26 marzo 2011
Massimo D’Alema, Presidente del Copasir ed esponente democratico, ha esordito alla prima Assemblea nazionale del Pd sull’Immigrazione, in qualità di “immigrato di trentesima generazione, perché questa è la storia degli italiani –ha chiarito –e nessun popolo può permettersi l’aberrazione del razzismo meno del popolo italiano, che è una mescolanza di razze e civiltà”. “Non dobbiamo cadere nella trappola di apparire come quelli dei buoni sentimenti - ha detto D’Alema – perché noi abbiamo bisogno degli immigrati, e questo è un dato di partenza assoluto. Secondo statistiche europee in Europa nei prossimi 15 anni ci sarebbe bisogno di circa 30 milioni di immigrati. E la presenza di 5 milioni di cittadini stranieri nel nostro Paese, sono una risorsa giovane che porta una energia positiva”.
Il Presidente del Copasir ha evidenziato come al giorno d’oggi concetti che sembravano un tabù siano diventati leciti: come parlare di razzismo, simbolo di degrado civile e culturale del nostro Paese.
“Per il nostro Partito, democratico e progressista il contrastare la politica della paura deve diventare una battaglia seppur difficile ma identitaria. Negli ultimi anni, il contesto nel quale i fenomeni migratori si sono sviluppati è quello della globalizzazione, che accentua la paura ed il timore di smarrire le proprie radici, di essere omologati, paura che ha generato sentimenti identitari che non corrispondono poi alla realtà”.
D’Alema ha chiarito la questione, portando ad esempio i cinesi che stanno popolando le nostre città e che “sono percepiti come l’avanguardia di una grande potenza che minaccia i nostri privilegi, e conseguentemente come il declino della potenza del nostro Paese. E questo è un sentimento di paura che abbraccia tutto il mondo occidentale e che ha influito anche sugli orientamenti politici in Europa, fomentando il fenomeno del populismo”. “In questo scenario –ha rilevato nella sua attentissima analisi - il tema dell’immigrazione è diventato l’emblema visibile delle minacce che sentiamo gravare sulla nostra civiltà, economiche, sociali e culturali e sul nostro primato politico. Ma un occidente che guarda con questo spirito ai fenomeni migratori è portato a perdere. Perché se non pratichiamo una politica dell’accoglienza e valorizzazione delle qualità umane, in futuro sarà difficilissimo attrarre talenti e persone che possono rivitalizzare il nostro Paese.
Il rischio paradossalmente è che diventiamo il Paese di persone che costringiamo ad essere clandestini, a discapito della nostra sicurezza. La Lega vuole dichiarare clandestini i profughi che stanno arrivando con i barconi e poi che dobbiamo fare, processarli tutti? E’ una legge lesiva della legge stessa”.
Massimo d’Alema ha poi valutato questo difficile momento storico, di sconvolgimento politico del Mediterraneo. “Noi potremmo essere l’interlocutore naturale di questi giovani che diventano protagonisti del cambiamento, e che di fatto si muovono secondo i nostri principi costituzionali, cercando la democrazia. È spiacevole vedere invece che i ragazzi Bengalesi non percepiscono il nostro tricolore come il loro. Il mondo sta cambiando e il nostro Paese è dominato dalla paura che arrivano 15000 persone sul nostro territorio –ha denunciato l’esponente democratico -. È come il crollo del muro di Berlino, si dovrebbe festeggiare in Europa attorno ai principi di civiltà, piuttosto che essere dominati dall’ossessione della paura. E in questo si evidenzia la pochezza nel dibattito pubblico ridotto all’analisi se considerarli clandestini o meno”.
Il Presidente ha poi rilevato “la profonda confusione di messaggi” tra Berlusconi e La Russa, nella gestione del ruolo dell’Italia in Libia e la “sensazione è che l’Italia sia andata a rimorchio” piuttosto che essere protagonista. “Hanno scoperto dopo parecchi giorni che ci voleva la Nato – ha detto ironicamente durante il suo intervento –e la mia sensazione è che l’Italia stia perdendo una grandissima opportunità perché dovremmo essere a fianco questo mondo che auspica il cambiamento. Invece l’unico problema appare la garanzia del contenimento del pericolo islamico, e secondo la visione rozza del governo chi poteva garantirci meglio da questo pericolo, se non la dittatura?
