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martedì 18 novembre 2014

PD's Anatomy


Questa sera offro alla vostra riflessione alcuni brani di un articolo di Giulio Sapelli che è più impietoso di un referto autoptico e che condivido per l'analisi dell'attuale classe dirigente piddina dello gnocco fritto e della ribollita, quella tosco-emiliana, quella che ha partorito Renzi, Delrio, la De Micheli, Poletti, Gozi, Franceschini e altri bei pezzi da novanta, il cui acume economico riempie paginate di storify che, non fossero tragici, darebbero lo spunto continuo per nuovi volumi di barzellette.

Quella di Sapelli è una bella rievocazione storica degli anni novanta e di quello che chiama “golpe morbido”. Di quando cioè, essendo già avvenuto il divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro, si preparava il terreno alla cavalcata eroica delle valkirie filotedesche verso la moneta unica o l'unica moneta per soggiogarli tutti, l'euro.
"Gli anni in cui la triade capitale internazionale, capitale nazionale teso al rent seeking delle privatizzazioni senza liberalizzazioni (Da Rold insegna) e magistratura, tutte mossero all’attacco di ciò che si opponeva al disegno della conquista economica dell’Italia. Come ciò che accade oggi sotto i nostri occhi per via europea teutonicamente egemonica. La corruzione certo dilagante offrì l’estro, come del resto accadde e accade sempre in tutto il mondo.
Risparmiò, la triade, solo le alte cariche dello Stato perché le cuspidi della Pubblica amministrazione si adeguarono prontamente al nuovo padrone e risparmiarono altresì gli esponenti delle subculture comunista e della sinistra cattolica democristiana.
Nobili tradizioni. Quella cattolica mutò rapidamente di pelle e divenne le più solerte sostenitrice della nuova dislocazione delle forze in campo, stringendo formidabili rapporti con il mondo bancario nominando alla sua testa i suoi rappresentanti più illustri, oltre a dominare il campo delle privatizzazioni in una inusuale alleanza con ciò che rimaneva della massoneria post-nittiana e post-beneduciana.
I comunisti ebbero un travaglio più tormentato. Sconfissero sul campo, grazie alla cultura della fedeltà indiscussa al partito, quei settori della magistratura e degli interessi occulti che volevano trascinare anch’essi nel baratro della galera. Si salvarono i vertici. Pagarono i secondi, anche se avevano il nome di Primo. Fu una prova del fuoco a cui si sottrassero coloro che successero al vecchio gruppo dirigente dopo la morte di Alessandro Natta. I giovani turchi dalemiani e veltroniani vestirono allora gli smoking del capitale finanziario e della liberalizzazione senza criterio tecnico o scientifico. Costruirono un’identità dimidiata del nuovo partito che veniva facendosi nella perdita dell’insediamento storico: ossia operai, artigiani, piccoli imprenditori, intellettuali di altissimo livello. A ciò sostituirono un insediamento nuovo e volatile, tenuto insieme non più dalla politica ma dalla propaganda, ossia dalla politica minorata: l’impiego pubblico, gli intellettuali della moda e dei rotocalchi alla Eco, i bancari e i banchieri, quei magistrati protesi a trasformare l’ordine giudiziario in potere.
Una cosa però accadde: tragica. Nel vecchio PCI mai nessun emiliano e toscano era mai assurto alla segreteria politica, alla cuspide del partito, dove regnavano da sempre torinesi e romani con qualche sarda e nobile inserzione. Itoscani e gli emiliani erano le furerie addette ai carriaggi e alla manutenzione del sistema burocratico e amministrativo locale e nazionale. Esseri di serie B: ammirati ma distanziati dalla politica di largo respiro. Addetti al finanziamento e alla propaganda. Costoro, i rifiutati, erano considerati utili idioti - in senso tecnico, appunto -, quasi i componenti della cosiddetta sinistra indipendente, i quali dovevano solo e sempre loro fornire tecnici e pontieri a un partito operaista e di competenze umanistiche piuttosto che economiche. E dovevano offrire in primo luogo legittimazione borghese a un partito che tutto era meno che borghese. La mutazione del Partito democratico nelle sua varie fasi ha rovesciato quel sistema di formazione della cuspide della classe politica ex comunista: ora a comandare sono gli esclusi di allora. Privi di logica politica in senso pieno ossia strategico, continuano ad amministrare piuttosto che a dirigere, anche quando a dirigere sono chiamati. La recente avventura bersaniana è una sorta di rappresentazione drammatica di tutto questo. L’antiberlusconismo è la loro sola e unica vis politica e polemica. Di qui il pragmatismo dei Bersani e dei gruppi che li circondano con un fare post-democristiano che solo Cossiga seppe bene descrivere." (fonte)
A proposito di Bersani, quello che nell'immaginario propagandistico piddino è LA BRAVA PERSONA (sottintendendo che gli altri sono evidentemente pendagli da forca?) Eccovi un estratto da un'intervista rilasciata al Financial Times nel 2012 e ripresa in questo articolo. Dopo aver dichiarato che "non intende rinegoziare il Fiscal Compact e gli altri trattati - ma non avevamo dubbi - Bersani presenta le sue credenziali europee:
"I have helped Italy join the euro, I am the secretary-general of the most pro-European party of Italy, and I have supported all the policies and reforms that Europe has asked us to do over the years,” he says, smoking his trademark Toscano cigar.
“We want to accelerate the integration process as a remedy to fight the recession that is hurting the whole of Europe. So far we have taken some important steps forwards but more has to be done.”
Mr Bersani rejects the populist, anti-German stance adopted by Mr Berlusconi.
“I am not going to quarrel with Germany. I want Italy to have a serious, frank and friendly relationship with Germany based on rational and realistic arguments,” Mr Bersani said. “In fact I agree with many of the criticisms Germany makes to countries like Italy because I made the same criticism to Mr Berlusconi.”

Non ve lo traduco tanto lo capite lo stesso, avendo fatto sicuramente l'Erasmus. Pensate che questi, non solo ci hanno consegnato mani e piedi legati all'Europa ma ora si apprestano a metterci al collo il cappio del (Bad) TTIP. L'unconditional surrender nelle mani di quelle brave persone dei CEO delle multinazionali tipo Monsanto o Union Carbide. La bhopalizzazione globale. Se volete sapere cos'è il Transatlantic Trade and Investment Partnership, leggete questo esemplare post di Bagnai.
Auguri. Grazie alla peggiore morchia piddina, ottenuta scartavetrando il fondo del comunismo all'italiana, lavoreremo vent'anni di più e guadagneremo come se fossimo bambini del Bangladesh.

martedì 13 maggio 2014

Compagni di prebende

Hanno voglia i bimbiminkia renziani a dire nei salotti bene della propaganda televisiva: "Ma io non li conosco, mai visti, all'epoca stavo tra i semidivezzi o, al massimo, mi schiacciavo i brufoli". Gli anni '90 erano anche quelli di "X Files" e forse Mulder e Scully potrebbero spiegare come mai Primo Greganti, ma non solo, anche il conto Idea, per tacer di altri bei personaggini già noti alle questure, risultano vent'anni dopo ancora iscritti al Partito Democratico, che non è più il PCI ma una cosa diversa, come tengono a precisare i compagni.
"Ah, fosse per me, Greganti l'avrei perfino espulso, guardi!" diceva sdegnata la Bonafé ieri sera da Formigli, commentando la sospensione a divinis del Compagno G. Lo dice, poi però non riesce a fare il salto quantico e a chiedersi: "Già, perché stavano ancora lì a fare la campagna per Chiamparino?" Niente meccanica quantistica neppure per il giornalista che, a proposito, avendo di fronte Di Caterina, è riuscito a non fargli la domandina sulla Milano-Serravalle, giusto per curiosità.

