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lunedì 14 luglio 2014

La crociata di luglio del duemilauno. Intervista eretica a Giovanni Polli sul G8 di Genova


Anche quest'anno nel mese di luglio si riapre la ferita di Genova e di quel famigerato G8 che, anno dopo anno, ci ricorda che da allora tutto è cambiato e che il mondo che è derivato, direttamente o indirettamente, da quella battaglia così anti-moderna perché combattuta corpo a corpo, non è per niente bello e non promette niente di buono per il futuro.
Giorni fa ho riparlato di quell'estate violenta del 2001 con un amico, Giovanni Polli, che mi diceva di aver vissuto in prima persona, da diretto testimone, in quanto giornalista inviato, quelle giornate e di averne da raccontare una storia diversa da quelle ufficiali dei media mainstream e di quelli indipendenti.
Ecco quindi il suo racconto di quel maledetto G8, che potrà suonare francamente eretico a chi si è nutrito finora unicamente delle versioni che si limitano a demonizzare acriticamente e faziosamente i rispettivi avversari ideologici e ad imputarne la violenza ad un oramai poco sostenibile principio di casualità e spontaneismo.
A tredici anni di distanza credo si possa e si debba andare oltre la propaganda di guerra – perché di guerra si trattò - per entrare nella disamina storica e non manichea degli eventi, senza paura di dover eventualmente rivedere alcune delle proprie convinzioni su chi fossero i buoni e chi i cattivi, per scoprire magari che entrambe le parti in causa furono coinvolte in un gioco, un battle royale di cui persero presto il controllo.
Continuare a capire il perché di quella tragedia è fondamentale. Noi proviamo a farlo con questa intervista. Buona lettura.

"Intervista a Giovanni Polli sul G8 di Genova 2001"

Giovanni, tu a Genova c'eri come giornalista incaricato di documentare quelle giornate. Vuoi raccontarci cosa hai visto?

Per un giornalista schierato idealmente ma non dichiaratamente “embedded” con una delle due parti in causa, come mi sono posto io in quella occasione, gli eventi legati al G8 di Genova sono stati una vera e propria sfida. Osservare senza preconcetti ideologici come nasce, si sviluppa e arriva a conclusione una pianificata e violentissima “guerra” di strada è stata una palestra importantissima in cui poter esercitare lo spirito critico, avendo a cuore un’informazione eretica e al di là dei partiti presi. Ho usato la parola “guerra” non a caso. Perché era quella usata, del tutto irresponsabilmente, dal leader delle allora tute bianche Casarini nella sua famosa “Dichiarazione di guerra” alla zona rossa, l’area di Genova proibita che le manifestazioni “no global” non avrebbero mai potuto per nessun motivo toccare. 
Ho visto tantissimi manifestanti con intenzioni pacifiche non rendersi conto che, seguendo certi leader e certe parole d’ordine, sarebbero andati al massacro di se stessi e delle loro sacrosante ragioni ideali. Ho visto poi una vastissima area grigia di manifestanti non dichiaratamente violenti, ma che non attendevano altro che qualcuno desse il la per iniziare a menare le mani e a sfasciare tutto, vetrine, teste ed ogni cosa capitasse a tiro, con una rabbia piuttosto cieca e demenziale. 
Ho visto forze dell’ordine, nei primi momenti, impreparate ad una violenza che era comunque nell’aria. Impossibile non ricordarsi immediatamente della lezione di Pasolini a Valle Giulia. Il giorno prima dei fatti di Piazza Alimonda ho visto passare sotto i miei occhi, negli scontri, un giovane carabiniere portato via con un enorme squarcio alla testa, proprio vicino al loro mezzo dato alle fiamme, quello che si è visto in tutte le riprese. E ho pensato, dopo la morte di Giuliani, che il fatto che fosse morto un manifestante e non uno “sbirro” sia stato puramente casuale. 

Stai forse dicendo che finora in questi anni ci siamo focalizzati sulle brutalità poliziesche e molto meno sulle violenze della controparte, cioè della parte organizzata dei manifestanti?

Sarebbe utile ripensare tutto, di quei giorni. Purtroppo circolano ancora sempre e solo le due versioni ufficiali e ideologiche. Versioni di comodo. Che si sia trattato di una macelleria messicana per i manifestanti, e in effetti la reazione pianificata a tavolino alla Diaz non è stata certo una bella pagina di Storia, o che si sia trattato di una questione di ordine pubblico dall’altra. Torti e ragioni sono certamente da rileggere, e l’imbarazzo continuo dei leader della contestazione no global di quei giorni non viene cancellato dal tentativo di agiografia del presunto eroe caduto dalla loro parte. Un po’ di rottami ideologici di due decenni prima affidati alle armate Brancaleone dei centri sociali sono purtroppo riusciti a trasformare le profonde ragioni politiche della contestazione al G8 ed alla globalizzazione in torti altrettanto profondi. Non è un caso se da quel momento il movimento “no global”, che due anni prima a Seattle era veramente uscito come vincitore morale e politico, è stato definitivamente sconfitto. A chi ha giovato la violenza programmata, pianificata e dichiarata dei contestatori? In quei momenti pensavo: “Accidenti, ma se queste migliaia e migliaia di persone anziché ingaggiare una guerriglia assurda sfilassero gandhianamente in rigoroso silenzio a mani alzate, farebbero molto, molto più rumore ed avrebbero già vinto”. E invece hanno perso, ed abbiamo perso tutti. Giuliani, anche la vita.

Il g8 di Genova è uno degli eventi piú documentati della storia recente. Esistono migliaia di ore di filmati, soprattutto di controinformazione, atte a documentare la repressione poliziesca ma, da ciò che adesso mi racconti, mi accorgo che manca effettivamente quasi del tutto la registrazione della violenza della controparte. È una cosa voluta?

Secondo me sì. Voluta da tutti. Quello che è andato in scena in quei giorni è stato un drammatico, anzi tragico, teatro di massa. Il fatto è che la stragrande maggioranza degli attori erano semplici comparse e non lo sapevano. Credo che l'identità della vittima, un manifestante e non un poliziotto o un carabiniere, sia stata poi determinante perché si siano lasciate le cose, dal punto di vista dell'"informazione", così come sono state lasciate. So per certo, perché ho parlato con chi lavorava in questo senso, e perché è prassi normale durante tutte le manifestazioni, che vi sono anche ore e ore di filmati realizzati dalle forze dell'ordine con le violenze da parte dei manifestanti. E' tutto materiale che è stato perfettamente registrato. Che poi si sia scelto un basso profilo informativo e non si sia combattuta la guerra e controguerra dei filmati è naturale. Da parte di chi avrebbe dovuto gestire l'ordine pubblico, e da parte dello Stato che l'ha gestito a modo suo con le rappresaglie che sappiamo, era ed è del tutto inutile mettersi al livello della propaganda dell'altra parte in campo. Meglio il silenzio, decisamente. Diciamo così che, dopo la sconfitta politica delle ragioni dei "no global", e dopo quanto accaduto alla Diaz e a Bolzaneto, e con il processo (a mio avviso indegno) a Placanica, a che sarebbe servito buttare altra benzina sul fuoco? Il risultato sul campo è stato evidente, direi, al netto di tutte le lamentazioni.

Lo sai che stiamo dicendo che, per semplificare al massimo, una parte consistente dei manifestanti non era affatto innocente, come ha sempre raccontato la voce "indipendente"? Sento odore di rogo per entrambi noi...

La copertura “indipendente” si fa coincidere, di solito, con quella di area “no global”. Quindi di parte. Un paio di esempi simbolici ma concreti. Vero che Casarini aveva “dichiarato guerra”, ma il tentativo dei “no global” nel loro complesso era stato quello di accreditarsi come manifestanti pacifici. Vero, la gran parte di loro lo era. Ma una consistente, consistentissima area non lo era affatto. 
Qualche esempio? Ho chiacchierato tranquillamente, la sera del primo giorno di disordini, con un manifestante come tanti. Era greco, non aveva nemmeno l’aspetto del frequentatore tipico dei centri sociali Aria da bravo studente, mano nella mano con la sua ragazza. Gli chiedevo se ritenesse giusto mettere a ferro e fuoco una città, distruggere vetrine ed auto, alcune delle quali appartenenti tra l’altro agli stessi manifestanti. La sua risposta fu chiara: "dobbiamo distruggere il potere, è giusto sfasciare tutto. Dare fuoco a case e auto è il miglior modo per “fottere il potere”". Convinto lui. 
La sera poi del concerto di Manu Chao, dal palco lo speaker aveva esortato tutti a mettersi il casco, il giorno dopo, “perché nessuno si dovrà fare male. Almeno nessuno di noi”, aveva aggiunto ammiccando pesantemente. Nessuno racconta quindi, né ha mai raccontato, della precisa e dichiarata volontà di non essere poi così pacifici come hanno tentato di spacciarsi.
Nessuno ha mai ricordato abbastanza il nome del “locale” che Casarini gestiva al centro sociale Rivolta di Marghera, vale a dire l‘osteria “Allo sbirro morto”. Né si è raccontato a sufficienza che nel cortile della Diaz i manifestanti si allenavano agli scontri. In quei giorni ho cercato invano testimonianze giornalistiche che dessero conto anche di questi dati, ed anche dello stato d’animo delle forze dell’ordine, tutt’altro che preparate ad attacchi di quella violenza, e dopo tre giorni frustrate dai continui attacchi, di cariche e controcariche, botte date e botte prese. Nessuno ha raccontato che, nell’ultimo corteo, si tentò di deviare il flusso verso il quartier generale delle forze dell’Ordine sul lungo mare. Sarebbe stato un massacro. A prezzo di scontri furibondi, altre botte, incendi e devastazioni, e dell’uso di terribili lacrimogeni di tipo nuovo che ricordo benissimo anch’io per averne subito gli effetti micidiali, si riuscì ad evitare il peggio. Pensavo di trovare tutto questo in qualche resoconto. Ma purtroppo ho visto solo un grande vuoto.


Parliamo invece della copertura mainstream del G8.

