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venerdì 4 novembre 2011

A Genova


Genova è mia madre, è mia sorella, è mia figlia. Tutto ciò che le succede, succede a me.

giovedì 29 ottobre 2009

A pensar male...

Ok, è l'ultima volta che parliamo di Marrazzo ma, a pensar male, se l'appuntamento è in Via Gradoli a casa di un trans facilmente ricattabile e reclutabile nel novero dei soffia a causa della mancanza di permesso di soggiorno, i dubbi sull'esistenza di un bel trappolone organizzato ai danni dell'ormai ex presidente del Lazio, magari with a little help of my 007 friends, diventano quasi certezze.
In attesa di ulteriori sviluppi su altri politici coinvolti e del fantomatico director's cut extended version del famigerato video, godiamoci la versione strappalacrime del buon premier di famiglia che, avvisato dell'immonda pellicola dalla figlia premurosa: "Oh babbo, ho qui sulla scrivania un filmino su Marrazzo e dei trans. Che faccio, lo metto sul mulo o te lo passo?", decide di non denunciare un reato (il ricatto subito da Marrazzo), commettendone uno egli stesso (omessa denuncia) e fa il bel gesto di non pubblicarlo sulla prestigiosa rivista filosofica "Chi". Solidarietà tra clienti spacciata per senso dello Stato.

Sempre per pensar male, la Prestigiacomina che ci rassicura sull'identità del relitto affondato al largo della Calabria, non nave dei veleni ma innocua nave passeggeri affondata fin dal 1917 (e meno male che non era al largo di Terranova se no dicevano che era il Titanic), fa sparire in un tocco di bacchetta magica tutta la questione ecomafie e rende il pentito che aveva denunciato la sparizione ed affondamento di carichi pericolosi, solo un bugiardo. Così domani, se a qualcuno venisse in mente di andare a cercare altri relitti inquinanti basterà ricordare le trecce morbide sparse sull'affannoso petto della ministra turchina che bacchetta il pentito-pinocchio e si risparmierà la fatica. Se quella non era una nave tossica non lo saranno neppure le altre. Saranno navi fenicie, barchini veneziani, la prima canoa degli Abbagnale.
In questi giorni dove altri pentiti stanno raccontando ben altri fatti relativi alla stagione delle stragi capita a fagiolo una bella reputazione da ballisti da estendere a tutti i collaboratori di giustizia.

L'influenza maiala è un altro bell'arnese propagandistico molto carasciò, in questi giorni. Prima terrorizzano con il bollettino del beccamorto: "Oggi altri due morti per l'H1N1." I medici intervistati spergiurano sulle testoline dei figli che, anche senza tampone e prova scientifica dell'identità del virus, non può essere stato che l'H1N1. Tadaà!
Un secondo dopo il servizio televisivo rassicura. (Terror mode off). No, tranquilli, sono morti perchè erano già marci. E' un'influenza blanda, assolutamente non pericolosa, però (terror mode on) bisogna vaccinare tutti i bambini, anzi anche i pesci rossi e il criceto.
Non c'è da avere paura, però i governi hanno già ammassato tonnellate di vaccino inutile, costoso e probabilmente dannoso. Bisognerebbe vaccinarsi tutti però, se parli con amici medici o infermieri loro col cazzo che la fanno, la vaccinazione anti-maiala.
Alla fine chi ci avrà guadagnato sarà stata solo la Gran Troia Big Pharma e se vi saranno conseguenze alla salute per i vaccinati c'è la legge promulgata da Bush che mette il culone della suddetta al riparo da azioni legali. Sul serio, c'è una legge in USA che mette al riparo le aziende farmaceutiche dal rispondere di danni provocati ai pazienti da farmaci o vaccini. Insomma, se vi viene la Guillain-Barré postvaccinica sono cazzi vostri.

Non parliamo poi del fotogramma dell'uomo in turbante e barbone che così tanto assomiglia ad Osama Bin Laden e che, secondo i tenutari di tg dovrebbe essere la prova dell'esistenza in vita del fin troppo morto leader di Al Quaeda. Se tirano fuori queste immagini sfuocate che fanno pensare al solito Padre Pio che occhieggia dietro la finestra, alla Madonna che appare nella frittata o al Bigfoot che passa dietro alla tenda del campeggio è perchè sanno che la gente non approfondirà, non si chiederà: "Un momento, ma chi ci dice che non siano immagini "vecchie" di Osama? E' veramente lui o è solo una rassomiglianza?"
E' come per le navi dei veleni e il senso civico di Berlusconi. Bisogna fidarsi.

venerdì 1 maggio 2009

Associazioni a delinquere di stampo farmaceutico

Sapete perchè i virus e soprattutto quello influenzale, sono tanto popolari tra i medici? Perchè le bestiacce (i virus) possono sempre essere da loro incolpate dei danni provocati alla nostra salute dai farmaci da loro prescritti o dall'erroneità delle loro diagnosi.

