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giovedì 1 gennaio 2015

Eurocomunisti


Finalmente. Qualcuno doveva pur farlo e io volentieri rilancio, perché quale giorno migliore del primo dell'anno per gettare una bella secchiata di acqua gelida in faccia a chi ancora dorme dopo i bagordi del trentun dicembre, sognando naturalmente gli Stati Uniti d'Europa Che Non Ci Sono?
Occhio ragazzi che oggi tocchiamo un altare bello grosso, un altarone, altro che altarino. Lo faccio per ricordare che in fondo il nostro amatissimo quasi ex presidente, pet communist dei triocchiuti come Kissinger, non si è svegliato così improvvisamente una mattina e bella ciao, ma il suo pensiero risponde ad una logica precisa che incarna perfettamente la parabola del partito comunista italiano: dalle stalle alle stelle e per aspera ad Aspen. Quindi non bisogna nemmeno avercela tanto e solo con lui perché è sempre stato un comunista "di destra".

Scrive Alberto Bagnai, e cito per intero la pagina 227 di "L'Italia può farcela" (il Saggiatore, 2014)
"Di Berlinguer (Enrico) tutti ricordano la tragica fine, ma non tutti ricordano l'elogio dell'austerità, che nel 1977 vedeva come una "occasione per trasformare l'Italia". Un elogio che ovviamente va calato nel contesto, che noi vediamo col senno di poi, che andrebbe interpretato secondo la solita causa del de mortuis nihil nisi bonum, che forse era un tentativo, magari tatticamente corretto (ma comunicativamente e strategicamente coronato da insuccesso), di proporre un modello alternativo a quello capitalistico, ma che nei fatti, in parole povere, implicava una richiesta di moderazione salariale (seppure per nobili fini e come parte di un nobile disegno), proprio nell'anno di maggiore avanzata del PCI. Dall'anno successivo la quota salari sarebbe scesa, e tre anni dopo la crescita dei salari reali si sarebbe arrestata. I tanti tentativi di esegesi del famoso discorso dell'Eliseo (uno fra tutti: Ciofi, 2014) dovrebbero, per completezza di informazione, essere corredati dalla Figura 21 di questo libro [a pag. 142, ndr], così, tanto per capire di cosa si stia parlando. Alla frase "l'austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo" vorrei opporre la serena constatazione del fatto che, come stiamo vedendo in questo capitolo, il sistema, nella "crisi strutturale e di fondo" ci sarebbe entrato proprio grazie alla mistica dell'austerità, della moderazione, ovviamente quella dei poveracci come me e te, caro lettore, certo non quella  delle simpatiche élite. Di questa mistica Berlinguer e Monti - sia pure in modi, tempi e luoghi diversi (ma non troppo), e con intenti ancor più diversi - hanno oggettivamente contribuito a creare il frame, il meccanismo comunicativo che la rendette socialmente accettabile a chi poi ne è stato vittima. A posteriori, mi pare difficile  negare che il discorso di Berlinguer del 1977 sia il primo anello di una lunga catena in fondo alla quale troviamo l'ode a Monti liberatore, declamata in prima pagina dell'Unità il 13 novembre 2011. Liberi, ovviamente di pensarla in modo diverso: ma ricordatevi che l'elettore ex comunista medio ha acclamato il liberatore Monti perché lo trovava "presentabile" per il suo aspetto austero. Aveva un aspetto austero anche Berlinguer, o per lo meno così lo ricordo io."
Posso confermare. Dio solo sa quanto mi costi ammetterlo ma il frame funzionò perfettamente, in quel novembre 2011, anche sulla sottoscritta. Ricordo di aver pensato qualcosa come "almeno è arrivata una destra presentabile" o giù di lì, al posto di quella alla puttanesca del bieco utilizzatore finale di povere ragazze migranti che ci aveva fatto vergognare per tutta l'estate di fronte a questo ipertrofico Super-Io europeo giudicante che ridacchiava di noi. Per fortuna la concomitanza del caso Strauss-Kahn con quello di Ruby mi era parsa sospetta, Monti mi si rivelò ben presto losco e di lì a poco avrei fatto anche il salto quantico dal rag. Spinelli agli Spinelli padri fondatori ed al sogno-incubo europeo.  Ma questo non interessa a nessuno. Torniamo al brano citato.