Ho un ricordo personale. Una carica e contro-carica in cui io, insieme a Fabio Cavalera del "Corriere della Sera", ci siamo trovati esattamente in mezzo. E, proprio mentre stavamo correndo durante l'inseguimento non so se dei manifestanti verso i poliziotti o viceversa, lo stavo intervistando in diretta per la radio. Non vorrei compiacermi io, adesso, del lavoro che svolsi, ma il giornalismo vero, in quei momenti, avrebbe comportato il raccontare come ci stava solennemente pestando da entrambe le parti. In quei giorni mi sono mosso con grande libertà, e avevo l'accredito sia da una parte come dall'altra. Sono stato mezza giornata alla Diaz, a vedere quel che faceva il movimento, a parlare con i ragazzi, a fare un paio di domande anche ad Agnoletto, che mi pareva un personaggio del tutto inadeguato, ed è un eufemismo, a manovrare quella enorme polveriera. Non mi sono sentito affatto embedded, ma del tutto libero. Un altro ricordo: una collega è stata sfiorata da una enorme biglia di acciaio che arrivava, chiaramente, dai manifestanti. L'ha raccolta e se l'è tenuta per ricordo. Erano ben armati tutti. D'altra parte era stata o no dichiarata una guerra? Eppure la logica del giornalismo per partito preso è andata per la maggiore, e ancora - parlando di quei giorni - non sembra proprio che sia cambiata. D'altra parte questa è l'Italia, che non mi pare molto ben messa nella classifica della libertà di informazione, tra i Paesi occidentali.


Le violenze della polizia comunque innegabilmente ci furono e le più gravi furono compiute a freddo, al di fuori del teatro di scontro delle strade, a Bolzaneto e alla Diaz. Quale pensi sia stato il ruolo delle forze dell'ordine in quel contesto? C'era una regia dove la macelleria messicana era prevista o nella confusione e nel conflitto di poteri a qualcuno sfuggì di mano la situazione? 

Sinceramente non credo che vi fu una sola regia dietro le forze dell’ordine. Ho parlato molto anche con alcuni carabinieri e poliziotti. La loro rabbia e frustrazione nell’essere stati oggetto per tre giorni di fila, nella migliore delle ipotesi, di sputi e scherni continui, ma soprattutto di attacchi di una violenza esagerata da parte dei violenti armati di tutto, era davvero profonda. Per quello, guardandoli in viso, ho pensato molto alla lezione di Pasolini. 
La macelleria messicana della Diaz e di Bolzaneto è stata invece a mio avviso tutta un’altra cosa. Quelle operazioni, tra l’altro, furono condotte da reparti ben diversi da quelli in piazza in quei giorni. Qualcuno decise che, dopo tre giorni in cui le ragioni della contestazione erano già state distrutte di fronte all’opinione pubblica insieme alle case, ai negozi, alle auto e alla pace di Genova, ci si sarebbe potuti “togliere lo sfizio” di impartire una sorta di severa lezione definitiva al movimento “no global”. Un’azione sicuramente condannabile e condannata, e che sancì il definitivo trionfo dei poteri che oggi fanno di noi il bello e il cattivo tempo. Senza manganelli, oggi, ma con i colpi di Stato mascherati e la sottrazione definitiva della sovranità dei cittadini in favore di quella della grande finanza e dei grandi potentati internazionali.

La domanda, a questo punto, è quasi inutile ma te la pongo lo stesso. Perché, secondo te, il maggiore partito della sinistra allora (una delle incarnazioni del sempiterno serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD, per utilizzare la metafora di Costanzo Preve)  non partecipò ai cortei e non fornì neppure il suo celeberrimo servizio d'ordine a difesa dei manifestanti pacifici contro gli inevitabili provocatori previsti ed attesi in quelle giornate?

Diciamo che un servizio d’ordine serio non ci fu per nulla. Il maggior partito della sinistra di allora, che aveva voluto, organizzato, pianificato la riunione del G8 dopo essere stato il fedele cagnolino dei poteri che avevano voluto le bombe su Belgrado, come avrebbe potuto mostrarsi così incoerente di fronte ai grandi alleati del mondo? 
E a vergogna perenne dei celebrati leader “no global” è proprio il non aver capito, o aver fatto finta di non capire, che mettere in marcia migliaia e migliaia di persone in quelle condizioni sarebbe stato un suicidio. Soprattutto dopo averne aizzate le parti più esagitate con parole d’ordine che, se fossero state usate in altre situazioni da altri campi politici, avrebbero fatto gridare al ritorno dei nazisti. Evocare la guerra non è uno scherzo. Eppure hanno giocato con la benzina e i fiammiferi. E non ci hanno pensato due volte a mandare al massacro anche gente forse sprovveduta, che pensava di andare a fare una scampagnata, ma pacifica, inerme e, soprattutto, con tantissime ragioni ideali da dover difendere. 

Secondo la vecchia logica della "destra e sinistra", chi ha politicamente guadagnato di più dalle botte di Genova?  Vi erano stati disordini e repressione anche a Napoli pochi mesi prima, quando il governo era di centrosinistra.

A una domanda di questo genere posta nel 2014, quindi ragionando ex post, ti direi tranquillamente “tutte e due”. Perché destra e sinistra oggi sono soltanto parole che rappresentano etichette del secolo scorso. Già allora il G8 fu una sorta di prodotto di “larghe intese” non dichiarate, dal momento che il G8 fu preparato da D’Alema e gestito da Berlusconi. Lo stesso D’Alema che aveva dato il via alle bombe su Belgrado, soltanto tre anni prima, non era certo Alice nel Paese delle meraviglie. Non poteva non sapere che cosa avrebbe significato un’occasione del genere per gli sciagurati “antagonisti” che pensavano, nella migliore delle ipotesi e solo per essere buoni, di apparire come lo studente di fronte al carro armato in piazza Tien An Men. Ha senso davvero parlare di “sinistra o destra”? Ci hanno guadagnato davvero, e tantissimo, tutti gli artefici e i sostenitori della globalizzazione.


Ti sei fatto un'idea su chi fossero e da dove venissero i misteriosi black bloc che imperversarono pressoché indisturbati a Genova? Truppe mercenarie, come i gruppi di ultras calcistici arruolati perché buoni conoscitori del territorio - e vengono in mente i disordini in zona Marassi, attigua allo stadio - o partecipanti in buona fede alla chiamata alla crociata?

Avere le prove provate di chi siano veramente, che cosa rappresentino e per conto di chi agiscano i black bloc sarebbe come avere in mano il Sacro Graal. O i nomi dei mandanti delle stragi dei misteri italiani. Di fatto, non sono soltanto italiani, sono internazionali. Sono professionisti della guerriglia urbana, perfettamente addestrati a svolgere il loro compito, riuscendo senza alcuna fatica a tirarsi dietro quella che ho chiamato la "zona grigia" della protesta. Quelli, cioè, che a parole sono pacifici, ma si bardano e si abbigliano come se dovessero andare alla guerra. E infatti ci vanno, e quando qualcuno suona la carica diventano ottimi sprangatori pure loro. Ed è tutta manovalanza se si vuole anche in buona fede, ma a chi tiri la volata è evidente. E' evidente però che alla testa vi siano siano truppe mercenarie senza scrupoli e pronte all'uso, prescindendo dall'ideologia dichiarata. E' appena il caso di ricordare quello che è accaduto a Kiev pochissimi mesi fa, dove personaggi di questa stessa risma, ben sobillati e ben strutturati, hanno addirittura portato a termine un colpo di Stato. Guarda caso, a favore degli stessi poteri che a Genova si sarebbero voluti teoricamente contestare. Mi pare che chi voglia riflettere su questo lo possa fare... Non si tratta di dietrologie, ma di semplici ragionamenti logici.

C'è quindi un'altra storia del G8 di Genova ancora da raccontare? Riusciremo mai ad averne una storia veramente completa, chiara ed obiettiva?

Più che una storia ancora da raccontare, ci sarebbe una storia da interpretare. Per me vale il principio del “cui prodest?”, per cui tutto quel gran disastro pianificato in quel modo, da una parte come dall’altra, alla fine ha portato esattamente al risultato sperato. Dal potere, naturalmente. Come si può partire “armati” dell’intenzione di assaltare chi deve proteggere i “grandi” otto della terra, tra cui il presidente degli Stati Uniti, e pensare veramente di vincere uno scontro sul terreno? C’è un limite logico, in cui le velleità e le ingenuità non possono essere spiegate e spiegabili se non con una strategia che vada ben oltre le apparenze.

Pensi che il G8 di genova possa essere annoverato tra i misteri italiani?

Misteri italiani sì, perché prove non ce ne possono essere, e le verità giudiziarie sono – appunto – verità delle aule di quegli stessi tribunali che non hanno mai chiarito proprio un bel nulla a proposito dei veri mandanti dei “misteri”. Quello che si può fare, per avere un po’ di chiarezza, è ragionare per logica deduttiva e comparativa. Se poi qualcuno definisce la chiarezza di quel che è accaduto come “dietrologia” non ci si può fare niente. Ma, ragionando a contrario, torno a dire che il potere sperava che andasse a finire esattamente come è finita. E non sarebbe potuto finire diversamente. Il fatto che la vittima sia stata un manifestante anziché un carabiniere o un poliziotto non sposta assolutamente di una virgola il significato di quanto è accaduto. Anzi, se a morire fosse stato il carabiniere Placanica anziché Carlo Giuliani, il potere avrebbe avuto ancora più le sue “ragioni” a porre in essere la rappresaglia del tutto ignobile e fuori luogo che comunque ci fu alla Diaz e a Bolzaneto. E’ finita che chi le ha prese le ha prese, e la globalizzazione ha stravinto come previsto.  

Secondo te la critica alla globalizzazione ed al capitalismo assoluto è definitivamente morta sotto le mazzate del G8? Ricordo un certo compiacimento allora da parte dei TG, mascherato da un atteggiarsi a giornalismo verità all'americana, nel mostrare i pestaggi sui manifestanti inermi di corso Italia. Il messaggio "guardate cosa vi può succedere se vi ribellate" in effetti si è rivelato molto efficace, come prevenzione di future contestazioni. 

Il movimento cosiddetto “no global” sì. La critica definitivamente morta no, di certo ha subìto una sconfitta dalla quale si deve ancora rialzare. I resti dei “no global” sono definitivamente dispersi. Buona parte di quelle persone, più o meno in buona fede, sono “entrate in banca”, come si diceva una volta, appoggiando magari – penso in particolare all’ala cattolica dei manifestanti - la stessa “sinistra” oggi renziana, quindi portatrice degli stessi interessi che si pretendeva di contestare. I cosiddetti “centri sociali”, invece, da lì in poi si sarebbero dimostrati sempre più come semplici contenitori di cani da guardia del regime. Forse che hanno contestato qualcosa o qualcuno, dal momento del golpe Monti in poi? Forse che con l’introduzione dell’euro hanno organizzato qualcosa di evidente, di rilevante, di strategicamente sostenibile contro la globalizzazione? O forse non dovevano disturbare troppo il manovratore? Oggi soltanto una consapevole alleanza non ideologica contro la globalizzazione e il capitalismo finanziario può avere qualche speranza di mobilitazione. Le vecchie barricate, vere o finte che fossero, sono ormai sfondate.