A proposito, sulle nuove inchieste Expo & C. la migliore comunque l'ha detta Bersani, come al solito: "Le indagini vanno fatte, ma questo polverone rischia di danneggiare il Pd alle elezioni”. Ma quanto ci dispiace! Eh, lo sappiamo che alle europee vi giocate tutto quello che vi siete venduti, dall'anima vostra e delli mejo, agli orifizi dei vostri elettori e, per proprietà transitiva, di quelli di tutti noi italiani. Il motto del PD non è forse diventato "E quando ci ricapita"? 
La madonnina in rosso con poppe non ha forse detto in un fuorionda, lo racconta il "Fatto" su spiata di un cinquestelle, che "siamo una democrazia matura e possiamo anche pensare che un solo partito possa governare il Paese”? Matura nel senso di fracica, di prossima alla putrefazione, s'intende. Si narra che Cuperlo, l'esponente della sinistra che su Twitter ha un fake più a sinistra di lui, sia rimasto inorridito dalla sfacciataggine della dama del Palio nel rivendicare la grande ambizione del partito democratico, e cioè quella del Ein Partei, ein Reich, visto che il Fuhrerino lo hanno già trovato. 

Ecco perché Bersani, che ha buon fiuto ed è uomo di mondo, si preoccupa della riapparizione all'orizzonte, come un Django che trascina la sua cassa da morto, di Primo Greganti, colui che imparammo a conoscere all'epoca di Tangentopoli come Compagno G, l'unica mela marcia in bocca al serpentone metamorfico, allora ancora PCI e prima della muta nelle successive pellacce.
Ricordate come finì quella stagione, con DC e PSI annientati dalle inchieste di Mani Pulite, la nascita di Fozza Itaia e il PCI passato indenne dalle forche caudine con l'unica perdita registrata in colui "de quei che parlen no".
Perché fu salvato il bottegone e si fece finta che il PCI fosse l'unico partito onesto sì da traghettarlo nella seconda repubblica? Ora cominciamo a capirlo. Per illudere gli italiani che esistessero ancora la politica e le sue categorie ideologiche e che le classi subalterne fossero ancora rappresentate politicamente; per tenerli impegnati con lo spettacolino dell'antiberlusconismo rituale, del finto bipartitismo conflittuale propedeutico all'avvento del partito unico che, per abilità della sinistra vendutasi astutamente a chi contava, ovvero all'élite, e per manifesta inferiorità personale di Berlusconi, viene oggi identificato nel Partitodemocratico.
Quindi hanno ragione i piddini ad essere euforici al pensiero di un trionfo finale e a temere che qualcosa possa impedirlo, magari Giuseppe Grillo da Genova? Direi proprio di no.

La riapparizione di Greganti, come il nuovo passaggio di una cometa infausta dal ciclo ventennale, è segno che la finzione del sistema politico all'anglosassone sta venendo meno, ma non perché gli italiani si stanno accorgendo della commedia - magari!, ma perché non serve più a chi l'ha messa in scena. Potremmo essere al redde rationem, poveri piddini.
I poteri finanziari e multinazionali che costituiscono l'élite stanno sostituendo uno ad uno nei posti chiave i politici con i loro famigli che nulla hanno a che fare, non solo con la politica ma purtroppo con la democrazia.
Il centro del potere è sovranazionale, rappresentato in Europa dal sarcofago vuoto dell'Unione Europea che non è il sogno lucido di Ventotene ma un campionato ad armi impari tra paesi di serie A e paesi di serie B. La legiferazione e il governo della res pubblica di questi ultimi sono affidati ai trattati capestro sovranazionali che parlamenti sempre meno rappresentativi della volontà popolare approvano senza discutere. I loro governi vengono cambiati, sempre attraverso ukase esterni, con la stessa disinvoltura con la quale Madame Lagarde si cambia d'abito. Il prossimo step sarà la dichiarazione di esubero con successivo licenziamento in blocco della classe politica dei paesi satellite, con il definitivo asservimento di questi ultimi, se non accade un miracolo.

In Italia, paese retrocesso nella serie cadetta già dagli anni novanta delle prime privatizzazioni del presunto amico Mario Draghi, ora a guardia della Banca Centrale, per demolire il sistema democratico si è cominciato con lo smantellamento del centrodestra: PDL e Lega. Puttane minorenni e diamanti, delfini ribelli e cavalli golosi. Berlusconi eliminato con uno di quei bei regolamenti di conti all'interno dell'élite di cui l'affaire Strauss-Kahn è stato buon esempio.
Ciò che è accaduto nel 2011 è sempre più chiaro.  Ogni giorno ormai escono nuovi resoconti di quei famigerati negoziati di Cannes, quando il nostro destino venne deciso a tavolino tra Francia, Germania e Stati Uniti in una trattativa che non era più solo economica ma bellica. Una guerra alla quale ancora non ci rendiamo conto di partecipare e che è iniziata con l'instaurazione dei vari governi fantoccio Monti-Letta-Renzi. Loro vogliono andare a battere i pugni sul tavolo ma leggetevi come la Merkel, piangendo come una bimba e battendo i piedini per terra, ottenne le lacrime di sangue degli italiani.

Eliminato Berlusconi, l'uomo più famoso d'Italia lasciato al beffardo destino di passare il tempo con anziani non in grado più di riconoscerlo (come ha notato argutamente Carlo Freccero), la cavalcata del PD verso il potere assoluto sembrava arrivata all'ultimo gioioso giro di campo nello stadio della vittoria. Invece appare Grillo con il tutti a casa e le scatolette di tonno. Da italiani sempre bendisposti e fatalmente ottimisti ci siamo illusi che fosse veramente qualcosa di nuovo ma le elezioni europee stanno facendo emergere tutta la sua ambiguità. Del resto ce lo ricorda lui stesso: "Se non ci fossimo noi ci sarebbe Alba Dorata". Sembra "la nonna sta uscendo sul terrazzo", un bel messaggio in codice. Il ruolo del movimento è stato forse quello di sparigliare le carte, di allungare ancora per un po' il brodo della democrazia e l'illusione dello scontro tra opposte fazioni? Ha avuto sicuramente il merito di mandare in Parlamento tanti bimbi impertinenti e magari in ottima fede a gridare che il re è nudo ma ora, difendendo l'euro e quindi la dittatura dell'élite, ma partecipando al tempo stesso al gioco mediatico di far credere di opporvisi, cosa dobbiamo pensare?

