lunedì 11 maggio 2015

La Festa della Mammografia


"...e mentre ch'ei stette in quella corte, ogni cosa andò di bene in meglio; ma essendo egli usato a mangiar cibi grossi e frutti selvatichi, tosto ch'esso incominciò a gustar di quelle vivande gentili e delicate s'infermò gravemente a morte, con grandissimo dispiacere del Re e della Regina, i quali dopo la sua morte vissero sempre sotto una vita trista e infelice.
I medici non conoscendo la sua complessione, gli facevano i rimedi che si fanno alli gentiluomini e cavalieri di corte; ma esso, che conosceva la sua natura, teneva domandato a quelli che gli portassero una pentola di fagiuoli con la cipolla dentro e delle rape cotte sotto la cenere, perché sapeva lui che con tal cibi saria guarito; ma i detti medici mai non lo volsero contentare. Così finì sua vita con questa volontà, colui ch'era tenuto un altro Esopo da tutti, anzi un oracolo, e fu pianto da tutta la corte, e il Re lo fece seppellire con grandissimo onore, e quei medici si pentirono di non gli aver dato quant'esso gli addimandava nell'ultimo, e conobbero che egli era morto per non l'aver essi contentato. E il Re, a perpetua memoria di questo grand'uomo, fece scolpire nella sua sepoltura in lettere d'oro i seguenti versi in forma d'epitaffio..." [Le sottilissime astutie di Bertoldo, 1606]


Ieri Beppe Grillo poteva essere contestato con un filo di gas sul reddito di cittadinanza e la sua impraticabilità da vincolo esterno, oltre che sull'affinità elettiva con il filogermanesimo piddino che spiega l'attrazione fatale verso le riforme tipo Hartz, alle quali appunto assomiglia il reddito di cittadinanza.
Invece, siccome ha osato dire ciò che è noto da almeno quarant'anni e che qualcuno non vuole sentirsi dire, e cioè che la medicina è subalterna ai voleri ed alle necessità di profitto dell'industria ed ha inoltre peccato di lesa baronia, è diventato quello che "non vuole salvare la vita alle mamme". A questo link trovate un'ottima e documentata ricostruzione della polemica, ovvero di come, dalla solita strumentalizzazione delle parole altrui e dalla volonterosa disponibilità dell'esercito dei passivi della rete a reagire emotivamente agli stimoli della propaganda, è nato l'attacco concentrico dei filomammografisti al comico che denunciava in realtà il problema del conflitto di interessi in medicina e quello squisitamente tecnico dei falsi positivi e falsi negativi. Come ha giustamente commentato qualcuno, peccato che tali argomenti vengano lasciati ai comici che magari li gettano nel pentolone dove rimestano la loro ribollita di battaglie giuste e furbate da gatekeepers.
Così, se vogliamo parlare non da comici e nemmeno da medici, se no i medici soffrono la sindrome da sconfinamento, potrei raccontare la mia esperienza diretta di "paziente" e di come io sia diventata scettica fino alla sindrome da evitamento riguardo ad una prevenzione di massa che, a mio modesto parere, tende a trattare le donne più come numeri - per non dire cavie - che come persone. 

Nel giugno del 2010 vengo chiamata dal progetto screening per eseguire la mia prima mammografia. Il referto non mi viene consegnato subito ma vengo avvisata che verrò chiamata nel caso si rendano necessari ulteriori accertamenti. Ai primi di settembre ricevo una lettera dove mi spiegano che c'è "un'opacità" da controllare e mi fissano l'appuntamento per la metà del mese, non nella mia città ma nel capoluogo di provincia. Per telefono non mi spiegano, come scoprirò il giorno dell'esame, che "era un semplice controllo di routine" e che come me erano state richiamate molte altre donne, per cui trascorro quindici giorni in uno stato d'animo di notevole ansia e preoccupazione. 
Il giorno del secondo esame (settembre 2010) mi fanno una mammografia parziale del seno sinistro, un'ecografia e poi mi dicono di attendere in sala d'aspetto. Dopo quattro ore mi consegnano una lettera con il referto e mi programmano un controllo a sei mesi. Chiedo le lastre, per farle vedere al mio ginecologo di fiducia, ma mi spiegano che sono a disposizione negli archivi, se il medico lo desidera. Io, come paziente, non ricevo nulla in mano e mai mi verrà consegnata alcuna immagine a corredo del referto. A differenza, per dire, di quando si fa una semplice lastra al polso, per la quale ti forniscono tanto di CD.
A marzo 2011 ritorno per il controllo, sempre al lato sinistro, altre sei immagini ed altro referto, dopo lunghissima attesa, con le solite microcalcificazioni ed opacità "probabilmente benigne". Tuttavia, a sei mesi dovrò fare la mammografia completa. Chiedo se tutte queste mammografie ravvicinate siano consigliabili e mi rispondono che sono assolutamente sicure, perché si tratta di "immagini parziali". Sicurissime anche se prima di fartela ti chiedono se hai dei nevi sul seno o se sei incinta. 
In previsione della quarta mammografia in un anno parlo con il mio medico curante e anche lui si dice perplesso della reale necessità, visti tutti i referti fino a quel momento benigni, di tali e tanti controlli ravvicinati.

A settembre 2011 faccio la mammografia bilaterale ma, all'annuncio preventivo che il successivo controllo sarà ancora a sei mesi chiedo alla tecnica che sta eseguendo l'esame di riferire alle dottoresse che non ho intenzione di continuare a farmi irradiare così spesso e che questa è anche l'opinione del mio medico.
La tecnica riferisce e, dopo dieci minuti di attesa, invece delle tre-quattro ore, esce la dottoressa che mi mette in mano un foglio dove c'è scritto che è tutto a posto e che "ci vediamo tra tre anni".