Ha avvertito D’Alema -sarà inoltre necessario rendersi conto che il processo democratico non avverrà nelle forme universali ma ci saranno delle forme proprie che non potremmo demonizzare”. Ha ribadito sulla “necessità di gestire questi processi di migrazione e di collaborare con i Paesi interessati” e per questo i 20000 profughi, dovrebbero essere considerati dei rifugiati e bisognerebbe accoglierli anche solo temporaneamente per poter poi negoziare un ritiro assistito. D’Alema ha quindi portato ad esempio la situazione del Kosovo e dell’Albania, da lui gestita quando era al governo [bombardamenti inclusi?, ndr], quando i profughi erano ben 400000 e in Italia 25000.
“Tutti ottennero la solidarietà dell’Europa ed alcuni kosovari furono accolti addirittura dall’Australia, come valore simbolico di solidarietà internazionale e ce li abbiamo mandati anche se è stato dispendioso. Il problema non si risolve mandando tendopoli”.
A margine dell’intervento, d’Alema ha evidenziato come la Conferenza del Pd sull’immigrazione sia stata molto proficua, indicando con chiarezza diversi punti importanti da sostenere come Partito democratico. “Una profonda riqualificazione delle selezione di chi viene in Italia è fondamentale –ha detto -. Se il giovane tunisino qualificato non ottiene il visto perché gli pongono questioni burocratiche è ovvio che da noi vengono solo i barconi. Noi abbiamo bisogno di una politica dell’accoglienza che punti ad una collaborazione tra politici e mondo imprenditoriale per attrarre immigrazione. Invece in Italia abbiamo una politica che genera clandestinità e produce insicurezza, e di conseguenza criminalità”. “Anche il tema dell’affermazione dell’interculturalismo, inteso come arricchimento, deve essere una grande battaglia del Pd. Abbiamo bisogno di nuovi italiani che aiutano anche noi a sentirci più italiani e il patriottismo costituzionale, deve essere il terreno vero sul quale ricostruire l’unità del Paese. I nuovi italiani, vanno indirizzati ai valori condivisi della Costituzione, sperando che aiutino anche gli italiani che se ne sono dimenticati, nel rispetto delle loro radici”. Parlando di religioni D’Alema ha sottolineato come l’Italia sia un Paese che non “garantisce” la libertà religiosa. “Quando stavo al governo volevo firmare le intese bilaterali tra stati e singole comunità religiose. Ho rischiato la crisi di governo per la comunità dei Testimoni di Geova, composta da quasi 300000 italiani, che sono stati perseguitati insieme agli ebrei. Ma il Parlamento dal 1999 non ha mai ratificato questo accordo, né altri. Io auspico che si formi con l’islam una intesa e questo sarebbe un fatto molto importante, perché è una realtà molto significativa”. D’Alema ha concluso il suo appassionato intervento insistendo sul fatto che “quello che è fondamentale è far crescere sul campo le forme positive della convivenza, perché rimuovendo le paure verrà avanti una mescolanza tra cittadini italiani e stranieri ed i confini diverranno meno netti, come è accaduto tra i meridionali che si sono trasferiti al nord Italia; ed allora il Partito, i sindacati e l’associazionismo svolsero un ruolo di guida molto importante. Il Partito democratico ha fatto tanti passi in questa direzione e continueremo a farne, fornendo un punto di riferimento positivo per la vera integrazione dei popoli”. Anto.Pro.
Ed ora la parola agli imprenditori.
"In Italia c'è “un bisogno demografico di immigrati”.
Intervista ad Anna Maria Artoni (a cura di Luigi Carletti) (25 febbraio 2005, link sconosciuto)
Anna Maria Artoni, imprenditrice, emiliana di Reggio Emilia, è da tre anni presidente dei giovani imprenditori di Confindustria e vice presidente di Confindustria, come a dire, la voce e l'immagine delle nuove generazioni degli industriali italiani. Un incarico impegnativo che in questi anni l'ha portata a prendere posizione e a intervenire su molti temi della vita italiana, anche al di là di temi strettamente economici, tra cui l'immigrazione. Dottoressa Artoni, in un suo recente intervento ha detto che in Italia c'è “un bisogno demografico di immigrati”. E’ solo un giudizio prettamente industriale, come a dire, serve forza lavoro, o è un'esigenza più ampia e più complessa?
