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venerdì 9 maggio 2014

A volte confessano 2 - Timeo Tsipras et dona ferentes


Ultimamente nei programmi di approfondimento politico sembra di stare su Crime+Investigation nel programma "Terzo Grado" con quei cazzutissimi investigatori americani che riescono a far confessare il più incallito dei serial killer. Lì è fiction ma da noi è tutto vero, confessano spontaneamente, con un candore invidiabile e la goduria nostra è autentica.
Dopo la confessione dell'omina verde Keller sul vero scopo pro-tedesco dell'euro, avvenuta a Ballarò, ecco un'altra chicca ripescata dalla Grande Memoria che non perdona. 
Se vi eravate chiesti quale fosse lo scopo della Lista Tsipras, sulla quale si è buttato a pesce il meglio intellettualume che aveva detto agli amici di volersi distinguere dai troppo ruspanti e poco de sinistra piddini, Guido Viale, candidato per la suddetta lista, rivela che lo scopo dell'operazione Ventotene 2.0 non è altro che quella di sottrarre voti all'euroscetticismo.  E' insomma quello che quando lo fa la destra si chiama lista civetta. Oltre alla prova televisiva ve lo sbobino pure:

"E' vero, la lista Tsipras nasce anche per sottrarre voti alle liste antieuropeiste che pensano che si possa risolvere i problemi della crisi con il ritorno alla lira e il recupero della sovranità nazionale in economia. Nel mondo globalizzato questa cosa è impossibile."

Non che la Spinelli's List facesse più paura di Ingroia ma almeno è definitivamente chiarito che, per l'ordoliberismo, i sinistri post-sessantottini sono come i diamanti per le ragazze. The best friends.

Link al video, non dovesse funzionare.

sabato 12 ottobre 2013

Duemila e tot

"Sono finiti i tempi bui. Papà guadagna in Germania!" poster di propaganda della Repubblica collaborazionista di Vichy

Poi dicono che l'euro è una moneta a cambio fisso. Spiegatemi allora perché gli euristi, che siano economisti, giornalisti o semplici tamburini, non riescono a ricordare con precisione il famigerato cambio lira/euro che fu fissato a suo tempo a 1.936,27 : 1 come ci ricordano ogni giorno le calcolatrici.
E' come se il loro inconscio sapesse che l'idea della fissità del cambio, del vincolo monetario, è cosa tinta e quindi suggerisse loro malignamente il lapsus monetae.
Il lustrissimo economista de Cicago Michele Boldrinad esempio, lo fissa a 2000 o 1997 senonricordomale:1. Per il vicedirettore del Sole24Ore, badate, non di Quattroruote, Plateroti, una vera figura mitologica dei dibattiti televisivi, il cambio fu fissato a 1700:1.
A questo punto, di queste papere celebri, la meno grave diventa il 1927:1 di Silvio Berlusconi.
Non c'è niente da fare. All'eurista la fatal moneta gli si svaluta e rivaluta automaticamente inside e questo fenomeno dovrebbe essere studiato non solo dagli psicoanalisti ma forse anche dagli studiosi di fatti inspiegabili.

L'ultimo svarione che mi preme segnalare è il fantastico 2000 e tot di Michele Salvati, fissato sul nastro della registrazione di un'interessante trasmissione andata in onda su Radio Radicale  sabato scorso, "Servizio sulla moneta unica" a cura di Enrico Tata. Una lunga intervista ad Alberto Bagnai (dall'inizio), Emiliano Brancaccio (dal minuto 18'), Sergio Cesaratto (31'), Claudio Borghi Aquilini (47') e Antonio Maria Rinaldi (60'): un quintetto variopintamente eurocritico, più la trota, Michele Salvati (75').
Considerato addirittura da alcuni il babbino caro del PD, l'emerito professore merita però una citazione più estesa oltre alla scivolata sul valore del cambio lira/euro.
Essendogli stata affidata in trasmissione, come difensore delle ragioni dell'euro e in nome dell'effetto recenza, l'ultima parola (perché Radio Radicale è pur sempre PUDE oriented),  costui ha inanellato una quantità notevole dei soliti luogocomunismi, classici del terrorismo psicologico sulle conseguenze dell'uscita dall'euro, oltre a nemmeno tanto celati proclami della Restaurazione elitaria europea, da bravo piddino:

"Un paese non può essere più ricco di quanto sia produttivo."
"L'Italia è un paese povero". (sic!)
"Il nostro problema sono i salari troppo alti". (ri-sic!)
"Le nostre piccole imprese non reggono la competizione internazionale". (Con le multinazionali, suppongo).

(Ricordo che costui è de sinistra).

