mercoledì 2 gennaio 2019

Il 2019 e tutti gli altri nove della nostra vita

Non sono una particolare appassionata di numerologia. Non lo sono per il fatto che il giocare con i numeri, volendo trovare in essi ad ogni costo particolari significati, è un esercizio rischioso come la tavoletta Ouija, in grado di dare la stura ad un inconscio che raramente si riesce a tenere a bada; tanto che si finisce per darli, i numeri.
In questi giorni però, ragionando sull'anno che stava per arrivare, il 2019, l'anno in cui si svolge "Blade Runner" ovvero l'ennesimo film futuribile che ormai è scaduto a film d'attualità, mi sono accorta che gli anni con il nove, ovvero ogni ultimo del decennio, nel secolo scorso hanno scandito eventi molto significativi e così mi è venuta voglia di elencarli, giusto per sapere quali anniversari potremo celebrare nel corso dell'annata. Un tipico esercizio per riempire il capodanno e farlo passare il più presto possibile. 

Ieri 1° gennaio sono stata afflitta da un mal di testa tremendo con nausea come non mi accadeva da anni e credo che, oltre ai postumi dei brindisi con vinacci vari mescolati e non agitati del trentun dicembre, sia stato il ventennale della nascita dell'euro a sconquassarmi le budella. Io sono una che somatizza molto, specie in occasione degli anniversari. Un mio professore diceva che era un fenomeno classico della psicosomatica e mi raccontava i casi sorprendenti di pazienti afflitti da mali inesplicabili, addirittura improvvise cecità, che si risolvevano appena costoro riuscivano a prendere coscienza del fatto che questi sintomi comparivano invariabilmente in occasione di date particolarmente significative per loro. Ad esempio ricorrenze di lutti e perdite che avevano subìto.

Il 1° gennaio del 1999, appunto, nasceva il mostriciattolo, il tessoro, l'irreversibile, che dal 2002, anno della sua entrata a gamba tesa nelle nostre vite, certifica senza pietà il nostro inesorabile declino economico. Per ironia della sorte nacque nell'anno in cui il Nobel per l'economia andò a Robert Mundell, il teorico dell'area valutaria ottimale, ovvero quella cosa che è stata scientificamente fatta mancare all'euro per renderlo apposta così letale. 

Il 1999 offrì altri spunti particolamente significativi per tutto ciò che avrebbe caratterizzato il nuovo millennio. In quell'anno uscirono due film, "Eyes Wide Shut", l'ultimo film di Stanley Kubrick e "La nona porta" di Roman Polanski che curiosamente si occupavano entrambi del medesimo soggetto oscuro: il satanismo praticato dalle élite. Un argomento divenuto oggi assai di moda. Fu l'anno anche di "Matrix"
Fu l'anno in cui si insediarono Ciampi alla presidenza della repubblica e Prodi alla Commissione europea, mentre D'Alema bombardava assieme alla NATO la Serbia. Atto assai imperialista che finora non pare essere mai stato rinnegato dalla cosiddetta sinistra di lotta e di governo maanche pacifista. Si vede che era qualcosa che s'aveva da fare. Per fortuna che Eltsin si levò di torno e lasciò spazio a Vladimir Putin. Altro ventennale.
Il presidente Clinton (il marito) firmò la legge che di fatto cancellava il Glass-Steagall Act, la regolamentazione sulla separazione tra attività bancaria commerciale e di investimento che risaliva agli anni '30. Legge che, negli intenti dei suoi estensori, avrebbe dovuto impedire la catastrofe di un nuovo '29 e la cui eliminazione non ha infatti evitato la grande crisi dei mutui subprime.
Eh già, perché quest'anno saranno anche i novant'anni dal crollo di Wall Street, la prima grande crisi finanziaria del Novecento, culminata con il "venerdì nero" del 1929

A dieci anni prima, al 1919, e qui siamo di centenario, data il famigerato Trattato di Versailles che tanti lutti avrebbe addotto all'Europa e che ispirò a J.M. Keynes "Le conseguenze economiche della pace". In quell'anno nacquero i partiti che avrebbero di lì a poco fatto la storia della restante parte del Novecento: Anton Drexler fondò in Germania il Partito del Lavoro (futuro partito nazionalsocialista), Don Sturzo fondò il Partito Popolare (futura DC), Lenin e Trotsky la Terza Internazionale e Benito Mussolini i Fasci di combattimento. Non male.

Inutile ricordare cosa accadde nel 1939, come conseguenza del 1919 e del 1929.

Per i settantenni da celebrare, nel 1949 l'Italia aderì alla NATO e il Trattato di Londra sancì la fondazione del Consiglio d'Europa. Intanto i sovietici facevano esplodere la loro prima bomba atomica. Ma non è finita. il 1° ottobre nasceva la Repubblica Popolare Cinese e si riuniva il parlamento del neonato stato di Israele. Nacque quella Germania doppia che piaceva tanto a Giulio. Furono infatti proclamate la Repubblica Federale e la Repubblica Democratica. Il venir meno di un famoso muro, e oggi non sappiamo più dire se fu più devastante il muro o il suo crollo, avvenne in un altro "9", nel 1989, anno in cui si celebra anche la nascita del web, la nostra catena quotidiana.

Nel 1959 la rivoluzione di Fidel a Cuba porta il socialismo nei Caraibi e un costante e fastidioso prurito alle parti basse d'America.

Altre ricorrenze europee sono scandite dal numero nove. Nel 1979 nacque il papà di Euro, quindi quest'anno si celebreranno i quarant'anni dello SME e nel 2009 entrò in vigore il Trattato di Lisbona. Un decennale niente male. Che il 2019 ci porti degli altri eventi significativi? Chissà.

