mercoledì 10 giugno 2015

Dal regulus di Newton e Keynes all'austerità espansiva dell'euro


Stamattina, per una di quelle coincidenze significative che stanno diventando sempre più frequenti nel mondo dell'interconnessione dei cervelli pensanti, Pier Paolo Dal Monte, senza sapere che sarebbe stato perfetto per iniziare il discorso di questo post, mi ha inviato questo link sul capitalismo come religione  di Walter Benjamin, da cui traggo questa mirabile citazione:
"In primo luogo, il capitalismo è una religione puramente cultuale, la più estrema forse che mai si sia data. Tutto, in esso, ha significato soltanto in rapporto immediato con il culto; non conosce nessuna particolare dogmatica, nessuna teologia. L’utilitarismo acquisisce, da questo punto di vista, la sua coloritura religiosa. A questa concretizzazione del culto è connesso un secondo tratto del capitalismo: la durata permanente del culto. Il capitalismo è la celebrazione di un culto sans [t]rêve et sans merci [“senza tregua e senza pietà”]. Non ci sono “giorni feriali”; non c’è giorno che non sia festivo, nel senso spaventoso del dispiegamento di ogni pompa sacrale, dello sforzo estremo del venerante. Questo culto è in terzo luogo, al contempo, colpevolizzante e indebitante (verschuldend). Il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non consente espiazione, bensì produce colpa e debito (verschuldend). Ed è qui che questo sistema religioso precipita in un movimento immane. Una terribile coscienza della colpa (Schuldbewuβtsein), che non sa purificarsi, ricorre al culto non per espiare in esso questa colpa, bensì per renderla universale, per conficcarla nella coscienza e, infine e soprattutto, per coinvolgere in questa colpa il dio stesso e alla fine rendere lui stesso interessato all’espiazione."
La descrizione di Benjamin è straordinariamente attuale, nel senso che rispecchia assai bene il carattere del capitalismo nella versione dell'ultracapitalismo eurocratico che però, invero, si è infine dotato di dogmi e di teologi, come di encicliche e bolle papali, di una Santa Capitalistica Inquisizione e di qualche saltuaria benedizione urbi et orbi. Mancano le ordalie e i roghi ma potremmo presto arrivarci. 
Il capitalismo in questa sua forma religioso-exoterica è quello che governa le masse facendo loro sgranare il rosario ad ogni "penitenziagite!" mediatico e recitare i comandamenti del debitore-penitente. "Non c'è alternativa", "ricordati di santificare la moneta unica", "non vivrai al di sopra delle tue possibilità", "non desiderare la roba d'altri ma accontentati", "non indurci nella tentazione del debito ma liberaci dell'inflazione", eccetera.

La natura del profitto, tendente all'aumento esponenziale in assenza di limiti e regole, fa sì che esso debba essere governato da una struttura sempre più oppressiva e con gli strumenti di un dominio sempre più assoluto, ma ora sembra stia avvenendo un'implosione, un'accelerazione verso il nulla senza fine e che il capitalismo stia diventando un buco nero di materia oscura che tende alla ritenzione, alla segregazione dell'energia ed alla sottrazione di essa a tutto ciò di vitale che lo circonda; oscura anche nel senso della sua sfida aperta e continua alla divinità, alla tradizione ed all'ordine naturale.
E' un anticapitalismo o controcapitalismo, nel senso della controiniziazione. Secondo Guénon la controiniziazione "è una rivolta contro l'autorità legittima, e una pretesa di indipendenza: da ciò risulta la perdita di ogni contatto effettivo con un autentico centro spirituale e dunque l'impossibilità di attingere alle dimensioni sovra-umane."
Indipendenza dalle regole, dai limiti, dalle leggi, tanto il mercato si autoregola. 
Forse è utile inforcare spesse lenti e leggere tra le righe del sottosignificato e del sottostante per intuire che quello attuale non è più nemmeno il capitalismo religioso di Benjamin, ma una sua effettiva degenerazione maligna. 
Sarà necessario tentare quindi di interpretarlo con altri strumenti, passando magari ad un livello esoterico per trovare la soluzione alle troppe contraddizioni ed anomalie di quello che ormai è capitalismo oscuro immerso in una mitologia che è mitopoietica di sé stessa, all'infinito.

