venerdì 6 maggio 2016

La propaganda e le rigiratrici di hamburger



La Legge dell'Hamburger:

"Ogni messaggio veicolato dalla propaganda contiene una parte di verità (la polpetta), racchiusa tra strati di falsità (insalata, formaggio, maionese, pane, cipolla, peperone, spezie) che ne coprono ed alterano il sapore fino a nasconderla."

Decostruire la narrazione della propaganda è facile come togliere il ciuccio ad un infante per chi impara a farlo. Considerate questo mio articolo un mini-corso di sopravvivenza alla menzogna quotidiana. Per l'analisi prenderò come campione un brano perfetto per l'occasione: questa velina dal titolo:

"Cos'è il piano Kalergi, la bufala dei migranti che uccideranno gli europei". Un mix di razzismo e catastrofe che gira su Internet e si rifà alle teorie di un intellettuale asburgico. Che però sosteneva cose molto diverse.


Innanzitutto riconosciamo il marchio della Bestia, la parola bufala, che nessun articolo scientifico conterrà mai ma che è presente in ogni articolo di propaganda. Parola che è riservata al pubblico degli ungulati ruminanti questo tipo di giornalettismo, ai quali non interessa sapere - in questa fattispecie - cosa scrisse veramente Richard von Coudenhove Kalergi su meticciato ed Europa, ma si fidano di ciò che racconta loro sotto dettatura la signora Amodeo. La quale non sa molto di cosa stia parlando ma si fida sempre di ciò che le dettano. "Veniamo noi con questa mia addirvi."

Un titolo serve per acchiappare e qui l'acchiappo è la parola razzismo, rinforzata da catastrofe, che serve ad aumentare la tensione emotiva e a titillare le amigdale degli antirazzisti di Pavlov, risvegliati dal risuonare degli allarmi del politicamente corretto.
Gira su Internet è dispregiativo - nonostante la Amodeo stia scrivendo e girando l'hamburger proprio sulla piastra di Internet - e intellettuale asburgico serve ad allontanare il problema, a decontestualizzarlo e confinarlo in un ormai defunto passato. Gli Asburgo sono qualcosa che appartiene alla storia, non alla cronaca. Quindi il problema è fantasmatico, non esiste (più). 
Sosteneva cose molto diverse è una pura illazione e, leggendo l'articolo, scopriremo addirittura che la differenza è quasi impercettibile.

Un bel Big Mac già dal titolo, per cominciare, vero? La polpetta (avvelenata) è proprio quel "i migranti uccideranno gli europei". Non lo faranno mica per cattiveria, porelli, ma per un puro fato etologico e matematico. Quando una popolazione ad alta natalità sorpassa di numero quella a bassa natalità alla quale va a sostituirsi quasi esponenzialmente, la prima tenderà a sopraffare la seconda. Quando una musulmana con un utero incontra un'europea con una carriera, l'europea è una donna morta. Senza contare la spiccata vocazione all'aggressione delle popolazioni scelte per l'immigrazione sul nostro territorio. Ma questa è scienza, non giornalismo. È multidiscliplinarietà, non multiculturalismo.
Procediamo ora all'autopsia vera e propria dell'articolo.


La citazione di Salvini equivale alla pisciata per marcare il territorio e a identificare con nome e cognome il nemico. Si può smontare pezzo per pezzo è la parola d'ordine della loggia dei debunkers. Loro smonterebbero anche, meschini, ma il problema è che poi non riescono a rimontare i pezzi per ricostruire un'ipotesi diversa da quella che hanno fatto a pezzi.
I dati sono poco certi. Amodeo non dice quali e a ragione. Infatti non sa proprio a quali riferirsi. E' una frase ad effetto, un riempitivo. Una spruzzata di ketchup. Non vi sono dati certi. Appunto. Chi va a controllare?

Non esistono popolazioni che abitano l'Italia da "qualche secolo" è il primo tocco magistrale alla Goebbels. Ricordate? "Più una bugia è grossa e più la gente la crederà." Un lettore normale, di fronte a questa sorprendente affermazione, chiuderebbe la pagina e tornerebbe su YouPorn, ma ricordate che abbiamo a che fare con ungulati, che non possiedono facoltà cognitive superiori. La cazzata sugli italiani che non esistono - perché tale è il messaggio buttato lì, così - passa tranquillamente la dogana del comune buon senso. Basterebbe pensare ai sardi, lì da 18.000 anni o a coloro di noi che discendono loro malgrado da Etruschi, Romani e Villanoviani. Ma lasciamo perdere.
L'ultimo paragrafo - qui invece i dati ovviamente sono dati per certi, neanche a dirlo - è una fallacia che non tiene conto della progressione nel futuro del fenomeno descritto. Se si continua a far entrare migranti in quantità sempre maggiori è evidente che presto saranno ben più del misero 8% attuale. 
La nostra cara ONU, nel rapporto sul "Ripopolamento per sostituzione" qui citato già innumerevoli volte in articoli precedenti, nel capitolo dedicato all'Italia, così recita:
"Moreover, nearly four fifths of the resulting 2050 population of 194 million would be made up of post-1995 immigrants or their descendants. In the absence of migration, the figures show that it would be necessary to increase working age to 74.7 years to obtain a potential support ratio of 3.0 in 2050. To maintain in 2050 the 1995 ratio of 4.1".
"Quattro quinti della popolazione di 194 milioni risultante nel 2050 sarebbero formati da immigrati post 1995 e dai loro discendenti."

Altro che sessanta milioni di abitanti. Pensate ad un'Italia con quasi 200 milioni di abitanti, una Sowetona con i pochi bianchi rimasti ormai chiusi nelle riserve protette da recinzioni elettrificate. E' lo scenario più hard (e francamente assurdo) proposto dai demografi ONU, d'accordo, ma se l'hanno scritto vuol dire che qualche straccio di ricerca scientifica per farlo l'avranno avuta. O no? (Tra parentesi, e detto tra me e voi, a me questo peiperone sembra ancor meno scientificamente attendibile dell'articolessa della Amodeo, ma fate finta che non abbia detto niente).