“Sicuramente è un'esigenza più ampia. Anche dal punto di vista economico è ovviamente un aspetto importante, guardando al nostro Paese ci accorgiamo che è il paese più vecchio al mondo e non tanto perché viviamo di più degli altri, anche se la vita media si è decisamente allungata, ma perché non nascono più bambini, perché e questo è un problema. Bisognerebbe fare più figli, ma in ogni caso avremo dei giovani tra 18-20 anni. Dunque bisogna gestire meglio, rispetto anche a quello che si fa oggi, il flusso di immigrati nel nostro Paese”.
Già oggi non è praticamente immaginabile un'economia dell’Italia senza il contributo degli immigrati. Eppure, è difficile parlare di una reale politica dell'immigrazione da parte dello Stato italiano. Dov'è che l'Italia a suo parere è in ritardo? Quali sono le carenze principali?
“Quando si parla di immigrazione lo si fa sempre in modo ideologico e poco pragmatico, e forse è proprio questo il difetto principale, perché poi si utilizzano strumenti come la leva della paura o comunque della difesa, anziché invece esaltare la grande opportunità che l'immigrazione può portare. L’immigrazione è stata ed è una grande leva di sviluppo per tantissimi paesi, soprattutto dal punto di vista economico. Basti guardare gli Stati Uniti, il Canada, l'Inghilterra, la Francia, tutti paesi che hanno investito pesantemente sugli immigrati. Questo in Italia non è avvenuto, forse perché l’immigrazione da noi è iniziata in ritardo rispetto ad altre realtà. Oggi è necessario recuperare il tempo perduto e sfruttare questa grande opportunità: l’incontro con persone che con le loro diversità possono portare novità, creatività e nuova cultura”.
Lei citava la paura, che è certamente uno dei sentimenti negativi connessi al fenomeno dell'immigrazione.
Che cosa pensa della campagna politica sulla sicurezza dei cittadini con l'indice puntato prevalentemente sugli immigrati?
“Sono convinta che le persone non possono essere giudicate in base alla loro provenienza. Così come nel nostro Paese ci sono persone brave e meno brave, anche chi viene da altri paesi si trova nelle stesse condizioni. Quindi non si può trattare tutti allo stesso modo. E’ come dire che gli italiani sono tutti, diciamo, legati alla mafia: purtroppo qualcuno all'estero ha questa convinzione. Sono convinta che questo sia assolutamente sbagliato, nel nostro Paese si fa impresa e si produce ricchezza in modo assolutamente corretto. Poi ci sono delle situazioni patologiche e in questo caso è giusto che la giustizia intervenga, ma allo stesso tempo è necessario tutelare le persone oneste che vengono da noi per trovare un luogo migliore dove vivere”.
Da un’indagine del novembre scorso dell'Agenzia Onu sul lavoro, emerge che in Italia in quarantuno casi su cento lo straniero è discriminato nell'assegnazione dei posti di lavoro. La ritiene una statistica veritiera?
“Potrebbe anche essere vero. Di certo noi non conosciamo ancora chi sono gli immigrati che entrano nel Paese e, ancora più grave, non conosciamo i loro profili professionali: una pesantissima lacuna. Tre anni fa abbiamo discusso fino all'esasperazione sull’ipotesi di prendere le impronte digitali senza invece preoccuparci di sapere chi realmente entrava nel nostro paese e quindi quali opportunità potevano essere sfruttate. Anche perché le imprese hanno bisogno di personale: esistono – sfortunatamente non dappertutto - delle aree in cui non esiste effettivamente disoccupazione, quindi servono persone con profili diversi, ma se poi non conosciamo l’offerta professionale che proviene da questi paesi difficilmente riusciamo a gestirla al meglio.
Per quanto riguarda la discriminazione sul posto di lavoro, non ho dati concreti ma sicuramente ci saranno delle situazioni patologiche come d’altronde in ogni ambito, però sapere che è una percentuale così elevata sinceramente mi preoccupa e mi spaventa”.