Nel 1997, una meningoencefalite contratta in agosto mi fu scambiata per banale influenza e quindi non trattata adeguatamente. Va bene, si trattò di confusione tra virus ma se si fosse trattato di batteri ora non sarei qui a scrivere sul blog.
Due mesi fa ho avuto bisogno di un certo antibiotico, la moxifloxacina della famiglia dei fluorochinoloni, per curare una sinusite cronica. Nei cinque giorni di assunzione del farmaco ho avuto prima una tachicardia continua e fortissima, poi una serie completa di disturbi intestinali in crescendo, tali l'ultima sera da dover chiamare il medico e restare i tre giorni successivi a letto in malattia.
Il mio medico di base ha ammesso che sono farmaci che possono dare problemi ma lo specialista che me l'aveva prescritto lo ha decisamente negato. "Assolutamente no, è un farmaco che prescrivo abitualmente [non siamo tutti uguali però, NdA], avrà preso un virus intestinale in concomitanza".
Sarà, ma nel momento in cui ho smesso di prendere la sua capsuletta i dolori tipo parto sono cessati. Inoltre, di solito i virus vengono comunque debellati dal sistema immunitario in pochi giorni mentre io posso dire di non essere ancora guarita e vado avanti a forza di bifidus activi, lactobacilli vulgaris, collaterali ed affini, con alterne fortune e sintomi che ricompaiono da un giorno all'altro.

Quando stavo male mi sono divertita (si fa per dire) a cercare su Internet altre evidenze della possibile tossicità di quel farmaco e ne ho trovate una marea, addirittura forum interi di pazienti che raccontavano in tutte le lingue la loro esperienza, e quasi tutti parlavano di cuore che andava a mille, nausea, diarrea, dolori addominali.
E' noto che, a leggere il bugiardino di molti farmaci, uno si chiede se siano presidi curativi o armi di distruzione di massa. Però su Internet, oltre alle testimonianze dei pazienti, si trovano anche le pubblicazioni di studi di farmacovigilanza che, ad un orecchio abbastanza allenato ai termini medici, suonano alquanto inquietanti, confermando i sospetti di tossicità.

I fluorochinoloni sono farmaci ampiamente usati per una serie di infezioni non rispondenti ai classici antibiotici come, ad esempio, le ciclosporine. Tra gli effetti collaterali più noti e comuni all'intera classe dei fluorochinoloni vi è l'alterazione dell'elettrofisiologia cardiaca, sotto forma di prolungamento dell'intervallo QT, anomalia che può provocate aritmia e, in alcuni casi , torsione di punta potenzialmente fatale in soggetti cardiopatici. Gli studi di follow-up di farmacovigilanza suggeriscono prudenza nella somministrazione di fluorochinoloni in soggetti a rischio.

Io non sono cardiopatica e quindi l'episodio tachicardico da farmaco non è risultato preoccupante, però mi chiedo da due anni se a mia madre, viva per miracolo dopo un arresto cardiaco e reduce da un intervento di tripla angioplastica coronarica, fosse proprio necessario somministrare la ciprofloxacina, che è un fluorochinolone dagli effetti collaterali di cui sopra, per curare una banale infezione urinaria.
Mia madre morì per arresto cardiocircolatorio il giorno dopo che, durante una visita di controllo, avevo osato chiedere al cardiologo se quel farmaco non fosse troppo forte per lei, avendo letto il bugiardino e avendo fatto un ragionamento molto terra-terra: causa problemi cardiaci, mia madre ha problemi cardiaci gravissimi, è il caso di rischiare? Gli chiesi anche del problema noto della ciprofloxacina (e di altri fluorochinoloni) e cioè dell'aumentato rischio di rottura del tendine d'Achille in pazienti anziani.
Mi ricordo che il medico mi guardò come si guarda una merda che non si sta facendo i cazzi suoi e che sta invadendo l'altrui territorio e mi rispose quasi ridendo: "Ma lei legge i foglietti illustrativi? Ma lo sa che non bisogna mai farlo?"
Ora, io sono notoriamente paranoica, sono invidiosa perchè avrei voluto fare il medico e mia madre era sicuramente troppo malata per tollerare qualunque farmaco. Però il dubbio che certi farmaci vengano prescritti alla cavolo di cane, soprattutto a pazienti a fine corsa, rimane.

La ciprofloxacina, tra l'altro, è la famosa panacea contro l'Antrace, salita agli orrori della cronaca dopo l'11 settembre. Ne furono ammassate scorte imponenti dal governo di Bush per contrastare una minaccia che fece soltanto cinque morti per un contagio attribuito ad Al Qaeda e che era partito molto probabilmente da laboratori militari dalle parti di Fort Detrick. Una vicenda tra le più oscure di quegli anni, dai contorni mai chiariti.
La Bayer, con lo spettro del terrorismo biologico e la vendita promozionale di tonnellate di Ciprobay ai neocon, aumentò i profitti e si rifece un po' delle perdite causate dallo scandalo del Lipobay, farmaco contro l'ipercolesterolemia che nel 2001, pochi mesi prima, era stato imputato di aver causato la morte di almeno 52 persone ed i cui effetti negativi erano stati colpevolmente sottaciuti dalla casa farmaceutica, secondo quanto denunciato dalle autorità tedesche. Tra i neocon di cui si parla c'era anche Donald Rumsfeld, noto per avere le mani in pasta in Big Pharma, come si diceva parlando di influenze suine.

Nel 1985 rimasi molto colpita dalla lettura di un libro scritto dal giornalista tedesco Günter Wallraff, "Faccia da turco", un'indagine condotta da infiltrato tra i lavoratori immigrati impiegati nei lavori più umili, massacranti e pericolosi. L'autore descriveva tra l'altro i protocolli utilizzati dalle case farmaceutiche per testare su cavie umane consenzienti (a pagamento) le dosi ottimali dei farmaci. Pensando a cosa avranno dovuto subire le cavie che hanno sperimentato su di sé gli effetti dei fluorochinoloni, prima di arrivare ad una dose che comunque causa problemi in molti pazienti, c'è da immaginare scenari da "Hostel".