E il cinquantenario, che fa sempre la sua porca figura celebrarlo? Il sessantanove, numero interessante sotto molti aspetti soprattutto mondani, nel senso di 1969 sarà celebrato come l'anno in cui furono alimentati sogni ed illusioni di gloria e di viaggi (in tutti i sensi) come mai prima nella storia, per poi infrangerli con quelli che potrebbero essere considerati i primi esempi della dottrina dello shock. Da Cape Canaveral a Piazza Fontana.
Dal mito (e/o illusione?) del "man on the moon" e dai viaggi interstellari mescalinici a Woodstock fino al bad trip in cima a Cielo Drive con le satanasse di Charlie Manson a compiere sacrifici umani su Sharon Tate (moglie di Polanski) e i suoi ospiti, in nome dell'Helter Skelter, l'imminente guerra razziale che avrebbe portato i neri al potere. Un orrore ormai divenuto pane quotidiano della cronaca e proclami allora considerati giustamente i deliri di un folle con la svastica tatuata in fronte ma che oggi potrebbero passare tranquillamente per i contenuti di qualche documento dell'ONU. 

Cinquant'anni dall'estate della Luna. Ho già ricordato che fui tirata giù dal letto da mamma: "Vieni a vedere l'astronauta sulla Luna!" Ma a me, impastata di sonno, quell'omino nella TV in bianco e nero, che sembrava far finta di saltellare sulla scaletta, non diceva assolutamente nulla, tantomeno quel "ha toccato!!" quasi orgasmico di Tito Stagno. I bambini non li freghi e noi eravamo ancora bambini ingenui. Fu dopo, con i servizi fotografici a colori pubblicati su "Epoca" e una notevole fascinazione per gli astronauti che mi feci prendere. Tanto che avrei tenuto per anni appesa in camera la foto di Buzz Aldrin immortalato da Armstrong. Però quella mattina no, non mi impressionai e forse pensai che sembravano proprio in studio. In effetti la Luna ce la immaginavamo tutti diversa, diciamo la verità. Non così polverosa e tristarella come la spiaggia di Casalborsetti.

Un mese dopo ci fu il raduno di Woodstock, 500.000 persone ad assistere, strafatte, a musicisti anch'essi strafatti che però ci lasciarono delle performance memorabili e all'avanguardia che ormai sono diventate musica classica. Altra illusione, altro prestigio. Sesso, droga e rock & roll. I figli dei fiori che di lì a poco sarebbero diventati i fiori del male. 
E' un cinquantenario da celebrare, quindi? L'unica cosa certa è che, tra la Luna e Woodstock, almeno una delle due cose è avvenuta davvero. Jimi Hendrix ha davvero camminato sulla Luna.

giovedì 13 dicembre 2018

Churchill o Bolsonaro (per tacer di Cottarelli)? Ovvero del tuttosubitismo acuto.

Quando da incendiari, invecchiando, si diventa pompieri, per non dire monaci zen, si impara ad riconoscere ed apprezzare la regola che le cose migliori non arrivano subito appena le desideriamo e qualcuno ce ne prospetta la realizzazione, ma occorre attenderle per un tempo che pare non passare mai e quasi sempre è il tempo necessario, direi fisiologico, affiché si realizzino. Ciò vale sia per gli eventi positivi che per quelli negativi, per le conquiste personali della propria esistenza e per quelle che riguardano la collettività e, ho fatto notare giorni fa che, a maggior ragione, i cambiamenti storici epocali non sono mai avvenuti nel giro di pochi giorni o mesi e che anche gli eventi più apparentemente improvvisi furono il risultato di una lunga preparazione, di un sapiente lavorìo più di cesello che di clava, condotto possibilmente nel back office e al riparo dalla luce accecante dei riflettori.  

Purtroppo, nella società delle meteore e dei meteorismi, il pensiero magico sul quale si fonda la sua propaganda, somministrato continuamente per anni per infusione lenta, ha infine creato una platea di infanti che strepitano se non li si gratifica subito con il premio, e che pretenderebbe l'uscita dall'incantesimo malvagio con la semplice roteazione in aria della bacchetta e il pronunciamento della formula magica. 
Agli infanti che non ottengono subito il bubbolino sale la delusione, il rammarico, il senso di tradimento, che poi è solo un sospetto non una certezza, il che la dice lunga sul loro concetto di fedeltà e fiducia, e si riversano in massa a piangere e a dichiarare il loro pentimento per essere stati costretti ad attendere ben sette mesi prima di poter finalmente gettare la spugna.

Mi riferisco, nello specifico, all'epidemia di tuttosubitismo acuto che ha colpito molti tra coloro che parevano i più sinceri sostenitori non del governo ma dell'idea che sottende all'operazione gialloverde, vero e proprio governo di emergenza messo in piedi mentre fischiavano le bombe provenienti da ogni parte; matrimonio che ricorda quello celebrato nei primi due minuti de "Il matrimonio di Maria Braun" 
Nozze abbastanza imprevedibili e sicuramente di convenienza che però non s'avevano da fare, sulle quali un canuto Don Rodrigo si affrettava a porre il veto per conto dei tanti Innominati suoi mentori e vari bravacci erano già pronti a proporsi al miglior offerente come esecutori finali del saccheggio dell'Italia. 
Paiono aver dimenticato, Idelusi, l'atmosfera di quei giorni, i veti incrociati sulle persone, i piedini pestati per terra da chi si sentì imperatore per un giorno e infine la resa, l'offerta che evidentemente non si poteva rifiutare e il via libera a qualcosa che era e continua ad essere, che vi piaccia o no, l'unica alternativa alla CATASTROFE. 
Perché, se vi fossero stati quegli altri, per non parlare di una Clinton alla Casa Bianca, oggi non solo vi avrebbero firmato contro il Global Compact, o per meglio dire Compost, visto che il punto d'arrivo è il Soylent Green fatto di persone; avrebbero spinto lo ius soli a forza in parlamento, stretto ancora la garrota attorno al collo dell'economia e compiuto altre operazioni di pulizia tecnica senza alcuna remora, ma avrebbero ceduto anche qualche altro braccio di mare alle prime sei telefonate dall'Estonia, oltre a fottervi per sempre e con gusto perché, è ufficiale, vi odiano e vi vogliono morti.

