L’animalaccio che vedete nella foto qui a sinistra pare sia un vero coniglio di dimensioni orrende, allevato da un signore tedesco (parente di Mengele?) che non oso immaginare che cosa e quanto dia da mangiare alle povere bestie per farle diventare così.
E ce ne sarebbero altri al mondo, almeno secondo il sito che controlla le leggende metropolitane e la seriosa BBC (vedi foto sotto, minchia che zampe!).
Peggiore dell’incubo di Donnie Darko, questo coniglio gigante occhieggia oggi dalle pagine del Corriere della Serva in un articolo che spero sia solo una colossale bufala.
Secondo la serva e il suo corriere, il dittatore nordcoreano Kim Jong Il vorrebbe importare questa razza di coniglioni dalla Germania per allevarli in Corea e sfamare così i suoi sudditi oppressi da una cronica carestia.
Il giornalista solleva giustamente il problema di come sopperire al costo del mangime per l’ingrasso dei bestioni.
Già, sarebbero i coreani così coniglioni da coltivare quintali di insalata e carote per darle da mangiare agli animaloni pelosi? E siamo sicuri che sarebbe facile catturare e far fuori dei megaconigli che potrebbero anche aver sviluppato la perfidia e l’intelligenza di un Bugs Bunny?
Un altro motivo per non stare tranquilli è che i dittatori hanno idee stravaganti e assurde e che le dittature forniscono oppositori a vagonate. Sai che bei coniglioni grassi potrebbero venir fuori se a Kim venisse l’idea?
Sarà che oggi per disgrazia e combinazione ho cucinato e mangiato del coniglio arrosto, ma vi domando: mangereste voi cotale animalone, con contorno di patatine? Io no e più vedo certe foto e leggo certi articoli, più apprezzo una bella insalatona mista.
Non mangio cozze dal 1973, o giù di lì. Vi erano stati dei casi di colera a Genova, attribuiti al consumo di mitili pescati in acque inquinate. Proprio in piena crisi sanitaria fui invitata a pranzo da una compagna di scuola la cui madre, evidentemente all’oscuro dei fatti di cronaca, aveva preparato un menu quasi interamente a base di cozze: impepate, impanate e ripiene, in guazzetto. Una tragedia. Ne assaggiai una e poi svenni.
Da quel momento ho una vera e propria avversione per la nera conchiglia e il suo zozzo abitante, rinforzata anni fa in occasione di un mio ricovero per tossinfezione alimentare. Tra i compagni di sventura del reparto, come volevasi dimostrare, ve ne era uno che aveva mangiato cozze crude, ovvero una specie di kamikaze.
In realtà in questo post non volevo parlare di cozze, ma in generale dei mali della globalizzazione.
Fa parte del mio lato maniacale, ma di ogni prodotto che soppeso ed eventualmente acquisto al supermercato io controllo sempre il luogo di provenienza perché da quando il miele è argentino, il tonno keniota, i merluzzetti sudafricani e gli asparagi cinesi, il mio lato fobico si sente molto a disagio.
Una volta il massimo dell’esotico erano le prugne dalla California, ma tutto sommato stavi tranquillo, l'America è l'America e ti facevi anche un viaggio virtuale sulla mitica Route 66.
Di questi tempi il posto più vicino dal quale provengono le zucchine è il Marocco, una volta fornitore dei più esotici datteri.
Sono certa che il mio sia un orrendo pregiudizio vagamente razzista e che le condizioni igieniche nelle quali vengono preparati cotali prodotti di origine esotica siano meglio delle nostre ma tant'è, ognuno di noi ha avuto un amico che in viaggio di nozze in Messico ha avuto la cagarella... Mogli e buoi, nel senso di bistecche, dei paesi tuoi.
Per quanto riguarda i surgelati, leggere le etichette sta diventando più traumatizzante per me della lettura dei “bugiardini” dei farmaci.
Le vongole, ad esempio, che io mangio regolarmente non essendone stata traumatizzata da piccola, mi aspetterei che provenissero dall’Adriatico, ovvero da dietro l’angolo. Invece l’altro giorno ti leggo “pescate nel Mar Nero”. I gamberi? Dal Vietnam. Le odiate cozze? Thailandesi. Quegli invitanti preparati per lo spaghetto “allo scoglio”? Pescati nel Pacifico.
Cosa pensa a questo punto il mio lato fobico? Che nel Mar Nero ci sarà sicuramente della contaminazione radioattiva per qualche sottomarino russo difettoso, che in Vietnam hanno usato i defolianti come l’Agente Orange, che in Thailandia hanno avuto lo tsunami e le cozze si nutrono di ogni schifezza che finisce in mare compresi i cadaveri, e che se l’hanno veramente pescato vicino a Mururoa, il tuo “scoglio” si vedrà anche al buio.
No, scusate ma non fa per me. Rivoglio le mie vongole dall’Adriatico e la mozzarella di Aversa. Oppure mi rifugio nella polenta e capriolo. Sempre che il capriolo non venga dalla Mongolia e sia veramente capriolo e non… ma non voglio nemmeno pensarci.