Il carattere esoterico di questo ultracapitalismo ci viene suggerito dalle incongruenze e dalle illogicità che vengono presentate invece come verità rivelate dai suoi sacerdoti e teologi che hanno sostituito le regole dell'economia, la semplice legge della domanda e dell'offerta, con i loro libri neri ed i talismani come l'euro.
Per giungere subito al nocciolo, il pensiero economico che oggi subiamo sotto forma di tirannia del pareggio di bilancio, della stabilità, quindi di pietrificazione del vivente, sembra aver sostituito la logica e la matematica, e naturalmente la prassi, con gli strumenti, più che del pensiero unico, come normalmente si dice, del pensiero magico, di cui "il mercato che si autoregola" è forse l'esempio più eclatante.
Ogni giorno, ascoltando i teologi dell'ultracapitalismo, ovvero coloro che predicano la dottrina ai penitenti ma in cuor loro sanno benissimo che le loro azioni assurde e nefaste per i molti hanno una loro ferrea logicità per il vantaggio dei pochi, notiamo le loro contraddizioni non risolte e che nessuno di loro si preoccupa minimamente di risolvere perché non risolvi certo né vuoi  rendere congrue le formule magiche. Incongruenze come ad esempio la crescita che sarà ottenuta da manovre economiche recessive, o la ripesa che, basta crederci e scriverlo sui giornali che, eccola là, guarda! è in fondo al tunnel. 
Dico che sono contraddizioni, per non dire vere e proprie fallacie o confabulazioni, perché sui testi di una forma più chiaramente laicale di capitalismo, meno forsennatamente religiosa in senso fondamentalista o forse non altrettanto controiniziatica, di uso comune fino a qualche decennio fa prima di finire nello scaffale dei testi eretici, c'è scritto, ad esempio, che dalla recessione non nascono i fiori e che, oltre all'incauto debito, esiste anche l'incauto credito. Che tenendo artificialmente bassa l'inflazione si ottiene come effetto negativo un'alta disoccupazione. Lascio giudicare, osservando la nostra realtà circostante, se essa sia quella truce e disperante della pillola rossa o il favoloso mondo possibile delle Amélie del mercato autoregolantesi.

L'ultracapitalismo, che ha perso ogni interesse nel bene comune, ogni residuo di spiritualità, ed anzi persegue il culto del singolo e per giunta privilegiato, all'insegna dell'egotismo e dell'ambizione più sfrenati, utilizza un complesso armamentario di concetti che, con la scusa di tendere al Nuovo (giocando sull'equivoco che il nuovo viene sempre percepito come positivo) riesce ad affascinare le componenti progressiste della società, piegandole al proprio progetto. In realtà, il Nuovo è qui inteso solo nel senso di cancellazione del preesistente e consiste nella volontà delirante del ritorno ad una età dell'oro precapitalistica ed anticapitalistica, riconquistata attraverso una prassi controiniziatica ed antiumana, che è convinta di potersi realizzare attraverso il pensiero magico ed a qualunque costo in termini di costi umani. Anzi, probabilmente giungendo a concepire ed auspicare il sacrificio umano rituale. Allo stesso modo la globalizzazione - atto finale dell'imperialismo - viene fraintesa come internazionalismo ed il moralismo del politically correct e dei diritti umani (cosmetici) viene confuso con i diritti dell'Uomo.

Con la fine storica della possibilità dell'alternativa (la "fine" della storia), la struttura elitaria che governa il profitto si è ritrovata unica erede delle sorti del mondo, ed è precipitata in un delirio intriso del millenarismo che le masse, contrariamente al precedente cambio di millennio, non hanno affatto sentito. Per come si comportano, le élite sembrano convinte dell'imminenza di un cataclisma, per prepararsi al quale devono costruirsi un'arca di salvataggio, ad uso proprio e della propria progenie. Il resto dell'umanità non solo è condannata a perire ma deve essere aiutata a scomparire. Un altro elemento di questo millenarismo - utilitaristico perché a breve termine porta comunque profitto e privilegio - è la convinzione che le risorse mondiali siano limitate. Ecco quindi gli incitamenti alla morigeratezza, alla continenza, alla decrescita, ma anche i piani per la sostituzione di popolazioni fiere e combattive con masse di umanità facilmente soggiogabile ed alla fine tranquillamente eliminabile.