Finora mi hai descritto il clima di quel G8 genovese come qualcosa di molto simile ad una guerra. Possiamo ipotizzare quindi in conclusione che in quei giorni il messaggio sia stato: "C'è da combattere il vostro nemico, scendete sul campo e lottate". Come per le crociate. E che il messaggio criptato che forse oggi riusciamo a decriptare meglio con il senno di poi, fosse "che noi ci spartiremo il bottino"?

Più o meno. Una recita, come ho già avuto modo di dire. D'altra parte occorreva assolutamente fare in modo, per i detentori del potere, che non si ripetesse lo smacco di Seattle. Lì, anche se pure c'erano stati scontri violenti, l'immagine dei contestatori del WTO era uscita molto più limpida e pulita di quella dei ricchi signori che si erano seduti a pianificare come si sarebbero spartiti il Pianeta. Occorreva quindi assolutamente ribaltare l'immagine degli attori in campo e far passare a tutti i costi i "no global" per quello che poi sono passati. Violenti, anarchici, distruttori, casseurs senza regole né remore, privi di una leadership credibile o di una strategia logica. Chi ha vinto lo sappiamo benissimo. Durante gli scontri dell'ultimo corteo vicino al lungomare, ricordo un manifestante, di quelli pacifici mandati al massacro, che telefonava piangendo un po' per i lacrimogeni un po' per la rabbia, e spiegava che quelli come lui erano stati fregati, e che lui non ci sarebbe cascato mai più, e che i leader giottini, con quel che avevano provocato o lasciato che accadesse, erano stati i primi alleati del potere. Se n'era accorto, un po' tardi ma se n'era accorto. Mi sorprendo sempre quando penso che c'è qualcuno che non se n'è accorto ancora oggi. Tredici anni dopo.


Giovanni Polli (Gioann March Pòlli) è giornalista e animatore culturale. Da sempre impegnato in particolare a favore dei diritti politici e culturali e linguistici dei popoli non riconosciuti e attento critico dei fenomeni legati alla globalizzazione. Dopo una prima gavetta giornalistica e radiofonica nel suo Piemonte, si sposta a Milano dove lavora tre anni presso l’Ufficio Stampa del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. Successivamente, nel 1997, inizia a lavorare nella redazione del quotidiano "La Padania", dove svolge tutt’ora la sua attività, dando vita contemporaneamente ad una trasmissione bisettimanale su Radio Padania, “Lingue & Dialetti”, dedicata ai diritti dei locutori di lingue locali, regionali o minoritarie. Nella sua attività su blog e nei social network si rivolge a chiunque, senza steccati ideologici o geografici, desideri confrontarsi intorno ad una visione profondamente eretica degli attuali assetti di potere, sia interni allo Stato italiano sia della geopolitica internazionale.

martedì 20 maggio 2014

Violeremo l'Eurozona rossa

I nemici del capitale vanno presi a calci in culo

Credo stia sfuggendo a molti un fatto di portata storica: per la prima volta la Sinistra che si presenta alle elezioni è finalmente unita attorno ad uno scopo comune: difendere l'euro ovvero, ma tu guarda la realtà romanzesca, l'estrema incarnazione dello sterco capitalistico del demonio al servizio della restaurazione reazionaria, come ammettono gli shockeconomisti nei peggiori bar di Chicago quando sono assolutamente sobri.
Ribadisco il semplice concetto chiave:

L'euro è lo strumento al servizio della restaurazione reazionaria.

Ora, se l'euro è strumento della reazione, di conseguenza dovrebbe essere il nemico numero uno della sinistra per come ce la ricordiamo. Invece no. Addirittura ne è divenuto il feticcio. Totem e tabù direbbe un sopravvalutatissimo psicoanalista viennese.
Non si salva nessuno, si è formato un Fronte unito che nemmeno per la Guerra Civile spagnola.
Che lo difendano è una cosa inaudita per chi segue la sinistra fin dai tempi dei brufoli ma gli attuali simpatizzanti ed elettori non paiono accorgersi dell'enormità, forse perché  hanno i cervellini rossi fritti persi in un limbo dal quale non riescono ad uscire e nel quale li ha spinti la fiducia cieca nel partito e nei compagni, oltre forse a qualche incantesimo della fata del dentino. 
L'eurocrazia insomma è riuscita a dare una mano di blu di prussia orostellato alle cinquanta sfumature di rosso del sangue dei lavoratori e a farle virare nel viola della vergogna.
E' vero, ci sono alcune emazie che sono rimaste escluse dalla competizione elettorale e che casualmente sono euroscettiche, come il Partito Comunista di Marco Rizzo e i vari Fronti Popolari di/della Giudea, ma me ne occuperò tra breve.
Tutti uniti quindi per l'Euro, con l'Euro e nell'Euro. Vediamo come.

Partendo dalla vostra destra, non c'è bisogno che ricordi le posizioni sull'euro di quella cosa chiamata PD, il fetusissimo serpentone metamorfico che incarna ormai a tal punto il lato oscuro che, nel prossimo capitolo della saga di "Guerre Stellari", Darth Vader scoprirà che l'anziano migliorista è suo padre. Loro sono l'avanguardia, Bischerino in testa, del PCI, il Partito Collaborazionista Italiano. Citiamo per onore al merito anche la Trimurtacci sindacale e i suoi volantini terroristici sulle conseguenze dell'uscita dall'euro, ad uso dei poveri pensionati. Confutatis maledictis.

Assieme al PD però c'è Sinistra, Ecologia e Libertà, con Madame Tojetequeicartelli che ci indica il nostro futuro stile di vita da migranti e Paravendola, che considera l'uscita dall'euro una sciagura ed esprime il concetto in puro serpentese sul giornale del #poverogramsci: «Sarebbe un tragico errore uscire dall'Euro. La predicazione populista che indica nell'euro il nemico, lo spauracchio, la ragione della nostra condizione di crisi è una predicazione che serve semplicemente a suggestionare e ad impedire di vedere il problema vero: alcuni in Italia, molto pochi, che hanno troppi euro. E troppi hanno pochi euro in tasca». Flammis acribus addictis.

I Verdi, lo sappiamo, votano per la Kellerina che ha paura che la Germania non possa vendere più i suoi prodotti perché senza l'euro diventerebbero carissimi e ai tedeschi crescerebbe la disoccupazione, meschini. Il verde, da colore della speranza è diventato quello della muffa. Lacrimosa dies illa.

Si ma, direte, c'è la Lista Tsipras, che include Partito dei Comunisti Italiani e Partito della Rifondazione Comunista, oltre a tutto l'intellettualume primavera-estate del #misinotasolosevototsipras. Quella che vuole cambiare l'Europa. Si, ma senza toccare l'euro; un po' come togliere la tovaglia a strappo senza far cadere i bicchieri. 
Ho già detto cosa penso del greco che persiste nell'ottusa e sociopatica difesa dell'arma di distruzione di massa del suo popolo nonostante ne abbia sotto gli occhi la tragedia ma ve lo faccio ascoltare, l'Alexis, così vi beate e non pensate che io abbia le traveggole:
"Se qualcuno decidesse di andare via dall'euro sarebbe la distruzione della moneta unica e nessuno lo vuole in Europa, vogliamo solo una moneta comune che sia di tutti i paesi. Dies Irae, dies illa.

Apro una brevissima parentesi. [Se vogliamo considerare il M5S di sinistra, genericamente parlando, nemmeno questo movimento è per l'uscita dall'euro, e Vespa ieri sera è stato molto abile a farlo ammettere a Grillo, oltre a far sembrare l'anziano comico un vecchio. Immagino i pensionati che votano PD perché dà loro sicurezza, rappresentando la conservazione, quanto si saranno incuriositi al discorso sulle stampanti 3D con le quali ti stampi tutto.] Chiusa parentesi. Non fiori ma opere di bene.

Se questo è il quadro delle posizioni sull'euro dei partiti di sinistra che partecipano alle elezioni europee, andiamo a dare un'occhiata agli antagonisti e a coloro che sono fuori dal Parlamento e dalla competizione elettorale europea, per vedere se magari qualcuno ha capito ma è troppo piccolo per contare qualcosa e i suoi belati non si sentono per motivi di amplificazione?
Forse tra i resti mortali dei no-global ci sarà qualche fuoco fatuo, qualche fiammella che illumina le coscienze sull' euro come strumento al servizio della restaurazione reazionaria?

Mi hanno segnalato questo intervento di Vittorio Agnoletto nel programma di Adriana Santacroce, "Linea d'Ombra". Claudio Borghi sta spiegando, con la santa pazienza che lo contraddistingue, di quanto eventualmente aumenterebbe per l'utente finale il costo alla pompa della benzina, uscendo dall'euro. Scoprire che  si tratterebbe solo di pochi centesimi, per giunta eliminabili con una rimodulazione delle accise, per Agnoletto è stato troppo. Guardate voi stessi la scena perché merita.


Altro giro, altro eroe di quei tristi giorni di Genova. Ieri sera c'era il solito talk show di regime su La7, una di quelle trasmissioni "for piddins only" che, se è la serata giusta, sembrano la cronaca di un trip collettivo dove compare Renzi circonfuso di luci psichedeliche e poi, dopo un po', sbarellano tutti, e chi osserva è tentato di chiamare il SERT perché vanno avanti per ore. Eppure chi le fa è convinto di fare informazione.
Tra la solita inutile e dannosa piddina, altri personaggi in cerca d'autore, il grillino da seviziare in diretta e il solito Cretinetti che auspicava un aumento dell'export italiano per uscire dalla crisi - come se le industrie lo facessero apposta a farsi strangolare da una moneta troppo forte - e si lamentava della lamentosità degli italiani, c'era Casarini, ricordate, quello che "violeremo la zona rossa". Ha fatto il numero di "quello più a sinistra di voi" ma niente. Nessun reminder a Cretinetti sul ruolo fondamentale dell'euro come impedimento all'export.