Lascio passare tre anni, nonostante mi richiamino regolarmente ogni anno e nel maggio del 2014 faccio di nuovo la mammografia bilaterale. La dottoressa alla quale racconto della raffica di mammografie in un anno - senza parlare del traumatismo dell'esame in sé che comprime tessuti molto delicati - dice che, se lo preferisco, questa eventualmente si può alternare all'ecografia, sicuramente non invasiva.
Questa volta mi richiamano in luglio, quindi dopo appena due mesi, proponendomi un'altra mammografia parziale, questa volta per un'opacità sul lato destro. Mi presento e chiedo, in alternativa, come suggerito anche dalla dottoressa del controllo precedente, che mi facciano solo un esame ecografico, anche perché ho appena perso mio padre e sono psicologicamente provata dal lutto subito e non ho bisogno di ulteriori angosce.
La dottoressa di quella mattina mi si rivolge con le seguenti parole: "Signora, lei non sa cosa sta rischiando. Non sa a quante donne ogni giorno troviamo il tumore, che si può scoprire solo con la mammografia. Io le faccio l'ecografia solo per uno scrupolo professionale ma sappia che se rifiuta la mammografia non potrà più essere ammessa allo screening gratuito." 
Cosa vuoi rispondere, quando sei lì, mezza nuda e in balia della grande sapienza del taumaturgo per immagini? Puoi solo chiedere, come un'imbecille qualsiasi, se tutte quelle radiazioni non siano pericolose. "Ma lei lo sa che una giornata al mare è più pericolosa di una mammografia?" fu la risposta.

Ci hanno riprovato ad ottobre, a chiamarmi per telefono per un appuntamento ed ho detto loro che mi lasciassero in pace, che se voglio la mammografia me la faccio a pagamento dove pare a me e dove mi trattano da persona e non da vacca pazza. Mi hanno scritto anche quest'anno ma ho cestinato la lettera e così farò con le prossime. 
Questa è la prevenzione della "mammografia che assarvalavita" come l'ho vissuta io. Un'esperienza traumatica, irrispettosa e a tratti degradante per l'atteggiamento terroristico che viene tenuto da questa classe medica nei confronti di una malattia "con la quale non si scherza" e che non può essere curata che con i loro mezzi, che ultimamente comprendono addirittura, la mastectomia preventiva. Fatevela voi, io scelgo diversamente.

Si diceva del problema dei falsi positiviUna ricerca effettuata nel 2013 dal Nordic Cochrane Center, come parte di un progetto multinazionale di indagine sugli effetti delle cure mediche sulla salute (quella che Ivan Illich chiamava già negli anni settanta la nemesi medica rappresentata dall'esplosione delle malattie iatrogene), ricerca le cui conclusioni sono riassunte in questo opuscolo, sostiene che:
"L'analisi delle prove suggerisce che per ogni 2000 donne invitate allo screening mammografico sull'arco di 10 anni si eviterà ad una sola donna il decesso a causa del cancro al seno mentre 10 donne sane saranno "sovra-diagnosticate" come aventi un cancro al seno. Si stima che questa sovra-diagnosi darà luogo a 6 tumorectomie e a 4 mastectomie in più rispetto al dovuto: risulta inoltre che 200 donne rischieranno danni psicologici importanti relativi all'ansia scatenata dalle ulteriori indagini per le sospette anormalità della mammografia. La percentuale di donne che sopravviverà dopo 10 anni sarà pari al 90.2% se non fa lo screening mammografico mentre sarà del 90.25% se avrà fatto lo screening mammografico. Questa differenza è sufficiente per rischiare l'eventualità di danni significativi?"
Opinioni, si dirà, controbilanciate da altri studi che giurano e spergiurano sulla assoluta necessità di irradiare con radiazioni assolutamente innocue per i seni ma pericolose per i nevi che sono sui seni, al fine di "salvare le nostre mamme" (ho letto anche questo, ieri). E che, magari, offuscano altre forme di prevenzione come l'autopalpazione e la visita ginecologica periodica, assai più utili ai fini diagnostici?
La domanda però è se sia ancora lecito chiedersi se chi raccomanda l'una o l'altra pratica diagnostica sia totalmente libero da conflitti di interessi che provengano da industrie interessate alla vendita di qualcosa o semplicemente all'acquisizione di sempre nuovi clienti, pardon, malati. Credo sia ciò che chiedeva il comico e che, casualmente, chiedo anch'io.

P.S. Mi segnalano (grazie Paulecci!!) questo link ad un articolo apparso sul New York Times dove, tra l'altro, si dice che la Svizzera avrebbe l'intenzione di limitare l'uso della mammografia a scopo diagnostico preventivo a causa dei dubbi sulla sua reale efficacia e del problema dei falsi positivi. La ricerca nominata dal NYT è apparsa sul BMJ ("British Medical Journey", mica "il Monello", with all respect) che si intitola: "Too much mammography."


“Buona festa di cuore a tutte le mamme. E una preghiera alle donne italiane: votate per chi vi pare, scegliete i leader che preferite, ma non ascoltate quei presunti politici che giocano a fare i medici. Con i tumori non si scherza, non evitate la mammografia”. (Matteo Renzi, ieri)

domenica 10 maggio 2015

No handouts. Real jobs.


Bello il disegnino, vero? Dal colore dello sfondo intuite chi l'ha pubblicato, quelli del "Fate presto" ai golpisti. Sono convinta che non comprendano il vero significato di questo grafico, ovvero il suo secondo livello di interpretazione, perché pubblicarlo ora, senza aver prima listato il giornale a lutto ed aver annunciato un autodafé di redazione, significa solo due cose importanti: 1) che allora mentivano e che 2) oggi hanno la faccia come il culo. 
Cosa dice il disegnino bello? Che il blu è il privato e il rosso il pubblico. Le colonne del pubblico e del privato, grazie ai mentori dei fateprestisti, si sono in cinque anni invertite. Il debito privato è stato in pratica socializzato. Il collettivismo secondo Friedman. Noi abbiamo rifinanziato a fondo perduto le banche che ogni giorno ci negano il mutuo perché non abbiamo quell'indispensabile posto fisso che non possiamo più permetterci.
Se vogliamo passare al secondo livello, quelle colonne rosse rappresentano il sangue dei risparmiatori, della classe media caduta sotto i colpi dei distruttori della domanda interna. Il sangue dei costretti al fallimento e del popolo greco sottoposto alla shock economy. Un rientro dal debito spalmato a mo' di nutella (ma che della nutella ha solo il colore) sull'intera Europa. Tanto i politici e le loro puttane stampate avrebbero tenuta buona l'opinione pubblica con la fola che i greci spreconi si erano fottuti tutto il patrimonio. Il figliol prodigo è sempre un grande evergreen.
E' talmente chiaro, questo grafico. E' verità rivelata da stolti che non si rendono conto che, disvelandola, hanno firmato una piena confessione di colpa e la propria chiamata in correità. Si chiama favoreggiamento.
C'è bisogno ancora di altri disegni ed altri grafici per capire come sono andate le cose? 
Se voi che leggete non lo capite ancora e non vi indignate non meritate di sopravvivere.