Anche perché dà un'immagine del nostro paese…
“Sicuramente non positiva. Se poi guardiamo al mondo femminile o a quello dei giovani sono altre aree critiche del nostro Paese. Spero che questa statistica sia esagerata”.
Lei ha criticato la legge Bossi-Fini e la politica delle quote. Un giudizio critico largamente condiviso, mi pare anche all'interno della Confindustria. Ma c'è una proposta alternativa da parte degli imprenditori? O almeno un'idea forte su cui chiedere al legislatore di lavorare?
“E’ da qualche anno che stiamo lavorando su questi argomenti, abbiamo anche fatto un convegno proprio per discutere e lanciare il tema dell'immigrazione. Di fatto c’è un “mismatch” (mancato incontro, ndr) tra l'offerta e la domanda di lavoro. Questo è il primo elemento da considerare e anche il più critico credo. Se trovo corretta l'impostazione della Bossi-Fini nel momento in cui lega la presenza dell'immigrato a un posto di lavoro, deve poter essere prevista anche una modalità di incontro tra questi due mondi, anche perché se ciò viene a mancare, difficilmente si riesce a gestire una politica delle quote. Politica alla quale non credo per la difficoltà di far combaciare domanda e offerta”.
Lei è favorevole al diritto di voto agli immigrati? Parliamo di elezioni amministrative.
“Sono assolutamente convinta che per superare i problemi legati alla paura e all'insicurezza, sia necessario pretendere il rispetto delle nostre leggi e delle nostre regole, però allo stesso tempo è indispensabile dare dei diritti alle persone che vengono nel nostro Paese. Quindi penso che il voto alle amministrative sia la giusta conclusione di un processo di integrazione che deve assolutamente essere portato avanti. Ma prima ancora di questo c’è un’altra questione importante: il tema della cittadinanza. Su cui, non molto tempo fa, ha posto l’attenzione anche il Presidente della Repubblica. Su questo è necessario intervenire rivedendo ciò che è stato già fatto.
Inoltre, secondo me, è fondamentale fare molta più formazione, come ad esempio fa la Francia, in modo tale da far conoscere meglio già nei paesi di origine la nostra lingua, e in generale il nostro Paese. Questo è un processo di integrazione che deve essere costruito, gestito e governato, che non può che portare vantaggi alle imprese, ai cittadini italiani, al Paese, e agli stessi immigrati che vengono a vivere qui”.
La Spagna in questi giorni sta regolarizzando oltre un milione di immigrati, una delle ultime decisioni del governo Zapatero.
In Inghilterra la campagna elettorale invece la si sta facendo con misure sempre più restrittive sul piano dell’immigrazione. Due facce speculari dello stesso fenomeno a livello europeo. Qual è il paese occidentale che a suo parere dovrebbe fare da guida anche per l’Italia, rispetto alla politica sull’immigrazione?
“Sicuramente il modo in cui la Francia affronta e gestisce l’immigrazione è simile a quello che potrebbe essere il percorso dell’Italia. Potrebbe essere una strada. Di certo ci sono cose che non vanno più gestite esclusivamente a livello nazionale ma europeo: penso al fenomeno dei flussi e al controllo delle frontiere, perché se da un lato si deve andare verso una maggiore regolarizzazione e una maggior capacità di inclusione all’interno dei paesi e quindi di una integrazione, dall’altra è però anche giusto avere un maggior controllo di ciò che accade. Separando le due questioni ma tenendole entrambe presenti. Da un lato l’Europa e dall’altro il territorio. Questi sono aspetti particolarmente importanti, che potranno aiutarci sicuramente a gestire meglio questo fenomeno”.
Le sarà capitato di vedere in foto o in televisione le file lunghissime di immigrati davanti alle questure per il rinnovo del permesso di soggiorno. Qual è stato il suo primo pensiero: la solita Italia inefficiente o piuttosto la burocrazia utilizzata come arma di un calcolo politico?
“Tutte e due, probabilmente. Sta di fatto che naturalmente una è una buona scusa per l’altra. Credo che anche nella Bossi-Fini ci sia una soluzione che superi la burocrazia, uno sportello unico…”.
