiesa e dittatura militare in Argentina, su di lui pende l'accusa di aver favorito, anche indirettamente, la cattura e tortura di due sacerdoti gesuiti molto attivi nelle baraccopoli, che lui aveva espulso dalla Compagnia senza nemmeno avvertirli poco prima dell'inizio della repressione. Un episodio controverso, sostenuto da documenti ufficiali e dalla testimonianza dei due gesuiti sopravvissuti ma caratterizzato dalla grande ambiguità di comportamento di un superiore che potrebbe anche aver compiuto un tentativo maldestro di allontanare i due gesuiti da un pericolo incombente. In ogni caso dimostrando però di conoscere appieno le intenzioni dei militari nei confronti dei "sovversivi" senza per questo denunciarle.

In fondo, l'ambiguità di Bergoglio nei confronti del regime militare non sarebbe stata altro che coerente con i dettami del Vaticano che, di fronte a fatti gravi e delitti - pensiamo ad esempio ai casi di pedofilia - suggerisce sempre la prudenza, la non denuncia e il silenzio. L'atteggiamento di sottomissione di Don Abbondio al potere forte che finisce sempre per diventare connivente con il male, di essere di nessun aiuto per le vittime e di condannarle semmai alla permanente assenza di giustizia.

Se a Bergoglio forse non possono essere ascritte le colpe di un Pio Laghi, che un tribunale recentemente ha ritenuto responsabile, come nunzio apostolico dell'epoca, della persecuzione ed eliminazione dei sacerdoti che si opponevano al regime, tuttavia il neopapa non era certo un progressista all'epoca. Seppure in anni recenti abbia invitato la Chiesa argentina ad un mea culpa collettivo per espiare la connivenza con la dittatura, la sua visione del mondo allora e forse ancora oggi era ed è quella di un gesuita tradizionalista, la cui vicinanza alle sofferenze del popolo è di tipo caritatevole ma non certo rivoluzionaria. Celebri le sue idee circa "la naturale incapacità politica delle donne". Una personalità decisamente conservatrice in ambito di morale sessuale, come dimostrano i suoi recenti scontri con il governo argentino di Cristina Kirchner che ha legiferato sulle unioni civili. Leggi che il vescovo Bergoglio ha definito "un attacco devastante ai piani di Dio", con la presidenta che ha accusato di rimando Bergoglio di avere una visione medioevale e degna dell'Inquisizione.

Una Weltanschauung comunque in linea con il pensiero di Giovanni Paolo II che lo fece cardinale, il papa che, a distanza di decenni dai fatti e ormai in piena consapevolezza dei crimini commessi dal regime cileno, rivolgeva pensieri affettuosi e lettere di benedizione speciale ad Augusto Pinochet e famiglia. Il Papa che ha propugnato il passaggio dei popoli del mondo dalle dittature comuniste a quelle liberiste della shock economy, di cui le dittature sudamericane fasciste sono state il laboratorio sperimentale.

Jorge Mario coabiterà nelle stanze vaticane con un fantasma scomodo, anche lui proveniente dalla fine del mondo. Quello di Monsignor Oscar Arnulfo Romero, vescovo conservatore al limite del reazionario in gioventù e in seguito strenuo difensore del popolo salvadoregno dalle violenze bestiali della dittatura. Un uomo di fede divenuto talmente scomodo per aver tradito la consegna del silenzio e dell'obbedienza al potere, come gli era stato imposto da uno spietato Woytila che lo congedò in lacrime dopo un'udienza nella quale lo esortava a non mettersi contro il potere del suo paese,  da venire assassinato da uno squadrone della morte sull'altare mentre stava celebrando messa.
Oscar Arnulfo attende da allora, da quel 24 marzo del 1980 macchiato del suo sangue, di ricevere dalla sua Chiesa quel riconoscimento di martirio e di santità che finora gli è stato negato da ben due papi.
Se Francesco I, questo papa con un nome da re Borbone, da sudamericano e da osservatore delle sofferenze di un continente decidesse, tra i suoi primi atti, di proclamare beato Monsignor Romero ciò sarebbe un gesto doveroso nei confronti di quei preti che si sono sacrificati per il loro popolo e un atto di purificazione che potrebbe chiudere degnamente il suo conto con il passato. Lo farà?

Coraggio, se ci è andata bene, le voci su Bergoglio sono solo maldicenze dei suoi nemici e questo è veramente un  uomo semplice, schivo, che si cucina da solo e rifugge gli agi della vita comoda, che viaggia in metro assieme al suo popolo, che parla come Maradona e ama i poveri. Sarà un ottimo papa, forse un santo.
Se ci è andata male, Satana ha ancora una volta prevalso oltretevere e abbiamo un papa collaborazionista con la shock economy. Che ha scelto il nome Francesco perché la povertà dovrà essere di moda. Vedremo.

mercoledì 28 gennaio 2009

Fanno proprio Kaka'

"... Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione. So che, accanto a una versione ufficiale, esiste un’altra versione basata sulle osservazioni dei primi tecnici alleati che sono entrati nei campi." (Don Florian Abrahamowicz, interno sacrestia, buio pesto.)

Non esistono le camere a gas?? Se uno si trova in una stanza assieme a Don Florian e sente emanare una tale sequela di minchiate dalla reverenda bocca, rischia seriamente di restarne intossicato a morte, altro che disinfettante.

Non capisco il Vaticano. Marcel & I Lefebvriani. Credevo non esistessero nemmeno più, che la scomunica rimediata dal loro frontman da parte di Giovanni Paolo II li avesse stesi una volta per tutte. Invece no, con un senso dell'opportunismo che fa scintille, Papa Ratzi sceglie di revocare la scomunica a chi nella Chiesa è ancora più arretrato del Sant'Uffizio, e che data ti sceglie? Una qualsiasi a ridosso della giornata che ricorda la Shoah, visto che questi negano lo sterminio oppure, più subdolamente lo ridimensionano.
Ma allora lo fa apposta. Un bello scontro tra fratelli maggiori e minori ci mancava, nel panorama delle guerre di religione. Don Florian, che come tutti i convertiti o figli di convertiti è più papista
del Papa, è il padre spirituale della Lega Nord. La Roma ladrona si ferma a Via della Conciliazione. Vaticano ladrone? Giammai, loro sono veri cristiani, anzi kristiani con il kappa.

