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lunedì 7 luglio 2014

Syd Barrett, the immortal remains 2006-2014


Nel 1968, poco prima di essere gentilmente accompagnato fuori dalla porta dai Pink Floyd, per evitare che le sue mattane compromettessero il cosmico futuro successo del fenomenale gruppo, Syd Barrett aveva grandi piani per espandere la band, che illustrò ai compagni. Voleva inserire due musicisti jazz, incluso un sax e una voce femminile. Progetto al quale Waters e gli altri opposero un no risoluto, trattandolo, anche in quell'occasione, da pazzo. *
Per ironia della sorte, cinque anni dopo, nel 1973, il sassofonista Dick Perry e le coriste Liza Strikes, Lesley Duncan e Doris Troy diedero all'album di maggior successo dei Pink, "The Dark Side of the Moon", intriso per altro fino al midollo dello spirito inquieto di Barrett, il suo tocco jazzistico caratteristico.  

Syd Barrett, 6 gennaio 1946 - 7 luglio 2006


*Aneddoto raccontato da Julian Palacios in "Syd Barrett & Pink Floyd, Dark Globe", 2010.

lunedì 24 marzo 2014

The bright side of Syd Barrett


"L'esperienza psichedelica conduce per l'appunto nelle profondità della coscienza, dove l'illuminazione e la follia giacciono l'una accanto all'altra."  Albert Hofmann, 1991


Vi sono personaggi che rimangono per tutta la tua vita nascosti sulla faccia oscura della Luna e in forma di fredde nozioni da wikipedia mentale (il fondatore dei Pink Floyd, il diamante pazzo che, bruciato dall'LSD, dovette lasciare il gruppo che in seguito però gli dedicò alcune delle sue canzoni più belle mentre lui piombava nell'oblio della malattia mentale); poi, casualmente, una sera te ne imbatti guardando un documentario in televisione, quel nome e quelle nozioni prendomo vita, movimento, suono e da quel momento capisci finalmente cosa deve aver provato Paolo di Tarso sulla via di Damasco.
L'incontro con Syd Barrett è fatale. Non ti liberi più di questo meraviglioso fantasma, che diventa ben presto l'ossessione di chi si trova di fronte un oggetto cosmico di straordinaria bellezza ed impenetrabile mistero che non ti lascia fintanto che non hai provato a conoscere tutto di lui, a spiegarlo e a rendergli giustizia. Perché, ti chiedi, non conoscevo la sua musica e sono arrivata solo oggi a scoprire un album come "The Piper at the Gates of Dawn"?
L'aver avuto sette anni nel '67 non è una giustificazione e nemmeno l'aver trascorso l'adolescenza all'oscuro dell'esistenza di qualsiasi forma di musica che non fosse quella classica perché rinchiusa nella Guantanamo di un conservatorio di musica, con il risultato di ritrovarsi a vent'anni con gusti pop musicali orrendi che taccio per pudore e che sono però riuscita a rieducare nel tempo a forza di Hendrix, Morrison e tutto ciò che musicalmente ha contato nel novecento. Credevo di aver finito, e invece Barrett è infine la tessera che mancava, la cellar door che conduce da ciò che c'era prima di lui in musica a ciò che è venuto dopo, richiudendo il cerchio. Ascoltando Barrett non solo capisci perché i Pink Floyd sono diventati grandi ma scopri il DNA dal quale sono nati, ad esempio, Bowie, il punk, Cobain, e hai modo di renderti conto di cos'era la musica prima della decadenza attuale, della musica come tortura sonora dei centri commerciali.

Non stupisca la costante ricorrenza della metafora astronomica nel riferirsi all'autore di brani come "Astronomy Domine" e "Interstellar Overdrive", legata dell'ambientazione di alcune sue esperienze lisergiche; essa è perfettamente consona ad un personaggio che è immerso in quell'immaginario collettivo anni '60 per il quale lo spazio e l'al di fuori non erano mai apparsi così a portata di mano e perché stiamo parlando di un'esistenza ad immagine e somiglianza del destino di una stella gigantesca, di una supernova che poi divenne black hole, buco nero capace però di esercitare un'attrazione irresistibile in tutti coloro che si sono trovati volontariamente o casualmente ad avvicinarvisi. Un'attrazione che va oltre il tempo e lo spazio e che ti perde per sempre nella sua contraddizione di mondo di suoni colorati e luci armoniche, illuminato da lampi di genio e abissi di disperazione dai quali rischi infine, se li guardi troppo a lungo, di fartene guardare.

Le prime vittime di questa ossessione furono gli stessi Pink Floyd, infestati a tal punto dall'ispirazione barrettiana da cercare disperatamente di esorcizzarla attraverso due dei loro concept album. Casualmente i più immortalii: "Wish You Were Here" ma soprattutto "The Dark Side of the Moon", dove qua e là compaiono frammenti, echi, ricordi, ectoplasmi del loro primo album barrettiano. Non so se si può parlare di Sindrome di Salieri per Roger Waters ma anche "The Wall" sembra l'ennesimo tentativo di un buon musicista di liberarsi dall'impari confronto  con un essere mozartiano come Syd Barrett. E tutto ciò per  ritrovarsi, nel nuovo millennio tritacarne di YouTube, con la propria opera più ambiziosa, "The Wall", mashuppata con Stayin' Alive dei Bee Gees (l'orrore... l'orrore..., povero Roger, nel senso di Waters).

Dal punto di vista musicale l'opera di Barrett è assolutamente unica. E' l'entusiasmo di scoprire una nuova specie sonora misteriosa e luminosa che vive in un lago buio in fondo alla coscienza, è entrare in un'altra dimensione di melodie aliene che pure scopri esserti perfettamente familiari. Un linguaggio armonico assolutamente comprensibile anche nei passaggi più atonali ed apparentemente destrutturati. In questo senso il brano più straordinario è sicuramente "Interstellar Overdrive" (la versione dell'album, quella che preferisco o qui in versione alternativa) dove la melodia discendente (una costante nella scrittura di Barrett) piano piano si liquefa in un flusso di musica pura e senza confini per poi riemergere in forma distorta e ricostruirsi nel riff iniziale dopo averti portato ovunque.
Oltre la pura sperimentazione, la libera associazione di suoni nei brani come "Interstellar Overdrive" vi sono le canzoni che ci accompagnano nel mondo fantastico e ancora infantile di un autore che, non bisogna dimenticarlo, all'epoca in cui le scrisse aveva solo vent'anni: "Bike", "The Gnome", "Mathilda's Mother". "Flaming" è un gioiello assoluto. Un momento di assoluta e pura contemplazione dagli echi di Glockenspiel che ci riportano al mondo fantastico del Flauto Magico.
Una menzione a parte merita l'ultimo brano di Barrett inserito in un album, il secondo, dei Pink Floyd, "Jugband Blues", prima della definitiva rottura. Un vero e proprio testamento da lasciare ai compagni, incapaci di reggere la sua personalità, la sua eccentricità e forse timorosi di vedersi sfuggire un successo oramai a portata di mano per colpa di un pazzo che si rifiutava di cantare dal vivo durante la prima tournée in America, ma che saranno costretti dal destino a non liberarsi tanto facilmente di lui: "and I'm wondering who might be writing this song". Jugband Blues è un potente sberleffo con un uso mahleriano e grottesco della musica bandistica. Un cosmico e lisergico pernacchio ad uno dei più grandi gruppi rock della storia da parte del suo fondatore.

Dopo l'esperienza con i Pink Floyd Syd Barrett torna in studio di registrazione per due album solisti, tra il 1968 e il 1970. "The Madcap Laughs" e "Barrett" contengono brani particolarissimi come "Golden Hair" una melodia struggente di otto note ripetute su un testo di James Joyce che sembra provenire da un altro mondo, il blues assolutamente folle e alla Zappa di "Maisie" o la fiaba umoristica dell' "Effervescing Elefant". Sempre di quel periodo sono "Bob Dylan Blues", uno straordinario omaggio al cantautore di "Blowing in the wind", e "Gigolo Aunt" che sembra un vestito tagliato su misura per David Bowie, il quale invece registrerà una versione nemmeno delle migliori di "See Emily Play", uno dei primi singoli dei Pink Floyd, e canterà una fin troppo impacciata ed intimorita "Arnold Layne" live nel 2007.

Dopo questi ultimi lavori e un estremo tentativo di concerto dal vivo con una band chiamata Stars, Syd abbandona per sempre la musica. La cosa può sembrare incomprensibile e folle solo a chi non sappia come la musica sia perfettamente in grado di succhiarti la vita e mandarti fuori di testa se non ucciderti, se le permetti di prendere il sopravvento, se osi metterne in discussione il ruolo di primo piano nella tua vita e se hai altri interessi che vorresti parallelamente coltivare. Syd tradiva sistematicamente la musica con la pittura, il suo vero amore. La musica è amante possessiva e fatale e non perdona. Non c'è niente di folle nell'evitare ciò che ti fa ormai solo male.
Lo sforzo compositivo è uno dei più intensi intellettualmente e, come ha sottolineato Rob Chapman nella sua bella biografia di Barrett "Una mente irregolare", il tour de force al quale fu sottoposto dopo l'esplosione del successo dei Pink Floyd, con continui concerti, esibizioni e comparsate televisive, avrebbe distrutto e mandato in esaurimento nervoso chiunque.