So che i marxisti sono abituati a concepire una sola forma monolitica di capitalismo con dentro il male assoluto, praticamente a vederci il Demonio, ma se oggi ci accorgiamo che questo che viviamo non è più il capitalismo che abbiamo conosciuto e lo sentiamo sempre più ostile e pericoloso, mutato in senso negativo ed alieno, significa che ne è esistito un altro, teso alla costruzione ed all'espansione, invece che alla distruzione ed alla contrazione, con addirittura sprazzi ideali di tutela dell'interesse e benessere collettivo. 

E' a questo punto che vorrei spiegare l'immagine emblematica a corredo del post, il leone verde, che è tratto da un volume di studi alchemici in codice di Sir Isaac Newton. Il leone, il sangue ed il regulus, il cuore del leone, l'ingrediente ultimo della pietra filosofale, non forse o non solo il segreto per ottenere materialmente l'oro dal piombo ma il simbolo di una ricerca personale, di un percorso fino alla scoperta dell'oro interiore.
Newton era stato un alchimista negli anni giovanili, un vero magus, oltre che uno di quei tipici e misteriosi geni cantabrigensi sempre al limite tra ordine e caos interiori, ma la seconda parte della sua vita, seguita agli onori per le conquiste nel campo della scienza, soprattutto la teorizzazione sulla gravità, la trascorse come direttore della zecca di Londra. Il suo compito era quello di coordinare la sostituzione dell'enorme numero di monete d'argento in circolazione che venivano ogni giorno sempre di più contraffatte. Divenne un vero sbirro, un persecutore dei falsari che non esitava a mettere a morte con modalità particolarmente efferate. Il libero manipolatore di metalli e il cercatore del mercurio filosofico, costretto a controllare moneta per moneta, a divenire preda del caos causato dalla naturale tendenza del denaro ad automoltiplicarsi e a sfuggire al controllo. La maledizione de "la moneta circolante crea inflazione" che oggi il pensiero magico dell'ultraliberismo tenta disperatamente di contenere con formule che provocano disastri umani epocali. Newton che "finisce in banca" e l'apprendista stregone che tenta di domare la moneta impazzita senza riuscirvi. 
La vita di Newton è un puro esempio di contrappasso e una straordinaria metafora trans-secolare del conflitto tra pura scienza e materialismo.

Alla sua morte il grande scienziato lasciò un baule contenente le sue carte e studi giovanili teologici ed alchemici, rimasti nascosti per anni, fino a quando nel secolo scorso, nel 1936, furono battuti all'asta. Una parte di queste carte segrete, considerate prive di alcun valore scientifico, scritte in un misto di latino, greco antico, inglese del seicento e simboli alchemici, alcuni dei quali a tutt'oggi indecifrati, fu acquisita da John Maynard Keynes e il resto, soprattutto gli scritti teologici "eretici" perché antitrinitari, finì ad un arabista ebreo e quindi all'Università di Gerusalemme. 

Nel 1942, Keynes scrisse, in uno splendido articolo pubblicato con il titolo "Newton, the Man."":
“Nel diciottesimo secolo, e poi da allora in avanti, Newton prese ad essere considerato come il primo e il più grande degli scienziati dell’età moderna: un razionalista, uno che ci insegnò a pensare seguendo i principi del ragionamento freddo e imparziale. Io non lo vedo in questa luce. Credo che nessuno di coloro che hanno meditato sui materiali contenuti in quella cassa, da lui stesso riempita quando lasciò Cambridge nel 1696 – materiali che, sebbene in parte dispersi, sono giunti fino a noi – possa considerarlo in quel modo. Newton non fu il primo scienziato dell’età della ragione. Piuttosto fu l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei babilonesi e dei sumeri, l’ultima grande mente soffermatasi sul mondo del pensiero e del visibile con gli stessi occhi di coloro che cominciarono a costruire il nostro patrimonio intellettuale poco meno di diecimila anni fa.” ("J.M. Keynes, "Newton, the Man." da "Sono un liberale? e altri scritti.")
E' affascinante pensare all'influenza che potrebbero avere avuto questi scritti emersi dall'oscurità del passato su una mente che stava proprio in quel momento, nel 1936, completando la "Teoria generale". A proposito di sincronicità.
Mi viene da pensare che se il baule con le carte di Newton fosse trovato oggi, i fondamentalisti delll'ISIS del Dio Mercato probabilmente lo darebbero subito alle fiamme.