Non si può negare che, di questi ultimi tempi, la facciadaculaggine sia la dote più diffusa ed apprezzata in Italia.
Credo la nebulizzino di notte dei droni radiocomandati, fino a formare scie chimiche che rigano il cielo di un bel rosso vergogna. Scie chimiche ma anche comiche.

Prendiamo il recente grido di guerra che ha attraversato l'Italia: "spezzeremo le chiappe al Brasile", urlato del governo di centrodestra a se
guito della vicenda Cesare Battisti, uno dei tanti inquisiti italiani riparati all'estero anche grazie ai servizi segreti dei paesi accanto. Di pregiudicati e condannati in giro per il mondo ne abbiamo avuti e ne abbiamo ancora tanti. E' un settore di export che ci viene particolarmente bene. In catalogo ne abbiamo di ogni colore politico e specializzazione criminale. Terroristi ma anche criminali comuni, megaspacciatori, mafiosi di vario rango e bancarottieri. Tra i latitanti passati e presenti spiccano diversi cameratucci della parrocchietta.
Basti ricordare, per il passato, la vicenda
della fuga di Andrea Ghira, uno dei massacratori del Circeo, oppure la latitanza indisturbata di Delfo Zorzi, tuttora indagato per la strage di Piazza della Loggia del 1974, riparato in Giappone e per il quale nessuno parla di rompere le relazioni con il Sol Levante o spezzare le katane a Tokyo.

La cosa più grottesca, riguardo alla vice
nda Battisti ed al contenzioso con il Brasile di Lula è la geniale pensata di far guerra al paese sudamericano non con i B52 ma non giocando l'amichevole di calcio oppure, come suggerito dalla ministra ombra di se stessa Meloni, con il lutto al braccio. Tanto per mettersi qualcosa di nero addosso.
Capisco che non ci sono più quei bei generali sudamericani di una volta, nei cui paesi andavi allegramente a giocare la Coppa Davis o il Campionato del Mondo di Calcio, mentre negli sotterranei degli stadi loro torturavano gli oppositori.

Se fossimo un paese serio e coerente si sarebbero espulsi con effetto immediato tutti i trans carioca e paulistas che si dedicano amorevolmente alla ricreazione sessuale di tanti padri di famiglia nostrani, eterosessuali a buchi alterni.
Espulsione anche per tutti i calciatori brasiliani in forza alle squadre italiane. Kakà spedito a Manchester con foglio di via; Adriano, Amauri, Ronaldinho, tutti a casa come persone non grate, per coerenza. Invece siamo incoerenti e facce da culo e ci limitiamo alla pagliacciata della partita annullata, che mai sarà annullata, ci mancherebbe. Il calcio è una cosa seria.

Intanto il bel Bolle racconta balle anche se gli bolle, solo per fare un dispetto a noi ragazze che andremo a letto stasera rigirandoci nel dubbio che non sia gay?

La coerenza, sai, è come il vento.


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lunedì 12 gennaio 2009

Laghi di lacrime

Tra qualche giorno lo seppelliranno nel Duomo di Faenza, con tutti gli onori del caso. La notizia mi inquieta e mi rattrista. Penso che non metterò più piede in un luogo dove andrà a riposare (ma ne siamo sicuri? E se per caso esistono un Dio e relativo Inferno?) una persona tanto discussa, sulla quale pende un'accusa nientemeno che di connivenza per crimini contro l'umanità. Non andrò più nello splendido Duomo della mia città se non con estremo fastidio e proprio se costretta. Già l'aver scoperto di aver frequentato le medie nel luogo dove bazzicarono Eichmann e Mengele mi traumatizzò abbastanza, a suo tempo.

Una ventina di anni fa gli diedi perfino la mano. Ero ad un convegno di bioetica qui a Faenza come semplice spettatrice e lui penso mi scambiasse per qualcuna che conosceva perchè venne verso di me e mi salutò con un calorosissimo "Buonasera, signora! Come va?"
Solo tempo dopo lessi cosa si diceva di lui, che avesse avallato i sequestri, le sparizioni, le torture e gli abomini compiuti dai generali argentini con i quali amava giocare a tennis.

Nel 1997 le madri di Plaza de Mayo depositarono una denuncia contro di lui, circostanziata dalle testimonianze di ex torturati, sacerdoti e operatori umanitari. Lo si accusava come minimo di non aver ostacolato l'atroce repressione di almeno 30.000 persone invise alla dittatura fascista.
Gli si attribuisce un discorso nel quale avrebbe di fatto benedetto la guerra sucia:
Il Paese ha un’ideologia tradizionale e quando qualcuno pretende di imporre altre idee diverse ed estranee, la Nazione reagisce come un organismo, con anticorpi che fronteggiano i germi: così nasce la violenza. I soldati adempiono al loro dovere primario di amare Dio e la Patria che si trova in pericolo. Non solo si può parlare di invasione di stranieri, ma anche di invasione di idee che mettono a repentaglio i valori fondamentali. Questo provoca una situazione di emergenza e, in queste circostanze, si può applicare il pensiero di san Tommaso d’Aquino, il quale insegna che in casi del genere l’amore per la Patria si equipara all’amore per Dio”.
Lui si difese sostenendo di non aver saputo, all'epoca, la verità. Strano, per uno che ha sempre occupato posizioni di grande rilievo e importanza strategica nella diplomazia vaticana.
Eppure c'è chi testimonia di averlo visto visitare i luoghi di tortura, non per liberare i prigionieri ma per studiare un modo "cristiano" per conciliare le torture e gli stupri delle prigioniere con la necessità di portare a termine le loro gravidanze. Per dare poi in affidamento i bambini agli stessi assassini delle loro madri. Purchè non andasse sprecata una vita.
Lo scrittore e pacifista cattolico Adolfo Perez Esquivél ha raccontato, in un intervista, che parlando con il cardinale del perchè non fece nulla per salvare i perseguitati lui si schermì: "Che vuole che faccia, non posso fare quello che i vescovi argentini non vogliono fare". Come se l'autorità di un vescovo non fosse inferiore a quella di un Papa eventualmente informato degli atroci crimini in corso nel paese sudamericano.