Proseguiamo.


Mia cara Amodeo, se invece della Treccani, nota enciclopedia allineata e del suo vocabolario, avesse attinto direttamente al pensiero dell'estensore del concetto di genocidio, l'avvocato Raphael Lemkin, ispiratore della "Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio", saprebbe che la sua definizione di genocidio comprendeva in origine anche la componente culturale, da lui chiamata "vandalismo". Traggo dal noto sito complottista Wikipedia.
Per genocidio culturale dei membri di una popolazione si intende:


Strano, a me stanno fischiando le orecchie, e a lei no? Definire un concetto in maniera parziale ed adattata al proprio ragionamento, escludendone le parti scomode. Esattamente ciò che fece l'ONU stralciando dalla Convenzione la parte relativa al genocidio culturale. Chissà perché?

A questo punto arriva l'immancabile reductio ad hitlerum che si porta su tutto. Il tubino nero della retorica.


Avete individuato da soli la polpetta? Sono certa di si. 
Eh, i Protocolli! Anche il poro Umberto Eco ci imbastì sopra un bel librone fantastorico dico-e-non-dico, zeppo di tirate antisemite da far rizzare i capelli, ma siccome Eco le metteva in bocca all'estensore del libello dell'Okrana, e lui era Eco e noi un cazzo, nessuno ci trovò nulla da ridire. 
Tornando a noi e alla Signora Amodeo; se paragonate qualcosa ai Protocolli è come spargervi sopra l'antrace.

Fa, dice, ma Hitler? Ci arriva.


Fantastica! In poche righe ha messo: Hitler, il negazionismo, l'Austria (prevedendo addirittura il suo destino di nuovo paese canaglia) e il blog di Beppe Grillo! Altro territorial pissing imperiale.
Giunti a questo punto, ricordate che, secondo Amodeo, Kalergi avrebbe sostenuto cose molto diverse?
Mi tocca citarlo personalmente di persona:



L'ineguaglianza giusta, solo quella, basterebbe per mettere mano alla pistola. Ma poi, Amode', la parola eugenismo non ti rode?
Guarda che chi ha scritto la roba qui sopra non è Julius Evola, è proprio Kalergi. Quello lì, quello lì.

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah, l'unificazione dell'Europaaaaaaaaaa!

Ecco cos'erano le cose ben diverse. Un'organizzazione mondiale politicamente unificata. In altre parole un Nuovo Ordine Mondiale, come dicono i paranoici. Però, mi permetta, la delegazione della sovranità assieme al rispetto della diversità culturali locali mi pare un parametro alquanto illogico. Una specie di scontro tra materia ed antimateria, non so se rendo l'idea. Soprattutto osservandone l'attuale applicazione empirica.
L'illogicità è normale. Infatti nella propaganda c'è sempre qualcosa che non torna, un bullone che inceppa l'ingranaggio. Però se lo fai notare, se: "ehi, qui non gira più nulla, si è bloccato!", ti rispondono che sei pazzo e che vedi complotti ovunque. "Sicuramente dirai che sono stati gli ebrei ad inceppare la ruota, vero?" Ti imboccano loro, è comodo.

Ecco infine la chiosa:


Messaggio finale ai cari figli: non sta succedendo niente, i negri vi adorano, gli islamici si toglieranno il pane di bocca per voi, i banchieri non lavorano per il vile interesse ma unicamente per arricchire gli altri e i massoni forse non esistono nemmeno. 
Esiste solo la rete, questa specie di luogo di perdizione. Ricordo che la Amodeo sta ancora rigirando il suo hamburger, ormai bruciato, sulla piastra del sito Linkiesta. Il male è soprattutto Facebook, il vero covo dei carbonari del XXI secolo - dove però c'è anche Claretta, naturalmente.
Carina la stoccatina finale. Non è che siete razzisti, siete proprio ignoranti.
Confesso che Amodeo mi ha delusa nel finale. Come quando il film finisce di botto e tu pensi: " E mo'?" Ma che si finisce un pezzo così? Con la notarella sull'ortografia?
Come mi scriveva sul quaderno la mia maestra Gemma Savarro, facendomi incazzare ogni volta come una pantera: "Brava ma potevi fare meglio".



Disclaimer. L'articolo in oggetto è stato qui dissezionato unicamente per mero scopo scientifico. Nessun ungulato ha subito violenza o è stato sottoposto a costrizione.

mercoledì 4 maggio 2016

Il ritorno del re


Dalla vostra inviata sulla Morte Nera. 


Finalmente l'elettorato americano ha decretato la fine della corsa per la Casa Bianca dell'inutile gregario "El cabron" Ted Cruz, talmente appetibile da riuscire a vincere l'Oscar per il "Miglior Babykissing Epic Fail" e ormai arrancante in agonia sul Pordoi. Sulla sua lapide, opportunamente corredata di schermo a gettone per visionare il filmato, potranno scrivere un giorno: "Ei fu colui che pretendeva di diventare presidente venendo schifato a questo modo dalla propria figlia di sette anni". Ragazzi, che figura di emme!




Rispediti quindi Cruz e Rubio alle rispettive mamacitas, si delinea lo scontro finale tra Donald Trump e il candidato dei neocon Hillary Clinton, escludendo che il vecchio jedi Sanders, la solita comparsa acchiappasinistri, osi pararsi sulla via della strega; perché la regola aurea delle competizioni elettorali americane vuole che scendano nell'arena due candidati: uno di destra e l'altro di estrema destra. 
Stavolta però abbiamo un candidato di destra che a volte sembra più a sinistra di Sanders e una di sinistra che è più a destra di Hitler. 

