mercoledì 30 agosto 2006

La Fallaci sulla finale dei mondiali

Tra i commenti sull'imminente finale dei mondiali non poteva mancare il commento di Oriana Fallaci, che volentieri pubblico.

"Vi sono momenti nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo, perdio.
Io non seguo il calcio, che trovo un divertimento adatto solo a dei fottuti idioti, ma non si può non tifare Italia per il bene del nostro povero paese e dell’Eurasia.
Ma li avete visti i cosiddetti francesi? Voltaire si rivolterà nella tomba, si permette perfino ai musulmani di scendere in campo con quel Zidane, bella faccia da stupratore.
Volete che le vostre figlie siano costrette alla guepiére e i ragazzi obbligati ad bere champagne? No, piuttosto che vedere una copia della tour Eiffel vicino alla mia casa a Radicofani ci piazzo sotto una bomba.
E ora non chiedetemi più nulla, maremma maiala. Meno che mai, di partecipare a cortei o a schiamazzi notturni. Quello che avevo da dire l'ho detto. La rabbia e l'orgoglio me l'hanno ordinato. Ma ora devo rimettermi a lavorare, non voglio essere disturbata. Punto e basta, e levatevi da ‘oglioni. "

Oriana vera o falsa?

lunedì 28 agosto 2006

L'uomo che sapeva (troppo?)