Nonostante questa prospettiva, ahimé, l'idea che eravamo in guerra e lo siamo ancora, lo siamo da una ventina d'anni almeno, non attecchisce in chi è disposto a capire che c'è la guerra solo se vede le divise, i fucili, i carri armati e i crateri delle bombe. I settant'anni di pace che ci ha dato l'Europa sono stati nient'altro che una lenta disabituazione alla capacità di combattere e difendersi. Un lungo decadimento nella pavida ed emasculata illusione che la guerra fosse stata esorcizzata per sempre. Un mondo di signorine che ora invece si stanno svegliando in prima linea e non non hanno niente da mettersi.

Vai a spiegar loro che in sette mesi abbiamo avuto qualcosa che pare nulla ma è tanto, che quando sei paralizzato e riesci infine a muovere un dito è un'enorme conquista, se c'è chi ti vuole ancora più impotente,  ma a Idelusi non basta perché loro volevano la magia, il prestigio, il "ma come hanno fatto, dov'è il trucco?" Quando i seguaci fanno "oh". 
Tutto questo festival della disillusione sta accadendo su quello strano palcoscenico che sono i social, luogo ove ormai pare abbiano riaperto quei manicomi che furono chiusi in nome della negazione della follia e dove invece questa volta si dispiega in tutta la sua devastante potenza, la nevrosi.

In fondo capisco chi è depresso e vuole lasciarsi andare giù nell'acqua gelida, Quando ti affezioni alla tua depressione - e loro sono bravissimi ad indurla su popolazioni intere, come abbiamo visto, con quelli che ripetono il mantra del "è tutto finito" a dimostrarlo - diventa angosciante pensare di uscirne. D'altro canto, più è forte la resistenza alla guarigione, più essa diviene possibile, come sa chi ha affrontato lunghi anni di analisi dove i passi avanti avvenivano non prima che il conflitto fosse stato individuato, visualizzato, combattuto e infine metabolizzato.

Non sto dicendo che l'operazione gialloverde sia perfetta, insindacabile e messa in pratica da entità soprannaturali infallibili. Lascio volentieri "il partito ha sempre ragione" a coloro ai quali purtroppo appartenni da incendiaria. In politica la delusione è una probabilità come lo è la soddisfazione. Entrambe sono variabili in gioco con la medesima valenza.
Mi pare tuttavia paradossale che, come ha detto Luigi Pecchioli nell'intervista ad Antonello Zedda, "ci si lamenti della partigianeria dei media e poi si creda alla loro versione dei fatti riguardo agli atti governativi". Con ciò intendendo anche le "voci" che nascono sui social, le interviste malignette, le calunnie che da venticelli diventano uragani.
La vicenda del 2,04 che pare aver scatenato la disiscrizione in massa dal movimento sovranista (per andare dove e con chi non si sa, questo è il bello) è talmente freudiana e chiaramente una sorta di effetto collettivo "sole roteante di Fatima" che meriterebbe un post monografico a parte.

Sui media, certo, si poteva tentare di interrrompere il monoscopio a reti unificate e imporre un minimo di informazione non ostile all'operato del governo. Personalmente avrei cercato di mettere la cosa tra le assolute priorità, perché il morale delle truppe passa anche dalla sua messa in sicurezza rispetto all'esposizione alla propaganda nemica, ma se ciò non è stato fatto vuol dire che si sono preferite altre strade o si è stati costretti a non intraprendere quella via specifica. Temo anche che si sottovaluti il significato di un'egemonia culturale costruita pietra su pietra per un secolo e di cosa significhi smantellarla pretendendo di farlo per giunta in quattro e quattr'otto. Non tutte le costruzioni crollano in caduta libera in pochi secondi.
Grave non aver rimandato l'odiosa fattura elettronica voluta dai fattucchieri di prima, così come altri provvedimenti che avevamo supplicato fossero presi in considerazione riguardo alla loro abolizione.
Anche la vicenda, ancora più grave, della gestione della questione libertà di scelta sui trattamenti sanitari obbligatori, è fonte di irritazione e delusione, non lo si può negare. 
Ciò non significa però che si debba mollare adesso quando si ha coscienza di chi si deve combattere e in quante forme diverse ci stia attaccando. Lo ripeto: non ci sono le divise ma i soldati, si. Le bombe scoppiano,  ci sono i morti e le distruzioni. Loro, nel qui ed ora, sono l'unica chance che abbiamo.

A chi oggi si dice deluso, dice che non voterà più, che, in sostanza, fascisticamente, se ne fregherà, chiedo cosa prevede in prospettiva e in alternativa a questa opzione. A parte il solito tecnico sociopatico, chi potrebbe arrivare, dopo Salvini e Di Maio, in caso di loro fallimento? 
Detto che nella vita reale, non sui social dove siamo troppo impegnati a fare la ceretta brasiliana alle formiche, la gente ha chiaro in mente chi fino ad oggi l'ha vessata ed oppressa ed ha aperto gli occhi in modo forse irreversibile sulla sinistra, la mia paura è che, approfittando delle difficoltà incontrate da questo governo, qualcuno tra i simpatizzanti colga il pretesto per rifugiarsi nella sindrome di Stoccolma dalla quale era parso voler fuggire. Insomma, non riuscendo a fare a meno della droga che rappresenta la sinistra, la pera che ti fa sentire buono e giusto, restare umano e soprattutto non fascista, e non sopportando più di sentirsi un traditore per essersi "buttato a destra", si metta in testa di salvarla per l'ennesima volta. Sarebbe un errore fatale, che ci riporterebbe alla casella di partenza per un nuovo giro, stavolta l'ultimo.

In secondo luogo, esauritesi le pile di fratel coniglietto Berlusconi, non escluderei l'ipotesi simil-Bolsonaro, ovvero il tanto peggio tanto meglio. Diciamo la chemio quella tosta, quella che quasi ti ammazza prima del cancro. Con i colonnelli o senza.

