Se oggi qualcuno, solo perché avete ricordato il cinquantenario dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, vi ha dato del complottista, sapete per certo che non fu (solo) Lee Harvey Oswald a sparare, come del resto avevate già intuito da tempo.
Sono i fatti accaduti nei cinquant'anni seguiti a quel 22 novembre del 1963 a svelare il mistero, a rivelare il nome degli assassini, a raccontarci perché e a quale scopo si scelse, ad esempio, un'esecuzione pubblica, così drammaticamente ripresa nelle immagini del filmato di Abraham Zapruder. Pubblica, in pieno giorno e in pieno sole, perché tutti vedessero e soprattutto non potessero dubitare del significato di quella violenza, agita da un potere contro un altro potere. Non solo banale regolamento di conti, ragionando cinicamente, ma, con il senno di poi, anche punto di svolta della Storia, vero atto (contro)rivoluzionario. Ora possiamo proprio dire che non vi è più alcun mistero attorno all'assassinio del presidente.
Non ha alcuna importanza ormai trovare un motivo specifico, un movente unico, per l'uccisione di JFK.
Tutto ciò che è stato detto a riguardo è probabilmente vero: che volesse limitare il potere parallelo delle agenzie governative e quello dei militari, ritirando le truppe americane dal Vietnam e, così facendo, danneggiare gli interessi di quel complesso militare-industriale sull'espansione del cui potere il suo predecessore generale Eisenhower aveva messo in guardia il popolo americano nel suo ultimo discorso alla nazione.
Oppure, ma si, che volesse dare direttamente al governo americano il diritto di stampare denaro scavalcando la FED, inimicandosi tutta la fottuta Wall Street o battersi per la piena attuazione dei diritti civili in un paese che ancora praticava l'apartheid in molti stati.
Possiamo trovare mille motivi, mille conflitti di interesse e ipotizzare un esercito di volonterosi carnefici: reazionari, razzisti, petrolieri texani, esuli cubani, mafiosi, agenti segreti, pronti ad offrirsi per partecipare all'esecuzione ma il vero senso della morte di JFK è altro e più profondo.
Kennedy è stato ucciso perché aveva il potere e l'ostinata determinazione per fare tutto ciò che proclamava, soprattutto dopo che era stato "benedetto" dall'aver salvato il mondo dall'olocausto nucleare durante la crisi dei missili a Cuba. Con una battuta, aveva una pistola in mano e tutta l'intenzione di usarla.
Ecco, i suoi assassini potrebbero dirvi, a loro giustificazione e con un ragionamento perfettamente consono ai dettami della Dichiarazione di Indipendenza, che conferisce al popolo il diritto di rovesciare qualunque governo non lo rappresenti più o che diventi potere assoluto: "Cosa sarebbe successo se, al posto di Kennedy, nell'ottobre del 1962 vi fosse stato un presidente con il suo potere ma la voglia invece di distruggere il mondo? Se vi fosse stato un Hitler?" Non a caso quella crisi fu risolta con comportamenti presidenziali sul filo del rasoio e prendendo iniziative assolutamente non ortodosse e personali. Senza contare la fortuna di trovare dall'altra parte interlocutori altrettanto ragionevoli. E se ci fosse stato Stalin? Ecco quindi la giustificazione "etica" dell'assassinio: abbiamo difeso la democrazia da uno che, comunque, si era allargato troppo e troppo pericolosamente.
Kennedy, nonostante la pretesa di governare in nome del popolo, era diventato allo stesso tempo l'emblema della democrazia e la peggiore minaccia ad essa.
C'è un'altra angolazione però dalla quale si può osservare l'assassinio, un motivo opposto, che nulla ha a che fare con la difesa della democrazia, anzi. Kennedy viene ucciso perché vuole governare in nome del popolo, o meglio, dell'interesse generale, e i popoli, nei decenni successivi, nel mondo futuro già preconizzato nei papers della nuova economia, non avrebbero più dovuto avere potere di influire sulla libertà del mercato.
Kennedy era un insopportabile elemento di rottura nei rapporti di forza tra poteri dello Stato, visibili ed invisibili, legali ed illegali, legittimi ed illegittimi. Un fattore di caos in grado di turbare equilibri delicatissimi che nessuno, politico o no, doveva permettersi più di alterare.
I cinquant'anni successivi hanno dimostrato che la diluizione del potere in tanti elementi interdipendenti legati dallo stesso scopo comune sarebbe stato il modello vincente. Ma soprattutto che, per realizzare il dominio delle élites delle corporation e del denaro, sarebbe stato necessario frantumare la politica, depotenziarla ed allontanarla dal popolo e farla gestire direttamente agli interessati attraverso i "nominati" e non più gli eletti.
La democrazia a quel punto è solo un feticcio vuoto, un totem demitizzato che non è più in grado di limitare il potere delle élites subentrato, attraverso la capture, a quello originale elettivo del popolo basato sulla costituzione.
E' un potere che può compiere colpi di stato senza che la pubblica opinione se ne accorga e che può nasconderli dietro a costruzioni propagandistiche assolutamente prodigiose - nel senso del prestigio come illusione - che verranno credute da un popolo addestrato a non credere ai complotti perché i complotti non esistono. La religione di un Dio che nega sé stesso.
Colpi di stato economici, creazione dal nulla di supernemici ai quali contrapporre supereroi e fantaguerre, mitologie opportuniste da contrapporre a princìpi e regole condivise e, soprattutto, la condanna del dissenso, l'obbligo all'omologazione al pensiero unico, che diventa versione ufficiale, dogma e verità indiscutibile: che si tratti di atti di terrorismo o pratiche di gestione monetaria di continenti. Un'illusione continua di democrazia atta ad ingannare il popolo, che ogni sera va a letto tranquillo pensando che il suo governo non potrebbe mai fare tutto ciò che i complottisti gli attribuiscono, nonostante abbia mille prove che esso potrebbe fare anche di peggio. Un'opinione pubblica ormai disinteressata al proprio destino ed assuefatta ad un'infomrazione che ricorda oggi JFK nel cinquantenario unicamente berlusconizzandolo nella sua erotomania senza essere capace di inquadrarne correttamente la gigantesca figura politica.
Il potere che JFK voleva esercitare era simile a quello di un monarca assoluto e il suo è stato un regicidio. Il primo atto di una controrivoluzione che prima decapita il re e poi prende la Bastiglia.
Il paradosso è che l'America, per difendere la democrazia dall'assolutismo personale l'ha poi dovuta sacrificare per sempre all'assolutismo dell'oligarchia.
L'America non è stata più la stessa dopo Dallas. Il potere politico si è diviso sempre di più da allora nel bipartitismo di facciata dei due partiti, uno di destra e l'altro di estrema destra, di cui parlava Gore Vidal, e lo stesso schema è stato poi applicato in tutto il mondo occidentale in nome della globalizzazione.
I presidenti che seguirono, a parte il quasi-re Richard Nixon, anch'egli estromesso seppur con mezzi meno violenti del suo antagonista alle elezioni del 1960, sono state mere figure avventizie agli ordini del potere finanziario che ormai sta prevalendo anche su quello militare e industriale. Figure sempre più patetiche e tragiche: imperatori in mano agli shogun, attori che impersonano improbabili re shakespeariani quasi dementi, edipici, erotomani, da Reagan ai Bush, fino al finto-Kennedy Barack Obama, forse il primo vero presidente immagine del decadente impero americano.