Che tra l’altro dovrebbe entrare in vigore in questi giorni…
“Speriamo, perché questo semplifica la vita di tutti. Sono del parere che per un rinnovo non si debba complicare la vita né alle imprese, che si trovano in difficoltà, né alle persone che sono regolarmente nel nostro Paese, che hanno già un lavoro e che possono tranquillamente rimanere. Ritengo giusto fare questa procedura una prma volta, ma non quando una persona è già presente e lavora regolarmente”.
Ma secondo lei è possibile pensare a una politica salariale diversa… immigrati e italiani?
“Assolutamente no: le differenze si fanno sul merito e non sulla provenienza geografica, né del nostro territorio, né del resto del mondo”.
A proposito di impresa, in un intervento nel febbraio 2003 lei ha parlato dell’impresa come di luogo e modello di integrazione sociale. Che cosa dovrebbero imparare la classe politica e gli amministratori pubblici dal mondo del lavoro? Cosa si è già fatto nel mondo del lavoro che invece manca nella società civile, nella politica…
“E’ indispensabile lavorare insieme, avere un obiettivo condiviso e portarlo avanti, cercando di trovare delle soluzioni per le diversità che ci sono tra le imprese e nelle diverse figure che sono all’interno dell’impresa. Ognuno di noi è diverso dagli altri e oltre a rispettare le regole - che sono quelle dell’impresa - è anche giusto tenere presente le differenze di ciascuno. La stessa cosa vale per le donne: è inutile pensare che le donne e gli uomini siano uguali. Noi abbiamo esigenze e ruoli diversi all’interno della famiglia. Dovremmo capire meglio quali sono queste differenze e quindi dare una risposta mirata alle domande che oggettivamente sono diverse. In questo modo sicuramente si otterrebbero con più facilità risultati molto più positivi per tutti”.
Lei vive e lavora in un’area del Paese che è considerata all’avanguardia da molti punti di vista e, probabilmente, anche nelle politiche sull’immigrazione, ovvero la provincia di Reggio Emilia, il nord emiliano. Riflettendo sulle dinamiche e sulle dimensioni del fenomeno immigrazione in Italia, che cosa l’affascina e che cosa la preoccupa?
“Mi affascina, come dicevo prima, la diversità, le capacità di innovazione e creatività che persone nuove possono portare per il cambiamento del nostro Paese. E’ di questo che noi abbiamo grande bisogno, anche perché io sono fortemente convinta che il futuro dell’Italia non possa che essere sull’eccellenza e l’eccellenza si ottiene guardando sempre avanti e puntando soprattutto sulla qualità, il cambiamento e l’innovazione, quindi con largo spazio alla classe creativa. Ma la classe creativa si costruisce con i migliori e i migliori si costruiscono realizzando dal un lato un percorso di valorizzazione dei talenti che sono nel nostro Paese e dall’altro con la capacità di attrarre i migliori talenti che ci sono negli altri paesi.
Quello che mi spaventa è invece il subire certi fenomeni e la mancanza di gestione: ciò significa avere a che fare con situazioni patologiche, come ad esempio la concentrazione di un alto numero di immigrati in certe aree rispetto ad altre, con gravi problemi anche di tenuta del welfare, del territorio e dei servizi. Un altro tema fondamentale è quello della scuola. Da una parte vogliamo un’Italia di qualità, un’Italia di talenti ma poi non risolviamo i problemi nelle scuole dove questi bambini, a volte da poco o appena arrivati nel nostro territorio, vengono inseriti. Spesso, o quasi sempre, non conoscono la nostra lingua e quindi non soltanto loro si trovano in difficoltà perché non riescono ad apprendere, ma rallentano il resto della classe. Situazioni che sono veramente paradossali. E quindi bisogna saper dare delle risposte diverse a richieste molto diverse tra loro.
La zona dalla quale provengo ha, secondo me, un grande merito, che è stato proprio quello di riuscire non solo ad affiancare a un tessuto imprenditoriale ed economico che funziona e che quindi ha dato la possibilità di inserire rapidamente nel mondo del lavoro molti immigrati, che oltre ad essere tanti, sono regolari. Le istituzioni hanno cercato di governare il flusso al meglio, e ad esse si è aggiunta un’altra risorsa, un fenomeno particolarmente importante: il volontariato. Il volontariato è riuscito a sostenere questa integrazione in modo eccellente. Oggi bisogna fare un ulteriore salto, un ulteriore passaggio che però non può derivare soltanto dalle scelte di un piccolo territorio, ma devono essere scelte dell’intero Paese”.