La denuncia dell'associazione delle Madri di Plaza de Mayo ovviamente cadde nel vuoto, avendo immediatamente il Vaticano brandito l'immunità del cardinale, l'arma infallibile grazie alla quale pedofili, fiancheggiatori di dittature sanguinarie e bancarottieri hanno sempre avuto il cristiano perdono pontificio e la possibilità di sfuggire alla giustizia degli uomini.

Ora che il cardinale Pio Laghi è morto, e non certo per il vezzo che chi muore è sempre una brava persona, la sua reputazione che, per pietà cristiana definiremmo chiacchierata, sta subendo un vero e proprio candeggio mediatico, con cancellazione di tutte le macchie più difficili.

Delle ombre di quando era nunzio in Argentina, dal 1974 al 1980, non ne parlano il Resto del Carlino, il Corriere e la Reuters, per il quale il cardinale Laghi diventa addirittura un"inviato di pace del Papa". L'esperienza argentina scompare, desaparecida.
La Repubblica si arrampica sugli specchi: "dal '76 all' '80 nunzio in Argentina (dove i suoi tentativi di mitigare la durezza della dittatura militare furono criticati fino all'accusa di connivenza con i sanguinari generali)".
La Stampa aggiunge il prelavaggio: giocava si a tennis ma con Bush padre. Spariscono invece le voléé e i serve and volley con il generale Massera, il criminale.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel messaggio di cordoglio, rende omaggio "alla sua passione per le grandi questioni internazionali". E nel centrodestra manca poco che lo vogliano santo subito.

Solo l'Unità e l'informazione alternativa raccontano i retroscena del soggiorno argentino del nunzio Laghi, già documentati in passato da decine di pubblicazioni su una delle pagine più buie del secolo appena trascorso. A chi conosce la storia del Sudamerica torturato dagli interessi delle multinazionali e dagli sgherri addestratati alla Escola de las Americas, il cardinale è sempre stato un personaggio di primo piano.
Le connivenze del Vaticano con le dittature fasciste non sono del resto una novità. Tutti ricordiamo la visita affettuosa di Karol Wojtyla al boia Pinochet e la durezza con la quale il Papa polacco ignorò le lacrime di Monsignor Romero, vescovo venuto in Vaticano in cerca di conforto ed aiuto per il suo popolo, invitato a non ribellarsi contro il regime di El Salvador e quindi martire assassinato da uno squadrone della morte, sull'altare.

Forse solo il Dio che Pio Laghi diceva di rappresentare in terra potrebbe conoscere la verità sul suo operato. Di fatto, la giustizia degli uomini è rimasta a bocca asciutta, essendocisi avvalsi del privilegio dei potenti di evitare il giudizio.
Ho l'impressione che la verità sarà sepolta e sigillata assieme al cadavere e, assieme a loro, anche la sete di giustizia di trentamila anime.



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martedì 19 febbraio 2008

Castronerie

Fidel lascia per motivi di salute e va in onda nei TG lo show di coloro che se ne rallegrano, non potendone celebrare ancora le esequie con lo stappo dello spumante. Meglio che niente, vengono sparate cazzate.
I più gettonati per le interviste, essendo indisponibile per anzianità tutto il cucuzzaro di Miami e dell'operazione Mangusta o gli anticastristi impresentabili alla Orlando Bosh, sono i dissidenti storici come Carlos Franqui.
Alla domanda finale se Castro abbia fatto almeno qualcosa di buono per Cuba, l'ex rivoluzionario risponde sicuro "no".
Considerando che, indubbiamente, perfino Mussolini faceva arrivare i treni in orario e Hitler ci ha donato il Maggiolino Volkswagen, la risposta sembra più un vecchio rancore che altro. Possibile che Fidel non abbia fatto proprio nulla nulla, tra un embargo e l'altro, magari qualcosina per la sanità pubblica? Oltretutto pensando a cos'era Cuba prima, la discarica caraibica di tutto il malaffare mafioso.

In pieno trip revisionista, parlando dei numerosi attentati (ne sono stati calcolati più di 600) subiti da Castro durante la cinquantennale lotta contro la CIA, ci viene detto, sempre dal TG, che la maggior parte Fidel se li organizzava da solo, per smascherare i traditori. Gira roba tagliata male, in redazione.

Ieri invece, ricostruendone il percorso rivoluzionario, si è affermato che, quando arrivò al potere all'Avana, nel capodanno del 1959, non era ancora comunista. Si attende di conoscere quando, chi o che cosa abbia condotto il rivoluzionario (democratico, democristiano, demoplutogesuitamassonico?) sulla via della perdizione. Io avevo sempre creduto che, a parte i gesuiti, Fidel fosse sempre stato marxista, anche sentendolo parlare delle sue origini nelle interviste. Mah.
Del resto dicono che una volta Veltroni fosse perfino comunista.


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lunedì 14 gennaio 2008

Notizie da termovalorizzare

Naomi Campbell negli ultimi tempi si è improvvisata giornalista e sta collaborando con la rivista inglese GQ per la quale sta realizzando una serie di interviste a statisti di tutto il mondo.
Non vedo lo scandalo. Visto che i giornalisti patentati ormai suggeriscono le risposte ai potenti che intervistano dalla posizione sdraiata a pelle di leone, chissà che qualche buona domanda scomoda non venga d’ora in avanti alle top model. Hai visto mai?