Tra pochi giorni saranno trascorsi cinque anni dalla tragedia dell’11 settembre 2001. Nei mesi precedenti a quel terribile evento ci fu una persona che si batté come un leone per evitarla ma non fu ascoltato, anzi la sorte volle che morisse anche lui assieme alle altre 2806 vittime di quel giorno. Chi non ha voluto ascoltare John O’Neill e perchè? E’ stata solo un’imperdonabile leggerezza?
La sera del 10 settembre 2001, alcuni amici stanno cenando in un ristorante chic, l’Elaine’s, nell’Upper East Side di New York. Uno di loro è John O’Neill, 49 anni, ex pezzo grosso dell’antiterrorismo FBI, dimissionario da un mese e neo responsabile della sicurezza del World Trade Center.
Succederà qualcosa… qualcosa di enorme… Ci sarà un cambio… una grossa scossa” confida preoccupato ai suoi ospiti. “Non mi piace come si stanno mettendo le cose in Afghanistan” [il giorno prima era stato assassinato il leader afgano Ahmed Shah Massoud]. Chris Isham, di ABC News, gli dice scherzando: “Adesso hai un lavoro tranquillo nel WTC, lì non metteranno bombe un’altra volta.” O’Neill risponde: “Stanno ancora pensando di finire il lavoro. Lo faranno di nuovo.”
John O’Neill era entrato nell’FBI nel 1976 e nel 1995 era approdato all’antiterrorismo, fungendo da uomo di collegamento con le altre agenzie governative come la NSC e la CIA. Esperto assoluto di terrorismo internazionale, contribuisce a far catturare Ramzi Yousef, l’uomo dietro il primo attentato al World Trade Center nel 1993.
Nel 1996 investiga sull’attentato alle Khobar Towers di Dharan, Arabia Saudita, dove rimangono uccisi 19 soldati americani e altri 500 vengono feriti dall’esplosione. E’ a quell’epoca che John per la prima volta si accorge della reticenza dei suoi superiori, come il direttore Louis Freeh, ad investigare sulle responsabilità terroristiche dell’Arabia Saudita.
Il 7 agosto del 1998 due esplosioni scuotono le ambasciate Americane a Nairobi, Kenya e a Dar es Salaam, Tanzania, causando 224 vittime e migliaia di feriti. O’Neill non ha dubbi, solo Al Qaeda può aver realizzato un attentato così sofisticato.
Nel 1999 un banale incidente alla sua macchina e l’utilizzo di un’auto dell’FBI per portare la moglie all’ospedale lo fanno finire sotto inchiesta interna. E’ l’inizio di una lunga serie di episodi di mobbing che lo porteranno infine alle dimissioni dal Bureau.
Nel luglio del 2000, durante una conferenza in Florida, John risponde ad una chiamata al cellulare e si allontana momentaneamente dalla sala. Al suo ritorno la sua valigetta contenente importanti documenti è sparita. Nonostante questa venga ritrovata praticamente intatta poche ore dopo, l’episodio dà adito all’ennesima inchiesta disciplinare contro di lui.
Il 12 ottobre, nella Baia di Aden in Yemen l’attentato alla USS Cole provoca la morte di 17 marinai americani. O’Neill è inviato ad investigare sul posto ma l’ennesimo ostacolo alle sue indagini è rappresentato dall’ambasciatrice Barbara Bodine, la quale non sembra apprezzare la presenza sul suo territorio di centinaia di agenti dell’FBI in cerca di prove. Nel gennaio del 2001, dopo una breve licenza negli Stati Uniti, O’Neill vuole ritornare in Yemen per seguire le tracce della locale cellula di Al Qaeda, ma sorprendentemente la Bodine gli nega il visto d’entrata. Nonostante questa imperdonabile leggerezza nel sottovalutare il pericolo Al Qaeda l’ambasciatrice sarà in seguito premiata con la nomina a coordinatrice per l’Iraq centrale dell’amministrazione civile americana nel 2003.
Durante la primavera e l’estate del 2001 John O’Neill è sempre più frustrato di vedere le sue indagini cadere nel nulla, come i suoi sforzi per incastrare Al Qaeda ed i suoi più pericolosi terroristi. Privati della copertura necessaria, gli uomini di O’Neill sono costretti ad abbandonare lo Yemen in giugno nonostante siano riusciti ad arrestare il terrorista Fahad al-Quso, legato a due uomini che sarebbero divenuti celebri come pilota e copilota del volo 77 dell’American Airlines che si sarebbe schiantato contro il Pentagono.
Anche il neo direttore ad interim dell’FBI Tom Pickard non è da meno nel mettergli i bastoni tra le ruote. Un ulteriore motivo di delusione è rappresentato per John dalla scoperta dei finanziamenti della famiglia saudita a Osama Bin Laden e dalla sensazione che l’amministrazione USA non voglia inimicarsi troppo i sauditi per ragioni petrolifere. Queste rivelazioni sono inserite nel libro “Bin Laden la vérité interdite” (Bin Laden la verità proibita) di Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquié, pubblicato alla fine del novembre 2001.
John lascia definitivamente il Bureau il 22 agosto e accetta un nuovo lavoro come capo della sicurezza del WTC . [New Yorker, 1/14/2002]
L’11 settembre è al 34° piano della Torre Nord, nel suo ufficio. Non farà in tempo a vedere confermati i suoi sospetti, a vedere i membri della famiglia Bin Laden scorrazzare liberamente per gli Stati Uniti nei giorni successivi, gli attacchi all’antrace, la guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq, la fallimentare rinuncia alla cattura di Osama. L’uomo che sapeva troppo, il figlio di un taxista di Atlanta, amante della bella vita, amico di Robert De Niro, lavoratore instancabile e segugio dal fiuto infallibile, morirà assieme alle altre 2806 vittime degli attacchi alle due torri.
Su John O’Neill sono stati realizzati: un bel documentario, “The Man Who Knew”, trasmesso anche dalla RAI nella rubrica “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli e un film intitolato “Chi ha ucciso John O’Neill” dei registi indipendenti Ty Rauber e Ryan Thurston.

giovedì 24 agosto 2006

Da morire dal ridere

Uno normalmente penserebbe che lavorando nel settore funerario si debba essere persone tristi, vestite di scuro, sempre sull’orlo della depressione, con le pastiglie del Prozac al posto dei Tic-Tac.Niente di più falso. Credete a me che, pur solo per otto mesi, ci ho lavorato.