Io preferirei un Churchill come quello del famoso discorso: 
"Siamo nella fase preliminare di una delle più grandi battaglie della storia.[...] Che ci troviamo in azione in molti punti – in Norvegia e in Olanda – , che dobbiamo essere preparati nel Mediterraneo. Che la battaglia aerea è continua, e che molte preparazioni devono essere fatte qui in patria.
Dirò alla Camera quello che ho detto a coloro che hanno aderito a questo governo: Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore. Abbiamo davanti a noi un calvario del tipo più grave. Abbiamo davanti a noi molti, molti lunghi mesi di lotta e di sofferenza.
Voi domandate, qual è il nostro obiettivo? Posso rispondere con una sola parola: la vittoria. La vittoria a tutti i costi – La vittoria nonostante tutto il terrore – La vittoria, per quanto lunga e difficile la strada possa essere, perché senza la vittoria non c'è sopravvivenza.
(Trascrizione del testo come originariamente letto da Churchill.)
I nostri devono soltanto entrare in questa mentalità. Una mentalità (purtroppo) da guerra. Qualcuno lo fa e continua a farlo da anni. Forse ci vorrebbe qualche "capannello" in più, per spiegare cosa si sta facendo. A volte possono essere l'assenza e il silenzio a creare sgomento. 
Noi dobbiamo supportarli, stringendo i denti, pensando a Monti e Cottarelli e ai piddini in agguato. Come l'orologio rotto, due volte al giorno anche la Tina ha ragione: non vi è alternativa.

Odiatemi ma un giorno direte: "Quella stronza aveva ragione".

venerdì 7 dicembre 2018

Paura e disgusto a Eurolandia




"Eravamo dalle parti di Ravenna, ai confini della Piddinia, quando le droghe cominciarono a fare effetto." (semicit.)


I cambiamenti climatici, ah! Al plurale come i mercati, così il popolo se li sente tutti attorno a sé, come i cerchi magici bancari. Le povere cimici, insetti tutto sommato assai discreti che causano fastidio solo quando emanano quel forte odore caratteristico nel momento in cui le termini, ma che si lasciano catturare molto facilmente e quindi puoi liberare in via amichevole, divenute "insetti alieni" in questo poster involontariamente comico. Perché alieni, parola resa minacciosa da quintali di B-movie di fantascienza su insettoni, baccelloni e rettili giganti? Non vengono da Urano o da Proxima Centauri ma molto probabilmente da quei container pieni di carabattole cinesi che girano il mondo in nome della globalizzazione. Le cimici non sono quindi una normale conseguenza della libera circolazione delle merci, le piattole della licenziosa promiscuità del mercato, ma sono conseguenza dei cambiamenti climatici.

Il climate change è la parola magica, il nuovo passepartout per l'apertura di tutti gli scenari catastrofici possibili, naturalmente al servizio della bulimia degli economisti dei disastri. Giustificazione maxima, ad esempio, per migrazioni alluvionali da continenti grandi cento volte il nostro paese, nei quali però, su 30 milioni di chilometri quadrati, non vi sarebbe un posticino per spostare anche temporaneamente qualche milionata di individui, allo stesso modo in cui invece li si sposta tranquillamente da un continente all'altro. E guai a chiamarli alieni! 
Quando qualcosa non ha senso vuol dire che un senso ce l'ha per qualcun altro, come dice Il Pedante.

I cambiamenti climatici hanno anch'essi quel carattere di innominabilità e inevitabilità che condividono con tutti gli altri spauracchi generati dalla shock economy. Sono un castigo divino in un mondo ateo e materialista e sono tanto cari al progressismo regressivo. Anche i cambiamenti climatici, come La Crisi, sono una scusa per infliggere il penitenziagite e, anche in questo caso, la colpa per la quale si viene divinamente puniti è più proteiforme che chiaramente identificata nello specifico. O meglio, la colpa consiste meramente nell'esistere, nel respirare, nell'insubordinazione del rifiuto alla volontaria e rapida estinzione dell'uomo bianco, il cui sviluppo e benessere raggiunto nell'ultimo secolo sarebbe la conseguenza non già della sua abilità ma di un peccato aquisito la cui espiazione non è più rimandabile. Il presunto peccato di vivere alle spalle, in modo parassitario, di altre popolazioni che, per evolversi, sembra abbiano prima bisogno che noi spariamo. 
Nonostante i cinesi, ad esempio, con il loro capitalcomunismo sfrenato inquinino in maniera assai maggiore di noi, siamo noi che consumiamo troppo, mangiamo troppo, ci laviamo troppo, usiamo troppo la macchina. L'invito alla penitenza a volte si spinge fino alla presunta necessità di cibarsi in futuro di insetti (ma non di cimici, forse), in nome di un pianeta divenuto improvvisamente delicatuccio di palato e cagionevole di salute, in un certo senso emasculatosi anch'esso, e delle troppe bocche da sfamare al mondo, per le quali la limitazione delle nascite non è evidentemente una soluzione come lo è stata negli ultimi decenni per noi. 
La condanna a questa ennesima forma di austerità e compressione dei consumi è comminata dal tribunale dell'Inquisizione ecologista, braccio verde del progetto genocidario che vorrebbe un mondo ridotto ad un piccolo ghetto elitario circondato da una subumanità sub-bestiale il cui inevitabile sterminio fino all'ultimo individuo non causerebbe ai pochi eletti più senso di colpa di quello ai danni di una immonda colonia di scarafaggi in cantina. 

Carlo Rubbia l'ha spiegato in una interrogazione parlamentare che i cambiamenti climatici spontanei, naturali, esistono da sempre nel quadro della ciclicità delle ere terrestri, nell'alternanza tra ere glaciali ed ere a temperature simili o superiori a quelle attuali, e che l'inquinamento antropogenico, rappresentato soprattutto dall'aumento esponenziale di CO2 nell'atmosfera è un'emergenza che può essere contenuta con lo sviluppo della tecnologia basata, a suo parere, sul gas naturale. 
Non è quindi necessario far regredire l'umanità all'età del bronzo e gettare il mondo nelle tenebre oscurando il sole, come delirano oggi gli ineffabili giornali fotoromanzati, nell'ennesimo articolo sul figlio scemo dei cambiamenti climatici, il riscandamento globale, per gli amici Globbaluormin. 