Negli anni settanta, anni nei quali di lui si sa ben poco, ma forse perché trascorrono senza che succeda nulla di importante, il Syd musicista lascia spazio sempre di più al Roger Keith Barrett che cerca di rimettere assieme i pezzi della sua mente irregolare, come lui stesso la definiva, provata da esperienze troppo intense e vissute tutte assieme troppo presto, tra le quali l'abuso di droghe non è stato forse l'unico elemento patogeno.
Dispiace che l'unico aneddoto riferito a quegli anni e regolarmente raccontato in tutte le interviste dai membri superstiti dei Pink Floyd, non senza una punta di vittimismo autoassolutorio e la lacrimuccia d'ordinanza, sia l'episodio al limite tra la leggenda e la realtà del Syd ormai sfigurato ed irriconoscibile che si presenta come un fantasma negli studi di registrazione durante la realizzazione di "Wish You Were Here", ispirato e dedicato, guarda un po', proprio a lui e che sparisce dopo essersi comportato in maniera da traumatizzare per sempre i poveri ex compagni. Peccato perché altre immagini successive invece non ce lo mostrano affatto irriconoscibile ma soltanto ciò che si diventa con gli anni: più grassi, stempiati e senza più la luce dei vent'anni negli occhi.

Nel 1982 Roger Keith Barrett torna a casa, a Cambridge, nella città degli stravaganti in bicicletta e dei tanti geni. La Cambridge di Isaac Newton, di Ludwig Wittgenstein e dell'inventore del primo calcolatore, il suo allievo Alan Turing, suicida con una mela avvelenata che ispirerà il visionario Steve Jobs, la città di Stephen Hawking, di John Maynard Keynes, di tre dei Monty Python (Cleese, Chapman, Idle) e dei Pink Floyd, appunto.
Le immagini ce lo mostrano ritornato ad una normalità e perfino banalità d'aspetto che possono sembrare anormali solo in questo mondo votato all'apparire ed al glamour ad ogni costo.
La storia personale di Syd Barrett, analizzata attraverso le sue azioni, perché l'intimo del suo cuore rimarrà per sempre giustamente un mistero,  così come la vera entità della sua dissociazione dalla realtà, è comunque quella di un uomo che ha dimostrato una titanica volontà di ricostruirsi e riprendere possesso della propria vita dopo aver rischiato di perdersi e per questo si è dimesso da rockstar, ha compiuto il gran rifiuto, scegliendo la tranquillità del suo nido e della sua città natale.
Non so perché ma le ultime immagini di Roger ormai anziano, a spasso in bicicletta per Cambridge, mi fanno venire in mente "l'Ultimo Imperatore" di Bertolucci, quando Pu Yi, finalmente libero dalle catene della divinità e da un ruolo sociale sempre vissuto come un peso, se ne va tranquillo per Pechino, negli abiti modesti di un cinese qualunque.

C'è un altro elemento caratteristico della personalità di Roger Barrett che rimanda ad un concetto totalmente in contrasto con il materialismo assoluto della nostra epoca. Dipingeva i suoi quadri, li fotografava e poi li distruggeva. Riusciva cioè a separarsi dalle proprie creazioni, a riconoscerne l'impermanenza.
Sembrerà paradossale dirlo ma questo, assieme al ritiro volontario nella quiete di una vita normale, sembra il percorso che solo un uomo che abbia potuto, attraverso l'esperienza lisergica, andare in profondità nel proprio sé guardando in faccia il proprio lato più oscuro, può percorrere sulla via della purificazione e dell'allontanamento dalla sofferenza e forse della guarigione. La migliore conclusione che si possa trarre dal dibattito sulla presunta follia di Barrett, mai ufficialmente diagnosticata, è racchiusa nella citazione che ho riportato dello scopritore dell'LSD Albert Hofmann, sull'illuminazione che giace accanto alla follia, e nel pensiero di Cesare Musatti, secondo il quale la psicosi è un evento che ognuno di noi può sperimentare nella propria vita; in un certo senso un evento quasi fisiologico dal quale si può anche tornare indietro, come dimostrano tanti casi di persone che dopo malattie mentali anche gravi sono guarite o per lo meno hanno trovato un loro equilibrio all'interno di esse. Sappiamo che la dichiarazione di follia è servita nei secoli come marchio d'infamia per la repressione della creatività e della diversità e che non c'è condanna peggiore che essere dichiarati ufficialmente pazzi e rimanerne marchiati anche quando ormai ne siamo usciti o tentiamo di conviverci. Solo il concepire la follia come irreversibile e la sua riduzione ad evento organico ha potuto condurre all'abominio della lobotomia come "cura" chirurgica.

Oggi, in questo mondo triste e vuoto e in quest'epoca disperata, Syd Barrett sarebbe considerato banalmente un artista multimediale. Pittore, musicista, visionario, pop star. Se avete letto fino a qui sentirete stridere questa definizione in tutta la sua inadeguatezza. Era tutto ciò ma ancora e ancora di più, all'infinito.
Ciò che è invece terribilmente vero è che avremmo un disperato bisogno dell'ispirazione di persone come Roger Keith Syd Barrett che, magari con una canzone e un guizzo di genio, riescono a squarciare il velo di tristezza che ci opprime, e che per questo quando le incontriamo sul nostro cammino ci affascinano fino alla perdizione.
C'è un fatto straordinario che rappresenta infine la vendetta postuma del vero genio che non può essere scalfito né dal tempo (ecco il senso ultimo della metafora del diamante in tutto questo discorso), né dallo stigma della morte civile e dell'apposizione della lettera scarlatta della follia, e tanto meno, in fondo, dalla propria scelta consapevole di scomparire in vita e di distruggere il proprio mandala di sabbia multicolore con un gesto della mano sperando di essere dimenticato. Questo fatto è l'incredibile numero di persone che, a quasi cinquant'anni dai suoi splendori e a quasi dieci dalla morte, avvenuta il 7 luglio del 2006, l'uomo e l'artista Roger Keith Syd Barrett ancora riesce a conquistare. Esattamente come quando da ragazzo, bello più del sole, spaccava cuori a ripetizione. Ti chiedi il perché e non riesci ancora a capire.
Magari Syd Barrett è proprio quel gatto siamese sempre al tuo fianco. "That cat's something I can't explain".


"Il ritorno ha successo. L'uscita e l'entrata avviene senza errore. L'arrivo di un amico è senza colpa. E' prossimo il ritorno sul sentiero: si ritorna al settimo giorno. E’ propizio avere ove recarsi." (I Ching, capitolo 24, Il Ritorno)

venerdì 2 dicembre 2011

Dyo ci si arrapa con i marines*


Lo prometto, è l'ultima volta che mi occupo di lui. E' che oggi un amico mi ha segnalato un'altra uscita del nostro eroe sul "Foglio" di ieriun piccolo capolavoro di inutile omofobia contenente almeno una tripletta alla Cavani di perle assolute. Datosi che avevo un po' di tempo libero, ne ho approfittato per leggermi anche qualche paginata di quelle che lui definisce  "preghiere". Alla fine, si rischia di confondersi e pensare di essere finiti su "Pontifex".
Quando parla di omosessualità, argomento della preghiera di ieri, il Langone è tremendo e mi ricorda - anche fisicamente - il colonnello dei marines Fitts di "American Beauty", quello che vede froci dappertutto e perfino camminare sui muri, che tormenta di continuo il figlio per paura che gli si infroci a tradimento e poi, in una notte di pioggia, loro due soli nel garage, stampa un bacio indimenticabile sulla bocca del vicino di casa, Kevin Spacey.
Non voglio insinuare nulla, solo notare che certi gay sono criptati così bene che nemmeno il re degli hacker riuscirebbe a crackarli.

Prima perla del Langone.
"Ho sempre sentito l’omosessualità come un’offesa alle donne: possibile che loro, le vilipese, non la pensino così?" 
Poffarbacco, e perché mai dovrebbe essere un'offesa?  Non è mica obbligatorio amarci o desiderarci, tesoro. Se due ragazzi si amano a noi donne fanno solo tanta tenerezza. Si, magari se scopriamo che il figaccione che ci arrapa preferisce i maschi ci rimaniamo un po' male, lì per lì, ma possiamo sempre diventare amici, nell'attesa di convertirli.

Seconda perla.
"Non credo che una canzone d’amore per gatti possa fungere da canzone d’amore per topi. Non credo in un amore che prescinda dall’oggetto e possa rovesciarsi indifferentemente su maschi, femmine, bestie, piante, minerali…"
Ma certo, un poetastro del Trecento, sicuramente un po' così, perché quella storia degli svenimenti con Virgilio mi puzza, scrisse: "L'amor che move il sole e l'altre stelle". Senza contare che un predicatore ebreo di duemila anni fa ci fece una carriera, sul concetto di amore universale. Finì male perché anche allora il mondo era pieno di pontifexsi.