I giornali italiani, costernati per l'aborto annunciato di Ted Cruz, che avrebbe reso la vita facile alla loro adorata Hillary, la candidata non solo democratica ed  inquantodonna ma soprattutto globalista, sono già in fibrillazione per ciò che si delinea all'orizzonte: l'ipotesi Valanga Trump, l'effetto Reagan. Sono terrorizzati e li posso capire. Questo non è "scherzi a parte", non siete su "Paperissima", sta succedendo davvero.
Trump è il candidato che piace a tutti, che raccoglie consensi da ogni tipo di elettore e che solletica sapientemente la zona più erogena dell'americano: l'orgoglio patriottico.
Difficile credere che in un discorso in piena campagna elettorale un politico dica tutta la verità e non spari qualche fanfaronata ad effetto, tuttavia fa impressione sentirlo annunciare che la sua priorità in economia sarà mettere l'interesse del lavoratore americano al di sopra di quello di altri paesi e che ha intenzione di sanzionare le imprese che delocalizzano il lavoro. Per farvi capire, la Camusso, l'altro giorno al Dia de Muertos del sindacato, ha invocato, con le cifre di disoccupazione italiana che ci ritroviamo, i posti di lavoro per i migranti.
Volete Trump o Camusso? Io non avrei il benché minimo dubbio.

Intendiamoci, non è che Trump sarebbe il nostro salvatore, di noi europei, intendo. Tutto il suo discorso sulla politica estera è stato incentrato sul concetto di "ricostruire la forza dell'America", ovviamente anche in senso militare. Lui si rivolge agli americani e gli interessa l'America. "America first" in tutti i sensi: politico, economico, strategico. Un'America che ci manda a dire: "Se volete essere parte di un'alleanza strategica (parlare a NATO affinché, forse, Israele intenda?) cacciate la grana, aumentate gli investimenti per la difesa, oppure difendetevi da soli".
D'altra parte, un'America che non solo è disposta ma vuole dialogare con Russia e Cina, perché il nemico comune è l'estremismo islamico (scatenato dall'apprendista stregone neocon e non più governabile) ed il cui obiettivo è una pace fondata sul reciproco rispetto tra nazioni. Rispetto che deve fondarsi su un equilibrio di forze. Non escluso un rinforzino, come dico io, a base di testate nucleari di ultima generazione.
Interessante anche il suo accenno al pericolo del globalismo e dell'adesione a "unioni" che prevedono la sottomissione ad interessi sovranazionali. A noi sono fischiate le orecchie.
Anche qui: volete Trump o Napolitano che ci incita a sparecchiare?

Se l'America intesa come comunità, come entità di popolo, non fosse stata davvero umiliata e offesa dalle sue ultime amministrazioni, se il suo prestigio non fosse stato effettivamente minato in questi ultimi quindici anni, Trump non raccoglierebbe tanto sincero entusiasmo e tanto livore da parte degli avversari, che sono i responsabili primari dell'umiliazione.
Trump non è semplicemente il miliardario cafone e fascista, il Berlusconi newyorkese qualunque che vorrebbero far credere le presstitutes nostrane, filo-americane ma incapaci di mettersi nei panni degli americani.

Gli americani sono inguaiati quanto noi, personalmente ritengo addirittura di più. Sono stati i primi a subire e pagare le conseguenze della crisi finanziaria del 2008, attraverso i fallimenti, gli espropri subprime e, come contribuenti, i salvataggi statali delle banche "too big to fail" (grazie alla cancellazione della legge Glass-Steagal da parte del compagno Clinton). Sono soggetti alla shock economy dagli anni ottanta, subiscono la delocalizzazione, la disoccupazione, la desertificazione industriale e le stesse sciagurate politiche immigrazionistiche dei loro fratelli europei. Contro di loro vengono dispiegate le armi del politically correct, del suprematismo razziale al contrario, del totalitarismo anti-identitario. La violenza del divide et impera viene sapientemente coltivata ed instillata da un potere che ricerca attivamente il caos.
La Costituzione ed i suoi principi vengono regolarmente messi in pericolo. Dopo l'undici settembre gli americani hanno visto ridursi i propri diritti civili reali e generali e le proprie libertà personali, sostituiti da pesanti strati di cosmesi sui diritti delle minoranze, sempre più intolleranti, pretenziose e violente. Minoranze ovviamente oggi schierate a testuggine contro il Despicable Trump.
Il Patriot Act, approvato sotto la minaccia dell'antrace nell'ottobre 2001, è stato confermato da Obama il 31 dicembre 2011 come NDAA (National Defence Authorization Act). Una legge che prevede l'imprigionamento a tempo indeterminato per legge e senza processo ed habeas corpus per "motivi di difesa dal terrorismo" o, perché no, gestione della controrivoluzione.
In più, come soldati sono stati mandati personalmente (dal feldmaresciallo Bush) a combattere in guerre che servivano solo, per quanto riguarda l'Afghanistan, ad assicurare ai loro torturatori economici la riattivazione della produzione di oppio, canale d'elezione di rifornimento finanziario della CIA, e l'acquisizione delle materie prime come il litio e, per quanto riguarda l'Iraq, i giacimenti petroliferi. Questo mentre il terrorismo islamico, che il regime diceva averli colpiti al cuore nel 2001, diventava sempre più forte e pericoloso, al punto da dilagare anche in Europa, mascherato da emergenza profughi.
Guardando come è ridotta l'America, come è ridotta l'Europa e come è ridotto in generale il mondo occidentale, a causa del potere sovranazionale che ha intaccato ed invaso anche l'America, Trump è il minimo che potesse succedere.
I responsabili di questi quindici anni di disastri sono i neocon, dei quali Hillary Clinton è la campionessa e Obama, alias Drone Man, uno dei peggiori presidenti della storia, l'ultimo dei loro proconsoli.