Siccome il pianeta si riscalda (e questa è una fake news perchè il pianeta si riscalda e si raffredda ciclicamente, e la temperatura è negli ultimi anni addirittura in diminuzione) Gliscienziati dicono: spariamo del carbonato di calcio nella stratosfera così da creare un tendone parasole, naturalmente illudendoci che ciò non abbia alcuna conseguenza sugli equilibri dell'organismo terrestre. Vacciniamo la Terra, insomma, tanto è per il suo bene, che male vuoi che le faccia? Ma figurati, nulla. Aridatece il progetto Manhattan. 
La vera notizia, la polpetta nascosta nel supersize mac è che allora è vero che si possono irrorare sostanze chimiche nell'atmosfera per scopi geoingegneristici, come del resto è noto al Congresso Americano fin dal 1978 e a chiunque abbia un ricordo anche vago dei cieli com'erano, cioè non a strisce.

Qui subentra un interessante fenomeno psicologico che ha a che fare con il concetto di tabu. Si esce di casa e si nota quasi ogni giorno, tipicamente dopo un paio di giorni di cielo limpido, quello si ormai quasi anomalo, qualcosa di strano: un gigantesco quaderno a quadretti oppure una strana nuvolaglia increspata come le dune del deserto che ci sovrastano, di cui però non bisogna parlare, come non puoi dire cosa pensi realmente di certi gruppi di persone, ad esempio. Si sa ma non si dice perchè se no ti prendono in giro. E' un addestramento in piena regola alla negazione psicotica della realtà. Se neghi il cielo a quadretti, un giorno sarà normale dire che i prati sono fucsia e che esistono i settant'anni di pace portati dalla UE. La psichedelia senza allucinogeni. Veramente notevole.

Il gioco funziona perché il tabu ha una radice profonda nell'inconscio. Esso in questo caso consiste nell'incapacità di attribuire all'Uomo la responsabilità di ciò che si vede nei cieli, perché ciò che si vede lassù può averlo fatto solo la Divinità e non puoi attribuirlo all'Uomo, soprattutto se è una cosa potenzialmente dannosa, per il quale si innesta anche il "non possono farlo davvero" che rappresenta l'incredulità di fronte alla criminalità del Potere. 
Ecco quindi che non potendo essere stato l'Uomo e, in questo caso, non essendo chiamata in causa la Divinità, perché siamo moderni e non crediamo più a queste superstizioni da antichi, non è stato Nessuno. Lo stesso Nessuno che accecò Polifemo, sempre lui. Chi traccia i quadrettoni in cielo? Nessuno.

martedì 4 dicembre 2018

I Macronfagi e la reazione immunitaria della Francia


La rivolta dei "gilet gialli" in Francia prosegue ormai pressoché ininterrotta dal 17 novembre, dal primo blocco stradale di protesta contro il caro carburante fino agli scontri di piazza degli ultimi giorni sugli Champs Elysées, ma la nostra pudibonda stampa legiondonoraria continua bellamente ad ignorarne non solo le ragioni ma perfino l'esistenza. Immersi in un isolazionismo ideologico che richiama quello dell'Albania di Enver Hoxha e nell'assoluta cecità percettiva alla prima rivoluzione fluo, ciò che resta dei tamburini di latta del giornalismo di regime evita in tutti i modi di anche solo nominare un fenomeno che mette in discussione la bontà assoluta di uno dei suoi fantocci di riferimento: il nostro Lolitò, il Manu che aveva detto agli amici, il Napoleoncino con un piede già sul predellino della carrozza per Varennes.

Se le notizie sui gilets jaunes vengono quasi sempre relegate ad uno spazietto stretto tra le paturnie di Asia Argento e il resto dell'inutile pluriball giornalistico, le solite non notizie da far scoppiare una ad una per noia solo per sentire il rumore vuoto che fanno, ogni tanto si decide di portarle in primo piano ma per destrutturarne il senso e tentare di dirigerlo sul binario morto della vacuità o della delegittimazione.
Il procedimento, dal nome un po' lungo, si chiama: "C'è un nostro amichetto in difficoltà con quei brutti ceffi dei suoi connazionali. Come possiamo parlarne senza parlarne? Come possiamo raccontare la storia in maniera che questi altri brutti ceffi nostrani non capiscano i veri motivi della protesta?"
A volte viene anche chiamato "trasformare la merda in Nutella e far dire al popolaccio che è una bontà".

Un esempio di articolo di questo tipo, da falsa prima pagina, è questo. Io consiglierei di salvarlo, perché se i libri di storia dovessero un giorno diventare seri, nella ricostruzione di questo fottuto inizio di millennio, sezione studi sulla propaganda della dittatura globalista, esso non potrà mancare. 
Per evitare di dire che i gilets jaunes hanno ragione da vendere e potrebbero essere quel famoso popolo che, essendosi destato, rischia di avere Dio alla sua testa, i legionari del disonore la buttano sull'ecologia, che si porta sempre su tutto. Perdindirindina, se il primo blocage è stato contro l'aumento del carburante, facciamo finta che questi ausiliari del traffico esagitati siano degli ecologisti un po' su di giri e cristallizziamo il movimento e le sue ragioni lì, immobili, come Han Solo nella grafite.
Un articolo, quello di Repubblica, psichedelico a dir poco. Roba da paura e delirio sulla Cristoforo Colombo. Psilocibina e via andare.
"Capisco le proteste ma non cedo alla violenza. Abbiamo fatto troppo poco sul clima, dobbiamo andare avanti", ha detto il presidente francese presentando il piano per l'energia. Che prevede la chiusura di tutte le centrali a carbone entro il 2022 e di 14 reattori nucleari entro il 2035." 
Un cazzocentra cosmico perché, peccato per Essi, questi francesi ai quali Manu & i suoi Isterismi hanno rotto i coglioni, hanno riempito il loro cahier de doléances con ben altre rivendicazioni. 
Gilberto Trombetta, che ringrazio, ha tradotto su Twitter il manifesto messo in rete dai Gilets Jaunes (qui il documento originale) che le contiene. E' difficile non dichiararsi d'accordo con tante se non tutte queste richieste ed è assai arduo considerarle rivendicazioni vacue, mondane o bagattelle da borghesi piccoli piccoli. Se hanno fame che si dedichino all'ecologia non è risposta credibile, ammettetelo, e suona assai più strafottente del presunto consiglio di Marie Antoinette sulle briosche.



traduzione di Gilberto Trombetta
L'aumento del carburante è stato solo il loro tè di Boston. La goccia di benzina che, caduta sul braciere, ha fatto incendiare la protesta. 