sabato 6 giugno 2015

300 ευρώ per me posson bastare



Mi sembra istruttivo raccontare per intero l'aneddoto riportato da Vassilis Korkidis, presidente dell'organismo greco equivalente alla nostra Confindustria, e risalente al 2011, che ho citato nel post precedente. Korkidis non è un antagonista né un pericoloso sovversivo, è uno che nel 2012, nonostante tutto, invocava "gli Stati Uniti d'Europa". Tuttavia persino lui ha rischiato di rimanere offeso dal faccia a faccia con la Troika.
Non ho trovato una traduzione in italiano della notizia, così traduco dal sito portoghese infoGrécia. La notizia è apparsa anche su iefimerida.

Secondo quanto racconta, durante un incontro con la Troika nel dicembre 2001, Korkidis si trovò di fronte Poul Thomsen, rappresentante del FMI e Klaus Mazouch, della BCE.
La Troika richiedeva un taglio dei salari dei lavoratori greci. Korkidis rispose che non vi era sufficiente margine perché, confrontandoli con quelli degli altri paesi europei, i salari greci erano già molto bassi.
La risposta di Poul Thomsen lo lasciò alquanto perplesso: 
"Si sbaglia, deve confrontare i salari greci con i salari dei paesi del sudest europeo e del Balcani, perché quella è la loro pertinenza."
Korkidis prosegue: "Quando gli chiesi allora a quanto avrebbero dovuto ammontare questi salari, mi rispose: "300 euro bastano per vivere in Grecia". Fui tentato, prosegue il capo di Confindustria ellenica, di chiedergli quanto guadagnasse lui".

I commenti fateli voi.

venerdì 5 giugno 2015

I volonterosi costruttori della grande piramide



Ringrazio i commentatori del post precedente che hanno animato l'ennesimo interessantissimo dibattito sulla questione "il PD non è sinistra ma Democrazia Cristiana reloaded", se mi perdonate il riduzionismo. Tuttavia in quei ragionamenti, pur pregevoli, ci sono alcuni punti che non mi convincono. 
Ovvero, non vorrei che stessimo cadendo preda della sindrome di Orfini*. 
*Sindrome di Orfini, ovvero se stamo a magna' Roma e a saccheggialla peggio de Vercingetorige ma la colpa è di Alemanno." 
Non mi convince l'idea che sia stato il morbo ciellino di Don Camillo a contagiare Peppone che, pora bestia, è sempre colpa di qualcun'altro per qualunque cosa gli capiti e venga accusato di aver fatto.
Casomai è stata l'adesione delle due fazioni in lotta durante la Guerra Fredda al pensiero unico liberista (non liberale), al one size fits all, al minestrone per tutti (e caviale per quelli dell'élite) che rappresentò il prezzo da pagare per la propria sopravvivenza nel nuovo mondo seguìto al crollo del fottuto muro. Omologazione o scomparsa dal radar della storia.
Il liberismo è stato lo strumento ultra-ideologico di distruzione del modello preesistente di società e della sistematica opera di smantellamento del concetto di alternativa.