L'austerità personale di Berlinguer, che anch'io ricordo bene e che era vista positivamente nell'ambiente altoborghese che frequentavo perché segno inequivocabile delle sue origini nobili e garanzia di serietà, di comunista accettabile insomma, finì per significare anche un'altra cosa e la morte da sacerdote laico offerto in sacrificio sull'altare della difesa del proletariato avrebbe aggiunto una componente mistica alla percezione, alla Gestalt: l'austerità incarnava la moralità della sinistra che, all'interno del frame della questione morale (in realtà, come vedremo, moralismo) stabiliva il principio del bravapersonismo  di default dell'uomo politico comunista, dalla variante "mi su de quei che parlen no" alla Primo Greganti, fino al postpepponismo emiliano variante Prodi, Bersani e Poletti. Uomini che il famoso elettore ex comunista medio pensa non farebbero male a una mosca e per le quali metterebbe altro che la mano sul fuoco. 
In questo senso Matteo Renzi, con la sua faccia da Lucignolo anche se con l'aria un po' bischera a diluirne omeopaticamente la birbantaggine, è già il superamento di questo frame, è il testimonial di una sinistra ormai passata del tutto al lato oscuro che può permettersi di cominciare a mostrare il suo vero volto, che è così ben rappresentato fin dagli anni duemila dal sorriso quasi da Joker di Gotham City di Tony Blair.

Diciamo che il "cambiare l'Italia" di Berlinguer potrebbe quindi non essere molto diverso da quello di Matteo Renzi, anche se quest'ultimo ha sicuramente meno signorilità nel porgere il concetto e allora l'odioso mantra delle riforme non era ancora stato implementato. 
Se ripensiamo al governo di unità nazionale del 1978, al quale il rapimento e l'assassinio di Moro sembrò opporsi con la violenza del terrorismo e su mandato di interessi atlantici, dobbiamo supporre in realtà che, proprio a causa di quel sacrificio umano, non fu altro che la madre di tutte le larghe intese e servì a cementare per sempre l'Italia nello schema del gioco democratico bipolare dell'alternanza tra un partito di destra e uno di estrema destra (cit. Gore Vidal). Quello si rappresentante gli interessi delle élite sovranazionali in marcia verso la vittoria dall'alto della lotta di classe.
Non a caso non vi fu mai più tanta risolutezza e decisionismo al potere come nei giorni del partito della fermezza, formato da Partito Comunista e Democrazia Cristiana. Non a caso chi si opponeva al sacrificio di Moro allora era solamente il Partito Socialista, ovvero la forza politica che sarebbe stata spazzata via, assieme ad una visione socialdemocratica e keynesiana dell'economia e progressivamente a pezzi sempre più importanti di sovranità politica, istituzionale e monetaria nazionale, dalla furia di Tangentopoli che spianava la strada al bipartitismo fasullo in appalto all'industria della politica spettacolo ed alle arti della propaganda. Propaganda che per i vent'anni successivi, grazie ad una vera e propria macchina da guerra mediatica, avrebbe imbastito la pantomima della finta lotta tra Berlusconi e i comunisti da una parte e le bravepersone contro Berlusconi dall'altra. L'anticomunismo in assenza di comunismo vs. l'antiberlusconismo rituale.