Sempre cercando su Internet (strumento pericoloso in mano ai pedofili e che sarebbe, secondo le showgirls convertite alla politica, da chiudere), si trovano decine e decine di altri casi di danni provocati da farmaci, di farmaci ritirati dal mercato per manifesta tossicità. Tutti casi che formano un vero museo degli orrori e dei crimini di Big Pharma. Non solo talidomide, quindi.

Il caso della Bayer meriterebbe altro che un post a parte. Per non parlare sempre della solita vecchia storia di quando si chiamava IG Farben e fabbricava lo Zyklon B che sterminava gli internati nei lager, la Bayer odierna (giurano assolutamente diversa dalla versione nazi mode) è implicata in una serie impressionante di attentati alla salute pubblica. Dalla vendita di prodotti emoderivati contaminati dal virus HIV agli antibiotici per il pollame ritirati in USA perchè dannosi per l'uomo, alla strage di api imputata ai suoi pesticidi, ai casi del Trasylol e dei mezzi di contrasto al gadolinio, fino alla possibile tossicità del comune analgesico Aleve.

Se Bayer piange, le altre case farmaceutiche non ridono. L'industria farmaceutica è disposta a tutto pur di trarre profitti dallo sfruttamento della malattia. Anche di rifiutarsi di produrre i farmaci utili a debellare malattie gravi ma rare. Se il numero di malati del Morbo X sono statisticamente non significativi non vale la pena investire nella produzione dei farmaci preposti.
Anche questa è Big Pharma. Per tutti gli altri malati ci sono farmaci in alcuni casi utili ma in altri casi sempre più spesso discussi per tossicità, assoluta inutilità o entrambe. Tossicità ed inutilità sempre vendute a caro prezzo.
Noi però non dobbiamo leggere i bugiardini e se stiamo male dopo aver preso un farmaco dobbiamo dare la colpa ai virus concomitanti.


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lunedì 10 dicembre 2007

Oltre l'arcobaleno, cosa?


E' strano ma, nel giorno della nascita della Cosa Rossa (oddìo, sembra qualcosa di porno) o Sinistra Arcobaleno, a me non è venuto in mente altro che la sciropposa ed iperglicemica canzoncina del Mago di Oz. Non mi pare un buon segno.
L'arcobaleno è qualcosa di mite, di gioioso, che rievoca la quiete dopo la tempesta, i prati verdi con gli uccellini che ricominciano a cinquettare ma qui si muore per 1000 euro al mese, si torna ai bei tempi del lumpenproletariat, alle 16 ore in altoforno, ai padroni che dopo la tragedia mandano il pizzino ai giornali: "era tutto in regola". Si, 'sto cazzo.

Bellino il programmino della Sinistra Arcobalena: la pace, l'ambiente, la lotta al precariato, i diritti delle coppie di fatto, la laicità. Speriamo. Anche nel programmone dell'Unione c'erano tante belle cose che non si sono fatte.
Magari non sarebbe male anche un pochino di cattiveria. Come dire: arcobaleno si, ma se ci fate incazzare diventiamo tuono e saetta.

Come dice il detto popolare? O mangi la minestra o salti la finestra. E' come quando vai al self-service e hanno finito tutto quello che avresti voluto prendere. Se non c'è proprio niente altro in Italia che possa assomigliare alla Sinistra prenderemo questa cosina rosa, pardon rossa, questa fichetta arcobaleno che promette di darci tante soddisfazioni: un 15% dei voti dell'elettorato, dicono. Si accontentano, non pretendono mica di più. Dateci il nostro 15 e noi stiamo lì buoni buoni.

Sempre meglio dei pretacci der piddì, sicuramente. Sempre meglio del maanchismo di Veltroni.
Tutto, piuttosto che Mastella o la Binetti o il segaligno Fassino che solo a vederlo fa venir voglia di farsi fuori una cofana di lasagne fuori pasto; il cicciorutello, la melandra, il franceschino, Mastro Bindi e il nipote di Hannibal Letta. Per non parlare del mortadello che quando muoiono gli operai fa il faccione seeerio e dice che bisogna controllare, bisogna fare, bisogna andare. "Famo, annamo, menamo", diceva un Gassman-cardinale nei "I nuovi mostri".
O guarda, ma chi è che deve smetterla di prendersi paura dei KakkienKruppen e mandare le fiamme gialle, rosse, verdi e blu a rovesciare la fabbrica come un calzino, magari mandando Herr Strunz in galera?