E’ capitato che Naomi abbia incontrato il presidente venezuelano Hugo Chavez a Caracas per l’intervista che uscirà nel numero di febbraio.
Non aspettatevi la Fallaci, non tutte le domande contengono profonde disquisizioni politiche. Alcune sono leggere come uno chiffon di Versace e frivole come una mise di Gaultier:
“Chi è il despota più elegante?”
“Fidel, naturalmente.”
“Poseresti a torso nudo come Putin?”
“Perchè no, senti che muscoli!”

Secondo Naomi, Hugo è un fan delle Spice Girls e non gli dispiace il principe Carlo.
Cosa pretendevate? Le interviste con la storia non si fanno più con su l’elmetto di Oriana ma con i tacchi a spillo, c’est la vie. Ciononostante, Naomi offre a Chavez lo spunto per far sapere ancora una volta al mondo come la pensa sugli Stati Uniti ed il loro imperialismo.

Nelle redazioni italiane, quando hanno letto il nome Chavez associato a quello della top model, non hanno resistito.
Figurati se non ci scappava il peto mediatico, la strizzata d’occhi e il darsi di gomito l’un l’altro, a TG unificati. Succo del concetto che è colato giù dal teleschermo: sapete? Hugo si tromba la Naomi, ‘tacci sua.
Perché, sottotitolo, quelle come Naomi possono essere lì solo per trombare. Faccetta nera, sarai venezuelana, avrà pensato qualche vecchio gerarca da Minculpop.

Sono andata a cercare sulla stampa internazionale la notizia della supposta (non uso questo termine a caso) love story, per vedere se la cosa era riportata nello stesso modo in cui è stata raccontata dai giornali e telegiornali italiani in questi giorni. Insomma, se era vera.
La navigazione è stata proficua. Intanto ho scoperto su Fox News (non esattamente il "Rude Pravo") che Naomi ha incontrato l’altro giorno a Buenos Aires anche il presidente argentino Cristina Fernandez con la quale ha parlato della liberazione degli ostaggi trattenuti dalle FARC in Colombia e non di fondotinta e allungaciglia.
Del resto, in passato è stata molto vicina a Nelson Mandela pur senza che i giornali inventassero alcuna love story tra lei e l’anziano leader sudafricano.

Su El Pais si racconta una storia diversa, se vogliamo. Vi si dice che Chavez sta ricevendo negli ultimi mesi le visite di molte personalità dello spettacolo interessate alla sua politica e che recentemente sono stati visti nel palazzo presidenziale attori come Sean Penn, Kevin Spacey e Danny Glover, quest’ultimo presente in una pellicola sovvenzionata dal governo di Caracas sulla vita del rivoluzionario Francisco de Miranda. Tutti là non per scopi sessuali ma per motivi per qualcuno ancora più scandalosi.
Chavez è un abile marpione che sa farsi pubblicità anche rispondendo alle domande sciocchine da passerella ma nello stesso tempo è uno che ha dei progetti. Meglio sminuirlo parlando di lui come chiavatore e basta.

La notizia della tresca, rilanciata dalla nostra stampa, non a caso nasce da un giornale ostile al governo venezuelano, “El Universal” della famiglia Armas. Uno di quei giornali che Chavez accusò di tramare contro il suo governo. Come dire, una fonte disinteressata ed obiettiva.
Nei giornali seri del mondo insomma la love story non c'e e non ve n’è traccia nemmeno su Just Jared, che è la discarica web di tutto il gossip vipparolo, la qual cosa è assai sospetta. Perdersi una notizia del genere non sarebbe da loro.

Al di là del vizio della stampa nostrana di ridicolizzare ad ogni piè sospinto il presidente Chavez, questa notizia è interessante per un altro motivo, al quale ho accennato prima.
Perché non si dovrebbe prendere sul serio una Naomi Campbell che fa interviste ai leaders del mondo quando si considera "Studio Aperto" un telegiornale?
Sembra che la Weltanschauung di coloro che redigono le scalette dei telegiornali sia dominata dal pensiero che una modella debba essere prima di tutto una puttana e poi non debba essere credibile come giornalista. Che gli uomini importanti se la facciano sempre ed esclusivamente con le modelle, quindi con le puttane. E' una visione del mondo serva dell'atteggiamento puttaniere dell'élite, alla quale chi redige le notizie trash è fedele ideologicamente.

Viste le anticipazioni sulla nuova carriera di Naomi che ho letto sulla stampa estera mi permetto di suggerire ai gossipologi con specializzazione in corna comparate il seguito della telenovela.
Come racconta Daily News, tra le prossime interviste di Naomi vi sarà quella a Nicolas Sarkozy. O-la-la.
Potrete così inventare la gelosia di Carla Bruni che prende Naomi a chitarrate e se ne va sbattendo il portone dell’Eliseo oppure masturbarvi pensando a giochi erotici a due o a tre, magari con Cecilià che li frusta tutti quanti.
Il materiale c’è e il giornalismo da termovalorizzare è come la monnezza, praticamente inesauribile.

giovedì 6 settembre 2007

Santa Evita

Ho parlato di una donna e santa discussa, Madre Teresa e continuo, senza tema di polemiche, con un’altra donna, ancora più discussa, Evita, per la quale da anni giace in Vaticano la pratica di beatificazione.

Se facciamo una breve ricerca nella memoria, alla parola Evita ci possono venire in mente l’Argentina, Madonna, il fascista Peron, i descamisados, l’oro dei nazisti, le pellicce e i gioielli ma anche il non risparmiarsi per aiutare i poveri, la malattia e la morte tragica ad appena trentatre anni - gli anni di Cristo, per un cancro all’utero.