Torniamo ai nostri poveri piddini. Riusciranno i loro eroi a farcela anche stavolta a salvare le chiappe e a traghettare i Compagni G, i conti gabbietta, le coop, le banche, le partecipate, i bimbiminkia e tutto il piddinume incrostatosi nei gangli del potere locale a suon di prebende? Loro, distratti dalla madonna popputa si illudono di sì ma forse bisognerebbe chiedere ai bookmakers inglesi a quanto danno la sopravvivenza di quel partito nelle scommesse ai tavoli dei pub. Una Tangentopoli 2 monografica tutta dedicata al serpentone potrebbe spazzare via ciò che era sopravvissuto riuscendo a passare tra una monetina e l'altra fuori dall'Hotel Raphael.
Mi sa che stavolta la fregatura se la siano presa dandosi come leader il Renzi, che quando si definiva rottamatore mandava il messaggio in codice anche lui, come Grillo. Lo mandava alla finanza predona che gli sorregge amorevolmente le terga e che gli ha già probabilmente assicurato una serena vecchiaia quando la democrazia passerà di moda ma potrebbe anche gettarlo via come un kleenex usato alla prima occasione se dovesse dimostrare di non capire chi comanda veramente e gli venisse in mente di voler salvare qualcuno dal bottegone che crolla.

Sarebbe bello poter osservare, sorseggiando una birretta fresca sotto un palmizio, il tremendo risveglio del piddino (nel senso più onnicomprensivo del termine) dal sogno dell'appartenere al partito degli onesti e dei seri e scorgere il terrore nei suoi occhi prima che affondi nelle sabbie mobili della storia ma purtroppo il crollo del PD, rappresentando l'ultimo baluardo del sistema partitico, potrebbe coincidere con la fine del sistema democratico.
Se fosse solo per il PD, che si fottesse, ma l'unica tenue speranza che ci rimane per salvare la democrazia è costruire una resistenza contro il progetto reazionario che si nasconde dietro la retorica europea. Appoggiare chiunque vi si opponga, a cominciare da chi si batte contro la moneta unica, anche se magari non ci piace il suo colore. L'importante è creare un gruppo, una compagnia dell'anello eterogenea ma guidata da uno scopo comune, che possa costringere l'élite, seppure nel teatrino di cartapesta di Bruxelles, ad ascoltare le voci non di classi ma di popoli interi che sono sottoposti ad una minaccia di guerra permanente dove l'approdo è solo la povertà e la schiavitù. Dobbiamo farlo in tutta Europa, dobbiamo unire le forze. Non votare alle europee o votare i collaborazionisti significa solo il suicidio.




martedì 26 novembre 2013

Qui si fa l'Italia o si muore per Maastricht


C'è un male che ha flagellato quasi tutto il mondo come una pandemia, una di quelle follie storiche che ogni secolo toccano all'umanità e che ora è tornato alle origini, ai luoghi dove la civiltà è nata e la libertà di pensiero ha permesso ad esso di esprimersi e prosperare, per riscrivere, di questa civiltà, l'intero codice.
E' il ritorno di uno spirito reazionario elitario che si maschera da democrazia dopo averne usurpato il mandato e che pensa di poter praticare l'onnipotenza a suo vantaggio in nome, paradossalmente, della libertà.
Un totalitarismo economico che stravolge il senso originario e rivoluzionario del capitalismo e lo trasforma in strumento di distruzione invece che di costruzione -  analogia economica della prevalenza di Thanatos su Eros - costringendo i paesi che lo subiscono a compiere una spaventosa regressione a modelli economici e sociali preindustriali.
L'Europa, il vecchio continente nel senso di antico, fatto di sedimenti stratificati di storia e cultura è la migliore conquista, il feticcio supremo, il tesoro più prezioso di questa controrivoluzione. Distrutta l'Europa con i suoi odiosi diritti civili e sociali (dal punto di vista dell'élite) non vi saranno più limiti alla bulimia di profitti del moloch sociopatico, almeno finché non vi saranno più uomini da sfruttare e risorse da saccheggiare.

La crisi economica è un'opportunità, dicono i sacerdoti della religione del liberismo estremo, perché concede loro di introdurre provvidenziali norme restrittive della democrazia e lesive della proprietà privata - quale ironia della sorte che proprio il capitalismo stia praticando l'esproprio generalizzato della piccola e media borghesia che ha rappresentato per decenni lo spauracchio rappresentato della presa di potere del comunismo!
La crisi ed i suoi strumenti di persuasione come l'austerità permettono all'élite di conquistare paese dopo paese, senza sparare un colpo e senza muovere armate ma lasciando lo stesso milioni di vittime sul campo. Da lotta di classe a guerra di classe. Guerra mondiale.
Tuttavia, questa apparente marcia trionfale nasconde la nemesi dell'autodistruzione insita nell'applicazione di un capitalismo senza controllo, del capitalismo totalitario che, come un virus che si moltiplica, alla fine distrugge l'organismo ospite, come dimostrano le ormai ricorrenti crisi finanziarie. E ciò accade quando il suo antagonista storico, il comunismo, non è più in grado di contrastarlo.  Il paradosso è che il capitalismo ha vinto ma, per festeggiare, si sta tagliando la gola con il rasoio che le sta porgendo la finanza. 

Tra i terreni di conquista più ambiti di questo imperialismo elitario c'è un paese, il nostro, che si è crogiolato per decenni in una certezza: quella di essersi guadagnato la democrazia per sempre dopo una sanguinosa guerra di liberazione e invece ora si sta accorgendo, assieme ai paesi suoi vicini,  di essere invaso da un male che gliela sta distruggendo giorno dopo giorno.  Anche in questo caso è proprio la crisi acuta, l'ennesima reinfezione, che, opportunamente, fa emergere la debolezza sistemica dell'organismo e la sua condizione di malattia. Da questa consapevolezza sempre più diffusa, come vedremo, forse sta nascendo la reazione immunitaria che potrebbe portare alla guarigione.

La campagna d'Italia era iniziata vent'anni fa, con la fine della Prima Repubblica e la prima ondata di privatizzazioni. Tangentopoli sancisce l'inizio della sostituzione (fino a che punto violenta ed eversiva lo abbiamo capito solo in seguito) di una parte della classe politica di professione e tradizionalmente di governo con gli emissari diretti dell'élite, simboleggiati, pour épater le bourgeois, dall'imprenditore di successo che "scende in campo" e che questo campo avrà libero per i suoi affari.
La parte di politica residua e fino a quel momento relegata a ruoli di opposizione, viene graziata dall'ordalia e traghettata, con compiti specifici da svolgere, come vederemo, nella Seconda Repubblica preparatoria.
Viene così creato un sistema a gestione alternata, nel senso del brand, dell'alternanza dei loghi, ma a democrazia bloccata, non ha caso simboleggiata dalla ripartizione dell'elettorato, assai sospetta statisticamente, del fifty-fifty e dal fenomeno dei "nominati" al posto degli eletti.
Una democrazia apparente che dovrà mantenere e perpetuare la logica di rigida spartizione del potere sul quale era fondata la Prima Repubblica, gestendo, al contempo, la progressiva penetrazione degli interessi esterni, soprattutto continentali e in generale privati, che un giorno, dopo opportune rivoluzioni di palazzo (cit. E. Luttwak) e senza più il paravento dell'obbligo dell'alternanza democratica, perché prevarrà il concetto di stabilità, pretenderanno la dissoluzione dello Stato e del concetto stesso di nazione, per ridurre la gestione dei rapporti sociali al dualismo debitore/creditore.