Cara sinistra arcobalena, visto che dai campi e dalle officine non possiamo prendere nè falce nè martello perchè se no la contessa si turba e se sturba, non t'incantare a guardare i bei colori nel cielo e gli uccellini, se ti ricordi ancora cos'è la volontà di lottare guarda ben fisso per terra e fai il tuo dovere. Perchè qui di sotto di cose da cambiare c'è nè un fottìo.

mercoledì 5 dicembre 2007

Pasticcio di diossina alla trevisana

"Italia, giorno, aprile 2007.
Uno dei principali magazzini della De'Longhi, a Treviso, prende fuoco. La nube nera del'incendio ( si incendiano sopratutto materiali plastici) si sviluppa per ore, lasciando nel panico gli abitanti delle aree attorno( il centro storico e' a pochi chilometri). Nessun piano di emergenza, per la sicurezza della popolazione, verra' attivato.
Non solo in quelle ore, ma per giorni e per mesi, nessuno tra quelli che abitavano vicino all'impianto ha potuto sapere cosa fare,ne' quali fossero le conseguenze, da nessuna delle autorita'.
I tecnici dell'Arpav dichiarano, piu' volte, che non c'è mai stato rischio diossina.
Un'analisi privata , condotta su un terreno non tra i piu' vicini alla sorgente del fuoco,smentisce in modo palese tali conclusioni.
Ad oggi, nessuna novita'.
Ogni tanto, le televisioni locali ospitano degli appelli degli abitanti.
A fare notizia, ci pensano i leghisti, a Treviso.
Ringrazio Paolodeck che, lasciando il suddetto commento ieri al post su agente orange, Bhopal e diossina, mi ha dato lo spunto per continuare il discorso sull'argomento.
Per approfondire la conoscenza dei fatti ho iniziato dai giornali nazionali. La notizia più recente è di Adnkronos del 28 novembre 2007, dove si dice che secondo gli esperti della Procura di Treviso, i privati che hanno commissionato proprie analisi e l'Arpav nessuna conseguenza sull'ambiente è derivata dall'incendio sviluppatosi in aprile alla De Longhi. Profusione di complimenti per la professionalità e la serietà degli enti coinvolti, tutto ok, mission accomplished.

Diverso è però il discorso se si vanno a leggere i blog, soprattutto quelli i cui autori vivono nella zona interessata e i giornali locali.
Nel blog un'altra Treviso si parla della richiesta di una commissione di inchiesta sul disastro; su Ubik, dell'interrogazione del consigliere provinciale del Pdci Stefano Mestriner che chiedeva, nel mese di maggio, di condurre ulteriori analisi sugli animali ritrovati morti dai cittadini dopo l'incendio.

Sul Gazzettino è stato pubblicato un interessante dossier che punta il dito sulle carenze nei sistemi di sicurezza antincendio, come denunciato dai vigili del fuoco. Vi si legge, e non è una cosa da poco che, secondo l'ingegnere Silvano Barberi, comandante provinciale dei vigili del fuoco di Treviso: «La De Longhi non ha presentato richiesta di sopralluogo per il rilascio del Certificato Prevenzione Incendi e quindi non risulta in possesso di tale certificato».

Si nota inoltre il mistero delle analisi private commissionate dalla compagna di Benetton, proprietaria di una villa situata poco distante dallo stabilimento andato a fuoco, che dicono cose ben diverse e ben più preoccupanti delle conclusioni dell'Arpav: "A 16 giorni dal rogo, nonostante le piogge torrenziali, le diossine e gli inseparabili furani (altri composti nocivi) sono stati trovati sulle foglie di ortaggi e insalate, sugli alberi da frutto e in grandi quantità sul terreno".
E' vero che queste analisi, costate ben 20.000 euro furono condotte nell'immediatezza del disastro, quindi in piena crisi, ma è possibile che così alti tassi di diossina si siano concentrati solo in quella villa?
Mi piacerebbe sapere da qualche esperto se questa ipotesi è possibile e quindi ci stiamo preoccupando per nulla.

Auguriamoci che abbiano ragione le autorità. Tuttavia, se avete informazioni, vivete in zona e volete raccontare la vostra esperienza lasciate un commento e il post si arricchirà con i vostri contributi.

martedì 4 dicembre 2007

Il sonno dell'industria genera mostri

Guardavo oggi su Repubblica le fotografie di Livio Senigalliesi che documentano gli effetti dell’Agente Orange sulle popolazioni del Vietnam.

Nel tentativo di stanare i vietcong in un territorio ricoperto da una fitta giungla e incuranti del fatto che lì sotto vi fossero soprattutto popolazioni civili, gli americani irrorarono il territorio vietnamita, in un periodo di dieci anni, dal 1961 al 1971, con qualcosa come 72 milioni di litri di defolianti chimici dai nomi colorati come i pastelli dei bambini: agenti blu, arancio, rosa, viola e bianco. Un arcobaleno di veleni che, a causa dei loro derivati diossinici entrarono subdolamente nella catena alimentare e diedero luogo a danni permanenti e a terribili deformazioni nelle successive generazioni. Anche i soldati americani che servivano nelle zone irrorate dai pesticidi hanno avuto figli deformi e si sono ammalati essi stessi di cancro, come denunciano le combattive associazioni di veterani come questa.

I defolianti in dotazione all’esercito USA erano gentilmente forniti soprattutto dalle multinazionali Monsanto e Dow Chemicals. L'Agente Orange era appunto una miscela di due erbicidi prodotti dalle due società. Un perfetto matrimonio d'interessi. La Dow deliziò le popolazioni asiatiche anche con il napalm, miscela di acido NAftenico e acido PALMitico, quello il cui odore la mattina faceva impazzire il personaggio di Robert Duvall in Apocalypse Now.
Il caro vecchio napalm, classe 1942, dai fasti di Dresda e del Vietnam si è evoluto sempre di più attaccandosi alla pelle e bruciandoti vivo fino al suo ultimo discendente, quel Napalm II miscela di benzene e benzina con polistirene a cui viene aggiunto fosforo bianco che ne facilita l'accensione durante la dispersione nell'aria. Do you remember Falluja?