Mel Gibson “l’enigmista” è tornato con “Apocalypto”, parlato in antica lingua Maya di Yucateco e interpretato da attori non professionisti.
Il ragazzaccio con il barbone vagamente marxiano, che nel primo “Mad Max” offriva al cattivone da lui imprigionato ad un camion in procinto di esplodere l’unica chance di autoamputarsi il braccio o una gamba con una sega per liberarsi (ricorda niente?), colpisce ancora al basso ventre con un film-sanguinaccio dedicato alla dissoluzione violenta della civiltà Maya. Non guardate i Conquistadores perché per questa volta non hanno colpe, se non altro perchè al tempo in cui si svolge l'azione non erano ancora arrivati in America.
Dopo "La Passione di Cristo", con la flagellazione e crocifissione più iperrealistiche della storia del cinema, tali da far impallidire le corrispondenti scene de “L’ultima tentazione” di Scorsese, non certo un regista mammoletta, un altro film del sanguinario Mel offre lo spunto per un discorso sulla censura e sul divieto ai minori.
Da molte parti, guarda caso proprio a ridosso dell’uscita del film già preannunciata da molti mesi, si invoca il divieto ai minori della emorragica pellicola, tecnica che da sempre sortisce l’effetto esattamente opposto di riempire le sale di persone morbosamente attratte ad arte dal brivido del “proibito”.
L’indispensabile Ciccio Rutelli si è distinto nell’appello alla tutela dei ragazzini da decapitazioni, torture e massacri vari ed eventuali.
Quelli stessi ragazzini che, in possesso di una qualunque tessera da videonoleggio, mentre il Moige dorme beato, adorano noleggiare lievi storielle come "Cannibal Holocaust", il filmaccio-cult anni 70 in odore di snuff che vanta innumerevoli tentativi di imitazione e la partecipazione memorabile di un grande attore come Luca Barbareschi.
E’ noto che i film horror sono amati soprattutto dai più giovani, che certi videogiochi sono quanto di più violento dopo la realtà si possa immaginare ma invece di sedersi e parlare e discutere con i propri figli su argomenti importanti come la violenza e la morte si preferisce che su tutto cali la premurosa mannaia della censura centralizzata.
Meno male che lo Stato da noi delegato alla nostra tutela si avvale della preziosa collaborazione di illustri esperti di cinema e psicologia. Tra gli “esperti di cultura cinematografica” nominati dall’ex Ministero del beni culturali del governo Berlusconi nella Commissione Censura e forse, temo, tuttora in carica, sfavillano nomi come quelli di Solvi Stubing, Clarissa Burt, Francesco Pionati e Debora Bergamini.
Possiamo dormire sonni tranquilli.
"Trois, deux, un, pfiuuuuu!" Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri, ve li ricordate?
Per chi ha superato la boa dei 40 sono nomi più noti di quanto lo siano Dolce e Gabbana per i ragazzini. Erano i mitici giudici “sfizzeri” di “Giochi senza frontiere - Jeux sans frontieres”, la trasmissione allo stesso tempo più idiota e più (ri)educativa in senso europeista della televisione. Presenti sin dalla prima edizione del 1965 fino agli anni ottanta, i Collina del fil rouge con il conto eternamente in sospeso con l’Italia, da vere icone trash possono vantare anche una partecipazione straordinaria nell’album di Elio “Eat the phikis”.
La notizia di attualità che ha stimolato il ricordo dei faccioni rubizzi dei due eroi del fischietto è che “Giochi senza frontiere”, apparentemente morto nel 1999 per eccesso di costi e carenza di ascolti, ritorna nel 2007, anche se non si sa ancora se l’Italia vi parteciperà. Per il momento hanno aderito Belgio, Croazia, Spagna, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo, Svizzera e Slovenia. Nicchiano, oltre all’Italia, Francia e Germania.
“Giochi senza frontiere” era una versione kitch e multilingue della sagra paesana. Era il trionfo dell’albero della cuccagna e della pentolaccia nello splendore dell’Eurovisione. Il momento di gloria per le tante cittadine di provincia che sguinzagliavano per l’occasione tutte le glorie sportive locali.
Nati nel 1965 da un’idea del generale De Gaulle per promuovere la fratellanza europea ('tacci sua), i giochi hanno accompagnato le nostre estati per 30 anni, costando l’equivalente odierno di 750.000,00 euro a puntata e raccogliendo 5 miliardi di telespettatori. Alla faccia!
Chi non ricorda la prova suprema, il “Fil Rouge”, questo filo rosso che in tempi di guerra fredda faceva ancora sussultare come qualcosa di vagamente minaccioso? E le prove da superare, ve le ricordate? Sembravano pensate da una mente malata, se non altro per l’astrusità delle situazioni create, ma erano caratterizzate in fondo dall’assoluta mancanza di cattiveria e di sadismo, nonostante a noi spettatori sembrassero quasi insormontabili da superare per i meschini concorrenti. Più corsa nei sacchi che forche caudine, con un mare di gommapiuma a proteggere ossa e articolazioni.