Tutto ciò sarà possibile solo grazie al tradimento della classe politica di sinistra, che starà al gioco e farà diligentemente la sua parte, illudendosi magari di conservare così un potere nominale di controllo sulla gestione democratica della destra, evitando "il peggio".
Non si spiegano, se non con il tradimento, le continue concessioni al monopolista, le promesse di non toccargli le televisioni, l'opposizione di facciata o addirittura l'approvazione delle decine di leggi ad personam, la sempre promessa e mai mantenuta soluzione del conflitto di interessi - con la scusa del "non avevamo i numeri" e l'accettazione passiva di qualunque manifestazione autoritaria borderline di governo, dalle "notti cilene" ai progressivi attacchi ai diritti dei lavoratori. Nei vent'anni di attesa del famigerato momento opportuno per scatenare l'attacco finale, la sinistra ha giocato a combattere Berlusconi, ne ha fatto lo spauracchio da mostrare al suo elettorato e tenervelo impegnato, mentre i suoi esponenti ponevano le basi per l'instaurazione della forma peggiore di capitalismo predatorio mai visto in Italia dai tempi della conquista del Sud da parte dei piemontesi e rappresentato dal sogno o incubo europeo e dai suoi trattati capestro, il cui cavallo di Troia è ormai identificabile nella moneta unica, nell'euro.

In occasione di entrambi i cambi di regime: Tangentopoli nei primi anni 90 e il golpe del 2011 che ha esautorato Berlusconi e delegittimato, de facto, la sovranità popolare che ne aveva comunque sancito il primato elettorale, la magistratura ha avuto un ruolo fondamentale ma non nel senso personalistico persecutorio inteso dagli inquisiti ma in quello dell'abile manipolazione esterna del suo ruolo istituzionale. L'autodenuncia di un corruttore o la scoperta casuale del coinvolgimento di una minorenne in atti sessuali, ovverosia la notizia di reato, comporta l'obbligatorietà dell'azione penale. Ad un certo livello di potere, è verosimilmente possibile che venga utilizzato quest'intervento dovuto della magistratura a scopo politico per eliminare avversari scomodi  o la cui opera funzionale al sistema venga considerata esaurita e, in ultima analisi, venga presa a pretesto per effettuare modifiche strutturali al regime.

Quello della sinistra non è però stato l'unico tradimento compiuto dalla politica di rappresentanza. Penso all'abile ruolo della Lega Nord nel promuovere il divide et impera tra Nord e Sud rappresentato dall'idea di Miglio di vietnamizzare l'Italia, progetto caro anche alle massonerie reazionarie: Nord separatista o comunque gestito dal localismo autarchico della Lega e Sud lasciato in balia delle mafie.
Con il senno di poi anche questa follia, pur se  realizzata solo in parte, ha portato vantaggio solo ai conquistadores del Nord Europa ed ha drammaticamente e ulteriormente colpito al cuore la nostra patria. Il Sud delle terre dei fuochi è diventato la pattumiera d'Europa; il Nord è stato infiltrato dalle mafie - non più fenomeno locale ma globalizzato anch'esso - e, con la crisi e le politiche pro-cicliche dei neoliberisti unchained sta osservando morire, da impotente, il meglio delle sue industrie.
Il risultato generale, dal punto di vista economico, è quello di un paese diviso, indebolito, messo in condizione di non nuocere nella competizione del mercato.
Dal punto di vista politico invece, esaurita la carica propulsiva del guelfoghibellinismo di facciata, dell'antiberlusconismo vs. anticomunismo degli ultimi vent'anni, prevale la disaffezione dell'elettorato o la sua predilezione per movimenti nuovi, tampone, protestatari, ottimi per scaricare il malcontento ma alquanto ambigui nella capacità di accettare di concorrere ad un vero cambiamento.

Tuttavia, dopo due anni esatti di atti governativi palesemente contrari all'interesse nazionale e di carattere vessatorio nei confronti di cittadini regrediti al ruolo di sudditi di un re fantoccio,  qualcosa comincia a muoversi veramente, nonostante il PD passi ormai la totalità del suo tempo all'insegna dell'autoreferenzialità autistica, allontanandosi sempre più dalla realtà per correre incontro all'appuntamento della resa dei conti con la Storia - e sarà quello che cederà di schianto - mentre Berlusconi continua ad occupare le istituzioni con i suoi sfaceli personali.
C'è crescente consapevolezza del problema rappresentato dal vincolo europeo e della conseguente necessità di compiere scelte drastiche e unilaterali di discontinuità per uscire dalla trappola nella quale siamo stati cacciati a forza e con l'inganno (ricordate? Avremmo lavorato di meno e guadagnato di più!)
E' un fermento che riguarda soprattutto la società civile ma che sta già contagiando la politica. Sono soprattutto settori della destra e della Lega che cominciano ad aprire gli occhi e a cercare informazione sull'argomento. La sinistra non c'è ancora e non sappiamo se mai ci sarà. Non per colpa nostra o dei suoi avversari. Forse è destino che debba perire così, sepolta dalla vergogna.
In ogni caso non possiamo attendere i suoi comodi.
Per salvare il paese bisogna cominciare dall'unire le forze disponibili cancellando le divisioni politiche senza preoccuparsi del colore del gatto che prenderà il topo. Occorrerà costruire un vero sentimento nazionale, imparando a non dividerci più tra Nord e Sud ma unificandoci questa volta veramente creando un popolo orgoglioso del proprio valore, capace di rialzarsi e ricostruire anche da queste macerie, come abbiamo sempre fatto.
Se ce la faremo non ce ne pentiremo. Ma se non faremo nulla ce ne pentiremo per il resto della nostra vita.
Questa volta c'è da fare l'Italia per davvero.

venerdì 15 novembre 2013

Piddini ite domum


"La storia è cimitero di élites". (cit. Vilfredo Pareto)

E se dietro all'Operazione Euro e tutto ciò che rappresenta si nascondesse la più grande impresa di corruzione internazionale mai vista, regolarmente dissimulata dietro la costruzione propagandistica del castacriccacoruzzionebruttosemopeggiodeglialtrioglialtrisomejodenoierprobbblemanunèleuro. (cit. Bagnai)? Quella, per intenderci, che "la corruzione è solo quella locale, endogena, di stampo razziale della quale vi parliamo sempre e che amplifichiamo caricandola di simboli affettivi affinché non ne vediate un'altra ancora più grande, la nostra"?
Viene sempre di più da sospettare che questi anni truci nascondano qualcosa di ancora più grave e pervasivo di Tangentopoli e che, quando tutto verrà alla luce, gli anni novanta e le madri di tutte le mazzette verranno ricordati con tenerezza come una mera sessione di preriscaldamento.

Questo perché, riuscendo a rispondere con facilità disarmante ed allo stesso tempo disperante ai quesiti che pone Orizzonte48, è difficile credere che chi invece difende a spada tratta questa architettura europea ed il suo strumento di dominio, l'euro, lo faccia in buona fede o per non voler ammettere di aver sbagliato i calcoli a suo tempo.
Ed anche perché non vi è niente di spirituale o messianico nell'eccessivo surplus della Germania, ovvero il core del problema europeo.
Pur scremando l'inevitabile tasso di idiozia, ottusità e fellonia di alcuni dei protagonisti di questa difesa campale dell'indifendibile, c'è troppo accanimento nel negare l'evidenza, troppa tenacia nel difendere il modello unico al quale adeguarsi democraticamente pena la morte ed è difficile pensare che sia colpa del dilagare di una nuova patologia neurologica: quella che lede ai malcapitati la capacità di unire i puntini.
Devono per forza essere spinti da qualcosa di più potente della fede, di più collante dell'ideologia e di più forte di qualunque forza di interazione fisica. C'è una sola cosa che risponde a questi requisiti: l'incentivo monetario.