L’agente arancio rilasciava diossina, quindi. Diossina, Seveso, anche noi nel nostro piccolo abbiamo avuto il nostro disastro con la fuoriscita di triclorofenolo, componente dei diserbanti, dalla fabbrica dell’ICMESA, nel 1976.
Niente però a paragone della più grande grande tragedia industriale della storia della quale ricorre proprio in questi giorni il 27° anniversario. Ancora più terribile e immediatamente devastante del disastro di Chernobyl, che ancora turba i nostri sogni perché l’abbiamo vissuto da vicino, con l’incubo della foglia larga e del latte radioattivo.

A Bhopal in India, migliaia di persone continuano ad ammalarsi e morire a causa del disastro che rilasciò nell’aria circostante alla fabbrica della Union Carbide, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, quaranta tonnellate di isocianato di metile, un componente di un insetticida, il Sevin.
Fu all’epoca della tragedia di Bhopal, con le immagini terrificanti di 8000 morti immediati e altri 12000 bruciati ed accecati dal gas, che imparammo questa semplice legge: qualunque erbicida, insetticida o defoliante in alta concentrazione diventa un’arma chimica. Scoprimmo anche che a poche centinaia di metri da casa nostra vi erano fabbriche di pesticidi, potenzialmente a rischio, come la Sariaf di Faenza, e non ci sentimmo più tanto tranquilli.

La storia di Bhopal è quella delle sue ventimila vittime per la maggior parte mai risarcite, della totale impunità di quel Warren Anderson che non è mai stato chiamato a rispondere in un tribunale per conto della Union Carbide che presiedeva e della stessa Union Carbide che oggi, guarda caso, è stata assorbita proprio dalla Dow Chemicals.

Quella che doveva essere una fabbrica modello, in grado di sfornare tonnellate di un geniale nuovo insetticida, il Sevin, diventò invece a causa del flop sul mercato del prodotto, uno scomodo relitto, nel quale le misure di sicurezza vennero progressivamente e criminalmente azzerate per un unico motivo: risparmiare. Quando l’isocianato di metile uscì dalla fabbrica non suonarono neanche le sirene, erano state zittite per tagliare i costi.
Il principio che ha condotto al disastro di Bhopal, risparmiare, è lo stesso che indusse la Signora Thatcher negli anni '80 a tollerare l’eliminazione dei procedimenti di bollitura delle farine animali che, se correttamente applicati, avrebbero limitato la diffusione dell’infezione da “mucca pazza”. Per non buttare via nulla si è pensato di sfruttare l’uranio impoverito che deriva dalle centrali nucleari per migliorare la penetrabilità dei proiettili. L’inquinamento da Uranio Impoverito è un’ennesima piaga che sta affliggendo le popolazioni dove sono passati i nuovi Attila, che per essere ben sicuri che non cresca più un filo d’erba usano i defolianti.

Negli ultimi tempi si è parlato di class action, che è tanto più efficace quanto meno è potete il defendant, l’imputato. Nei casi di Bhopal e dell’Agente Orange ci sono stati tentativi di class action ma contro giganti come la Dow Chemicals, che ufficialmente vende prodotti chimici, in realtà è una delle più impunite fabbricanti di armi chimiche, è una lotta contro i mulini a vento.


La natura è stata capace di creare montagne, mari, laghi, fiumi, deserti, foreste, milioni di specie animali e vegetali, tramonti, aurore boreali, stelle e pianeti, in armonia e bellezza. L’uomo moderno, l’uomo industriale accecato dal profitto sembra capace di generare solo dei mostri.

domenica 14 ottobre 2007

E' l'unico mondo che abbiamo

A Firenze, un uomo da due giorni vive su un albero per protestare contro l’abbattimento delle piante necessario per la realizzazione di una tramvia. Sembra una notizia da niente ma mi ha colpito perché anch’io forse avrei fatto la stessa cosa. Tagliare un albero, cosa vuoi che sia?
Quante volte sentiamo i nostri vicini di casa che si lamentano perché le piante “portano via luce”, “fanno sporco e le foglie bisogna raccoglierle”.
Per me tagliare un albero è come uccidere un essere umano o un animale. Ci vuole forse una particolare sensibilità per rispettare un albero? Se però tutti imparassimo a considerarli esseri viventi, rispettare la Natura nel suo insieme sarebbe forse più facile. E’ che siamo così insopportabilmente antropocentrici. Il tram serve a noi per spostarci, fanculo gli alberi e i barbalberi.