Pare strano ed è difficile capirlo oggi che viviamo in un mondo ad una dimensione ma per un lungo periodo nel secolo scorso siamo vissuti in presenza della possibilità dell'alternativa (buona o cattiva che fosse, non importa). Un'alternativa che era sia interna al modello liberale capitalistico - ovvero quella che ci aveva portato al welfare state ed alla crescita del benessere della classe media - o esterna, come alternativa socialista. 
Che il comunismo sovietico rappresentasse un'alternativa al modo di produzione occidentale mi pare evidente, altrimenti che bisogno ci sarebbe stato di lavorare tanto per abbatterlo e, per fare un esempio, da parte della Germania Occidentale di fare tabula rasa della sorella dell'Est, demolendone completamente l'architettura socioeconomica nel più breve tempo possibile, con un vero e proprio Blitzkrieg shockeconomico? 
Che senso avrebbe avuto inoltre combattere per decenni Cuba se essa, pur con le luci ed ombre di qualunque regime, non avesse rappresentato un'alternativa - basti pensare alla opposta concezione dell'assistenza sanitaria da offrire ai propri cittadini del regime cubano e degli Stati Uniti?
Secondo Hosea Jaffe, autore di un pregevole e profetico saggio del 1994 sul carattere imperialistico del capitalismo tedesco, l'errore fatale del blocco sovietico fu quello di non informare abbastanza i propri cittadini dell'inganno nascosto dietro alla propaganda occidentale che dipingeva il proprio mondo come il paese del bengodi a cui i cittadini dell'Est avrebbero dovuto aspirare. Lo stesso errore che oggi viene compiuto nei paesi dai quali partono i "migranti", non pienamente consapevoli di essere i nuovi schiavi africani da deportare nel primo mondo.

E infine, per giungere ai giorni nostri, dietro al furore dei talebani del rigore verso il welfare, nemico ideologico che ha sostituito il "pericolo rosso", non vi è la volontà precisa di distruggere, dopo il comunismo, anche quest'ultimo baluardo di interesse collettivo?
Con ciò si spiega, a mio parere, la deriva liberista tanto del pensiero cattolico che di quello liberale e comunista. Con l'aggiunta, da parte comunista, di un innegabile e clamoroso atto di sottomissione e tradimento di classe fin dai tempi dei primi entusiasmi berlingueriani nei confronti dell'austerità.
Non raccontiamoci per favore che gli Spinelli e gli altri erano imparentati con la Zia Ricca e perciò, signora mia, perché allora anche Carlo Marx sposò quella santa donna della baronessa Jenny von Westfahlen. I rivoluzionari moderni sono, miei cari, al 90% da annoverare tra gli sporchi borghesi, i trucidi massoni e gli infidi gesuiti, compresi il dottor Guevara e l'avvocato Castro. Pensare che siano gemmati spontaneamente dal proletariato dopo la pioggia è pia illusione.
La differenza tra il prima e il dopo muro è che allora la coscienza infelice borghese permetteva a ricchi, nobili e borghesi di sentirsi vicini al popolo e desiderare di migliorarne la condizione; ora l'incoscienza felice proletaria aspira solo all'autodistruzione in nome della restaurazione del privilegio dell'élite.

Riassumendo, il potere economico che sempre più è andato coagulandosi in un nucleo di potere assoluto al di sopra della legge che aspira all'unità rappresentata dal famigerato 1%, di cui le multinazionali e i loro scagnozzi nelle istituzioni residue sono solo il braccio operativo - ha perseguito scientificamente l'abbattimento del concetto di interesse collettivo per giungere alla riproposizione di un mondo neoaristocratico, neofeudale, formato da un vertice aureo di portatori individuali di ogni privilegio e da una base formata da una società parcellizzata in tanti individui senza alcun diritto reale ma solo apparente e cosmetico e senza più alcuna coscienza di classe. Coscienza di classe che, lo ricordo, non appartiene solo alla classe operaia - come credono nell'Illinois - ma anche alla borghesia. Per distruggere la società preesistente dove esisteva l'alternativa, è indispensabile distruggere la borghesia, tra l'altro classe storicamente assai portata verso le rivoluzioni, come abbiamo visto sopra. E, tornando alle colpe o meno della sinistra, se bisogna distruggere la borghesia attraverso l'attacco alla proprietà privata e l'esproprio, questo paradigma non può che suonare come armonia celestiale alle orecchie dei compagni. Osate dire che non è così, cari commentatori, che non è pieno di "progressisti" che bagnano le mutandine all'annuncio della patrimoniale e della "lotta alla rendita" rappresentata dalle seconde case sfitte (Renzi dixit). Questo pensiero, rigorosamente desinistra, è tutta colatura antiborghese del Sessantotto, mescolata con il terzomondismo straccione e l'internazionalismo di 'sta minchia con i quali, qui vi do ragione, il cristianesimo religione degli schiavi variante Evita Bergoglio si sposa benissimo. 