Avevano bisogno di qualcuno che sapesse usare i computer per gestire tutto il settore della grafica. Traduzione: facevo al computer le “mortine” (o ricordini), i manifesti, l’impostazione per le scritte sulle lapidi e intanto tenevo aperto il negozio sul viale del cimitero dove si ordinavano le lapidi, e si comperavano i vasetti per i fiori e le cere per lucidare il marmo.
Ehi, ragazzi, cosa fate con le mani nei pantaloni? E’ un mestiere come un altro. Non vi piacciono i film horror, “Quella casa accanto al cimitero?”, “Zombi 1,2,3 e 4?”
Dicevo all’inizio che si rideva. E come fai a non ridere con quello che può capitarti? Giuro che sono tutti fatti veri visti con i miei occhi:
La signora che entra in negozio e chiede se facciamo le fotoceramiche. Io rispondo “si, ha la fotografia con sé”? E lei, “certo” e tira fuori la foto del cane. Una lacrimuccia a lato dell’occhio destro, “Questo è Boby, mi è morto da poco e con mio marito vorremmo fargli la tomba in giardino”. La signora rinunciò all'idea e cominciò ad elaborare il lutto quando venne a sapere il prezzo della fotoceramica: 120.000 (si andava ancora in lire).
Ancora cani. Una mattina mi chiamano nel laboratorio delle lapidi per una impostazione urgente. Vedo la mia collega sorridere, e capisco il perché quando leggo il nome della bestia da incidere sul marmo: “STRESS”.
Le foto per i manifesti metterebbero alla prova anche i maggiori esperti di Photoshop. Ho dovuto sudare sette camicie in molte occasioni: con quello che mi porse la foto della madre e mi chiese se per favore potevo “toglierle i baffi”, con quell’altra vedova che mi portò la foto del matrimonio da dove dovetti cancellare, nell’ordine: lei (che era abbarbicata al marito come una piovra, con braccia dappertutto), gli invitati e lo sfondo che andava sostituito con il giardino di casa. Un’altra volta alla foto (a colori) del defunto doveva essere aggiunto un cane, del quale c’era però solo la foto in bianco e nero.
Con le lapidi le richieste strane non mancavano. Una tipa voleva, al posto del solito Cristo o mazzo di rose, un gabbiano, perché il morto amava tanto il mare. Ok, cerca pure qualche immagine bella di gabbiano con il suo piumaggio bianco e nero, il becco tornito ecc. ma non era mai soddisfatta: “più stilizzato, più semplice!..” Alla fine, sul punto di strangolarla le chiesi di disegnare lei ciò che voleva e lei mi fa uno sgorbio, una specie di logo della Nike. Ma vaffan…
Come si fa a non ridere quando, nel tirare su la cassa al funerale, ad uno dei portantini si strappano i calzoni dalla cintura fino al cavallo? O quando sei a tarda sera ancora in laboratorio per finire un lavoro e arriva una scossa di terremoto del 4° Richter che fa tremare tutte le lapidi, con tintinnio di portafiori e croci? Non è meglio di Dario Argento?
Sono ancora in rapporti di quasi amicizia con uno dei titolari della ditta, ogni tanto passo di lì e ci facciamo due risate. A proposito, le bare come nell’immagine le ha veramente nell’esposizione di cofani del retrobottega. Pare che vadano molto. ;-)
P.S. Se ancora non credete che i beccamorti abbiano il senso dell'umorismo andatevi a guardare questo calendario, altro che Max!

lunedì 21 agosto 2006

Passiamo dall'IKEÁ

Ho letto un divertentissimo post dell’amico Cima su una sua visita all’IKEA e non posso che condividere ciò che lui ha scritto.

Credo che l’IKEA sia un non-luogo, uguale a se stesso sia che tu sia a Parigi (dove giustamente la chiamano IKEÁ, con l’accento) o a Casalecchio di Reno, come nel mio caso, e sono sicura che anche lui e i suoi bambini mappini avranno notato i nuovi peluche in vendita nel paradiso svedese del consumatore.
Io ho comperato questo, che non è un topo, è proprio una zoccola da chiavica , tanto è grosso, ma a me è piaciuto tanto. Sarò normale?