Cosa rappresenta l'imprevisto Donald Trump, una semplice correzione alle convergenze o un cambio di motore? Ed egli è veramente uscito dall'uovo di Pasqua? Chi c'è dietro la volontà di riscossa che ha prodotto il candidato Trump?
Qualcuno sostiene che il ritiro precoce di Jeb Bush, che anch'io avevo creduto - sbagliando - dover essere il naturale candidato repubblicano, nel segno della continuità del regime neocon, abbia rappresentato un segnale importante, indicativo di un cambiamento di direzione.
Alcuni analisti concordano che, di fronte all'ascesa del movimento che fa capo a Trump, fautore di un ritorno ad una tradizione conservatrice che superi gli estremismi neocon e la sua pericolosa deriva antidemocratica, la resistenza ad oltranza di un regime avviato alla sconfitta potrebbe portare conseguenze assai gravi. L'alternativa a Trump, compreso un attentato alla sua vita o un broglio elettorale, potrebbe rappresentare la miccia per l'innesco di una rivoluzione sanguinosa in America.

Stanno accadendo molte cose interessanti in questi giorni, intanto. Si riparla di undici settembre tirando in ballo complicità che potrebbero svelare insospettabili mandanti; si preannunciano sorprese legate alla seconda parte dei Panama Papers (con brutte notizie per Hillary). Emerge sempre di più il malumore del Pentagono per le ingerenze da parte della CIA e dell'industria della difesa privata, tanto che noti generali "eretici" si stanno schierando con Trump. Come ha fatto il gen. Michael Flynn, che è suo consulente e ispiratore della politica di avvicinamento alla Russia.
C'è un discreto volteggiar di coltelli anche all'interno del lato più oscuro, con reciproche accuse di intelligenza con l'amico - dagli amici mi guardi Iddio - ed infedeltà patriottica. Riemergono vecchie storie sull'appartenenza alla CIA della mamma di Obama che spiegherebbero l'agire del figliolo più da CIA operative che da comandante in capo.
In generale, si percepisce una sensazione palpabile di redde rationem, di una resa dei conti attesa da almeno sedici anni. Da quando Donald Rumsfeld, parlando a nome dei suoi compari, in un celebre discorso disse ai militari, accusandoli di sprechi e mala gestione, che "il nostro avversario è vicino, è la burocrazia del Pentagono". Era il 10 settembre 2001.


venerdì 29 aprile 2016

Another break in the vallum


Caro Federico, dopo aver visto la ministrA norvegese inscafandrata per la full immersion nell'identificazione con lo stile di vita del migrante - e con questo le abbiamo viste tutte - ti propongo, come aperitivo bonne bouche alla nostra conversazione odierna, la notizia dell'affiliazione a fil di spada e a sua insaputa alla Loggia dei Migrantofili del poro William Shakespeare (di cui si è celebrato in questi giorni il 400° dalla morte).
E' incredibile. Un manoscritto che viene miracolosamente ritrovato nel momento storico più appropriato, di uno scrittore sul quale non si hanno certezze nemmeno sull'identità e di cui non si sono ritrovati manoscritti originali non è male come narrazione, vero? 
(A proposito, non si rendono conto dell'inevitabile effetto boomerang di questo martellamento continuo? Se ti raccontassi fin dove è arrivato il rigetto: perfino nelle parrocchie di certi preti normalmente morigerati e ligi al rispetto delle gerarchie ecclesiastiche …)

F. Giunti a questo punto mi aspetto di vedere la terza carica dello Stato gettarsi nel Mare Nostrum per dare il buon esempio, ma non escludo la possibilità di vedere il Papa che si incammina dalla Grecia alla Germania a piedi per far diventare la rotta balcanica il nuovo cammino di Santiago. Nel frattempo, attendo di leggere Dante che inneggia alle virtù dell’accoglienza del rifugiato e dell’abbattimento dei muri.

Non provocarli. Dante fu migrante, profugo e perseguitato. Non vorrei che lo facessero diventare un no border sovranazionale ante litteram, al limite dello sfondamurismo: “Vassi in San Leo e discendesi in Noli, montasi su in Bismantova...” Poveri Fidelis in amore...

F. Ormai sull’immigrazione – o migrazione o accoglienza o come dobbiamo chiamarla – è in corso un bombardamento propagandistico di una perseveranza e pervasività che, per quanto riguarda la mia memoria, non ha precedenti. 

Nemmeno per la mia.

F. La pressione della retorica del migrante non conosce più limiti. Ci sono dei momenti in cui, mentre ascolto la radio o guardo la TV, alzerei le braccia e mi arrenderei dichiarando ad alta voce: “Basta, mi arrendo! Dico che dobbiamo accoglierli tutti, che è nostro dovere dargli subito una casa, un lavoro e una moschea a testa ma vi prego, adesso basta!” se solo servisse a far terminare questo bombardamento continuo: 

DEVI amare il migrante, DEVI accoglierlo a braccia aperte, DEVI farlo senza fare domande, DEVI farlo senza porre condizioni, DEVI farlo dimostrando tutta l’empatia di questo mondo. 
DEVI respirare questa propaganda a pieni polmoni, gonfiarti il petto di piddinismo e sputare sentenze indignate come questa, oppure questa. 

Altrimenti, sei un razzista di merda. 

E' vero. Eppure, non so se hai notato il paradosso che conferma la teoria dell'effetto boomerang, non siamo mai stati tanto razzisti come da quando comandano gli antirazzisti e la loro tolleranza viene irrorata 24 ore al giorno come fosse glifosato sui campi. Dagli effetti collaterali altrettanto tossici dei pesticidi, a quanto pare.