La datazione al radiocarbonio del tradimento della sinistra e del suo passaggio in blocco agli interessi delle élite, perché mi pare si possa dire sapessero bene cosa stavano facendo, ci porta quindi ai tempi della Terza Via ed all'inquietante, con il senno di poi, concetto di eurocomunismo?
Il fil rouge che Bagnai stende tra Berlinguer e Monti, pur facendo belare di dolore e rabbia, immagino, gli innocenti agnellini della sinistra dura e pura, sembra indicarlo. Io ho dubbi anche su Togliatti, per via di tutti quegli armadi della vergogna, ma visto che parliamo dei tempi più recenti che hanno condotto, per le decisioni che furono prese allora, dal "divorzio" e dalle privatizzazioni al vincolismo, fino al club privé BSDM dell'eurozona ed alla catastrofe attuale, possiamo fermarci agli anni settanta, che sono proprio l'inizio della sperimentazione mondiale di quella shock economy che è tutt'ora l'arma vincente dell'ultracapitalismo.
La pistola fumante del tradimento è l'accettazione fin dagli anni settanta del principio dell'austerità (da imporre alle classi subalterne, s'intende) che, al di là dell'impronta decrescitista malinconica berlingueriana, visto che è imposta dall'alto, non potrà che tradursi, nelle mani dei sicari del mercantilismo e dell'ultraliberismo, nella famosa durezza del vivere del genero di Spinelli: nella contrazione dei salari, nella rinuncia alla scala mobile ed al via libera alla precarizzazione del mercato del lavoro. Dalle varie riforme Treu al Jobs Act, che ormai non parla più nemmeno italiano, tanto per essere chiari chi comanderà a breve. Tutte riforme che sono state volute dalla sinistra e certamente non ostacolate dai sindacati, se non a parole e a colpi di torpedoni e bandiere rosse da portare a Roma.

"Se non puoi svalutare la moneta sei costretto a svalutare i salari". Qualcuno di loro comincia a svegliarsi nel mezzo della fase REM in preda all'incubo. Fassina, per esempio. Lui ha capito, ora si tratta di farlo capire al famoso elettore ex comunista. Al quale perfino la massoneria ormai va dicendo apertamente che "va imputato alla principale forza politica della sinistra italiana, prima di non essersi convertita per tempo al socialismo democratico e libertario [...] allorchè Berlinguer & Company continuarono a gingillarsi in fumose prospettive anticapitaliste, anticonsumiste ed eurocomuniste [...] poi di essersi frettolosamente e maggioritariamente convertita, nelle sue transizioni da Pci a Pds Ds e Pd a una visione del capitalismo sostanzialmente neoliberistica." (Magaldi, 2014).

Si potrebbe aggiungere inoltre che la questione morale, cavallo di battaglia dell'era berlingueriana, non a caso titolo di una celebre intervista di Ugenio nostro al Segretario, con la sua demonizzazione dei partiti e della politica e, in sottofondo, autorivendicazione pelosa di bravapersonismo contro la corruzione di altri, e con il penitenziagite guarda caso rivolto a coloro che difendevano il ruolo dello Stato come controllore e rappresentante dell'interesse collettivo contrapposto al proprio eccezionalismo, ha finito per condurci, ed in perfetto orario, all'attuale politica fatta da nominati ed alzamanos, sempre meno portatori di ideali e sempre più di interessi lobbistici. Appunto al Mario Monti in missione per conto di Goldman Sachs, per giunta latore delle missive con i compiti a casa di Maestra Angela Merkel ai piccoli discoli italiani.