Sempre meglio però dello squalo di peluche, della piovra o del pipistrello (qual è il target: i bambini della famiglia Addams?) E la testa di cavallo Minnen, che mi ha fatto pensare alla famosa scena del Padrino?
Mi hanno fatto molta tristezza i pupazzetti dei mostriciattoli alieni, tutti invenduti e al prezzo stracciato di un misero euro. Forse è vera la teoria che l’oggetto transizionale, ovvero ciò che pomposamente per la psicanalisi è l’orsacchiotto, deve essere qualcosa di familiare, con il quale il bambino possa identificarsi. L’alieno è effettivamente un po’ forte, a parte forse per il figlio di Mulder e Scully.

Un classico argomento di satira sull’IKEA sono i nomi degli articoli, ma non vedo qual’è il problema. Se al posto di KLIPPAN o MINNEN, O KLAPPA ci fossero, mettiamo, nomi derivati dai dialetti italiani, non sarebbe lo stesso?

Ve lo immaginate? L’IKEA è diventata una grande multinazionale italiana, nel suo ristorante si mangiano spaghetti, pizze e polpette di mandolino. Gli articoli hanno nomi curiosi come CREUZA (una simpatica scaletta), BELINUN (i genovesi se lo traducano come vogliono), PIRLA (uno scaffale componibile), BALENGO (sono indecisa tra un divano e un dondolo), GUNDUN (sempre per i genovesi, tanto gli altri non capiscono e lo comprano come strofinaccio da cucina), CABBASISI, OSEO, SPACCASTROMMOLE (un martello?), FETUSO, SOCMEL (questo se lo gestiscano i bolognesi) e via discorrendo.

Una cosa che ti fanno notare e diciamolo, che ti fanno pesare all’IKEA è quanto sono bravi a contenere i prezzi. Ovunque trovi cartelli con scritto: “Lo sappiamo che portarsi il divano in spalla fino a casa è fatica, ma vuoi mettere il risparmio?” “Hai dovuto noleggiare un furgone per venire a ritirare i mobili? Vedrai che in un paio di anni ti rifai della spesa”.
Il più inquietante però è al self-service, dove c’è scritto: “Se riporti il vassoio tu possiamo risparmiare sul personale”. A me è andato il salmone all’aneto di traverso. Poi, quando mi sono alzata con il vassoio per portarlo nell’apposita rastrelliera, una giovane donzella in divisa IKEA si è precipitata e mi ha letteralmente strappato il vassoio dalle mani. E’ un simpatico gioco aziendale. Se i dipendenti riescono a intercettare più di 100 vassoi al giorno l’IKEA li tiene per altri 15 giorni a progetto.

Infine i bambini. Non capisco perché il cliente medio dell’IKEA abbia sempre con sé non meno di tre bambini, tutti da sedare con il Ritalin.
Nonostante all’ingresso vi sia un’area attrezzata apposita per parcheggiarli i genitori insistono nel trascinarseli dietro per tutto il magazzino assieme alle megaborse gialle di plastica piene di cianfrusaglie.
Oppure è un’altra trovata dell’IKEA, consegnare all’ingresso anche a chi non ha figli una bella terna di marmocchi, come accompagnatori, per non farli sentire soli.
Io credo che i genitori non si fidino di lasciarli a nuotare ed essere risucchiati e sparire tra le palline colorate del pentolone nell’entrata. Tra le leggende metropolitane sull’IKEA c’è anche quella che le polpette svedesi le facciano con i poveri resti…

venerdì 18 agosto 2006

In che cosa posso esserle inutile?

Dite la verità, non mascheratevi dietro un buonismo ipocrita, cosa ne pensate veramente, ma proprio veramente, degli operatori dei call-center?
Non ditemi che fanno un lavoro infame, che sono co-co-costretti a lavorare per pochi centesimi e ne hanno per le palle di essere co-co-cortesi. Posso essere sempre dalla parte dei lavoratori, soprattutto di quelli sfruttati ma se uno mi risponde come quella signorina che giorni fa mi ha risposto al call-center di Sky mi sento come Mr. Blonde quando accende la radio e mette mano al rasoio.