Il gran tamburo maggiore scalfariano che picchia sulla pelle di somaro per sviare l'attenzione da les enfants de la patrie è solo l'espressione del livore della sinistra di fronte alla caduta dell'ennesima tegola dal tetto di quella costruzione abusiva in attesa di ordinanza di demolizione che è la UE. Stamattina ho ascoltato questo video e ne ho colto alcuni spunti per descrivere il fastidio fisico che l'intellighenzia o wannabe tale di sinistra prova nel vedere il popolo sfuggirle e che bene si intona con il discorso sui gilet gialli e il neglect percettivo che, nonostante il giubbetto ad alta visibilità, ha colpito tanto clamorosamente una certa parte di osservatori italiani. La solita parte, per altro.

Nel video, Lorenzo Vitelli de "L'Intellettuale dissidente" proclama un curioso assunto, ossia quello che "il populismo ha consenso ma non è legittimo perché non si è ancora dotato di un intellighenzia culturale, di  intellettuali, giornali, case editrici." Ohibò, sarà mica quell'egemonia culturale dalla quale stiamo appunto cercando disperatamente di liberarci e che è espressione dell'invasività dell'ultima nefasta ideologia novecentesca che si aggira per l'Europa trascinando le catene da rimettere ai lavoratori che le sono sfuggiti?
Certo, dice Vitelli girando la chiavetta dell'accensione, le categorie della Vecchiapolitica, la destra e la sinistra, sono superate (uno dei più triti e nefasti luogocomunismi). Però... vrum, vrum, il populismo è pericolosamente inclinato a destra (te pareva). Infatti esprime un voto di protesta, di vendetta. Gode nel vedere i traditori messi alla berlina (e lui inconsciamente soffre del dover assistere a tale sanguinario snuff movie perché i protagonisti li conosce bene). 
Il populismo (sempre pronunciato con una punta di sgomento) non è altro che l'ennesima élite che vuole arraffare il potere, il popolo non c'entra (il popolo non può preferire quel buzzurro volgare al meraviglioso Lintellettuale). Esso non è legittimo perché non è riuscito a fondare un sistema ideologico, a creare un progetto" (e chi lo ha detto? Cercare di salvare il mondo dalla furia genocida globalista ti pare poco?) 

Traduco per i bambini piccoli: se non ha marchiato in fronte il numero della bestia progressista, il popolo è fascista. L'unico progetto legittimo è il solito velleitario tentativo di distruggere il capitalismo in quanto tale (casualmente lo stesso identico scopo dei banchieri non di Dio ma di Essi stessi, che fa tanto affinità elettiva)  per sostituirlo con Ilprogetto dell'egualitarismo petaloso immaginario. La destra e la sinistra sono concetti superati, si, ma noi vogliamo rimanere di sinistra. La democrazia è democrazia solo se la gestiamo noi. (NdA: quanto avete rotto i coglioni...)

Non manca la nota negazionista sul prato che non è verde. Vitelli non crede, anzi, rifiuta di credere, che il successo del populismo nel caso italiano abbia a che fare con la questione migratoria. "A nessuno importano le percentuali bassissime di immigrati nel paese dell'accoglienza per eccellenza". Permettetemi un accenno di stupore pre-estatico. Il distacco dal reale è un problema sul quale evitano accuratamente di lavorare da sempre. 
Dopodiché Vitelli, ormai sul rettilineo, sgomma.
"Il populismo non è un modello politico, per diventarlo deve dotarsi di una struttura. (Ricordate il discorso iniziale sulla Vecchiapolitica che è morta?) "L'élite populista è illegittima perché "il basso", il popolo ha una sua creatività folkoloristica che però non è culturale."
"Il populismo è la vittoria del trash sulla sofisticazione intellettuale (chissà perché penso subito al metanolo). Il popolo vuole essere volgare. Le vittorie populista sono un rigurgito popolare (meglio quello antifascista, immagino). Bisogna elevare il dibattito". (Qui di solito sguaino sempre la katana).
Poi l'apoteosi: "Non possiamo reputarli legittimi [Salvini e Di Maio] perché non sono un'élite."
Ovvero, dopo il giro di pista ritorniamo ai box. I populisti non ci piacciono perché non sono piddini, non infestano ogni ganglio della società, non okkupano. Non sono l'Egemonia Kulturista che è la nostra spezia, l'elisir che ci rende immortali come certe cellule che richiedono una pronta risposta immunitaria altrimenti ti ammazzano.
Non è un problema del Vitelli, lui è solo un esempio preso a caso calando le reti per la pesca. Se ne prendi un altro ugualmente a caso ti farà gli stessi ragionamenti. L'egemonia culturale è soprattutto monopensiero stereotipato. La zeppa nell'ingranaggio.

A proposito di popolacci e ribellioni. Avendo nominato prima il té di Boston inevitabilmente ritornano in mente le parole della Dichiarazione di Indipendenza americana. Se un governo agisce contro il suo popolo, il popolo ha il diritto di rovesciare questo governo e darsene un altro che sia portatore delle sue istanze e sia degno di rappresentarlo. Non si rovesciano governi tanto per fare, come ultimamente si è fatto in Europa per forzare il regime unico, limitare la democrazia locale, assassinare le sovranità, depredare le ricchezze ed imporre l'agenda novordineglobalista per mano dei volonterosi progressisti elitari tanto pieni di sé da doversi ancorare per non volare via. 
Le motivazioni delle proteste di popolo, di quel popolo che considerano merda puzzolente se non si fa da loro docilmente manipolare, sono sempre drammaticamente concrete e serie. Tra i cartelli visti a Parigi ve ne sono alcuni sul diritto alla libera scelta terapeutica e contro i TSO sponsorizzati dai lupi farmaceutici travestiti da pecore benefattrici che in Italia conosciamo altrettanto bene.
Chi da lacchè sminuisce le lotte di popolo rischia di fungere da lubrificante alle lame delle ghigliottine prima che vi si appoggino i colli dei membri delle élite che ha servito. Le ghigliottine metaforiche degli elettori, che entrano in funzione nelle cabine elettorali e, in alcuni casi estremi, quelle vere nelle piazze.