Ho letto l’anno scorso la biografia che ha dedicato ad Evita una scrittrice argentina, Alicia Dujovne. Leggendola sono rimasta intrigata, come la sua autrice, dalla camaleontica personalità di questa donna, il cui mistero rimarrà forse mai svelato, mummificato come i suoi resti mortali.
Angelo o demonio? Mostro di fascinazione al servizio del male o angelo vendicatore dell’ingiustizia sociale celato nei panni della puttana santa?
Ha usato Peron fino all’ultimo per i suoi scopi filantropici o è stata il più fenomenale strumento di marketing vivente che una dittatura abbia mai avuto? Credeva veramente che sarebbe stato possibile far cooperare capitale e lavoro o era solo un’illusa?
Era stata scolpita in un unico blocco di contraddizione. Femminista e paladina delle donne ma devota a Peron fino al fanatismo ed alla sottomissione. Anticomunista ma più concretamente vicina al popolo di tanti compagni. Difficile darne un giudizio definitivo positivo o negativo.
Era amata, idolatrata dal suo popolo come nessun’altra regina o donna politica al mondo, su questo non vi sono dubbi.

Eva Duarte era nata povera, bastarda nel modo peggiore perché figlia di un ricco che si era preso un’amante dal gradino più basso della società. Fece tutti i mestieri, compreso forse quello più antico del mondo, per risalire i gradini e giungere fino a quello più alto, quello di moglie del presidente, che nel Sudamerica di allora era un po’ come essere moglie di Dio. La sua mania per i gioielli e le pellicce derivavano sicuramente da un insanabile complesso di inferiorità che lei però curiosamente razionalizzava con il desiderio di essere bella ed attraente per i suoi descamisados, i suoi sostenitori.
Adornata e luccicante come una madonna pellegrina, moglie di un fascista che vendette interi pallets di passaporti falsi per portare in salvo in Argentina i peggiori criminali nazi-fascisti, eppure riusciva ad incantare anche gli operai con le sue tirate contro l’imperialismo e gli sfruttatori. Non andava tanto per il sottile, soprattutto con chi la criticava, con i militari maschilisti che la odiavano e soprattutto con gli oligarchi, i ricchi. Lei che era sempre stata trattata come una puttana e forse, racconta la Dujovne, anche stuprata da ragazzi dell’alta società quando era giovane, ebbe la sua rivincita diventando, per il suo popolo, più pura della Madonna.

Per Evita il fine giustificava i mezzi. Negli ultimi anni della sua vita, dopo il viaggio in Europa, divenuta protettrice dei diseredati a tempo pieno, lavora giorno e notte per raccogliere fondi da destinare ai poveri. Raccoglie vestiti, scarpe, assegna borse di studio, regala personalmente macchine per cucire, consegna assegni cospicui, con le mani sempre inanellate di diamanti. Sono la sua debolezza. Dimentica di mangiare perché deve sfamare il suo popolo e si consuma finché il suo fisico non la divora dall’interno.
La sua agonia ha l’aura del martirio. Non ha le stigmate, Evita, ma non sarebbero stonate sulle sue bianche mani.
E’ in questa parte della sua vita soprattutto che Evita si comporta come una santa. Della santa ha anche tutte le contraddizioni, quelle che la facevano civettare con uno dei peggiori assassini della storia, Ante Pavelic. Il fine giustifica i mezzi?

Si è parlato molto del viaggio che Evita fece in Europa nel 1947, dicevo. Si sa poco o nulla dei colloqui che ebbe con varie personalità, compreso l’ex re d’Italia in esilio, Umberto.
Quando venne in Italia la trattarono da puttana fascista e il Papa la congedò frettolosamente con un rosario e una benedizione. Si sa di certo che aprì alcuni conti a suo nome e a nome del fratello in Svizzera, oltre probabilmente a trasferire in conti sicuri i tesori dei nazisti transfughi in Argentina grazie all’O.D.E.S.S.A. e all’occhio accecato dal furore anticomunista di Vaticano e Stati Uniti.
Dopo la morte prematura di Evita, Juan Peron chiese di entrare in possesso dell’eredità della moglie ma si trovò di fronte ad un imprevisto contrattempo. La banca svizzera, per completare la pratica di successione, fece richiesta del certificato di nascita di Eva Duarte. Cosa che Peron non fu in grado di produrre.
Prima di morire Evita, ancora angustiata dal vecchio complesso di inferiorità e a causa di una tipica civetteria femminile, quella di nascondere l’età, aveva chiesto a Juan di distruggere ogni traccia dei documenti che si riferivano alla sua nascita. Peron pare non sia mai riuscito quindi ad entrare in possesso del tesoro di Evita. Dopo dopo il fratello di Eva moriva in circostanze misteriose.

Attorno ad Evita sono fiorite le leggende, anche le più curiose e macabre, come quelle attorno alla sua mummia perduta per molti anni in giro per il mondo.
Una leggenda vuole che lei riuscisse, con quello stratagemma della distruzione del certificato di nascita, a sottrarre i fondi per donarli in segreto in eredità ai suoi poveri.
Un’altra dice che il suo male fu causato da una capsula radioattiva nascosta nella sua poltrona da servizi segreti stranieri che volevano eliminarla a causa del suo antimperialismo.

Pur ammantato di leggenda, anche il ricordo di Evita, grazie al tempo che tutto guarisce, sta diventando sempre più flebile. Forse non sarà mai fatta santa, e non a causa delle sue idee politiche ma per il suo libertinaggio giovanile, l'unica cosa che le gerarchie vaticane non perdonano.
Anche se santa non lo era, ne fece comunque una bella imitazione. Forse la sua più grande interpretazione di attrice mancata.

domenica 1 aprile 2007

Clerical divide do Brasil

A navigare sui siti della stampa internazionale si leggono a volte notizie che sfuggono ai media nostri che non stanno né in Cielo né in Terra, asserviti come sono al potere neocon-oniale.
Quando ho letto questo titolo, che recita:” Benedetto XVI non andrà in Brasile. Il Presidente Lula rompe le relazioni con il Vaticano” mi sono detta, ma questa non sarebbe una notizia da aprirci un telegiornale delle 20, al posto delle solite sbroccate del Banana?