Intanto il M5S ha rilanciato di grancassa il reddito di cittadinanza, ovvero la versione più digeribile, vegan e senza grassi idrogenati dell'Hartz IV, ovvero l'elemosina di stato agli incapienti (chiamarli poveri faceva troppo Dickens). Con il seguente ricatto sotteso: o accetti un lavoro (al prezzo che deciderà il mondo imprenditoriale convinto che l'unico problema al mondo sia il costo del lavoro e non il fatto che produci ma poi non vendi), oppure perdi il reddito di cittadinanza. In ogni caso sei sempre dentro al cerchio dal quale non puoi scappare. E li chiamano progressisti.
Sono le manovrine, le pensatone di questi geni, di questi Gatto e Volpe che "non lo facciamo per il vile interesse ma per arricchire gli altri" e si guardano bene dall'indicare nel vincolo esterno e nel dogma monetarista le cause principali della recessione e della disoccupazione al 12 e passa per cento. Cioè strillano un po' contro l'euro ma siccome ancora non gli c'entra, dopo un po' cambiano argomento.
Proletarizzare e sottomettere quindi attraverso l'ampliamento dello stato assistenziale con il culo della classe media attraverso il prosciugamento del suo risparmio, senza copertura grazie al vincolo di pareggio e senza la possibilità di sottrarre certe voci di spesa dal computo del debito pubblico, come fa la Signora Germania, la virtuosa baldracca, la madre "ma con che coraggio" di tutti i #facciamocome. Proletarizzare, fidelizzare alla rassegnazione ed alla depressione invece di creare lavoro e occupazione.
Rassegnatevi, poveri ragazzini perbene desiderosi di ridiventare burattini ridicoli. Perfino l'America Works di Francis Underwood è più credibile, realistico e realizzabile del reddito di cittadinanza di Gatto e Volpe. 

giovedì 7 maggio 2015

E gli italiani?



Ricevo da Leonardo, che ringrazio, questi due interessanti documenti, che offro alla vostra lettura come riflessione sul problema dell'Eataly Invasion. Si tratta del punto di vista del nostro affezionato Massimo D'Alema e di Anna Maria Artoni, giovane imprenditrice in Piddinia, risalenti rispettivamente al 2011 ed al 2005. In calce inserirò un mio breve commento ma vorrei che foste soprattutto voi a commentare le affermazioni contenute in questi articoli, che mi paiono pienamente in linea con le indicazioni dell'ONU sul ripopolamento per sostituzione dell'Europa. Buona lettura.

D’Alema: "Sull'immigrazione l'Italia sta perdendo una grande opportunità" 
link originale (attualmente inattivo)