E' questa dunque la grande piramide dell'1% dorato e creditore sul 99% di materia informe umana debitrice anche dell'aria che respira che siamo chiamati tutti a costruire, naturalmente come volontari vogliosi di farsi delle esperienze, e a titolo gratuito. Oppure con stipendi calcolati secondo il parametro della Zia Ricca, i famosi "300 euro di stipendio al mese per i greci bastano" (our hero Poul Thomsen). 
A proposito, permettetemi di rivolgere qui un pensiero affettuoso al variopinto canterino filofofo dal cappelletto che, assieme agli altri ideologi miliardari del neopauperismo (degli altri) come Sfarinetti e Piketty, rallegrano i tempi morti degli schiavi, soprattutto dei giovani servetti implumi con le loro dotte disquisizioni sul valore della sottomissione al vertice piramidale e la grande bellezza dell'aspirare a far parte della gleba. Da plebaglia a glebaglia, con l'apposita patente da povero e la certezza che il vostro reddito lo decidono loro per voi, secondo i parametri di Thomson e senza più sperare di potervi arricchire grazie alla capacità ed all'ingegno. 

Non ci sono però solo gli intrattenitori ed animatori prezzolati a tenere buoni i costruttori della piramide. L'unica concessione al far politica e l'unica parvenza di socialità per le singole particelle del tutto è quella di crearsi un'autocoscienza di minoranza e per giunta perseguitata. Tu come singolo non sei un cazzo e non conti un cazzo, ma se sei gay, ad esempio, puoi sentirti minoranza assieme agli altri gay e "batterti per i tuoi diritti" e contro "l'omofobia". Non sei gay ma sei nero o di qualunque altro colore? Perfetto, c'è il modulo "antirazzismo+antidiscriminazione". Sei donna, quindi tecnicamente più maggioranza che minoranza? No hay problemas, abbiamo il pacchetto completo: "sessismo" e "femminicidio" a prezzo speciale. Ad ognuno viene concessa, previa identificazione della propria minoranza di appartenenza ed apposizione di marchio e triangolo colorato, di fare casino e rompere i coglioni a volontà con le proprie rivendicazioni. (Inciso. Miei diletti gay, davvero non avete il problema del mutuo e l'interfacciamento quotidiano con lo spettro della disoccupazione ma solo quello del trovare la fattrice a 100.000 euro a marmocchio surrogato scodellato? No, perché a guardare la televisione pare che il vostro mondo si riduca a questo e non voglio crederlo.)
Per coloro che non riescono, pur sforzandosi, a collocarsi in una minoranza o a fabbricarsene una su misura, è un dramma, perché nessuno li ascolta. Anzi, corrono il rischio di essere additati come pericolosi disturbatori delle altre minoranze certificate ISO. I vecchi, ad esempio, che non hanno più la forza di farsi ascoltare. O i lavoratori onesti e basta, quelli che la sera sono troppo stanchi anche per riflettere.

Questa è la politica ai tempi della piramide e la cosa tragica è che stiamo accettando tutto questo volontariamente. Astensione totale oppure frammentazione  in piccoli gruppi di pressione ma nessun progetto di ampio respiro e soprattutto a favore della collettività mentre il privilegio dell'Uno si consolida sempre più. Anche la progressiva cancellazione del concetto di nazione serve a far sì che diversi gruppi non trovino uno scopo comune che potrebbe rivolgersi contro il vertice piramidale e la cosa incredibilmente non ci tange. Il nazionalismo viene stigmatizzato con l'aggettivazione il più negativa possibile secondo il pensiero unico dominante. Come suggeriscono i predicatori televisivi alla Santoro, se sei italiano e pensi che vengano prima gli italiani, in fondo sei fascista, anzi nazista, e rischiamo seriamente di convincercene.