martedì 6 novembre 2018

L'antivirus come metafora del "loro"

Michela Murgia, la nuova autoproclamatasi gramscia della sinistra, in una delle innumerevoli ultime interviste che sta rilasciando, ha detto che la parola che le fa più paura è "nostro". Indovinate perché. Perché forse pronunciandola in modo solenne, tutti in cerchio, con la musica al contrario e durante la notte di Valpurga, essa sarebbe in grado di aprire un portale che conDuce a Ilfascismo. 
Strano perché nostro è concetto assai collettivista e dovrebbe piacere a chi è voglioso di scambiare le mutande con chiunque non gli ricordi il suo prossimo di sangue ed è bramoso di superare il losco individualismo, fratello separato alla nascita della libertà; come piace a chi, come Leuropa padrona, sottende materialisticamente nei suoi intenti che "ciò che è vostro dovrebbe essere prima di tutto nostro". 
Forse, a compungere la scrittora e psicometrista per caso è il conflitto interiore tra librerie con l'individualismo femminista de "la topina è mia e me la gestisco io" che può mandare in crash il sistema? No, è solo il problema del nostro che non è loro. La fottuta appartenenza. Nel mondo quantico di Kelledda, esistono due nostri: il nostro fascista e il nostro nostro. Prevedo presto un collasso dell'intera Galassia a causa di questo paradosso spazio-concettuale.

De  Ilfascismo come psicoma che oramai affligge questi poveri disperati; sul loro corral interiore che delimita lo psicoma dal resto della psiche nel tentativo di conservarne l'integrità dalle frecce della tradizione e la fobia dei confini esterni che è metafora dell'angoscia della dissoluzione del sé, contrappasso del "faccio ciò che mi pare", vi puntualizzerò prossimamente. 
Ad ogni modo, se siamo costretti a parlare di una cosa discutibile come la pericolosità delle parole, piuttosto che delle azioni di chi pragmaticamente si attiene ai fatti, io, dovessi dirlo, tra le parole temo mesotelioma pleurico ma ancor di più filantropo.
No, non mi riferisco a quel filantropo, al nostro Jabba, ma ad un altro, meno frontman e sfacciatamente esposto ma proprio per questo più pericoloso. Perché il pericolo viene dagli individui che concepiscono progetti e programmi e si mettono in testa di applicarli al mondo costi quel che costi, non importa quanti moriranno, più che dalle parole che ne sono solo lo spot pubblicitario affidato a semplici comprimari e famigli.

Faccio un breve inciso. In ufficio ho un computer che è stato dichiarato ufficialmente obsoleto dal signor William Henry Gates III. Il suo cervello, quello del terminale in stato terminale, denominato Windows Vista, non è più aggiornabile con i richiami dei service-pack, quindi non è più possibile difenderlo dalle aggressioni esterne e nemmeno migliorarlo nelle prestazioni richieste da un utilizzo sempre più massivo della rete. L'antivirus, dal canto suo, avvisa continuamente che sarebbero necessari nuovi "vaccini" contro sempre nuove minacce ma il problema è che, ad ogni riavvio, la povera macchina di silicio gratta, gratta, esita sempre più a lungo per trovare le sue appendici ("sono la tua vecchia stampante, non mi riconosci più?") e ogni mattina impiega più tempo ad avviarsi, ricomporsi, connettere ed accingersi alla nuova pesante giornata di lavoro su testi, calcoli ed immagini. 
Da quando ne è stata decretata l'obsolescenza, con tanto di "ci dispiace ma Vista non è più supportato" da parte del socio portinaio pettegolo e compagno di merende Google, il mio computer non è più un hardware ma sembra assomigliare più ad un wetware, ad un cervello umano afflitto da una senescenza indotta o, più propriamente, da una malattia degenerativa progressiva. 
Tutti mi dicono che è colpa della famigerata obsolescenza programmata, il male oscuro sapientemente inoculato che ha reso di fatto le macchine mortali per obbligarti a consumarne sempre di nuove, rottamando forzatamente quelle vecchiotte ma ancora funzionanti. E, comunque, nel caso specifico dei computer sarebbe un problema solo dei sistemi Microsoft, ché quelli Linux o Apple se ne fregano di driver e upgrade ricattatori e vanno sempre, anche sui vecchi 486 o Mac del nonno. In effetti, ciò di cui si vantano maggiormente i loro possessori, è che le loro macchine non hanno bisogno di quella invenzione sospetta che è l'antivirus.

Orbene. Mi è capitato di recente di dover disattivare momentaneamente l'antivirus per reinstallarlo. In quei pochi minuti di libertà di manovra, la macchina pareva essersi di nuovo disumanizzata: era scattante, veloce, quasi un Linux. Al che mi sono chiesta: ma non sarà proprio l'antivirus a provocare il problema della lentezza? A proposito: è nato prima il virus informatico o l'antivirus? E perché solo i sistemi operativi Microsoft hanno creato questa necessità di dotarsi di un altro software invasivo, che interrompe il tuo lavoro perchè deve scaricare aggiornamenti, che piano piano prende sempre più possesso del computer, ne controlla le porte di accesso verso l'esterno e ogni modifica, irrompe durante le tue navigazioni avvertendoti che ti stai avventurando in territori sconosciuti e perigliosi (magari sgraditi al Regime) e  ti insinua quella sottile paura di essere spiato che è in realtà esso a praticare, possiamo scommetterlo. L'antivirus proclama solennemente di difenderti da quelle infernali righe di programma chiamate backdoor e trojan horse, questi morbilli informatici che potrebbero far morire il tuo computer ma in realtà non c'è peggior porta di servizio dal quale far entrare i cavalli di Troia di esso.