Venerdì mattina, a Sesto in Val Pusteria, 60.000 metri cubi di roccia dolomitica si sono staccati dalla Cima Uno (2.598 metri), ricoprendo di polvere millenaria impalpabile la Val Fiscalina, creando una Ground Zero per fortuna senza vittime.
La mancanza di vittime umane ha fatto immediatamente uscire dalle prime pagine questo evento, che è solo l’ultimo di una lunga catena di crolli e dissesti avvenuti in quella zona del mondo negli ultimi quindici anni, come si legge in questo articolo di Paolo Rumiz:
“In quindici anni è venuto giù di tutto: la cresta dell'Hoernli sul Cervino, il ghiacciaio della Est del Rosa e del Mont Blanc de Tacul, mezzo Monte Nero sulla Presanella. Sulle Dolomiti sono crollati pezzi del Vajolett sul Catinaccio, del Pomagagnon e delle Cinque Torri sopra Cortina; è franata forcella Ciampei, e con lei lo strapiombo sopra il rifugio Tuckett nel gruppo del Brenta. E poi il Piccolo e il Grande Cir, la Cima Uomo sulla Marmolada, la Cima Dodici e la Cima di Canssles sulle Odle, regno di Reinhold Messner. Per non parlare della Est dell'Eiger, l'Orco malfamato delle Alpi Bernesi, che sta in bilico con due milioni di metri cubi di roccia. Trenta volte la Cima Una.”
Perché allora ci si affanna ad intervistare esperti che sostengono che “è un fenomeno normale e non c’è da preoccuparsi”? Normale forse nell’arco dei millenni ma non se le montagne cadono a pezzi nel giro di pochi anni.

L’estate scorsa ho visitato il Museo di Bolzano che ospita i resti dell’Uomo di Similaun. Quest’uomo è rimasto sepolto nel ghiaccio per 5000 anni. E’ una mummia umida, il che vuol dire che se si alzasse la temperatura dell’ambiente che lo ospita inizierebbe subito a decomporsi. Per questo riposa dentro un avveniristico frigorifero dotato di sistemi di allarme e di controllo del clima.
Mi chiedo, da allora, come è stato possibile che in 5000 anni il ghiaccio che lo ricopriva non si sia mai sciolto al punto da farlo marcire? Evidentemente l’ecoclima della zona è rimasto pressochè inalterato per tutto quel tempo, fino a quando è iniziato lo scongelamento che ha permesso il ritrovamento della mummia nel 1991.

Nel 2003, anno della più grande calura estiva degli ultimi decenni, durante le mie escursioni in montagna notavo dei cartelli che avvertivano di non toccare eventuali reperti bellici riaffiorati dai ghiacci disciolti. Molte salme di caduti della Prima Guerra Mondiale sono state ritrovate in quel periodo. Mi meraviglio che nessuno scrittore alla Stephen King abbia ancora avuto l'idea per un romanzo dove il virus dell’influenza Spagnola riaffiora dai morti del 1918 e causa una pandemia catastrofica.

Tra un due di picche Al Gore che vince il Premio Nobel per la Pace per un documentariuccio sull’ambiente e un’amministrazione americana che ogni volta che le si ricordano gli impegni di Kyoto fanculeggia il resto del mondo qual è la speranza per il futuro?
Ben poca se l’Impero non si assume l’unica responsabilità morale che gli competerebbe, la difesa ad oltranza dell’ambiente, dell’unico mondo che abbiamo.
Quanti segnali, quanti 11 settembre ambientali abbiamo visto verificarsi negli ultimi anni e quante volte abbiamo scelto di ignorarli? Sempre. La cosa tragica è che cadono nel dimenticatoio anche le catastrofi da migliaia di morti, non solo quelle a costo umano zero.

Chi parla più della colossale nube tossica che ricoprirebbe l’Asia, tendendo a spostarsi sempre più verso l’Europa? Si è dissolta oppure è sempre lì a minacciare la nostra salute? Ci ricordiamo più della bella New Orleans e della devastazione provocata dall'uragano Katrina o dello tsunami catastrofico che, sempre nel 2005, ci fece andare per traverso il panettone mentre migliaia di persone morivano?
Chi si interessa delle conseguenze a medio e lungo termine della sistematica contaminazione da uranio impoverito degli ultimi teatri di guerra, dai Balcani alla Mesopotamia? Solo qualche famigliare di militare colpito da cancro che ha la costanza di rompere i coglioni ai media ogni giorno per farsi ascoltare. I bambini nati con atroci deformità in Iraq non interessano a nessuno, figuriamoci a coloro che vorrebbero ripristinare il nucleare perché il business dei proiettili all’uranio impoverito non dobbiamo farcelo scappare.
Continuiamo a massacrare milioni di persone per accaparrarsi le ultime gocce di petrolio e l’unica alternativa che riusciamo a pensare è il nucleare, l'arma di Prometeo che ci piace tanto perché ci ha fatto simili a Dio con il fuoco distruggitore.

E’ un mondo di merda ma per colpa nostra, l'abbiamo cagata noi. Dovevamo rimanere i custodi di questo meraviglioso pianeta ma abbiamo cominciato a comportarci come se ne fossimo i padroni.
I segnali di una coscienza ambientalista ci sono ma mancano i suoi megafoni che, anzi, sono incaricati di minimizzare. Se un uomo si incatena ad un albero è un povero esaltato, le montagne crollano ma nessun turista è morto. Non è successo nulla.

Questo post è il mio contributo per il BlogActionDay 2007.

martedì 10 luglio 2007

Un pollo buono da svenire

Che succede da Amadori, il fiore all’occhiello dell’avicoltura italiana? Gola secca, stanchezza, mal di testa, vomito e svenimenti non colpiscono i polli (che pure avrebbero ogni ragione per sentirsi a disagio in un ambiente che li trasforma a tradimento in crocchette) ma le operaie che lavorano nei vari reparti. Soprattutto in quello del “taglio tacchini”, all’improvviso, paf! un’operaia cade a terra come una pera e non ci si riesce a spiegare il mistero.
L’Area 51 ha traslocato a San Vittore di Cesena? Pare addirittura che il problema, intensificatosi negli ultimi giorni, sia iniziato nel mese di marzo.
Anche dopo il lavoro, le lavoratrici riferiscono di soffrire di sonnolenza e altri disturbi.