Sull'euro come catastrofe ormai evidente anche ai ciechi ed agli anencefali, ha sciorinato i soliti panni sporchi della sinistra con argomentazioni che abbiamo già sentito altrove.
"Si, è stato un errore ma................(grande tormento interiore piddino)..........................allora era difficile prevedere, non era detto che vi sarebbe stata la doppia velocità tra paesi (ma lo dicevano fior di economisti da decenni) e poi (tenetevi forte) valeva comunque tentare la scommessa". In culo ai greci ma, oops, quanto ci siamo divertiti!
Comunque, termina babbino: "Se non fossimo entrati nell'euro come avremmo fatto a fare le riforme?" Eccoli, gli shockeconomisti che finalmente confessano.
Se uscissimo, "la Germania cesserebbe di essere il grande paese trainante d'Europa". "La nostra lira verrebbe sballottata nel mare della speculazione". E poi vi risparmio il solito mantra che vi sarebbe un enorme Svalutazione Schwanstuck e l'iperinflazione che danneggia il proletariato.
La logica piddina è amante anche del controfattuale indimostrabile: "Si, entrando nell'euro abbiamo sbagliato ma cosa sarebbe accaduto se non vi fossimo entrati?" Ovviamente non possono dimostrarlo ma sanno che sarebbe stato peggio. Alla faccia del metodo scientifico.
Insomma, tutto ciò che nasce quando la mamma dei cretini si ostina a non indossare, come metodo contraccettivo, la spirale inflazionistica.

Avrete notato come chi difende l'euro sia in genere più preoccupato delle conseguenze dell'euroexit sulla Germania che di quelle sul proprio paese, l'Italia? Non li sentite che sembrano più solerti e volonterosi dei Piller e dei Gümpel?
Vi porto un ulteriore esempio corredato da prova visiva.
Quest'altro dibattito svoltosi a Mantova con contrapposti gli eurocritici Loretta Napoleoni e Claudio Borghi da una parte e gli euroentusiasti Pietro Garibaldi e Tito Boeri dall'altra.


Come Salvati si preoccupava della povera Merkel ridotta ad una brechtiana madre coraggio a spingere la carretta con i miliarden marke per comperarsi il wurstel, Boeri e Garibaldi ribadiscono il concetto ancora una volta: non si può fare perché danneggeremmo la Germania.
A me 'sta cosa mi fa impazzire. Questa preoccupazione soprattutto piddina per il vincitore, per chi, lo sappiamo, maramaldeggia per prima con i conti per sembrare la più virtuosa del bigoncio. Per chi non si sta facendo scrupoli di mandare in vacca noi e gli altri paesi euromediterranei per andare a fare lingua in bocca con Putin e i cinesi e rompercisi le corna per l'ennesima volta.

Uno, passi; due, tre, tutti gli euristi filotedeschi e per giunta a spese degli italiani? Fa pensare molto male. Fa pensare a qualche interesse personale in gioco, a qualche forma di lobbying da parte di industrie tedesche sui politici e tecnici dei paesi della periferia. Siemens e il caso dei sottomarini alla Grecia sono precedenti pesanti.
Questo servilismo, questo timore di pestare la coda al potente fa pensare insomma a qualche forma di intelligenza con il nemico. Anche se intelligenza forse è parola forte.
A pensar  male rischiamo insomma, andreottianamente, di azzeccarci.


(Notarella per coloro che vogliono le prove e cercano le fonti: c'è la prova televisiva e radiofonica di tutto, basta cliccare sui link). 

domenica 26 maggio 2013

Eppur qualcosa si muove


Il prossimo 15 giugno sarà presentato ufficialmente a Parigi il "Manifesto di solidarietà europea"  firmato da undici esponenti del mondo economico e finanziario europeo, per una revisione dei meccanismi dell'eurozona alla luce del sostanziale fallimento dell'euro, allo scopo di, eliminando i fattori di diseguaglianza e squilibrio attuali, preservare ciò che di buono vi è nel progetto di unione europea.
La traduzione in italiano del manifesto è a cura di Alberto Bagnai ed è tratta da Goofynomics. (Ripresa anche da Voci dall'estero). Ecco il testo.

Solidarietà europea di fronte alla crisi dell’Eurozona 


La segmentazione controllata dell’Eurozona per preservare le conquiste più preziose dell’integrazione europea. 
La crisi dell’Eurozona mette a rischio l’esistenza dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo. La creazione dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo si colloca fra le maggiori conquiste dell’Europa post-bellica in campo politico ed economico. Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno. 
Si era ritenuto che l’euro potesse essere un altro importante passo avanti sulla strada di una maggiore prosperità in Europa. Invece l’Eurozona, nella sua forma attuale, è diventata una seria minaccia al progetto di integrazione europea. 
I paesi meridionali dell’Eurozona sono intrappolati nella recessione e non possono ristabilire la propria competitività svalutando le proprie valute. D’altra parte, ai paesi settentrionali si chiede di mettere a rischio i benefici delle proprie politiche finanziarie prudenziali, e ci si aspetta che in quanto “benestanti” finanzino i paesi del Sud attraverso infiniti salvataggi. Questa situazione rischia di portare allo scoppio di gravi disordini sociali nell’Europa meridionale, e di compromettere profondamente il sostegno dei cittadini all’integrazione europea nell’Europa settentrionale. L’euro, invece di rafforzare l’Europa, produce divisioni e tensioni che minano le fondamenta stesse dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo. 