26 marzo 2011

Massimo D’Alema, Presidente del Copasir ed esponente democratico, ha esordito alla prima Assemblea nazionale del Pd sull’Immigrazione, in qualità di “immigrato di trentesima generazione, perché questa è la storia degli italiani –ha chiarito –e nessun popolo può permettersi l’aberrazione del razzismo meno del popolo italiano, che è una mescolanza di razze e civiltà”. “Non dobbiamo cadere nella trappola di apparire come quelli dei buoni sentimenti - ha detto D’Alema – perché noi abbiamo bisogno degli immigrati, e questo è un dato di partenza assoluto. Secondo statistiche europee in Europa nei prossimi 15 anni ci sarebbe bisogno di circa 30 milioni di immigrati. E la presenza di 5 milioni di cittadini stranieri nel nostro Paese, sono una risorsa giovane che porta una energia positiva”. 
Il Presidente del Copasir ha evidenziato come al giorno d’oggi concetti che sembravano un tabù siano diventati leciti: come parlare di razzismo, simbolo di degrado civile e culturale del nostro Paese. 
“Per il nostro Partito, democratico e progressista il contrastare la politica della paura deve diventare una battaglia seppur difficile ma identitaria. Negli ultimi anni, il contesto nel quale i fenomeni migratori si sono sviluppati è quello della globalizzazione, che accentua la paura ed il timore di smarrire le proprie radici, di essere omologati, paura che ha generato sentimenti identitari che non corrispondono poi alla realtà”. 
D’Alema ha chiarito la questione, portando ad esempio i cinesi che stanno popolando le nostre città e che “sono percepiti come l’avanguardia di una grande potenza che minaccia i nostri privilegi, e conseguentemente come il declino della potenza del nostro Paese. E questo è un sentimento di paura che abbraccia tutto il mondo occidentale e che ha influito anche sugli orientamenti politici in Europa, fomentando il fenomeno del populismo”. “In questo scenario –ha rilevato nella sua attentissima analisi - il tema dell’immigrazione è diventato l’emblema visibile delle minacce che sentiamo gravare sulla nostra civiltà, economiche, sociali e culturali e sul nostro primato politico. Ma un occidente che guarda con questo spirito ai fenomeni migratori è portato a perdere. Perché se non pratichiamo una politica dell’accoglienza e valorizzazione delle qualità umane, in futuro sarà difficilissimo attrarre talenti e persone che possono rivitalizzare il nostro Paese. 
Il rischio paradossalmente è che diventiamo il Paese di persone che costringiamo ad essere clandestini, a discapito della nostra sicurezza. La Lega vuole dichiarare clandestini i profughi che stanno arrivando con i barconi e poi che dobbiamo fare, processarli tutti? E’ una legge lesiva della legge stessa”. 
Massimo d’Alema ha poi valutato questo difficile momento storico, di sconvolgimento politico del Mediterraneo. “Noi potremmo essere l’interlocutore naturale di questi giovani che diventano protagonisti del cambiamento, e che di fatto si muovono secondo i nostri principi costituzionali, cercando la democrazia. È spiacevole vedere invece che i ragazzi Bengalesi non percepiscono il nostro tricolore come il loro. Il mondo sta cambiando e il nostro Paese è dominato dalla paura che arrivano 15000 persone sul nostro territorio –ha denunciato l’esponente democratico -. È come il crollo del muro di Berlino, si dovrebbe festeggiare in Europa attorno ai principi di civiltà, piuttosto che essere dominati dall’ossessione della paura. E in questo si evidenzia la pochezza nel dibattito pubblico ridotto all’analisi se considerarli clandestini o meno”.
Il Presidente ha poi rilevato “la profonda confusione di messaggi” tra Berlusconi e La Russa, nella gestione del ruolo dell’Italia in Libia e la “sensazione è che l’Italia sia andata a rimorchio” piuttosto che essere protagonista. “Hanno scoperto dopo parecchi giorni che ci voleva la Nato – ha detto ironicamente durante il suo intervento –e la mia sensazione è che l’Italia stia perdendo una grandissima opportunità perché dovremmo essere a fianco questo mondo che auspica il cambiamento. Invece l’unico problema appare la garanzia del contenimento del pericolo islamico, e secondo la visione rozza del governo chi poteva garantirci meglio da questo pericolo, se non la dittatura? 
Ha avvertito D’Alema -sarà inoltre necessario rendersi conto che il processo democratico non avverrà nelle forme universali ma ci saranno delle forme proprie che non potremmo demonizzare”. Ha ribadito sulla “necessità di gestire questi processi di migrazione e di collaborare con i Paesi interessati” e per questo i 20000 profughi, dovrebbero essere considerati dei rifugiati e bisognerebbe accoglierli anche solo temporaneamente per poter poi negoziare un ritiro assistito. D’Alema ha quindi portato ad esempio la situazione del Kosovo e dell’Albania, da lui gestita quando era al governo [bombardamenti inclusi?, ndr], quando i profughi erano ben 400000 e in Italia 25000. 
“Tutti ottennero la solidarietà dell’Europa ed alcuni kosovari furono accolti addirittura dall’Australia, come valore simbolico di solidarietà internazionale e ce li abbiamo mandati anche se è stato dispendioso. Il problema non si risolve mandando tendopoli”. 
A margine dell’intervento, d’Alema ha evidenziato come la Conferenza del Pd sull’immigrazione sia stata molto proficua, indicando con chiarezza diversi punti importanti da sostenere come Partito democratico. “Una profonda riqualificazione delle selezione di chi viene in Italia è fondamentale –ha detto -. Se il giovane tunisino qualificato non ottiene il visto perché gli pongono questioni burocratiche è ovvio che da noi vengono solo i barconi. Noi abbiamo bisogno di una politica dell’accoglienza che punti ad una collaborazione tra politici e mondo imprenditoriale per attrarre immigrazione. Invece in Italia abbiamo una politica che genera clandestinità e produce insicurezza, e di conseguenza criminalità”. “Anche il tema dell’affermazione dell’interculturalismo, inteso come arricchimento, deve essere una grande battaglia del Pd. Abbiamo bisogno di nuovi italiani che aiutano anche noi a sentirci più italiani e il patriottismo costituzionale, deve essere il terreno vero sul quale ricostruire l’unità del Paese. I nuovi italiani, vanno indirizzati ai valori condivisi della Costituzione, sperando che aiutino anche gli italiani che se ne sono dimenticati, nel rispetto delle loro radici”. Parlando di religioni D’Alema ha sottolineato come l’Italia sia un Paese che non “garantisce” la libertà religiosa. “Quando stavo al governo volevo firmare le intese bilaterali tra stati e singole comunità religiose. Ho rischiato la crisi di governo per la comunità dei Testimoni di Geova, composta da quasi 300000 italiani, che sono stati perseguitati insieme agli ebrei. Ma il Parlamento dal 1999 non ha mai ratificato questo accordo, né altri. Io auspico che si formi con l’islam una intesa e questo sarebbe un fatto molto importante, perché è una realtà molto significativa”. D’Alema ha concluso il suo appassionato intervento insistendo sul fatto che “quello che è fondamentale è far crescere sul campo le forme positive della convivenza, perché rimuovendo le paure verrà avanti una mescolanza tra cittadini italiani e stranieri ed i confini diverranno meno netti, come è accaduto tra i meridionali che si sono trasferiti al nord Italia; ed allora il Partito, i sindacati e l’associazionismo svolsero un ruolo di guida molto importante. Il Partito democratico ha fatto tanti passi in questa direzione e continueremo a farne, fornendo un punto di riferimento positivo per la vera integrazione dei popoli”. Anto.Pro. 

Ed ora la parola agli imprenditori.


"In Italia c'è “un bisogno demografico di immigrati”. 
Intervista ad Anna Maria Artoni (a cura di Luigi Carletti) (25 febbraio 2005, link sconosciuto) 