F. Qualche giorno fa postavi questo video ai confini della realtà in cui una truppa di “migranti” supportata dagli “attivisti no borders” effettuava posti di blocco per autisti e camionisti in transito al confine tra Grecia e Macedonia di Idomeni, pretendendo l’esibizione di documenti a prova della cittadinanza e spiegazioni sul motivo del viaggio. Il tutto avveniva con un’arroganza da padroni, non da ospiti, con l’autista visibilmente intimorito e probabilmente rassicurato in quel momento solo dalla presenza della telecamera (oggetto che “il migrante” conosce molto bene, insieme a tutto quello che c’è dietro). Come se questo non fosse abbastanza, gli attivisti no borders che fornivano il supporto logistico (acqua e cibo) alla surreale pattuglia di migranti senza frontiere a guardia della frontiera, di fronte alla giornalista che chiedeva loro da dove provenissero rispondevano con decisa arroganza che la loro provenienza “non ha senso perché le frontiere non hanno senso.”



Sarò scomposto ed eccessivo: questo comportamento mi ha ricordato questo vecchio ma fondamentale video dell’ISIL. In quel caso la faccenda finiva con l’omicidio dei tre camionisti che non avevano superato il questionario della milizia del califfo, un esito che nel nostro caso – almeno per ora – risulta impensabile, eppure la modalità con cui i “no borders” pretendono venga applicata la loro visione è altrettanto assolutista e chiusa a qualsiasi osservazione. 

Il normale buon senso ci dice che se vogliamo accogliere rifugiati dobbiamo farlo stabilendo un numero prestabilito di persone che andranno a far parte di un programma di accoglienza e integrazione ben strutturato, persone che andranno prese direttamente nei campi profughi nei paesi confinanti con le zone in conflitto, privilegiando nuclei familiari interi (hanno più bisogno e sono più affidabili e disposti a seguire un programma d’integrazione) e sapendo fin dall’inizio che qualsiasi politica di accoglienza risulterà insufficiente perché è sotto gli occhi di tutti che non è possibile salvare tutte le persone che se lo meritano e che ne hanno bisogno. 
Purtroppo di buon senso non se ne vede più da nessuna parte. 

E non c'è neppure il tempo necessario per attuare i progetti di integrazione, che hanno sempre richiesto tempo, molto tempo, a volte decenni o secoli. La sottrazione del tempo – facci caso, siamo costretti a ritagliarci pochi minuti la sera, stanchi morti, per poter pensare, informarci, riflettere, comunicare – è un'altra delle tante armi di dominio della Global Inquisition. Occorre fare in fretta, tutto e subito, senza fermarsi, perché non c'è alternativa. Il famigerato fateprestismo.

F. Ultimamente abbiamo visto il Papa andare a Lesbo per un siparietto con i profughi; una bella scena, baci e abbracci a profughi cristiani e musulmani, donne e bambini. Immagino le famiglie di cristiani siriani disperate, sfuggite alle persecuzioni, che si ritrovano tra le braccia del Papa e immaginano di essere finalmente in salvo perché – ecchecca', diciamocelo – quello è il Papa e loro sono cristiani, non li abbandonerà, non li lascerà indietro....
Il Papa ha scelto di salvare qualche famiglia musulmana contrabbandandola in Italia (paese dove hanno chiesto asilo, mica in Vaticano) nella comunità di Sant’Egidio ben fuori le sacre mura, e ha abbandonato i cristiani a Lesbo (ora non si sa dove sono, il campo è stato smantellato subito dopo le telecamere in vista della stagione estiva) perché – lo ha detto lui stesso – quelle famiglie “non avevano documenti”. 
Di fronte a delle mostruosità del genere l’effetto boomerang sulla popolazione è una certezza, e parlo di qualcosa che andrà purtroppo ben oltre la semplice ascesa dei partiti di estrema destra. 

Dirti che tutto ciò viene sempre più percepito come sempre meno cristiano penso sia inutile. Siamo al vero e proprio muto sgomento. 
A proposito di armi di migrazione di massa e di spostamento verso la disumanizzazione, mi pare che il generale Jean, in questa intervista a Libero, l'abbia toccata pianino.



È cinismo o realismo con obbligo di cinismo dell'esperto di cose di guerra? Ci toccherà prima o poi, come egli prevede, diventare molto cattivi per opporsi all'impossibilità pratica ed etica di travasare un continente in un altro? 

F. Sia i paesi europei che gli Stati Uniti hanno sempre tenuto una politica ambigua con gli immigrati: da una parte hanno sempre reso più o meno difficile l’immigrazione legale, soprattutto quella low-skilled (i famosi lavori che i bianchi non vogliono più fare, ecc…) Dall’altra hanno sempre lasciato aperta una o più finestre per consentire l’immigrazione illegale e un conseguente percorso di legalizzazione del clandestino. In Italia va così praticamente da sempre e con la legge Bossi-Fini (spacciata per legge severa e repressiva quando invece è estremamente inclusiva) ne abbiamo avuto un esempio lampante. 
È interessante fermarsi a riflettere sul fatto che per la stragrande maggioranza degli immigrati l’ingresso e la legalizzazione della propria presenza in un paese europeo passa inevitabilmente per menzogne e sotterfugi burocratici, il che non è esattamente un bel biglietto da visita.

Questa ambiguità continua a perpetuarsi ed ora sta raggiungendo il suo apice. 
Sua Santità Angela Merkel ha invitato i profughi a raggiungere la Germania senza alcuna limitazione, con grandi applausi di tutta la piddineria internazionale. Allo stesso tempo però la Germania non fa assolutamente niente per andare a prendersi questi profughi, evitando loro di doversi avventurare in una pericolosa traversata e marcia forzata fino all’Eldorado tedesco.

O meglio, li raccoglie con le navi nel Mediterraneo poi li sbarca in Italia, che "non è affatto invasa", salvo poi pretendere la selezione del migrante e la prelazione su quello di prima scelta al Brennero.