Una strategia nel segno della solidarietà europea 
Riteniamo che la strategia che offre le migliori possibilità di salvare l’Unione Europea, la conquista più preziosa dell’integrazione europea, sia una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere – per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea. Un euro più debole migliorerebbe la competitività dei paesi dell’Europa meridionale e li aiuterebbe a uscire dalla recessione e tornare alla crescita. Ridurrebbe anche il rischio di panico bancario e il collasso del sistema bancario nei paesi dell’Europa meridionale, che potrebbe verificarsi se questi fossero costretti ad abbandonare l’Eurozona o decidessero di farlo per pressioni dell’opinione pubblica nazionale, prima di un abbandono dell’Eurozona da parte dei paesi più competitivi. 
La solidarietà europea sarebbe ulteriormente sostenuta trovando un accordo su un nuovo sistema di coordinamento delle valute europee, volto alla prevenzione di guerre valutarie e di eccessive fluttuazioni dei cambi fra i paesi Europei. Naturalmente sarebbe necessario, in almeno alcuni dei paesi meridionali, un abbuono (haircut) dei debiti. La dimensione di questi tagli e il loro costo per i creditori, tuttavia, sarebbero inferiori rispetto al caso in cui questi paesi restassero nell’Eurozona, e le loro economie continuassero a crescere al disotto del proprio potenziale, soffrendo una elevata disoccupazione. Posta in questi termini, l’uscita dall’Eurozona non implicherebbe che le economie più competitive non debbano sopportare un costo per la diminuzione dell’onere del debito dei paesi in crisi. Tuttavia, ciò accadrebbe in circostanze nelle quali il loro contributo aiuterebbe quelle economie a tornare a crescere, al contrario di quanto accade con gli attuali salvataggi, che non ci stanno portando da nessuna parte. 

Perché questa strategia è così importante? 
Non occorre dire che è nostro comune interesse che l’Unione Europea torni alla crescita economica – la migliore garanzia per la stabilità e la prosperità dell’Europa. La strategia di segmentazione controllata dell’Eurozona faciliterà il conseguimento di questo risultato nei tempi più rapidi.
Bruxelles, 24 gennaio 2013 
Firmatari:
Alberto Bagnai, Claudio Borghi Aquilini, Brigitte Granville, Hans-Olaf Henkel, Stefan Kawalec, Jens Nordvig, Ernest Pytlarczyk, Jean-Jacques Rosa, Jacques Sapir, Juan Francisco Martín Seco Alfred Steinherr.

Per le biografie dei firmatari si rimanda all'articolo di Alberto Bagnai


Questo manifesto sulle modalità di uscita il più indolore possibile dalla moneta unica - uscita del resto ormai inevitabile - è una bellissima notizia e speriamo accenda finalmente e definitivamente il dibattito in Italia nelle sedi preposte a prendere decisioni economiche e non solamente nei  pour parler delle friggitorie televisive di aria. 
Un dibattito che costringa la controparte del Partito Unico dell'Euro ad andare oltre la rozza propaganda for dummies delle carriole, della benzina che costerebbe 70 volte 7 e del becero catastrofismo in sensurroud, e a portare, se esiste, la prova che l'austerità serve alla crescita (Antonio Maria Rinaldi a pag. 10), che uno stato non deve avere sovranità monetaria, che è la moneta circolante a creare inflazione, che il debito è una colpa (diciamolo alla tedesca: Schuld) e non la mera controparte del credito.
Vedremo se gli euroultras avranno il coraggio di negare che questo tessuto neoplastico, questa aggregazione maligna di liberismo, mercantilismo, fanatismo monetario, finanza ludopatica e, in fondo, revanchismo neo-aristocratico,  che sta uccidendo l'economia europea retrocedendola ad uno stadio pre-industriale, non debba  essere definitivamente asportato al più presto da un bravo ed impietoso chirurgo.