De mortuis nihil nisi bonum si, ma quel che è giusto è giusto e che si sappia.

lunedì 7 luglio 2014

2014, anno I del ventennio renzista

foto da Dagospia
Il mio affezionato lettore Chinacat ha postato questo commento qualche giorno fa:

"Dato che anche io vivo circondato da piddini, credo sia utile (e sommamente divertente) sapere come mandare in tilt l'unico neurone sopravvissuto alla "piadaina".
Come fare impazzire un piddino. Istruzioni per l'uso:
A) chiedere al piddino cosa ne pensa del Senato NON elettivo;
B) attendere la risposta del piddino, il quale ovviamente giustificherà tale misura (ah, la casta-cricca-corruzione!)
C) fargli notare che tra averlo non elettivo e non averlo affatto non cambia poi molto;
D) il piddino a questo punto inizia a dare segni di disagio ma, granitico, continua a difendere la "riforma";
E) a questo punto è con le spalle al muro e gli si fa notare che già ben prima del PD a qualcuno era venuto in mente di togliere di mezzo il Senato;
F) ora il piddino è nella posizione giusta, detta altresì "mosca-sul-muro" ma ancora non intuisce il pericolo;
G) il colpo di grazia consiste nel fare leggere questo al piddino:

"Il programma fascista del 23 marzo 1919:

Di solito il piddino resta basito. Se poi siete davvero bastardi dentro (e io, modestamente, lo nacqui) potete fare notare al piddino che per avere un Senato elettivo, migliaia di italiani hanno dato la loro vita e che quindi, in sostanza, il PD fa oggi quello che il PNF fece tra il 1922 ed il 1925: togliere la libertà agli italiani."

Dal canto suo, l'altrettanto ottimo Zugzwuang aggiungeva:

"Chinacat, devi anche far leggere ai piddini, che sono intimamente fascisti a loro insaputa, l'appello del P.C.I. ai FRATELLI FASCISTI in camicia nera. Riporto un piccolo stralcio della lettera totalmente leggibile in internet: " I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori [...]"

Mi sono incuriosita assai perché il protoinciucione con i fascisti in effetti giuro mi era finora sfuggito, per dire quanto può essere sorprendente lo studio della storia se si ha la pazienza di andare oltre i testi scolastici e ringrazio i miei lettori per avermi permesso di colmare questa succulenta lacuna.  Sono andata quindi a leggere il testo di quell'appello.
Sulle prime uno dice: guarda! Guarda, guarda, guarda! Guarda, guarda, guarda, guarda, se non è il caro P.C.I., baluardo dell'antifascismo, e poi dell'antiberlusconismo, dell'antigrillismo e a Dio piacendo, non mettiamo limiti alla futura provvidenza, antichissacosaltroancora. 
Comunisti che vogliono allearsi con i fascisti? Nel 1935? Ma è proprio vero? Lo avete detto ai kompagni dei centri sociali che fanno dell'antifa e del bellaciao una questione di sopravvivenza, e magari anche a quei residuati del sessantotto per i quali lo scontro di piazza con il fascio era imprescindibile?