Toh, chi si rivede, il Servizio d'Ordine!
A proposito di G8 e di quando il serpentone di allora negò la protezione ai manifestanti pacifici (quelli pestati a sangue, non gli Agnoletti e i Capuleti) perché il partitone non volle sporcarsi il grembiulino protestando contro la globalizzazione. Guardate chi si rivede, il Servizio d'Ordine! 

Dicevo prima delle emazie. Dell'unica particella di sinistra che ha il coraggio di dirsi contro l'euro, Marco Rizzo.  Ascoltate bene come pensano tuttavia di opporsi al capitale ed alla globalizzazione. Sono immagini strazianti di come sono ridotti i comunisti in Italia.



Terribile. Ma ecco un'ultima vera chicca, un bijoux. Credevo fosse uno scherzo ma pare sia veramente il video per la campagna elettorale di Franco Arminio, candidato con il greco.




Dona eis requiem. Amen.

giovedì 18 luglio 2013

Nazionalismo, globalizzazione e i ministeri per le allodole


Mi rendo conto che questo post sarà una passeggiata su un campo minato ma, se mi date la manina buoni buoni, prometto di farvi arrivare dall'altra parte con tutte e quattro le zampette ancora attaccate al tronco.

Dunque, inizio del campo minato e primo ordigno, una mina antiministro. Ieri il politologo Giovanni Sartori ha scritto sul Corriere dei Piccioli che Kyenge e Boldrini sono "due raccomandate incompetenti, nullità della politica". Lasciamo perdere la sciocchezza che un'oculista non possa avere le competenze per guidare il ministero per l'integrazione e forse l'insinuazione della raccomandazione, che potrebbe essere estesa credo al 90% delle nomine governative di un sistema politico di alzamanos e camerieri, ma ciò che del discorso mi pare condivisibile, piaccia o no, è quando Sartori dice che l'integrazione non è lo ius soli e la concessione automatica a tutti della cittadinanza - come auspicano le due signore in oggetto - ma un processo lungo e complesso che richiede l'impegno di entrambe le parti ad accettare determinate condizioni legate a diritti e doveri di appartenenza. Come in un contratto matrimoniale, aggiungo io. Un processo che non può prescindere dal cambiamento volontario di mentalità, di abitudini, di comportamenti e di linguaggio. Insomma, non basta certo una firma su una carta bollata per diventare italiani, americani o circassi.

Sembrerebbe un concetto facile da capire ma, intanto, è esplosa a shrapnel l'indignazione per l'offesa del fu intellettuale di riferimento della sinistra ora neoeretico alle ministre (dddonne con tre di e per di più nera l'una e madonna femminista addolorata l'altra).
Tanto per rincarare la dose sartoriana, direi che sono ministre messe lì come scudi umani a difesa dell'ipocrisia di un governo al servizio, nel senso BDSM del termine,  del totalitarismo finanziario globale. 
Ministre per le allodole. Buone per pungolare i leghisti e reazionari boccaloni vari, farli vomitare qualche volgarità a comando ed occupare di conseguenza i media compiacenti per giorni e giorni, mentre nel frattempo i maschi (quelli che servono davvero, i maggiordomi inglesi) fanno passare le leggi vergogna e si comprano gli aeroplanini per baloccarvisi e giustificare le stecche.
Categoria, quella delle ministre per le allodole, alla quale apparteneva anche la ministra tedesca Josefa Idem, precocemente dimissionata per meriti di furbizia fiscale italica, e perfetto esempio quindi di quella integrazione comportamentale con il paese di destinazione che descrivevo prima.
E possiamo inserirvi perfino la vecchia radicale Bonino, piazzata agli esteri proprio nel momento in cui l'Italia veniva commissariata dal Kazakistan per conto dell'ENI e quindi sacrificata sull'altare della commedia satirica alla "Borat".
Possibile che nessuno, per chiudere l'argomento ministre del governo lettiera, si sia accorto che queste poverette - ma pur sempre ben più remunerate di tante lavoratrici comuni - e martiri del buonismo a schiuma frenata, vengono usate in funzione subdolamente misogina da un potere che, facendo finta di dare loro importanza, fa in tutti i modi per farne risaltare l'incompetenza, inadeguatezza ed ottusità ideologica? 

Seconda mina, e attenti che questa vi potrebbe ridurre ad un tronchetto. 
L'Europa dell'euro, la società multietnica a vento di culo libero, la cosiddetta accoglienza piagnona sono globalizzazione paludata da buoni propositi e mielosi sentimenti cristiani.
Voglio che sia chiara la mia posizione sull'argomento. Io odio e schifo la globalizzazione, che considero lo strumento con il quale il totalitarismo finanziario sta minando le basi della democrazia occidentale per giungere ad ottenere un mondo di schiavi al servizio di un'élite privilegiata sovranazionale annidata nelle multinazionali e dei centri finanziari.
Ricordate le botte da orbi a Genova, di cui ricorre in questi giorni l'anniversario di sangue? Ce le diedero di santa ragione perché avevamo capito quale fosse la parola chiave da combattere: globalizzazione, e loro non potevano permettere che questo movimento continuasse a vivere per metterla in discussione. Quello è stato l'unico momento in cui la gente ha compreso quale fosse la posta in gioco, per questo la repressione è stata così violenta.
Tutto ciò che è avvenuto dal 2001 in poi, torri e guerre comprese, è stato fatto per difendere questo progetto per un nuovo secolo globalizzato, per costruire il mondo della delocalizzazione totale e dei popoli privati dei loro punti di riferimento culturali, soprattutto della democrazia. Globalizzazione come fine ultimo della shock economy, passando per la morte della democrazia rappresentativa e la frantumazione delle coscienze e culture nazionali. Noi europei siamo i più difficili da soggiogare, perché siamo quelli con le tradizioni più forti e più antiche. Guardate con quale ferocia si stanno accanendo contro la Grecia e ricordatevi cosa rappresenta per la cultura del mondo la Grecia.

Già, perché l'integrazione di cui si riempiono le gote le ministre per le allodole non è altro, nei fatti, che una bella società a compartimenti stagni, deculturalizzata, dove ciascuna etnia vive separata dalle altre e dove si pratica la babele comportamentale di un melting pot non integrato e destinato prima o poi alla deriva nella violenza reciproca, da sedare con la repressione poliziesca affidata a contractors privati. Lo scenario dei topi da laboratorio chiusi nella gabbia troppo stretta. Ovvero, un esperimento che segue un protocollo ben preciso.
Una società, soprattutto, dove i ricchi dell'1% vivono al sicuro in cittadelle iperprotette,  separati dal 99% gettato nel calderone dell'indifferenziazione culturale, ma accomunato dall'unico disvalore che è la povertà unita alla schiavitù. "L'appendice di carne alla macchina d'acciaio" di quel signore dell'ottocento con il barbone brizzolato.

Tutto ciò, questo scenario da incubo, è propugnato, coccolato e volonterosamente auspicato su mandato degli agenti della globalizzazione dalla sinistra e dai loschi figuri che la rappresentano e che si sono appropriati indegnamente del compito di "difendere la vedova, l'orfano e il proletario" per consegnarli, mani e piedi legati, al carnefice. (Terza mina. Qui vi si spappolano proprio.)
Cosa vedete se vi guardate intorno, cari sempre timorosi di apparire razzisti e non abbastanza politicamente corretti? Integrazione, società multiculturale o città che stanno perdendo sempre di più la propria identità, invase da stranieri troppo diversi gli uni dagli altri e da noi che lavorano, si, per carità, ma che per il resto del tempo si fanno i cazzi propri e danno l'impressione che dell'Italia non gliene possa fregare di meno? Gente che non vede l'ora di tornare al proprio paese dopo aver messo da parte un bel gruzzolo per comperarsi casa là ma che le ministre vorrebbero italianizzare a forza, come fecero i fascisti con i popoli balcanici. Italianizzarli per globalizzarli e schiavizzarli.

Per farla breve. Con la retorica del migrante, che è solo una pedina di questo risiko crudele, inculcandoci il senso di colpa per non riuscire ad amare il prossimo nostro per il quale siamo solo una vacca da mungere - ancora per poco, cari, perché le mammelle stanno sgonfiandosi -, questi farabutti dei piddini collusi con il turbocapitalismo ci stanno svendendo al migliore offerente. Tutto questo è peggio di una guerra con i bombardamenti ma non lo si capisce ancora.
Dice il Veltroni che è in noi : "Ma se non c'è integrazione è perché c'è il razzismo". No, il razzismo è normale quando un paese subisce un'invasione dall'esterno. Scattano le difese in automatico e se sentiamo nascere un certo anelito di nazionalismo, di nostalgia per le tradizioni dei nostri vecchi o semplicemente per i bei tempi dove, per strada, non ti sentivi esule in casa tua, circondato da gente per la quale non esisti e che ti è aliena, non bisogna sentirsi in colpa, come vorrebbero le ministre per le allodole e i loro mandanti. Non è razzismo, è legittima difesa.

La sinistra europea - e quella italiana è sempre in prima fila - si è venduta al nemico perché è convinta di poter arraffare ancora qualche banca di seconda o terza scelta. Per questo piatto di lenticchie è disposta a condividere e sottoscrivere tutti i progetti più reazionari dell'élite: la pastoralizzazione dell'Europa del Sud a favore del Quarto Reich, la disintegrazione delle identità nazionali, delle culture, delle tradizioni, e soprattutto la distruzione di più di un secolo di conquiste sociali dei lavoratori in nome della Globalizzazione.

Sul blog di Alberto Bagnai l'altro giorno ho letto questo:
"Si chiama libero commercio, lo Zeitgeist lo esige e i mercati finanziari lo propugnano. Chiunque si opponga ad essi è appunto offuscato dall'ottusa e ristretta logica della difesa dell'interesse nazionale. Ora, tu sai che l'Europa è stata quasi distrutta dal nazional-socialismo. Quindi, per difendere l'Europa, bisogna distruggere quei presidi di tutela dei diritti costituzionalmente garantiti che sono gli stati nazionali, e ignorare il fatto che finché esisterà una contabilità nazionale, con una bilancia dei pagamenti, esisterà anche un interesse economico nazionale: quello a non andare in deficit nei pagamenti con l'estero. La contabilità nazionale è nazista e nemica del proletario, come dicono quelli che: Keynes ha inventato il Pil quindi il Pil è di destra (NdC: non faccio nomi ma giuro sulla loro testa che è vero! Per inciso, ricordo a beneficio dei marxisti dell'Illinois che Keynes con la nascita della moderna contabilità nazionale non c'entra nulla)."
Ecco il problema della sinistra collaborazionista traditrice: giustificare le proprie malefatte ammantandole con il nobile scopo, con la scusa dell'essere buoni per definizione e per mandato divino. "Siccome il nazional-socialismo ha fatto tante vittime, dobbiamo abolire le nazioni. "(cit. Bagnai)
Se poi, per disgrazia, nel farlo ci scappa un peto e distruggiamo anche il popolo, pazienza.

lunedì 20 agosto 2012

Pussy pussy, bau bau


Non volevo occuparmi delle Pussy Riot, soprattutto dopo che Debora Billi ha scritto più o meno tutto ciò che ne avrei scritto io. Però voglio aggiungere qualcosa su queste simpatiche fenomene in passamontagna; giusto alcune considerazioni.