Infatti. In Grecia sarebbero felici di accogliere voli charter destinati a trasportare i profughi direttamente in Germania; a Idomeni l’arrivo degli autobus per l’aeroporto sarebbe accolto tra gli applausi e invece non accade niente di tutto questo, perché “solo chi arriverà alla frontiera tedesca sopravviverà” in questi "Hunger Games" europei gentilmente sponsorizzati dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite e dalle tante organizzazioni non governative dispiegate lunghe le rotte di viaggio attrezzate per l’impresa.

Siamo già molto cattivi: se ci pensi bene, per il migrante avere successo in questo viaggio vuol dire tenere duro a livello fisico e mentale, essere cinici, cattivi, lasciare indietro i più deboli, fingersi deboli e bisognosi ogni volta che serve (di fronte ai fotografi, ai volontari delle ONG), dimostrare forza e determinazione contro la polizia quando c’è bisogno ed essere capaci di negoziare con i trafficanti. 
Quindi, se escludiamo le famiglie complete, le donne sole e i bambini – che come sappiamo sono una piccola minoranza del totale – sono solo “i migliori” a farcela. 
Tuttavia, se oggi siamo cattivi, in futuro dovremo inevitabilmente esserlo molto di più, e soprattutto dovremo essere molto meno ipocriti. 

Verrebbe da chiedersi: come è possibile che le anime candide non si inquietino di fronte a queste “marce della morte” e al grande e crudele gioco di sopravvivenza con in premio la selezione della specie e il carrarmato da costruire personalmente in fabbrica in Germania? La solita amnesia storica, eh?

Tornando al generale Jean, egli nomina il caso Regeni. Ti sei fatto una tua idea in proposito?

F. Questo sì che è un argomento difficile perché a oggi ancora non posso dire di essermi fatto un’opinione relativamente decisa a riguardo. Sono tanti gli aspetti oscuri di questa vicenda e sono tanti i depistaggi dei governi, dei non governi e dei media che di giorno in giorno contribuiscono a rendere sempre più difficoltosa una lucida analisi dei fatti e degli scenari. Giulio Regeni è diventato nel giro di pochi giorni un’eroe civile con un volto da mettere su magliette, striscioni e bandiere alla testa di marce popolari indignate e implacabili. In poche parole, è diventato subito un brand e questa cosa nella mia mente leggermente deviata porta subito a pensar male. 

In nome della “verità per Giulio Regeni” sì è rapidamente costruita una campagna di comunicazione, sponsorizzata dalle ONG più prestigiose, che sta avendo eco ovunque, dai giornali al mondo dello spettacolo, fino ai campi di calcio. Oggi addirittura sentivo che il colore giallo è diventato sinonimo della lotta per avere la verità per Giulio Regeni, lo stesso colore giallo che il brand di Amnesty International ha sempre avuto e che adesso sembrano un tutt’uno. Vista in questa ottica, la strategia di marketing è stata eccellente (pensa che a me invece quella tonalità di giallo fa pensare a Hezbollah…)



Il solito malpensante...

F. Partiamo da quello che sappiamo: Regeni è stato trovato sul ciglio di una strada con i pantaloni calati e il corpo – volto compreso – brutalmente sfigurato dalle ferite inflitte per torturarlo. Il corpo è stato ritrovato (diciamo fatto ritrovare) dopo alcuni giorni che il ragazzo era scomparso proprio nel giorno in cui la delegazione italiana era in visita al Cairo. 
Ora, già in questo ci sono molte cose che devono far riflettere. 
Al di là del timing perfetto, che non può essere casuale, mi risulta molto difficile pensare che a uccidere Regeni sia stata la polizia o l’intelligence egiziana su ordine diretto dei superiori. Sicuramente questo ricercatore disturbava e non piaceva alle autorità, sicuramente lo avevano individuato (facilmente, perché se sei l’unico uomo bianco alle “riunioni semi-clandestine dei sindacati egiziani” non passi esattamente inosservato), ma il governo egiziano – come tanti altri – in questi casi ha l’abitudine di espellere gli studenti occidentali che sono considerati militanti politici, analisti per servizi d’informazione o addirittura spie. Prendere Regeni, trovare un pretesto qualsiasi per incriminarlo di qualcosa e caricarlo su un aereo diretto a Roma con un foglio di via avrebbe creato molte meno complicazioni al governo egiziano rispetto a quanto è avvenuto. 

Tutto questo ragionamento al netto dell’effettiva “pericolosità” o capacità di disturbo di Regeni. Questo è il famoso articolo sui sindacati egiziani scritto sotto pseudonimo. Capisco la scelta di non voler firmare l’articolo, il tema è delicato, leggilo, ma qui non c’è scritto niente sulla mano pesante del regime di Al-Sisi che non sia già stato detto dagli inviati delle principali testate internazionali; e, da quanto ho potuto approfondire, quella riunione sindacale non è stato quell'evento così segreto e inafferrabile che l’intelligence egiziana non avesse potuto monitorare e identificare senza dover strappare le unghie a un giovane ricercatore occidentale molto intraprendente. 
In questa puntata – estremamente mainstream – di "Petrolio", andata in onda pochi giorni fa ci sono tutte queste informazioni, si vede il luogo dove è avvenuta la riunione, alcune delle persone coinvolte, viene mostrato uno spaccato di quel mondo dei venditori ambulanti del Cairo che Regeni stava osservando. 

Se invece per qualche motivo fosse successo che i servizi di sicurezza avessero deciso di uccidere “il pericoloso” Giulio Regeni, beh, la realtà egiziana mi porta a pensare che quel ragazzo non sarebbe mai stato ritrovato, mai. Nell’Egitto di Al-Sisi sono già sparite molte persone, la repressione del dissenso ha raggiunto livelli molto superiori a quelli di Mubarak. Se i servizi di sicurezza avessero deciso che il ragazzo andava proprio eliminato fisicamente, sarebbe sparito per sempre. 