Gli indizi dell'esistenza di una sistematica opera di corruzione delle politiche nazionali ad opera delle élites continentali rappresentanti i paesi più forti, tramite le loro divisioni finanziarie ed industriali, come sostituto delle vecchie guerre guerreggiate a colpi di cannone, stanno accumulandosi fino a diventare prove.
Vi sono dati che indicano un aumento della percezione di corruzione in Europa dall'introduzione dell'euro. La corruzione è più forte nei paesi periferici che maggiormente stanno patendo la crisi.  Vi sono stati il caso Siemens e quello dei sottomarini venduti alla Grecia dove la Germania non è parsa poi così casta come vorrebbe far credere la sua propaganda ("ta noi non c'è la korruzione che c'è in Italien" piagnucolano con il ditino alzao i PillerGümpel sulla Deutscher Fernseh-Rundfunk) ed è ormai noto che, anche in casa propria, i sindacati locali accettarono a suo tempo di introdurre le famigerate riforme del lavoro atte ad applicare la deflazione salariale al posto della svalutazione, grazie ad una sistematica opera di corruzione della sua classe dirigente da parte del complesso industriale, ottenuta anche attraverso i classici mezzucci delle donnine e dello champagne.
Dietro alla privatizzazione anni fa del trasporto ferroviario tedesco, come ha documentato Günter Wallraff nel suo ultimo libro, c'è stata più corruzione che nella Gotham City di Batman. Come ovunque si siano applicate privatizzazioni associate a deregulation, per altro.

Insomma, la mia provocazione di oggi è: non sarà che, nel quadro dell'applicazione della shock economy in Europa, il Centro, o meglio la Germania, ha investito capitali nell'opera di acquisizione delle classi dirigenti dei paesi periferici per, in sostanza, annetterseli in seguito con comodo grazie ai servigi dei venduti e che è questa la vera corruzione della quale bisognerebbe parlare?

L'arma di dominio assoluto, l'equivalente delle testate nucleari della nostra infanzia è una moneta simboleggiata da uno sgorbio ed avvolta in una mitologia messianica.
E' questa la terza guerra mondiale, o meglio la Grande Crociata contro le classi medie e i poveri. Il denaro, come sterco delle élites, ha sostituito le armi convenzionali, che vengono riservate a quei pochi selvaggi del terzo e quarto mondo che ancora insistono a non voler cedere le proprie materie prime con le buone.

Altro indizio che comincia ad assomigliare pericolosamente ad una prova: come mai i più accaniti difensori del mercantilismo tedesco, i collaborazionisti, sono gli unici che avrebbero potuto impedirne l'avanzata, denunciando l'impianto reazionario dell'Operazione Euro,  e sto alludendo ai cosiddetti difensori delle classi deboli?
Una cosa è certa. Quando l'attuale élite cederà di schianto, se non sarà riuscita a cambiare rotta o a cooptare completamente chi vi si oppone, e indovinate con quali mezzi, saranno spazzati via anche coloro che vent'anni fa si illusero di essere stati risparmiati.
Non c'è bisogno di fare nomi, sappiamo tutti a chi mi riferisco. A coloro che, per citare il caso italiano, accettarono, pur di non mollare l'osso, i probabili patti innominabili e hanno da allora governato il ventennio in duplex con i nuovi gestori facendo finta di opporvisi per un tipo di calcolo che solo ora cominciamo ad inquadrare nitidamente.

Sotto le macerie potremmo scoprire che, come la Guerra Fredda cominciò prima della fine della Seconda Guerra Mondiale e ne condizionò profondamente l'esito; così, culminando nell'applicazione della moneta unica senza i necessari prerequisiti e non a caso ma secondo uno scopo ben preciso di restaurazione elitaria, il progetto reazionario che ridisegnò l'Europa negli anni '90 si insinuò in Italia nel conflitto tra prima e seconda repubblica, condizionando la fine dell'una e disegnando l'architettura dell'altra.
Da un lato nel senso della prima ondata anni 90 di privatizzazioni-dismissioni di un patrimonio pubblico falsamente descritto come di nessun valore ma in realtà fondamentale per il mantenimento della nostra sovranità economica che ora sta giungendo alla seconda fase.
Dall'altro per il riciclo di salvati dallo tsunami di Tangentopoli ed il loro traghettamento nel nuovo corso. Salvataggio non gratuito ma dietro la promessa di non disturbare i nuovi manovratori interni ed esterni. Soggetti ai quali si sarebbe sempre potuto ricordare uno scomodo passato che non sarebbe stato condonato una seconda volta e che per questo motivo ora insistono nel difendere un bastione che oramai solo loro difendono. Perché è l'unico modo per sopravvivere senza essere ricacciati nelle notti e nebbie del secolo scorso con un piolo nel petto.
Ora che la fortezza sta crollando qualcuno inizia a smarcarsi. Niente paura. Di loro si occuperà la Storia, che prima o poi riesce sempre a riscuotere il dovuto, sempre a proposito di denaro e di debito. Agli altri penserà il surplus, che non perdona.

P.S.  Spiegazione del latinorum.

martedì 20 novembre 2012

La guerra dei vent'anni


Tra il 1992 e il 2012 c'è un ventennio, un lasso di tempo che è sempre stato funesto per l'Italia. Di questo ventennio si ricorda soprattutto la parte eclatante, caciarona, tutta lustrini e paillettes, che è il berlusconismo, oramai in fase agonica. Ne parleremo più avanti.
Poi c'è una parte nascosta e poco nota ma che i fatti accaduti nell'ultimo anno, grazie ad alcune parole magiche come privatizzazioni, riforme e governo tecnico, che vanno ad illuminare i neuroni giusti nella memoria, mette a posto gli ultimi pezzi del puzzle. E pensare che i pezzi erano lì, in mezzo agli altri, ma un curioso neglect percettivo ce li nascondeva tra altri più grossi e colorati, con vistosi attributi sessuali. Il sesso come massimo distrattore dell'umanità. Noi psicologi lo sospettavamo.