Terza ed ultima perla:
"Ma come fanno le mie amiche ad ascoltare Antony and the Johnsons, Tiziano Ferro, George Michael?"
Oh, caro Langone, c'è di peggio. Noi donne siamo delle vere depravate. Io riesco perfino ad ascoltare Elton John, Sylvester, i Bronski Beat, Frankie Goes To Hollywood, Dead or Alive, Boy George, (ah, gli anni Ottanta!), Ricky Martin, Michael Stipe, Ciaikovsky, Handel e l'unico ed indimenticabile Freddie Mercury. Senza sentirmi per nulla offesa. Anzi, mi piacciono pure.
A proposito, sto pensando a della musica sicuramente etero, maschia e con le palle dure come il marmo ma, a parte "La sagra di Giarabub" e "La canzone del sommergibilista", sarà un caso, ma non mi viene in mente nulla. Che poi, anche quel "Camerata Richard", in fondo, a me pare ambigua assai.


* Sergente Hartmann "Full Metal Jacket"

giovedì 21 luglio 2011

Il vilipendio dei musicisti in un paese musicalmente analfabeta


Un paese musicalmente analfabeta lo si riconosce da alcuni tratti inconfondibili.
Prima di tutto dal privare i suoi cittadini bambini di una vera educazione musicale scolastica; educazione soprattutto al gusto musicale, all'armonia e alla creatività, limitandosi a a farli soffiare disperatamente dentro degli stramaledetti pifferi e chiamare questa crudeltà ora di musica.

Il secondo segno di analfabetismo è il dominio della musica sotto forma di rumore molesto nei luoghi pubblici, tanto che non possiamo che trovarci d'accordo con Kant che sosteneva come la musica, se imposta anche a colui che non la vuole ascoltare, diventasse qualcosa di importuno e fastidioso.
All'estero puoi trovare la musica ambient come sottofondo piacevole e mai soverchiante nei ristoranti, caffé e centri commerciali. Da noi, in un centro commerciale dove l'acustica non è mai stata presa in considerazione in fase di progetto, perché per quell'architetto l'acustica architettonica è un'opinione e forse ha rappresentato un esame stiracchiato da diciotto scarso, se ci sono dieci negozi abbiamo dieci musicacce a tutto volume una sopra l'altra, possibilmente le più rumorose e screanzate, alle quali si aggiungono il rimbombo delle voci umane e dei rumori prodotti dalle macchine in funzione.  Una linea della Breda risulta quasi idilliaca come un tranquillo laghetto di montagna, al confronto.

Terzo tratto caratteristico di analfabetismo musicale: la difficoltà a nominare un numero sufficientemente elevato di attuali talenti musicali italiani, perché l'Italia non fa nulla per valorizzare e tentare di rianimare la propria tradizione musicale e i pochi veramente validi si contano sulle dita di una mano.
Nella cloaca massima televisiva, a parte la farlocca competizione tra case discografiche di Sanremo che monopolizza un'intera settimana all'anno, non si fa musica se non in casi assolutamente eccezionali. Un vero divulgatore musicale come Renzo Arbore viene relegato a tarda notte oppure non va neppure in onda. Nonostante ciò, grazie a trasmissioni come le sue, anche chi non masticava proprio il jazz ha potuto imparare ad apprezzare uno Stefano Bollani, tanto per fare un esempio.
Il massimo della musica classica che passa in televisione è il concerto di Capodanno, sia nella versione austroungarica che in quella italiana, dove imperano il plinplin di Giovanni Allevi e il poveropiero di Peppino Verdi. Oltre quello, il vuoto pneumatico. Musica contemporanea, jazz, folklore, etnica, lirica, non pervenute.

Siccome il panorama musicale è un encefalogramma da coma profondo, con pochi sporadici impulsi qua e là, la critica musicale si annoia e allora si dedica alla riesumazione dei cadaveri dei musicisti del passato, alla loro  depredazione e vilipendio.
L'ultima vittima è Fabrizio de André che, in un articolo della rivista "Rolling Stone", viene descritto come un cantautore sopravvalutato ed eccessivamente idolatrato post-mortem, oltreché, ohibò, personaggio dalle molte contraddizioni. Confondendo l'artista con l'uomo, come mai si dovrebbe fare nel giudicarne l'opera, si rimprovera a De André di essere stato nientepopodimeno che un borghesuccio, finto comunista (a parte che era casomai anarchico) e collezionista di dobloni d'oro alla faccia del proletariato.
Riesumando, da bravi becchini, il vecchio dualismo Coppi-Bartali, i criticominkia di "RS" finiscono per giocherellare anche con il cadavere di Lucio Battisti, secondo loro un povero Salieri offuscato (perché di destra) da colui che si credeva il Mozart di Boccadasse, privilegiato dalla critica perché di sinistra. Figuriamoci se un articolo del genere non avrebbe fatto subito salivare copiosamente "Panorama" e  "Il Giornale" che, trovandosi tra le mani la polemichetta estivo-funeraria sul cantante di destra vs. cantante di sinistra, ci hanno scritto sopra altri tre o quattro articoli. Tutti orgogliosamente pro-Lucio e anti-Faber, sostenendo oltretutto che la tacchetta esistesse veramente tra i due cantautori.

Se si fossero fermati a ragionare invece di pagare pegno all'idiozia culturale di regime, avrebbero notato che, ormai, per il pubblico, sia le canzoni di De André che quelle di Battisti sono classici del nostro patrimonio culturale e che nessuno, di fronte ai "fiori rosa fiori di pesco" o al "letame da cui nascono i fiori" si preoccupa se chi ha scritto le due canzoni era di destra o di sinistra, se era tirchio o munifico e se gli puzzavano o meno i piedi. Sono canzoni memorabili e basta e l'unica distinzione che possiamo fare è se ci piace di più lo stile dell'uno o quello dell'altro.
Fabrizio de Andrè era un poeta, anche se preferiva definirsi cantautore perché, diceva: "Fino a 18 anni tutti scrivono poesie. Dopo i 18 anni le scrivono solo 2 categorie di persone: i poeti e cretini. Per questo io preferirei considerarmi solo un cantautore." 
E' stato senza dubbio l'autore che con maggiore raffinatezza ha tradotto la lingua italiana in musica. Prima di lui, solo Montale aveva descritto Genova nella sua vera essenza. Se ascoltare "Creuza de ma" riesce ogni volta a spezzarmi il cuore di nostalgia e "Dolcenera" a riportarmi tutta intera la tragedia dell'alluvione del 1970, è perchè De André non era un canzonettaro pompato dalla sinistra, come ridacchiano i becchini saltellando sulla sua bara, ma un poeta.  La sua musica è "priva di soul? Pazienza.

I poeti hanno il vizio di predire il futuro. Di vedere in anticipo dove stiamo andando a finire. Poeti come Pasolini, Gaber e lo stesso Fabrizio de André hanno descritto minuziosamente con quarant'anni di anticipo cosa siamo diventati oggi, che razza di paese anticulturale e profondamente ignorante siamo. L'omologazione, il ruolo della televisione, "cos'è la destra, cos'è la sinistra", sono stati previsti e ci sono stati annunciati affinché potessimo, attraverso la conoscenza, salvarci in tempo.
Non li abbiamo ascoltati ed ora tentiamo di distruggerne la testimonianza parlando solo delle loro debolezze. Pasolini era un omosessuale, de André un ubriacone. Dei "poveri comunisti", come direbbe lui.
Ci divertiamo a vilipenderli da morti ed a scarabocchiarne il ritratto perché, così facendo, ci illudiamo di essere ancora vivi. Invece i morti siamo noi.

martedì 3 maggio 2011

Viva V.E.R.D.I.


Ah, ecco cosa mi ricordava la prima pagina di Repubblica di stamattina con il titolone: "Bin Laden sepolto in mare".

"Esultate! L'orgoglio musulmano sepolto è in mar; nostra e del ciel è gloria!"
( Giuseppe Verdi - Otello, Atto I)

Una messa in scena, appunto.

P.S. Intanto, anche la seconda immagine divulgata del cadavere è visibilmente un tarocco. Forza, potete fare di meglio.

mercoledì 22 settembre 2010

E quindi uscimmo a ripettinar bambole

Figurati se ho intenzione di sentirmi in colpa del fatto che mi piace Lady Gaga. Una che ha il coraggio di uscire una sera vestita con la fettina di scottona annodata sulle chiappe e le scarpe di scaletta per bollito misto ha tutta la mia simpatia. Animalisti sconvolti, benpensanti svenuti. Come diceva il Colonnello Kurz? "Noi addestriamo dei giovani a scaricare Napalm sulla gente, ma i loro comandanti non gli permettono di scrivere "cazzo" sui loro aerei perché è osceno."
Si ma la ragazza "fa della musica orrenda", dicono i soliti Salieri. Niente affatto. Gaga svolge egregiamente lo scopo di sfornare musica pop di un livello perfettamente adeguato al mondo che se la merita e che l'ha generata. Che dovrebbe cantare una con un telefono o la Rätta dell'IKEA in testa a mo' di cappellino, l'Orfeo di Monteverdi?
Certo la sua musica è ipnotica e rischi di ritrovarti a canticchiare "Alejandro, Alejandro, Ale-Alejandro, Ale-Alejandroo" o "papa-paparazzi", per un giorno intero ma in fondo siamo già sopravvissuti ad "A-a-bbronzatissima" ed agli "ombrelloni-oni-oni".