In effetti il suo ritrovamento, in quelle condizioni, pare un preciso messaggio a chi ha occhi per vedere e orecchie per intendere. 

F. Certo. Per come la vedo io, chi ha ucciso Regeni voleva anche che il suo corpo fosse trovato e che le torture fossero evidenti. Da questa storia l’apparato statale egiziano nella sua interezza non trae alcun beneficio da questa uccisione, per il Cairo questo è un vero e proprio disastro; anche per i servizi segreti egiziani la morte di Regeni è un enorme smacco. 

Dal canto loro, fin dall’inizio, dal Cairo ci propinano versioni di comodo semplicemente inaccettabili. Si è cominciato col dire che Regeni era morto per incidente stradale, poi si è tirata fuori la pista dell’omicidio omosessuale, fino ad arrivare alla sparatoria con i colpevoli tutti ammazzati e le prove in casa (una versione giustamente definita inaccettabile, anche se assomiglia molto alle versioni dei fatti sulla cattura degli attentatori di Parigi e Bruxelles). 

Il governo italiano fa bene a pretendere la massima collaborazione dal Cairo, ma quella che dobbiamo scoprire è la verità, non “la verità vera” chiesta da Amnesty International, quella che vede Al-Sisi direttamente coinvolto nell’omicidio. Il massimo della ritorsione diplomatica che dovremmo applicare al governo egiziano è quella di mettere l’Egitto tra i paesi non sicuri per i viaggi (una realtà difficile da discutere), con conseguente contraccolpo sull’industria turistica egiziana, ma senza compromettere le relazioni commerciali e strategiche, relazioni che – è bene ricordarlo – dovranno sopravvivere all’epoca Al-Sisi così come sono sopravvissute all’epoca Mubarak e all’infausta parentesi di Morsi. 

Per quanto possa suonare cinico, Giulio Regeni non era un rappresentante diplomatico dell’Italia, era lì a fare ricerca per conto di un’Università britannica a cui andrebbero chieste con la stessa decisione usata con il Cairo spiegazioni dettagliate sugli incarichi assegnati al ragazzo, un ragazzo che non era una spia e che temo invece sia finito vittima di disegno che ha visto in lui una pedina sacrificabile per farne un martire da usare a fini politici. 

Fini politici attraverso manovre di intelligence. Anch'io ho l'impressione che quello sfortunato ragazzo un po' troppo fiducioso dei suoi contatti a Cambridge sia stato usato senza scrupoli ("dagli amici mi guardi Iddio...") e la cosa tragica è che probabilmente non aveva proprio nulla da confessare ai suoi torturatori. E' possibile, mi domando, ottenere la "verità" quando chi l'ha massacrato ci ha così tragicamente fatto capire quanto poco contiamo sullo scacchiere internazionale?
E qui veniamo al perché l'Egitto è così importante, a parte le piramidi.

L’Italia è un alleato cruciale dell’Egitto, per l’estrazione di gas ma anche in relazione alla nuova Libia. E' un paese troppo importante per lasciare che esploda come sono esplose Libia e Siria. Purtroppo, Regeni o non Regeni, va comunque detto che “la stabilità” del governo Al-Sisi è falsa e basata solo su un pugno di ferro che non può funzionare per sempre. L’Egitto è una polveriera che esploderà. Non c’è generalissimo e uomo forte che possa tenere a bada quasi 90 milioni di abitanti di cui la stragrande maggioranza è giovane, affamata e con le pezze al culo.

L’Egitto va aiutato e coinvolto nelle relazioni internazionali anche a costo di mandare giù dei bocconi molto amari. Portare il Cairo all’isolamento potrebbe essere la scintilla per una nuova rivoluzione egiziana, rivoluzione che aprirebbe un vaso di Pandora tanto esplosivo da far sembrare la Guerra in Siria e l’esodo dei profughi Siriani il timido antipasto di un sontuoso banchetto. Una nuova rivoluzione in Egitto si produrrebbe subito in un’ondata di violenza che porterebbe il paese a una guerra civile con un esodo in stile albanese in grado di cambiare per sempre non solo il Nordafrica e il Medio Oriente ma l’intero continente Europeo.

Dal giallo all'arancione e poi al rosso sangue...

La scelta sta a noi: gestire i rapporti con un governo autoritario ma prevedibile, come l’attuale governo dell’Egitto, o contribuire a scatenare l’inferno per poi ritrovarsi a piangere sul dittatore versato.



Lameduck ft. Federico Nero.



Titoli di coda.






lunedì 25 aprile 2016

#Bellaciaone





Per il frame "i migranti sono i nuovi partigiani", vogliate gradire l'immagine del giorno.
(Cose di lavoro: notate lo squallore del "restauro" delle tombe, l'economia della doppia lapide in carrara poggiata semplicemente sul cordolo di cemento. Una spintarella, un'appoggiata della nonna malferma e cadono per terra spezzandosi. Per non parlare del fatto che non sono a prova di saraceno. Non credo che lo squallore sia colpa della genovesitudine, anche se conosco i miei concittadini. Questo è proprio senso dello squallore innato da sezione di partito. Riunire le salme di chi è morto affinché voi possiate stuprare la Costituzione in un unico bel sacrario con una bella fiamma eterna faceva troppo nazionalista, o troppo Arlington imperiale, figgeu?)

Il migrante che "si è offerto spontaneamente" per ramazzare tra le tombe. Immagino. Immagino la fila. Magari si poteva dirgli anche che le cuffiette, in un luogo di rispetto, andrebbero tolte. Soprattutto quando ci sono i fotografi. Tanto la ricarica te la davamo lo stesso.