Oltre all'argomento del vincolismo da superare ad ogni costo agendo sul versante moneta unica, ritengo occorra anche ripensare, con le cattive se è necessario e battendo i pugni sul tavolo a Bruxelles (perché chi si fa pecora, il lupo se lo mangia), tutto il corpus dei trattati internazionali che sono stati la base giuridica - seppure illegittima se non illegale - per giustificare il vincolismo monetario, rivelatosi formidabile strumento di oppressione degli stati della periferia da parte delle élite industriali del centro.

Inoltre, quando finalmente si ridisegneranno i confini di competenza delle banche centrali e non e dei loro rapporti con gli stati, ci si batta per il ripristino 1) della separazione tra banche commerciali e banche d'investimento e 2) della repressione finanziaria affinché l'economia reale possa alimentare la finanza ma la finanza non possa più essere in grado di danneggiare l'economia reale. 
Senza una ridefinizione, mi rendo conto difficile da ottenere, dei limiti fisiologici della finanza si continuerebbe ad assistere al paradosso di una oligarchia che crea ogni giorno volumi spaventosi di denaro virtuale, ad esempio con i derivati, ma poi, per quanto riguarda l'economia reale, pretende di circoscrivere e limitare la ricchezza ad una quantità finita di denaro. Una limitazione della creazione di ricchezza e benessere che non prevede ovviamente la redistribuzione sulla base della legge della domanda e dell'offerta ma solo quella inversa e predatoria dal 99% all'1% della popolazione.

La finanza deve essere asservita agli interessi dell'economia reale. L'Europa, dal canto suo, deve tornare ad essere un'unione tra eguali, un luogo di libero scambio e non l'opportunità per il risveglio di antichi demoni e sogni di dominio continentale dei paesi forti su quelli deboli. L'Europa deve tornare ad essere terreno per la creazione di ricchezza all'insegna dell'equità e della pari opportunità per i cittadini e i popoli. Deve tornare ad essere il nostro continente.

venerdì 24 maggio 2013

Il processo di decondizionamento del piddino in cinque fasi


Ieri Beppe Grillo ha detto che tra un anno (se riusciremo a smentire Keynes che ricordava che nel lungo periodo saremo tutti morti) sarà indetto un referendum popolare sull'euro. Giusto il tempo di raccogliere le firme e di prendersi un anno per informare il popolo sulla questione.
Beh, sempre meglio di niente e del giovane di bottega che vuole morire per Maastricht; l'intento di rispettare la volontà popolare è lodevole, oltre che molto comodo, vista l'implicazione di delega della decisione, ma non c'è tempo, bisogna risolvere prima la questione con altri mezzi.  Questo non è l'acqua pubblica ma il destino di una nazione.

Le persone, gli esperti in grado di elaborare un piano di uscita dalla trappola ci sono già. Basta radunarli, chiuderli in conclave e farli uscire solo quando il piano, che esiste già in varie versioni, è pronto nella forma definitiva e più adatta al caso Italia. Però poi è la politica che deve materialmente  agire. 
Per quello che tecnicamente dovrebbe assomigliare, per discrezione e rapidità di esecuzione, ad un golpe economico, visto che non sarebbe opportuno, per ovvi motivi, mettersi a gridare alla finestra "Ehii, domani o al massimo giovedì usciamo dall'euroooo!!, mi pare che manchino completamente purtroppo le figure di coloro con le palle che si prendano la responsabilità ed assumano il comando delle operazioni. Bisogna lavorare su questo, su una classe dirigente che lo faccia.

Ad ogni modo, per quanto riguarda l'informazione del pubblico, penso si possa fare in maniera efficace grazie alla cara vecchia informazione.
Si tratta di disattivare decenni di propaganda e condizionamento televisivo. Non abbiamo certo di fronte delle comode tabulae rasae sulle quali scrivere e disegnare i nostri pupazzetti a piacimento. Però si può farecliccare, prego.

Vi propongo quindi un programma di decondizionamento in cinque fasi. Per i più svegli ed aperti mentalmente basterà la volontà di applicarsi, superare appena un paio di giorni di scimmia e i risultati saranno rapidi e duraturi.
Per i piddini, che dovranno in più elaborare il lutto della consapevolezza del tradimento della loro parte politica di riferimento (l'inception è: "è la sinistra che ci ha venduto alle élite reazionarie") occorreranno forse metodi più coercitivi. Comunque, ricordate, è per il loro bene.



Fase prima - la storia

Lettura di "Shock Economy" di Naomi Klein (2008). Il testo che racconta quarant'anni di politiche ultraliberiste nel mondo  (il libro è stato scritto prima che iniziasse l'attuale agonia europea) e la loro evoluzione nel concetto di "economia dei disastri". Quella che da una catastrofe possono scaturire grandi opportunità d'impresa  ◄ cliccare sul link ed ascoltare il contributo audio, prego.
La lettura del testo può essere rinforzata, ma non sostituita, dalla visione di questo documentario.