La prima riguarda l'elemento di propaganda che contraddistingue il loro caso. Anche questa volta, come altre, ho paura che i media abbiano suonato i campanelli e i cagnolini di Pavlov abbiano salivato. Voglio dire che, nuovamente, la nostra capacità di indignarci per qualcosa che accade nel mondo potrebbe essere stata eteroguidata dagli stessi che selezionano quotidianamente ciò che dobbiamo e non dobbiamo venire a sapere. 
Questo per spiegare che chi, nel caso delle tope ribelli, ha sentito puzza di bruciato, di polpettone precotto e confezionato e non si è scomposto più di tanto, magari manifestando un certo fastidio per l'eccessivo can-can, forse si è domandato come mai tanto casino dietro alla sorte proprio di queste ragazze e niente, neppure un lamento, per altre situazioni di dissenso ed opposizione magari più gravi che il mondo ci offre quotidianamente. Che so, vogliamo fare alcuni esempi? Ci sono ancora dei disgraziati rinchiusi illegalmente a Guantanamo dal 2001 sottoposti a torture inenarrabili con i loro parenti che chiedono inutilmente giustizia; c'è la questione palestinese che è il più clamoroso caso di rimozione forzata dell'indignazione dal cervello dell'opinione pubblica, una sorta di lobotomizzazione collettiva perfettamente riuscita. C'è il dissenso in Cina, ben più perseguitato, a colpi di pena di morte, di quello russo. Ci sono gli americani che friggono i malati di mente perché la loro sete di vendetta impedisce qualunque comprensione dei principi di civiltà enunciati da Cesare Beccaria in poi. Ci sono i poliziotti dei regimi dell'Impero della Globalizzazione, quelli sudafricani nell'ultimo caso, che sparano con mitra e fucili sugli scioperanti, ne accoppano una trentina e poi ci viene spiegato che non potevano fare altro, perché gli uomini neri erano armati di machete ed è stata legittima difesa. Come a Piazza Alimonda. (Chissà perché quest'associazione, dev'essere stato il passamontagna.)
E va beh, ti dicono piccati i pussyminkia, ma che c'entrano i minatori morti con le eroine del dissenso russo? Per le quali ha speso il suo tempo monetizzato al decimo di secondo addirittura Madonna? Secondo me c'entrano ma forse parliamo di un'altra dimensione spaziotemporale.

Di tutti i possibili generatori di indignazione per l'ingiustizia, dei quali ho ricordato per smemoratezza e dovere di sintesi solo pochi esempi, ci viene concesso nel qui ed ora di occuparci ed indignarci del dissenso in Russia e, nella fattispecie, di quello di tre ragazze che, per aver violato la sacralità di un luogo di culto sono state condannate per teppismo a due anni di carcere. Un carcere particolarmente duro, ha tenuto a sottolineare il lettore di comunicati imperiali al telegiornale. Come se essere incarcerate a Rebibbia o qualunque altro carcere italiano, giusto per non passare per i figli della serva, fosse equivalente ad una vacanza premio. Ecco, senza volere, ho citato una delle nostre peggiori magagne: la situazione carceraria.
La loro sorte, per altro, sarebbe stata simile o addirittura peggiore se la performance fosse stata allestita a San Pietro, nella Sinagoga di New York, alla Mecca, alla spianata delle Moschee e perfino in un pacifico monastero buddhista. 
Nessuno riesce a vedere che il dissenso in Russia è, mioddio, anche altro, che bisognerebbe piuttosto parlare della libertà di stampa, della questione cecena, della corruzione e magari di come si è arrivati ad avere Zar Vladimir dopo anni di shock terapia liberista voluta dall'Occidente. E bisognava parlarne prima, non ora che ci  impongono a comando di farlo, forse per nascondere una volta di più la Più Grande Rapina Di Tutti I Tempi che si sta perpetrando ai danni di cittadini ed aziende a favore della finanza casinò.

Vladimir Putin è venuto per anni in Italia ospite dell'amico B. e nessuno ha mai avuto niente da dire di talmente roboante da finire in cronaca al TG.  Sono anni che governa la Russia con pugno di ferro contro i dissidenti e praticamente tutti coloro che tentano di ostacolarlo, oligarchi compresi. Durante il suo regno, perché non è altro che quello Zar di cui i russi non sembrano poter mai fare a meno e che amano più di quanto noi immaginiamo, ha massacrato per anni il popolo ceceno, ha gasato i suoi stessi concittadini in un teatro di Mosca, fa collezione di giornalisti morti, eppure finora era noto in Italia non come despota, ma per essere il donatore del famoso lettone. Da ieri, dopo il caso delle Pussy Riot, ci siamo accorti che è "'o fetiente". Curioso, no? Sospetto, anche.
Visto che siamo governati dal governo dei Supereroi che "hanno salvato l'Italia", c'è bisogno di un cattivo - se no che fumetto è? - e chi meglio dell'Amico Putin, amico del nano caduto in disgrazia e quindi anch'egli con le quotazioni al ribasso nel meraviglioso mondo dei Fantastici Tecnocrati? 

Il caso delle Pussy Riot era proprio perfetto anche perché il femminismo ci si è buttato a topa morta, come era prevedibile. Per le misteriose vie dell'emancipazione femminile versione nuovo millennio propugnata da chi decide di cosa hanno bisogno le donne, senza consultarsi con le stesse, il femminismo sarebbe mettere in atto performance estreme, a metà tra l'esibizionismo sessuale patologico e le antiche performance dei geek nei circhi di Barnum, quelli che staccavano la testa a polli vivi con un morso, mangiavano chiodi e insetti per il ludibrio della gente. Roba vecchia, tra l'altro.
Ci sono diversi gruppi che si definiscono dissidenti in Russia che si esibiscono in queste performance e regolarmente finiscono in galera. C'è un filmato, dove alcuni riconoscono almeno due delle Pussy Riot del processo (compresa quella che assomiglia vagamente a Ruby) che riguarda un'azione all'interno dell'Università di Mosca. Un'ammucchiata hardcore però con la motivazione che era contro il presidente Medvedev. Ah beh, allora. Un'altra performance e relativo filmato (i filmati sono qui, maialoni) riguarda un supermercato e una militante che trova un modo originale per portarsi via un pollo pulito e pelato pronto per l'arrosto: infilandoselo nella passera. Le affinità volatili. Ovviamente tutto in favore di videocamera. Penso ai tanti poveri dissidenti e disperati che, in tutto il mondo, non hanno purtroppo altrettanta disinibizione e talento per il porno. E' proprio vero allora, come scrive Debora, che fanno notizia solo le Sare Tommasi. Con la differenza che Sara non è considerata una dissidente del sistema neoliberista e finanziario ma una povera sciroccata. Misteri della comunicazione.

Giusto per ribadire che tutto il mondo è paese e i codici penali si assomigliano un po' tutti: mettersi a schitarrare in una chiesa, incappucciarsi con i passamontagna, farsi trombare in un luogo pubblico e rubare polli, è reato. A Denver come a Mosca, a Cologno Monzese come a Pechino. Perfino a Lugano. Sono atti che vorranno pure avere una valenza di dissenso, da chiunque siano perpetrati, ma riescono solo a far parlare del reato che commettono, non della motivazione sottesa. Per questo sono sbagliati e politicamente controproducenti.  Al limite sono zingarate alla Amiche Mie e a maggior ragione non possono essere prese sul serio e nascondere, con il loro clamore mediatico gonfiato, le battaglie dei dissidenti veri, che magari marciscono in galera da anni.

Un'ultima cosa degna di nota sono queste ragazze che sempre più spesso si comportano come le isteriche di Charcot alla Salpêtrière. Ecco, l'ho detto.
Davvero, non mi spiego questa epidemia generale di disinibizione frontale nelle ragazze, se non con il grande ritorno dell'Isteria e del Gran Ballo Sabbatico: si fanno scopare nei parcheggi e mettono i filmati su YouTube, bevono come spugne non solo alcool, praticano l'hooliganismo (come dice l'impeccabile sentenza ai danni delle Pussy Riot) e le femministe, invece di prendere queste figliole a sberle, perché con i loro comportamenti rischiano di finire in galera o di subire violenze, la chiamano militanza. Quando si è matti per la mona è proprio vero che le si perdona tutto. 
L'esibizionismo estremo non può essere l'unico modo che hanno oggi certe ragazze per comunicare. Tanto meno lo può essere se la comunicazione pretende di essere politica e a nome delle altre donne. La liberazione ha veramente dato alla testa di qualcuna e dispiace che il femminismo coccoli queste figlie disturbate e le faccia diventare esempi, non accorgendosi che la libertà non è mai poter fare tutto ma proprio tutto ciò che ci pare, nemmeno se siamo state tanto oppresse in passato. Per esempio compiere un atto di necrofilia ai danni di una povera bestia perché solo così si parlerà di noi. Libertà non è defecare per strada. Evidentemente ci sono molti borghesi da scandalizzare, in Russia. E' vero che si tratta di hooliganismo, che piaccia o no.
L'emancipazione femminile è cosa ben diversa dalla voglia di scandalizzare a tutti i costi e del comportarsi da indemoniate credendo che ciò sia segno di libertà. Così facendo si rischia di pagare pegno e di ritornare alla casella di partenza: quella dell'Isteria. 