Proprio per questo motivo mi viene un dubbio, circa la riesumazione di JSF. Si dice che oggi il telespettatore sia attratto da trasmissioni shock, estreme, ai limiti del tollerabile; si dice che godiamo a vedere dare di matto i naufraghi affamati nelle isole deserte o a vedere gente sepolta viva dentro una bara brulicante di scorpioni, con l’adrenalina che scorre a fiumi se scappano la litigata e magari le botte. Ha senso pensare che ci si possa ancora divertire con un grosso coniglione che corre dentro un sacco per raggiungere un trampolino dal quale dovrà lanciarsi per colpire un bersaglio con una mazza di cartapesta? Mah… forse ci sarebbe da augurarselo.
Io odio il Capodanno per molti motivi. Il primo perchè è una festa squallida infarcita di superstizione millenaristica, allegria forzata, angoscia per il futuro e senso di apocalisse imminente. “5, 4, 3, 2, 1, l’astronave si autoterminerà in 30 minuti e 20 secondi.”
Secondo, perché nessuno mai, a Capodanno, si prende la briga di sputtanare a reti unificate e in mondovisione tutte le previsioni mancate o sbagliate dagli astrologi. Quanti maghi hanno potuto dire il primo gennaio del 2002 che avevano previsto ciò che successe l’11 settembre 2001?
Terzo, perché non ho mai capito se Capodanno è il 31 dicembre o il 1 gennaio. E se dico Capodanno 2006 a che minchia di data mi riferisco?
Odio poi la retorica dell’anno vecchio che è solo da dimenticare e del nuovo che secondo gli ottimisti sarà migliore per forza e un annus ancora più horribilis per i pessimisti ad oltranza. Odio il messaggio cerchiobottista di fine d’anno del Presidente della Repubblica, chiunque egli sia, il concerto beldanubioblu di Capodanno che riduce la sublime cultura mitteleuropea alla polka e alla “Marcia di Radestky” con il battimani ritmato, alla faccia di Musil, Kraus, Beethoven, Mozart, Klimt, Schiele, Freud, Mahler...
Odio lo zampone con il grasso che non puoi buttare nello scarico del lavandino perché te lo intasa e ancor di più le lenticchie, che bisogna mangiare “perché portano soldi”. Odio tutto il ciarpame annesso e connesso alla più stupida festa dell’anno. Se ci pensiamo bene un anno che finisce è solo un calendario in più da buttare nella raccolta differenziata della carta.
Il 2006 in fondo non mi è sembrato più horribilis di altri. Le guerre purtroppo c’erano anche prima e quella del Libano è il riacutizzarsi di una vecchia infezione. Bush in compenso ha avuto una batosta elettorale e forse l’era neocon sta declinando. Il 2006 si è portato via, con le buone o con le cattive, molto cattive, dittatori come Pinochet, Milosevic e Saddam.
Purtroppo ci ha anche privato di vecchi e nuovi amici come Riccardo Pazzaglia e James Brown. A proposito di Brown, dal punto di vista cinematografico è stato l’anno del “Codice da Vinci” e qui stendiamo il classico velo. Io personalmente nel 2006 ho scoperto il mondo del blogging e ho smesso di fumare, due cose che mi hanno dato molta soddisfazione.
Sarò banale e forse superficiale, ma da sportiva non posso dimenticare che questo è stato l’anno che ha tinto di azzurro il cielo di Berlino. Già, vallo a dire ai francesi! Siamo Campioni del Mondo, perbacco, e lo dico senza ironia. Quella sera passata a sventolare il megabandierone tricolore sul ponte vicino a casa non me la dimenticherò mai.
E’ stato l’anno del telefono, delle intercettazioni, dei re mancati sporcaccioni e degli scandali, ma chi se li ricorda più? Il centrosinistra ha vinto le elezioni da quasi otto mesi ma nell’informazione è cambiato ben poco, non parliamo del conflitto di interessi. Certo, è tornato Santoro, Travaglio è dappertutto e forse Biagi lo stanno liberando dall’ibernazione come Han Solo nel secondo capitolo di Guerre Stellari (che adesso è diventato il quinto).
Non siamo stati appestati da influenze aviarie, bovine ed equine. Forse si sono stancati anche loro di cacciare balle sesquipedali sui virus più micidiali della Spagnola in arrivo. Per ora fanno più danno dialers, troiani e lo spam informatico.
Cosa mi aspetto personalmente dal 2007? Che dia salute ai miei famigliari e mi conservi il lavoro che ho tanto faticosamente ritrovato nei mesi scorsi. Per il resto che sia clemente ma non mastella. A tutti gli altri e al mondo auguro meno guerre e meno odio possibile, anche se sarà dura. A voi amici, tutto ciò che desiderate più un bonus per tanti sogni da avverare.
E adesso bando alle superstizioni e alle pugnette di Capodanno e dintorni. Abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene. Buon 2007!!