Fase seconda - l'antecedente

Visione del film "Diario del saccheggio" (2006) di Fernando Solanas. Il racconto degli anni di privatizzazione selvaggia e distruzione del ruolo dello stato in Argentina; dell'aggancio della moneta locale al dollaro (PAROLA CHIAVE: VINCOLO ESTERNO) fino al default del 2001 dopo il quale l'Argentina si è risollevata a prezzo di grandi sacrifici e cambiando completamente rotta economica.


"Ma noi non siamo l'Argentina!!" Urla e si dibatte il piddino immobilizzato, nonostante cominci a capire che i dolori di quel paese lontano gli ricordano eventi molto recenti e vicini a casa sua. 
Bene, è ora di far risuonare le note del dolce, dolce Ludovico Van  ◄ cliccare sul link ed ascoltare il contributo audio, prego, così soavemente simbolico del VINCOLO ESTERNO, pardon, sogno europeo. Urlerà un po', il piddino, ma è sempre per il suo bene.




Fase terza - l'illuminazione

Inizia la parte tosta del programma. Quella dove bisogna materialmente sturare i neuroni. Per i soggetti piddini, più che una tecnica di decondizionamento sarà un esorcismo. Molto doloroso.
Utilizzeremo per prima cosa le formule di questo manuale:


Indi si proseguirà con la lettura del "Il tramonto dell'euro" del medesimo autore, Alberto Bagnai (2012). Una rilettura, a seguito della prima, non guasta, soprattutto a chi è vergine in economia. Insomma, due botte ci vogliono.
Dopo la cura d'urto, come mantenimento, bisogna cominciare ad assumere regolarmente ogni giorno i contenuti dei seguenti blog:

Avvertenza: in questa fase di assunzione di consapevolezza, la visione anche accidentale di Ballarò, Piazzapulita, Servizio Pubblico ed altre trasmissioni di Propaganda PUDE che raccontano invece una realtà opposta e funzionale al sistema euro, può causare accessi d'ira alternati a  momenti di sconforto. E' una reazione perfettamente normale ed attesa.



Fase quarta - la rivelazione

Avvertenza. La visione dei filmati della fase quattro può provocare nel soggetto decondizionando nausea e vomito. E' perfettamente normale e previsto. Preparate i secchi.

A questo punto, se siamo fortunati, il piddino comincia ad intuire qualcosa. Gli altri, i più svegli ed aperti mentalmente,  hanno capito, già probabilmente dalla fase due, che sono stati trascinati in una trappola senza uscita apparente e che i loro attuali disastri economici ed esistenziali sono causati dall'EURO.
Un VINCOLO ESTERNO, ricordate la fase due ◄ cliccare sul link ed ascoltare il contributo audio, prego, imposto da un'élite che ha scoperto che una nota e vecchia (1961) teoria neoclassica (AREA VALUTARIA OTTIMALE) che apparentemente illustrava come dovrebbe funzionare una moneta unica per il bene di tutti, del 99%, poteva essere applicata, rovesciandola, con la complicità fondamentale dei politici rappresentanti le classi lavoratrici, per fare il bene unicamente dell' 1%. Come viene descritto nell'articolo:



Vogliamo ora riascoltare, in religioso silenzio, la DICHIARAZIONE DI GUERRA?





Povero piddino, mutazione teratologica di quel pidiessino e poi diessino che aveva tanto creduto nell'Ulivo e nella gustosa prospettiva di un'Italia tutta prosperosa e dalle coscione burrose come la Bologna del dotto professor Prodi. Sentitelo nel 1998 come era contento del suo trappolone in itinere e come già ammetteva che, nell'unione, sarebbe stata la GERMANIA ad avvantaggiarsene). Birichino, biricò.


"Beh", accenna con un lamento il piddino, "alla luce dei recenti avvenimenti, il Professor Prodi avrà forse cambiato idea?" Oh, NEIN, meine kleine Schwantzstucken Kopf.
Ascoltatelo qui pontificare nel 2012 della supremazia germanica e della sua irreversibilità, con una povera studentessa greca. OHI! OHI! DIALOGOI.


"Maestraaa! Ma questo", alza il braccino il bimbetto dell'asilo, "non doveva fare l'interesse dell'Italia e non della Germania?"
Eh, cara voce dell'innocenza, vallo a spiegare ai piddini.