Anna Maria Artoni, imprenditrice, emiliana di Reggio Emilia, è da tre anni presidente dei giovani imprenditori di Confindustria e vice presidente di Confindustria, come a dire, la voce e l'immagine delle nuove generazioni degli industriali italiani. Un incarico impegnativo che in questi anni l'ha portata a prendere posizione e a intervenire su molti temi della vita italiana, anche al di là di temi strettamente economici, tra cui l'immigrazione. Dottoressa Artoni, in un suo recente intervento ha detto che in Italia c'è “un bisogno demografico di immigrati”. E’ solo un giudizio prettamente industriale, come a dire, serve forza lavoro, o è un'esigenza più ampia e più complessa? 
“Sicuramente è un'esigenza più ampia. Anche dal punto di vista economico è ovviamente un aspetto importante, guardando al nostro Paese ci accorgiamo che è il paese più vecchio al mondo e non tanto perché viviamo di più degli altri, anche se la vita media si è decisamente allungata, ma perché non nascono più bambini, perché  e questo è un problema. Bisognerebbe fare più figli, ma in ogni caso avremo dei giovani tra 18-20 anni. Dunque bisogna gestire meglio, rispetto anche a quello che si fa oggi, il flusso di immigrati nel nostro Paese”. 
Già oggi non è praticamente immaginabile un'economia dell’Italia senza il contributo degli immigrati. Eppure, è difficile parlare di una reale politica dell'immigrazione da parte dello Stato italiano. Dov'è che l'Italia a suo parere è in ritardo? Quali sono le carenze principali? 
“Quando si parla di immigrazione lo si fa sempre in modo ideologico e poco pragmatico, e forse è proprio questo il difetto principale, perché poi si utilizzano strumenti come la leva della paura o comunque della difesa, anziché invece esaltare la grande opportunità che l'immigrazione può portare. L’immigrazione è stata ed è una grande leva di sviluppo per tantissimi paesi, soprattutto dal punto di vista economico. Basti guardare gli Stati Uniti, il Canada, l'Inghilterra, la Francia, tutti paesi che hanno investito pesantemente sugli immigrati. Questo in Italia non è avvenuto, forse perché l’immigrazione da noi è iniziata in ritardo rispetto ad altre realtà. Oggi è necessario recuperare il tempo perduto e sfruttare questa grande opportunità: l’incontro con persone che con le loro diversità possono portare novità, creatività e nuova cultura”. 
Lei citava la paura, che è certamente uno dei sentimenti negativi connessi al fenomeno dell'immigrazione. 
Che cosa pensa della campagna politica sulla sicurezza dei cittadini con l'indice puntato prevalentemente sugli immigrati? 
“Sono convinta che le persone non possono essere giudicate in base alla loro provenienza. Così come nel nostro Paese ci sono persone brave e meno brave, anche chi viene da altri paesi si trova nelle stesse condizioni. Quindi non si può trattare tutti allo stesso modo. E’ come dire che gli italiani sono tutti, diciamo, legati alla mafia: purtroppo qualcuno all'estero ha questa convinzione. Sono convinta che questo sia assolutamente sbagliato, nel nostro Paese si fa impresa e si produce ricchezza in modo assolutamente corretto. Poi ci sono delle situazioni patologiche e in questo caso è giusto che la giustizia intervenga, ma allo stesso tempo è necessario tutelare le persone oneste che vengono da noi per trovare un luogo migliore dove vivere”. 
Da un’indagine del novembre scorso dell'Agenzia Onu sul lavoro, emerge che in Italia in quarantuno casi su cento lo straniero è discriminato nell'assegnazione dei posti di lavoro. La ritiene una statistica veritiera? 
“Potrebbe anche essere vero. Di certo noi non conosciamo ancora chi sono gli immigrati che entrano nel Paese e, ancora più grave, non conosciamo i loro profili professionali: una pesantissima lacuna. Tre anni fa abbiamo discusso fino all'esasperazione sull’ipotesi di prendere le impronte digitali senza invece preoccuparci di sapere chi realmente entrava nel nostro paese e quindi quali opportunità potevano essere sfruttate. Anche perché le imprese hanno bisogno di personale: esistono – sfortunatamente non dappertutto - delle aree in cui non esiste effettivamente disoccupazione, quindi servono persone con profili diversi, ma se poi non conosciamo l’offerta professionale che proviene da questi paesi difficilmente riusciamo a gestirla al meglio. 
Per quanto riguarda la discriminazione sul posto di lavoro, non ho dati concreti ma sicuramente ci saranno delle situazioni patologiche come d’altronde in ogni ambito, però sapere che è una percentuale così elevata sinceramente mi preoccupa e mi spaventa”. 
Anche perché dà un'immagine del nostro paese… 
“Sicuramente non positiva. Se poi guardiamo al mondo femminile o a quello dei giovani sono altre aree critiche del nostro Paese. Spero che questa statistica sia esagerata”. 
Lei ha criticato la legge Bossi-Fini e la politica delle quote. Un giudizio critico largamente condiviso, mi pare anche all'interno della Confindustria. Ma c'è una proposta alternativa da parte degli imprenditori? O almeno un'idea forte su cui chiedere al legislatore di lavorare? 
“E’ da qualche anno che stiamo lavorando su questi argomenti, abbiamo anche fatto un convegno proprio per discutere e lanciare il tema dell'immigrazione. Di fatto c’è un “mismatch” (mancato incontro, ndr) tra l'offerta e la domanda di lavoro. Questo è il primo elemento da considerare e anche il più critico credo. Se trovo corretta l'impostazione della Bossi-Fini nel momento in cui lega la presenza dell'immigrato a un posto di lavoro, deve poter essere prevista anche una modalità di incontro tra questi due mondi, anche perché se ciò viene a mancare, difficilmente si riesce a gestire una politica delle quote. Politica alla quale non credo per la difficoltà di far combaciare domanda e offerta”. 
Lei è favorevole al diritto di voto agli immigrati? Parliamo di elezioni amministrative. 
“Sono assolutamente convinta che per superare i problemi legati alla paura e all'insicurezza, sia necessario pretendere il rispetto delle nostre leggi e delle nostre regole, però allo stesso tempo è indispensabile dare dei diritti alle persone che vengono nel nostro Paese. Quindi penso che il voto alle amministrative sia la giusta conclusione di un processo di integrazione che deve assolutamente essere portato avanti. Ma prima ancora di questo c’è un’altra questione importante: il tema della cittadinanza. Su cui, non molto tempo fa, ha posto l’attenzione anche il Presidente della Repubblica. Su questo è necessario intervenire rivedendo ciò che è stato già fatto. 
