Finalmente. Qualcuno doveva pur farlo e io volentieri rilancio, perché quale giorno migliore del primo dell'anno per gettare una bella secchiata di acqua gelida in faccia a chi ancora dorme dopo i bagordi del trentun dicembre, sognando naturalmente gli Stati Uniti d'Europa Che Non Ci Sono?
Occhio ragazzi che oggi tocchiamo un altare bello grosso, un altarone, altro che altarino. Lo faccio per ricordare che in fondo il nostro amatissimo quasi ex presidente, pet communist dei triocchiuti come Kissinger, non si è svegliato così improvvisamente una mattina e bella ciao, ma il suo pensiero risponde ad una logica precisa che incarna perfettamente la parabola del partito comunista italiano: dalle stalle alle stelle e per aspera ad Aspen. Quindi non bisogna nemmeno avercela tanto e solo con lui perché è sempre stato un comunista "di destra".
Scrive Alberto Bagnai, e cito per intero la pagina 227 di "L'Italia può farcela" (il Saggiatore, 2014):
"Di Berlinguer (Enrico) tutti ricordano la tragica fine, ma non tutti ricordano l'elogio dell'austerità, che nel 1977 vedeva come una "occasione per trasformare l'Italia". Un elogio che ovviamente va calato nel contesto, che noi vediamo col senno di poi, che andrebbe interpretato secondo la solita causa del de mortuis nihil nisi bonum, che forse era un tentativo, magari tatticamente corretto (ma comunicativamente e strategicamente coronato da insuccesso), di proporre un modello alternativo a quello capitalistico, ma che nei fatti, in parole povere, implicava una richiesta di moderazione salariale (seppure per nobili fini e come parte di un nobile disegno), proprio nell'anno di maggiore avanzata del PCI. Dall'anno successivo la quota salari sarebbe scesa, e tre anni dopo la crescita dei salari reali si sarebbe arrestata. I tanti tentativi di esegesi del famoso discorso dell'Eliseo (uno fra tutti: Ciofi, 2014) dovrebbero, per completezza di informazione, essere corredati dalla Figura 21 di questo libro [a pag. 142, ndr], così, tanto per capire di cosa si stia parlando. Alla frase "l'austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo" vorrei opporre la serena constatazione del fatto che, come stiamo vedendo in questo capitolo, il sistema, nella "crisi strutturale e di fondo" ci sarebbe entrato proprio grazie alla mistica dell'austerità, della moderazione, ovviamente quella dei poveracci come me e te, caro lettore, certo non quella delle simpatiche élite. Di questa mistica Berlinguer e Monti - sia pure in modi, tempi e luoghi diversi (ma non troppo), e con intenti ancor più diversi - hanno oggettivamente contribuito a creare il frame, il meccanismo comunicativo che la rendette socialmente accettabile a chi poi ne è stato vittima. A posteriori, mi pare difficile negare che il discorso di Berlinguer del 1977 sia il primo anello di una lunga catena in fondo alla quale troviamo l'ode a Monti liberatore, declamata in prima pagina dell'Unità il 13 novembre 2011. Liberi, ovviamente di pensarla in modo diverso: ma ricordatevi che l'elettore ex comunista medio ha acclamato il liberatore Monti perché lo trovava "presentabile" per il suo aspetto austero. Aveva un aspetto austero anche Berlinguer, o per lo meno così lo ricordo io."
Posso confermare. Dio solo sa quanto mi costi ammetterlo ma il frame funzionò perfettamente, in quel novembre 2011, anche sulla sottoscritta. Ricordo di aver pensato qualcosa come "almeno è arrivata una destra presentabile" o giù di lì, al posto di quella alla puttanesca del bieco utilizzatore finale di povere ragazze migranti che ci aveva fatto vergognare per tutta l'estate di fronte a questo ipertrofico Super-Io europeo giudicante che ridacchiava di noi. Per fortuna la concomitanza del caso Strauss-Kahn con quello di Ruby mi era parsa sospetta, Monti mi si rivelò ben presto losco e di lì a poco avrei fatto anche il salto quantico dal rag. Spinelli agli Spinelli padri fondatori ed al sogno-incubo europeo. Ma questo non interessa a nessuno. Torniamo al brano citato.
L'austerità personale di Berlinguer, che anch'io ricordo bene e che era vista positivamente nell'ambiente altoborghese che frequentavo perché segno inequivocabile delle sue origini nobili e garanzia di serietà, di comunista accettabile insomma, finì per significare anche un'altra cosa e la morte da sacerdote laico offerto in sacrificio sull'altare della difesa del proletariato avrebbe aggiunto una componente mistica alla percezione, alla Gestalt: l'austerità incarnava la moralità della sinistra che, all'interno del frame della questione morale (in realtà, come vedremo, moralismo) stabiliva il principio del bravapersonismo di default dell'uomo politico comunista, dalla variante "mi su de quei che parlen no" alla Primo Greganti, fino al postpepponismo emiliano variante Prodi, Bersani e Poletti. Uomini che il famoso elettore ex comunista medio pensa non farebbero male a una mosca e per le quali metterebbe altro che la mano sul fuoco.
In questo senso Matteo Renzi, con la sua faccia da Lucignolo anche se con l'aria un po' bischera a diluirne omeopaticamente la birbantaggine, è già il superamento di questo frame, è il testimonial di una sinistra ormai passata del tutto al lato oscuro che può permettersi di cominciare a mostrare il suo vero volto, che è così ben rappresentato fin dagli anni duemila dal sorriso quasi da Joker di Gotham City di Tony Blair.