Occorre quindi ritornare all'anno di partenza di questo ventennio, il 1992, per raccontare tutta la storia. 
Nel 1989 era caduto il Muro di Berlino, un elegante eufemismo per sottintendere che il capitalismo aveva fatto il cappottino di legno al comunismo. Di lì a poco i paesi dell'Est si sarebbero avviati verso un radioso futuro di liberismo, in braccio ad oligarchie mafiose, multinazionali straniere rapaci e governi corrotti esattamente come erano corrotti i burocrati e funzionari del partito. La corruzione non è altro che il modo più a buon mercato che i potentati economico-finanziari utilizzano per comperarsi la politica ed i suoi uomini - in fondo la maggior parte di loro si accontenta di figa e denaro - e, come tale, esiste naturalmente in tutto il mondo, anche se sembra che solo noi abbiamo la castacorruzzzionebrutto. In America, per esempio, la chiamano attività di lobby ma la sostanza è la stessa. Yakuza, Triadi, Vory, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, sono solo le forme più pittoresche e presto demodé di attività criminali  globalizzate che stanno diventando sempre più impalpabili e virtuali. Dove non c'è più bisogno di piazzare la carica d'esplosivo affettuosa per l'avvertimento d'ordinanza ed eliminare i Tattaglia e i Sollozzo ma basta un computer e un certo numero di addetti alla compravendita di titoli, tossici o no che lo prenderanno come un appassionante videogame. Il panico sparso in Borsa fa più paura ed è più pericoloso del gas nervino. A proposito, anche vent'anni fa tutto cominciò per il nostro paese con un attacco finanziario. Ma andiamo per ordine.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, quindi, il capitalismo sente di poter sferrare l'attacco finale, di potersi aggiudicare la Guerra di Classe per ko tecnico dell'avversario. Via allora ogni residuo di keynesismo piagnone e mano libera al mercato psicopatico liberista che, tu credi si autoregoli, ma invece, una volta sguinzagliato, si mangia le risorse senza lasciare neppure le briciole, come un orrendo Pacman in modalità God e FullAmmo.
In Italia nel '92 ci sono i partiti, che mangiano come hanno sempre mangiato. Si mangiava anche durante il fascismo. Ecco però l'ideona. Facciamo notare agli italiani che i partiti rubano, attiriamo la loro attenzione, scateniamoglieli contro, forniamogli le monetine da lanciare. Un bel gioco divertente. Per carità, i giudici ricevono denunce e procedono come da codice penale, fanno le loro inchieste e scoperchiano verminai di corruzione e ladrocinio con grande dedizione ma, sotto sotto, questa è in gran parte un'operazione di copertura. Un bel telefilm giudiziario che appassiona gli italiani più del vecchio Perry Mason e li tiene occupati mentre qualcuno svuota la cassaforte. Perché questa è la storia della rapina dei due secoli.
La partitocrazia viene spazzata via da Mani Pulite e siamo tutti pronti per una svolta, per un paese migliore, per la Seconda Repubblica. Ci vuole un periodo di transizione, però, con qualcuno che, da esperto e saggio, rimetta insieme i cocci e soprattutto i conti in attesa di un nuovo distrattore. Ecco comparire per la prima volta i famosi governi tecnici. Vi ricorda qualcosa, vero? Ma certo.

Nel 1992 avviene un curioso convegno a bordo dello yacht della regina Elisabetta, il Britannia. Il gotha della finanza internazionale, sempre affamato di asset convoca un po' di sudditi italiani e chiede loro cos'hanno intenzione di fare con le privatizzazioni. Perché questo interessa a chi detiene il potere economico: la robba. Dove il liberismo è finora passato, tutti i beni appartenenti allo stato, ovvero alla collettività, sono stati svenduti - dai politici locali comprati a soldi, figa ed illusione di potere - a multinazionali, banche e gruppi finanziari, chiamandole con il nome fascinoso di privatizzazioni. E' il nuovo imperialismo. Niente costose e pericolose invasioni, operazioni Barbarossa o Overlord a furia di eserciti di fantaccini e mezzi da sbarco.
Facciamo un esempio. Un fondo angloamericano vuole papparsi, che ne so, l'ENI? Ci si affida ai propri agenti sul posto e, se la classe politica degli indigeni fa la riottosa, gli si scatena contro i bravi della finanza. Questa fusione non s'ha da fare.
Si crea una crisi economica, si obbliga il paese ad una serie di "riforme", ovvero a smantellare stato sociale e controllo di legge sul mercato.

Nel 1992 lo spauracchio era la svalutazione susseguente all'uscita dallo SME e la paura di non essere più parte dell'Europa. Vi ricorda qualcosa, vero?
Ecco i primi governi tecnici: di Ciampi, Amato, di Prodi il professore. Hai detto professore?
Soros, con le sue armi finanziarie, scatena un attacco senza precedenti contro la lira e Amato, nottetempo, è costretto, poraccio, a prelevare il riscatto dai conti correnti degli italiani. Uno scherzo da 11.500 miliardi. Io non ricordo benissimo ma mi pare che anche allora ci dissero che era per il nostro bene, per rimanere in Europa, al passo con gli altri, per continuare a fare i fichi nei salotti buoni.
E le privatizzazioni? Ci penserà un personaggio che oggi conosciamo meglio, come attuale capo della BCE: Mario Draghi. Il Draghi che con S. Giorgio è la morte sua.
Draghi, per dieci anni circa, fino al 2001, si incarica di svendere alla finanza internazionale quasi tutto il patrimonio dell'industria statale italiana, quella che in altri tempi aveva rappresentato la nostra versione di miracolo economico. Con Mattei che si rivolta nella tomba.
Un liberista, un Giannettaccio, a questo punto direbbe: "Erano carrozzzzzzoni statalkeynesianopopulisti fonte di sprechi, corruzzzione e vecchiume". Beh, a vent'anni di distanza non mi pare che le nostre bollette di gas, luce, telefono e servizi siano drammaticamente dimagrite grazie alla maggica concorrenza del mercato autoregolantesi ma siano andate sempre più crescendo. Siamo fortunati che non siamo costretti a farci piombare, per indigenza, il telefono come gli argentini dei tempi delle privatizzazioni di Menem.

Finita la prima tranche di privatizzazioni, Mario Draghi torna della tana di Goldman Sachs - uno dei beneficiari delle svendite 3x2 - alla faccia del conflitto di interessi, con un incarico di prestigio.
Ottenuto quello che volevano come acconto, i poteri economico finanziari ormai senza freni ci lasciano un'idea mirabolante, l'aggancio a cambio fisso con una nuova moneta, l'Euro, una figata. Un altro grande classico del liberismo. L'anello per soggiogarli e nel buio incatenarli.
I tecnici, che poi con Prodi diventeranno politici, addirittura de sinistra, rappresentati da simboli miti come l'Ulivo, ci condurranno nel trappolone dell'Euro. Perché non se ne può fare a meno, perché svalutare ormai è brutto brutto e da cafoni. Quel che restava della nostra sovranità nazionale, già compromessa da decenni di sottomissione imperiale, cominciava definitivamente a svanire, come i fratelli di Marty McFly nella fotografia.

Tornando ai primi anni novanta. L'Italia è passata attraverso stragi, assassinii di giudici in lotta con la mafia, rivoltoloni politici di vario genere ed è finalmente pronta per un periodo di tregua armata, anche perché questa volta bisogna avere i conti in ordine ed entrare nell'Euro, come abbiamo visto. Si individua un soggetto adatto ad incantare 50 milioni di serpenti, un fenomenale pifferaio magico, molte chiacchiere e un'allergia congenita ai distintivi.
Silvio Berlusconi, l'uomo che si è fatto dal nulla, il Re Minkia che muta le televisioni in oro. Gli italiani, felici di aver ritrovato un Duce a sessantaquattro denti e altrettanto brevilineo, lo votano entusiasti e se ne fanno governare, offrendo in solazzo al sire pure le figlie vergini, per quasi vent'anni.
Poi, nel 2011 qualcosa si rompe e chi si interessa di trame alla John LeCarré comincia a capire che questa volta faranno veramente le scarpe a B., nel frattempo rincoglionitosi dietro a fichette sempre più giovani che lo distraggono dagli affari personali che ha sempre anteposto all'interesse collettivo. Lo scandalo sessuale, suvvìa, non è cosa nostra, è roba anglosassone. (Io ho sempre pensato che si sia definitivamente autofottuto quando fece quella caciara in presenza di Betty). B. inoltre ostenta amicizie pericolose, frequenta gente sulla lista nera imperiale, doppiogiochisti e amiciputin. Non è escluso che abbia voluto avvicinarsi a zone proibite, ad interessi energetici che, per un italiano, è sempre fatale occhieggiare. Qualche intrallazzo di troppo con i russi e il gas, chissà. In ogni caso, come agente ormai è bruciato.