L’unica spiegazione finora trovata, a parte la diagnosi di “psicosi collettiva” fatta da brillanti medici locali, per questo X-file tutto romagnolo, è la carenza di ossigeno all’interno dei reparti di lavorazione. L’ossigeno calerebbe per un complicato fenomeno che ha a che fare con le modalità di soppressione degli animali. Per macellare i tacchini maschi al ritmo di 1400 l’ora, questi bestioni anche di 30 chili vengono appesi e fatti passare in un tunnel nel quale viene immesso un gas contenente anidride carbonica. Una volta inscimunite, le povere bestie vengono terminate mediante una lama elettrica. Non succede solo da McDonald’s, a quanto pare.

Gli esperti che hanno elaborato “l’ipotesi del tacchino gasato” sostengono che l’anidride carbonica verrebbe assorbita dai tacchini e rilasciata nell’aria che respirano le operaie che in seguito li manipolano. Mah…
Per sicurezza, da qualche giorno i tacchini non vengono più gasati ma vanno direttamente alla sedia elettrica e si attendono i risultati delle analisi eseguite dagli scienziati della Clinica del Lavoro di Pavia. Una sorta di RIS della cotoletta.

Sembra comunque che, nonostante la discesa nei reparti in tuta da contaminazione da livello 4 stile “Virus letale” del gran patriarca Amadori e di tutta la famiglia, il problema persista. Sarà stata l’emozione, o il suo fascino da testimonial del piccolo schermo, ma due operaie sono proprio svenute ai suoi piedi.

sabato 5 maggio 2007

Teniamo na minchia tanta

Eh si, noi faentini siamo fortunati. Eccolo il traliccione di 40 metri eretto in mezzo alle case di un quartiere di recente costruzione che ospita le antenne di telefonia mobile, soprattutto Vodafone e Tim e quelle della protezione civile e del Comune.

Il “cosone” ha provocato la nascita di un comitato di protesta da parte degli abitanti delle case limitrofe.
Il comitato si è battuto prima per impedirne la realizzazione, poi ne ha chiesto lo spostamento 400 metri più in là, più lontano dalle case verso la campagna ma la proposta ha incontrato l’opposizione degli operatori di telefonia.
Infine, una volta tirato su, perché il Comune aveva già concesso l’autorizzazione, si batte perché siano stabiliti gli effettivi rischi della sua collocazione così vicino al centro cittadino.
Tra parentesi, apprendo che in Faenza esistono già altre 46 antenne e microcelle di telefonia che, facendo due conti, mi sembrano tante, per una città di 55.000 abitanti più o meno. Ma se si obietta ci viene detto che se il cellulare non prende poi sono cazzi nostri.

In questi casi, come sempre, le opinioni si estremizzano. C’è chi è convinto che questi pistoloni emettenti onde elettromagnetiche siano perfettamente innocui, tanto da esortarne l’apparizione un po’ in tutti i condomini, al posto delle vetuste antenne televisive.
Anzi, magari fanno pure bene, a parte lo spiacevole inconveniente di prendere la scossa dandosi la mano e ritrovarsi un mattino con una pettinatura afro stile Blaxploitation.

Gli altri, gli ecocatastrofisti, sono convinti che facciano venire il cancro, che facciano impazzire i neuroni e che insomma siano molto, molto amari. Altro che capelli ricci, questi bigoloni ti renderebbero presto dei candidati all’obitorio.
Io sono un po’ preoccupata perché il grande totem è situato a 2/300 metri da dove lavoro e perché in genere per queste cose sono più per esagerare piuttosto che per minimizzare i rischi. Non si sa mai. A Genova si dice: non ci credo ma dammi un po’ le chiavi.

Mi piacerebbe che gli scienziati potessero chiarire una volta per tutte questi dubbi ma ho l’impressione che non sia per ora possibile. Primo perché occorre tempo per studiare gli effetti dell’esposizione alle onde elettromagnetiche che è troppo recente per offrire una casistica statisticamente sufficiente. Secondo, ci potrebbe essere il sospetto che se anche queste onde facessero male loro direbbero che non è vero. Soprattutto se il congresso al quale hanno appena partecipato era sponsorizzato da un’azienda di telefonia.

A me ha interessato comunque la reazione creativa degli abitanti del quartiere faentino. L’associazione fallica è evidente nel tono degli striscioni che vi propongo e che io trovo molto divertenti. La fantasia umana è impagabile, soprattutto quando si sbizzarrisce con le metafore sessuali.