Inoltre, secondo me, è fondamentale fare molta più formazione, come ad esempio fa la Francia, in modo tale da far conoscere meglio già nei paesi di origine la nostra lingua, e in generale il nostro Paese. Questo è un processo di integrazione che deve essere costruito, gestito e governato, che non può che portare vantaggi alle imprese, ai cittadini italiani, al Paese, e agli stessi immigrati che vengono a vivere qui”. 
La Spagna in questi giorni sta regolarizzando oltre un milione di immigrati, una delle ultime decisioni del governo Zapatero. 
In Inghilterra la campagna elettorale invece la si sta facendo con misure sempre più restrittive sul piano dell’immigrazione. Due facce speculari dello stesso fenomeno a livello europeo. Qual è il paese occidentale che a suo parere dovrebbe fare da guida anche per l’Italia, rispetto alla politica sull’immigrazione? 
“Sicuramente il modo in cui la Francia affronta e gestisce l’immigrazione è simile a quello che potrebbe essere il percorso dell’Italia. Potrebbe essere una strada. Di certo ci sono cose che non vanno più gestite esclusivamente a livello nazionale ma europeo: penso al fenomeno dei flussi e al controllo delle frontiere, perché se da un lato si deve andare verso una maggiore regolarizzazione e una maggior capacità di inclusione all’interno dei paesi e quindi di una integrazione, dall’altra è però anche giusto avere un maggior controllo di ciò che accade. Separando le due questioni ma tenendole entrambe presenti. Da un lato l’Europa e dall’altro il territorio. Questi sono aspetti particolarmente importanti, che potranno aiutarci sicuramente a gestire meglio questo fenomeno”. 
Le sarà capitato di vedere in foto o in televisione le file lunghissime di immigrati davanti alle questure per il rinnovo del permesso di soggiorno. Qual è stato il suo primo pensiero: la solita Italia inefficiente o piuttosto la burocrazia utilizzata come arma di un calcolo politico? 
“Tutte e due, probabilmente. Sta di fatto che naturalmente una è una buona scusa per l’altra. Credo che anche nella Bossi-Fini ci sia una soluzione che superi la burocrazia, uno sportello unico…”. 
Che tra l’altro dovrebbe entrare in vigore in questi giorni… 
“Speriamo, perché questo semplifica la vita di tutti. Sono del parere che per un rinnovo non si debba complicare la vita né alle imprese, che si trovano in difficoltà, né alle persone che sono regolarmente nel nostro Paese, che hanno già un lavoro e che possono tranquillamente rimanere. Ritengo giusto fare questa procedura una prma volta, ma non quando una persona è già presente e lavora regolarmente”. 
Ma secondo lei è possibile pensare a una politica salariale diversa… immigrati e italiani? 
“Assolutamente no: le differenze si fanno sul merito e non sulla provenienza geografica, né del nostro territorio, né del resto del mondo”. 
A proposito di impresa, in un intervento nel febbraio 2003 lei ha parlato dell’impresa come di luogo e modello di integrazione sociale. Che cosa dovrebbero imparare la classe politica e gli amministratori pubblici dal mondo del lavoro? Cosa si è già fatto nel mondo del lavoro che invece manca nella società civile, nella politica… 
“E’ indispensabile lavorare insieme, avere un obiettivo condiviso e portarlo avanti, cercando di trovare delle soluzioni per le diversità che ci sono tra le imprese e nelle diverse figure che sono all’interno dell’impresa. Ognuno di noi è diverso dagli altri e oltre a rispettare le regole - che sono quelle dell’impresa - è anche giusto tenere presente le differenze di ciascuno. La stessa cosa vale per le donne: è inutile pensare che le donne e gli uomini siano uguali. Noi abbiamo esigenze e ruoli diversi all’interno della famiglia. Dovremmo capire meglio quali sono queste differenze e quindi dare una risposta mirata alle domande che oggettivamente sono diverse. In questo modo sicuramente si otterrebbero con più facilità risultati molto più positivi per tutti”. 
Lei vive e lavora in un’area del Paese che è considerata all’avanguardia da molti punti di vista e, probabilmente, anche nelle politiche sull’immigrazione, ovvero la provincia di Reggio Emilia, il nord emiliano. Riflettendo sulle dinamiche  e sulle dimensioni del fenomeno immigrazione in Italia, che cosa l’affascina e che cosa la preoccupa? 
“Mi affascina, come dicevo prima, la diversità, le capacità di innovazione e creatività che persone nuove possono portare per il cambiamento del nostro Paese. E’ di questo che noi abbiamo grande bisogno, anche perché io sono fortemente convinta che il futuro dell’Italia non possa che essere sull’eccellenza e l’eccellenza si ottiene guardando sempre avanti e puntando soprattutto sulla qualità, il cambiamento e l’innovazione, quindi con largo spazio alla classe creativa. Ma la classe creativa si costruisce con i migliori e i migliori si costruiscono realizzando dal un lato un percorso di valorizzazione dei talenti che sono nel nostro Paese e dall’altro con la capacità di attrarre i migliori talenti che ci sono negli altri paesi. 
Quello che mi spaventa è invece il subire certi fenomeni e la mancanza di gestione: ciò significa avere a che fare con situazioni patologiche, come ad esempio la concentrazione di un alto numero di immigrati in certe aree rispetto ad altre, con gravi problemi anche di tenuta del welfare, del territorio e dei servizi. Un altro tema fondamentale è quello della scuola. Da una parte vogliamo un’Italia di qualità, un’Italia di talenti ma poi non risolviamo i problemi nelle scuole dove questi bambini, a volte da poco o appena arrivati nel nostro territorio, vengono inseriti. Spesso, o quasi sempre, non conoscono la nostra lingua e quindi non soltanto loro si trovano in difficoltà perché non riescono ad apprendere, ma rallentano il resto della classe. Situazioni che sono veramente paradossali. E quindi bisogna saper dare delle risposte diverse a richieste molto diverse tra loro. 
La zona dalla quale provengo ha, secondo me, un grande merito, che è stato proprio quello di riuscire non solo ad affiancare a un tessuto imprenditoriale ed economico che funziona e che quindi ha dato la possibilità di inserire rapidamente nel mondo del lavoro molti immigrati, che oltre ad essere tanti, sono regolari. Le istituzioni hanno cercato di governare il flusso al meglio, e ad esse si è aggiunta un’altra risorsa, un fenomeno particolarmente importante: il volontariato. Il volontariato è riuscito a sostenere questa integrazione in modo eccellente. Oggi bisogna fare un ulteriore salto, un ulteriore passaggio che però non può derivare soltanto dalle scelte di un piccolo territorio, ma devono essere scelte dell’intero Paese”. 
Un’ultima domanda: si parla di un suo prossimo ingresso in politica. Se così fosse, il tema dell’immigrazione potrebbe essere uno dei campi in cui impegnarsi? 