LG è un prodotto di consumo gustoso e ipercalorico come le Pringles ma non credo proprio sia una creatura degli Illuminati, come sostiene la più cogliona delle teorie della cospirazione. Se non lo sapete, Lady Gaga sarebbe una pupazza del tipo della Maria di Metropolis, inviata nel mondo della musica pop per inscimunire ulteriormente la generazione dei bimbominkia e soggiogarli ai voleri del Nuovo Ordine Mondiale. Come se non bastasse piazzarli davanti ad un'altra Maria, la De Filippi.

Cospiratori strafumati e musica (o muzak) a parte, Lady Gaga è un fenomeno di costume e di scostumatezza. I critici sostengono che le sue performances sono pura provocazione e la provocazione artistica non sarebbe più qualcosa di originale. Su questo ci sarebbe da discutere. A parte che l'arte è sempre provocatoria e scandalosa, in ogni epoca, chi vuole comunicare con il mondo attuale non può prescindere dall'uso di un linguaggio estremo perchè è il mondo ad essere osceno e ad obbligarti ad usare le sue stesse armi per denunciarne le brutture e le contraddizioni. Se siamo obbligate dalla moda ad entrare nei jeans taglia Lager cuciti dagli schiavi cinesi allora possiamo anche farci il gonnellino di carpaccio.

Gaga mi è simpatica anche perchè quella carampana maitresse à penser del femminismo vintage della Camille Paglia le ha dedicato un saggio dove dice che è solo una copiona, asessuata (??) e antifemminista. Come dire, ne avesse azzeccata una.
Le ha ben risposto Mario Luzzato Fegiz:
"Posto che musicalmente non mi piacciono né Lady Gaga né Madonna, alla Paglia sfugge un punto fondamentale: Lady Gaga è un personaggio totalmente postmoderno, potrebbe tranquillamente stare in un romanzo di Palahniuk. Non imita Madonna, la cita e ne rovescia completamente il senso, svelandone il lato grottesco e, perché no, mortifero. Se c'è dell'intelligenza nel suo stile sta proprio in questo.
E non ci vuole un genio per capirlo, basta vedere la faccenda dell'abito bistecca: il corpo femminile "spogliato" dell'erotismo, la carne completamente desublimata. Il lato oscuro di Madonna, insomma, o la Madonna spinta al limite estremo. Quasi una parodia. Di sicuro non un'imitazione."
Esattamente, il lato oscuro. E' questo che colpisce soprattutto di Lady Gaga e che la caratterizza, rendendola un personaggio originale contro tutte le apparenze. Oscuro perchè capace di rompere il tabù della fascinazione della morte.
I suoi video sono zeppi di assassine avvelenatrici, vendicatrici tarantiniane o alla "Faster Pussycat, Kill! Kill!". E' stata capace di terminare il video di "Bad Romance" con un'immagine quasi da finale kubrickiano: lei a letto con il cadavere carbonizzato del boyfriend e le tette ancora fumanti e scoppiettanti tipo "Tetsuo". I'm a violent girl in a violent world.
Il video di "Alejandro" inizia con un funerale con tanto di bara. In "Telephone" stermina con il veleno l'intera clientela di un fast food prima di fuggirsene con Beyoncé alla "Thelma e Louise".
In questo lato lugubre della sua espressività, dove mescola comicità e tragico, è decisamente diversa da Madonna e in qualche caso la supera come un Valentino che si fuma Stoner all'ultima curva.

Paglia fa confronti? Va bene, facciamoli. Madonna sarebbe quella che ha già fatto tutto e quindi chiunque tenti di superarla non vale niente ed è solo un clone? In ogni caso stiamo parlando di trent'anni fa, i tempi sono comunque cambiati. Ormai è modernariato.
Nel fintopornolibro pseudoscandaloso "Erotica", la Ciccone sciorinava tutte le perversioni stando bene attenta però a non accostarsi a quelle più toste, quelle che le avrebbero davvero creato dei fastidi, per esempio la necrofilia o la semplice fascinazione per la morte. In effetti ha sempre eluso l'argomento. L'unica volta che l'abbiamo vista in un contesto lugubre e funerario è stato, se non mi sbaglio, in "Evita". Si vedeva che era a disagio distesa da finta morta nella bara di cristallo della Señora. Forse perchè (la) Madonna è un essere immortale e soprannaturale?
Sarà stata anche rivoluzionaria ma è rimasta nei secoli fedele interprete del lato più glamour e superficiale, quindi innocuo, dell'erotismo e ha sempre celebrato in fondo solo l'autofeticismo esibizionista in tutte le sue varianti. Madonna, nomen omen, appare, si fa guardare da lontano, può solo pretendere di essere venerata. Gaga non ha paura di lanciarsi in mezzo alla folla per farsene quasi divorare.

Madonna è figlia della scemenza praecox anni 80, quando il massimo della provocazione era il "Like a Virgin" in gondola con il vestitone di tulle stile bambola sul lettone di Orietta Berti. Già Tarantino ne aveva destrutturato il mito con la consacrazione della fava grossa nell'inizio de "Le Iene". Gaga destruttura definitivamente Madonna in senso tarantiniano.

E' figlia di un tempo di guerra e di crisi, dove ritornano i mostri alla Doktor Caligari e i trucchi esasperati dell'Espressionismo tedesco.
Se in un immaginario Freak Show Madonna è la bella Cleopatra, Gaga è il geek, quello che stacca la testa della gallina con un morso, il freak anche buffo, una Gelsomina che è mezzo uomo e mezza donna, brutta e bella, un camaleontico Fregoli (o Brachetti).
Gaga è burlesque e grotesque allo stesso tempo. Sarà pure stata clonata da una ruga di Madonna ma è comunque una supersoldatessa del nuovo millennio.
E' un'artista soprattutto visuale, iconica. Getta l'amo nel mare magnum dell'inconscio collettivo e ne pesca i manga con gli occhioni grandi, le donne freak deturpate da diete e plastiche come Donatella Versace, Betty Page (Beyoncè è pettinata come lei nel video di "Telephone"), il mondo di Tarantino (il cameo della Pussy Wagon, sempre in "Telephone"), i cat-fight e i film carcerari femminili, Greta Garbo e Brigitte Helm ma anche i serial killer, Freddie Mercury e il pulp. E' senza dubbio la più pulp delle popstar.
In ogni caso, intellettualismi a parte, se è solo un gioco, è terribilmente divertente. Come giocare con le bambole.

C'è un cinese che riproduce fedelmente con le Barbie e le Winx tutti i look di Lady Gaga.

In effetti lei è una bambolina con tanti bei vestitini luccicosi ed estremi come erano quelli delle Barbie della nostra infanzia o delle Winx delle nostre nipoti. La Paglia è troppo vecchia per averci giocato, per questo le sfugge l'imprinting da bambola con le tette che spiega come possa piacere Lady Gaga anche ad una cinquantenne.
Lei incarna il sogno di dar vita, far muovere, danzare e ballare le piccole fighette dalla vita stretta, le coscette da rana, le tette dure, il culo piatto con la scritta Mattel sulla chiappa e il piedino sempre pronto a calzare il tacco alto.

Il discorso sulla presunta asessualità di Gaga è clamoroso perchè le Barbie, pur non avendo passerina e capezzoli evidenti, come del resto era terribilmente piatto il pube di Ken, il fidanzato castrato, erano comunque a loro modo ipersessuate. Altrimenti non si capisce perchè ispirerebbero installazioni porno o sadomaso.
Gaga è appunto la Barbie a cui, fanculo la Mattel, abbiamo restituito la passerina. Una donna che non vuole solo essere bambola ma anche creare e non solo marmocchi. Come ciò non venga considerato femminista dalla carampana è un mistero.
Madonna è stata grande, è vero, che palle. Si, ma quella è la Barbie vecchia, quella con le gambe in rigor mortis, la prima uscita negli anni '60, ormai sull'andante spelacchiato. Lady Gaga è il brivido di quando usciì la Barbie nuova, con le giunture snodate, più morbida, a cui potevi far assumere nuove posizioni. Con o senza Ken.

Update. Meritano almeno 8 Grammy Awards le Very Italian Trash parodie dei video di Lady Gaga realizzate da questi ragazzi geniali, i SALe & PePe: Telephone, Alejandro e Bad Romance .

domenica 21 febbraio 2010

Questo post avrà più fan di Sanremo

Dite che è un problema parlare di Sanremo senza averlo visto? Pensate che si debba procedere, in questi casi, come un gorilla nella nebbia solo con l'aiuto degli occhi di gatto, andando per tentativi? No, perchè Sanremo è talmente ripetitivo e nei secoli fedele a se stesso che si può benissimo parlarne senza averne seguito neppure un nanosecondo della sigla iniziale o degli ultimi fatali minuti con la proclamazione del famigerato vincitore.
Indovinare come è andata, visto lo schema fisso, è più facile che portare via il ciuccio ad un poppante. Come la cartomante che ti dice: "In questo periodo hai avuto delle preoccupazioni" e tu fai "si, si, è vero, ma comme fa?"
Sicuramente è successo questo e quello, hanno partecipato tizio, caio e sempronio and the winner is... con il solito corollario di polemiche. Tutto falso come l'ottone.