La storia di quella lettera-appello è qui e, come scrive  anche Michele Pistillo (il grassetto nel testo è mio):
"Questa iniziativa politica nasce ai primi del 1935. E’ del 25 marzo 1935 una lettera di Togliatti a Grieco, nella quale, tra l’altro, si afferma: “bisognerebbe dire qualcosa ai militi fascisti in generale. Ma qualcosa che essi capiscano, perché non dire ad esempio pressappoco così. E’ ora che vi convinciate che colla marcia su Roma non avete fatto nessuna rivoluzione, ma […] se volete fare una rivoluzione per davvero dovete unirvi con noi per farvi rispettare dai padroni, per cacciarli […].
E’ ora che vi convinciate che il bastone bisogna adoperarlo contro i padroni […] non contro gli operai che sono mal pagati. Solo con espressioni simili ci si può rivolgere efficacemente ai fascisti…2
Chi per primo solleva l’esigenza di un richiamo al programma fascista del 1919 è sempre Togliatti, secondo la testimonianza di Boni (Bibolotti)3: “Dobbiamo riuscire a riporre in movimento le grandi masse, lavorando nei sindacati fascisti e in tutte le organizzazioni fasciste e cattoliche, facendo valere fortemente le tradizioni nazionali progressive, liberali e democratiche del nostro popolo […] rivendicando e utilizzando politicamente il programma fascista del 1919”.
Già nel 1935, nell’Appello del C.C. del P.C.I., scritto da Togliatti, contro la guerra all’Abissinia, è delineata la linea della “riconciliazione nazionale” (l’Appello ha per titolo “Salviamo il nostro paese dalla catastrofe”)4. Si tratta di una politica ardita, che solleva dubbi e discussioni (Di Vittorio è contro l’entrata nei sindacati fascisti, ma poi converrà con gli altri sulla politica della “riconciliazione”). L’estensore dell’Appello non è il solo Grieco, anche se gli si assume tutte le responsabilità. L’Appello è scritto da Grieco, da Sereni, da Di Vittorio. Togliatti, che pure si era fatto promotore di questa linea, non partecipa alla sua stesura, e la sua firma apre il lungo elenco dei firmatari, con proprio nome e cognome."
Vi offro anche una gustosa discussione storico-esegetica con citazioni ed analisi delle motivazioni di quell'appello e della svolta "entrista" del partito di Togliatti. Nel testo dell'appello non mancano inquietanti parallelismi con la situazione attuale. A chi piacciono i corsi e ricorsi storici la lettura integrale offrirà orgasmi garantiti. Eccone un breve estratto:
"ITALIANI!
La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l'Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all'affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti.
Questo pugno di grandi capitalisti parassiti hanno fatto affari d'oro con la guerra abissina; ma adesso cacciano gli operai dalle fabbriche, vogliono far pagare al popolo italiano le spese della guerra e della colonizzazione, e minacciano di trascinarci in una guerra più grande.
Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute.
L'Italia può dar da mangiare a tutti i suoi figli."

Però, però, c'è un però. Miei cari commentatori attenti e colti, quell'appello bisogna appunto leggerlo e dice anche altro, oltre ad esaltare da parte comunista le radici sansepolcriste del fascismo del pur socialista Benito Mussolini che per noi figli degli opposti estremismi post-sessantottini suona logicamente come un bestemmione in chiesa. E' per questo retaggio di contrapposizione forzata che ci fa tanta impressione l'inciucio con il centrodestra degli ultimi governi post-golpisti perché siamo condizionati dal "con quelli mai" e dalla logica della spranga nel cervello.

In fondo quello di Togliatti e compagni era un richiamo alle comuni radici anticapitaliste che di fatto ancora oggi caratterizzano le ali estreme di destra e sinistra e che si traducono in una critica similare della globalizzazione ed dell'ultracapitalismo. Che poi l'estrema destra suoni più di sinistra dell'estrema sinistra, è un'altra questione.
Allora il PCI faceva ancora il partito di sinistra, quindi non mi scandalizzo affatto. Togliatti, visto che il capitalismo mondiale e la Germania nazista, espressione del complesso militare-industriale tedesco, stanno spingendo verso la guerra e i presupposti della catastrofe economica per il popolo ci sono tutti, cerca una sponda tra i fascisti "socialisti" per combattere il capitalismo e compiere la rivoluzione. La logica c'è ed è condivisibile perfino oggi.

Chiediamoci piuttosto cosa è successo dopo, perché qualcosa è sicuramente successo ed ha stravolto completamente i presupposti di quell'appello, visto che di anticapitalismo nel PCI, per non parlare delle sue successive metamorfosi sempre più scolorite, ne è rimasto ben poco, a parte forse solo la fissazione sulla patrimoniale che resiste all'usura dei secoli e che viene mantenuta perché funzionale alla vessazione delle classi medie invise anch'esse al potere reazionario.
Se stabiliamo infatti che un'alleanza infine sia idealmente nata da quell'appello, ma non tra le componenti socialiste ma tra quelle reazionarie dei rispettivi schieramenti, che per la componente di sinistra doveva comprendere  il ripudio della rivoluzione e della critica al capitalismo, tutto diventa più chiaro, anche l'attuale fascinazione di "sinistra" per la shock economy neoliberista reazionaria e il neofilogermanesimo di tanti volonterosi carnefici autoarruolatisi con il proprio tamburino nell'esercito del Quarto Reich, per non parlare del "tradimento" del sindacato.
La storia successiva, dal dopoguerra ai nostri giorni, se l'anticapitalismo non era più un principio fondante, come abbiamo visto, doveva essere dominata da un altro principio altrettanto forte, che non poteva essere trovato altro che nell'antifascismo.