Questo post non sarebbe stato possibile senza l'aiuto prezioso di Klára, che ha tradotto dal russo alcuni articoli e fornito una visione da insider della società russa. Un grazie di cuore.

martedì 7 agosto 2012

L'utile idiozia dei demolitori controllati


E' il caldo che fa surriscaldare i circuiti a Mario9000 e lo fa straparlare? Quest'uomo è veramente il presidente del consiglio più sopravvalutato degli ultimi 150 anni visto che inanella una scemenza dopo l'altra? Oppure le sue ultime uscite antiparlamentari, antitedesche, praticamente antidemocratiche, sono piccole voci dal sen fuggite - come la "crisi è una magnifica opportunità" di Passera - sprazzi di verità che tonnellate di propaganda, di martellamento da guerra psicologica non riescono più a nascondere? 
Insomma, tra uno spread a 1200 e l'altro - questa le è scappata mentre stava pulendo il fucile delle cazzate, lo ammetta, Smonti - e gaffes a ripetizione peggio di Iddu, viene fuori ogni giorno di più il personaggio dell'inesperto ma pur sempre innocente professorone al quale forse è stato affidato un compito troppo pesante per le sue esili spalle. Talmente inesperto delle astuzie della politica da camminare di continuo sul filo della lama dell'incidente diplomatico e della crisi di governo. Ma è proprio così?

Io penso invece che questo demolitore controllato degli ultimi baluardi di economia reale e stato sociale, nonché di democrazia europei, uno che le lezioni di Tobin, secondo me, potrebbe anche essersele dormite, sappia benissimo ciò che sta facendo.
E' la totale apparente idiozia delle sue azioni di governo che fa giungere alla conclusione che di idiozia non si tratti affatto ma di strategia. Basta sapere qual'è il masterplan e tutto diventa chiaro.
Applicare leggi che spingono il paese dritto in bocca alla recessione ed impoveriscono ancor di più i poveri, con la novità di un inedito attacco frontale al ceto medio chiamato a pagare veri e propri pizzi e riscatti per il proprio sudato benessere e a fronteggiare lo shock di una possibile terrificante retrocessione nella povertà; non toccare un capello alla mostruosa per corruzione classe politica italiana, non fare nulla per il bene generale ma solo per una minoranza di fortunati che si arricchiranno ancora di più, non può essere solo il frutto di follia, altrimenti sarebbe già scattato il T.S.O. 
Sembra effettivamente un idiota uno che si mette ad attaccare l'istituzione parlamentare tedesca, la rappresentanza democratica del popolo di un paese, la Germania, che sta giusto per decidere se accettare il fiscal compact o dichiararlo incompatibile con la propria Costituzione Federale. E' una pura follia, tanto più se è vero che i nostri destini di paesi fetusi dipendono da quella decisione tedesca dalla quale si salverebbe, di conseguenza -  dicono - l'euro e quindi i nostri culi. Sembra idiozia o follia, eppure lui lo ha fatto.
L'uomo non sembra avere alcun senso della Storia, altrimenti saprebbe quanto sono sensibili i tedeschi al concetto di democrazia. Forse crede anche lui, come Fukuyama, che la Storia, se non proprio già finita, lo sarà nel momento che tutto il mondo si appresterà a cantare a squarciagola "sweet home Chicago" mentre si demoliscono a colpi di spread e crisi economiche create a tavolino, gli ultimi baluardi di democrazia mondiale e di stato sociale.

E' una storia che comincia negli anni settanta. Cile, Argentina, Bolivia. Neoliberismo imposto attraverso la dottrina dello shock su paesi cavia. Allora come oggi non c'era alternativa. Le riforme andavano accettate per forza ed erano i tecnocrati ad imporle.
I risultati erano economie e vite devastate ma, non importa, chi doveva arricchirsi lo aveva fatto e avrebbe dovuto continuare a farlo. I CEO dovranno guadagnare almeno cento, mille volte più dei loro operai. Non importa se sono degli imbecilli, sarà così per principio. Un mondo di pochi ai quali è concesso tutto e di molti ai quali tutto verrà negato, in nome, paradossalmente, della libertà.  Il ritorno in pompa magna dell'Aristocrazia.

Anni ottanta. Reagan, Thatcher, il neoliberismo del dottor Mengele dell'economia Friedman infetta anche i paesi anglosassoni. Strage di posti di lavoro, distruzione di diritti fondamentali, laissez faire e deregulation, guerra totale allo stato sociale, lingua in bocca con i dittatori più sanguinari, da Pinochet a Saddam Hussein. Ognun per sé e Dio per i ricchi. Poi la Russia, la Cina, il passaggio in un amen dagli orrori del comunismo a quelli del capitalismo. Friedman unleashed, altro che Django. 
La rivoluzione a metà del Sudafrica, la fine dell'apartheid concessa purché i neri non rompessero le palle in economia, rigorosamente liberista e in mano ai bianchi. Tanto, San Mandela riuscirà sempre a far sciogliere il sangue nell'ampolla al momento giusto.
Alla fine degli anni novanta c'è da andare ad arraffare le ultime riserve energetiche e così si inventano il Nuovo Secolo Americano e la Guerra al Terrorismo. Nel 2001, per accelerare il processo, che altrimenti avrebbe impiegato troppo tempo per realizzarsi, ecco l'evento catalizzatore, lo Shock Supremo. Poi altre guerre in paesi dove c'è da inaugurare il nuovo corso delle forze armate privatizzate. L'incubo di Eisenhower divenuto realtà. Le guerre dei contractors, dove questi costano troppo per essere sacrificati in battaglia, così si bombardano i civili e si fa prima. E, oltretutto, si applica quella dottrina dello shock che è così efficace per piegare le volontà dei popoli da sottomettere.

L'Italia, nel frattempo, è in mano al grande imprenditore, all'oligarca alla milanese che, invece di applicare la dottrina dello shock, vivacchia e cincischia nel populismo più aberrante per paura di perdere voti. Anche il nostro paese dà però il suo contributo alla mission, nell'anno dello Shock Supremo, mettendo su il grande show della repressione Pinochet style. Genova come cavia, gemellata suo malgrado con Santiago (l'unica intuizione brillante della carriera di D'Alema). Pensate alla Diaz, a Bolzaneto come prodromi dell'11 settembre e tutto acquisterà un senso. Quanta gente ha più manifestato in piazza in così grande numero dopo Genova? Che fine ha fatto il movimento no global, l'unico in grado di opporsi al capitalismo hardcore? La lezione è servita. I vecchi massacrati in Corso Italia e sbattuti al TG1 in prima serata ci hanno insegnato che "non si deve protestare". Se no, "un due tre, arriva Pinochet".
Noi poi siamo stati commissariati con un soft golpe e non con i carrarmati - solo un idiota può credere alla favoletta dello Smonti che all'improvviso riceve la chiamata da Napolitano - perché Iddu pensava un po' troppo ai suoi interessi (e alla figa) e stava dimenticandosi degli amici e questo è sempre pericoloso quando si è parte di un club di sodali.

Rimaneva l'Europa, con l'euro nato deforme e suscettibile alle infezioni della speculazione finanziaria, nuova arma suprema del sistema.   Bisogna fare qualcosa. 
Ci vendono che Smonti è uno statista, che della politica, tutto sommato, si può fare a meno, vista anche l'opposizione calabrache e collaborazionista che ci ritroviamo. Che questa è l'ora delle decisioni irrevocabili e senza alternativa. Che se non facciamo i bravi viene la crisi e ci porta via i risparmi. Che, con Giolitti, lo spread sarebbe a 9500.

domenica 22 aprile 2012

L'intollerabile eresia della sovranità nazionale


Eccola, Cristina Fernandez de Kirchner, la Presidenta eretica, mentre sta per pronunciare le parole che, alle  orecchie dei devoti della deità monetaria globalizzata, sono parse sonore bestemmie: nazionalizzazione, interesse nazionale e sovranità nazionale. 

Attraverso la "legge sul recupero della sovranità nazionale sugli idrocarburi" proposta dal governo all'approvazione del Parlamento, lo stato argentino riacquisirà il 51% della Società YPF (attualmente di proprietà della spagnola Repsol). Di questo 51%, il 51% sarà controllato dallo stato centrale e il 49% dai governi delle provincie petrolifere argentine. Il 49% del patrimonio azionario di YPF rimarrà ai privati, nazionali o stranieri.
I motivi della nazionalizzazione del 51% di YPF decisa ora dal governo argentino - anche se Fernandez ha tenuto a ribadire che non si tratta di una decisione governativa ma statale, cercate di capire la sottile differenza, - sono molto semplici.
Da quando ha acquisito il controllo su YPF, Repsol ha fatto molto per aumentare i propri profitti, dirottarli altrove e diminuire gli investimenti nel paese ospite. Tanto che l'Argentina, paese produttore, l'anno scorso ha dovuto importare petrolio per il consumo interno come mai prima nella sua storia.

La YPF s.a., la compagnia petrolifera nazionale, l'ENI argentina, per intenderci, fu privatizzata e (s)venduta alla Repsol spagnola dal presidente Menem negli anni novanta. Quelli del saccheggio, della riedizione moderna e potenziata dei pirati autolegalizzatisi e delle multinazionali psicopatiche che andavano in Sudamerica a far bottino senza ottenere particolare resistenza da parte della classe politica locale. Anzi, il profumo dei soldi, elargiti a man bassa da chi poteva ad una Casta bulimica, rendeva tutti molto accomodanti e ben poco patriottici. 
Furono gli anni della privatizzazione della telefonia argentina "per aprire alla concorrenza" (vero Telecom?) e che finì in un odioso cartello tra compagnie telefoniche straniere che praticavano le tariffe più alte del mondo e costringevano gli argentini a dover fare a meno del telefono. 
Gli anni in cui l'Argentina era tanto simpatica perché i suoi bond ci avrebbero fatto guadagnare tanto in poco tempo, dicevano i cialtroni in giacca e cravatta, i volonterosi carnefici dell'ultraviolenza finanziaria, proponendoli  ai pensionati con qualche milioncino di risparmi, senza informarli dell'altissima rischiosità di un investimento su un paese sull'orlo del default. Rischiosità della quale erano invece perfettamente informati i vampiri dell'alta finanza che scommettevano, allora come oggi, sul prossimo paese che sarebbe andato in default. L'Argentina il default lo visse nel 2001.