E' dai tempi di Claudio Villa in calzoni corti che gli italiani si appassionano ad una colossale combine, dove chi vince è stato designato con mesi d'anticipo dalle case discografiche. In pratica, l'utile idiota viene selezionato come un topo di laboratorio, vestito come un deficiente e lanciato sul mercato sottostante. Il talento non c'entra. Altrimenti in questi anni avrebbero sempre vinto Mia Martini e Antonella Ruggiero.
Però, misteri del cosmo, gli italiani continuano a guardarlo in tv ed a torturarsi le orecchie per un'intera settimana, rovinandosi anche quell'ultimo residuo di gusto per la bella musica che è rimasto loro nel DNA. Tanto varrebbe tagliarsele di netto.

Ha vinto quindi l'ennesima puttanella canora della Domina De Filippi, il marito di Costanzo, che si spera non farà alle ragazzine bimbominkia i danni che ha fatto Marco Carta, altrimenti SuperBertolaso avrà un'altra emergenza da affrontare al più presto.
Al secondo posto il Principe dei Sottaceti, quello che parla come un Lapo Elkann un po' meno fatto ma di poco, assieme a Pupo, quello dei pacchi, autore dell'immortale melodia.
C'è stato, mi dicono, un po' di rumore con gli orchestrali che hanno stracciato gli spartiti durante la serata finale. Visto il livello della mòsica vomitata dagli strumenti non mi pare un delitto ma anzi, un'opera meritoria.

La Clerici è stata sicuramente sublime nella sua abbondanza felliniana. Finalmente, vivaddio, una donnona come se ne vedono tante in giro, altro che le top(e) masticacoca. Una bella taglia forte come siamo noi signore alle quali piace mangiare e non farsi mancare nulla della vita e che pure ci consola perchè, guardandola, ci fa sentire tutte magrissime. Un'immagine magari non in tono con la crisi economica ma chissenefrega. Basta portare un po' di desperate workers (operai della Fiat) sul palco e il pupo Bersani ad interpretare "quello dell'opposizione" e la coscienza è a posto.
Gli ospiti. Dopo il principe, la regina. Mancavano solo il fante di cuori e il due di picche. Un messaggio subliminale per Pupo, noto giocatore?
Dita Von Teese è deliziosa come al solito ma se potesse cambiare il numero della coppa di champagne gliene saremmo grati, visto che ormai ci esce da tutti i buchi. Che ne so, usi un pokkale da birra, magari di quelli fatti a stivale.

Dicevamo del principe. Si, è più vacuo dell'Azzurro di Shrek ma la trovata della giacca tricolore, disciamolo, è stata grande, così originale, mioddio. Perchè dargli del coglione? Lui è un personaggio dello spettacolo. Casomai Bersani, arridaje, che cazzo ci faceva li? Non a caso si è preso anche lui la fischiata.

Dite che quest'anno abbiamo superato i confini del trash? Voglio spingermi oltre fino a preconizzare l'edizione del prossimo anno ed i suoi conduttori. Io vedo, nella sfera di cristallo, come unica possibilità, nient'altro che un bel trio formato da Antonella Clerici, Azzurro di Shrek e Brüno.
No? Dite che Brüno sarebbe troppo raffinato per la televisione italiana? Si, forse avete ragione. La vita tenta di imitare l'arte ma riesce sempre a fare di peggio.

domenica 1 novembre 2009

Il cinema sinfonico di Quentin Tarantino

Piccolo cappello introduttivo, solo un cappellino con veletta. Il prof. Yehuda Bauer, preoccupato per una nuova ondata di antisemitismo provocata dalla visione cinematografica di un plotone di ebrei spaccateste molto vendicativi e molto molto incazzati si sbagliava.
Era in errore pure il mio adorato Gilad Atzmon che, recensendo "Bastardi senza gloria" di Quentin Tarantino (avendolo già visto o no?) pensava anch'egli di trovarsi di fronte all'epopea della Grande Vendetta Ebraica, addirittura ad un film anti-Olocasuto, e probabilmente voleva anche lui togliersi la soddisfazione di dare qualche bastonata in testa ai basterdi sionisti che popolano i suoi incubi.
Anch'io, nel mio little one, suggestionata da questi autorevoli scritti mi ero fatta trascinare in un discorso che non catturava assolutamente lo spirito del film.
Ora che l'ho visto posso finalmente inquadrarlo, nel suo più profondo significato, in ciò che veramente è: una figata.



"Bastardi senza gloria" è prima di tutto un film di Tarantino, quindi l'ennesimo capitolo della Grande Saga della Vendetta Cosmica ed Implacabile, il suo argomento preferito ed anche il nostro, a giudicare dal successo che raccolgono le sue opere. Chi non ha il coraggio di provare sentimenti di vendetta, consuma solo piatti caldi o si fa spaventare dall'esaltazione che dà la vendetta compiuta, non può amare il suo cinema. Non si tratta solo di vendette sanguinose, di donne che da sole sgominano e fanno a pezzi 88 folli in un'esaltante rivisitazione della preparazione del ragù. Jackie Brown compie la sua vendetta usando solo un'accuminatissima e cerebrale astuzia.

Tarantino scrive e dirige film, come è noto anche ai sassi, ma assomiglia più ad un compositore sinfonico d'altri tempi. Si potrebbe dire che la sinfonia, morta per la Musica, è risorta nel Cinema scegliendosi come autore di punta Quentin Van.
Nelle sue sinfonie, questa è la numero sette, ci sono echi, suggestioni, rimandi ad altri autori, esattamente come succedeva con Beethoven e più recentemente con Mahler. C'è la suddivisione in tempi: Allegro, Presto, Andante, Largo, che lui chiama Capitoli. Ogni capitolo ha una struttura a sé stante, un inizio ed una fine, esattamente come i tempi di una sinfonia.

"Inglorious basterds" inizia con un lunghissimo Adagio, quasi un adagietto, ambientato in una improbabile campagna francese abitata da contadini ebrei (!!) dove arriva uno dei più straordinari personaggi visti di recente sullo schermo, il colonnello Landa interpretato dall'austriaco Christoph Waltz, uno che di Oscar dovrebbe riempirne uno scaffale, anche solo per come sa padroneggiare tutte le lingue in cui è parlato il film e per la tensione che riesce a creare nelle sue scene. Alla fine ci si domanda pure se il vero bastardo del film non sia proprio solo lui e gli altri solo un abile e fracassone depistaggio, il teaser dentro il film.

L'Allegro che introduce i "basterdi" e le loro sanguinose imprese, con l'Orso Ebreo di Eli Roth che fa un'entrata da "commendatore" mozartiano, è seguito da un altro Andante che ci presenta la Vendicatrice, la Regina della Notte Shoshanna ed il suo grande masterplan di far secco tutto l'ambaradan nazista rinchiudendolo in un cinema da sacrificare allo scopo. Der Hölle Rache. Meraviglie del nitrato d'argento. L'immaginazione contro il potere. Il cinema lanciato a bomba contro l'ingiustizia. Un momento di studiata e scientificamente pianificata anarchia.

Questo sontuoso finale, che giunge dopo intermezzi vari, quartetti, duetti, recitativi, è un allegro con fuoco (nel vero senso della parola) altrettanto esaltante delle cannonate dell'ouverture 1812 di Chaikovsky (ve la ricordate, en passant, in "V per Vendetta"?) e dominato dalla meravigliosa immagine della Faccia Gigante. Un momento cinematograficamente esaltante ma non solo.

La vendetta ebraica, già. Chi più degli ebrei avrebbe voluto vendicarsi dei nazisti? Anche se i tempi storici non quadrano e ci sono altre incongruenze - è solo un film, un sogno, non dimentichiamolo mai, non saremo mai grati abbastanza a Tarantino per averci regalato la fantasia di chiudere tutti i bastardi (quelli veri) che commettono atrocità in una stanza e farli fuori a bastonate.
Lo so, è volgare, è pornografico, di fronte alla rocciosa nobiltà del Colonello Von Stauffenberg di Tom Cruise che vive il regicidio con raffinata sofferenza, l'Orso Ebreo (our man) che massacra hardcore Hitler con la mazza da baseball, splat splat. E' volgare ma è ciò che tutti abbiamo sognato di fare, figuriamoci gli ebrei. In fondo è una cosa vecchia come il mondo. Quanno ce vo' ce vo'. Le rivoluzioni non si fanno in guanti gialli. "Massacra il dittatore" è un gioco serio, altro che "Carmageddon".

Tarantino, per la sua prima fantasia in costume, da perfetto filologo che non ha paura di sporcarsi il grembiulino con la cultura europea, alta o pop non importa, non pesca solo nel cinema thriller tedesco e nel solito immenso repertorio italiano ma addirittura nel cast del "Commissario Rex". Evvai. Christoph Waltz interpretò un inquietante serial killer nell'episodio "Der Puppenmorder" della terza serie (ecco dove l'avevo visto!) e nel plotone dei basterdi c'è addirittura il secondo poliziotto-padrone di Rex, Gedeon Burkhard.
Ecco uno che non ha paura dei critici con la merda sotto il naso che "ohibò il cinema di serie B, la te-le-vi-sio-neee!"

