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sabato 8 dicembre 2007

Il dramma scongiurato della sciuretta sottotono

Questa mattina, lo confesso, il primo pensiero è stato togliermi un dubbio che quasi mi aveva tolto il sonno stanotte.
Ma era proprio vero che la serata inaugurale della Scala, il nostro sette dicembre, la nostra Pirla Harbor è trascorsa sottotono a causa della tragedia di Torino?
Eppure il TG1 di ieri sera aveva dato quell'impressione. La Tiziana Ferrario non ci aveva fatto vedere nemmeno una toilette elegante, era tutta compunta mentre descriveva come stava andando la serata, iniziata con ben un minuto di silenzio in memoria delle vittime di Torino. Nemmeno un parterre de roi, una Valentina Cortese, una Milano da bere o da vomitare, nulla di nulla.

Il pensiero delle sciurette che avevano dovuto rinunciare all'abito strafirmato da qualche migliaia di euro per correre in tutta fretta all'Oviesse a comperare qualcosa di più modesto; che avevano optato per il colore fatto in casa con la crema dell'Oréal invece del parrucchiere da 300 euro e che, per non sembrare troppo allegre, avevano deciso per un giorno di non prendere l'antidepressivo, era veramente intollerabile.

Poi vado a leggere i resoconti stamattina e mi tranquillizzo. La faccenda del sottotono era per modo di dire, un depistaggio per gli animalisti che avrebbero altrimenti contestato le pellicce, frutto di tanto sudore delle cosce; per la stampa, forse anche per i servizi segreti, vista la presenza di emiri, "sceicche" conturbanti, musulmani ricchi, anzi straricchi, petrolieri amici della petroliera Moratti, quindi amici dell'Occidente, mica quegli straccioni dei talebani o dei palestinesi. Eurabia? Ma quando mai.
Le eleganze c'erano come sempre, gli sbrilluccichii dei diamanti pure, il vecchio e il nuovo borghesume in libera uscita ma la parola d'ordine per gli scribacchini del regime era "sobrietà".
Dite al popolo che eravamo sobri, che eravamo tutti vestiti di nero e staranno buoni.
I contestatori fuori dalla Scala c'erano, si, ma fanno folklore, come le bancarelle degli obej obej.

Presidenti, politici, tutti rigorosamente con le mogli e i mariti perchè per gli amanti non è serata. E' il trionfo del "domani è un altro giorno". L’inchiesta sulla Moratti? «Non questa sera, non voglio parlare di cose brutte», risponde giustamente la petroliera. Cicciobello Rutelli: «Stasera festeggiamo la Scala. Un traguardo che era a rischio, di leggi e contratti parliamo da domani». Ecco, bravo.

E la famosa cena finale, quella di cui si è sempre favoleggiato, a base di risotto alla milanese con le scaglie di oro zecchino sopra?
C'è stata, c'è stata. Come racconta con l'acquolina in bocca il Corriere della Serva:
"Dopo lo spettacolo, il Comune ha organizzato come di tradizione un ricevimento per 900 persone a Palazzo Marino, dove il grande cortile è stato trasformato in un doppio salone di atmosfera rinascimentale. Menu a base di risotto alla milanese, aletta di vitello con polentina e cappella di fungo porcino alla genovese".
Potevano le sciurette farsi mancare la cappella?
Piuttosto non si è ancora capito chi pagherà il conto per il catering, se la Moratti di tasca sua o i milanesi di tasca loro. Tenendo conto che per quattro pizzette, due olive e uno spumantino per l'inaugurazione di un negozio si spendono 1000 euro, fate un po' voi.

Scusate, si, la mondanità ma, e la musica? Non penserete mica che il 90% di chi va alla prima della Scala ci vada per l'opera in sé?
Del resto con un "Tristano e Isotta" c'è poco da stare allegri. Amore e morte, Eros e Thanatos, non è il Gianni Schicchi, come giustamente si è lamentato qualcuno. Si è sussurrato di sbadigli in platea. Beh, consideriamo i tre atti di Wagner, di sublime sperimentazione armonica, di straordinaria modernità quasi dodecafonica la giusta punizione per essersi potuti permettere di spendere in una serata, tra biglietto, ristorante, parrucchiere e affini quanto un operaio di quelli morti a Torino guadagnava in un mese e forse anche due.
Se le sciurette e i sciuretti preferiscono, per l'anno prossimo si potrebbe dedicare un minuto a Wagner e tre ore ai problemi della sicurezza sul lavoro.

giovedì 29 novembre 2007

Napo, 'orco capo!

