Parlando de "La grande bellezza" non so da che parte cominciare. Di solito la prima autodomanda, pensando ad un film appena visto, è se ci è piaciuto. In questo caso la risposta è si e no. Oppure, ancor meglio e veltronianamente: mi è piaciuto ma anche no.
Mi è piaciuta la protagonista, Roma, che svetta sul tizio che disperatamente, per tutto il film, tenta, non riuscendoci, di rubarle la scena: il bravo ma un po' troppo facente pesandolo Toni Servillo. Roma che fa da parafulmine alle stronzatielle che il regista semina in qua e in là, come la sciroccata che fa a testate sul muro, per dirne una.
Mi ha dato fastidio il fatto che è un film che bisognava vedere per forza. Non mi è piaciuto il suo essere velleitario nella pretesa altmaniana di assemblare un campionario umano rappresentativo e per essere alla fine così scontatamente "felliniano". Un Fellini però sfellinizzato, senza l'elemento onirico, il fulmine del genio e Mastroianni. Rendiamogli atto però che non è una boiata paragonabile al film "romano" di Woody Allen.
Mi è piaciuto si e no ma più di no in senso tecnico. "La grande bellezza" parte malissimo, con quei fastidiosi movimenti di macchina in su e in giù che ti ricordano i filmati con il telefonino oppure i video clip e gli spot pubblicitari. Mi pare di ricordare che il grande Kurosawa dicesse che il movimento della cinepresa non doveva assolutamente essere percepibile, che non te ne dovevi accorgere. E' vero. Il movimento si crea con il montaggio.
Il film parte male al punto che ti viene da paragonarlo alla Corazzata Potemkin in senso fantozziano ma poi si ripiglia un po' nel prosieguo, tanto che alla fine non puoi dire che è un capolavoro, ma nemmeno una minchiata. Resti lì a metà. Merito sempre della bellezza che, forse questo è il senso del film, è intorno a te ma non riesci più a vederla.
Un ottimo segnale per capire se un film ti sta piacendo o annoiando è se guardi e quante volte l'orologio. Quante volte, figliola? Beh, padre, la prima occhiata l'ho data a 22 minuti. Ahia. Poi abbastanza spesso verso il finale, quando cominciavo a pensare solo a come sarebbe finito. Certo non siamo al "ma quando finisce, ma quando finisce, ma quando finisce", del Noodles che rigira il cucchiaino nella tazzina nella massacrante versione integrale di "C'era una volta in America" di Leone ma due ore sono comunque tante quando in fondo non sta succedendo niente ma se ti distrai sei finito. Qui, ad esempio, ho perso un secondo di concentrazione e mi è morta la Ferilli.
L'utilizzo della musica l'ho trovato un tantino paraculo. In alcuni momenti tra un Donnie Darko e l'Antichrist di Von Trier. Ma tanto Roma risulterebbe bella pure con una sega a nastro in sottofondo.
Non mi è piaciuta la superficialità nel ritratto dei vari personaggi, che scorrono uno dopo l'altro senza che tra di essi emerga alcuna vera figura memorabile e tanto meno una grande prova d'attore. Il quadro generale sembra un abbozzo, lo schizzo preliminare di una Cappella Sistina dedicata al generone simile ai fotocollage di Dagospia, dove ti aspetti esattamente di trovarci i personaggi dell'agiografia classica. La nana, la colf (Serra Yilmaz, dove sei?), il cardinale gastronomo, i nobili a nolo, la spogliarellista attempata, la Ferrari che fa la milf infoiata che non se ne può più, i salottieri vacui, gli intellettuali, i falliti, i ricchi, le allusioni alle celebrities (a me pare di aver riconosciuto Conchita e Funari), i comici in versione tragica che sono sempre un azzardo (infatti Verdone non esce, smacchietta e basta ed è un delitto.) Poi i cameo: madame Truffaut Fanny Ardant, Venditti. Sorrentino però non ha avuto le palle di infilarci anche il Sommo Phregno Totti. Peccato.
La scena che ho trovato più riuscita è il monologo del funerale. Non male neppure la ripassata verbale alla scrittrice di partito, un pernacchio alla Don Ersilio Miccio rivolto alla sinistra, che forse vale da solo il film.
Ho apprezzato qualche tocco involontariamente comico, come la passeggiata notturna nei palazzi romani, con tanto di lampadario simil-candelabro che faceva tanto "Il segno del comando" e "Cento campane". "La contaminazione del mezzo televisivo nell'immaginario filmico", che sembra il titolo di una tesi di laurea.
Non mi è piaciuta però la decimiliardesima riproposizione del vizio dei registi italiani di sfracellarceli con il ricordo indelebile della prima trombata di quando furono ragazzetti. Ebbasta!
Merita l'Oscar, "La grande bellezza"? Oddio, bisognerebbe vedere gli altri film della cinquina. L'ho detto: Sorrentino non è Fellini e Servillo non è De Niro. E' così così, si può guardare. Rivedere non saprei. Forse con l'avanti veloce. Un po' una palla effettivamente lo è, anzi pallone.