Nel 2011 inizia la fase due, quella iniziata con l'acconto del 1992 e ora giunta alla stagione dei saldi. E' la seconda fase dello shock liberista e, per chi ha avuto possibilità di arricchirsi oltre ogni limite,  l'obiettivo è l'Eurozona.
Viene scatenato un nuovo attacco finanziario ma questa volta l'attacco colpisce interi paesi: dall'Irlanda alla Grecia, dalla Spagna all'Italia. Il nuovo spauracchio è lo spread, ovvero la dimostrazione che l'Euro è stato il passo più lungo della gamba e che la Germania vuole vincere facile. Ogni giorno lo spread diventa più minaccioso, ci terrorizzano con scenari di corralitos, assalti agli sportelli e gogna collettiva degli italiani pigri e mangiaspaghetti sulla piazza di Bruxelles. Berlusconi, abilmente lavorato ai fianchi da sapienti nipotine di Mubarak, cade definitivamente in disgrazia. Prova a resistere ma, dopo l'ennesima offerta che forse non poteva rifiutare, si dimette.
Ora qualcuno comincia già a dire che, quando c'era lui caro lei, e lui stesso prova a rivendersi come l'unico che può difendere l'interesse nazionale. Tenta addirittura qualche incursione antieuro assieme alla Lega, che però è troppo invischiata nelle mollezze del potere per fare veramente sul serio. Sui libri di storia che i nostri nipoti studieranno ci sarà scritto che B. era un imprenditore che fu messo a capo dell'Italia per presidiare il territorio, una specie di proconsole. Poi, invece di governare, a causa della sua ricattabilità ed incapacità congenita di evitare il fallimento come imprenditore, trascurò i suoi doveri e si occupò solo dei suoi interessi, paralizzando il suo paese in una Mirabilandia fatta di superficialità e totalmente incapace di crescere.

Nel fatal novembre, dunque, da un giorno all'altro, ci fanno credere, si forma un governo affidato ad una specie di genio della lampada, un professore della Bocconi (mecojoni), nientepopodimeno che Mario Monti. Governo formato da gente con carriere avviatissime, tutti pezzi da novanta che, da un giorno all'altro, decidono di piantare baracca, università e burattini, senza nemmeno un "lasciami una settimana per pensarci" e vanno a fare i ministri nel Pronto Soccorso Italia, con un malato terminale che tutti danno per spacciato. La presa della Bastiglia Italia senza sparare un colpo, con l'aiuto fondamentale, pensate, di un vecchio comunista. Roba che nemmeno dei fratelli Grimm strafatti di LSD.
Azzerato il nano ed insediatisi al potere, i tecnici che fanno? Cominciano a piazzare le cariche per la demolizione controllata dell'economia italiana. Si preparano nuove privatizzazioni, la definitiva dismissione degli ultimi brandelli di proprietà statali, le ultime perle e catenine di famiglia rimaste dopo la cura Draghi: Finmeccanica, la Snam che diventa Sgnam Sgnam. Senza parlare degli italiani, sottoposti ad una cura da Cavallo (nel senso del famigerato ministro dell'economia ultraliberista argentino) che culminerà nella patrimoniale ai danni dei ceti mediobassi, nella riduzione progressiva del welfare e in un impoverimento generalizzato delle classi meno protette.

Mario Draghi è ormai assiso sul trono della BCE e da lassù sovrintende benedicendo urbi et orbi con la preghiera "O Euro benedetto, irreversibile tra le monete, che tu sia lodato tra le divise."  Ad un anno di distanza dal golpe finanziario con il silenziatore un grafico dice più di mille parole. C'è da stare proprio allegri.

(grazie a Stefano Bassi)
Vent'anni quindi. Vent'anni per disfare quanto di buono era stato fatto da un'Italia affatto fannullona ma creativa ed operosa, ora ridotta all'impotenza. Distruggere l'economia per ingrassare una finanza fatta di puro denaro. Lo diceva perfino la buonanima di Cossiga. Un patrimonio di cinquant'anni di benessere che ora, dicono, "non possiamo più permetterci perché abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi". Un'affermazione che ha meno valore di una pura opinione personale e per giunta interessata.

Ho raccontato un romanzo criminale, una storia con pochi eroi, molti vigliacchi traditori e tante vittime innocenti. Una storia che, a meno di una qualche intuizione per trovarne una via d'uscita, rischia di impantanarci nel suo incantesimo, in un maleficio di povertà e regresso per gli anni a venire. Gli anni peggiori della nostra vita.

domenica 4 settembre 2011

Fatti di gente perbene



«È una vicenda dolorosa, ma è anche l'occasione per fare una riflessione ulteriore non solo sul nostro diverso modo di procedere rispetto alla maggioranza, fatto di fiducia nella magistratura, passi indietro, uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ma anche sul fatto che dobbiamo mettere ogni impegno nel migliorare l’esigibilità dei nostri codici etici e del nostro Statuto. E ci stiamo lavorando. Ma la nostra gente ci chiede anche di reagire a teorie che vanno oltre le legittime critiche, e che descrivono il Pd come un corpo malato. Abbiamo fatto partire un po’ di denunce. Né accettiamo che si faccia di tutta l'erba un fascio e che si indebolisca per questa via l'unico strumento che gli italiani hanno per il cambiamento». (P. Bersani, intervista all'Unità, 3 settembre 2011.)

C'è tutto Bersani e tutta la weltanschauung piddina in questo ragionamento. La pretesa della diversità per se e quasi come dogma, la riflessione - che si porta su tutto - e lo "stare lavorando" al posto del prendere un'iniziativa, dell'azione, del fare delle scelte; il farsi scudo dei militanti che "ci chiedono di reagire" e la dichiarazione finale, insopportabilmente ricattatoria, di autoinsostituibilità di una classe dirigente, l'ineluttabilità del cambiamento che può solo passare attraverso di essa o sul suo cadavere. Après nous le dèluge. Come B. che pensa di essere eterno.

Per Bersani, che il capo della sua segreteria politica dal 2009 Filippo Penati sia indagato per corruzione e finanziamento illecito al partito per vicende spalmatesi negli ultimi dieci anni è solo una "vicenda dolorosa". Aggettivo che sarebbe congruo solo se si trattasse di uno sciagurato che si è arricchito alle spalle del partito ingannando cani e porci, compreso il suo segretario, ma che è assolutamente inadeguato se per caso la corruzione era parte di un sistema, di un modo per tenersi buoni gli uni gli altri tra imprenditori, politici e partiti al fine di avvantaggiarsene reciprocamente, con Penati a quel punto solo pedina fra le tante sulla scacchiera.

Sono tutti fatti da dimostrare in sede giudiziaria, è ovvio, però il sospetto è brutto e, più che di macchina del fango, ho paura che si tratti di cannoni sparaneve caricati a merda.
Per questo ci vorrebbe meno indecisione nel rendere conto di fatti precisi. Meno supponenza da "noi siamo diversi" e tendenza al risentimento quando qualcuno fa giustamente delle critiche. Invece Bersani continua solo ad incazzarsi, a fare il piangina e a minacciare querele invece di rispondere alle domande. Come il suo gemello settembrino in fondotinta. Sarà colpa del sole in Bilancia.