Avevo chiamato per una cosuccia da niente, un aumento non annunciato dell’abbonamento mensile, ma la donzella, che doveva essere in realtà Murdoch in persona in uno dei suoi più riusciti travestimenti, mi ha risposto che dovevo accettare la modifica della tariffa perché così stava scritto nel contratto. Il tutto con il tono strafottente di chi sa di essere dalla parte del più forte. Ho cercato di essere gentile, anche se il sangue era già alla testa: “Signorina Schultz….” Ma lei insisteva che ormai era tardi, avrei dovuto disdire due mesi fa, adesso (questo era il senso e il tono) erano stracazzi miei. Ecco, una vera collaborazionista, da suggerire per il ruolo di kapò.

Quelli dei call-center sono di due specie: quelli che “ti chiamano loro” e quelli che “li chiami tu” per bisogno. Difficile capire quali sono i peggiori anche se a volte, nella seconda categoria, se ne trovano di quasi umani e pensanti, come l’operatrice di UPS che mi ha risposto l’altro giorno, che credo fosse fornita anche di pollice opponibile.

Gli appartenenti alla prima categoria telefonano all’una meno cinque mentre sto scolando la pasta o friggendo i fiori di zucca per dirmi che “la Telecom sta rinnovando tutti i suoi impianti (??) e quindi tra 15 giorni mi arriverà un pacco….”
Al che io urlo “Come, come?? Alt, lei vuole vendermi la ADSL?!”
Silenzio dall’altra parte, “si, veramente stiamo in promozione con Alice…”
Ho istruito i miei anziani genitori a legarsi all’albero maestro e tapparsi le orecchie con la cera quando telefonano queste “sirene” propalatrici di notizie false e tendenziose, dopo che un mio amico si è vista installata l’ISDN senza averla mai chiesta, solo per aver risposto alla signorina “si, mi dica”. Non potrò mai dimenticare un certo Pedro, dallo spiccato accento sudamericano, che mi tenne al telefono un quarto d’ora, sempre per Telecom, finendo per raccontarmi delle bellezze della Patagonia.

Ci sono quelli che ti chiamano per offrirti buoni premio se ti presenti all’Hotel Tal dei Tali il prossimo sabato, quelli che devono venderti per forza sei ettolitri di vino e olio extra-vergine di oliva, gli altri che vogliono rifilarti abbonamenti a “Brava Casa” (!!). Quelli che si presentano come araldi di Piepoli incaricati di un sondaggio e poi scopri che ti vogliono vendere la solita paccottiglia inutile.
Molesti, invadenti, inopportuni, come le mosche cavalline. E poi vanno a ondate, come una volta gli avvistamenti di UFO. Per giorni non li senti, poi improvvisamente tutti insieme: in un giorno sette telefonate.

Quelli della seconda categoria invece sei costretto a chiamarli tu perché hai bisogno di comunicare con i loro padroni, tipo la stronzetta di Sky di cui sopra. Io dico che li addestrano con cura affinché non riescano a darti le informazioni che cerchi e in più per i più bravi c’è anche il diplomino da rottweiler. Per la mia esperienza la Palma d’Oro va a Tiscali. Per un cambio di dominio web ricordo una dozzina di telefonate, sempre a vuoto, con la signorina che non capiva una cippa e ogni volta mi indirizzava al numero e al collega sbagliato. Un’incubo. Ma anche Wind non se la cavò male in una serie di occasioni, anzi penso che quasi quasi ci si orienterà per l’ex-aequo con Tiscali.
Riassumento, inutili quando li chiami, invadenti quando ti telefonano.

Ho deciso, la prossima volta che mi chiama Telecom, che è la più assidua in assoluto, uso una nuova arma, la supercazzola:

“Pronto?”

”Buongiorno, sono Arcibalda della Telecom, potrei parlare con qualcuno che utilizza l’ADSL in casa?”

“Signorina, sbiriguda Alice come se fosse antani anche per l’ADSL in due, oppure in quattro computer anche scribai con cofandina; con scappellamento mensile, un po’ prematurata la banda larga, mi scusi dei tre telefoni qual è come se fosse tarapia tapioco che avverto la supercazzola? …. Pronto, signorina, pronto????”

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