Sappiamo tutti quale problema siano gli infortuni sul lavoro in Italia e quale tributo umano si paghi annualmente in termini di morti, ammalati e invalidi.
Qualche cifra relativa al 2006:
927.998 infortuni denunciati all'INAIL (e pensiamo che se l'incidente avviene in condizioni di lavoro nero ben difficilmente sarà denunciato);
1.302 morti per incidenti o conseguenze di infortunio.
Il settore in assoluto più pericoloso per i lavoratori è quello delle costruzioni, seguito dall'industria meccanica e dalla lavorazione dei metalli. Le donne pagano il tributo più alto nel settore dell'industria alimentare.

Mi è capitato di recente di dover frequentare, per la seconda volta in vita mia, il corso di formazione per neoassunti sulla legge 626, ovvero la legge che regolamenta la sicurezza sul lavoro.
Per chi non lo sapesse, sia che si lavori in un ufficio, al chiosco delle piadine o in fonderia, appena assunti il datore di lavoro ha l'obbligo (pena sanzioni amministrative) di iscrivere il neoassunto dipendente a questo corso, che poi è una full-immersion di quattro ore filate in un giorno che viene stabilito dall'associazione di categoria che la organizza, di solito in un'aula nella sede della medesima.

Chissà perchè quando capita di frequentare il corso i colleghi ti avvertono che saranno "due palle". Tu ti immagini che l'ingegnere ti svelerà il segreto per non farti mai male, ti leggerà i tuoi diritti e ti insegnerà a farli rispettare: sempre i colleghi ti dicono "è solo una perdita di tempo". Per la verità anch'io dopo la prima esperienza avevo avuto la stessa impressione.
Vediamo, cosa mi ricordavo del primo corso? Che le scale devono avere quell'affare di traverso per impedire che si aprano, che in ogni azienda ci vuole una persona addetta alla sicurezza e che se togli le protezioni dai macchinari, sono cazzi tuoi, anzi dell'addetto che doveva sorvegliare che tu non le togliessi.

Questa volta siamo una ventina in tutto, provenienti da vari settori: fabbrica, artigianato, commercio. Ci sono parecchi stranieri.
Si comincia con una specie di appello. Ognuno deve dichiarare la propria mansione sul lavoro e i fattori di rischio che secondo lui comporta. Schiacciamento, ustioni, cadute, tagli sono le risposte più ovvie. Chi lavora in un ufficio si sente un pò inferiore. Ci si prova a dire che cambiare un toner alla stampante laser può essere un rischio "sa, le polveri sottili..." ma se ne ricava solo un "no no stia tranquilla, gli inchiostri non sono tossici." Sarà. In compenso scopri che non dovresti mai fare due ore di fila davanti al computer ma hai diritto ad un quarto d'ora di pausa ogni due ore appunto.

Il corso vero e proprio consiste nel leggere qua e là una dispensa illustrata che racchiude i principali argomenti trattati dalla legge 626.
Praticamente è la copia carbone del corso dell'altra volta. La scala deve avere la sicurezza, il responsabile della sicurezza si chiama... ogni azienda deve avere una cassetta del pronto soccorso (ma davvero? e la nostra dov'è?). Davvero, la cosa che emerge con maggiore evidenza è che le parole sono un conto, la realtà è diversa. Scarpe antinfortunistiche? Se ti cala la vista il datore di lavoro deve pagarti gli occhiali. Ma quando mai?
Ci viene annunciato che ad una cert'ora arriveranno i rappresentanti sindacali, ai quali potremo fare domande e fare riferimento in futuro se, toccando ferro, dovessimo avere un incidente sul lavoro. Se non ricordo male anche l'altra volta dovevano venire i sindacati ma non si fecero vedere.