Cristina ci ha solo ricordato che le multinazionali e la finanza mondiale si comportano come i virus, che una volta infettato l'ospite lo spolpano fino ad ucciderlo e che la privatizzazione di tutto non è proprio questa gran figata. Visto che esiste una cosa polverosa ed antica chiamata "sovranità nazionale" (lo so, per noi italiani è un concetto quasi incomprensibile, visto che conosciamo solo la versione limitata della sovranità), la Presidenta ha reclamato il diritto del proprio paese di poter disporre dei propri giacimenti e della ricchezza che da loro può provenire. A maggior ragione in tempi di pick oil e di guerre create ad arte per andarsi a prendere in giro per il mondo gli ultimi giacimenti disponibili. 
Solo che, fin che lo fanno gli USA e i loro maggiordomi tipo l'Italia, che spende milioni di dollari nel militare per fare la comparsa raccoglibriciole in Afghanistan, va bene; quando tenta di farlo un paese sovrano che pensa al proprio interesse nazionale ed al proprio popolo (una parola che quasi nessun governante pronuncia più)  e non giustifica le vessazioni sul proprio popolo, appunto, con il "ce lo chiede l'Europa", per esempio, si grida all'insubordinazione.

La sovranità nazionale, l'essere padroni delle proprie ricchezze. Concetti demodé e pericolosi perchè mettono a nudo le magagne del sistema globalizzato, quindi eretici. Gli eretici che pronunciano l'eresia vanno bruciati sul rogo.
Si è fatto molto colore ironico, sui giornali, sul fantasma di Evita che pareva ispirare Cristina da tutti i poster alle pareti ma io penso che il principio enunciato da Fernandez non sarebbe dispiaciuto affatto ad  un altro illustre fantasma: quello del visionario Enrico Mattei
A proposito di italiani. C'è già chi ora trema per i dividendi del CEO di ENEL  e Mr. Jeeves Monti, il maggiordomo inglese a capo dell'Italia, ha perfino scritto a Cristina, tutto preoccupato per le conseguenze della nazionalizzazione petrolifera argentina ai danni di ENI, con la Merkel dietro che suggeriva, pungolandolo: "Dì che glielo chiede l'Europa!"
Prima di ingenerare confusioni, visto che l'impresentabile politica italiana già grida contro l'intollerabile arbitrio della Presidenta, per farsi bella con i banchieri, ricordiamo che l'Argentina, per esempio, dal 2010 ha una legge che equipara le unioni omosessuali a quelle eterosessuali e dal 2009 una legge che limita fortemente la concentrazione privata sui mezzi di comunicazione. Praticamente una legge contro il conflitto di interessi. Sicuramente il peronismo ha ottenuto di più e può considerarsi più efficace politicamente e perfino più di sinistra del Partito Democratico.

L'arma convenzionale del sistema per combattere l'eresia dei paesi emergenti  come i BRICS, l'Argentina e quelli che si ribellano alla dittatura del FMI, è la denigrazione dei loro successi.
Mi piacciono soprattutto coloro che dicono che i dati della resurrezione argentina sono fasulli. Dovrebbero, per correttezza, chiedere anche a Obama, al FMI  e a tutti i geni della lampada mondiali; dai capi di stato ai ministri dell'economia fino all'ultimo banchiere, compresi quelli che sono stati nominati salvatori della patria dall'oggi al domani perché rischiavano di far fallire le proprie banche, gli imprenditori della provvidenza scesi in politica per non fallire, e gli altri incapaci messi a giocare con le vite degli altri mentre ne arraffavano i patrimoni, se anche i loro conti possono essere definiti in ordine. 
La dichiarazione infedele e il falso in bilancio sono il vero motore del nostro tempo e l'unico modo per mascherare il fallimento completo strutturale e profondo del sistema stesso, ostaggio del gioco truccato della Finanza.  Chi è senza peccato, direbbe il Nazareno ritornato sulla Terra, scagli il primo libro contabile.
Del resto, dopo l'11 settembre, possono davvero farci credere qualunque cosa. Che siamo in crisi, che oggi la crisi è finita, che no, occorre ancora un poco di sangue nostro e dei nostri figli, che stiamo uscendo dalla crisi; no aspetta, ancora qualche tassa qua e là e abbiamo finito o finiremo come la Grecia, no noi non siamo la Grecia, dobbiamo tassarvi se no finiamo come la Grecia, la crisi è finita, no è ricominciata, anzi la crisi è finita, andate in pace. 
Que se vayan todos, ma veramente.

lunedì 8 agosto 2011

La situazione Tina

Ieri mattina, in spiaggia a Cesenatico, c'erano i Piddini grigi con le pesche e lo slogan "Il governo è alla frutta". Una descrizione più dettagliata dell'evento potete trovarla nel post di esattamente un anno fa, visto che quella di domenica ne era una quasi identica ripetizione
Una situazione parecchio straniante. Sapete, come vedere passare il gatto nero una seconda volta. Il Deja vu e il bug nella matrice.
Stessa spiaggia e stesso mare ma sicuramente con minori forze in campo rispetto all'anno scorso. Un paio di volontari, due bandierine e appena due o tre misere cassette di nettarine nonostante di questi tempi, tra l'altro, te le tirino dietro perché non valgono niente e gli agricoltori della nostra zona ne stiano sostituendo le piante con distese di pannelli solari. Ecco, anche la scelta di un frutto perdente ed in crisi può avere un significato simbolico devastante.
Quest'anno non mi sono fermata a discutere con i volontari perchè sarebbero volati gli stracci. Ho fatto finta di nulla, ho innestato la modalità " nun ce prova' ", loro non mi hanno fermata e sono passata oltre. Peccato per la pesca, con il caldo che faceva sarebbe stata un ristoro. Però mi conosco, avrei attaccato briga e non ne avevo voglia, di domenica e in pieno relax marinaro.

Ad ogni modo rivedere, a distanza di un anno, la stessa scenetta inconcludente mi ha fatto impressione.
Mi ha fatto una tristezza terribile e mi ha dato l'idea della pochezza di questo partito bestemmia che aspetta solo che Berlusconi faccia un passo indietro oppure rimanga sotto boccaglio o venga eliminato da un'operazione in nero della CIA per mettersi al suo posto con i Penati al posto dei Milanese (per carità, tutti innocenti fino a prova contraria, eh?)
I piddini che mi leggono si incazzeranno, lo so, ma purtroppo anche quella che sembra pochezza, inconcludenza ed innocua bonarietà di un partito inutile è una strategia precisa ed è un comportamento voluto dall'adesione di questi collaborazionisti al pensiero unico globale.
Cosa dicono Bersani e Berlusconi? Che: "Non c'è alternativa". Non c'è alternativa al PD come partito d'opposizione e non c'è alternativa a Berlusconi a destra.
A proposito di mancanza di alternativa, che fine ha fatto la campagna "a porta a porta" preannunciata l'autunno scorso dal PD?

Il brutto è che non è mica farina del loro sacco, questo pensiero unico. E' il vecchio "THERE IS NO ALTERNATIVE" (TINA) di Margaret Thatcher.
In soldoni e tradotto in tutte le lingue: "il mondo è questo e ve lo ciucciate così". Con la globalizzazione, il mercato dei pirati della Malesia, le borse, gli Standard & Poors (dove i poors saremmo noi) e la forbice tra quelli che pagano sempre e gli altri che non pagano mai che ormai si sta spezzando.
E loro che comandano perché "non c'è alternativa, bla, bla", con l'enunciato del Marchese del Grillo a tradurre il bla bla. Al limite, proprio proprio per farci contenti e darci l'illusione della democrazia, un po' governa una B e poi l'altra. Tanto non c'è alternativa a questo Bed & Breakfast. O mangi questa colazione o la salti proprio.
Altro che pesche. Bisognerà proprio che questa benedetta alternativa, che è nascosta bene da qualche parte ma c'è, ce la troviamo da soli. 

sabato 23 luglio 2011

Guardatelo, guardatelo tutti


Oggi pomeriggio ho visto in DVD "Ggate - Genova 2001 il massacro del G8" (in vendita in edicola a € 7,90)  e non posso che consigliarne caldamente la visione. So che è stato trasmesso in rete eccezionalmente da diversi siti in contemporanea il 22 luglio scorso ma, non solo per chi se lo è perso, penso sia indispensabile conservare questo documento eccezionale nella propria mediateca. A futura memoria dei nostri tempi e supponendo che difficilmente potremo vederlo sulle reti televisive mainstream.

Avendo visto, credo, tutto il possibile sull'argomento, posso dire che è senz'altro la più accurata indagine sui fatti del G8 genovese, se non quella definitiva. 
Chi erano i Black Bloc e qual era il loro ruolo, perché la polizia non interveniva a fermarli quando compivano le devastazioni e la gente chiamava invano disperata il 113. Il racconto di Mark Covell, il giornalista inglese massacrato alla Diaz e mandato in coma dalle botte e la brutalità che non si è fermata neppure di fronte ad un ragazzo disabile. I ragazzi inseguiti in spiaggia ed attaccati da reparti da sbarco, con i bagnanti che tentavano di difenderli e qualcuno che riusciva a farli salire su una barca per portarli al largo lontano dalle botte. La tecnica scientificamente ripetuta in tutte le giornate del G8 di colpire i manifestanti pacifici piuttosto che i provocatori violenti. Le denunce su infiltrazioni di esponenti di estrema destra e tifoserie violente. Perché non è stato mai celebrato un processo per i fatti di Piazza Alimonda.

E' un'inchiesta fondamentale soprattutto perché offre l'ipotesi di una regia sovranazionale di tanta violenza scatenata, con tecniche militari e da uomini survoltati e caricati d'odio ideologico, sui contestatori della globalizzazione convenuti a Genova nel 2001 ma non solo, con modalità identiche anche su quelli arrivati pochi mesi prima a Napoli e sotto un governo non di centrodestra. Una spiegazione di comportamenti altrimenti inspiegabili che potrebbe essere riassunta nella frase "se osate ancora contestare il nostro potere e la nostra visione del mondo, guardate cosa può succedervi."
Molti di noi avevano intuito già allora qualcosa del genere ma, grazie alla sedimentazione dei fatti in questi dieci anni trascorsi, si sono aggiunti nuovi tasselli all'ipotesi, che si sta facendo sempre più chiara e comprensibile. Ascoltate cosa dicono in proposito, nell'inchiesta di Franco Fracassi, i dirigenti e sindacalisti di polizia. Cosa dice l'ex generale della Nato, Mini.
E quel dialogo tra i due agenti, nel finale, con quell' "Uno a zero per noi" riferito alla morte di Carlo Giuliani, che mette i brividi.