“Io penso al mio futuro che è in azienda. In ogni caso, visto il ruolo di giovane imprenditrice, impegnata a lungo anche in Confindustria, il mio spirito sarà sempre quello di trovare delle soluzioni che non siano utili solo alla mia piccola impresa ma che servano al territorio nel quale vivo e nel quale credo profondamente. Anche perché se non si trovano delle soluzioni per gestire al meglio le criticità di cui abbiamo parlato, la situazione sarà veramente difficile. Da questo punto di vista sarò sempre impegnata, al di là di quelli che saranno poi gli eventuali incarichi che a oggi, sinceramente, non posso prevedere. L’unica cosa certa è che dal 22 aprile rientrerò in azienda”. 

Letto? Bene. A voi. Per quanto mi riguarda, quando ho finito di leggere questi articoli l'unica domanda che avrei voluto porre ai due gentili interlocutori era questa:

e gli italiani?

Perché io vi ho letto un racconto, un'affabulazione, su un mondo del futuro che non comprende evidentemente gli italiani, cioè me, te, voi, noi tutti. Perché la progettualità di questi meticciatori compulsivi sembra procedere nonostante noi e oltre noi e viene dichiarata inevitabile ed inarrestabile. Vi sembra normale? 
Fanno bei discorsi da "vieni, bell'africanuccio istruito, che ti daremo un posto sicuro e qualificato, quello che prima avremo tolto a quei pochi panda italiani rimasti, e dopo aver sterminato per fame quei vecchiacci, sempre italiani, che insistono a voler campare novant'anni pretendendo oltretutto una pensione.  Sarai tu il nuovo italiano". Bei discorsi ma da Omino di burro che recluta i bimbi per il Paese dei Balocchi, perché questi vogliono solo degli schiavi, sottomessi e perfettamente omologati e l'accenno alla Cina del furbone di sette cotte non è causale. 
La Cina sta costruendo enormi città fantasma in Africa - in previsione di una propria ondata migratoria come alleviamento alla sovrappopolazione in patria? - ed è alla conquista delle ricchezze africane. Dato che non si è mai vista una colonizzazione che non sia finita con la sottomissione, per non dire lo sterminio alla Wounded Knee della popolazione invasa, potremmo sospettare che gli africani che provengono anche da paesi non in guerra e quindi non propriamente profughi, come invece la propaganda tende a definire chiunque ultimamente entri in Europa, ne vengano in realtà espulsi - dietro la promessa del Paese dei Balocchi - per far posto a coloro ai quali fa gola il ricchissimo continente africano, e non solo necessariamente i cinesi. Che gli africani se li giùggiolino gli europei, penseranno i promotori di queste marce forzate su scala continentale, così allo stesso tempo otteniamo che l'Europa perda completamente la propria identità e tutte le conquiste sociali ottenute. Perché, è brutto dirlo, lo so, ma chi accetta di farsi espellere e pensa solo ad andarsene senza lottare per restare e costruire qualcosa a casa propria e per il proprio paese è il candidato perfetto per la destabilizzazione di qualunque società.

No, è inutile, continuo a pormi la domanda: 

e gli italiani?

Ah, D'Alema anche di recente ha riaffermato che puntare su politiche che favoriscano la natalità autoctona per alleviare il problema dell'invecchiamento della popolazione è cosa brutta e fascista.

Ripeto:

e gli italiani?

Fratelli d'Eatalya
l'Eatalya è a destra,
dall'ora di Schengen
finita è la festa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga del vino
che schiava di Berlino
Iddio la creò.
Stringiamci la cinghia
ben stretta alla vita.
Siam pronti alla vita,
l'Europa chiamò.
Stringiamci la cinghia
ben stretta alla vita.
Siam pronti alla vita,
l'Europa chiamò, ja!

lunedì 4 maggio 2015

Siam pronti alle botte


Questa immagine è la Gioconda del nuovo millennio,  il simbolo di un'Italia che ancora una volta viene gentilmente invitata a non mettere in discussione ciò che nelle segrete stanze si è deciso da tempo per lei e, affinché comprenda bene, viene colpita alla testa (al cranio, Ramon, al cranio!

L'approvazione odierna dell'Italicum, la prima legge del regime monopiddino della storia repubblicana, una legge che si sono votati da soli, una masturbazione costituzionale in piena regola, dalla quale i minorati si sono ipocritamente astenuti in una sessantina quando si sapeva già che la legge della ciuca sarebbe passata lo stesso e nonostante la gita in articulo mortis delle opposizioni sull'Aventino, è solo l'ultimo degli sfregi subiti dalla nostra povera patria in questi ultimi giorni.

Sono giorni intensi per Pittibullo (la definizione non è mia ma di Maria Giovanna Maglie e la trovo meravigliosa), che, mancandogli ormai solo l'apparizione in bilocazione, saltella ringhiando da una Festa dell'Unità a Bologna alla comparsata in Borsa dove pronuncia a memoria la filippica contro il capitalismo di relazione (sa ghè?), fino all'Expo nella Padania in declino, nell'Ex Po, nella città di Giuliano "Ripensaci" Pisapia. 
Si è infatti finalmente inaugurata la grande fiera dei prestinai di lusso dove alle otto di sera in certi padiglioni si batte impavidi lo scontrino numero due e dove il mortadellaro di regime dalle umili origini fatte pesare con l'apposita inutile biografia appena pubblicata propugna la durezza del vivere per i suoi giovani apprendisti da pochi euro all'ora. Un'Expo contro la fame nel mondo, sponsorizzata dalla merda dei fast food, cibo esterminador per i poveri, e dal kaiseki hana a 110 euro per i ricchi.

Primo sfregio. Della cerimonia inaugurale di ExPD 2015 rimarrà a futura esecranda memoria l'ennesimo episodio di pedopropaganda, quel coro di bimbi a storpiare il finale del sacro inno di Mameli con il ridicolo "siam pronti alla vita" (dicono sia stata un'idea della professoressa ducessa donna Agnese) al posto del "siam pronti alla morte". Un testo più adatto ad un coro di embrioni (per la serie: damo 'na botta a CL) ma che ha fatto squirtare i piddini convinti che la morte per sacrificio non sia roba per bambini. Per imprenditori e padri di famiglia disperati si, ma da sopportare in rigorosa solitudine e fuori campo. In un capannone dismesso o nel garage di casa. Che siate maledetti, fottuti Goebbels dei miei stivali. Ve lo immaginate un presidente americano che storpia l'inno dei padri fondatori per compiacere le velleità pedagogiche della First Lady? Finirebbero entrambi a Guantanamo in tuta arancione. Nemmeno Francis e Claire oserebbero tanto.

Secondo sfregio. Per la tournée milanese del Black Bloc, la versione urban guerrilla dell'Erasmus, le forze dell'ordine avevano scelto la via del laissez faire, del "vediamo 'sti stupidi fin dove vogliono arrivare", alla Totò e Pasquale, per intenderci, (un agente sostiene per precisi ordini ricevuti), con la benedizione del Roveto Ardente Saviano, entusiasta della svolta buonista della celere. Nemmeno ventiquattr'ore e il roveto, nonostante l'infallibilità, veniva smentito clamorosamente dalle botte somministrate a fil di manganello ai riottosi, centri sociali ma anche precari della scuola, che avevano osato contestare alla Festa dell'Unità il Duce Sindaco al suon di "Renzi, carogna, fuori da Bologna!" La rima non era dolce stil novo ma oltremodo efficace.