Diciamo che il "cambiare l'Italia" di Berlinguer potrebbe quindi non essere molto diverso da quello di Matteo Renzi, anche se quest'ultimo ha sicuramente meno signorilità nel porgere il concetto e allora l'odioso mantra delle riforme non era ancora stato implementato.
Se ripensiamo al governo di unità nazionale del 1978, al quale il rapimento e l'assassinio di Moro sembrò opporsi con la violenza del terrorismo e su mandato di interessi atlantici, dobbiamo supporre in realtà che, proprio a causa di quel sacrificio umano, non fu altro che la madre di tutte le larghe intese e servì a cementare per sempre l'Italia nello schema del gioco democratico bipolare dell'alternanza tra un partito di destra e uno di estrema destra (cit. Gore Vidal). Quello si rappresentante gli interessi delle élite sovranazionali in marcia verso la vittoria dall'alto della lotta di classe.
Non a caso non vi fu mai più tanta risolutezza e decisionismo al potere come nei giorni del partito della fermezza, formato da Partito Comunista e Democrazia Cristiana. Non a caso chi si opponeva al sacrificio di Moro allora era solamente il Partito Socialista, ovvero la forza politica che sarebbe stata spazzata via, assieme ad una visione socialdemocratica e keynesiana dell'economia e progressivamente a pezzi sempre più importanti di sovranità politica, istituzionale e monetaria nazionale, dalla furia di Tangentopoli che spianava la strada al bipartitismo fasullo in appalto all'industria della politica spettacolo ed alle arti della propaganda. Propaganda che per i vent'anni successivi, grazie ad una vera e propria macchina da guerra mediatica, avrebbe imbastito la pantomima della finta lotta tra Berlusconi e i comunisti da una parte e le bravepersone contro Berlusconi dall'altra. L'anticomunismo in assenza di comunismo vs. l'antiberlusconismo rituale.
La datazione al radiocarbonio del tradimento della sinistra e del suo passaggio in blocco agli interessi delle élite, perché mi pare si possa dire sapessero bene cosa stavano facendo, ci porta quindi ai tempi della Terza Via ed all'inquietante, con il senno di poi, concetto di eurocomunismo?
Il fil rouge che Bagnai stende tra Berlinguer e Monti, pur facendo belare di dolore e rabbia, immagino, gli innocenti agnellini della sinistra dura e pura, sembra indicarlo. Io ho dubbi anche su Togliatti, per via di tutti quegli armadi della vergogna, ma visto che parliamo dei tempi più recenti che hanno condotto, per le decisioni che furono prese allora, dal "divorzio" e dalle privatizzazioni al vincolismo, fino al club privé BSDM dell'eurozona ed alla catastrofe attuale, possiamo fermarci agli anni settanta, che sono proprio l'inizio della sperimentazione mondiale di quella shock economy che è tutt'ora l'arma vincente dell'ultracapitalismo.
La pistola fumante del tradimento è l'accettazione fin dagli anni settanta del principio dell'austerità (da imporre alle classi subalterne, s'intende) che, al di là dell'impronta decrescitista malinconica berlingueriana, visto che è imposta dall'alto, non potrà che tradursi, nelle mani dei sicari del mercantilismo e dell'ultraliberismo, nella famosa durezza del vivere del genero di Spinelli: nella contrazione dei salari, nella rinuncia alla scala mobile ed al via libera alla precarizzazione del mercato del lavoro. Dalle varie riforme Treu al Jobs Act, che ormai non parla più nemmeno italiano, tanto per essere chiari chi comanderà a breve. Tutte riforme che sono state volute dalla sinistra e certamente non ostacolate dai sindacati, se non a parole e a colpi di torpedoni e bandiere rosse da portare a Roma.
"Se non puoi svalutare la moneta sei costretto a svalutare i salari". Qualcuno di loro comincia a svegliarsi nel mezzo della fase REM in preda all'incubo. Fassina, per esempio. Lui ha capito, ora si tratta di farlo capire al famoso elettore ex comunista. Al quale perfino la massoneria ormai va dicendo apertamente che "va imputato alla principale forza politica della sinistra italiana, prima di non essersi convertita per tempo al socialismo democratico e libertario [...] allorchè Berlinguer & Company continuarono a gingillarsi in fumose prospettive anticapitaliste, anticonsumiste ed eurocomuniste [...] poi di essersi frettolosamente e maggioritariamente convertita, nelle sue transizioni da Pci a Pds Ds e Pd a una visione del capitalismo sostanzialmente neoliberistica." (Magaldi, 2014).
Si potrebbe aggiungere inoltre che la questione morale, cavallo di battaglia dell'era berlingueriana, non a caso titolo di una celebre intervista di Ugenio nostro al Segretario, con la sua demonizzazione dei partiti e della politica e, in sottofondo, autorivendicazione pelosa di bravapersonismo contro la corruzione di altri, e con il penitenziagite guarda caso rivolto a coloro che difendevano il ruolo dello Stato come controllore e rappresentante dell'interesse collettivo contrapposto al proprio eccezionalismo, ha finito per condurci, ed in perfetto orario, all'attuale politica fatta da nominati ed alzamanos, sempre meno portatori di ideali e sempre più di interessi lobbistici. Appunto al Mario Monti in missione per conto di Goldman Sachs, per giunta latore delle missive con i compiti a casa di Maestra Angela Merkel ai piccoli discoli italiani.
De mortuis nihil nisi bonum si, ma quel che è giusto è giusto e che si sappia.