Per fortuna, l’aver studiato il portoghese in gioventù mi ha permesso di leggere l’intero articolo, che narra non solo della sempre più probabile cancellazione del previsto viaggio papale in Brasile, ma anche del colpo del secolo che sta preparando il Presidente brasiliano Lula, tale da far impallidire le riforme progressiste di Zapatero in Spagna.
Un capitolo della legge denominata “Carta dei diritti personali e sessuali del cittadino brasiliano” all’interno del progetto Saude Sexual e Segurança in un botto liberalizzerà definitivamente divorzio (in soli sei mesi), aborto (anche per le minorenni), ricerca sulle cellule staminali (libertà assoluta), matrimonio omosessuale e adozione per le coppie gay in Brasile.
Tutto grazie ad un accordo super-segreto con i vescovi brasiliani aderenti alla Teologia della Liberazione che starebbero inoltre premendo sui colleghi degli altri episcopati e sugli altri governi sudamericani per estendere queste leggi a tutto il continente. Si parla già di un accordo fatto con Chavez, Bachelet e Kirchner.
Non solo, ma gli stessi teologi e i vescovi che appartengono al movimento “Per un ritorno a Cristo”, se il Vaticano dovesse reagire con una scomunica collettiva (che si vocifera imminente oltretevere), avrebbero già pronto uno scisma, che darebbe origine alla nuova Chiesa Cristiana Sudamericana staccata da Roma, con l’immediata eliminazione del celibato per preti e suore e con possibilità per loro di sposarsi e formare una famiglia, anche omosessuale e la donazione di tutti gli averi episcopali ai poveri.

In Vaticano in questi giorni vi è grande fermento, scrive il giornale “O Globo”. La nomina di una generale, Bagnasco, a capo della CEI non fa presagire nulla di buono e fa temere un tintinnar di sacre baionette. Bagnasco sarebbe stato incaricato in gran segreto di recuperare ad ogni costo un clamoroso dossier in mano ai vescovi sudamericani scismatici che se mai pubblicato farebbe crollare il Vaticano come le torri gemelle. Dossier che svelerebbe, secondo alcuni una volta per tutte, i legami inconfessabili tra una multinazionale segreta del crimine che gestirebbe la pedofilia internazionale, ambienti vaticani, servizi segreti occidentali e addirittura la famigerata organizzazione nazista ODESSA.

Altre voci, forse meno attendibili, parlano addirittura dell’esistenza di dossier personali esplosivi su Padre Georg ed il Papa in persona che si starebbe cercando disperatamente di recuperare, grazie anche all’interessamento della CIA, in codice rosso da molti giorni a causa di queste notizie. Secondo gli insiders alla Casa Bianca George Bush sarebbe molto preoccupato e Olmert avrebbe offerto al Vaticano l’aiuto disinteressato del Mossad.

Chi vivrà vedra, intanto i nostri tele e cinegiornali LUCE non ne parlano e continuano, secondo copione, a vomitare sciocchezze varie su diete, maltempo, foche monache in estinzione, dive in disintossicazione e altre tragedie della ricchezza.

venerdì 23 marzo 2007

Romero de America, santo del popolo

Il 24 marzo 1980, mentre sta dicendo messa e celebrando l’Eucaristia, monsignor Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di El Salvador divenuto il difensore dei diritti dei campesinos, viene ucciso da un colpo di fucile sparato da un uomo appartenente ad uno squadrone della morte agli ordini del maggiore Roberto d’Aubuisson, leader del partito di estrema destra ARENA.

Il percorso che conduce Romero al martirio è quello proprio dei santi, che in principio non immaginano nemmeno di poterlo diventare un giorno.
Di origini umili, è figlio di un telegrafista, da ragazzo lavora come garzone per un falegname. E’ un bravo ed umile seminarista e un prete molto tradizionalista. Anche quando si trasferirà nella capitale El Salvador come segretario della Conferenza episcopale salvadoregna rimarrà assolutamente fedele a Roma. Piace agli oligarchi perché si oppone alla nascente “teologia della liberazione” degli "eretici" Boff e Camara.
E’ un prete comodo che non si oppone e che obbedisce senza discutere. Da direttore del giornale diocesano Orientacion attacca il progressismo e tutti coloro che vogliono opporsi allo status quo. E' quasi un reazionario.

Nei feroci anni '70 sudamericani dell’Operazione Condor, la violenza in El Salvador diviene però spietata e selvaggia e colpisce soprattutto i campesinos, che chiedono sempre più ad alta voce giustizia. Il 5 marzo del 1977 Romero è nominato arcivescovo di San Salvador. Lo stesso giorno l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari.

La sempre più frequente vicinanza al lutto, alle tragedie e al dolore dei suoi fratelli scava nell’animo di monsignore, che piano piano, come un Don Abbondio che conquista il coraggio che non si sarebbe mai potuto dare, accetta di mettere in discussione le proprie certezze e di cambiare la propria visione del mondo.
Il punto di non ritorno è l’assassinio del padre gesuita Rutilio Grande, suo amico e parroco di Aguilares, centro agricolo poverissimo. Davanti al cadavere di Padre Rutilio, come un cieco che improvvisamente riacquista la vista, Romero vede in tutta la loro crudezza l’ingiustizia, l’oppressione dei poveri, la violenza sui corpi e sulle menti, le torture e i morti. La luce fa male, e lui non può più tacere nè soffocare il proprio dolore empatico.

Nei tre anni che lo separano dall’appuntamento con una morte preannunciata in vari modi, tanto che una volta dirà: “Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno”, denuncia le torture e gli omicidi, parla alla radio, sostiene attivamente l’opera di Marianella Garcìa Villa, l’avvocato che raccoglie tutte le denunce contro la violazione dei diritti umani. Conforterà Marianella dopo la brutale violenza che i militari le faranno subire.
Va perfino a Roma con un corposo dossier sui crimini contro l’umanità nel suo paese a chiedere al Papa aiuto e comprensione. Ne riceverà solo un paternale rimbrotto: "Lei, signor arcivescovo deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo paese…" e un freddo invito a non opporsi alla lotta contro la sovversione.
Il santo subito negherà al vero santo, ma mai riconosciuto tale, l’aiuto per il suo popolo disperato.
Non solo, ma quando verrà pubblicato il cosiddetto terzo segreto di Fatima, il Papa polacco ruberà la scena e vorrà vedere se stesso nel vescovo vestito di bianco che cade sotto i colpi dei soldati ai piedi della croce e non piuttosto il monsignore sudamericano, morto veramente da martire sull’altare, con il proprio sangue che si mescola nel calice a quello di Cristo.