Se ancora qualche soggetto dovesse infine persistere nel negare che la politica attuale non rappresenti un disegno reazionario, con l'euro come suo malleus economicarum, che sta permettendo alla Germania di riaccarezzare sogni di grande Reich grazie al VINCOLISMO ed al MERCANTILISMO,  con noi a fare da servi sciocchi, ricordategli da chi è stato governato fino a pochi mesi fa. 
Dalla voce insinuante e dal serpentese di Romano Prodi all'eloquio metallico senz'anima di Mario Monti. Siamo alla fase finale:



Fase 5 - La confessione

Giunti a questo punto della terapia, le pubbliche ammissioni di colpa degli agenti del nostro disastro, simili alla sfida "prova a prendermi" che lanciano i peggiori serial killer inviando lettere con brandelli delle vittime ai giudici istruttori, ci aiutano nel compito di illuminare definitivamente il soggetto, dando ad egli la conferma ultima del tradimento subìto.
A questo punto, tutto torna:

Ricordate la fase 1, LA STORIA? Anche l'altra volta (anni '40) cominciò con la conquista della GRECIA:



Mi rendo conto che, come ultimo colpo di coda, nel piddino più riottoso potrebbe sorgere il dubbio:
"Ma ora c'è il PD al governo" [con il PDL, ma è un dettaglio, n.d.a.] "possiamo andare a RINEGOZIARE IN EUROPA".

Bene, come ultimo atto del processo di decondizionamento, ricordate al soggetto che l'attuale presidente del consiglio ha scritto per lui questo libercolo:


Non fateglielo nemmeno leggere. Sbatteteglielo proprio in faccia. Potrà conservarlo come attestato di partecipazione.

martedì 23 aprile 2013

Farsi belli col sol di luglio. Perché il partito antieuro tedesco non mi convince del tutto


Questo articolo del blog "Voci dalla Germania" , strumento assolutamente indispensabile per capire cosa accade relativamente ai fatti economici all'interno del core 'ngrato europeo, presenta le motivazioni ed illustra il programma del neo partito antieuro tedesco Alternative für Deutschland, fondato dall'economista amburghese Bernd Lucke appena il 14 aprile scorso (bel numero il 14, soprattutto pensando al mese di luglio).
C'è molta attesa per la prima prestazione elettorale in autunno di questa nuova entità politica che si presenta come fortemente critica delle politiche economiche della signora Merkel e di tutto l'impianto dell'eurozona. I sondaggi - da prendere sempre con il forcone - le attribuiscono un 17% di consensi come entry level. Staremo a vedere.
Intanto vediamo cosa si propongono di fare i suoi leader e se la loro ricetta antieuro potrebbe essere vantaggiosa anche per noi o si tratta di una mezza sòla come certi prodotti tedeschi made in China.

Nel programma elettorale di AfD si legge:
"Chiediamo uno scioglimento ordinato della zona Euro. La Germania non ha bisogno dell'Euro. Altri paesi sono stati invece danneggiati dalla moneta unica."  [articolo citato]
Sullo scioglimento ordinato e sul fatto che l'euro abbia danneggiato altri paesi non ci piove. E' sul fatto che "la Germania non ha bisogno dell'euro" che nascono le prime perplessità.



La Germania ha avuto bisogno eccome dell'euro, come ammette perfino Romano Prodi in questo ormai famosissimo video.
Vi ricordate la Germania malata d'Europa nel post guerra fredda che, porella, non riusciva ad accumulare surplus? Senza nulla togliere all'operosità, serietà e produttività teutoniche, nel grafico qui sopra si vede chiaramente che, dall'introduzione dell'euro, la Germania dal 2003 al 2008  è cresciuta costantemente di più dell'Italia ed ha potuto riprenderci molto meglio dopo lo shock esterno finanziario del 2008 che ha provocato l'attuale crisi economica.
Guardiamo i livelli di produttività del 1994 per entrambi i paesi, che grosso modo si equivalgono. Ad oggi quello della Germania è aumentato considerevolmente, mentre noi siamo ritornati alla casella di partenza del 1992. Con l'aggravante che tutto ciò che avevamo costruito in vent'anni, nonostante la casta, la cricca, la corruzione e le mafie, che non ci avevano impedito comunque di arrivare ad essere la quinta potenza economica mondiale, è stato distrutto. Vent'anni sprecati e regalati alla concorrenza senza neppure un grazie in cambio.
Perché l'euro, pensato più come supermarco che come vera moneta unica europea, ha creato uno squilibrio tra il centro e la periferia meridionale (come era stato ampiamente previsto) ed ha imposto il principio della concorrenza che, se nel libero mercato tra aziende porta vantaggi, tra paesi legati ad un vincolo di cambio provoca solo miseria, distruzione e morte per i più deboli e un vantaggio drogato per i più forti. Non solo, ma la Germania si è avvantaggiata anche grazie a deroghe ai trattati europei in barba agli altri soci, come ricorda Antonio Maria Rinaldi:
"Pochi sanno che nello stesso Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio del 1992, vi erano previsti per vent’anni, ma ancora inspiegabilmente non abrogati, aiuti statali in deroga ad appannaggio dei territori ex DDR! Aiuti che non sono stati mai previsti o concessi dalla Commissione Europea neanche a favore delle aree più depresse dell’Unione Europea e che continuano a favorire oltremodo la competitività delle aziende tedesche specialmente nei confronti delle nostre, uniche in grado di contrastarle sul piano tecnologico."
Insomma, la Germania deve ringraziare l'euro con preci e ceri alla Madonna, altro che "non ne ha bisogno". Per giunta, l'euro diventato l'arma da usare contro paesi presunti alleati divenuti invece competitors ha prodotto un vantaggio che non è andato a favore del popolo tedesco ma dei soliti  Scheiße Kapitalisten, come dimostrano altri dati sempre più preoccupanti sull'impoverimento e l'aumento della diseguaglianza sociale in Germania.
E' stato proprio a causa di questo impoverimento, della solita privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite, con lo spauracchio di dover mantenere popolazioni straniere percepite dal tedesco medio sottoposto alla propaganda eurista come sfaccendate e mangiapane a ufo ed uniche responsabili delle loro miserie, che è alla fine nato un partito come Alternative für Deutschland. Altrimenti, se la crisi e l'ingiustizia sociale non fossero arrivati a toccare il Volk, mi verrebbe da dire che col cavolo qualcuno in Germania parlerebbe di uscire dall'euro.