Il “Ridateci gli zingari”, che io trovo geniale oltre che paraculo, si riferisce al fatto che in quel quartiere sostava un campo nomadi, causa di continuo malumore negli altri abitanti, ma evidentemente percepito ora come male minore rispetto al maxi-vibratore. A proposito, ma chi l'ha pensata, questa? Maschio o femmina? Quale inconfessabile fantasia nasconde?
C’è materiale a iosa per sociologi e psicoanalisti in quegli striscioni.
Per ora rimangono lì, ma uno che accennava a “interessi” dell'amministrazione comunale in conflitto con il problema dell’inquinamento magnetico è stato rimosso nottetempo dai vigili. Chissà come mai? A qualcuno sarà bruciato il sederino?

domenica 14 gennaio 2007

Grossi e coniglioni

L’animalaccio che vedete nella foto qui a sinistra pare sia un vero coniglio di dimensioni orrende, allevato da un signore tedesco (parente di Mengele?) che non oso immaginare che cosa e quanto dia da mangiare alle povere bestie per farle diventare così.
E ce ne sarebbero altri al mondo, almeno secondo il sito che controlla le leggende metropolitane e la seriosa BBC (vedi foto sotto, minchia che zampe!).

Peggiore dell’incubo di Donnie Darko, questo coniglio gigante occhieggia oggi dalle pagine del Corriere della Serva in un articolo che spero sia solo una colossale bufala.

Secondo la serva e il suo corriere, il dittatore nordcoreano Kim Jong Il vorrebbe importare questa razza di coniglioni dalla Germania per allevarli in Corea e sfamare così i suoi sudditi oppressi da una cronica carestia.
Il giornalista solleva giustamente il problema di come sopperire al costo del mangime per l’ingrasso dei bestioni.

Già, sarebbero i coreani così coniglioni da coltivare quintali di insalata e carote per darle da mangiare agli animaloni pelosi? E siamo sicuri che sarebbe facile catturare e far fuori dei megaconigli che potrebbero anche aver sviluppato la perfidia e l’intelligenza di un Bugs Bunny?
Un altro motivo per non stare tranquilli è che i dittatori hanno idee stravaganti e assurde e che le dittature forniscono oppositori a vagonate. Sai che bei coniglioni grassi potrebbero venir fuori se a Kim venisse l’idea?

Sarà che oggi per disgrazia e combinazione ho cucinato e mangiato del coniglio arrosto, ma vi domando: mangereste voi cotale animalone, con contorno di patatine? Io no e più vedo certe foto e leggo certi articoli, più apprezzo una bella insalatona mista.

martedì 9 gennaio 2007

Cozza nostra

Non mangio cozze dal 1973, o giù di lì. Vi erano stati dei casi di colera a Genova, attribuiti al consumo di mitili pescati in acque inquinate. Proprio in piena crisi sanitaria fui invitata a pranzo da una compagna di scuola la cui madre, evidentemente all’oscuro dei fatti di cronaca, aveva preparato un menu quasi interamente a base di cozze: impepate, impanate e ripiene, in guazzetto. Una tragedia. Ne assaggiai una e poi svenni.

Da quel momento ho una vera e propria avversione per la nera conchiglia e il suo zozzo abitante, rinforzata anni fa in occasione di un mio ricovero per tossinfezione alimentare. Tra i compagni di sventura del reparto, come volevasi dimostrare, ve ne era uno che aveva mangiato cozze crude, ovvero una specie di kamikaze.

In realtà in questo post non volevo parlare di cozze, ma in generale dei mali della globalizzazione.
Fa parte del mio lato maniacale, ma di ogni prodotto che soppeso ed eventualmente acquisto al supermercato io controllo sempre il luogo di provenienza perché da quando il miele è argentino, il tonno keniota, i merluzzetti sudafricani e gli asparagi cinesi, il mio lato fobico si sente molto a disagio.
Una volta il massimo dell’esotico erano le prugne dalla California, ma tutto sommato stavi tranquillo, l'America è l'America e ti facevi anche un viaggio virtuale sulla mitica Route 66.
Di questi tempi il posto più vicino dal quale provengono le zucchine è il Marocco, una volta fornitore dei più esotici datteri.

Sono certa che il mio sia un orrendo pregiudizio vagamente razzista e che le condizioni igieniche nelle quali vengono preparati cotali prodotti di origine esotica siano meglio delle nostre ma tant'è, ognuno di noi ha avuto un amico che in viaggio di nozze in Messico ha avuto la cagarella... Mogli e buoi, nel senso di bistecche, dei paesi tuoi.

Per quanto riguarda i surgelati, leggere le etichette sta diventando più traumatizzante per me della lettura dei “bugiardini” dei farmaci.
Le vongole, ad esempio, che io mangio regolarmente non essendone stata traumatizzata da piccola, mi aspetterei che provenissero dall’Adriatico, ovvero da dietro l’angolo. Invece l’altro giorno ti leggo “pescate nel Mar Nero”. I gamberi? Dal Vietnam. Le odiate cozze? Thailandesi. Quegli invitanti preparati per lo spaghetto “allo scoglio”? Pescati nel Pacifico.

Cosa pensa a questo punto il mio lato fobico? Che nel Mar Nero ci sarà sicuramente della contaminazione radioattiva per qualche sottomarino russo difettoso, che in Vietnam hanno usato i defolianti come l’Agente Orange, che in Thailandia hanno avuto lo tsunami e le cozze si nutrono di ogni schifezza che finisce in mare compresi i cadaveri, e che se l’hanno veramente pescato vicino a Mururoa, il tuo “scoglio” si vedrà anche al buio.

No, scusate ma non fa per me. Rivoglio le mie vongole dall’Adriatico e la mozzarella di Aversa. Oppure mi rifugio nella polenta e capriolo. Sempre che il capriolo non venga dalla Mongolia e sia veramente capriolo e non… ma non voglio nemmeno pensarci.

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