Un’ultima domanda: si parla di un suo prossimo ingresso in politica. Se così fosse, il tema dell’immigrazione potrebbe essere uno dei campi in cui impegnarsi?
“Io penso al mio futuro che è in azienda. In ogni caso, visto il ruolo di giovane imprenditrice, impegnata a lungo anche in Confindustria, il mio spirito sarà sempre quello di trovare delle soluzioni che non siano utili solo alla mia piccola impresa ma che servano al territorio nel quale vivo e nel quale credo profondamente. Anche perché se non si trovano delle soluzioni per gestire al meglio le criticità di cui abbiamo parlato, la situazione sarà veramente difficile. Da questo punto di vista sarò sempre impegnata, al di là di quelli che saranno poi gli eventuali incarichi che a oggi, sinceramente, non posso prevedere. L’unica cosa certa è che dal 22 aprile rientrerò in azienda”.
Letto? Bene. A voi. Per quanto mi riguarda, quando ho finito di leggere questi articoli l'unica domanda che avrei voluto porre ai due gentili interlocutori era questa:
e gli italiani?
Perché io vi ho letto un racconto, un'affabulazione, su un mondo del futuro che non comprende evidentemente gli italiani, cioè me, te, voi, noi tutti. Perché la progettualità di questi meticciatori compulsivi sembra procedere nonostante noi e oltre noi e viene dichiarata inevitabile ed inarrestabile. Vi sembra normale?
Fanno bei discorsi da "vieni, bell'africanuccio istruito, che ti daremo un posto sicuro e qualificato, quello che prima avremo tolto a quei pochi panda italiani rimasti, e dopo aver sterminato per fame quei vecchiacci, sempre italiani, che insistono a voler campare novant'anni pretendendo oltretutto una pensione. Sarai tu il nuovo italiano". Bei discorsi ma da Omino di burro che recluta i bimbi per il Paese dei Balocchi, perché questi vogliono solo degli schiavi, sottomessi e perfettamente omologati e l'accenno alla Cina del furbone di sette cotte non è causale.
La Cina sta costruendo enormi città fantasma in Africa - in previsione di una propria ondata migratoria come alleviamento alla sovrappopolazione in patria? - ed è alla conquista delle ricchezze africane. Dato che non si è mai vista una colonizzazione che non sia finita con la sottomissione, per non dire lo sterminio alla Wounded Knee della popolazione invasa, potremmo sospettare che gli africani che provengono anche da paesi non in guerra e quindi non propriamente profughi, come invece la propaganda tende a definire chiunque ultimamente entri in Europa, ne vengano in realtà espulsi - dietro la promessa del Paese dei Balocchi - per far posto a coloro ai quali fa gola il ricchissimo continente africano, e non solo necessariamente i cinesi. Che gli africani se li giùggiolino gli europei, penseranno i promotori di queste marce forzate su scala continentale, così allo stesso tempo otteniamo che l'Europa perda completamente la propria identità e tutte le conquiste sociali ottenute. Perché, è brutto dirlo, lo so, ma chi accetta di farsi espellere e pensa solo ad andarsene senza lottare per restare e costruire qualcosa a casa propria e per il proprio paese è il candidato perfetto per la destabilizzazione di qualunque società.
No, è inutile, continuo a pormi la domanda:
e gli italiani?
Ah, D'Alema anche di recente ha riaffermato che puntare su politiche che favoriscano la natalità autoctona per alleviare il problema dell'invecchiamento della popolazione è cosa brutta e fascista.
Ripeto:
e gli italiani?
Fratelli d'Eatalya
l'Eatalya è a destra,
dall'ora di Schengen
finita è la festa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga del vino
che schiava di Berlino
Iddio la creò.
Stringiamci la cinghia
ben stretta alla vita.
Siam pronti alla vita,
l'Europa chiamò.
Stringiamci la cinghia
ben stretta alla vita.
Siam pronti alla vita,
l'Europa chiamò, ja!