Veniamo al punto che ancor meno mi persuade del programma di AfD. Cito sempre da "Voci dalla Germania":
"AfD chiede "la reintroduzione delle monete nazionali, oppure la creazione di unioni monetarie più piccole e più stabili". La reintroduzione del D-Mark non dovrebbe essere considerata un tabù.
Come dovrebbe realizzarsi la dissoluzione dell'Eurozona non è pero' scritto nel programma. Lucke  tuttavia ha spiegato in alcune interviste e negli articoli specialistici che pensa all'introduzione di alcune valute parallele. Nei paesi in crisi i governi ormai di fatto insolventi potrebbero introdurre una nuova valuta accanto all'Euro, ad esempio una nuova Drachma. La nuova moneta si svaluterebbe, semplificando l'adeguamento dei prezzi.  I vecchi contratti, i beni e le proprietà resterebbero denominati in Euro, in modo da evitare un bank-run e le conseguenti turbolenze, chiarisce Lucke. Dopo una prima fase di passaggio, i paesi avrebbero la possibilità di uscire definitivamente dall'Euro. Questo permetterebbe loro di ripartire, secondo Lucke, dopo essere rimasti intrappolati in una spirale di recessione e tagli. "[articolo citato]
Sulla reintroduzione del D-Mark siamo d'accordo, purché significhi: 1) l'uscita unilaterale della Germania dall'eurozona, con il cosiddetto piano Dscenario considerato tutto sommato meno traumatico per l'intera eurozona che l'uscita per disperazione di Grecia o Cipro o prossimamente di  Italia o Francia, non dovessero bastare per quest'ultima le concessioni della BCE a stampare moneta, a noi ovviamente negate. Oppure: 2) Un più conveniente liberi tutti. Eliminare l'euro completamente e ritornare ognuno alla propria moneta nazionale, applicando il principio della LEX MONETAE.
Questo parlare da parte di AfD di reintrodurre il marco oppure frammentare l'unione monetaria in altre più piccole, oppure, oppure, oltre al non parlare chiaramente del COME, dimostra un'indecisione che non convince ma che forse è motivata, diciamo meglio, condizionata, dall'indubbia situazione di vantaggio della Germania rispetto ai partners dell'eurozona rispetto all'euro.

Del resto, in questo articolo uscito su Le Monde nel 2011 (tradotto da Carmen Gallus di "Voci dall'estero", altra fonte inesauribile di informazione economica), un gruppo di economisti francesi, tra i quali Jacques Sapir, proponeva un progetto di uscita dall'euro molto interessante e più deciso, dal quale traggo tre passaggi significativi.

1) Nei singoli paesi dell’area saranno ricreate delle valute nazionali. Ciò avverrà scambiando un euro attuale contro un’unità della nuova moneta. Per i biglietti, occorrerà semplicemente un breve periodo di transizione, durante il quale sulle vecchie banconote – emesse da ciascuna banca nazionale, ora recanti un segno distintivo per paese (contrassegnate con “U” per la Francia) – sarà impresso un timbro, prima che venga stampata una quantità sufficiente di nuove banconote in vista dello scambio. Per le monete, lo scambio potrà essere fatto molto rapidamente, poiché hanno già una faccia nazionale.
2) Alla data di uscita dall’euro, i tassi di cambio delle nuove valute nazionali tra loro, saranno definiti di comune accordo, per ripristinare normali rapporti commerciali. Ecco l’unico modo valido per risolvere il problema principale, che è il debito estero netto. Si prenderà in considerazione l’aumento dei prezzi in ciascun paese dopo la creazione dell’euro, e la situazione del commercio estero. Le svalutazioni e le rivalutazioni necessarie saranno definite nei confronti di una unità di conto Europea, il cui valore internazionale sarà calcolato come media ponderata dei tassi di cambio delle valute nazionali, come è avvenuto per il vecchio écu.