Il giorno prima di essere assassinato, domenica 23 marzo, nell’ultima omelia diffusa per radio, Romero aveva detto: “Durante la settimana, mentre vado raccogliendo le grida del popolo, il dolore per così grandi delitti, la ignominia di tanta violenza, chiedo al Signore che mi dia la parola opportuna per consolare, denunziare, chiamare a pentimento (…). Desidero fare un appello speciale agli uomini dell’esercito e in concreto alla base della guardia nazionale, della polizia, delle caserme. (…) In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione!”.

Il martirio di monsignor Romero nasce dal suo essersi ribellato all’ordine costituito sia clericale, le gerarchie vaticane, sia secolare, incarnato dal potere dittatoriale allevato e nutrito a pane ed anticomunismo dalla School of the Americas di Fort Benning, USA. Quel potere oligarchico e fascista che doveva a tutti i costi impedire che i popoli sudamericani si emancipassero dalla situazione di sfruttamento e asservimento feudale nel quale avevano sempre vissuto. Un potere a parole difensore dei valori cristiani ma tanto sprezzante nei confronti di Cristo da arrivare a sparare ai preti sull’altare.

Da quell’ultima messa sono trascorsi ventisette anni, durante i quali sono stati nominati 456 santi e 1288 beati ma non Monsignor Romero, non abbastanza santo per un Vaticano timoroso di riconoscere un vero martire dell'anticomunismo.
D’Aubuisson, prima di morire di cancro, impunito per i suoi crimini, nel 1984 ricevette a Washington un’onorificenza da parte di alcune organizzazioni conservatrici per il suo “contributo alla lotta contro il comunismo e per la libertà”.

Qui di seguito due estratti video da una puntata di "La storia siamo noi":
L'ultima omelia e L'assassinio di Monsignor Romero


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domenica 10 dicembre 2006

La morte del Condor

Un dittatore dei più sanguinari muore a più di novant'anni felicemente impunito di tutti i suoi crimini dei quali mai si pentì e il TG1 che fa? Ce lo mostra debole e malandato di salute, sostenuto amorevolmente dal figlio, per muoverci a pietà.

Ci racconta che per i suoi ammiratori e seguaci, nonostante quelle migliaia di morti senza giustizia sulla coscienza, aveva comunque salvato il Cile dal comunismo.
Che strano, la stessa cosa che pensavano gli americani che organizzarono il golpe dell’11 settembre 1973 contro Salvador Allende, americani che non vengono mai nominati, ovviamente, nel servizio commemorativo. E si capisce, visto che proprio con un’intervista a Kissinger si inaugurò la direzione al TG1 di Er Riotta.

Basta raccontare la Storia a metà e tutto cambia, tutto viene edulcorato e reso più soft. La Storia allo sciacquamorbido.
Dal servizio del TG1 sembra quasi che il Cile fosse un paese a piena sovranità dove un giorno un generale decise di fare un po’ di pulizia e… oops, si fece prendere un po’ la mano.
Ovviamente ci viene lungamente fatto notare quanto accanimento, non terapeutico ma giuridico, vi fu contro il vecchio generale malfermo da parte dei giudici, compreso lo spagnolo Garzon, noto persecutore di grandi capi di stato.
Nemmeno i suoi più stretti collaboratori sanno dire se fu omicidio o suicidio ma sulla morte di Allende ci rassicura Riotta. Fu un momento di depressione, Allende era stanco di vivere.

Infine, ecco le immagini pesate con il bilancino di precisione dei cileni che festeggiano e dall’altra parte quelli che invece piangono la morte di Pinochet, pari e patta.
Una bella bottarella bipartisan e le migliaia di scomparsi, torturati, violentati, assassinati, drogati e gettati dagli aerei in pasto ai pesci, il poeta e cantautore Victor Jara con le mani spezzate deriso e costretto a suonare, i bambini accecati con il ferro da calza sotto gli occhi delle madri, e quelli strappati alle loro famiglie e adottati dai militari, appena nominati di sfuggita all’inizio del servizio vengono azzerati da questo capolavoro di algebra giornalistica: +1-1 è uguale a zero.

Non credo ci sia niente da festeggiare per la morte di Pinochet, ma è in questi momenti che quasi quasi si vorrebbe che esistesse l’Inferno. Quell'inferno che lui destinò ai suoi concittadini, senza alcuna pietà.

Dannato subito.

giovedì 21 settembre 2006

L'infame "via dei topi"

Cosa provereste venendo a sapere che nella scuola che avete frequentato per anni, proprio nelle stesse stanze, è possibile che siano passati Josef Mengele, Klaus Barbie, Erich Priebke e Adolf Eichmann?
E' una storia che ho scoperto solo di recente navigando in rete.
Il 31 Luglio 2003 “Il Secolo XIX” di Genova iniziò la pubblicazione di un’inchiesta che ricostruiva l’intricata vicenda di quella che è stata definita la "ratline", la "via dei topi" organizzata in Europa nel dopoguerra per consentire la fuga, prevalentemente in Argentina ed in altri Paesi latinoamericani, di criminali di guerra nazi-fascisti ricercati per crimini contro l’umanità. Una vicenda in parte già nota da tempo, grazie ai libri di studiosi argentini come Jorge Camarasa e Uki Goñi, quest’ultimo autore di un libro pubblicato dopo la desecretazione dei documenti degli archivi della Direzione nazionale delle migrazioni in Argentina, resi pubblici nel luglio 2001 per volere del presidente Néstor Kirchner.