La scelta delle musiche per la colonna sonora è come al solito piacevolissimamente spiazzante. Fin dalla musica dell'inizio, quel "Green Leaves of Summer" che mi è schizzato fuori dalla memoria rimuovendo un tappo vecchio di almeno quarant'anni. Da qualche parte in cantina ne devo avere ancora il 45 giri.
Il mio compagno mi ha fatto notare il tema di "La battaglia di Algeri" e di altri film italiani ed ho ritrovato con piacere il David Bowie di "Puttin' out fire" ("with gasoliiine") in arrivo direttamente sul binario degli anni 80.
I film di Quentin non sono solo cinema ma una seduta psicoanalitica con il paziente che ti inonda di libere associazioni.

Delizioso anche il cameo di Michael Myers e il tocco di genio della scena della scarpetta di Cenerentola, omaggio al notorio feticismo tarantiniano per il piede femminile.
Femmine tutta testa, anche in questo film. Bellissime e fatali ma con un sacco di cose da dire e da raccontare. Donne che se la giocano alla pari con l'uomo ed agiscono. Vi sembra poco, in un mondo di ragazze immagine tutta fica e niente cervello addestrate a cantare in coro "meno male che Papi c'è?"
Non so se questo è il capolavoro di Tarantino, come egli fa dire al suo alter ego Aldo Pitt dopo che ha appena "tatuato" di coltello il nazista ma, se non lo è, è un'ottima imitazione.
Insomma Quentin, se non l'hai ancora capito, ti amo. Fai dei miei piedi ciò che vuoi.

lunedì 20 luglio 2009

Stasera la luna

Cosa volete farci, io adoro la questione della Moon Hoax, ovvero l'idea che non siamo mai stati sulla Luna ma sono quarant'anni che ci prendono per il culo, facendocelo credere.

La trovo un'idea molto più interessante ed eversiva del pensare che, per la modica cifra di qualche miliardata di dollari, due astronauti qualunque abbiano calpestato il suolo lunare con i loro piedoni calzati nei Moon Boots.
Che volgarità! Due coglioni che saltellano su una cosa misteriosa e sacra come la Luna.
Un meraviglioso ammasso di pietre e polvere che da lassù ci ha ispirato, e scusate se è poco, il più bel disco dei Pink Floyd e forse di tutti i tempi e perfino il pezzettino di Debussy che io suonavo con tanta passione da ragazzina e non sapevo sarebbe diventato un giorno un acido scioglibudella per le avvampirate twilighters bimbominkia. Per non parlare dell'altro Chiaro di Luna, quello di Ludovico Van, un furtarello con scasso di un divino ai danni dell'altro divino W. Amadeus che ne aveva utilizzato il tema per primo in un passaggio notturno del "Don Giovanni".

Non può davvero essere stato possibile che tanta misticanza sia stata sprecata in una cosa banale come un ragnetto di metallo e stagnola che si posa senza fare neanche un po' di polverone e dal quale vengono giù i due coglioni famosi che avranno sicuramente lasciato lassù, oltre alla bandiera americana che sventola nonostante l'assenza di vento, qualche sacchetto di monnezza e la loro pupù. E cosa avrebbero portato indietro dopo un tale viaggio? Dei sassi. Siamo andati bene che dentro un sassolino non fosse nascosto il Gran Bigatto, quello capace di sterminare l'Umanità.

No, non ci credo. Hanno fatto tutto in studio, senza magari scomodare Stanley Kubrick, ma qualche regista di sitcom. Provate ad aggiungere alle immagini storiche del "grande-passo-per-l'umanità-eccetera" le risate preregistrate, il risultato è sconvolgente.
A parte gli scherzi e prima che i soliti che si ingoiano tutto perchè il cospirazionismo è male si scandalizzino di questa ventata di iconoclastia.
Non vi sono dubbi che alcune delle foto più famose dell'evento siano state ritoccate o costruite di sana pianta. Ce n'è una famosa con la bandiera americana che non proietta alcuna ombra. Lo dice perfino Attivissimo che è stata ritoccata. Poi, per non smentirsi dice che una foto taroccata non significa nulla. Magari è stata solo colpa del dover agire in fretta. Del resto che alla NASA siano degli sbadatoni lo dimostra il fatto che si fossero perduti i nastri della missione Apollo 11. No, dico, proprio quelli della più grande impresa dell'umanità!

Intendiamoci, potrebbe anche essere andata cosi: vanno veramente sulla Luna, scendono e tutto e poi si accorgono di aver lasciato il rullino a casa. Oppure, i duecento gradi della giornata lunare sciolgono la pellicola come neve al sole nonostante le garanzie della Hasselblad.
Che fare? No foto, no party. Se non facciamo vedere le foto non ci crede nessuno. Quindi costruiscono un bel set in un capannone da qualche parte nel Nevada e quando gli astronauti tornano, organizzano una bella sessione fotografica rifacendo tutte le foto che lassù non si sono potute fare. Dimenticando qualche ombra qua e là ma pazienza. Photoshop era ancora di là da venire.

Quelli che sostengono l'ipotesi più hard dicono che gli astronauti non sono nemmeno usciti sul pianerottolo di casa. Quelli della NASA hanno mandato su un razzone di quelli rimasti a Von Braun il nazi per fare scena ma poi tutto il resto l'hanno costruito in studio. Ecco spiegato il Lem non impolverato, la bandiera che sventola, gli astronauti vivi nonostante i 200 gradi e le radiazioni da sballo.
Si ma, dicono gli ingenui, come si fa a mantenere un segreto del genere per anni e da parte di tante persone? Risposta: i testimoni tengono famiglia, sia a Scampìa che a Houston.
E per quale motivo l'avrebbero fatto?, si risentono sempre più piccati i credenti ad ogni costo.
Per questioni politiche e propagandistiche. C'est tres facile.

Nella corsa allo Spazio, fino ad allora i russi erano arrivati primi (non temete, c'è anche chi mette in dubbio la scampagnata di Gagarin). Avevano mandato su una donna, una cagna (una dopo l'altra) e fatto secchi una mezza dozzina di astronauti cotti alla brace appena fuori dall'atmosfera, protetti dal silenzio assoluto del regime. E noi, si sono detti gli americani, chi siamo, i figli della serva?
Quello sventato di JFK si era lasciato sfuggire una data: "entro il 1969 andremo sulla Luna". M'hai detto cotica! Gliel'avevano fatta pagare a Dallas ma ormai il danno era fatto, dovevano mantenere la promessa. Non erano mica le casette antisismiche pronte prima a settembre, anzi ad ottobre e poi per davvero a novembre. L'Impero non può mica mancare un'occasione di primato mondiale.

Così, nonostante dei computer da far ridere i polli, qualche razzo e botto a muro rimasto ai tedeschi e le tute amorevolmente cucite (a mano!!) da simpatiche vecchiette, gli americani non solo vanno nello spazio ma scendono pure sulla Luna. Ecchecca'.

Tempo fa un giornalista ha chiesto a Buzz Aldrin (quello che oggi fa il fico ma per anni si è detto fosse tornato giù dalla Luna decisamente fuori di melone) di giurare sulla Bibbia di essere stato veramente lassù. Come risposta ha avuto un pugno sul naso. Mi pare una reazione molto significativa. Armstrong, dal canto suo, da allora avrà detto si e no due parole.
Vediamo, due uomini fortunati scendono sul satellite più bello dell'universo e per il resto della loro vita languono nella depressione e si chiudono nel mutismo.
Mah, io avrei rotto le palle ogni sera nel bar. "Oh, sapete, quando sono andato sulla Luna mi ricordo che...."
"E basta Buzz, lo sappiamo che sei andato sulla Luna, che palle!"
L'unico che avrebbe dovuto veramente essere triste era Collins, quello che rimase sull'altro pezzo dell'Apollo e si perse il meglio dell'impresa. Invece sono tristi gli altri. Mah, forse è l'effetto lunare. Andare sulla Luna e tornare lunatici.

Quindi voi credete pure nella bella favola dell'uomo che andò sulla Luna e non ci tornò più perchè ci aveva mangiato male e il conto era troppo salato.
Io preferisco tenere aperte tutte le porte. Anche quella che ci abbiano veramente preso per il culo. In fondo non sarebbe stata né la prima né l'ultima volta. E penso che, fino a prova contraria, l'unico che abbia davvero camminato sulla Luna sia stato Michael Jackson.


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sabato 21 febbraio 2009

Essere Martha Argerich



Una delle cose che sentivo più di frequente raccomandarmi dai miei insegnanti di pianoforte, ai tempi del Conservatorio, era di "non suonare come una signorina di buona famiglia!", di solito seguito da qualche colorita imprecazione.
Già, avete presente, quel suonare tutto con i freni tirati (soprattutto quelli inibitori), con i polsi belli alzati e le dita a granchio, percuotendo i tasti con frustrato risentimento da vergini inviolate o sfiorandoli senza convinzione e con paura, quasi potessero mordere ed amputarti le falangi. Date ad una di queste sedicenti pianiste un pezzo memorabile e assisterete ad uno degli atti più ignobili di profanazione che si possano immaginare.
Avevano ragione i miei insegnanti, anche se allora potevano sembrare dei maschilisti. Non c'è di peggio di una donna che suona come una signorina dell'Ottocento. E' un po' come il suonar da segaioli dei maschi. Altrettanto insopportabile e contrario allo spirito della musica, che è meravigliosamente sensuale e libidico.
Per fortuna e grazie ai miei insegnanti, sono riuscita a diventare una pianista immune dal difetto soprannominato e, se non avessi abbandonato gli studi dopo aver vissuto il pianoforte come un'imposizione, quale è stata, forse sarei diventata anche brava.