Ad integrazione della commemorazione del decennale delle giornate di Genova, vi propongo anche un video della segreteria del GLF: "La gestione dell'ordine pubblico a Genova."

mercoledì 15 dicembre 2010

L'inverno del nostro scontento


Il nanerottolo pittato potrà anche essersi comprato qualche arbitro e può tentare di allargare a dismisura la sua collezione di corpivendoli ma, basta leggere i giornali stranieri che raccontano la situazione italiana per quella che è veramente, senza fronzoli favolistici, per capire che il suo destino è comunque segnato. 
Quando il leit motiv è che il Berlusconi corruttore di ogni orifizio possibile è un ostacolo per l'Italia, che ne impedisce l'uscita dalla recessione, la crescita economica e la riduzione del debito pubblico perché l'unico motivo per il quale sta abbarbicato al governo è per fare i suoi interessi e salvarsi dai processi, il messaggio è chiaro. Gli ostacoli, per definizione, possono, anzi devono venire rimossi. Non so sinceramente che consolazione possa essere l'aver conquistato il voto di  qualche parlamentare per caso e politicamente morto di fame quando tutte le cancellerie del mondo ti schifano e non vedono l'ora che tu ti tolga di mezzo proprio in senso materiale.

Sono mesi che ex colleghi, fratelli, ex compagni di merende, protettori (anche lui fu puttana da giovane) gli mandano messaggi con l'offerta di un salvacondotto ma lui niente. O non capisce o vuole proprio farsi togliere di mezzo. Forse sta entrando nella stessa vertigine autolesionistica che portò Kennedy a salire sulla decappottabile a Dallas, covo del nemico, offrendosi per un facilissimo tiro al piccione. 
B. deve solo ringraziare gli avvoltoi speculatori che probabilmente stanno lucrando sull'instabilità italiana e che hanno interesse a tenerlo in vita come loro strumento, così come i suoi antichi e nuovi protettori innominabili e tutta la feccia che gli fornisce il sangue fresco quotidiano ma se dovessero prevalere altri interessi e più potenti ed inderogabili, come quelli imperiali, ad esempio, possiamo già ordinare la corona.

Ha vinto una battaglia ma non la guerra, insomma. La guerra continua e si sa che dopo gli armistizi arrivano le lotte più cruente e le rese dei conti più sanguinose.
Il generale inverno non si farà comperare tanto facilmente a suon di dobloni perché porterà ancora più scontento in un paese immobilizzato nell'incantesimo malvagio del berlusconismo, con il boss pittato che sarà costretto a preoccuparsi solo del suo delirio di impunità.
Parliamoci chiaro. Il malcontento sociale è destinato ad aumentare, con una crisi che si sente brontolare nelle pance degli italiani, non certo nelle parti basse inanimate del ducetto e negli stomaci pieni dei suoi cortigiani. Se la crisi morderà di brutto i garretti degli italiani, sarà sempre più forte il disgusto per un regime che da un lato spende e spande in marchette a puttane di entrambi i sessi (che ve le possiate spendere in un bel mobile spallato in mogano), e dall'altro sarà costretto  dalla contingenza economica mondiale a richiedere sacrifici, nei mesi a venire, a chi non te ne può più concedere. 
Di conseguenza, le manifestazioni di protesta, spontanee o meno, studentesche e operaie, pacifiche o violente saranno sempre più frequenti. Con la novità, rispetto agli anni sessanta e settanta, che oggi già scendono in piazza, o hanno una voglia matta di farlo, categorie finora restie a manifestare pubblicamente, come gli imprenditori, i commercianti e perfino le forze dell'ordine. 

Qualcuno sente l'odore acre della rivoluzione nell'aria. Non credo siamo in procinto di arrotare le lame delle ghigliottine, siamo un paese troppo pantofolaio e vigliacchetto. I dittatori li andiamo a sfregiare quando sono già abbondantemente cadaveri; non avremmo le palle per tagliare la testa ad un re, neppure ad un re di cartapesta e i lacchè ci fanno pena perché ci assomigliano troppo. 
Nonostante ciò, il clima non è comunque destinato a migliorare per le caste parassitarie, ignobilmente attaccate al denaro, sterco del caimano, che senza pudore gettano in faccia a cassintegrati, precari e disoccupati il frutto dei loro lavori di chiappe.
Se con Tangentopoli gli italiani tirarono le monetine ai ladri, qui non basterebbero le riserve auree di Fort Knox, perché il livello di corruzione generalizzata, di spregio per le istituzioni, di occupazione selvaggia della cosa pubblica e del suo stupro aggravato e continuato ha raggiunto livelli inimmaginabili. Bettino rischia di essere seriamente retrocesso al grado di ladro di polli rispetto a questi attuali delinquenti dediti al sacco delle istituzioni a suon di prebende, assunzioni e pretese di privilegi.

Se il clima non è proprio rivoluzionario ma sicuramente surriscaldato, è ovvio che il regime cercherà ogni pretesto per invocare un giro di vite antidemocratico.
Ricordatevi l'ammonimento di Kossiga. In fondo dobbiamo ringraziarlo, perché ci ha svelato le prossime mosse del nemico in modo che possiamo prevederle ma dubito che qualcuno stia facendo tesoro di questa preziosa eredità.
In effetti, se io fossi il regime, avendo capito che il gioco si sta facendo duro e che rischio di dover fronteggiare ogni giorno una nuova protesta di piazza, manifestazione inequivocabile di mancanza di consenso, perché sono un incapace inadatto a risolvere i problemi di un paese, mi verrebbe la tentazione di fare una cosa. Manderei in piazza centinaia di infiltrati, magari quel Black Bloc più fantomatico di Al Qaeda che salta fuori sempre al momento giusto quando c'è da dare una mano ai governi di destra. Li manderei, come diceva Kossiga, a mettere a ferro e fuoco una città.
Così poi avrei la scusa per scatenare la reazione violenta non delle forze dell'ordine in generale, ma di quelle che tengo in serbo per le grandi occasioni tipo G8 di Genova, quelle che hanno licenza di menare e, se necessario, di uccidere. Condirei il tutto con infiltrati di ogni genere: gente dei servizi, ultras pallonari, estremisti vogliosi di andare a combattere le zecche. Avrei gioco facile perchè c'è sempre qualche centrosocialista imbecille convinto di poter "violare la zona rossa", offrendomi il fianco. Se per disgrazia ci scappasse il morto o più di uno, con i media al guinzaglio sarebbe uno scherzo proibire le manifestazioni e scoraggiare qualunque dissenso con un atto di forza. Lo ha detto Kossiga, io cito solo a memoria.

Il problema a questo punto, in previsione dell'aumento del malcontento nelle piazze, e visti i segnali che fanno presagire la tentazione da parte del regime di cavalcare la violenza di piazza di pochi, magari provocata ad arte, per impedire il dissenso dei più, è capire cosa faranno il maggiore partito di opposizione e il maggiore sindacato per fronteggiare un inverno di contestazioni da parte di lavoratori e studenti al fine di garantire una certa protezione a chi manifesta con pieno diritto in maniera civile senza ricorrere alla violenza. Insomma scenderanno in piazza con i manifestanti, staranno accanto a studenti e operai o staranno chiusi in sede a giocare alla playstation?
Da quello che si è visto ieri a Roma, un casino senza regole, con infiltrati e provocatori a iosa, ci vuole una risposta precisa ed urgente. Possibilmente non ambigua.

Non basta, secondo me, svegliarsi stamattina con un bel caffè forte e gridare: "C'erano gli infiltrati!" Chiedere a Maroni, che poveretto cosa vuoi che ti risponda, di riferire in Parlamento. Perchè D'Alema, l'esperto in notti cilene che sta appollaiato al Copasir, non può far nulla? Queste grida scandalizzate, caro dirigentume piddino, sono assolutamente insufficienti. A proposito, che fine ha fatto la famosa Commissione d'Indagine sul G8 di Genova che era stata promessa in uno degli ultimi programmi elettorali? Quello bello grosso con la copertina gialla.

Parlando di Genova, allora i piddini si chiamavano in un altro modo ma tanto sono sempre loro, presero una decisione: non partecipare alle manifestazioni, lasciare i manifestanti da soli in piazza e negare loro, di conseguenza, qualsiasi protezione da servizio d'ordine.
Per carità, politicamente fecero la cosa giusta, non essendo certo un partito antisistema. Sarebbe stato comico vedere Fassino manifestare contro le banche.
Però hanno anche lasciato tanta gente, che voleva solo pacificamente (ed ingenuamente) protestare contro la globalizzazione, e lo faceva per la prima volta, in balìa dei violenti e della repressione.
Il risultato lo conosciamo. Più botte per tutti, migliaia di feriti, soprattutto alla testa, un morto rimasto senza giustizia, devastazioni condotte scientificamente dal Black Bloc con gli agenti che restavano a guardare.

Se c'è una lezione che abbiamo imparato dal G8 di Genova, ed io penso che quello fosse il messaggio urbi et orbi, è che se scendi in piazza lo fai a tuo rischio e pericolo, che il minimo che ti può succedere è prendere un fracco di legnate e se proprio insisti a qualcuno può sempre scappare una pistolettata. Colpa tua che non sei rimasto a casa a studiare, a guardare il Grande Fratello o a trombare.
E' dal 2001 che ci chiediamo cosa sarebbe successo se al G8 di Genova ci fosse stato un servizio d'ordine garantito dal maggiore partito d'opposizione; qualcuno esperto in guerriglia urbana capace di contenere le infiltrazioni ed isolare i provocatori. Ma forse sbagliamo a chiedercelo. Quella fu un tipo di protesta che DOVEVA essere stroncata a tutti i costi. Si può criticare la Gelmini e il bagonghi brianzolo ma non il sistema delle multinazionali. E questo lo sa benissimo anche il Piddì.

Mi  dicono poi che quella cosa chiamata "servizio d'ordine del PCI", un corpo di volontari formato da nerboruti operai, camalli genovesi, perfino vigili del fuoco che andavano in piazza a protezione delle manifestazioni di partito e del sindacato, contro le infiltrazioni e le provocazioni, non esiste più da quando le prese dai katanghesi nel '77. Secondo me esiste ancora, quando si deve andare a San Giovanni a dire che siamo milioni di milioni, con Bersani e Veltroni. Che fa pure rima. E' che non lo cedono tanto facilmente.

Ecco, vorrei solo sapere questo. Ho questa curiosità.  Se monterà la protesta di quei lavoratori che la sinistra dice di difendere, se la voglia di scendere in piazza a protestare sarà sempre più forte, ci sarà qualcuno a difenderli? Da che parte starà il piddì?

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