Sono cinica, iconoclasta, razzista, in questo giorno di letizia? Si, queste cose mi danno il voltastomaco, mi provocano un'achillea ira funesta, come questa prosa iperglicemica di Liala Celi che merita di finire agli atti del Best of Retorica odierno.



Egregia Signora,

solo un pensiero mi sovvien, leopardianamente parlando, in questo di' di festa.

Oggi i partigiani, quelli originali, quelli lì, quelli lì, vi prenderebbero a mazzate. E si alleerebbero con i nazionalisti per cacciarvi.

Cordiali saluti.


domenica 24 aprile 2016

Il buonismo nuoce gravemente ai neuroni



Robert Fisk, che normalmente sarebbe anche un ottimo giornalista, se ne è uscito con questo titolo:

"When we mourn the passing of Prince but not 500 migrants, we have to ask: have we lost all sense of perspective?"

Ovvero: "Quando piangiamo la morte di Prince ma non dei 500 migranti, dovremmo chiederci: abbiamo forse perso il senso della prospettiva?" 
Il relativo articolo, pubblicato sull'Independent, può essere riassunto così: "Perché non vi sentite in colpa per esservi dispiaciuti per la morte di Prince e non dei 500 migranti annegati l'altro giorno?" 
I lettori dell'Independent, nei commenti, gli hanno già risposto a tono e con ottime argomentazioni, ma vorrei, per senso di prospettiva e rispetto, fargli rispondere in primis da Jean-Jacques Rousseau:



Da parte mia, ammetto di fare molta fatica a seguire Fisk nel suo ragionamento benaltrista, perché mi immagino quanto gliene potrà fregare, al paese di quei migranti, se muoiono 500 di noi o della Papuasia e anche Prince. E li capisco, perché il razzismo e il cazzomenefreghismo sono sempre fenomeni bivalenti e reciproci - ma Fisk finge di non saperlo. Vorrei quindi rivendicare il principio universale di potersene appunto fregare al mondo gli uni degli altri e ancor maggiormente quanto più distanti siamo e vorrei fosse considerato un diritto inalienabile dell'Uomo. Tra l'altro è proprio quando smettiamo di ignorarci e usciamo dal nostro territorio per invadere quello altrui che scoppiano le guerre. Chissà perché. Rivendico altresì il diritto inalienabile di potersi dispiacere e magari piangere se qualcuno che ha fatto qualcosa per il mondo, fosse solo l'aver scritto canzoni, viene a mancare.

In pratica invece, secondo il cittadino del mondo Fisk, saremmo delle pessime persone, anzi dei nazisti, per aver dato nel lutto la precedenza emotiva, notoriamente poco governata dalla razionalità, piuttosto che a dei perfetti estranei, ad un compositore e polistrumentista che rasentava la genialità, dalla tecnica chitarristica mostruosa, che ha, più semplicemente, accompagnato la nostra giovinezza, ci ha emozionato ed esaltato, consolato con la propria musica nei lunghi anni di depressione (nel mio caso) e che, per colmo di sfortuna, è morto ancor giovane e quindi soggetto alla nota mitizzazione di chi, lasciando questa valle di lacrime troppo presto, risulta caro agli dei. 
Non lo sa Fisk che i menestrelli, i guitti e gli sportivi che alleviano le nostre tristi vite ci sono diletti perché diventano parte di noi e del nostro vissuto in base a ciò che essi ci danno, sia esso arricchimento culturale o semplice ricreazione o emozione?  Che può succedere che ci dispiaccia più della morte di David Bowie che della suocera o del vicino di casa proprio per ciò che Bowie ci ha dato e loro no? E che ciò è un fenomeno perfettamente normale? 
Il suo sembra un tipo di ragionamento animalista applicato agli esseri umani, che ne condivide lo stesso assolutismo. Non è amore né altruismo; è parafilia verso l'alieno. 

Che male c'è se l'uomo si rifugia nel culto degli dei e degli eroi morti giovani quando viene tradito perfino dalla propria religione, anch'essa ormai votata all'amore parafiliaco verso il diverso purchessia, in sfacciata antitesi all'"ama il prossimo tuo" (prossimo, disse Cristo, non lontano)?
Si può amare il lontano, il diverso, ma solo dopo averlo conosciuto ed aver avuto il tempo di familiarizzarcisi. Mi permetto di dubitare della richiesta di generosità a priori con obbligo di sparecchiamento e della fratellanza a comando di questi appuntamenti al buio che ci vengono imposti. 

Non sarà, quella di Fisk e dei suoi compari d'anello, oltre all'invidia per il genio, più nefasta di quella per il pene, anche insofferenza nei confronti di una cultura che è vista come degna ormai di scomparire, assieme ai suoi campioni, in vista dell'annichilimento nel pentolone del multikulti senza più identità?
Il dolore straordinariamente cocente per le perdite di Bowie e Prince lo vedo invece come un buon segno, guarda un po'. Significa che l'umanità si sta accorgendo della decadenza in corso, dell'attacco all'identità e alla cultura e, nello specifico, della differenza ormai innegabile tra la musica di ieri e quella di oggi. Dell'abisso che c'è tra il Major Tom perduto nello spazio, la pioggia viola ma perfino le canzoncine degli Abba e il ballo del qua qua e la cacofonia di oggi: la ritmica tribale, i testi a base di "hohoho, wowowo, ahaha", le lagne da muezzin e tutte quelle insopportabili voci femminili istigatrici l'omicidio. La decadenza dal Rhythm&Blues al Pimps&Hookers. La differenza tra la musica che aveva una struttura, un testo, una storia, un ritmo, una melodia, un linguaggio  - o, come si diceva allora, conteneva un messaggio - che era anche sperimentazione e ricerca e la tortura sonora di Guantanamo oggi direttamente nel tuo centro commerciale. Credetemi, si distrugge la domanda interna anche così.


Prince, tra parentesi, qui si mangia Jimmy Page con la chitarra, la custodia e tutto.

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