Con la saggezza che ti arriva assieme all'età, oggi penso addirittura che avrei dovuto continuare a studiare. Forse parlare di rimpianto è esagerato, però non mi dispiace, oggi, saper suonare anche se in pratica non lo faccio quasi mai.

Per il Concerto n° 3 in re minore di Sergej Rachmaninoff ho sviluppato da tempo una discreta ossessione. Lo rispolvero in ascolto soprattutto quando sono giù, perché mi funge da catarsi.
Come tanti, me ne sono appassionata non ai tempi degli studi (improponibile anche solo pensare ad un pezzo eversivo come il Rach3 suonato nell'ambiente ingessato del Conservatorio di allora), ma una decina di anni fa, in occasione dell'uscita del film "Shine", ispirato alla biografia del pianista David Helfgott. Una storia di dittatura patriarcale, sofferenza psichica e rinascita nella quale mi identificai molto.

E' noto. Il Rach3 è un concerto monumentale avvolto da una notevole aurea di leggenda: il brano più difficile del mondo da suonare, un'impresa per qualunque pianista, un mostro che potrebbe divorarti già durante la famosa cadenza del primo tempo.



Un titano dalle ottave gigantesche, create dalle manone dell'autore, con i mignoli lunghi come le altre dita. Lo stesso Rachmaninoff, ascoltandolo durante la sua pur impeccabile esecuzione (e vorrei vedere), sembra avere qualche difficoltà.

In realtà il concerto è si tecnicamente difficile, ma non come si crede. Io personalmente, anche se ci ho messo su le mani solo per provare qualche passaggio e non sarei mai in grado di suonarlo per intero, trovo ben più insormontabili le Variazioni Goldberg di Bach suonate come le suona Glenn Gould.
La notazione bachiana è semplice, non vi sono virtuosismi, arpeggi o ottave megagalattiche ma, cacchio, provate a far uscire dal pianoforte le stesse sonorità di quel pazzo che suona ingobbito e con il culo rasoterra. Impossibile. Bach nelle sue mani diventa un'equazione di quarto grado, matematica pura e fisica dell'indeterminazione. Di fronte a lui si può solo gettare la spugna e ritirarsi per manifesta inferiorià.

Tornando al Rach3, vado spesso alla ricerca delle migliori interpretazioni di un pezzo che conosco ormai a memoria nota per nota.
E' proprio cercando su YouTube che ho trovato l'interpretazione più memorabile e appassionata di questo concerto, quella di Martha Argerich assieme ai Berliner ed al maestro Riccardo Chailly.
Ebbene si, un concerto con i controcapperi, un pezzo sicuramente "non per signorine", suonato al meglio proprio da una donna. Ascoltatela e capirete cosa volevano dire i miei insegnanti. Forse bastava che mi raccomandassero di suonare come Martha Argerich.

Ebbi la fortuna di ascoltare Martha dal vivo in concerto negli anni settanta, a Genova, ma non mi resi conto allora della genialità di questa pianista. E' proprio vero che da giovani si è capaci di non rendersi conto degli angeli che ti sfiorano passandoti accanto.
Bene, oggi, grazie al Rach3 e a tutta una serie di altre interpretazioni che ho scovato, tra le quali i sorprendenti "Yeux d'eau" di Maurice Ravel, "Funerailles" di Franz Liszt e la Ballata n° 1 di Chopin, posso dire che per Martha ho una vera e propria venerazione. Una donna straordinaria, oltre che un genio musicale, come dimostrano le interviste e i documentari su di lei.

Signore, se rinasco, voglio essere Martha Argerich.




martedì 23 dicembre 2008

Questa musica è una tortura

“Per me è un onore pensare che una nostra canzone possa essere servita ad evitare un altro undici settembre”. (Stevie Benton dei Drowning Pool)

La frase precedente, che aggiudica al suo autore l'ambito premio "Cazzone dell'Anno", è stata pronunciata a commento della notizia che nelle prigioni americane in Iraq, Afghanistan e Guantanamo, oltre a quelle segrete sparse in tutto il mondo, si utilizza la musica come strumento di tortura.
I prigionieri vengono esposti continuativamente, giorno e notte, a musica pop e rock sparata a tutto volume. Tra i cantanti che entrano in questa particolarissima ed oscena, per gli scopi che si prefigge, hit parade vi sono Britney Spears, Eminem gli AC/DC ma anche Bruce Springsteen e i Queen. A parte il cazzone e forse la fascistella Britney, gli artisti coinvolti hanno espresso la loro indignazione per l'uso improprio che è stato fatto delle proprie creazioni ed hanno organizzato anche un comitato contro questo tipo di tortura. Uhm, conoscendo questo nostro ambiguo mondo non posso fare a meno di sospettare che, dietro a tanto nocumento, vi possa essere anche qualche avvocato che ha ravvisato una violazione di copyright e vuole chiedere un risarcimento.

Non è la prima volta che la musica viene utilizzata come strumento di tortura. Per fare solo un esempio, nel 2002, durante l'assedio a Betlemme dei militari israeliani ai palestinesi asserragliati nella Basilica della Natività, tra i metodi usati da Tsahal per snidare i nemici vi era appunto lo sparare musica rock a tutto volume con gli altoparlanti.

Ad una come me che ha sofferto di iperacusia, un disturbo che ti fa percepire i suoni in maniera amplificata e l'alto volume di musica e voci come qualcosa di fastidiosissimo e quasi doloroso fisicamente, il pensiero di essere esposta ad una tortura del genere, giorno e notte, provoca una indicibile angoscia e un senso di profonda indignazione per un uso così bieco di una cosa bella come la musica.
Penso a chi può avere avuto la grande idea. Scommetto che c'è stato uno staff di psicologi che ha fatto un bello studio e scritto una splendida relazione da presentare al Pentagono, con le indicazioni sui tipi di musica da usare. "Noi consigliamo X, Y e Z".
Considerando la bruttezza intrinseca di molta musica attuale non devono aver fatto molta fatica a scegliere le campionature.

E' forse vero che in determinate condizioni anche Mozart sparato a tutto volume e 24h24 potrebbe diventare insopportabile.
Nella famosa piéce teatrale "La morte e la fanciulla" (divenuta anche un film di Polanski), ambientata nel Cile post Pinochet, la protagonista riconosce ad un concerto il suo aguzzino sulle note del quartetto di Schubert, da lui utilizzato durante le torture.
Kubrick ha usato una canzone lieve e gioiosa come "Singin' in the Rain" come sottofondo ad una delle scene più disturbanti di "Arancia Meccanica".
Stiamo parlando però di arte. Nella brutalità della realta, se la musica deve essere tortura sarà la peggiore disponibile.

Pensandoci bene la musica viene usata come tortura non solo a Guantanamo ma nella nostra stessa esistenza quotidiana, come fosse un tratto caratteristico della nostra alienante società. Nei ristoranti non puoi parlare perchè c'è la TV o la radio accesa e il tuo tavolo ti capita sempre sotto agli infami altoparlanti.
Tanti anni fa in Germania notai che la musica nei luoghi pubblici era molto soft, un sottofondo, quella che giustamente viene definita ambient. In Italia invece, caciara a tutto busso. dappertutto.
Dopo esserti rovinata il pasto, entri nei negozi per fare del tranquillo shopping e ti devi di nuovo sorbire la radio a tutto volume.
Personalmente in quelle circostanze mi viene lo scoramento e scapperei dal negozio ma continuo lo shopping con l'adrenalina che mi va a mille e mi rende stressata e di mal umore. A volte mi scappa di chiedere alle commesse: "Ma voi riuscite a non rincoglionirvi, tutto il giorno così?" e loro mi guardano con l'occhio da pesce appena pescato e un sorrisetto da gioconde.
Nelle jeanserie poi, luoghi destinati ai ggiovani, se non ti impasticchi prima di ecstasy, non le reggi.

Non è solo l'alto volume della musica ma anche la sua ripetitività che stressa. Quando andavo in palestra, tanti anni fa, mettevano su abitualmente, come sottofondo, un nastro di James Taylor, un cantautore di allora abbastanza soft, un po' belante ma gradevole, se ascoltato solo una o due volte. Dopo qualche mese di ascolto continuo e in loop, tutti i pomeriggi, del maledetto folksinger, e solo di lui, qualcuno di noi organizzò un blitz con rapimento del nastro e sua successiva brutale liquidazione.

La musica quindi, quando è imposta e diventa rumore, è sempre una violenza. Basta istituzionalizzarla studiando l'esatto volume da applicare e diventa tortura scientifica.
Io personalmente farei qualsiasi nome e cognome se mi obbligassero ad ascoltare tutto il giorno Laura Pausini e Nino D'Angelo. E con Avril Lavigne penso che troverei il coraggio di assalire le guardie e mangiarmi la loro faccia. Senza ascoltarmi dopo le Variazioni Goldberg, ma godendomi un assoluto e quasi doloroso silenzio.


lunedì 22 dicembre 2008

Geni della mòsica

Dato che siamo sotto Natale e dobbiamo essere tutti più buoni, come direbbe il Dr. Lecter, mi dedicherò a qualche tiro di doppietta sul pianista, nella prima parte di un post bivalve dedicato alla musica.
Di solito non scrivo molto di note, bemolli e si-la-do, nonostante otto anni di Conservatorio in gioventù. Con la musica ho un rapporto molto conflittuale e post-traumatico e sono attualmente in una fase di culto del silenzio come bene supremo, tuttavia un paio di notizie di cronaca mi hanno ispirato questi commenti.
Questa sera si ride e si scherza, domani l'argomento sarà decisamento più serio, visto che si parlerà di musica come tortura.