Quattro ore sono lunghe da passare, specialmente se l'ingegnere non ha il carisma e la dialettica di un trascinatore di folle. Gli tocca compensare con l'audiovisivo.
Un quarto d'ora se ne va per scoprire come cappero funziona l'impianto di videoproiezione poi parte la cassetta con le avventure di Napo. Trattasi di una serie di, come definirli, cartoni animati è una parola forte. A me ricordano quelle animazioni cecoslovacche degli anni sessanta, di una tristezza infinita, con i pupazzetti di pongo mossi a scatti.
Tenendo conto che siamo in periodo post-prandiale e parecchi di noi hanno già quattro ore di lavoro sul groppone, l'effetto è soporifero.
Napo, lavoratore tipo, è un perfetto deficiente che è un miracolo sia ancora vivo, visto che gliene capitano di tutti i colori a causa della sua dabbenaggine. In compenso ha un capo coscienzioso, che gli ricorda di mettersi il casco, di non salire sulla scala senza protezioni, di mettersi i guanti, ecc. La cosa più terrificante di questi cartoni è che i personaggi non parlano, mugolano come fossero imbavagliati "mhmm, mhmm". Visto che sono usati dalle INAIL di tutta Europa si è trattato di un bieco trucco per risparmiare nei vari doppiaggi.
Qualcuno ci prova, dopo la seconda cassetta di fila, a mormorare "no, un altro Napo nooo", ma coraggio, sono quasi le quattro, i fumatori sono autorizzati ad uscire dieci minuti.

Il gran finale è il test di verifica a quiz che dovrebbe dimostrare che da questo corso hai capito qualcosa e da domani starai ben attento a non farti male, ben conscio poi dei tuoi diritti di metterti il casco, le cuffie se lavori in ambiente rumoroso, ecc.
Sarà stata la voce soporifera dell'ingegnere, l'effetto nefasto di Napo, o il pensiero che se vai dal capo a chiedere le cuffie quello ti ci manda, ma il punteggio finale è desolante. Per fortuna non si viene bocciati, l'attestato te lo danno lo stesso e si potrà sempre leggere la dispensa a casa.

Per la cronaca, anche questa volta i sindacati non si sono fatti vedere.

martedì 10 luglio 2007

Un pollo buono da svenire

Che succede da Amadori, il fiore all’occhiello dell’avicoltura italiana? Gola secca, stanchezza, mal di testa, vomito e svenimenti non colpiscono i polli (che pure avrebbero ogni ragione per sentirsi a disagio in un ambiente che li trasforma a tradimento in crocchette) ma le operaie che lavorano nei vari reparti. Soprattutto in quello del “taglio tacchini”, all’improvviso, paf! un’operaia cade a terra come una pera e non ci si riesce a spiegare il mistero.
L’Area 51 ha traslocato a San Vittore di Cesena? Pare addirittura che il problema, intensificatosi negli ultimi giorni, sia iniziato nel mese di marzo.
Anche dopo il lavoro, le lavoratrici riferiscono di soffrire di sonnolenza e altri disturbi.

L’unica spiegazione finora trovata, a parte la diagnosi di “psicosi collettiva” fatta da brillanti medici locali, per questo X-file tutto romagnolo, è la carenza di ossigeno all’interno dei reparti di lavorazione. L’ossigeno calerebbe per un complicato fenomeno che ha a che fare con le modalità di soppressione degli animali. Per macellare i tacchini maschi al ritmo di 1400 l’ora, questi bestioni anche di 30 chili vengono appesi e fatti passare in un tunnel nel quale viene immesso un gas contenente anidride carbonica. Una volta inscimunite, le povere bestie vengono terminate mediante una lama elettrica. Non succede solo da McDonald’s, a quanto pare.

Gli esperti che hanno elaborato “l’ipotesi del tacchino gasato” sostengono che l’anidride carbonica verrebbe assorbita dai tacchini e rilasciata nell’aria che respirano le operaie che in seguito li manipolano. Mah…
Per sicurezza, da qualche giorno i tacchini non vengono più gasati ma vanno direttamente alla sedia elettrica e si attendono i risultati delle analisi eseguite dagli scienziati della Clinica del Lavoro di Pavia. Una sorta di RIS della cotoletta.

Sembra comunque che, nonostante la discesa nei reparti in tuta da contaminazione da livello 4 stile “Virus letale” del gran patriarca Amadori e di tutta la famiglia, il problema persista. Sarà stata l’emozione, o il suo fascino da testimonial del piccolo schermo, ma due operaie sono proprio svenute ai suoi piedi.

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