martedì 2 giugno 2015

Comunista nel senso di doverista


«Tutti sanno che io sono “comunista”, nel senso di doverista. E del mio doverismo hanno approfittato in molti. Alla fine, se votassi in Campania, voterei Vincenzo De Luca. Come voterei tutti i candidati del Pd in tutte le Regioni. Li sto facendo votare. Ho girato come una trottola per la campagna elettorale. Anche in queste ore, a chi mi chiede, rispondo: andate a votare, e votate Pd. Ma sono anche molto incazzato. E preoccupato. Perché dare addosso a Rosy Bindi in questa maniera è una vergogna. Dal Pd non me ne vado: io il Pd lo voglio salvare. Prima o poi tornerà il Pd delle origini. Lo spirito dell’Ulivo non è morto, lo dobbiamo recuperare. Io resto qui e combatto. Riforma costituzionale e Italicum: la battaglia continua. La cosa non finisce qua. Perché così non si può andare avanti. Deputati cacciati dalle commissioni, voti di fiducia sulla legge elettorale, Parlamento al traino dell’esecutivo: è una situazione abbastanza pericolosa».(Pierluigi Bersani)


Quanti spunti da questo fantastico brano bersaniano. 

1) Il doverismo, pregevole neologismo che spiega un'intera parabola politica secolare e quel "comunista" che ne svela l'indubbia derivazione ideologica anche se il doverismo sembra essere concetto precedente e fondante. Insomma, è nato prima il comunismo o il doverismo? Non si è comunisti senza essere doveristi, mi par infatti di capire. Alla faccia di chi li considera "non vera sinistra". Il doverista si spende, doverosamente, per il partito e affinché altri doveristi, insider o simpatizzanti, applichino il principio del doverismo. Ricordate il "votate e fate votare Partito Comunista" di cui parlavo nel post precedente

2) Il dubbio. Il doverista, adempiendo al Dovere, è tuttavia dubbioso. Come ogni bravo fedele è tentato, se non dall'infedeltà, dal dubbio nei confronti della bontà di quest'attinenza al Dovere, sempre e comunque, ad ogni costo. Whatever it takes, direbbe Mario Draghi.

3) L'ambivalenza. Il dubbio nasce dalla percezione che nel Dovere vi è insita un'ambivalenza. Nel partito vi sono sia Rosy Bindi che Matteo Renzi, o Matteo Renzi e Pippo Civati; una volta si sarebbe detto Miglioristi vs. Movimentisti, ed ognuno è portatore di dissonanze nell'armonia generale, di principi, se non proprio opposti, tuttavia non perfettamente amalgamabili. Due note che formano un inquietante tritono. 
In politica è normale ed è fenomeno che si riscontra in ogni partito ed in ogni parte del mondo, insomma è normale avere le "correnti", le "scuole di pensiero" ma per una qualche strana ragione, il comunista persegue l'ideale, o meglio la regola, della fissità, dell'inamovibilità, dell'unità, del monolito. Per questo gli piace tanto il concetto di Stabilità in economia, ovvero dell'ossessione della ritenzione.
Ed ecco quindi la rabbia del doverista di fronte alla disunità del partito, ovvero la rabbia che nasce dall'impossibilità del Dovere. Se siete tutti e due il partito, a chi dovere l'obbedienza? 

4) La lotta. L'ultima parte del grido di dolore bersaniano è significativa perché svela qual è la priorità del doverista-comunista-doverista in questo periodo storico. Non la realtà al di fuori del suo laboratorio politico ma la ricerca dell'unità del partito, ovvero un puro esercizio di autoreferenza, un esperimento senza possibilità di riuscita perché pretende di tenere assieme la materia comunista che è per sua natura instabile. La situazione è pericolosa non perché il Paese è in preda a forze brute che tentano di schiacciarlo, ma perché si rischia di non poter far tornare il PD alle origini. Pensate un po'.

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