Ho letto dello scandalo riguardo al commento di Filippo Facci al concerto di Natale affidato al capellone fuori tempo massimo e neo idolo della new age Giovanni Allevi. Una stroncatura come non se ne leggevano da tempo e, in questa epoca di grandi lavori di lingua per tutti, dove una medaglia di genio non si nega a nessuno, mi compiaccio che qualcuno abbia avuto il coraggio di dire ad alta voce "a me 'o presepe nun me piace".
Molti si sono risentiti ed hanno accusato Filippero di aver voluto preparare la cassa a questo assoluto genio della mòsica.

Ho ascoltato diversi pezzi di Allevi per farmi una cultura, visto che non lo conoscevo ancora e, se posso esprimere la mia opinione di ex musicista e pianista, se può contare qualcosa, Facci è stato fin troppo morbido.
Se fossi crudele direi "sotto la criniera, niente" ma non lo sono e mi limiterò a dire che se io, che sono un'assoluta e riconosciuta nullità in fatto di composizione, perchè non basta avere l'orecchio assoluto ed aver studiato al conservatorio per essere compositori, mi metto al pianoforte e butto giù degli accordi e uno straccio di melodia inserendo il pianista automatico, ne viene fuori una cosa molto simile a ciò che scrive abitualmente Allevi.

Non c'è niente da fare, Beethoven da sordo spaccato ed incazzato con il mondo e Mozart agonizzante sotto l'effetto tossico del mercurio sono riusciti a scrivere cose disumane, celestiali, molto vicine all'idea che avremmo di un Dio che vi fosse dedicato solo al mestiere di compositore.
Nel caso del foltocrinito amadeus de noantri, a parte la scopiazzatura innegabile di Michael Nyman, uno dei musicisti più ripetitivi e pallosi che si conoscano (anche se per fighetteria si definisce il suo stile "minimalista" e c'è gente che va in orgasmo multiplo ascoltando le sue colonne sonore piri-piri-piri-piri), c'è appunto lo stile di chi si mette al piano in un pomeriggio piovoso a, dico l'orrenda parola, strimpellare. Accordi messi lì senza un guizzo, un'intuizione, un cambio armonico che ti stupisce perchè non te lo aspettavi e perchè pensavi che la melodia continuasse sul solco tracciato dall'aratro della banalità. Pensiamo alle progressioni armoniche di Tristan und Isolde di Wagner, assoluta anticipazione della rivoluzione dodecafonica del novecento e ci rendiamo conto che per i "geni" attuali si può parlare solo di dodecafonaggine.

Se vogliamo dare un giudizio sull'Allevi pianista, dovrebbe ormai essere noto a tutti che non basta toccare la tastiera con la fronte durante l'esecuzione per essere Glenn Gould e nemmeno il più modesto David Helfgott toccato dalla follia, sorella deforme del genio. Per non parlare dell'abilità di Arturo Benedetti Michelangeli di far diventare sublime una cosa terribile come la marcia funebre (Chopin).

Ahimé, sentire suonare Allevi e pensare ai macchinari dello stabilimento di una linea della Iveco è abbastanza automatico.
Il pianoforte, come tutti gli strumenti, se suonato non a livelli divini può diventare molesto come una fresa meccanica a pieno regime.
Il tocco pesante, il "pestare" è la morte del pianoforte, la sua riduzione a vile strumento a percussione qual'è geneticamente. Pensiamo ad un pezzo come Jeux d'Eau di Maurice Ravel, dove la tastiera di legno ed avorio si scioglie in acqua zampillante e, dopo averne ascoltato l'interpretazione di Martha Argerich, sarà più chiaro cosa intendo con livello divino.

Non è colpa di Allevi se il livello musicale dei nostri tempi fa si che lui sembri un genio. La gente vuole roba facile da far masticare alle orecchie, possibilmente già mezza digerita. Musichine che si ascoltano, come dice Facci, in aeroporto e nello spot della carta igienica.
Fate ascoltare in una sala d'attesa la Sinfonia Concertante di Mozart, una delle composizioni uscite direttamente dall'emisfero destro di Dio e potrete palpare l'inadeguatezza di tale bellezza in un mondo brutto come il nostro. Che parla a fare Dio con chi eleva i Salieri agli onori degli altari?

martedì 24 giugno 2008

Il lodo Leporello


Don Giovanni sfida apertamente il fantasma della sua vittima di duello, il Commendatore, invitandolo a cena. Il Commendatore si presenta effettivamente nel bel mezzo di un banchetto e invita Giovanni a pentirsi dei suoi peccati ma egli persevera nel prendersi gioco del vecchio rifiutando qualunque atto di contrizione.
Don Giovanni è l'emblema dell'uomo che vive in perenne stato di menzogna (inganna sistematicamente le donne che seduce), di sfida all'ordine costituito (disgrega legami matrimoniali e si avvale dello jus primae noctis) e di dispregio della legge e dell'autorità.
Siccome agisce solo per il proprio piacere non è un rivoluzionario ma solo un egocentrico. narcisista. Mozart e Da Ponte riservano a Don Giovanni una giusta punizione, che giunge al termine di un fenomenale duetto tra Uomo e Dio, Vita e Morte, Padre e Figlio. Il Commendatore trascina Giovanni con sè all'Inferno, sotto gli occhi atterriti del servo Leporello.
"La pseudologia fantastica passa, grazie alla spiegazione psicodinamica, dall'essere considerata un semplice peccato, ad un fenomeno complesso che ritroviamo in situazioni al limite con la normalità.
Rispetto ad una possibile diagnosi differenziale tra forme strettamente psicogene e stati a spiccata componente organica, Jaspers individua che nelle prime una contraddizione troppo grande con le condizioni reali tronca improvvisamente la realtà fantastica cosa che non si verifica nelle situazioni in cui prevale l'aspetto organico.
Bleuler fa notare che a differenza dei confabulanti e degli allucinati della memoria, i malati con pseudologia fantastica per periodi di varia durata possono anche non accorgersi di vivere in un mondo di sogni e la domanda "è reale o non è reale?" non emerge affatto nel fluire del pensiero. Al contrario, alcuni soggetti sono così persuasi della realtà della loro costruzione fantastica e dotati di un grande talento nell'interpretare conseguentemente una parte che diventano capaci di ingannare facilmente altre persone col rischio di diventare abili truffatori.
In queste situazioni appare chiaro che la costruzione fantastica, la menzogna a se stessi, rappresenta il mezzo per ottenere ciò che si desidera senza ritardi o interferenze ma, affinchè il desiderio sia totalmente appagato, lo stato di coscienza deve essere alterato al punto che non esista più la consapevolezza". (fonte)
Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale.


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mercoledì 23 aprile 2008

Una doverosa riabilitazione


Mi ingannavi da non so quanto tempo
che ho deciso che doveva finire
Guardami adesso, non imparerò mai?
Non so perchè ma all'improvviso perdo il controllo
Ho un fuoco nell'anima
Appena uno sguardo e sento le campane suonare
Ancora uno sguardo e dimentico tutto o-o-o-oh

Mamma mia, ecco che succede di nuovo
come posso resisterti?
Mamma mia, mi sta accadendo di nuovo
e quanto mi sei mancato
Si, avevo il cuore spezzato
ero triste da quando ci eravamo separati
perchè mai ti ho lasciato andare?
Mamma mia, ora lo so per davvero
che non avrei dovuto lasciarti andare.
L'Economist ha intitolato "Mamma mia" l'articolo dedicato al ritorno di Berlusconi al governo.
Noi che avevamo sedici anni nel 1976 abbiamo immediatamente avuto un sussulto.
Cazzo, era una canzone degli ABBA, il gruppo più atroce che abbia mai calcato le scene e che allora non avremmo ammesso nemmeno sotto tortura che ci potesse piacere anzi, ci facevamo un vanto di disprezzarli con tutte le nostre forze.

"Mamma mia". Già, faceva così il motivetto. Ebbene, la prima cosa stupefacente che si scopre, riesumando dalla memoria i versi della canzone, è che essi sembrano descrivere l'elettore italiano e la sua storia d'amore con Silvio Berlusconi. Ecco spiegata forse l'associazione dell'Economist. Gli ABBA erano dei profeti e non lo sapevamo, ci ammonivano sul nostro futuro e noi li abbiamo derisi per i loro pantaloni a zampa d'elefante, l'ombelico di fuori (!) e le giacche leopardate.

Non solo ma, l'avreste mai detto che qualcuno, riascoltando gli ABBA a distanza di trent'anni potesse, tutto sommato, trovarli non solo gradevoli ma addirittura sublimi, pensando alle volgarità e alla decadenza attuali?
Forse l'estinzione della specie, a questo punto, è l'unica via d'uscita onorevole.

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