A proposito di stilnovisti. Terzo sfregio. Si celebra un certo anniversario di Dante Alighieri e chi viene chiamato a smerdarne la grandezza, nel luogo sacro del Senato della Repubblica? Il giullare di regime, l'ex corposcioltista gran maestro di cerimonie ogni volta che c'è da stuprare  con le guittate qualcosa di sacro: la Costituzione, la Commedia e persino i Comandamenti. Quanto si sono scompisciati i controsenatori alla battuta che "se tardavano un po' non trovavano più il Senato" e ancor di più all'allusione a "Dante che voleva farsi un suo PD". 

Quarto sfregio. Ricordate il testé nominato Giuliano "Nun ce prova' " Pisapia? E ricordate anche gli Angeli del Fango a Genova, i ramazzatori multietnici dell'esercito volontario dell'economia dei disastri, tanto cari al PD? Ecco, domenica, dopo lo scempio del primo maggio del Black Bloc, il noto movimento paramilitare che ogni volta siamo impreparati a fronteggiare, a differenza delle temibili precarie della scuola, sono comparsi nel centro di Milano e dal nulla i White bloc, i bravi piddini armati di spruzzino e spazzola, arruolati per ripulire i muri della città al grido pisapiano di "Nessuno tocchi Milano". Pulitura ovviamente a gratis e dopo che Milano era stata palpeggiata ben bene, per altro da coloro che i media hanno avuto l'ordine di definire, all'unisono, come ogni volta che è in atto lo spin, "idioti neri", nel mentre già rientrati alla base con un bel diploma di "mission accomplished". Riassuntino: i pisapiani escono dalle fottute pareti quando non c'è più pericolo. 
Ma perché non stiamo parlando di cose serie, dello Star Wars Day celebrato in contemporanea sempre a Milano, eh?

Quinto sfregio. La copertura mediatica di tutti questi eventi. Dal fantastico "A Bologna c'è stato un piccolo contatto" del tgLa7 (vedi la ragazza insanguinata) al non aver fatto un plissèe alle sempre più inquietanti fascistaggini di Pittibullo: il "vado avanti e non mollo" ed il "cambiare e cambieremo", tanto per dirne due. Prossimamente vuoi che nessun aratro si metta a tracciare il solco?
Ma soprattutto per questa atroce prosa di regime, di cui ringrazio di cuore Giulio Verme per averli raccolti in tweet. Rabbrividiamo assieme:

Gad Lerner


Beppe Severgnini
Mario Calabresi (grazie Gioann Marc Polli)

Cali l'oblio.

mercoledì 29 aprile 2015

Risvegliarsi nel Manciukuò


Dove sono i Girotondi, la Guzzanti, Mascia & Il Popolo Viola, la Società Civile, le Agende Rosse, i sindacati, i partiggiani, la vera sinistra che "mailpiddìnonèlasinistra", quelli con il bellaciao sempre armato nel gargarozzo, Paolo Flores "Micromegaloman" D'Arcais, Travaglio e il vero giornalismo d'assalto che non ne perdonò mezza a Berlusconi; gli antagonisti, quelle merde degli intellettuali, le bagasce dell'informazione, gli elettori per appartenenza, quelli che moriranno di sinistra dopo essere morti di fame, la parte sana della società, i magistrati del "resistereresistereresistere", la PIAZZA e lo strakitemmuorto?

Tranquilli, sono nelle mani dei minorati della minoranza: i Bersani, Cuperlo, Civati, Speranza, Bindi ed eventuali. Ovvero in quelle dei gatti del vicolo di Schroedinger, quelli dentro e fuori al PD allo stesso tempo. "Ci stanno offrendo delle poltrone in cambio del voto all'Italicum!" piagnucolavano ieri le PDemi vierges, timorose dell'Italicum dopo essersi prese dei Fiscal Compact così. Poltrone? Bene, vediamo chi sse 'o fa, il sofà. Ora che sono a un passo dal potere assoluto, seppure quello che esercita il portinaio nella guardiola del palazzo, se lo paragoniamo al potere dei loro mandanti, figuriamoci se ci rinunciano, dopo essersi sbattuti per ottenerlo da almeno quarant'anni.

Ma non è finita. Dov'è la destra riverginata e presentabile, quella deberlusconizzata ed ecologicamente riciclata, la borghesia illuminata e quella ormai decerebrata, gli imprenditori che ormai meditano solo di impiccarsi e soprattutto Berlusconi, oggetto per vent'anni del fuoco concentrico di tutta la marmaglia testé citata, ora divenuto muto come chi ha appena scoperto una testa di cavallo nel letto?
Volete ridere, per non piangere? A parte la Lega e i commoventi cinquestelle - mi pare si possa non avere dubbi sul sincero entusiasmo della base, mentre tutti quelli del mondo su quello dell'altezza; cinquestelle che si sono battuti come leoni contro la rabbiosa mediatrice culturale e le ministre ciuche nominate cavalle di razza, sapete chi è sceso in piazza con il bavaglio contro l'Italicum, con gli italiani che prontamente lo sbeffeggiavano? Un banchiere, Corrado Passera. E' il colmo, e sarebbe tragico che fosse vero amor di patria e non faccia da culo, ma non c'è da meravigliarsene, visto che ormai ci tocca difendere Mussolini dal paragone con Renzi.

Non abbiamo notizie da ieri di un'alta carica. Si chiama Sergio e indossa un paltoncino scuro. 
Sabato scorso alla radio, una giornalista della Stampa che si bullava di avere informazioni di prima mano e riservate manco fosse Pecorelli, sosteneva che Renzi non avrebbe mai osato porre la fiducia sull'Italicum "perché Mattarella non vuole".
Bene, ora è giunto il momento della verifica. Vedremo se oggi Mattarella si noterà di più se parlerà o se starà zitto, per citare un noto intellettuale di sinistra. Si accettano scommesse.
Benvenuti nel Manciukuò.

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