Basterebbe intanto che Bersani ci rassicurasse sullo scambio di telefonate - testimoniate da intercettazioni pubblicate fin dal 2006 -  tra lui, il gruppo Gavio e Penati.
Tutta la storia dell'affare Milano Serravalle è raccontata da Gianni Barbacetto in un libro del 2007, ma diciamo solo come si è conclusa: nel 2004 la Provincia di Milano guidata da Penati  acquisisce il 15% delle quote di proprietà del Gruppo di Marcellino Gavio della Milano-Serravalle, pagandole quasi quattro volte oltre il loro valore. Una cifra enorme, 238.000.000 di euro di denaro pubblico, contenenti quindi una plusvalenza per il venditore di € 179.000.000. Un amministratore pubblico che fa questi regali ai privati non pare molto auspicabile ma ciò che incuriosisce i magistrati è ciò che accade dopo. Nel 2005 Gavio partecipa a fianco di Consorte (Unipol) alla scalata di BNL, con una quota di € 50.000.000. Non sarà che quella partecipazione è un ringraziamento, un modo per sdebitarsi con il partito per l'affarone fatto con la Serravalle?

Si dirà, sono tutte maldicenze del centrodestra che aveva osteggiato l'affare nelle persone di Ombretta Colli e Gabriele Albertini. Sarà, tuttavia l'intermediario di Gavio è tale Binasco, nientemeno che colui che inguaiò Primo Greganti e il PCI nel corso delle indagini di Tangentopoli, e che videro alla fine dei relativi processi condannati sia il concusso che il concussore.
Un personaggio al quale un dirigente DS, visti i trascorsi tangentopolitani dell'interlocutore, non avrebbe dovuto nemmeno rivolgere la parola per paura di inguaiare di nuovo il partito.
Ecco, il punto è che Gavio ha bisogno di parlare con Penati per sbloccare l'affare Serravalle e telefona invece a Bersani il quale gli risponde che può parlare direttamente con Penati. Qualche giorno dopo Penati telefona a Gavio:
Penati: «Buon giorno, mi ha dato il suo numero l'onorevole Bersani...».
Gavio: «Sì, volevo fare due chiacchiere con lei quando era possibile...».
Penati: «Guardi, non so... Beviamo un caffè».

Gavio non poteva telefonare direttamente a Penati in Provincia? In ogni caso l'effetto "mi manda Bersani", sarà un'illusione ottica ma è abbastanza evidente e meriterebbe una spiegazione da parte dell'interessato. Visto oltretutto che Penati fa carriera fino a diventare, nel 2009, capo della sua segreteria politica.

Ora, il problema di fronte a queste ombre ed insinuazioni sull'illibatezza del PD - e prima dei DS - sulla base di pesanti indizi, sono i militanti piddini, che non vogliono sentir parlare di questi fatti, si mettono le mani sulle orecchie facendo bla-bla-bla e reagiscono dicendo che Di Caterina e Pasini, gli accusatori di Penati, sono vicini al centrodestra, quindi non attendibili. Che tutte le maldicenze sulla vicenda Milano Serravalle sono una vendetta di Ombretta Colli. Che Bersani non deve rendere conto di alcunché a Sallusti che grufola nello scandalo scrivendo paginate e paginate sull'affaire Penati. E soprattutto, che parlare di queste cose è il solito autolesionismo tafazziano della sinistra e che in questi momenti bisogna essere uniti e che questa è antipolitica.

Vedete, amici, se Sallusti grufola è perché gli se ne dà modo.
Non si può nascondere la testa sotto la sabbia e negare a priori che possa esistere e non da oggi un sistema di gestione degli affari da parte della sinistra che assomiglia molto a quello della destra. 
Ho l'impressione che, siccome la vittoria alle prossime elezioni pare probabile, visto il disastro berlusconiano, i piddini intesi come base non abbiano alcuna voglia di rifondarsi, dandosi finalmente una dirigenza nuova in vista della Terza Repubblica ma siano disposti a tenersi questa, anche se chiacchierata e più logora di un calzino bucato. Con i Bersani lanciaquerele, i D'Alema - e dicendo D'Alema si è già detto tutto, i Fassino abbiamo-una-banca e i Letta abbiamo-un-banchiere.*  Più le varie beghine che vorrebbero trasformare il Partito Democratico in Partito Democristiano.
I fans del PD sono talmente attaccati alla vecchia dirigenza che non riescono ad immaginarne un ricambio. In questi casi ti chiedono: "E chi ci mettiamo al posto di Bersani?" come se stessimo parlando di un Berlinguer. Renzi no, per carità, Ciwati nemmeno - i rottamatori, muhahaha!, Zingaretti - uhm si farà ma per ora lasciamolo dov'è, meglio Bersani; la Serracchiani - troppo inesperta povera cocca, meglio Bersani.
E' così importante fare un nome piuttosto che un altro se l'unico che accetteranno mai è il segretario del partito perché pensano ancora che bisogna votare chi dice il partito? Non dite che non è così. Meno male che gli elettori di sinistra invece cominciano ad essere più autonomi nelle scelte e sempre più sovente eleggono nomi che non erano quelli designati dalla segreteria del PD. Vedi Pisapia e Zedda.

L'immobilismo, la tetraparesi da centralismo democratico di questo partito di mummie che credono di essere ancora vive, contagia anche la base,  che accetta tutto purché si vinca e si torni al governo. Non per mandar via Berlusconi, ma per mettersi al suo posto. Cambiar gestione ad un ristorante purché serva sempre le stesse polpette avvelenate. Polpette che mangiano tutti e che finiscono anche nei nostri piatti.
Non è qualunquismo ma più di un sospetto che possa trattarsi di una triste realtà. Pensare che un partito possa aver vissuto in un paese con la corruzione al posto del DNA senza farsi corrompere con fenomenali incentivi come potere e denaro è un ragionamento molto ingenuo. E' come quando uno viene morsicato dal vampiro, si vampirizza anche lui.
Detto questo, io mi auguro di cuore che Penati abbia solo fatto la cresta come le colf disoneste che vanno a far la spesa all'Esselunga con il borsellino della padrona, e che Bersani e il PD siano puri siccome angeli, perché sentire gli sfottò e le prediche di Sallusti e di tutta la merda stampata e televisiva berlusconiana mi sarebbe ancora una volta, dopo la Commissione Mitrokhin, intollerabile.

Una preghiera, però, amici del PD. Se dovessero emergere responsabilità precise della dirigenza PD negli episodi di corruzione attualmente sotto indagine della magistratura, se venisse dimostrato il finanziamento illecito, non voglio sentire lagne che "noi siamo diversi" e "bisogna distinguere". Se avete le palle dovete andare da Bersani e dirgli di levarsi dai coglioni e con lui tutti gli altri residuati bellici del partito sopravvissuti dalla prima repubblica. Anche se lì per lì non saprete chi mettere al loro posto.
Se vogliamo veramente cambiare e salvare questo paese dal cancro della corruzione, questa volta, a differenza degli anni novanta, non dovremo avere nessuna pietà. Tanto meno per quelli della nostra parte.

Ho paura però che gli elettori e simpatizzanti del PD siano come certi mariti innamorati ai quali portano le fotografie della moglie in atteggiamento inequivocabile con un altro e loro rispondono: "Non è possibile, lei non farebbe mai una cosa simile e poi questa qui nelle foto non è lei."

* grazie Gianguido.

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