Se i proletari di tutto il mondo non riuscirono ad unirsi, lo fecero i reazionari e l'anticomunismo da un lato e l'antifascismo dall'altro, servirono a corruttori (i fautori dell'ultracapitalismo) e corrotti (i loro collaborazionisti arruolati tra i politici più vicini ideologicamente alle classi subalterne) a disegnarsi un mondo a propria immagine e somiglianza, a spese del famoso 99%. Lo fecero mantenendo il popolo impegnato in una guerra ideologica che va dalla stagione degli opposti estremismi, con annessa strategia della tensione al compromesso storico; dall'antiberlusconismo rituale come copertura a vent'anni di complicità, come testimonia la famosa "confessione" in Parlamento di Violante ad infine la fascistizzazione attuale di tutti coloro che non si sottomettono al potere unico della democrazia totalitaria della quale scrive ora Travaglio, lasciando finalmente perdere i vizi privati di Berlusconi, per cominciare ad inquadrare il vero pericolo per l'Italia rappresentato dal renzismo. Ovvero, da quella smania del partito democratico di ottenere il potere più assoluto possibile e la sua conseguente allergia alla dissidenza ed all'opposizione che rappresentano forse la riscossione finale della vendita dell'anima, ceduta al Diavolo non in quel lontano 1935 ed ai fascisti ma allo stesso potere che corruppe anche il fascismo.

Dietro alla facciata di cartapesta della sacra rappresentazione della contrapposizione destra-sinistra non meraviglia che si siano potuti stilare patti-ricatto dei poteri forti ai dirigenti del PCI, i cui giovani virgulti di nomenklatura sarebbero stati cacciati dal comodo posto assicurato negli uffici studi delle banche, ai tempi del divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia nel 1981, se il PCI si fosse opposto, assieme ad alcune frange della DC, alla prevista cessione di sovranità monetaria, come pare testimoniato da una telefonata di allora tra Ciampi e Berlinguer citata in questo video da Nino Galloni. Oppure la successiva salvaguardia del Partito e del suo apparato dallo tsunami di Tangentopoli in cambio della partecipazione alla ventennale tragicommedia berlusconiana nel ruolo dello sparring partner di poteri anche innominabili mentre il paese veniva preparato per la spoliazione finale in nome e per conto di poteri finanziari ultranazionali.

Oggi forse ci vorrebbe un altro appello ai "fascisti", con più o meno le stesse motivazioni, per opporsi tutti assieme alla forma più maligna di capitalismo ed alla morte per cachessia economica del nostro paese. Il problema è che da una parte almeno non c'è nessuno. Sono tutti morti assieme al comunismo o sono in banca.