Secondo l’inchiesta del giornale genovese, i suddetti criminali nazisti dal 1947 al 1951 fecero tappa sotto la Lanterna dove ottennero i documenti per l’ emigrazione. Il "Secolo" pubblicò la mappa degli alloggi (via Ricci,via Balbi, eccetera) dove vissero temporaneamente Eichmann, Barbie e Mengele in attesa del passaporto con la nuova identità (nella foto quello rilasciato a Mengele).
Dal reportage risultò pure che Ante Pavelic, il feroce capo degli Ustascia croati, si imbarcò da Genova per l’Argentina con il falso nome di Pal Aranyos l’11 ottobre del ’48.

Fulcro dell’organizzazione era la D.A.I.E., la Direcion Argentina de Immigracion Europea diretta da Carlos Fuldner, amico di Peron ed ex ufficiale delle SS, che si occupava di far pervenire a Buenos Aires l'elenco dei criminali nazisti da mettere in salvo.
Ed ora viene il bello: la D.A.I.E. era situata allora a “Villa Bombrini” in via Albaro 38, l’attuale sede del Conservatorio di Musica. La scuola dove io ho studiato negli anni '70.
“Fuldner redigeva a via Albaro gli elenchi dei nazisti da far fuggire, li spediva in Argentina e da lì, in poche settimane, giungevano i visti di ingresso, completi delle foto dei criminali ma intestate a nomi fittizi. Da Genova, la pratica passava a Roma, dove la Sede della Croce Rossa rilasciava i passaporti relativi ai nomi falsi, rispedendoli a Genova. Fatto ciò, bastava trovare posto per i fuggitivi sulla prima nave che salpasse per l'Argentina. È ormai certo che, in quegli anni, passarono per Genova, e di lì fuggirono in Sudamerica, criminali del calibro di Klaus Barbie ("il boia di Lione"), Adolf Eichmann (il pianificatore dello sterminio degli ebrei, rapito dal Mossad nel '61 e impiccato in Israele l'anno dopo), Josef Mengele (il "dottor morte"), Erich Priebke, il dittatore croato Ante Pavelic. […]
Gli archivi della Croce Rossa svizzera, utilizzati da Uki Goñi per ricostruire la rotta dei nazisti verso il Sudamerica, dicono che anche Gerhard Bohne fece tappa a Genova nel gennaio del 1949. Bohne era una delle SS cui Hitler affidò nel 1933 il piano “Aktion 4“ per lo sterminio degli handiccappati fisici e mentali e che fece 62 mila vittime”. (tratto da ADISTA, Agenzia d'informazione sul mondo cattolico e le realtà religiose N°65 del 20 settembre 2003)

Particolarmente interessante, come emerge dall’inchiesta, è il ruolo della Chiesa nella vicenda. Il sacerdote croato Carlo Petranovic, dipendente della curia genovese, era in contatto con la D.A.I.E. e avrebbe gestito direttamente i rapporti tra Vaticano, Croce Rossa, Auxilium e Comitato nazionale emigrazione in Argentina. L’Auxilium, fondata dal cardinal Giuseppe Siri, e il Comitato Nazionale Emigrazione in Argentina erano particolarmente attive nel salvataggio di “anticomunisti” secondo una tesi contenuta già nelle risultanze della Ceana (Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina, costituita da Menem nel '97) e raccontata nel libro "La via dei demoni", del giornalista di "Repubblica" Giovanni Maria Pace.
Conferme di ciò appaiono anche in una nota del Central Intelligence Group (C.I.G., creato da Truman nel '46 e sostituito alla fine del '47 dalla C.I.A.), datata 21 gennaio 1947 e ritrovata da Goñi durante le sue ricerche.
Non è un mistero che anche gli americani fossero interessati alla salvezza di noti esponenti nazisti e scienziati, per quella che è nota come Operazione Paperclip.
La rete di ecclesiastici impegnati nel facilitare la fuga di nazisti e fascisti faceva capo, in Vaticano, a mons. Alois Hudal, rettore fino al '52 del Collegio tedesco di S. Maria dell'Anima, e vescovo notoriamente filo-nazista che da Roma inviava le richieste di visti.
Scrive ancora "Il Secolo XIX": "Nella relazione conclusiva presentata dal CEANA (Comisiòn para el Esclaracimiento de las Actividades Nazi en la Argentina) nel 1999 si fa riferimento in particolare a una lettera del 31 agosto 1948 in cui il vescovo Hudal spiega a Peron che i visti richiesti non sono per profughi ma 'per combattenti anticomunisti il sacrificio dei quali durante la guerra ha salvato l'Europa dalla dominazione sovietica'".
Gli archivi della CEANA restituirono un primo elenco dei 65 nazisti riparati nel Paese sudamericano. Di questi ben 22 ottennero passaporti e visti a Genova. I dossier del Centro immigrazione di Buenos Aires confermarono che Mengele fu arrestato a Genova. Non fu riconosciuto e dopo due giorni fu rilasciato.

Quali furono le reazioni all’inchiesta del “Secolo XIX” nel 2003? L’allora vicepresidente della Camera Alfredo Biondi chiese subito, con un’interrogazione al presidente del Consiglio, di verificare la vicenda dei nazisti passati da Genova.
Il senatore diessino Aleandro Longhi richiese una commissione di inchiesta che non risulta sia ancora stata insediata secondo il sito del Senato.
L’arcivescovo di Genova, monsignor Tarcisio Bertone, dichiarò che la Curia genovese era all’oscuro degli aiuti che venivano dati ai nazisti e annunciò un’indagine storica negli archivi vescovili per appurare le eventuali responsabilità . Di tutte queste iniziative non si è saputo più nulla.
Petranovic, il “misericordioso”, che si allontanò da Genova nella primavera del '52, oggi ha quasi 90 anni e vive in Canada, in una zona al confine con gli Stati Uniti, ospite di una comunità di suore.


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