Veniamo quindi alla metafora. Il signor William Henry Gates III, per tutti Bill, pare avesse l'abitudine di memorizzare le targhe delle auto dei suoi dipendenti per poter, con uno sguardo sul parcheggio, sapere chi fosse già al lavoro e chi in ritardo o assente. Questa mania un po' da idiot savant viene definita il suo "lato oscuro".
Così come il fatto che da giovane sia stato arrestato per guida senza patente. Se fosse tutto qui, io stessa potrei vantarmi, in confronto, di essere una specie di Darth Vader.
Il padrone maniaco, in questo caso un ex nerd ora miliardario con la sua dose di ubbìe alla Howard Hughes, è sempre esistito e la sua è la patologia denominata delirio di onnipotenza che affligge inevitabilmente chi mette assieme, con più o meno merito, un 40 miliarducci di dollari di patrimonio.  Si potrebbe notare a questo punto che nessuno ha mai attribuito a Dio il possesso di ricchezza materiale, nessuno l'ha mai immaginato come un grasso capitalista maialone alla Grosz, e ciò perché la ricchezza spropositata viene percepita come qualcosa che rende superiori all'Ente Supremo e spinge a mettersi in competizione con lui e non può che essere appannaggio di esseri assai terreni o persino sotterranei.

Se la sfida alla divinità si esaurisce nell'accumulo compulsivo ed autistico della moneta, è un conto. Quando però l'uomo con i miliardi incontra il sé stesso filantropo, orientato al "vostro bene", o meglio al nostro non al loro, l'umanità è potenzialmente un'umanità morta.
In un capitolo del libro "Immunità di legge" de Il Pedante e Pier Paolo Dal Monte viene raccontata l'incredibile commistione tra interesse collettivo e interesse privato e ossessione personale che è il rapporto tra Bill Gates e il governo mondiale della sanità.
Non tutti sanno infatti che l'OMS, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, braccio sanitario dell'ONU, è finanziata, per la fetta più grossa generata da un unico soggetto privato, si parla di 350 milioni di dollari, proprio dal signor Bill Gates, attraverso la Gavi Alliance (Global Alliance for Vaccines and Immunization) e la Fondazione filantropica che gestisce assieme a sua moglie Melinda.
La Gavi è stata creata da Gates proprio per applicare su scala mondiale una strategia vaccinale a tappeto che nasce, dicono, da una personale ossessione di Bill per i vaccini. Chissà se generata dallo stesso psicoma che l'ha costretto ad inventare un sistema operativo vulnerabile ai "virus" e quindi dipendente da un somministratore continuo e cumulativo di "vaccini" che alla fine rende la macchina simile ad un povero essere umano malato.  Una lotta tra virus e antivirus che sembra una lotta tra il bene e il male, l'Uomo e Dio. Forse solo una coincidenza da deformazione professionale, quella tra virus informatici e biologici dei coniugi Macbeth, o forse no. Come lo è, per aggiungere un'ulteriore metafora, l'"influenza" che il privato detiene sul governo mondiale della sanità.
Se il vaccino, attraverso l'obbligo,  diventa uno strumento del Potere, il suo tallone di ferro, è giusto chiedersi se il filantropo lo sia veramente, un amante sincero dell'umanità, oppure noi siamo solo il cibo umano, il soylent green per la sua ossessione.

Come scrive Il Pedante nel libro citato:

"I coniugi Gates sono naturalmente liberi di concepire la popolazione mondiale come una rete di calcolatori su cui installare gli antivirus più aggiornati. Il problema sollevato da alcuni analisti è che, una volta insediatisi a suon di miliardi nelle cabine di controllo delle autorità sanitarie internazionali e dei centri di produzionescientifica, la loro visione, le loro priorità e le loro soluzioni sono diventate la visione, le priorità e le soluzioni di tutti." (pag. 89)

La pericolosità del filantropo consiste quindi nel suo poter imporre, attraverso la fenomenale leva del denaro, il loro sul nostro. Il nostro, a questo punto, checché ne dicano le medium evocatrici di fascismi morti, può essere solo l'espressione della democrazia e della libertà di scelta. La vera immunità, non di gregge ma di comunità di esseri liberi e consapevoli. Liberi dagli antivirus generati dalle streghe di Seattle.



"È un pugnale ch'io vedo innanzi a me

col manico rivolto alla mia mano?...

Qua, ch'io t'afferri!...No, non t'ho afferrato...

Eppure tu sei qui, mi stai davanti...

O non sei percettibile alla presa

come alla vista, immagine fatale?

O sei solo un pugnale immaginario,

un'allucinazione della mente,

d'un cervello sconvolto dalla febbre?

Ma io ti vedo, ed in forma palpabile,

quanto questo ch'ho in pugno, sguainato.

E tu mi guidi lungo quella strada

che avevo già imboccato da me stesso,

pronto ad usare un analogo arnese...

O gli occhi miei si son fatti zimbello

di tutti gli altri sensi,

o la lor percezione è così intensa

che a questo punto li soverchia tutti:

perch'io t'ho qui, dinnanzi alla mia vista,

e sulla lama e sull'impugnatura

vedo del sangue che prima non c'era....

Ma no, che una tal cosa non esiste!

È solo la mia impresa sanguinaria

che prende una tal forma agli occhi miei.

A quest'ora, su una metà del mondo

la natura par quasi che sia morta,

ed empi sogni vanno ad ingannare

il sonno chiuso dietro le cortine(30).

Le streghe celebran le loro ridde

ad Ecate la pallida;(31) svegliato

dall'allarme della sua sentinella

l'ululato del lupo - l'assassinio

s'avvia furtivamente alla sua impresa,

come un fantasma, a passo lungo e lieve,

come il lascivo andare di Tarquinio.(32)

Tu, però, solida e sicura terra,

non seguire i miei con l'ascolto,

che le tue stesse pietre

non denuncino il luogo ov'io m'aggiro

e tolgano al silenzio di quest'ora

l'orrore che sì bene gli si addice.

Ma io minaccio, e lui continua a vivere.

Le parole, sul fuoco dell'azione

soffiano un'aria troppo raggelante."


W. Shakespeare, "Macbeth", atto II.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...