venerdì 28 marzo 2014

L'incoscienza felice del Sig. Coriandoli


Hanno affidato il ministero del Lavoro al presidente dell'Alleanza delle Cooperative Italiane. Wow, si emoziona il piddino, ecco finalmente la sinistra al potere! E' vero, questa è la sinistra al potere ma non è quella che pensate, cioè è proprio quella. Confusi? Capisco.
Giuliano Poletti, l'esecutore materiale del BJobAct renziano con sottofondo della cavalcata delle Valchirie è apparatchik fino al midollo. E' uno nato dall'uovo del serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD  che ricorda quello che sbarra la strada a Pinocchio in uno dei passaggi più criptici e profetici del testo collodiano:
(cap. XX): "Aveva veduto un grosso serpente, disteso attraverso la strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntita, che gli fumava come la cappa di un camino. Impossibile immaginarsi la paura del burattino... Il serpente si rizzò all’improvviso, come una molla scattata e Pinocchio, nel girarsi indietro spaventato, inciampò e cadde a terra. E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria. Alla vista di quel burattino che sgambettava a capofitto con una velocità incredibile, il serpente fu preso da una tale convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine dallo sforzo del troppo ridere gli si strappò una vena sul petto e quella volta morì davvero."
Poletti fino all'altro giorno era appunto solo un bottegaio oscuro, poi ce l'hanno presentato sul canale ufficiale di regime della Repubblica di Salotto, quella Festa dell'Unità 24h24 che è La7, dall'appunto salottina Bi(ri)gnardi. 
Avevo le lacrime agli occhi. Sembrava uno scherzo, una parodia, una di quelle felici interpretazioni del comico Maurizio Ferrini sull'ultimo comunista. Un personaggio che si credeva estinto ormai da decenni ma che evidentemente esiste ancora o hanno rianimato mettendo assieme pezzi di cadavere del cattocomunismo da regione rossa. 
Dall'intervista barbarica è venuta fuori insomma la caricatura del compagno romagnolo con tutti i luoghi comuni incastrati perfettamente in un mosaico da far crepare di invidia Teodora di Bisanzio. Un personaggio leggendario, un supereroe provinciale ad usum piddini.

Che gioia, finalmente abbiamo conosciuto di persona il marito della Signora Coriandoli, quello del coniglio con le cozze. L'infanzia contadina a pompare l'acqua per le vacche. Il giro in bicicletta, sempre da bambino, a consegnare l'Unità e poi di corsa a servir messa. Le vacanze in campeggio a Pinarella. La golosa citazione dello gnocco fritto (che, diciamolo, è romagnolo come io sono Mick Jagger). Forse è mancata l'Orchestra Spettacolo Casadei ma il resto c'era tutto, proprio tutto. Giuro. Tutto, compresa una sensazione sconvolgente di inadeguatezza, di incoscienza felice, di turbopressapochismo provinciale. 

Quanto è innocuo e tenero un personaggione così, direte. Quanto sono al sicuro i nostri diritti di lavoratori in mano a cotanta grassa opulenza da tabaccaia felliniana. Quanto è rassicurante il clarinetto festoso con il profumo della piadina, dei cappelletti tirati a mano dalla sfoglina e la sana ebbrezza da sangiovese.
E' quello che pensano i bottegai oscuri, appunto. La tecnica acchiappapiddini del compagno bonaccione, del Don Camillopeppone che fa nostalgia e rassicura come l'orsacchiotto nel lettino. 

Casualmente a costui è stata affidata, come accennavo all'inizio, la riforma ordoliberista del mercato del lavoro. Quella che in tedesco si dice Hartz e che prevederà prima o poi, perché la Valchiria lo pretende e se non vi sarà un qualche imprevisto tale da evitare per botta di culo la catastrofe, l'attacco al cuore della base elettorale del PD, ovvero gli statali, gli umarells e le azdore, i finora protetti dall'ombrellone di partito, chiamati anche loro a contribuire al trionfo del sol dell'avvenire, oops!, al Triumph des Willens del nuovo ordine europeo made in Germany.

E' sempre valido ed in corso il dibattito filosofico sul dilemma se la sinistra si renda conto di dover prima o poi giungere al redde rationem con la sua base oppure agisca per assoluta incoscienza ed ignavia, così ben rappresentata dal paffuto ministro rossocooperativo e dai duri e puri che si fanno i sogni lucidi in compagnia delle vedove dei fautori della durezza del vivere e delocalizzando i leader dove il tallone di ferro dell'ordoliberismo ha pestato più duro. 
In ogni caso sarà interessante vedere come il serpentone riuscirà ad evitare di scoppiare dalle risate.

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