3) All’interno di ogni paese rimarranno invariati, alla data dell’uscita, i prezzi di beni e servizi, nonché i valori delle attività e dei conti bancari. La scomparsa dell’euro farà sì che il debito pubblico di ciascuno Stato sia convertito nella moneta nazionale corrispondente, a prescindere dei creditori, con esclusione di coloro che detengono dei crediti commerciali. Al contrario, i debiti esteri di operatori privati, come i loro crediti commerciali esteri, saranno convertiti nell’unità di conto Europea. Sebbene questa soluzione favorisca i paesi forti e discrimini i paesi più deboli, è l’unica soluzione realistica per garantire la sostenibilità dei contratti precedenti. [fonte]

I francesi parlano di unità di conto europea, non di euro, riguardo al debito privato con l'estero. Non è una cosa da poco. Come abbiamo visto, questa unità di conto europea risulterebbe dalla media ponderata dei tassi di cambio delle nuove valute nazionali.
Lasciare invece il debito estero in Euro, ovvero con il vincolo del cambio fisso, come vuol fare, se non ho capito male AfD, fa venire il dubbio, se mi perdonate la volgarità, che i tedeschi vogliano fare i sodomiti con l'ECU degli altri ovvero, ancor più volgarmente, non vogliano rimetterci un centesimo.

L'impressione è che, in uno scenario di euro exit nel quale non sarebbe esclusa affatto per i  paesi membri l'ipotesi del default e della ristrutturazione dei debiti nazionali (un modo elegante per dire "non paghiamo"),  i tedeschi, anche quelli "buoni" di AfD, non vogliano comunque perdere il vantaggio che gli deriva dall'essere creditori dei paesi periferici.
Mi piace anche il fatto che, dopo questa "prima fase" de passaggio, ovvero dopo essere usciti ma anche no dall'eurozona e l'aver prima pagato i debiti contratti con il creditore tedesco in euro,  i paesi della periferia avrebbero la possibilità di uscire definitivamente. Un biglietto d'uscita da pagare, insomma. "Chi siete? Dove andate? Quanti siete? Due euro."
Grazie  Bernd, ma per allora, se avremo ancora a che fare con l'euro in qualunque modo, come direbbe Keynes, saremo tutti morti.

AfD inoltre vuole rinegoziare i trattati europei affinché venga contemplata la possibilità di uscita dalla moneta unica e la libera scelta della propria moneta da parte di ogni paese ma, guaglio', se usciamo tutti dall'euro, non facciamo prima? Tanto non è che ci ricaschiamo e che AfD creda molto nel sogno europeo, visto che afferma: "Respingiamo con decisione una Transferunion e uno stato centrale europeo". Ovvero i requisiti fondamentali di un'Area Valutaria Ottimale, unico modo per far funzionare senza troppi danni una moneta unica.

In conclusione. L'impressione che ho tratto da questo primo incontro con il programma di AfD, per quanto riguarda ciò che interessa anche noi italiani, in quanto periferia danneggiata dall'euro, è la seguente.
Sembra che questo nuovo partito non sappia ancora bene cosa vuole e paghi il limite del dover contenere i danni inevitabili al predominio tedesco nell'eurozona derivanti dalla rottura del giocattolo euro e il ridimensionamento forzoso del sogno tedesco di dominio, non più militare ma economico, e dall'altra giustificare comunque la necessità dell'uscita dall'euro. Dovrà lottare non solo contro il complesso industriale tedesco che non vorrà rinunciare ai vantaggi della moneta unica ma con un'opinione pubblica fortemente condizionata dal moralismo propagandistico sui mangiaspaghetti del sud che sarà indotta a pensare che uscire dall'euro è male e che la disuguaglianza e l'impoverimento non sono attribuibili all'euro ma a qualche "nemico" esterno. Non sarà facile. Auguri.




(P. S. Ho iniziato ad interessarmi di economia da quando l'economia ha cominciato ad interessarsi insistentemente a me. La mia analisi non è quindi esente da eventuali errori ed omissioni. Se sbalio mi corigerete. Senza tirare in ballo però carriole, cavallette e rate del mutuo che se no m'incazzo. L'antidoto alle eurominkiate, per chi ne ha bisogno, è qui. )

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